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Tag: femminicidio

Teologia e femminicidio

Autore: liberospirito 13 Feb 2018, Comments (0)

Pubblichiamo un recente intervento di Augusto Cavadi (proveniente dal sito http://livesicilia.it) in cui viene istituita una relazione tra violenza maschile sulle donne, struttura sociale a base patriarcale e teismo. Il testo è ricco di numerosi spunti che invitano alla riflessione e al dibattito nella prospettiva di poter costruire una religiosità su base post-patriarcale. Augusto Cavadi oltre a essere docente, filosofo, studioso e scrittore, è anche ispiratore e componente del “Gruppo Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”.

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Per molto tempo si è supposto che la mafia esista quando spara, solo tardi ci si è chiarito che essa emerge quando trova ostacoli sulla sua escalation e tace, sommersa, quando può dominare incontrastata. Quando cesseremo di ripetere l’errore a proposito della violenza maschile sulle donne?

Neppure in questo caso si tratta di un’emergenza. I casi di cronaca sono solo la spia di una condizione stabile, strutturale, di oppressione sistemica: i maschi uccidono quando questa dominazione psicologica e sociologica viene messa in dubbio dalla ribellione di questa o di quella donna. Se ciò non accade, il maschilismo patriarcale vige e si diffonde come un cancro silenzioso, asintomatico. Potremmo dire che esso è più forte quando, incontrastato, non ha neppure bisogno di alzare la clava sulla testa delle donne.

Una prevalenza così radicata e diffusa si spiega con ragioni fisiche, psichiche, economiche, sociali e politiche: ma anche culturali. Basta interrogare i miti religiosi, le fiabe popolari, le leggende tradizionali per capire quali “archetipi” (diceva Jung) abitano l’immaginario collettivo dell’umanità. E’ senza significato, ad esempio, che nel Mediterraneo siano prevalse tre religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo, islamismo) secondo le quali il Divino si è configurato come Padre, onnipotente, dai voleri imperscrutabili e indiscutibili? Nelle quali il ruolo della donna è nettamente inferiore ai ruoli riservati ai maschi? Il sistema patriarcale vigente in terra è stato, per così dire, proiettato in cielo: ma, a sua volta, il patriarcato celeste è servito da legittimazione ideologica del patriarcato terrestre.

La teologa Hanna Wolff (alla cui valorizzazione ho dedicato il mio libretto Tenerezza) ha notato come Gesù di Nazareth abbia tentato di rivedere criticamente questa idea di Dio-patriarca mettendo in evidenza i caratteri femminili-materni del Divino; ma come, alla sua morte, da san Paolo in poi, l’antica prospettiva maschile-maschilista sia riemersa in tutta la sua pesantezza. Ecco perché oggi non è solo la teologia femminista a riesaminare le concezioni tradizionali di Dio per restituire al Mistero quella assoluta incomprensibilità che lo sottragga a rappresentazioni infantili, primitive. Come scrive qualche teologa, sino a quando Dio viene concepito sempre e solo come Maschio, il maschio avvertirà la tentazione di concepirsi come dio. E queste dinamiche – sia specificato per chiarezza – riguardano credenti, non-credenti e agnostici: sia che lo professa sia chi lo nega, è comunque prigioniero di un’idea del Divino antropomorfica e sessista. Liberarsene a livello di riflessione critica personale, ma anche nell’orizzonte di senso collettivo, sarebbe un modo molto concreto di indebolire alle radici la visione della supremazia maschile di cui le violenze quotidiane e i femminicidi sono soltanto l’effetto terminale.

Augusto Cavadi

Dei “fatti di Colonia” ne abbiamo parlato all’indomani della diffusione della notizia. E’ bene parlarne ancora. Non solo dell’accaduto in sè e della sua gravità, ma anche in merito ai commenti che continuano a campeggiare sui media di maggiore diffusione. Come degna replica pubblichiamo il documento steso da alcune donne (Alessandra Bocchetti, Ida Dominijanni, Bianca Pomeranzi e Bia Sarasini) e apparso su “Internazionale”. Il testo (un po’ lungo ma merita leggerlo da cima a fondo) nasce da un incontro tenuto alla Casa internazionale delle donne di Roma; sarà presentato e discusso in un convegno il 14 febbraio 2016 (via di San Francesco di Sales, 1, sala Carla Lonzi, dalle 10 alle 15). Parlare di religione e libertà, come si fa su questo blog, significa anche iniziare a parlare di una prospettiva post-patriarcale. 

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Una mano nera si allunga sotto le gambe inguainate in un collant bianco di Angela Merkel fino a toccarle il sesso; la parte superiore del suo corpo è ancora coperta da una delle sue ben note giacche colorate, ma ormai, questo vuole dire l’immagine, la regina è nuda, messa in scacco dall’intrusione molesta dell’uomo nero. È il disegno pubblicato dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung a commento e sigla dei fatti di Colonia. Al sessismo degli “uomini neri” che la notte di Capodanno hanno molestato le “donne bianche”, gli “uomini bianchi” rispondono con lo stesso sessismo contro la loro cancelliera. Risposta oscena ma, nel suo estremismo, veritiera. Che avesse ragione Michel Houellebecq, nel suo pur assai misogino Sottomissione? Gratta l’odio dei maschi europei verso gli invasori islamici, e ci troverai l’invidia. L’invidia per la sottomissione delle donne di cui gli invasori, al contrario degli invasi, possono ancora godere. Un’invidia esattamente speculare a quella degli invasori per la libertà sessuale femminile di cui possono disporre gli invasi, facilmente intuibile sotto quel “desiderio d’occidente” che ha spinto gli aggressori della notte di Colonia a mimare a modo loro, violentemente, l’allegro e alcolizzato godimento che impazza in quella come in tante altre città europee a capodanno. Dall’11 settembre in poi, dovremmo averlo capito una volta per tutte dalla scenografia hollywoodiana di quei due aerei che infilzarono le torri gemelle e stuprarono Manhattan (anche allora, guarda caso, si ricorse alla metafora dello stupro), gli atti di violenza e di terrore che in occidente vengono interpretati come se provenissero dall’altro mondo sono intrisi di tracce, tecniche, usi e costumi che provengono dal nostro. Altro che il ritorno delle tribù che qualcuno ha voluto vedere in azione a Colonia: la “superiorità” dell’occidente è dura a morire, e se non fa più ordine nel mondo reale detta ancora legge nell’immaginario globale. Gli “altri” vi si specchiano, anche quando le fanno violenza.

Fatti. Nel gioco degli specchi i fantasmi, si sa, sono di casa. E forse è per questo che sulla piazza di Colonia hanno preso forma e consistenza molto più rapidamente dei fatti reali. Sui quali c’è ancora, un mese dopo, parecchia nebbia. Di che cos’è accaduto quella notte sappiamo l’essenziale, ma parecchi particolari non secondari non li conosciamo e probabilmente non li conosceremo mai. Un branco di giovani uomini, forse cinquecento forse mille, “di aspetto arabo e nordafricano”, ubriachi e assembrati dentro la stazione, si è riversato a gruppi nella piazza del Duomo circondando, derubando, palpeggiando e molestando pesantemente un centinaio di donne bianche perlopiù tedesche, da sole o in coppia con un’amica o con un uomo o in gruppo, il tutto nella completa passività della polizia che è stata a guardare senza rendersi conto di quello che stava accadendo, e comunque incapace di impedirlo. Le ricostruzioni, basate sulle testimonianze femminili e sui rapporti della polizia medesima, descrivono dettagliatamente le molestie e le ruberie subite dalle donne; alcune vittime raccontano di aver temuto di rimetterci la pelle. Restano però aperti molti buchi. Chi erano, da dove provenivano, come erano arrivati lì quegli uomini, e perché li si era lasciati riunire nella stazione? Se erano tutti “di aspetto arabo e nordafricano”, come mai tra i 31 fermati per aggressione e rapina figurano anche uno statunitense e tre tedeschi? Erano anche loro nordafricani trapiantati negli Stati Uniti e in Germania, o la loro presenza segnala che bisogna andarci piano con le identificazioni fatte sulla base del colore della pelle? Tra quei 31 fermati, 19 sono richiedenti asilo, e di questi uno solo è sospettato di molestie; secondo una testimonianza raccolta dal New York Times, inoltre, quella notte una turista statunitense è stata salvata da un cordone di siriani richiedenti asilo; qualche giorno dopo alcune centinaia di rifugiati siriani hanno manifestato contro la violenza, il razzismo e il sessismo. Questi numeri giustificano la messa in stato d’accusa della politica sui rifugiati di Merkel? Ancora. La polizia, pur in stato di allerta contro il rischio di attentati, si è rivelata del tutto impotente a contenere e disperdere il branco di aggressori, e ha taciuto l’accaduto per quattro giorni, come pure la tv pubblica tedesca. Questa impotenza e questo silenzio si devono a una pruderie “politicamente corretta” a favore dei migranti, come s’è urlato in Germania e in Italia? O piuttosto alla sottovalutazione della violenza sessuale in un paese dove una donna su tre dice di averla subita da uomini che per il 70 per cento non sono arabi ma tedeschi, e in cui la notte di capodanno, come durante l’Oktoberfest, si chiude un occhio di fronte a qualche palpatina? Infine ma non ultimo: violenze analoghe si sono verificate in contemporanea, quella stessa notte, in altre città tedesche e in Svezia, in Finlandia e in Austria, e questo fa legittimamente sospettare che si sia trattato di una provocazione concertata – un sospetto che a un certo punto è diventato una certezza, sparata sui giornali in prima pagina in Germania e in Italia, per poi essere smentita il giorno dopo. Possibile che i potenti mezzi dell’intelligence tedesca ed europea non sappiano rispondere sì o no a questo sospetto, pure cruciale per valutare l’entità dell’accaduto? Di nuovo: minimizzano per fare un piacere alla politica d’integrazione di Merkel, come sostiene l’opinione di destra? O perché considerano l’accaduto bagatelles pour dames, com’è lecito supporre?

Fantasmi. Non avremo mai risposta a queste domande, per la ragione molto semplice che la notte di Colonia ha ottenuto l’effetto che doveva ottenere a prescindere dallo svolgimento dettagliato dei fatti. E l’effetto consiste in una rapida e potente mobilitazione dell’immaginario europeo, nonché di quello islamico, in materia di sesso e razza: due fattori che quando si intrecciano, e oggi sulla scena globale si presentano sempre intrecciati, sono capaci di produrre miscele esplosive. Sul versante islamico, ci auguriamo che non faccia testo la convinzione dell’imam di Colonia che le donne, quella notte, le molestie se le sono cercate, coperte com’erano più di profumo che di abiti: ma certo le sue dichiarazioni “estreme” la dicono lunga sul regime del dicibile che autorizza quella che dovrebbe essere una guida spirituale a istituzionalizzare la segregazione femminile (e del resto, come scandalizzarci? Quante volte il “se l’è cercata” giustifica tuttora, da noi, la violenza sessuale?). Sul lato occidentale, l’antico fantasma coloniale della mano nera che violenta la donna bianca, ben rappresentato dal disegno del Süddeutsche Zeitung, è tornato a materializzarsi, aggiornato, in un’Europa ossessionata da frontiere vacillanti, migrazioni incontenibili, calo della natalità, pericolo terrorista, declino economico, impotenza neoliberale, fallimento politico. L’aggiornamento del fantasma coloniale significa, in questo quadro, il suo automatico reclutamento nel presunto “scontro di civiltà” in corso. L’uomo nero diventa l’islamico che inferiorizza le donne, proprie e altrui, e attraverso l’attacco alle donne bianche attacca l’intera civiltà occidentale, che invece le donne le ama, le emancipa, le libera, le tutela con i diritti, le presidia con i “suoi” uomini, pronti a scendere in campo a difesa delle “loro” donne. Ne consegue l’arruolamento delle donne nella difesa della civiltà occidentale suddetta, con relativa messa all’indice delle disertrici: quelle che ad arruolarsi non ci stanno, quelle che sulla civiltà occidentale e sul suo amore per le donne nutrono qualche dubbio, quelle che la violenza contro le donne la vedono anche in occidente e non solo in Medio Oriente, quelle che sulla difesa dei “loro” uomini avanzano qualche sospetto, quelle che nei confronti delle donne musulmane non ergono il muro dei diritti conquistati o la montagna dei vestiti comprati agli ultimi saldi, ma lanciano il ponte di una tessitura comune della libertà femminile. Noi femministe, in sostanza, iscritte d’ufficio al fronte nemico dell’ipocrisia “politicamente corretta” verso il fanatismo islamico. Salvo ritrovarsi poi, i nostri accusatori, con le statue del Campidoglio coperte in omaggio al presidente iraniano Rohani per decisione di stato o di governo.

Streghe. “Dove sono le femministe?”. Quando ancora le notizie da Colonia arrivavano goccia a goccia, è partita la caccia alle streghe. Trovato il colpevole numero uno, l’uomo nero, la grancassa mediatica, maschile e femminile, è partita alla ricerca della colpevole numero due, la femminista bianca. Rea di tacere, di nascondersi, di non condannare, di colludere con i migranti e con la sinistra che difende (difende?) i migranti, di rompere le scatole ai “suoi” uomini su qualunque quisquilia come fosse una barbarie e di chiudere gli occhi sulle nefandezze dei barbari “veri”. Le femministe, nel frattempo, a Colonia erano già per strada, a manifestare contro il sessismo e contro il razzismo insieme. E ovunque, in Europa e fuori dell’Europa, erano all’opera per fare il contrario dei talk show e della stampa generalista: capire una situazione nuova e complicata e interpretarla non istericamente, due cose che l’isteria massmediatica non contempla. E parlavano ovunque potessero, cioè fuori del circuito ufficiale dell’informazione che non le interpella in modo da poterle accusare di stare in silenzio, di essersi dileguate, di non esistere, di avere perso. Parlavano e dicevano quello che ovunque, a est a ovest, a nord e a sud, vanno dicendo dall’11 settembre in poi: che non si lasciano arruolare in nessuno scontro di civiltà per la buona ragione che le civiltà in questione sono entrambe marcate dal patriarcato, entrambe fratturate al loro interno dalla contraddizione fra i sessi ed entrambe segnate, positivamente, dal conflitto tra i sessi innescato dalle donne. Ragion per cui la trave nell’occhio dell’altro non ci esime dal guardare la pagliuzza nel nostro. E l’orgoglio per le nostre conquiste di donne occidentali non ci esime dal riconoscere le battaglie di libertà delle donne non occidentali.

Monopòli. Non c’è il monopolio islamico della violenza e dell’inferiorizzazione femminile. E non c’è nemmeno il monopolio occidentale e democratico della libertà femminile. Le molestie della notte di Colonia evocano a tutte noi situazioni molto familiari. Gli sguardi eccitati e fra loro complici degli uomini che tuttora si ritrovano da soli nei bar dei nostri paesi. I branchi di giovani maschi che molestano le studentesse, e talvolta le stuprano, nelle nostre scuole. Il senso di insicurezza e vulnerabilità che ci accompagna specialmente la notte per strada, come una seconda pelle. I racconti di stupri, violenze, femminicidi che riempiono le pagine di cronaca dei nostri giornali. I fraintendimenti maschili sulla disponibilità sessuale femminile che riempiono la posta del cuore dei nostri settimanali. Potremmo continuare ma non serve: la violenza di uomini contro le donne è, purtroppo, uno dei pochi esempi di comportamento universale che il mondo globale ancora conosce. E non diminuisce ma tende addirittura ad aumentare nei paesi dove l’emancipazione femminile è più consolidata. La hybris maschile non si ferma davanti ai diritti costituzionalmente garantiti, alla parità di genere, alla cittadinanza, all’attività lavorativa e al protagonismo politico delle donne: al contrario, sembra che se ne alimenti, forse perché ne ha paura. Questo significa che non c’è nessuna parentela automatica, nessun rapporto di causa-effetto tra la civiltà occidentale e la libertà femminile. La civiltà occidentale e gli stati moderni nascono, ci tocca ricordarlo con Freud e Hobbes, da un patto tra uomini violenti, che si emancipano dall’autorità paterna e se ne spartiscono l’eredità escludendo le donne dalla vita pubblica e sottomettendole in quella privata. Nel corso della modernità, la libertà non è stata regalata alle donne dalla civiltà occidentale: sono le donne ad averla conquistata con le loro lotte anche contro la civiltà occidentale. Le democrazie contemporanee registrano a fatica questa conquista, traducendola e spesso tradendola nel linguaggio della parità e dei diritti. Ma tra la libertà femminile e gli ordinamenti occidentali resta aperta una tensione: la libertà femminile resta affidata in primo luogo alle donne stesse, alle loro lotte e alla loro autonomia. Men che meno è possibile identificare la libertà femminile con la libertà di mercato o con un non meglio precisato “stile di vita occidentale”, come l’ideologia neoliberale martellante ci invita a fare dalle colonne dei principali giornali italiani. Vestirsi o andare al cinema e in discoteca a proprio piacimento sono certo cose piacevoli e irrinunciabili, ma possono sottintendere condizioni di dipendenza dal mercato, dal denaro, da canoni imposti, dallo sguardo altrui che hanno poco a fare con la libertà esistenziale e politica che abbiamo guadagnato con il femminismo. L’occidente non è l’Eden della libertà femminile: ed è solo assumendo questa posizione critica nei confronti della “nostra” civiltà che possiamo sporgerci su altri mondi, o sull’impatto di altri mondi con il nostro.

Differenze. Quando diciamo o scriviamo queste cose, alcune amiche ci rimproverano di usare il patriarcato come categoria universale indifferenziata, finendo col fare di ogni erba un fascio senza vedere che il patriarcato si intreccia con differenti sistemi di dominio, si cristallizza in differenti gradi di oppressione femminile e di sopraffazione maschile, domanda differenti strategie di lotta. Non è così. Siamo ben consapevoli, tristemente consapevoli, che oggi la radicalizzazione politico-religiosa peggiora la vita delle donne nei paesi islamici, legittimando su base ideologica il dominio maschile. Siamo consapevoli che la violenza sulle donne è diventato per il gruppo Stato islamico e per Boko haram uno spietato carosello pubblicitario, che sulle donne di piazza Tahrir si è scaricata la frustrazione maschile di una rivoluzione perdente, che in paesi come l’Afghanistan taliban le donne sono di nuovo costrette a una segregazione che sembrava essere stata superata. E sappiamo di essere inadeguate di fronte a questi come ad altri effetti delle guerre e del disordine mondiale di oggi, perché le guerre impediscono in radice quella pratica di relazione con l’altra che nella politica delle donne è irrinunciabile e che l’indignazione e gli attestati di solidarietà, per quanto urlati, non possono sostituire. Sappiamo altrettanto bene che le migrazioni non risolvono ma moltiplicano il problema dei rapporti fra i sessi. Ci si attribuisce oggi l’onere della prova che per noi la difesa della libertà femminile viene prima del buonismo sulle politiche dell’accoglienza. Rimandiamo questa richiesta ai suoi mittenti. Non siamo state certo noi a parlare, per anni, di migranti e di rifugiati in modo neutro, come se la condizione di migranti o di rifugiati cancellasse la differenza sessuale. Non la cancella, e non ci volevano i fatti di Colonia per accorgersi che l’accoglienza e la cosiddetta integrazione non sono due pranzi di gala. Non ci volevano i fatti di Colonia per accorgersi che norme e consuetudini delle comunità straniere fanno quasi sempre a pugni con le nostre, che le difficoltà di integrazione spesso le irrigidiscono ulteriormente inasprendo la segregazione femminile al loro interno, che le donne sono sempre, in pace come in guerra, posta in gioco di uno scambio sociale che gli attriti culturali rendono arduo e talvolta impraticabile. Né ci volevano i fatti di Colonia per realizzare – ohibò – che una politica dell’accoglienza che non tenga conto della differenza sessuale è una cattiva politica. Laddove si creano ghetti di soli maschi, che siano islamici o no, il pericolo del branco è sempre in agguato. Laddove si organizzano e si tollerano tratte femminili, la prostituzione e il suo sfruttamento sono garantiti. E tuttavia, ci sarà pure da riflettere di fronte al fatto che è dal versante maschile dei migranti che emerge il problema di una minaccia violenta alla convivenza sociale. Sono più uomini che donne a reagire aggressivamente all’urto dell’impatto con i paesi d’accoglienza. E sono più donne che uomini – si pensi alle migliaia di badanti che vivono e lavorano in Italia, o alle donne che lavorano nei centri d’accoglienza o nella mediazione culturale o nell’insegnamento delle lingue ai migranti – a occuparsi della cura della vita e delle relazioni fra mondi diversi, continuando l’opera femminile della civiltà che la violenza maschile nasconde e disfa. Questa almeno è una buona notizia; e non è l’unica, se solo guardiamo a quello che sta accadendo considerando le donne come soggetti attivi, e non come oggetti passivi, del cambiamento in corso.

Cori noir. È bastata l’aggressione di una notte a Colonia e nelle altre città coinvolte per trascinarci in un baleno tutte, occidentali e nordafricane, nella casella delle vittime designate, pericolanti e perdenti del supposto “scontro di civiltà” in atto. Ma la vittimizzazione delle donne è una delle più frequenti strategie del loro addomesticamento: serve a nascondere e a deprimere la soggettività femminile e le pratiche sociali, politiche, artistiche in cui si esprime. Ovunque oggi, in un quadro planetario attraversato da faglie, guerre e mutamenti inediti, le donne lottano per la propria libertà, ovunque aprono conflitti con l’altro sesso, ovunque escono dagli schemi imposti, ovunque tradiscono le ingiunzioni normative sulla loro esistenza, ovunque intrecciano relazioni con donne di cultura e provenienza diverse. Questo “ovunque” vale da mezzo secolo in qua, lo ricordiamo a quanti sui mezzi d’informazione ci danno per morte e per sconfitte ogni volta che possono, nelle democrazie occidentali. Ma vale oggi, in primo luogo, per il mondo musulmano. Lo sappiamo da analiste competenti, che inascoltate ci spiegano le differenze, le articolazioni, le combinazioni tra legge religiosa e leggi statuali interne a quel mondo, e le connesse differenze nella condizione, nella soggettività e nella rivolta femminili. Lo sappiamo dalle migranti che incontriamo nella nostra quotidianità, dalle storie che ascoltiamo nei centri antiviolenza a cui le più sfortunate si rivolgono per trarne la forza di ribellarsi a un padre o a un marito o un fratello, dalle testimoni sopravvissute alle guerre, dalle protagoniste delle rivolte. Lo sappiamo dai racconti delle scrittrici, dalle opere delle artiste, dai film delle registe, dal pensiero delle filosofe, dalle letture del Corano delle teologhe. E sappiamo anche che la strada della libertà delle donne musulmane non passa sempre né necessariamente per la loro occidentalizzazione, vale a dire per un’emancipazione laica, giuridicamente assistita dalla sintassi dei diritti e dalla retorica della parità, e tanto ribelle all’ingiunzione a velare il corpo femminile quanto obbediente all’opposta ingiunzione a scoprirlo. Ci dissociamo perciò nettamente dal coro noir che ha accompagnato sui mezzi d’informazione italiani ed europei i fatti di Colonia. La voce delle donne, quando la si ascolta e non la si mette a tacere, racconta una realtà ben più articolata di quella di una regressione generalizzata al patriarcato tribale degli uomini ambrati e barbuti che dal Medio Oriente allunga la sua ombra minacciosa sulle donne europee. La diagnosi andrebbe piuttosto ribaltata. C’è una generalizzata crisi del patriarcato che ovunque, a ovest e a est, a nord e a sud del mondo perde il credito femminile. Con buona pace delle fantasie alla Houellebecq, la sottomissione femminile non è più garantita né sotto le insegne dell’islam né sotto quelle cristiane o di altre religioni. E la libertà femminile non passa solo per le magnifiche sorti e progressive della democrazia laica. Nel mondo globale la legge del padre, che nella modernità ha assicurato il suo supporto simbolico agli ordinamenti politici e statuali, non fa più ordine. In questo disordine si aprono molti varchi per atti di violenza maschile nostalgici e reazionari, ma se ne aprono altrettanti per costruire pratiche di libertà femminile e reti di relazione tra donne, che tradiscono l’appartenenza a questa o quella civiltà e ai rispettivi feticci e inventano forme inedite di politica basate sullo scambio, il conflitto e la mediazione tra esperienze, storie, radici, orizzonti di senso differenti.

Bocche velate. L’ascolto dell’altra e dell’altro, della sua esperienza e della sua storia, delle sue esigenze e dei suoi desideri, dei suoi traumi e delle sue risorse, è una condizione necessaria per ritessere la trama della civiltà in una direzione opposta allo scontro tra le civiltà. Non ci aiuta e anzi ci è di ostacolo, in questo, il frastuono della macchina mediatica italiana, tutta programmata non per ascoltare ma per urlare. Abbiamo già detto della caccia alla strega femminista che è scattata subito dopo i fatti di Colonia, una strega accusata, senza essere interpellata, di silenzio colpevole, di connivenza con l’ipocrisia favorevole ai migranti politicamente corretta, di usare due pesi e due misure contro gli uomini di casa sua e contro gli stranieri. Ma non è un problema che nasce a Colonia: questo schema si ripete, insopportabilmente uguale, a ridosso di qualunque evento che chiami in causa le relazioni tra i sessi. La molla che scatta è sempre la stessa, il tentativo di liquidare il femminismo e le femministe decretando che hanno perso e distorcendone o sminuendone le posizioni. La futilità programmatica che non da oggi caratterizza buona parte del giornalismo italiano si fa, quando c’è di mezzo il femminismo, più approssimativa e grossolana. Come se parlando di donne tutto fosse lecito, come se la cronaca non avesse precedenti, come se la parola femminile non contasse niente, come se le posizioni politiche e culturali femministe non avessero il diritto alla distinzione, all’analisi, alla discussione che si riserva alla chiacchiera maschile: e soprattutto come se non esistessero nella loro autonomia, ma solo come appendici subalterne della sinistra e della destra, o comunque di schieramenti e conflitti disegnati altrove. Un immaginario misogino, maschile e femminile, prende così il posto dell’analisi della realtà. E la delegittimazione del femminismo diventa una posta in gioco, nient’affatto secondaria, di qualunque “guerra culturale”: accompagnata, va da sé, dalla promessa che ci penseranno i “nostri” uomini, d’ora in poi, a difenderci da quello che non siamo in grado di contrastare noi. Questa prassi corrente dei mezzi d’informazione mainstream non è meno violenta delle mani maschili che si sono infilate sotto i vestiti delle donne la notte di Colonia. E dice, torna a dire, che ogni qual volta è sotto attacco il corpo femminile, è la parola femminile il vero obiettivo, la vera minaccia, il target da abbattere: qui, nell’occidente della libertà di espressione, non lì, nel Medio Oriente delle bocche velate. Abbiamo scritto questo testo per mostrare che quella parola è viva e non si lascia silenziare.

Alessandra Bocchetti, Ida Dominijanni, Bianca Pomeranzi e Bia Sarasini

 

Oggi è ferragosto, giorno di festa e di vacanza. Nonostante ciò – o forse proprio per questo – pubblichiamo un recente intervento di Ileana Montini (suoi testi  li abbiamo già inseriti altre volte) tratto dal suo blog (http://mareadriatico.blogspot.it/) su recenti fatti accaduti proprio nel Bel Paese. Ci riferiamo ai reiterati crimini di femminicidio e al suicidio di giovani omosessuali offesi e perseguitati. Anche di questo è bene parlare e non sottacere, nella speranza che le parole contribuiscano a modificare modelli di pensiero e anime di pietra.

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Una signora straniera racconta, sotto l’ombrellone agostano davanti al mare blu, la sua sorpresa per il comportamento del ragazzino nipote del marito e loro ospite temporaneo. La signora è straniera, ma ha sposato un italiano che vuole portare lei e i due figli ogni anno in Italia, almeno d’estate. Racconta sconsolata che, mentre i suoi figli maschi ogni mattina quando si alzano rifanno diligentemente il letto, il nipote italiano lo lascia disfatto . A lei sembra un comportamento elementare, la tenuta in ordine della stanza da parte dei suoi figli. La signora non ha le idee chiare sul Paese che periodicamente la ospita.

Il recalcitrante nipote adolescente ha sicuramente una mamma iperprotettiva che però dalla figlia bambina pretende la messa in ordine di letto e camera ogni mattina. Il ragazzino si ribella alla zia acquisita perché vive i “lavori donneschi” come perdita dell’incipiente, incerta, virile identità maschile. Un gruppo di donne ex insegnanti di scuola media si chiede, all’indomani del suicidio del ragazzo omosessuale, come mai a scuola gli insegnanti non si sono accorti che era oggetto di discriminazione. Stessa cosa era già accaduta nel caso del ragazzo romano suicida perché oggetto di derisione per il suo abbigliamento di pantaloni rosa e unghie smaltate, come fanno le ragazze. Lui, sostiene la famiglia, non era gay. Poi c’è il femminicidio, ormai nell’ordine di uno al giorno. Poi c’è la nuova legge che va bene: però le leggi aiutano ma non risolvono i problemi di mentalità e cultura alla radice. Michela Marzano su La Repubblica (13 ag.) lo scrive chiaro e tondo che bisogna educare le donne alla consapevolezza del proprio valore e della propria libertà e gli uomini alla consapevolezza del valore e della libertà altrui. Una “libertà altrui” che inizia in casa, in famiglia con il non pretendere dalla mamma, dalle sorelle, il servizio permanente e devoto alla cura dei propri bisogni quotidiani.

Perché quella devozione e dedizione totale si tramuta in pretesa di accettazione della propria persona sempre e comunque, anche quando l’amore è finito o messo in discussione perché amore non è più, anzi è violenza bella e buona. Scrive la filosofa che negli uomini violenti ci sono immaturità e narcisismo. Se per costruire l’identità maschile, i bambini e i ragazzi devono guardare ai loro padri, nonni, insegnanti che fanno di tutto per non assomigliare minimamente alle donne ritenute di qualità umana inferiore, è ovvio che un compagno che le donne imita con le unghie laccate, va emarginato e deriso. Un’operazione che si deve fare insieme, in gruppo per ricevere dagli altri la conferma che l’eventuale inconscia pulsione a fare altrettanto, è stata ben rimossa e castigata per mezzo dell’“uccisione” di chi invece lo agisce.

Non si può ancora ,nella nostra cultura mediterranea di guerrieri, eroi e madonnine, pensare che venga spazzata via la mentalità della netta, “naturale” e complementare, divisione tra qualità maschili e qualità femminili. Guai ai maschi che manifestano qualità ritenute femminili, dalla dolcezza, alla passività, e così via. I gay ritenuti a torto sempre mezze femmine, o maschi incompiuti, non possono che essere oggetto di repulsione da parte dei ragazzini incerti circa la propria identità ,o il proprio desiderio per il timore che suscitano di …prendere la stessa strada. Sulle spiagge agostane s’incontrano bambini che esibiscono cannoncini o mitragliatrici per spruzzare acqua. Bambini-maschi, non bambine! I giocattoli sono ancora rigorosamente divisi per sesso. Sarebbe bene, fatta la legge e dopo la rabbia e il dolore per l’ennesimo suicidio di un ragazzo, riprendere la capacità di antiche riflessioni, quella, per intenderci che sembrò iniziare con il libro della Giannini Bellotti Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminili nei primi anni di vita (ed.Feltrinelli, 1973).

Ileana Montini

 

Riguardo al dramma del femminicidio, fra i numerosi interventi che di recente sono usciti sui giornali e sul web, riportiamo la riflessione proposta da Ileana Montini – recentemente apparsa sul sito www.ildialogo.org – che prende spunto da un pubblico sermone di papa Francesco.

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Domenica 12 maggio all’Angelus, papa Francesco affacciandosi alla finestra, non si è limitato al solito saluto da parroco di campagna. Ha voluto rivolgersi esplicitamente ai partecipanti (sindaco Alemanno in testa) alla processione in favore della “famiglia naturale” e in “difesa della vita dall’embrione alla morte”. Il suo stile di vita francescano che è piaciuto a tutti/e meno, sicuramente, ai curiali romani e ai monsignori di tutto il mondo cattolico, ha permesso di ignorare il suo pensiero dottrinale che corrisponde in tutto e per tutto, a quello del suo predecessore e a quello del papa polacco.

Chi ha letto il primo libro immediatamente tradotto e pubblicato all’indomani della sua elezione, se n’è reso conto subito. Il cielo e la terra è un dialogo con il rabbino Abraham Skorka, entrambi argentini. A proposito del matrimonio, per esempio, d’accordo con il rabbino, Bergoglio, spiega che l’unione dell’uomo e della donna è la base del diritto naturale. E che “la natura ha in sé una normativa che regola il comportamento umano. Ne discende che Dio stesso ha infuso questo messaggio nella Creazione.”.

La sociologa Chiara Saraceno ha scritto un saggio dedicato alle trasformazioni storiche del fare coppia e famiglia per dimostrare che la presunta natura è un non senso (Coppia e famiglie, non è questione di natura, Feltrinelli, 2012).

E quindi che è un non senso sancire le differenze di ruolo sessuale tra maschi e femmine che ben conosciamo come, appunto, secondo natura. Tra ruolo di accudimento e affettività da un lato e autorevolezza dall’altro, per Bergoglio e per i laici tradizionalisti, c’è una contrapposizione precisa e irriducibile che sottende all’essere femmina e maschio.

Alle donne tocca e toccherà sempre il ruolo (materno) dell’accudimento e agli uomini il ruolo (paterno) del trasmettere la legge e proteggere la prole.

Alle suore riunite in San Pietro, il Papa argentino ha raccomandato di essere madri e non zitelle. Le zitelle, termine obsoleto in lingua italiana postmoderna, indicava le “signorine” che avevano superato i 25/30 anni senza “trovare marito”. Le suore “madri” non inacidite zitelle possono sopportare meglio l’esclusione dal sacerdozio, cioè dal potere vero nella Chiesa. La donna nella Chiesa, scrive Bergoglio non può diventare presbitero perché Gesù, sommo sacerdote è un maschio. Nel cristianesimo la donna “ha un’altra funzione, che si riflette nella figura di Maria. E’ quella che accoglie la società, che la contiene, la madre della comunità. La donna ha il dono della maternità, della tenerezza”.

Saraceno nel suo libro scrive anche che “nel resoconto psicoanalitico classico basato sul modello ideale della famiglia borghese, intima ma strutturata attorno a una forte divisione delle competenze delle attività e del potere tra i sessi, questo mandato è rappresentato dall’intervento paterno che rompe la fusionalità madre bambino…”. In altri termini lo transita nel mondo, nella realtà per l’assunzione di responsabilità. Si tratta del figlio maschio. La figlia può restare nella stretta relazione con la madre per imitare, da adulta, la funzione di contenimento emotivo e affettivo, del tipo “riposo del guerriero”.

Le tre religioni monoteiste, le grandi agenzie del sapere come la psicologia, la psicoanalisi, la pedagogia e, dunque i corollari istituzionali come l’università e le scuole, sono, in genere, ancora ancorate al principio dell’ eterna natura che genera le modalità dell’esistere. Per i credenti si tratta di un disegno divino, come recita anche il nuovo catechismo della Chiesa Cattolica.

A fronte delle svariate storiche forme delle relazioni sessuali e del fare famiglia, persiste un pensiero tradizionale fondato sulla divisione sessuale tra i sessi “secondo natura”.

Scrive la psicologa Daniela Benedetto: “Il ruolo della figura materna è stato più volte delineato e sembra avere certezze ed essere maggiormente ancorato a una cultura condivisa a dinamiche di accadimento, affettive e di sostegno, di scambi emotivi e comunicativi ritenuti validi per tutti, soprattutto nei primi mesi di vita, come rilevanti ai fini di una sana crescita fisica e psicologica del bambino”.

Scrive la psicologa Mariangela Corrias: “Il codice materno è fondamentalmente affettivo, protegge e aiuta il bambino ad acquisire quella sicurezza di base che gli permette di affrontare la vita con equilibrio. Il codice paterno definisce limiti e regole ed è altrettanto importante per la sicurezza del figlio, gli fornisce strumenti per confrontarsi con la realtà e interagire con essa, gli dona maggiore sicurezza e gli permette di acquisire la capacità di comunicare le emozioni, di costruire un’identità stabile, responsabile e autonoma”. Come dire: se ci si discosta da questo modello naturale ed eterno, le derive psicologiche saranno inevitabili.

Se ci discostiamo dalla massa di psicologi, psicoanalisti e psicoterapeuti formati dall’università e dalle scuole di formazione, incontriamo (qualche volta) un pensiero diverso, come si evince leggendo ciò che scrive la psicoanalista Simona Argentieri che auspica una ridefinizione delle identità di genere “in modo da arrivare a permettere lo svolgimento di ambedue i ruoli, e di entrambi le funzioni di entrambi i sessi: perché i maschi non dovrebbero svolgere anche una funzione materna nei confronti dei figli? Anche la funzione paterna va distribuita equamente tra uomini e donne, se per funzione paterna (io per lo meno così la intendo) il poter esercitare un’autorità, dare dei limiti, essere protettivi, favorire la crescita”.

Manuela Fraire, autorevole psicoanalista femminista, fornisce una lettura nuova rispetto al modo di essere, tradizionale e sostenuto dalla psicologia, della donna: “L’amore di sé ancora passa per una donna innanzitutto attraverso la cura dell’altro.(…) La salute mentale di una donna è ancora misurato – da lei stessa – dalla capacità di prendersi cura in tutti i suoi significati privati e pubblici del mondo in cui vive.”

Una psicanalista, in visita a un amico in un condominio, leggendo le targhette dei nomi, lesse anche quella di una sua paziente. Quando la paziente si recò in seduta, l’analista le fece notare con evidente disappunto, che non era giusto il suo cognome e quello del marito, perché avrebbe dovuto –per la sua sanità psichica- omettere il suo per quello del marito preceduto dal solito “fam.” per famiglia; anche se si trattava di due coniugi senza figli.

Una giovane dice alla strizzacervelli che, una volta sposata, sa che dovrà sobbarcarsi “naturalmente” la cura della casa, ma spera che il marito resti con lei qualche sera e condivida anche qualche sabato e domenica sottraendolo ai suoi hobby. Ancora oggi persino i giovani e le giovani danno per scontati i ruoli praticati da genitori e nonni. L’educazione di genere, in altre parole il modellamento di genere, si configura dunque come pressione omologatrice alla tradizione.

Bambine e bambini assimilano la tradizione attraverso processi di osservazione e identificazione con le figure genitoriali, imparando le richieste a loro rivolte di rispetto dei confini in ordine a ciò che si deve o non si deve fare per essere accolti, accettati e autorizzati a vivere da “normali”.

L’educazione di genere è proprio un insieme di comportamenti, di azioni e d’intenzioni circa esplicitate da chi ha la responsabilità educativa in merito al vissuto di genere e alle relazioni di genere. Cioè, i gruppi sociali e culturali – dalla scuola, alle istituzioni universitarie, alle chiese, alle televisioni, alle istituzioni psicoanalitiche ecc., praticano un’educazione di genere che influenza i soggetti.

La stessa cosa vale per la religione islamica soprattutto nell’emigrazione. Sono numerosi i libri e gli interventi in Internet volti a dare indicazioni al popolo credente musulmano, dalle varie istituzioni come l’UCOOI. Si può leggere che “Per una donna musulmana la casa è dunque al centro dell’attenzione, ed il benessere del marito e dei figli la sua prima preoccupazione, subito dopo i suoi doveri verso Dio. Questo ruolo non le impedisce, col consenso del marito, di intraprendere un lavoro fuori di casa, di continuare la propria educazione, e di prestare un servizio volontario nella comunità. Ma deve far sì che le proprie responsabilità, verso la casa e a famiglia, siano sempre assolte, nel timore che la famiglia stessa, la struttura base della società islamica, sia trascurata, con la sua assenza, a mancare la sicurezza e l’esempio necessari al marito ed ai figli.”

Modelli multipli di mascolinità e femminilità, multipli e flessibili esistono nella pratica, ma la loro legittimazione istituzionale è perlomeno equivoca. La pubblicità deve tenere conto del punto di arrivo dell’evoluzione dei costumi, ebbene, ecco che un nuovo prodotto per la pulizia della casa è spiegato da un uomo alla “inesperta” o superficiale moglie/madre allieva attenta e disponibile. Perfino quando si tratta della cucina, è il marito a indicare alla moglie il nuovo modo di cucinare rapido e appetitoso e a ricevere la conferma di ruolo da lui e dai figli.

Forse occorrerebbe chiedersi quanto influisca in Italia il pensiero della naturalità della divisione dei ruoli, sull’aumento esponenziale del femminicidio.

Loredana Lipperini e Michela Murgia hanno dato alle stampe un libretto denso di concetti intorno al problema del femminicidio (“L’ho uccisa perché lo amavo”. Falso!, Laterza, 2013). Scrivono che nella maggioranza dei casi le donne uccise, sono donne abbandonanti e che occorre partire proprio da qui, “da quel racconto deviato che riporta tutto a un concetto ‘naturale’ (si è maschi e femmine per natura e non per ’cultura’) ancora non scalfito nonostante i secoli (…) Il femminicidio si chiama così proprio perché definisce un tipo di delitto che avviene all’interno di relazioni impregnate di una struttura culturale arcaica, che ancora, non si dissolve.”

Le donne, appunto, non devono in nome del diritto alla propria libera realizzazione, decidere di separarsi, di abbandonare il figlio/marito. Devono, le donne, rispettare il principio (naturale e divino) che: “L’uomo deve incarnare la guida, la regola, l’autorevolezza. La donna deve uscire dalla logica dell’emancipazione e riabbracciare con gioia il ruolo dell’accoglienza e del servizio”. Murgia e Lipperini riportano le parole di Costanza Miriano, giornalista e scrittrice che ha dato alle stampe il libro Sposati e sii sottomessa.

Il femminicidio può allora essere considerato la reazione naturale – scrivono ancora Murgia e Lipperini- la reazione naturale all’indebita pretesa di instaurare un ordine non naturale.

Ileana Montini

ileana montini