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Tag: Erdogan

Per le donne di Kobane

Autore: liberospirito 11 Ott 2014, Comments (0)

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Vi ricordate di Srebrenica, nel luglio 1995? Laggiù, in terra bosniaca, a poca distanza dall’Italia, ebbe luogo un genocidio: ottomila persone finirono trucidate dai serbi. Giustamente, c’è chi in questi giorni ha accostato Kobane – città della Siria, al confine con la Turchia – a Srebrenica. Lo ha fatto, ad esempio, proprio l’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura: ha paragonato quanto sta accadendo a Kobane alla “vergogna” di Srebrenica, quando migliaia di civili vennero trucidati dai serbi davanti agli occhi delle truppe Onu, le quali quasi nulla fecero per impedirlo. «Non possiamo restare in silenzio», ha aggiunto de Mistura, chiedendo tra l’altro allo stato turco di permettere il passaggio ai volontari curdi in Turchia per recarsi «con le loro armi» a combattere con i curdi siriani. Queste parole, non scordiamolo, vengono da un diplomatico (che, fra l’altro, fu pure viceministro degli affari esteri nel governo Monti).

Intanto la Turchia di Erdogan se a parole condanna l’Isis, nei fatti continua a impedire il sostegno concreto dei curdi, presenti sul suo territorio, ai confratelli al di là del confine. Sale infatti il bilancio delle vittime degli scontri scoppiati durante le proteste della comunità curda in Turchia, contro l’avanzata dei militanti dello Stato islamico sulla città di Kobane (si parla di almeno 21 morti e 150 feriti).

Figura non migliore la stanno facendo gli Usa di Obama e i loro alleati anti-Isis. L’altro giorno un articolo del “Sole-24ore” titolava così: “L’Isis avanza a Kobane e la Coalizione si gioca la faccia”.

Non va dimenticato che le forze dell’Isis sono il prodotto delle alchimie politiche di americani, petro­-mo­nar­chie e turchi (vedi il precedente post su questo blog). L’incapacità di sostenere militarmente i curdi, le cui milizie costituiscono, di fatto, l’unico avversario credibile al Califfato in Siria, come in Iraq, sta ridicolizzando una coalizione che sembra esistere solo sulla carta. Il segretario di Stato americano, John Kerry, pur definendo «una tragedia» l’avanzata dell’Isis a Kobane, ha cercato di sminuire l’importanza strategica della città curda. In altre parole: si può lasciare massacrare il popolo di Kobane…

Sul motivo per cui la città di Kobane susciti così poco interesse c’è un bell’articolo di Sandro Mezzadra, apparso di recente sul “Manifesto”. In breve: la città è il cen­tro di uno dei tre can­toni che si sono costi­tuiti in «regioni auto­nome demo­cra­ti­che» di una con­fe­de­ra­zione di «curdi, arabi, assiri, cal­dei, tur­co­manni, armeni e ceceni», come recita il pre­am­bolo della Carta della Rojava (come si chiama il Kurdistan occi­den­tale o siriano). E’ un testo che parla di libertà, giu­sti­zia, dignità e democra­zia; di ugua­glianza e di «ricerca di un equi­li­brio eco­lo­gico». Il fem­mi­ni­smo, che vediamo in campo nei corpi delle guer­ri­gliere in armi, è riconosciuto nel prin­ci­pio della partecipazione pari­ta­ria a ogni istituto di auto­go­verno, che giorno per giorno mette in discus­sione le strutture patriar­cali. E l’autogoverno della città, pur tra mille difficoltà e con­trad­di­zioni, esprime dav­vero il prin­ci­pio di coo­pe­ra­zione, tra liberi e uguali. Un’entità comunista libertaria l’ha definita un articolo del “Fatto quotidiano”.

Infine, non va dimenticato che l’Isis si scontra non solo con le altre religioni o con i presunti eretici della propria, ma persegue, con ostinazione programmatica, l’ odio nei confronti delle donne. E non è un caso se sul campo di battaglia ci sono migliaia di donne in armi, pronte a ostacolarli, le quali non sono disposte a cedere ciò che hanno raggiunto. Affinchè a Kobane non tocchi lo stesso destino di Srebrenica. Il coraggio di queste donne va ricordato, con forza. Vogliamo dedicare questo post alla diciannovenne Ceylan Ozalp, che, nello scontro contro i miliziani islamisti, pur di non finire nelle mani dell’Isis ha rivolto l’ultimo proiettile verso di sé.

Scriblerus

La rivolta che non crede nel futuro

Autore: liberospirito 27 Ago 2013, Comments (0)

Questo articolo di Franco Berardi “Bifo” (scrittore e agitatore culturale) è apparso su “Alfabeta2” all’incirca alla metà di luglio, quindi ben prima che riesplodesse la polveriera egiziana in seguito all’arresto del presidente Morsi da parte dell’esercito. Ciononostante lo pubblichiamo perché resta ancora attuale. Il tema è quello della possibilità di una trasformazione reale della società egiziana (e di quella nordafricana in generale) stretta tra fondamentalismo religioso da una parte e ingerenza delle potenze occidentali dall’altra. Pur nella difficoltà (o impossibilità) di intravedere un “altro mondo possibile”, molti, soprattutto giovani, non si rassegnano e continuano a scendere in piazza e a protestare. La rivolta e la protesta divengono la sospensione temporanea di una condizione sempre più intollerabile. Qui l’autore sembra evocare l’idea della costruzione di “zone temporaneamente autonome”, elaborata anni addietro da Peter Lamborn Wilson (alias Hakim Bey), un profondo conoscitore della cultura islamica. Non a caso. Proprio il concetto della TAZ (zona temporaneamente autonoma) resta strettamente connesso a quello – da noi pressoché sconosciuto – di qiyamat (la “grande resurrezione” che conduce all’abrogazione delle norme religiose e dei poteri vigenti), elaborato all’interno di una corrente eretica shita e a suo tempo analizzata proprio da Lamborn Wilson. Come dire, tout se tient

 egypt protests

Verso la fine degli anni Novanta, a un giornalista che gli chiedeva se non fosse stato un errore armare gli islamisti afghani, Zbigniew Brzezinski, consulente della presidenza Carter, rispondeva, con l’arroganza di chi ha non capito l’essenziale: «Cos’è più importante nella storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche esaltato musulmano o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?»

Adesso sappiamo che la fine della guerra fredda non ha aperto un’epoca di armonia universale con qualche marginale disturbatore esaltato, ma ha inaugurato un’epoca di aggressività identitaria e di follia suicida. Il suicidio non faceva parte dell’armamentario dei sovietici, mentre è un elemento essenziale dell’islamismo contemporaneo. Perciò la guerra che Bush dichiarò infinita ha caratteri di asimmetria e d’imprevedibilità che non si possono ricondurre ad alcun pensiero strategico. L’illuminismo protestante che sta a fondamento dell’episteme strategica americana è incapace di interpretare i segni della cultura islamica, e la nozione formale di democrazia è inadatta per interpretare l’evoluzione attuale della guerra che si va diffondendo nel continente euroasiatico. Nessuna potenza militare pare in grado di ridurre la violenza contemporanea perché questa sfugge alle categorie della politica.

«La disperazione non è una categoria della scienza politica ma il movimento islamista non è pensabile se non lo si comprende come testimonianza di disperazione delle masse» , scrive Fethi Benslama, nel suo libro La psychanalyse face à l’Islam, un’indagine sulle origini psicoanalitiche dell’infelicità congenita alla cultura degli arabi, discendenti di Agar, la madre ripudiata e rimossa nella memoria dei suoi figli. L’islamismo contemporaneo è una sfida al razionalismo della politica moderna e della democrazia: interpretare quel che accade tra Kabul a Bengasi con la terminologia della democrazia e dell’illuminismo protestante è un modo per andare incontro alla sconfitta.

Nello scacchiere del mondo islamico si combattono diverse guerre, e nessuna di queste ha molto a che fare con la democrazia, questo feticcio che, svuotato di contenuto e di efficacia in Occidente, viene pubblicizzato con insistenza come un prodotto di scarto che gli occidentali sperano di rifilare a chi non l’ha mai visto.

Sullo sfondo, naturalmente, la guerra che Israele non può vincere. Ma quella guerra promessa per un futuro in(de)finito è il premio per il vincitore delle guerre che intanto si combattono. Anzitutto la guerra religiosa che oppone Islam sciita e Islam sunnita. Il disegno strategico dell’emirato sunnita che appariva una follia quando Osama Bin Laden lo dichiarò all’inizio del secolo, è oggi in piena sanguinosa realizzazione. Intere zone dell’Asia centrale sono militarmente governate dalla logica dell’Emirato: da Falluja ad Aleppo l’emirato sunnita è forza dominante, come nell’area che copre larga parte del territorio afghano ed intere regioni pachistane. La guerra civile siriana è ormai soltanto una guerra per il predominio sunnita, cui la minoranza alawita oppone una resistenza insormontabile.

Vi è poi la guerra sociale: la ricchezza è concentrata nelle mani dei padroni del petrolio (integrati al ciclo della finanza globale), e la miseria di massa che ne consegue alimenta in paesi come l’Egitto o come il Pakistan una conflittualità disperata perché incapace di aggredire il nodo essenziale della distribuzione della ricchezza e delle risorse. Democrazia non significherà niente fin quando la proprietà del petrolio, principale risorsa dell’area, rimarrà nelle mani di una minoranza culturalmente retriva e finanziariamente globalizzata. La rivoluzione egiziana del 2011 è stata preparata da un quinquennio di lotte operaie intense e vaste, ma dopo la rivoluzione del 2011 le condizioni di vita degli operai sono peggiorate e l’economia egiziana non dà segni di ripresa. Le rivolte arabe non cambieranno la realtà di quell’area fin quando non aggrediranno il forziere saudita.

Vi è infine la guerra culturale che il lavoro cognitivo cosmopolita conduce contro l’autoritarismo politico e contro l’oscurantismo religioso. Milioni di studenti, di lavoratori della rete globale, di blogger giornalisti e artisti hanno messo in contatto la dimensione culturale della rete con la strada provocando un cortocircuito che ha rimesso tutto in movimento. Ma questo terzo fronte è per il momento minoritario, e scatena processi che non è in grado di governare. A Tunisi come al Cairo come a Istanbul come a Damasco i movimenti sono iniziati da lavoratori precari ad alto grado di scolarizzazione e di integrazione nel lavoro cognitivo globale. Ma questi movimenti sono stati utilizzati ed emarginati dalle forze islamiste, oppure repressi dall’islamismo al governo, come nel caso della Turchia, dove l’esercito è, almeno per il momento, integrato e sottomesso al neoliberismo islamista di Erdogan. Questi movimenti continueranno a produrre rivolte che rimarranno subalterne sul piano politico, ma serviranno per consolidare ed estendere l’autonomia di una parte crescente della nuova generazione dall’oscurantismo e religioso e dalla violenza militare.

Ero al Cairo in aprile, quando è uscito in alcune sale della  città il film di Ibrahim El Batout El sheita elli fat (Winter of discontent), presentato a Venezia l’anno scorso. Sono andato a vederlo con gruppo di amici che lavorano nel mondo dell’arte e che viaggiano molto spesso nei paesi occidentali. Il film non è piaciuto a nessuno. Tutti lo trovavano ipocrita perché presentava la rivoluzione come l’inizio di un tempo nuovo in cui finalmente il popolo egiziano potrà prendere in mano il suo destino nella libertà.

I miei amici avevano tutti partecipato alle rivolte dell’inverno 2011 come attivisti, giornalisti o come media-artisti, ma nessuno di loro sembrava attendersi un mutamento positivo né (certamente) dal governo islamo-liberista della Fratellanza islamica, né da alcun altro rivolgimento possibile nel prossimo futuro.

Ciò mi ha fatto riflettere su questa generazione che si ribella con forza e radicalità senza nutrire alcuna speranza, senza attendersi alcun miglioramento. Come se la rivolta fosse, in sé, la sospensione temporanea di una condizione intollerabile – e il momento di riconoscimento di tutti coloro (e il numero cresce) che non vogliono più condividere nulla, credere in nulla, né partecipare a nulla. Solo vivere, inventando un altro mondo, non importa quanto impossibile.

Franco Berardi Bifo

www.alfabeta2.it

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