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Tag: Eresie

Qualche giorno fa è apparso un intervento di Eugenio Scalfari sul quotidiano da lui fondato – “La Repubblica” – dedicato alla figura di Francesco I. Scalfari può essere annoverato all’interno della folta schiera di laici folgorati dalle parole del nuovo papa. L’unica pecca di questo bizzarro cenacolo laicista risiede nel fatto che tutti quanti, incluso l’anziano opinionista con la sua prosa ridondante e supponente, celano una modesta conoscenza in materia di storia della cristianesimo. Non è certo su tali premesse che si può pensare di costruire un dialogo tra pensiero laico e pensiero religioso. Pubblichiamo a questo proposito la lettera che Daniela Di Carlo, pastora valdese in Milano, ha inviato come risposta al sopracitato quotidiano.

eretici_valdesi

Egregio Direttore,

mi chiamo Daniela di Carlo, sono pastora presso la Chiesa Valdese a Milano, e sono rimasta sconcertata dopo aver letto l’articolo a firma del fondatore del vostro giornale, di cui sono da tempo lettrice. Raramente si sono visti tali e tanti errori sulla Riforma protestante e sulla Chiesa Valdese, in un solo articolo su un quotidiano nazionale prestigioso come il vostro, e da parte di una firma eccellente quale quella di Eugenio Scalfari che dice peraltro di averla studiata a fondo.

A cominciare dal cinquecentenario della Riforma, che ricorre tra un anno e non ora, come è evidente dalla data (31/10/1517), fino al fatto che noi valdesi saremmo dei cripto-cattolici (e pertanto sommati a ortodossi, anglicani e copti, in contrasto con le vere chiese protestanti) e gli unici risparmiati “fisicamente e religiosamente” dalle persecuzioni della chiesa cattolica: da più di 600 anni, fino al 1848 anno delle “Lettere Patenti” di Carlo Alberto (che davano per la prima volta i diritti civili a valdesi ed ebrei, ma non quelli religiosi!), l’Inquisizione e le truppe pontificie, spesso alleate ai Savoia e altri sovrani, hanno fatto di tutto per farci sparire dal suolo italiano. Episodi storici documentati come Pasque piemontesi, strage dei valdesi in Calabria, “Sacro Macello” dei riformati in Valtellina non sono evidentemente – e tristemente – abbastanza noti al dott. Scalfari…

Vorrei anche sottolineare che la chiesa valdese è sì minoritaria, ma è presente in tutta Italia – e non solo a Roma e in Piemonte come dice lui: tanto per fare un esempio, solo la mia comunità di Milano conta un migliaio di membri e simpatizzanti (quasi 1500 se sommiamo la chiesa metodista sorella).

Per non parlare poi della figura di Lutero, totalmente stravolta nel racconto dello storico Scalfari (tra i peccati, oltre a essere diventato “prepotente” e lui stesso “sovrano assoluto”, il fatto che “si sposò”), e di una cosiddetta “religione luterana”, una denominazione, da lui evidentemente confusa con la confessione protestante in senso generale.

Quando poi si arriva a dire che il problema dell’unificazione dei Cristiani sarebbe costituito solo da liturgia e canone, e che Francesco sarebbe il vero difensore della Riforma oggi, si tocca il fondo.
La mia chiesa – come molte delle chiese protestanti storiche  è orgogliosa di non avere potere politico né temporale (né banche come lo IOR o possedimenti miliardari, mi verrebbe da aggiungere), di credere nel solo messaggio salvifico della Bibbia – senza intermediari terreni che ci assolvano o condannino, perché ci basta Gesù Cristo.

Non cerchiamo inoltre privilegi dallo Stato (come prova anche il nostro utilizzo dell’otto per mille, molto diverso dalla sostituzione della “congrua” da parte della chiesa cattolica), e da sempre ci impegniamo nelle battaglie di civiltà, per la libertà religiosa, di pensiero e di opinione di tutti – e non solo dei cristiani; per un diritto all’autodeterminazione in campo bioetico – testamento biologico in primis -, per un diritto delle coppie dello stesso sesso a vivere il loro amore, benedetto da Dio, e per i diritti delle donne, come dimostra – en passant – anche la mia professione, ancora del tutto sconosciuta nella chiesa sorella di Francesco.

Mi spiace davvero molto dover riscontrare la banalità e l’imprecisione con la quale il dott. Scalfari ha trattato tutti i protestanti, e in particolare noi valdesi, nel suo articolo di lodi sperticate a papa Francesco in occasione della giornata della Riforma, che è la nostra festa. E’ un suo diritto farlo – certo – ma, non a detrimento della storia e della verità, davanti ai vostri lettori e lettrici.
Grazie per l’attenzione,

pastora  Daniela Di Carlo

Siamo tutti yazidi: dalla parte degli eretici

Autore: liberospirito 12 Ago 2014, Comments (0)

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“Siamo tutti palestinesi”, ha scritto qualcuno, giorni fa, durante l’assedio del territorio palestinese. Ma negli stessi giorni un cui l’esercito israeliano bombardava Gaza, poco più oltre, in Irak, l’esercito dell’Isis (lo stato islamico jihadista in terra irakena) attuava il massacro degli yazidi. Da una parte il nazionalismo israeliano, dall’altra il più truce fondamentalismo arabo: in entrambi i casi ideologie violente, alimentate e sostenute dalle religioni.

Chi sono gli yazidi contro cui si accanisce la violenza e la crudeltà dell’intolleranza religiosa? Si tratta di un piccolo popolo che vive nell’area mesopotamica, spesso accusato dall’ortodossia islamica di praticare culti eretici e per questo duramente perseguitato prima dagli Ottomani,  poi dal governo turco e da Saddam Hussein che li emarginò e li discriminò socialmente e culturalmente.

Vengono anche chiamati dai tradizionalisti “adoratori del diavolo” poiché nel loro culto vi è l’adorazione  di Melek Tā’ūs, l’Angelo Pavone, figura dominante della religiosità yazidica; si tratta dell’angelo caduto, ma non divenuto come in altre religioni Satana, quindi non adorato in quanto diavolo, ma per la sua natura buona e la sua potenza di creatore. La religiosità degli Yazidi sarebbe antica di oltre 4.000 anni; in esso sarebbero confluiti nel corso del tempo elementi gnostici, zoroastriani, del cristianesimo nestoriano, della qabbalah ebraica e del sufismo islamico.

Le notizie di agenzia riportano che nei giorni scorsi 500 yazidi sono stati uccisi dai miliziani dell’Isis. Tra loro – come accade sempre in ogni guerra – ci sarebbero donne e bambini Si parla anche di persone bruciate vive e di altre sepolte vive.

“Siamo tutti palestinesi”, ha scritto qualcuno, giorni addietro. “Siamo tutti yazidi”, aggiungiamo noi oggi. Per smontare ogni fondamentalismo, dalla parte degli eretici.

Nel nome di Giordano Bruno

Autore: liberospirito 15 Feb 2014, Comments (0)

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Il 17 febbraio 1600, il filosofo Giordano Bruno, dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, con la lingua in giova – serrata da una morsa perché non possa parlare – viene condotto in piazza Campo de’ Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Le sue ceneri saranno poi gettate nel Tevere. Questa la sua fine. “Eretico, pertinace, impenitente”, recita la condanna emessa dal tribunale della Santa Inquisizione di Roma.

A questo proprosito riceviamo e pubblichiamo l’iniziativa promossa dall’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno che si terrà a Roma, proprio il 17 febbraio, sotto la statua di Giordano Bruno a partire dalle 16.45.

Sarà un convegno a cielo aperto (col patrocinio del Sindaco di Roma e del Centro internazionale di studi bruniani). Questi i relatori e gli interventi previsti: Maria Mantello – Liberi dalla soggezione;  Franco Ferrarotti – L’’idea di scienza in Giordano Bruno e prospettive culturali; Gianni Ferrara – La Costituzione repubblicana e la rivoluzione dei diritti; Alessandro Cecchi Paone Diritti umani, una questione di civile convivenza democratica.

 

La rivolta che non crede nel futuro

Autore: liberospirito 27 Ago 2013, Comments (0)

Questo articolo di Franco Berardi “Bifo” (scrittore e agitatore culturale) è apparso su “Alfabeta2” all’incirca alla metà di luglio, quindi ben prima che riesplodesse la polveriera egiziana in seguito all’arresto del presidente Morsi da parte dell’esercito. Ciononostante lo pubblichiamo perché resta ancora attuale. Il tema è quello della possibilità di una trasformazione reale della società egiziana (e di quella nordafricana in generale) stretta tra fondamentalismo religioso da una parte e ingerenza delle potenze occidentali dall’altra. Pur nella difficoltà (o impossibilità) di intravedere un “altro mondo possibile”, molti, soprattutto giovani, non si rassegnano e continuano a scendere in piazza e a protestare. La rivolta e la protesta divengono la sospensione temporanea di una condizione sempre più intollerabile. Qui l’autore sembra evocare l’idea della costruzione di “zone temporaneamente autonome”, elaborata anni addietro da Peter Lamborn Wilson (alias Hakim Bey), un profondo conoscitore della cultura islamica. Non a caso. Proprio il concetto della TAZ (zona temporaneamente autonoma) resta strettamente connesso a quello – da noi pressoché sconosciuto – di qiyamat (la “grande resurrezione” che conduce all’abrogazione delle norme religiose e dei poteri vigenti), elaborato all’interno di una corrente eretica shita e a suo tempo analizzata proprio da Lamborn Wilson. Come dire, tout se tient

 egypt protests

Verso la fine degli anni Novanta, a un giornalista che gli chiedeva se non fosse stato un errore armare gli islamisti afghani, Zbigniew Brzezinski, consulente della presidenza Carter, rispondeva, con l’arroganza di chi ha non capito l’essenziale: «Cos’è più importante nella storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche esaltato musulmano o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?»

Adesso sappiamo che la fine della guerra fredda non ha aperto un’epoca di armonia universale con qualche marginale disturbatore esaltato, ma ha inaugurato un’epoca di aggressività identitaria e di follia suicida. Il suicidio non faceva parte dell’armamentario dei sovietici, mentre è un elemento essenziale dell’islamismo contemporaneo. Perciò la guerra che Bush dichiarò infinita ha caratteri di asimmetria e d’imprevedibilità che non si possono ricondurre ad alcun pensiero strategico. L’illuminismo protestante che sta a fondamento dell’episteme strategica americana è incapace di interpretare i segni della cultura islamica, e la nozione formale di democrazia è inadatta per interpretare l’evoluzione attuale della guerra che si va diffondendo nel continente euroasiatico. Nessuna potenza militare pare in grado di ridurre la violenza contemporanea perché questa sfugge alle categorie della politica.

«La disperazione non è una categoria della scienza politica ma il movimento islamista non è pensabile se non lo si comprende come testimonianza di disperazione delle masse» , scrive Fethi Benslama, nel suo libro La psychanalyse face à l’Islam, un’indagine sulle origini psicoanalitiche dell’infelicità congenita alla cultura degli arabi, discendenti di Agar, la madre ripudiata e rimossa nella memoria dei suoi figli. L’islamismo contemporaneo è una sfida al razionalismo della politica moderna e della democrazia: interpretare quel che accade tra Kabul a Bengasi con la terminologia della democrazia e dell’illuminismo protestante è un modo per andare incontro alla sconfitta.

Nello scacchiere del mondo islamico si combattono diverse guerre, e nessuna di queste ha molto a che fare con la democrazia, questo feticcio che, svuotato di contenuto e di efficacia in Occidente, viene pubblicizzato con insistenza come un prodotto di scarto che gli occidentali sperano di rifilare a chi non l’ha mai visto.

Sullo sfondo, naturalmente, la guerra che Israele non può vincere. Ma quella guerra promessa per un futuro in(de)finito è il premio per il vincitore delle guerre che intanto si combattono. Anzitutto la guerra religiosa che oppone Islam sciita e Islam sunnita. Il disegno strategico dell’emirato sunnita che appariva una follia quando Osama Bin Laden lo dichiarò all’inizio del secolo, è oggi in piena sanguinosa realizzazione. Intere zone dell’Asia centrale sono militarmente governate dalla logica dell’Emirato: da Falluja ad Aleppo l’emirato sunnita è forza dominante, come nell’area che copre larga parte del territorio afghano ed intere regioni pachistane. La guerra civile siriana è ormai soltanto una guerra per il predominio sunnita, cui la minoranza alawita oppone una resistenza insormontabile.

Vi è poi la guerra sociale: la ricchezza è concentrata nelle mani dei padroni del petrolio (integrati al ciclo della finanza globale), e la miseria di massa che ne consegue alimenta in paesi come l’Egitto o come il Pakistan una conflittualità disperata perché incapace di aggredire il nodo essenziale della distribuzione della ricchezza e delle risorse. Democrazia non significherà niente fin quando la proprietà del petrolio, principale risorsa dell’area, rimarrà nelle mani di una minoranza culturalmente retriva e finanziariamente globalizzata. La rivoluzione egiziana del 2011 è stata preparata da un quinquennio di lotte operaie intense e vaste, ma dopo la rivoluzione del 2011 le condizioni di vita degli operai sono peggiorate e l’economia egiziana non dà segni di ripresa. Le rivolte arabe non cambieranno la realtà di quell’area fin quando non aggrediranno il forziere saudita.

Vi è infine la guerra culturale che il lavoro cognitivo cosmopolita conduce contro l’autoritarismo politico e contro l’oscurantismo religioso. Milioni di studenti, di lavoratori della rete globale, di blogger giornalisti e artisti hanno messo in contatto la dimensione culturale della rete con la strada provocando un cortocircuito che ha rimesso tutto in movimento. Ma questo terzo fronte è per il momento minoritario, e scatena processi che non è in grado di governare. A Tunisi come al Cairo come a Istanbul come a Damasco i movimenti sono iniziati da lavoratori precari ad alto grado di scolarizzazione e di integrazione nel lavoro cognitivo globale. Ma questi movimenti sono stati utilizzati ed emarginati dalle forze islamiste, oppure repressi dall’islamismo al governo, come nel caso della Turchia, dove l’esercito è, almeno per il momento, integrato e sottomesso al neoliberismo islamista di Erdogan. Questi movimenti continueranno a produrre rivolte che rimarranno subalterne sul piano politico, ma serviranno per consolidare ed estendere l’autonomia di una parte crescente della nuova generazione dall’oscurantismo e religioso e dalla violenza militare.

Ero al Cairo in aprile, quando è uscito in alcune sale della  città il film di Ibrahim El Batout El sheita elli fat (Winter of discontent), presentato a Venezia l’anno scorso. Sono andato a vederlo con gruppo di amici che lavorano nel mondo dell’arte e che viaggiano molto spesso nei paesi occidentali. Il film non è piaciuto a nessuno. Tutti lo trovavano ipocrita perché presentava la rivoluzione come l’inizio di un tempo nuovo in cui finalmente il popolo egiziano potrà prendere in mano il suo destino nella libertà.

I miei amici avevano tutti partecipato alle rivolte dell’inverno 2011 come attivisti, giornalisti o come media-artisti, ma nessuno di loro sembrava attendersi un mutamento positivo né (certamente) dal governo islamo-liberista della Fratellanza islamica, né da alcun altro rivolgimento possibile nel prossimo futuro.

Ciò mi ha fatto riflettere su questa generazione che si ribella con forza e radicalità senza nutrire alcuna speranza, senza attendersi alcun miglioramento. Come se la rivolta fosse, in sé, la sospensione temporanea di una condizione intollerabile – e il momento di riconoscimento di tutti coloro (e il numero cresce) che non vogliono più condividere nulla, credere in nulla, né partecipare a nulla. Solo vivere, inventando un altro mondo, non importa quanto impossibile.

Franco Berardi Bifo

www.alfabeta2.it

franco berardi bifo

Giornata dolciniana 2012

Autore: liberospirito 31 Ago 2012, Comments (0)

Or di’ a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedrai lo sole in breve,
s’egli non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non sarìa lieve

Inferno, c. XXVIII, 55-60

Come ogni anno agli inizi di settembre ha luogo nel biellese la Giornata Dolciniana. Diamo di seguito il programma.

8 settembre: a Biella, alle 16,30 presso la chiesa valdese (via Fecia di Cossato 9/c), dibattito con Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, e con il pastore Maurizio Abbà sul tema «Eretici ieri ed eretici oggi – riflessioni e proposte».

9 settembre: a Trivero (BI), lungo la Panoramica Zegna, alle ore 10 si svolgerà il culto valdese a cura del pastore Luciano Deodato. Alle ore 11 seguirà la salita al cippo di fra Dolcino per l’assemblea del Centro Studi Dolciniani. Alle 13 pranzo alla locanda Argimonia e canti della tradizione operaia. Infine, alle 15 si concluderà la giornata con musiche e danze.

Per informazioni contattare Piero Delmastro (tel. 015-94271; 339-4215756).

 

Minoranze e libertà

Autore: liberospirito 17 Apr 2012, Comments (0)

 

Sabato 28 aprile avrà luogo a Biella, alle ore 15.00 presso il Palazzo Ferrero un convegno dedicato alla figura di Tavo Burat, fondatore – fra le altre cose – del Centro Studi Dolciniani e di cui si è già parlato in altri post. Il titolo dell’incontro è Minoranze e libertà. Convegno sulle “battaglie” di Tavo Burat. Questo il programma dettagliato del convegno:

Patrizia Bellardone: Bibliografia ragionata

Michela Zucca: Civiltà alpina

Albina Malerba: Poesia e militanza civile

Federico Battistutta: L’eresia, un percorso di libertà

Enrico Pagano: La Resistenza: pratica contemporanea: Tavo su “L’Impegno”

Giuseppe Pidello e Maurizio Pelegrini: Attualità dell’Om Salvej

Seguirà dibattito sul tema: Come continuare l’opera  aperta da Tavo

La manifestazione terminerà la sera, alle 21,30, presso il Teatro Sociale Villani, sempre a Biella, con un concerto del gruppo Yo Yo Mundi. Numerose sono le associazioni promotrici. L’intera manifestazione è gratuita.

Giornata Dolciniana 2010

Autore: liberospirito 11 Ago 2010, Comments (0)

Come ogni anno, nella seconda settimana di settembre ha luogo la Giornata Dolciniana. Il programma di quest’anno prevede:

Sabato 11 settembre:

  • Ore 17,00. Presso la chiesa Valdese di Biella, via Fecia9/c, lo storico locale Gianni Valz Blin parlerà su: “Risorgimento biellese: tra alcuni aspetti e luoghi dei moti per l’unità d’Italia sboccia la riscoperta del movimento dolciniano”.

Domenica 12 settembre:

  • Ore 10,00. Presso la bocchetta di Margosio, sulla Panoramica Zegna, a 20 minuti da Trivero, in provincia di Biella, celebrazione del culto valdese tenuto dal pastore Giuseppe Platone.
  • Ore 11,00. Salita in corteo al cippo di fra Dolcino (15 minuti a piedi); a seguire, svolgimento dell’assemblea aperta del Centro Studi Dolciniani.

Quest’anno sarà l’occasione per ricordare Tavo Burat, fondatore del Centro Studi Dolciniani, scomparso nel dicembre dell’anno passato.

La città di Biella ha già voluto ricordarlo nel maggio scorso, con un incontro a lui dedicato, in cui hanno portato la loro testimonianza diverse persone: esponenti della comunità valdese – come Giorgio Bouchard -, del Centro Studi Dolciniani, del Centro Studi Piemontesi, dell’Alliance Française e della rivista in lingua piemontese “Alp”.

Per ulteriori notizie sull’attività del Centro Studi Dolciniani si può consultare il sito: http://fradolcino.interfree.it/.