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Tag: Eugen Drewermann

Credere, ma senza nevrosi

Autore: liberospirito 19 Apr 2017, Comments (0)

Quanto segue è un’intervista al teologo, psicoterapeuta ed ex-sacerdote tedesco Eugen Drewermann, apparsa alcuni anni fa sulla rivista “Mosaico di pace”. La riproponiamo perché gli argomenti restano sempre attuali, semmai li ritroviamo ulteriormente aggravati (dalla questione – urgente – dei migranti, all’assetto generale del sistema-mondo, al ritardo – storico – della Chiesa intesa come istituzione). “Non si può credere in Dio, senza credere nell’uomo e probabilmente non si può nemmeno credere nell’uomo senza credere in Dio”, dice Drewermann: affermazione interessante e condivisibile, previo chiarimento su ciò che si vuole intendere quando utilizziamo la parola “Dio”. 

drewermann

Eugen Drewermann, ultimamente la sua analisi si è incentrata sul tema della salvezza e della guarigione. Un tema arduo, che ha implicazioni psicanalitiche personali, però anche implicazioni con il sistema-mondo in cui viviamo, quasi a far pensare che, se questo mondo potesse essere disteso sul lettino, vedremmo immediatamente una proiezione di nevrosi e ossessioni inimmaginabili. Ma lei, nei suoi saggi e nei suoi libri, allarga il tema della salvezza ai convulsi movimenti di umanità, come le migrazioni di popoli che vengono cacciati e ricacciati da ogni parte. Per lei questo è uno scandalo. 

È un vero e proprio scandalo, che grida vendetta al cielo! Cinquanta milioni di persone oggi vivono sotto la soglia minima di povertà, sei milioni sono bambini; le statistiche dell’Onu ci parlano del flagello dell’Aids in molte parti dei continenti esclusi, in particolar modo in quel continente alla deriva che è l’Africa. Ma vogliamo fare i calcoli nel futuro?

Da qui al 2050? 
Sì, da qui al 2050 ci saranno nel nostro piccolo mondo nove miliardi di persone, di cui due terzi non sapranno come sopravvivere. Un problema che riguarda l’economia, non la psicologia. Viviamo in un mondo rovesciato. Abbattiamo i confini per il trasferimento di capitali e di industrie, però li chiudiamo alle persone. Abbiamo un bisogno urgente di cambiamento dell’ideologia del mercato fine a se stessa, però ciò non avviene. È chiaro che in un mondo così fatto i poveri chiedano di poter partecipare al banchetto dei ricchi. Ma gli stati del ben-essere, come l’Europa e l’Australia, si chiudono ermeticamente nei propri confini perché non vogliono vedere le conseguenze delle proprie azioni. Questo meccanismo ci porta alla contrapposizione fra primo e terzo mondo, fra le popolazioni che stanno bene e quelle che brancolano nell’indigenza e nella fame. Ma il meccanismo si dilata anche all’interno degli stati nazionali, dove si allarga la forbice fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Ecco allora che si pone la grande domanda etica: cosa possiamo fare noi davanti a questa situazione di tremenda ingiustizia planetaria e di fronte alle legittime richieste di movimento delle popolazioni che fuggono la fame? Oggi molta gente che fugge dalla Nigeria, dal Ghana, dalla Turchia deve dimostrare, una volta arrivata nei Paesi ricchi, che scappa per motivi politici e che ha testimoni diretti. Incredibile. Ma quale stato ha l’interesse a riconoscere a queste persone in fuga il diritto di asilo politico?

È un circolo vizioso. Non se ne esce. 
Individualmente ci sono persone che obiettano a questo sistema atroce. Ci sono impiegati statali, piloti di aerei, poliziotti, che davvero vengono in aiuto di queste persone a rischio anche di perdere il proprio posto di lavoro.

E la Chiesa che fa? 
Qui volevo arrivare… La Chiesa dovrebbe essere una sorta di internazionale dell’umanità e rifarsi alle sue vere fondamenta, che sono quelle testimoniate da Gesù, l’uomo nuovo, il figlio di Dio che ascoltava il cuore dell’umanità. Ma sia il Vaticano che le Chiese locali continuano a rifiutare questo ruolo fondamentale, preferendo utilizzare le modalità e i linguaggi della diplomazia.
I credenti oggi si attendono un discorso chiaro, senza fronzoli, preciso, che si fa carico del rischio per la salvezza dell’uomo che viene, che si manifesta, magari col suo bagaglio di sofferenza e di angoscia. Molte persone hanno capito da tempo che la parola di Dio vale davvero solo quando trasforma la paura in speranza. E questo è possibile solo attraverso l’esperienza vissuta, ossia destrutturando tutti i discorsi teologici in forme pratiche di azione nel mondo. L’insegnamento di Gesù, nell’interpretazione di san Paolo e di Martin Lutero, spiega perfettamente che nessuna persona può essere buona solo perché lo vuole, ma la sua bontà gli deriva solo da una manifestazione pratica del bene. E la grazia è la rivelazione di un incontro con l’altro.

È un altro modo di intendere la fede. Già Dietrich Bonhoeffer aveva posto il problema della fede nel tempo della sciagura nazista. Oggi – diceva Bonhoeffer – urge una fede matura, che sappia vivere “etsi deus non daretur”, come se Dio non ci fosse. E questa fede in Dio è l’azione incondizionata per l’altro uomo. Esistere-per-gli-altri: è la dimensione della fede nel nostro tempo. 
Il grande problema è che noi abbiamo una fede di derivazione autoritaria, che ci arriva dall’autorità ecclesiale sotto forma di superstizione. E in questo senso Freud aveva ragione a credere all’ateismo come un atteggiamento assolutamente umano, perché se credere a Dio significa conservare paure e angosce infantili, allora è una liberazione chiudere con quella fede-credenza. Ecco, dunque, la grande domanda che deve interpellare la Chiesa e ogni altra tradizione religiosa dell’umanità oggi: è importante difendere e sviluppare l’autorità, oppure vivere la fede nella vita concreta, pratica, nell’esperienza di un mondo sensibile e aperto alla voce e al richiamo degli altri? Essere liberi significa rompere con la nevrosi della costrizione. Un tema importante anche in chiave ecumenica.

Quale futuro hanno quindi i valori simbolici, l’identità, la religiosità?
È importante che vi siano degli spazi in cui le persone vengano considerate come valori in se stesse e non più strumenti per un fine materiale. È questo un obiettivo cui mirano insieme sia la religione che la psicoterapia affinché non si richieda alle persone ciò che esse possono diventare per noi, bensì incontrarle per la loro identità, offrendo loro la possibilità di conoscere e ritrovare se stesse.

La teologia riveste ancora una grande importanza per la visione terapeutica di cura dell’uomo? 
La psicologia e la teologia, pur avendo punti di partenza diversi, cercano di conseguire lo stesso scopo: prendersi cura della psiche umana. Mentre però lo psicoterapeuta, alleandosi con i sogni del paziente, giunge negli strati profondi dell’inconscio, come Orfeo alla ricerca della sua Euridice, il teologo, utilizzando i modelli offerti dalla storia della religione o dalla rivelazione, tenta di scendere dall’alto dell’illuminazione fino al piano della realtà. Entrambi i metodi, per quanto diversi siano i loro punti di partenza, si condizionano a vicenda. In ultima analisi, non si può credere in Dio, senza credere nell’uomo e probabilmente non si può nemmeno credere nell’uomo senza credere in Dio.

Se non ora, quando?

Autore: liberospirito 15 Giu 2011, Comments (0)

…siete per sempre coinvolti

Fabrizio De Andrè

 Un capitolo, all’interno del libro del teologo tedesco Eugen Drewermann Il messaggio delle donne (pubblicato da Queriniana) fa riferimento al venerdì santo, giorno della passione di Gesù, con parole che, in questi tempi di “guerre umanitarie”, “gente clandestina”, di ipocrisie e corruzione per ogni dove, val la pena ascoltare e su cui merita riflettere. Ne riporto alcuni passi:

 “In questo mondo è mille volte meglio morire come un bambino che uccidere come un adulto. (…) Perché ci risulta così pesante fare semplicemente ciò che crediamo essere la verità? E perché ci lasciamo costantemente ficcare in testa dai giornali, dalle trasmissioni radiotelevisive, dalla propaganda che la verità non ha alcuna possibilità di successo e che non è lecito viverla – per senso di responsabilità?  Anche un uomo come Pilato non voleva giustiziare Gesù; ma credette di avere il dovere di farlo. Bisogna arrivare a capire questo freddo sadismo del calcoloAnche un uomo come Caifa non voleva eliminare Gesù, credeva semplicemente di sapere che non ci si poteva più permettere quel profeta di Nazaret. Bisogna arrivare a capire questo cinismo pragmatico. Altrimenti il venerdì santo non avrà mai fine su questa terra intrisa di sangue. (…) Ogni ordine, anche se sbagliato, ha il suo esecutore materiale. (…) I peggiori delitti non vengono compiuti per il desiderio di uccidere; è più diabolica l’obbedienza, che ha paura di riflettere per conto suo sul contenuto di determinati ordini. Il predatore più terribile di questo mondo non è la pantera o il leone bensì un tipo umano che ha rinunciato a pensare, delegando la sua responsabilità ai sistemi, ai gradi, alle gerarchie. Quelli che sono sempre innocenti, questi cronici della coscienza pura, questi notissimi attivisti del dovere, sono loro i più tremendi; hanno sempre pronto il loro pretesto, portano sempre con sé il loro bravo certificato attestante che la loro coscienza è candida come il bucato, e alla fine dei conti non sono mai stati loro. (…) Non portate il cervello all’ammasso; diventate responsabili delle vostre azioni! Se non si rischia la propria libertà, la propria competenza, la propria responsabilità, il venerdì santo tornerà sempre.”

 A queste parole desidero fare un’aggiunta, perche credo sia importante non  tirarsi fuori dal gioco e cercare di sviluppare la capacità di vedere, presenti al proprio interno, tutte le caratteristiche del nostro essere umani, comprese le peggiori.

La vita della maggior parte di noi scorre ai margini dei giochi di potere, lontanissima dai luoghi decisionali, indaffarata nel lavoro quotidiano. In questa condizione – meri osservatori dell’andar del mondo – è facile tirarsi fuori e pensare se stessi come quelli buoni e bravi che mai e poi mai…

Di questa certezza ho paura, mi inquieta il non riconoscere in sé l’ombra del male che, messi alle strette, in situazioni differenti, buie, di pericolo, può agire come non avremmo mai pensato e cambiare la nostra fisionomia. Sento importante chiamarsi in causa, fare sforzo di immedesimazione, comprensione delle ragioni dell’altro, anche se assurde. Questo non per giustificare ma perché comprendere aiuta noi stessi ad essere autenticamente noi stessi, con tutto ciò di cui siam fatti, e prendere posizione, opporsi, ribellarsi – o qualsiasi atteggiamento si ritenga giusto nel momento preciso che lo richiede – senza schieramenti fanaticamente ideologici e pericolosi, in senso magari opposto, ma uguale, a quello per cui vorremmo alzar la voce.

A questo proposito Etty Hillesum nel suo diario, scritto tra il 1941 e il ’43, diceva:

 “Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. E’ l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove. (… ) La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell’uomo. Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l’arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com’è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. (…) E fa poi gran differenza se in un secolo è l’Inquisizione a far soffrire gli uomini, o la guerra e i pogrom in un altro? Assurdo, come dicono loro? Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell’altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita. (…) Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro (…) Molti di coloro che oggi s’indignano per certe ingiustizie, a ben guardare s’indignano solo perché quelle ingiustizie toccano proprio a loro: quindi non è un’indignazione veramente radicata e profonda”.

 E’ arrivato il tempo in cui indispensabile è chiamarci in causa tutti, nessuno escluso, domandarci come e iniziare a rimboccarsi le maniche perché, come recita una frase, molto usata ultimamente ma efficace: se non ora, quando?

S.P.