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Tag: ecoteologia

L’altro giorno a LaPaz, in Bolivia, David Choquehuanca, vicepresidente boliviano ha tenuto un importante discorso di insediamento. Riportiamo il testo integrale. Lo potremmo definire un discorso misticopolitico, perché troviamo riferimenti alla spiritualità dei popoli amerindi, ma anche un esplicito e articolato programma politico. Per chi desidera leggerlo nella versione originale o guardare il video con il discorso qui c’è il link: emigrazione-notizie.org. Un avvertenza: non facciamoci scoraggiare dai termini delle culture andine che compaiono qua e là nel discorso; rimandano tutti alle loro cosmovisioni, il cui significato lo si può in buona parte ricavare intuitivamente dal contesto in cui sono inseriti.

Con il permesso dei nostri dei, dei nostri fratelli maggiori e della nostra Pachamama, dei nostri antenati, dei nostri achachila, con il permesso del nostro Patujú, del nostro arcobaleno, della nostra sacra foglia di coca. Con il permesso dei nostri popoli, con il permesso di tutti i presenti e non presenti in questo emiciclo. Oggi voglio condividere i nostri pensieri in pochi minuti. È un obbligo di comunicazione, un obbligo di dialogo, è un principio del vivere bene. I popoli delle culture antiche, della cultura della vita, mantengono le nostre origini sin dagli albori dei tempi antichi. Noi bambini abbiamo ereditato una cultura antica che comprende che tutto è correlato, che niente è diviso e che niente è fuori.

Ecco perché ci dicono che andiamo tutti insieme, che nessuno è lasciato indietro, che tutti hanno tutto e nessuno manca di niente. E il benessere di tutti è benessere di sé stessi, che aiutare è motivo per crescere ed essere felici, che rinunciare a beneficio dell’altro ci fa sentire rafforzati, che unirsi e riconoscersi in tutto è il cammino di ieri, oggi domani e sempre da dove non ci siamo mai smarriti. L’ayni, il minka, la tumpa, la nostra colka e altri codici di antiche culture sono l’essenza della nostra vita, del nostro ayllu. Ayllu non è solo un’organizzazione della società degli esseri umani, ayllu è un sistema di organizzazione della vita di tutti gli esseri, di tutto ciò che esiste, di tutto ciò che scorre in equilibrio sul nostro pianeta o Madre Terra. Per secoli i canoni civilizzatori degli Abya Yala furono destrutturati e molti di loro sterminati, il pensiero originario fu sistematicamente sottoposto al pensiero coloniale. Ma non potevano spegnerci, siamo vivi, siamo di Tiwanaku, siamo forti, siamo come la pietra, siamo cholke, siamo sinchi, siamo Rumy, siamo Jenecherú, fuoco che non si è mai spento, siamo di Samaipata, siamo giaguaro, siamo Katari, siamo Comanches, siamo Maya, siamo Guarani, siamo Mapuche, Mojeño, siamo Aymara, siamo Quechua, siamo Jokis, e siamo tutti i popoli della cultura della vita che risvegliano larama, uguali, ribelli con saggezza.

Oggi la Bolivia e il mondo vivono una transizione che si ripete ogni 2000 anni, nel quadro della ciclicità del tempo, passiamo dal non tempo al tempo, iniziando la nuova alba, un nuovo Pachakuti nella nostra storia. Un nuovo sole e una nuova espressione nel linguaggio della vita dove l’empatia per l’altro o per il bene collettivo sostituisce l’individualismo egoistico. Dove i boliviani si guardano tutti allo stesso modo e sappiamo che uniti valiamo di più, siamo di nuovo in un’epoca in cui siamo di nuovo Jiwasa, non sono io, siamo noi. Jiwasa è la morte dell’egocentrismo, Jiwasa è la morte dell’antropocentrismo ed è la morte del teolocentrismo.
Siamo in tempo per tornare a essere Iyambae, è un codice che i nostri fratelli Guarani hanno protetto, e Iyambae è lo stesso di una persona che non ha proprietario, nessuno al mondo deve sentirsi proprietario di nessuno e di niente. Dal 2006 in Bolivia abbiamo iniziato un duro lavoro per collegare le nostre radici individuali e collettive, per tornare ad essere noi stessi, per tornare al nostro centro, a taypi, a pacha, all’equilibrio da cui viene la saggezza delle civiltà più importanti del nostro pianeta. Siamo in procinto di recuperare le nostre conoscenze, i codici della cultura della vita, i canoni civilizzatori di una società che ha vissuto in intima connessione con il cosmo, con il mondo, con la natura e con la vita individuale e collettiva, per costruire il nostro suma kamaña, dal nostro suma akalle, che è garantire il bene individuale e il bene collettivo o comunitario.

Siamo in tempi di recupero della nostra identità, delle nostre radici culturali, del nostro bene, abbiamo radici culturali, abbiamo filosofia, storia, abbiamo tutto, siamo persone e abbiamo diritti. Uno dei canoni incrollabili della nostra civiltà è la saggezza ereditata attorno al Pacha, garantire equilibrio in ogni tempo e spazio è saper gestire tutte le energie complementari, quella cosmica che viene dal cielo con quella della la terra, che emerge da sotto terra. Queste due forze cosmiche telluriche interagiscono creando ciò che chiamiamo vita come totalità visibile (Pachamama) e spirituale (Pachakama). Comprendendo la vita in termini di energia abbiamo la possibilità di modificare la nostra storia, materia e vita come convergenza della forza chacha-warmi, quando ci riferiamo alla complementarità degli opposti. Il nuovo tempo che stiamo iniziando sarà sostenuto dall’energia degli ayllu, della comunità, del consenso, dell’orizzontalità, degli equilibri complementari e del bene comune. Storicamente, la rivoluzione è intesa come un atto politico per cambiare la struttura sociale, al fine di trasformare la vita dell’individuo, nessuna delle rivoluzioni è riuscita a modificare la conservazione del potere, per mantenere il controllo sulle persone.

Non è stato possibile cambiare la natura del potere, ma il potere è riuscito a distorcere le menti dei politici, il potere può corrompere ed è molto difficile modificare la forza del potere e le sue istituzioni, ma è una sfida che assumeremo dalla saggezza dei nostri popoli. La nostra rivoluzione è la rivoluzione delle idee, è la rivoluzione degli equilibri, perché siamo convinti che per trasformare la società, il governo, la burocrazia e le leggi e il sistema politico dobbiamo cambiare come individui. La nostra verità è molto semplice, il condor prende il volo solo quando la sua ala destra è in perfetto equilibrio con la sua ala sinistra, il compito di formarci come individui equilibrati è stato brutalmente interrotto secoli fa, non lo abbiamo concluso e il tempo dell’era ayllu, della comunità, è già con noi. Richiede che siamo individui liberi ed equilibrati per costruire relazioni armoniose con gli altri e con il nostro ambiente, è urgente essere esseri capaci di mantenere l’equilibrio per noi stessi e per la comunità. Siamo ai tempi dei fratelli degli Apanaka Pachakuti, fratelli del cambiamento, dove la nostra lotta non era solo per noi stessi, ma anche per loro e non contro di loro. Cerchiamo il mandato, non cerchiamo il confronto, cerchiamo la pace, non siamo della cultura della guerra o del dominio, la nostra lotta è contro ogni tipo di sottomissione e contro il singolo pensiero coloniale, patriarcale, da qualunque parte provenga. L’idea dell’incontro tra spirito e materia, cielo e terra di Pachamama e Pachakama ci permette di pensare che una donna e un uomo nuovi potranno guarire l’umanità, il pianeta e la bella vita che è in esso e restituire la bellezza alla nostra madre terra.
Difenderemo i sacri tesori della nostra cultura da ogni interferenza, difenderemo i nostri popoli, le nostre risorse naturali, le nostre libertà e i nostri diritti.

Torneremo al nostro Qhapak Ñan, il nobile sentiero dell’integrazione, il sentiero della verità, il sentiero della fratellanza, il sentiero dell’unità, il sentiero del rispetto per le nostre autorità, le nostre sorelle, il sentiero del rispetto per il fuoco, il percorso del rispetto per la pioggia, il percorso del rispetto per le nostre montagne, il percorso del rispetto per i nostri fiumi, il percorso del rispetto per la nostra madre terra, il percorso del rispetto per la sovranità dei nostri popoli. Fratelli, per concludere, i boliviani devono superare la divisione, l’odio, il razzismo, la discriminazione tra i compatrioti, non più la persecuzione della libertà di espressione, non più la giuridicalizzazione della politica. Niente più abuso di potere, il potere deve essere di aiuto, il potere deve circolare, il potere, così come l’economia, deve essere ridistribuito, deve circolare, deve fluire, proprio come il sangue scorre nel nostro corpo, niente più impunità, giustizia fratelli.
Ma la giustizia deve essere veramente indipendente, mettiamo fine all’intolleranza dell’umiliazione dei diritti umani e della nostra madre terra. Il nuovo tempo significa ascoltare il messaggio dei nostri popoli che arriva dal profondo del loro cuore, significa curare le ferite, guardarsi con rispetto, recuperare la patria, sognare insieme, costruire fratellanza, armonia, integrazione, speranza di garantire la pace e la felicità delle nuove generazioni. Solo così potremo vivere bene e governarci.

David Choquehuanca

 

La caduta del cielo (secondo gli yanomani)

Autore: liberospirito 18 Giu 2018, Comments (0)

A seguire la recensione del libro La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami, recentemente tradotto in italiano. L’autrice dell’articolo è Loretta Emiri, che ha vissuto per diversi anni nell’Amazzonia brasiliana, collaborando con il popolo yanomani, occupandosi a vari livelli di questioni relative all’educazione. Si tratta di un libro di notevoli dimensioni: un’autobiografia, ma al tempo stesso un’enciclopedia yanomami, con informazioni che spaziano dalla lingua alla  mitologia, dalla botanica, alla zoologia e tutta la cultura materiale.

Nel settembre del 1984 venne pubblicato a Torino il libro intitolato Gli ultimi Yanomami. Nella copertina figura anche il sottotitolo “Un tuffo nella preistoria”. All’epoca avevo già vissuto per quattro anni nell’area del Catrimâni, operando con e a favore degli indios Yanomami, vivendo con loro gli anni più felici della mia vita. Poiché i miei sforzi professionali derivavano dall’esigenza di contribuire alla sopravvivenza fisica e culturale degli Yanomami, la parola “ultimi” mi indignò alquanto. Nel luglio del 2017 il Corriere della sera ha pubblicato un reportage, uno dei sottotitoli del quale è “La preghiera degli ultimi Yanomami”. Dal 1984 al 2017 sono trascorsi trentatré anni, eppure in Italia, riferendosi a questa etnia, si utilizzano le stesse banali, stereotipate parole. Nel gennaio del 2018 è andata in onda su RAI-TRE l’intervista fattami da Sveva Sagramola. Un’amica, sessantottina e giornalista, mi ha scritto: “Certo, il fatto che si siano raddoppiati, che si salvaguardano da soli (bene!) ha tolto un po’ di carica emotiva… che cosa possiamo fare noi per loro? O loro per noi?”.

Cosa possono fare gli yanomami per noi? Possono aiutarci a guarire dall’etnocentrismo, che è proprio una tremenda, contagiosa malattia. È recente l’uscita del libro di Davi Kopenawa e Bruce Albert, La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami (edizione Nottetempo). Pubblicata in francese e inglese nel 2010, in portoghese nel 2015 e ora in italiano, l’opera è destinata a raggiungere il mondo intero, come il coautore Davi Kopenawa, sciamano yanomami, si augura. Nel dicembre del 1989 l’etnologo francese Bruce Albert ha iniziato a registrare le parole di Davi, e lo ha fatto per più di dieci anni; poi, grazie allo straordinario dominio che ha della stessa lingua parlata da Davi, le ha tradotte in francese. Il libro è il risultato della complicità fra i due uomini e della loro preoccupazione con le sorti del popolo yanomami, sempre sistematicamente minacciato dai fronti di espansione della società occidentale. È un’autobiografia che, al tempo stesso, l’etnologo converte in biografia. È un’enciclopedia yanomami, data la mole delle informazioni che riguardano habitat, lingua, mitologia, botanica, zoologia, cultura materiale.

La lettura dell’opera ci permette di penetrare nella cosmogonia yanomami; di conoscere su quali valori questo popolo ha costruito la propria struttura sociale; ci fa meditare su modi diversi di vedere, sentire, agire; mette a confronto la società cosiddetta “civilizzata” con quella cosiddetta “primitiva”. Per gli occidentali “ecologia” è una parola alla moda, per gli yanomami è uno stile di vita. Accumulo, consumismo, aggressione alla natura, sfruttamento selvaggio delle risorse naturali hanno trasformato la terra in un immondezzaio. Non riusciamo più a smaltire i rifiuti. Quelli tossici avvelenano l’aria, l’acqua, il sottosuolo, tutto ciò che mangiamo, e noi moriamo di cancro. I pesci muoiono soffocati dalla plastica; in mare muoiono i “diversi” che il nostro egoismo respinge. Concepite da menti malate, faraoniche centrali idroelettriche e nucleari si sono trasformate in catastrofi ambientali, arrivando a devastare territori anche molto lontani dai luoghi in cui sono state costruite. Tutto avviene in nome del cosiddetto progresso, che, aumentando, non fa altro che svuotare l’animo degli uomini, rendendoli individualisti e sconsolatamente soli.

Le parole di Davi e Bruce ci mettono di fronte a tutto questo. Davi e così generoso da preoccuparsi anche per gli uomini bianchi: suggerendo di fare in modo che il cielo non cada, sta dicendoci che insieme agli Yanomami ci salveremmo anche noi. D’altronde, la generosità è il valore più grande per gli Yanomami. Secondo loro, solo chi è stato generoso in vita raggiungerà la “terra di sopra”, cioè la dimensione che noi chiamiamo cielo. Alla fine degli anni settanta, io e gli altri membri dell’equipe di lavoro dell’area del Catrimâni, portavamo avanti un progetto denominato Piano di Coscientizzazione, che doveva servire per coadiuvare gli Yanomami nel capire cosa stava minacciando, all’epoca, il loro territorio (apertura di strade, segherie, colonizzazione). All’inizio non fu per niente facile, perché gli indigeni obiettavano che la foresta è grande e c’è posto per tutti. Quando epidemie e morti hanno ridotto tredici villaggi in otto piccoli gruppi di sopravvissuti, sulla pelle hanno capito cosa l’uomo bianco portava con sé.

Tra le rivendicazioni degli ultimi anni degli indios brasiliani, e gli Yanomami non fanno eccezione, c’è quella di non parlare di loro al passato remoto, di smetterla di collocarli nella preistoria. Ci sono. Esistono. Resistono all’invasione delle proprie terre da oltre cinquecento anni. Sono nostri contemporanei. Le loro culture e società non sono inferiori, sono solo differenti. Hanno molto da insegnarci, se solo avessimo l’umiltà di ascoltarli per quello che sono: esseri umani con conoscenze, esperienze, diritti, sentimenti, sogni, proprio come lo siamo noi. Nonostante le continue, estenuanti aggressioni al loro territorio e al loro modo di vivere, in questi ultimi anni gli Yanomami sono considerevolmente aumentati, si sono organizzati in associazioni, hanno maestri, infermieri, leader che percorrono il mondo per tenere alta l’attenzione sulla loro situazione, denunciando violazioni, rivendicando diritti.

No, proprio no: a essere gli ultimi non sono né saranno gli Yanomami. Se il cielo cadrà, ad avere chance di sopravvivenza saranno proprio loro e gli altri popoli indigeni, perché sanno come trattare la terra, come godere con lei senza violentarla, come metterla incinta e perpetuare la discendenza. In occasione di un soggiorno nel villaggio di Davi, Bruce scattò una foto che mi ritrae con la figlia di Davi in braccio: per me è più preziosa di tutto l’oro e minerali preziosi che i depredatori bianchi hanno già abusivamente estratto dal territorio yanomami. Associato all’immagine della foto è l’augurio che la piccola società yanomami continui a crescere forte e sana, a dispetto di tutti e tutto.

Loretta Emiri

 

“Spiritualità laica” è un termine che ci è sufficientemente caro, per quanto suoni ambiguo. Infatti viviamo ancora in un tempo in cui frequentiamo termini logori e consunti, superati dai fatti, in attesa che un nuovo linguaggio possa fiorire e imporsi in tutta la sua evidenza. Di spiritualità laica ne ha parlato anche Serge Latouche mettendo in relazione decrescita, ecologia profonda e, appunto, spiritualità laica. Questa breve nota che pubblichiamo proviene dal “Quaderno di Ecofilosofia” (www.filosofiatv.org). 

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Nel sito www.decroissance.org, c’è una pagina dedicata alle faq sulla decrescita, ad un certo punto vien posta la questione dei rapporti tra decrescita e deep ecology: la risposta è totalmente sconfortante, perché invece di prospettare un’integrazione, delinea una totale contrapposizione precisando che la decrescita dovrebbe essere decisamente antropocentrica, al contrario dell’ecologia profonda!(1)

La sottomissione della Décroissance ad uno dei pilastri più importanti del pensiero sviluppista dominante, non può che stupire, perché equivale a disinnescare le potenzialità della decrescita come paradigma alternativo. Fortunatamente, vi sono anche posizioni di segno ben diverso: Serge Latouche, in uno degli ultimi libri pubblicati in Italia (2), conclude le sue interessanti riflessioni con una esplicita rivalutazione di Arne Naess e della Deep Ecology. Serge infatti osserva che il pensiero della decrescita ha bisogno di essere completato sul versante spirituale, tramite l’elaborazione di ciò che lui indica come “spiritualità laica”, per distinguerla dalle varie forme religiose. Latouche si esprime in questi termini: ”Trovo questo aspetto nell’ecologia profonda, anche se il termine in Francia è sospetto. L’ecologia profonda è quella che si oppone all’ambientalismo superficiale […]. Nell’ecosofia di Arne Naess ci sono molte cose in cui ci si può riconoscere” (p. 143)

(1) Riportiamo il testo così come compare nel sito citato. La décroissance est-elle de l’« écologie profonde » ? L’« écologie profonde » (deep ecology) se définit généralement par le « bio- centrisme », c’est-à-dire qu’elle considère l’humanité seulement comme une partie d’un ensemble vivant. La décroissance est au contraire anthropocentrique : elle place l’humain au centre et accorde à la nature une place très importante, mais qui demeure seconde. La décroissance est donc opposée à l’écologie profonde.

(2) Serge Latouche, L’economia è una menzogna, Bollati Boringhieri, 2014.

Per riscoprire l’incanto dell’universo

Autore: liberospirito 4 Feb 2017, Comments (0)

Proponiamo la presentazione di Claudia Fanti del numero speciale di “Adista” in uscita (n.6/febbraio 2017) dal titolo Terra. Di ritorno dall’esilio. L’esilio di cui si parla è proprio dalla terra, la nostra casa comune. Per ogni info: http://www.adista.it

ecology

L’alca gigante era un uccello simile al pinguino, incapace di volare, con ali piccole e tozze, piume bianche sul torace e scure sul dorso e due macchie bianche sopra ogni occhio. A raccontarne la vicenda è Elizabeth Kolbert, che, nel suo magnifico libro La sesta estinzione. Una storia innaturale, riferisce come l’alca gigante, prima che cominciasse il suo «sterminio su larga scala», spaziasse, in milioni di esemplari, dalla Norvegia all’isola di Terranova e dall’Italia alla Florida, finché, essendo lenta a muoversi e dunque facilmente catturabile, non divenne la provvista ideale per i pescatori di merluzzo europei, impegnati, agli inizi del XVI secolo, in regolari spedizioni verso Terranova. Quindi, nei decenni successivi, le alche vennero utilizzate come esche per la pesca, come combustibile («Ci si porta dietro un bollitore – riferì un marinaio inglese di nome Aaron Thomas – e ci si mette dentro un pinguino o due, si accende un fuoco alla base e questo fuoco si alimenta completamente dei due disgraziati pinguini») e come imbottitura per i materassi («Se si è venuti fin qui per il loro piumaggio – raccontò ancora Thomas -, (…) basta afferrarne uno e strappare le piume migliori. Poi il povero pinguino viene lasciato libero, con la pelle seminuda e lacerata, a morire delle ferite riportate»). Non sorprende allora come, alla fine del ‘700, il numero degli uccelli fosse in rapido calo: il commercio delle piume era diventato così redditizio che gli uomini delle spedizioni trascorrevano l’intera estate «a far bollire gli animali e a strappare loro le piume». Sopravvissuta, negli anni ’30 del XIX secolo, solo su uno spuntone roccioso dell’isola di Eldey, in Islanda, l’alca gigante – evidenzia Kolbert – si trovò infine «ad affrontare una nuova minaccia: la sua stessa rarità», diventando ambita preda dei collezionisti. Fu proprio per ordine di questi che l’ultima coppia conosciuta venne uccisa, proprio sull’isola di Eldey, nel 1844.

Se l’estinzione dell’alca gigante può apparire drammatica, non è nulla, tuttavia, rispetto alle stragi che la specie autodenominatasi piuttosto arbitrariamente homo sapiens avrebbe realizzato da lì in avanti – il segno distintivo della nuova epoca geologica chiamata Antropocene, caratterizzata proprio dall’impatto senza precedenti dell’azione umana sull’ambiente terrestre –: oggi, come segnala Kolbert, «si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire».

Risuona pertanto quanto mai opportuno il monito di papa Francesco nella Laudato si’: «Essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge a un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione». E quanto sia grave, tale perdita, lo si capisce ancora meglio considerando il tempo impiegato dall’universo per generare la vita in tutte le sue meravigliose forme: un cammino iniziato 13,7 miliardi di anni fa, a partire da un minuscolo punto di trilioni di gradi di temperatura, che ha dato vita a un turbinio incessante di particelle, le quali, man mano che il neonato universo ha continuato a espandersi e a raffreddarsi, hanno iniziato a costituire legami stabili, progredendo in comunità sempre più complesse, fino a costituire le stelle e le galassie e i pianeti, tra cui il nostro splendente pianeta bianco-azzurro, grondante di vita e, secondo la teoria di Gaia, vivente esso stesso, come sistema complesso e autoregolato in grado di preservare i presupposti della vita e di produrne sempre nuova. Il tutto, secondo un movimento calibrato in maniera così perfetta che se, per esempio, il ritmo di espansione fosse stato più lento solo di un milionesimo dell’1%, l’universo sarebbe nuovamente collassato e, se fosse stato più veloce, appena – di nuovo – di un milionesimo dell’1%, non si sarebbe formata alcuna struttura in grado di produrre la vita. Una dinamica così sorprendentemente autoregolata, questa, da indurre il fisico Freeman Dyson a dichiarare che, quanto più esaminava i particolari dell’architettura cosmica, tanto più trovava prove «che l’universo, in un certo senso, doveva già sapere che saremmo arrivati». E se, come ha mostrato il Premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine, l’evoluzione si realizza nello sforzo di creare ordine nel disordine – il caos, cioè, si rivela altamente generativo, trasformandosi in un fattore di costruzione di forme sempre più alte di ordine – è legittimo sperare che, malgrado tutte le crisi, tutte le traversie, tutte le devastazioni, l’universo vada auto-organizzandosi e autocreandosi in direzione di una sempre maggiore complessità, bellezza, profondità.

È a tale viaggio appassionante che abbiamo allora voluto dedicare questo numero speciale, il primo di una serie di 5 numeri dal titolo “Terra. Di ritorno dall’esilio: la riscoperta della nostra Casa comune”, promossa dalla nostra associazione, Officina Adista, e finanziata con il contributo dell’8 per mille della Chiesa valdese. Un cammino che percorriamo, in queste pagine, in compagnia di Leonardo Boff, Ilia Delio, José Arregi, Elizabeth Green e Federico Battistutta. Buona lettura e buon viaggio.

Claudia Fanti

La lezione della foresta comunitaria

Autore: liberospirito 6 Gen 2017, Comments (0)

Apriamo i post del 2017 con una notizia che viene dall’Africa – Nigeria, per la precisione. Parliamo sempre di ambiente, di cura dell’ambiente e di esperienze che è bene conoscere. Qui una foresta sta rischiando di scomparire per fare posto a una superstrada a sei corsie lunga 260 chilometri. Le comunità locali, a cominciare dalle donne, si sono ribellate e hanno cominciato l’autogestione della foresta, costruendo da sole alcune piccole strade, materiali di sussistenza e cibo senza abbattere un solo albero. E’ un insegnamento anche per noi. Quanto segue è un articolo sull’argomento a cura di Maria G. Di Renzo – giornalista (cura il blog lunanuvola, dove è apparso il testo qui sotto), formatrice e regista teatrale. 

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La comunità Ekuri, in Nigeria, amministra trecentotrentasei chilometri quadrati di foresta comunitaria adiacente al Parco Nazionale di Cross River. Questo assetto ha avuto inizio negli anni Ottanta, quando i villaggi Ekuri si unirono per opporsi alla proposta di disboscamento commerciale della foresta stessa.

Il progetto includeva la costruzione di una strada che avrebbe collegato i villaggi ai mercati locali: ma gli Ekuri decisero per un’amministrazione della foresta ecosostenibile e comunitaria, generando reddito, materiali di sussistenza e cibo senza tagliare un solo albero. I guadagni prodotti in questo modo finanziarono comunque la strada di cui la comunità aveva bisogno per raggiungere i mercati, resero possibile la costruzione di due scuole, di una clinica sanitaria e di un centro civico ove gli Ekuri si radunano per prendere decisioni su quella che è l’ultima foresta pluviale ancora esistente in Nigeria. Attualmente, la comunità si trova di fronte a una nuova minaccia: la costruzione di una superstrada che distruggerebbe gran parte del lavoro fatto sino ad ora.

Una delle organizzatrici chiave della resistenza, da più di vent’anni, è Caroline Olory che spiega: “Quando vennero a dirci “disboscheremo, ma vi faremo la strada, vi daremo acqua eccetera”, noi abbiamo riflettuto: se maneggiamo la foresta in modo ecosostenibile, essa diverrà la nostra economia. Abbiamo capito che se lavoriamo insieme per mantenere le nostre risorse possiamo farcela e le strade le abbiamo create da soli: se le percorrete, vedrete ponti costruiti dalle persone che abitano in quella zona e che hanno raccolto personalmente materiali naturali. Perciò è con la creatività e la generosità dei membri della comunità che amministriamo la foresta. La cosa più importante in queste situazioni è trovare il modo di coinvolgere tutti, di modo che l’idea sia replicata anche altrove. Quando non coinvolgi tutti, entra il sospetto. Ogni persona deve sentirsi in posizione decisionale e condividere i benefici. In questo modo, è sostenibile. La chiave è l’essere insieme in modo trasparente. Controlli e bilanciamenti sono stati messi in opera da quella che oggi si chiama ‘Iniziativa Epuri’. La nuova proposta della superstrada ha portato ben centottantasette comunità a lottare contro il governo, perché non intendono farla passare nelle loro aree. Stanno dicendo: ‘No, non vogliamo la superstrada perché distruggere un’intera foresta non si chiama sviluppo’. Le comunità sanno ormai bene che conservare la foresta va a loro guadagno. Volete fare una nuova splendida superstrada? Non è in bilanciamento con la conservazione della foresta e non la vogliamo. Se volete fare una strada, facciamola in modo che sia amica dell’ambiente.”

Maria G. Di Renzo

Ecologia integrale, un libro

Autore: liberospirito 20 Nov 2016, Comments (0)

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E’ da poco in circolazione la nuova edizione italiana (curata dal Gruppo America Latina della Comunità di Sant’Angelo e da Adista) dell’Agenda latinoamericana, opera aconfessionale, ecumenica e interrreligiosa progettata da Pedro Casaldáliga e José Maria Vigil (http://latinoamericana.org).

Il titolo di questo libro è Ecologia integrale. Una radicale riconversione. Gli autori che partecipano a questo lavoro collettivo provengono per lo più dalle fila pensiero teologico latinoamericano (oltre a Casaldáliga e Vigil ricordiamo Leonardo Boff, Frei Betto, Marcelo Barros, solo per fare qualche nome), ma vi sono testimonianze legate ad altre esperienze, come quelle dell’attivista e pensatrice canadese Naomi Klein, del monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh o del missionario irlandese Diarmaid O’Murchu. L’edizione italiana presenta poi anche alcuni contributi di autori di casa nostra (Claudia Fanti e Cinzia Thomareizis – le quali firmano la prefazione insieme a Vigil -, Luca Pandolfi e Federico Battistutta).

L’ecologia integrale di cui si parla in queste pagine intende varcare i confini talvolta ristretti dell’ambientalismo e, partendo da una cosmovisione rinnovata, desidera proporre uno sguardo che sia integralmente ecologico sul mondo, su sé stessi, finanche sulla spiritualità. Riportiamo dalla quarta di copertina: “La riflessione dei diversi autori si uniscono al clamore della Madre Terra, a quello delle foreste mutilate, dei boschi riarsi, dei fiumi inquinati, delle montagne scavate, degli animali messi alle strette in un habitat invaso”.

Il libro, il cui ricavato andrà a sostenere un progetto ecologico in El Salvador, non è in distribuzione nelle librerie, ma può essere richiesto ad Adista (tel. 06/68801924, e-mail: [email protected], oppure acquistato online sul sito www.adista.it).

Di ecoteologia. ancora

Autore: liberospirito 22 Set 2016, Comments (0)

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Segnaliamo che sul ns. sito – www.liberospirito.org – sono on line due degli interventi tenuti all’incontro “Distruzione o cambiamento? Ecoteologia per il XXI secolo”, svoltosi a Reggello, presso Firenze, quest’estate.

Si tratta delle relazioni di Herbert Anders: Biodiversità e proprietà intellettuale e di Samuele Grassi: Su un’ecologia queer nel terzo millennio. Andando ai relativi link è possibile sia leggere direttamente gli interventi, sia scaricarli in formato pdf. Herbert Anders è teologo e pastore battista a Roma; Samuele Grassi è docente di lingua e cultura italiana in istituti per stranieri a Firenze.

Buona lettura

 

E’ possibile cambiare?

Autore: liberospirito 20 Ago 2016, Comments (0)

Dopo il report di Valerio Pignatta, pubblicato circa una settimana fa, ecco il contributo di Silvia Papi sempre in merito all’incontro tenutosi a luglio a Reggello. 

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Oggi è il 15 agosto. Ricordo che già da bambina avvertivo in questo giorno di festa il culmine di qualcosa che stava per finire. Non avevo più davanti ad attendermi i lunghi giorni dell’estate, quel tempo dilatato dal caldo, dall’aperto e dall’assenza di impegni nel quale mi perdevo. La metà di agosto segnava l’entrata nel tempo dell’attesa, dell’avvicinarsi sempre più a ricominciare il ritmo dettato dalla scuola, dal clima autunnale, dagli spazi chiusi.

Ancora oggi il ferragosto per me è un giorno di passaggio e, mentre annuso l’aria che cambia, incomincio a ripensare agli accadimenti dell’estate, con una sorta di desiderio che mi porta a fare il punto della situazione per prepararmi all’autunno. In questa ricapitolazione premono, per esser riguardati, i giorni trascorsi in toscana quando era solo l’inizio di luglio e soprattutto quella giornata d’incontro e parole profetiche ascoltate sulle colline fiorentine.

Cosa abbiamo detto e quale spazio occupa nella mia vita quotidiana la memoria di quei discorsi, che cosa vi hanno portato? Il tema generale è stato fra i più urgenti: tutto quel che accade ci sta portando inesorabilmente verso la distruzione o è possibile cambiare?

Apparentemente può sembrare difficile declinare nella quotidianità dei giorni che si susseguono lo spessore di quegli interventi, invece ho la sensazione di ricavare proprio da quelle parole – anche da quelle parole – la visione globale nella quale poter iscrivere la piccolezza delle mie scelte quotidiane. Ciò che aiuta a fare chiarezza e trovare l’energia utile a orientarsi nella confusione che ci tallona dappresso, deve avere la forza dell’universale affinché ognuno vi possa trovare la sua particolare necessità; quel che sembra detto solo per lui o per lei.

L’incontro che si è tenuto nella bella casa valdese sulle colline di Reggello ha avuto per me questo significato.

La pastora valdese e teologa Letizia Tomassone ha preso spunto dall’antico testamento – precisamente dal libro di Geremia – per vedere le implicazioni della questione religiosa dal punto di vista femminile, e del pensiero religioso femminista in particolar modo. Che ci sia stato un tempo in cui la divinità era immaginata come una Dea e non un Dio e che quel tempo antico abbia corrisposto a un periodo pacifico con un modo di relazionarsi al divino fatto di feste con offerta di cibo e profumi anziché sacrifici animali, quando non addirittura umani, è diventato da tempo, per me, un riferimento a cui attingere per pensare un modo nuovo di rapportarsi tra noi esseri umani che esca dalla visione patriarcale di cui siamo eredi e prosecutori nostro malgrado. Il periodo storico di cui si parla nel libro di Geremia (società assiro-babilonese) è più recente di quello preso in considerazione, ad esempio, da Marija Gimbutas nei suoi studi, quindi, data la relativa vicinanza temporale, è ancor più importante riflettere sulla domanda: perché si è persa quell’immagine del femminile divino? Ponendoci questa domanda e cercando risposte – così ho inteso dall’intervento di Letizia – si compie un lavoro sul linguaggio (e sull’iconografia che lo ha accompagnato, aggiungerei io) che ha modellato e modella la nostra personalità.

Com’è possibile che le parole delle donne siano state completamente dimenticate? Penso che in buona parte la cultura del nostro tempo sia fatta di omissioni e dimenticanze, non solo della parola delle donne, ma anche di tutte quelle minoranze – soprattutto se con cultura orale, ma comunque non solo – ridotte al silenzio di cui sono pieni i tempi anche recenti della nostra storia. Fino ad arrivare all’assoluta cancellazione della voce di chi non ha parola come gli animali non umani (per non dire di tutto il mondo vivente) di cui ha parlato Federico Battistutta.

L’antica visione delle donne, ci è stato fatto notare, non è stata trasmessa attraverso un canone, quindi possiamo ben vedere come sia importante dare origine a un nuovo canone del mondo che permetta di creare un altro modo di stare nel mondo. Come sia fondamentale dare corpo sociale a questa realtà non duale ma sbilenca – queer, si può anche dire, usando un termine che va diffondendosi negli ultimi anni –, dare visibilità alla comprensione del mondo che si sta formando attraverso il lavoro delle teologhe femministe e di tutti quei ricercatori e ricercatrici che scrutano la trasmissione della visione religiosa attraverso il tempo.

L’incontro che si è tenuto a Reggello è stato in fondo un minuscolo tassello che va a comporre il mosaico di coloro che oggi lavorano a questa trasformazione di civiltà, di coloro che stanno creando una rete di contati e collaborazione per non delegare più la nostra salvezza (insieme a quella del pianeta) a un’immagine di Dio salvatore e non demandare più una buona vita felice in un mondo ipotetico dopo la resurrezione che verrà. Se il tempo è oggi, di certo è urgente lavorare sulla trasformazione, assumendosi ciascuno la responsabilità che ci compete, in tutte le cose.

A cominciare da ciò che in buona parte tutti noi, per cattiva abitudine, facciam finta di non vedere: i miliardi di animali ridotti in pezzi ed esposti in vetrina nei nostri ipermercati. Come ci poniamo verso lo sterminio costantemente in atto di chi non avrebbe che noi per essere salvato? Che ci piaccia o no, non possiamo tirarci fuori ed evitare di sentirci parte in causa, fino a quando esisterà anche un solo mattatoio o un solo allevamento intensivo di esseri viventi. Ma il pensiero di Federico è andato molto più a fondo di queste mie parole, ha toccato tasti più intimi, senza mai essere accusatorio nei confronti di nessuno e, quando si parla di questione animale, non è cosa da poco riuscire a toccare l’animo della gente senza far scattare sensi di colpa e conseguenti meccanismi di difesa. Ma è possibile cambiare? Se rispondiamo in maniera affermativa è di certo perché ci sta a cuore tutto il vivente e non solo la nostra specie.

Le proposte introdotte da Herbert Anders e Samuele Grassi sono andate a integrare questo che mi è sembrato il cuore della giornata, o quello che io ho registrato come tale.

Herbert partendo dall’Apocalisse, ultimo libro del Nuovo Testamento, ha presentato il tema dell’angoscia come elemento che scatena il bisogno di attaccamento e possesso. La paura di rimanere soli, di non avere valore. Tantissime problematiche odierne nascono in fondo da qui e scatenano quell’angoscia portatrice di disagio e comportamenti inconsulti sulla quale subdolamente si insinua la pseudocultura del denaro e del possesso che va per la maggiore e semina vittime. Creando un collegamento con quanto già detto la fiducia è stata posta come una soluzione possibile; fiducia in se stessi e nella propria capacità/responsabilità, alimentata da una rete di relazioni che possa incominciare a ricucire i brandelli del tessuto sociale strappato da secoli di capitalismo e non solo. Su questo mi sono trovata d’accordo mentre quando la fiducia viene posta, anche e ancora, in un Dio che, secondo me, ha esaurito la sua immagine e il suo potere, la mia comprensione viene meno.

Samuele è arrivato alla fine a – si fa per dire – scompaginare le carte in tavola riproponendo e precisando il concetto di queer che era già stato introdotto. Mi piace questo nuovo termine proprio per la caratteristica che lo contraddistingue di non voler stare in nessuna categoria. Mi par di capire che venga usato inappropriatamente per definire il mondo gay mentre la sua peculiarità di essere storto, trasversale lo porta – e con sé coloro che si collocano al suo interno – a essere sfuggente, inafferrabile da quel neoliberismo che sarebbe senz’altro capace di farne uno dei tanti prodotti-immagine a suo uso e consumo. Non essere afferrati, non essere strumentalizzati, cercare territori marginali e ribaltare il rapporto con il futuro a favore di un tempo presente come l’unico possibile nel quale stare per provare a conoscere la propria diversità e costruire la propria autonomia.

L’anarchismo queer è l’ambito teorico all’interno del quale lavora Samuele Grassi sostenendo che oggi in ambito anarchico è molto viva la ricerca di nuove pratiche (sarebbe bello davvero) dove si sperimentino solidarietà, responsabilità e libertà per inventare nuovi rapporti tra individui e tra individui e società. Pratiche trasversali che ricercano l’autenticità d’espressione al di fuori di quel pensiero binario che la fa da padrone nei nostri modi d’essere mettendo sempre il bene contrapposto al male, l’etero all’omo, il bianco al nero, con modalità gerarchiche, conflittuali e competitive.

Con queste “storte” argomentazioni si è conclusa la giornata, lasciandomi la testa in subbuglio e confermando quella sensazione che ho da tempo che se molto e buono si sta muovendo da tante parti, la cosa più difficile e più importante sia compiere il lavoro certosino di tessere fili di collegamento che uniscano i punti in comune di ogni diversità.

Silvia Papi

Libero spirito in libera terra. Un report

Autore: liberospirito 12 Ago 2016, Comments (0)

“Libero spirito in libera terra” è il titolo redazionale apparso qualche giorno fa su Confronti.net riguardante il report, scritto da Valerio Pignatta, sul nostro incontro pubblico tenutosi a Casa Cares, presso Firenze. Per necessità redazionali il testo è breve, comunque sintetizza bene quanto emerso in quella giornata. Lo offriamo alla lettura per chi, pur essendo interessato, non ha potuto partecipare all’incontro.

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Nel mese di luglio si è tenuto a Reggello nella splendida cornice della valdese Casa Cares un convegno dal titolo “Ecoteologia per il XXI secolo. Destino di distruzione o possibilità di cambiamento?”.

Il convegno è nato dall’intenzione di portare all’attenzione di tutti, e anche di coloro che sono su un percorso spirituale, la necessità di affrontare con pratiche e riflessioni la drammatica condizione ecologica del pianeta.
Tali pratiche e riflessioni potrebbero prendere spunto dal bisogno di coerenza etica che dovrebbe scaturire direttamente dalla comprensione e applicazione del proprio sentiero religioso e/o delle Sacre Scritture di riferimento quando presenti in esso.

A tal fine, si sono avvicendati al tavolo quattro relatori che hanno sviscerato il problema da altrettante diverse visuali. La pastora valdese Letizia Tomassone ha affrontato il tema del ruolo del patriarcato nella società umana come forte causa di scollamento tra l’essere umano e la sacralità del mondo. Il ricercatore Federico Battistutta ha invece trattato il tema della teologia degli animali, argomento ancora poco dibattuto nel nostro paese, ma di cui si sente sempre più la necessità visto l’andamento della condizione animale ormai insostenibile, sia negli allevamenti industriali sia negli stessi ambienti naturali devastati da ogni tipo di distruzione. Herbert Anders, pastore battista, ha poi portato l’attenzione sulla biodiversità e la proprietà intellettuale e ha inquadrato sulla base della scrittura biblica apocalittica la situazione attuale. Infine lo scrittore e attivista Samuele Grassi ha tracciato un’analisi della crisi ambientale da un punto di vista queer, che inserisce il percorso distruttivo in atto all’interno delle diverse categorie di sfruttamento dell’ultraliberismo dominante: sfruttamento di genere, di classe, di specie, di razza ecc.

L’iniziativa è partita dal gruppo che fa riferimento al sito e blog internet liberospirito.org, attivo da anni nell’ambito di temi come l’anarchismo religioso, l’ecoteologia, il dialogo interreligioso, le eresie e la teologia femminista, temi su cui produce libri, articoli ed eventi culturali come in questo caso.

Valerio Pignatta

La spiritualità salverà il mondo?

Autore: liberospirito 8 Ago 2016, Comments (0)

 La spiritualità salverà il mondo? A settembre uscirà in libreria un nuovo libro di Matthew Fox dal titolo La spiritualità del Creato: manuale di mistica ribelle (Gabrielli Editori). Anticipiamo ampi stralci dell’intervista che Fox ha rilasciato a Gianluigi Gugliermetto, pastore anglicano e fondatore dell’Associazione Spiritualità del Creato, e che costituirà la postfazione del volume. Abbiamo ricavato la conversazione dal sito di Adista, dove è possibile leggere la versione integrale.

matthew fox

Quando scrisse  La spiritualità del Creato, il mondo si trovava forse in una situazione di maggiore speranza. La guerra fredda era terminata, la guerra del Golfo non era ancora iniziata. Anche se lei venne ridotto al silenzio per un anno, e scrisse il libro alla fine di quel periodo, il tono generale del volume è molto ottimistico. È d’accordo? Scriverebbe lo stesso libro oggi? O, meglio: la sintesi della spiritualità del Creato che lei ha proposto in questo libro del 1991 è valida ancora oggi?

È vero, ovviamente, che la storia e la cultura si sono evolute da quando ho scritto questo libro. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ad esempio, all’epoca alcuni teologi (tra cui Leonardo Boff e io stesso) eravamo posti sotto silenzio per periodi limitati, ma non eravamo ancora stati espulsi come invece accadde alcuni anni dopo. Successivamente, un totale di 106 teologi e teologhe (la lista si trova nel mio libro La Guerra del papa, Fazi, 2012) sono stati messi a tacere, espulsi e posti in condizioni tali di stress da provocar loro attacchi cardiaci ed esaurimenti nervosi. Il Vaticano dell’era Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era impegnato a screditare la Teologia della Liberazione e le Comunità di Base, in combutta con il presidente Reagan e la CIA (un fatto che documento nel mio libro), ma non era ancora detto che ci sarebbero riusciti e che avrebbero sostituito dei leader cristiani autentici e davvero eroici, come mons. Romero, il vescovo Casaldáliga, il cardinale Arns, con persone estremamente obbedienti e appartenenti alla destra estrema, membri dell’Opus Dei, della Legione di Cristo, e altri ancora. Il marcio dei preti pedofili e la sua copertura da parte della gerarchia, a partire dal card. Law fino al card. Ratzinger, non era ancora visibile al pubblico. Quando il libro venne pubblicato c’era, quindi, più speranza riguardo alla Chiesa cattolica, a causa di una certa ingenuità. Dal punto di vista culturale, il libro venne ben prima dei drammatici eventi dell’11 settembre e la risposta cieca, guidata dal loro cervello rettiliano, data dall’amministrazione Bush-Cheney, con l’invasione dell’Iraq con ragioni false e con il pandemonio che ne seguì, con il Medio Oriente che continua a bruciare, dalla Siria all’Iraq, alla Libia e in altri luoghi ancora. E la successiva “primavera araba” come sappiamo ha ottenuto risultati ambivalenti. Riguardo la tesi fondamentale del libro, tuttavia, ritengo che stia ancora in piedi. Dopo tutto, io non sono un giornalista. Come teologo spirituale cerco di dare un nome alla correnti profonde della vicenda umana, sia quelle individuali sia quelle comunitarie, correnti che sono presenti in ogni caso, indipendentemente dagli avvenimenti internazionali. Ciò che dico in La spiritualità del Creato è ancora vero, secondo me: abbiamo bisogno ora più che mai di un risveglio interculturale che nasca da una passione profonda per la giustizia e la compassione, per un nuovo sistema economico che funzioni per tutti, per il rinnovo delle forme educative e di una filosofia dell’apprendimento che sottolinei la creatività invece dell’obbedienza, che ritenga l’eco-giustizia essenziale per la nostra sopravvivenza come specie (ovviamente anche delle altre specie) e che si impegni a raccogliere insieme le tradizioni sapienziali di tutta la Terra (inclusa la scienza di oggi) invece di continuare le guerre di religione e le divisioni ideologiche. Queste io le chiamo le “quattro E”: l’educazione, l’ecologia, l’economia e l’ecumenismo. È ovvio che la spiritualità del Creato, che pone il Creato come strada maestra dell’esperienza del divino e del senso del sacro, è al cuore del rinascimento che tutti stiamo cercando. Per questo io continuo a suggerire di passare dalla conoscenza alla sapienza, un passaggio che un vero rinascimento spirituale può effettuare, anzi deve. La scienza ha fatto grandi passi avanti negli ultimi 25 anni, quando questo libro venne pubblicato in lingua inglese, risvegliandoci tutti quanti, attraverso le sue scoperte, all’importanza dell’interconnessione come base della compassione (di cui parlo nel mio libro Compassione: spiritualità e giustizia sociale).

Quindi lei non è indotto al pessimismo dalle vicende dei nostri giorni?

Thomas Berry ha sottolineato che spesso è nei periodi più oscuri della storia che emergono le fasi più creative. Questo fu il caso della dinastia Han nella Cina del III secolo, e una cosa simile si è verificata nel Medioevo europeo. L’oscurità non deve indurre al pessimismo, ma può essere un invito ad accendere i focolai della creatività e dell’immaginazione sociale. Il movimento della spiritualità del Creato lo fa da decenni nell’area della pedagogia, con risultati stupendi, come anche nell’area dell’ecologia e dell’ecumenismo. E certamente dobbiamo spingere per una nuova economia che funzioni e abbiamo, tra gli altri, l’economista David Korten il quale è impegnato a tracciare un’economia che funzioni per tutti, inclusi i non-umani. Fu Tommaso d’Aquino ad avvertirci che «la disperazione è il più insidioso dei vizi» (mentre il peggiore dei peccati per lui è l’ingiustizia). Quando siamo disperati, osserva Tommaso, non ci amiamo, e per questo non amiamo gli altri. La disperazione caccia via la compassione dai nostri cuori. La speranza quindi è necessaria per sopravvivere, ma mi piace la definizione che della speranza dà l’eco-filosofo David Orr: «La speranza è un verbo che si tira su le maniche». La nostra speranza e il nostro ottimismo sono proporzionali alla fatica che decidiamo di metterci.

Quanto è importante per lei che la spiritualità rimanga distinta dalla religione? Pensa che la Chiesa cattolica, o altre Chiese, si stiano muovendo verso una stagione di riforme? Pensa che le persone possano essere raggiunte dalla spiritualità del Creato anche se non appartengono a nessuna istituzione religiosa?

Penso che la religione istituzionale così come la conosciamo stia per terminare la sua corsa, in Oriente come in Occidente. Gaia – la Terra – è così seriamente in pericolo e le istituzioni moderne sono così lontane dalle persone, che si può tracciare un parallelo tra periodi analoghi della storia dell’Occidente quando nacquero dei nuovi ordini. Penso alla nascita dei Benedettini nel VI secolo, ai Francescani e ai Domenicani nel XIII secolo, ai Gesuiti nel XVI secolo. Gli ordini rispondono più rapidamente ai cambiamenti culturali rispetto ai grandi apparati delle religioni istituzionali. In un certo senso, la moltiplicazione dei movimenti in seno al protestantesimo ha rispecchiato la nascita degli ordini nella Chiesa cattolica romana, ma non completamente. La base del protestantesimo è stata la reazione contro gli abusi della Chiesa cattolica, e sebbene la protesta e il no profetico siano una cosa molto positiva, il risultato ottenuto ha messo in secondo piano il sì mistico alla vita e il misticismo stesso. I limiti del protestantesimo, che oltretutto è nato contemporaneamente al mondo moderno, sono ben visibili oggi, come aveva predetto Paul Tillich 75 anni fa parlando di «fine dell’era protestante». Ma oggi noi viviamo anche nell’era della fine del cattolicesimo romano. Il pianeta Terra si trova in circostanze così preoccupanti che non può permettersi di aspettare che le religioni organizzate si diano una mossa. La Terra stessa sta chiamando molti giovani a realizzare nuove forme comunitarie, un nuovo connubio tra contemplazione e azione, tra misticismo e profezia, che ha luogo al di fuori delle mura dei monasteri e spesso al di fuori delle Chiese. Molti giovani stanno rispondendo con generosità e con coraggio a questa chiamata e sono ben pochi quelli che si aspettano che la guida venga assunta dalla Chiesa istituzionale. Inoltre, l’assunzione di tradizioni e di pratiche spirituali che provengono dall’Oriente e dai popoli indigeni è anch’essa un segno dei nostri tempi. Il suo successo non dipende tanto dalla religione istituzionale quanto dalla fame dei cuori e dal desiderio profondo che hanno le anime di gustare il divino per mezzo di pratiche di meditazione che sono non-dualistiche e che uniscono profondamente corpo, anima e spirito. Lo yoga e la meditazione zen sono degli esempi, ma ci sono molte altre pratiche, tra cui l’arte-come-meditazione, la messa cosmica, i mantra cristiani, lo studio dei nostri mistici occidentali, la permacultura e gli orti, e infine le pratiche di derivazione nativo-americana come la capanna sudatoria e la ricerca della visione. La spiritualità del Creato promuove tutte queste cose, rimanendo attenta a ciò che accade nella cultura. La religione e la spiritualità spesso prendono strade separate, e me ne rammarico. Ma la spiritualità viene per prima. Ovviamente è un bene invitare le persone che frequentano ancora i riti religiosi ad accostarsi all’ambito della spiritualità. (…)

Lei ha preceduto l’eco-teologia, oggi presente nelle scuole di teologia, ma è diventata una disciplina a sé. Come avvenne originariamente per lei la connessione tra teologia ed ecologia? È chiaro che la sua “spiritualità del Creato” non è limitata alla questione ecologica, e tuttavia è intimamente legata alla Terra. Qual è dunque la relazione tra la Terra e Dio?

È incoraggiante scoprire che le Chiese e la società intera hanno fatto dei grandi passi in avanti da quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, riguardo all’importanza dell’eco-teologia e delle pratiche ecologiche. Si possono indicare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, le rivelazioni della scienza su tale cambiamento e sull’estinzione delle specie, l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ (che, tra parentesi, è stata scritta in gran parte da una persona che è stata mio studente in un master di spiritualità del Creato), e il risveglio di interesse nei grandi mistici della spiritualità del Creato di ieri e di oggi. La chiave è la riscoperta della sacralità della Terra e della sua casa più vasta, l’universo. La Terra non ha mai peccato, soltanto gli esseri umani peccano. La Terra è una benedizione originaria che non ha eguali, e tutte le nostre benedizioni derivano da lei. Tutti gli esseri sono un altro Cristo, un Cristo Cosmico. Questa “terza natura” di Cristo, cioè il Cristo Cosmico, è stata ignorata per secoli, ma è presente nei primi scritti della tradizione cristiana: nelle lettere paoline, come ad esempio quella ai Colossesi, e altrove, come nel Vangelo di Tommaso che si potrebbe datare all’epoca di Paolo, prima ancora dei Vangeli sinottici. Dal momento che, come ha detto Thomas Berry, «l’ecologia è l’aspetto funzionale della cosmologia», il Cristo Cosmico è un Cristo ecologico. La luce e la bellezza della Terra ci mostrano la divinità creatrice, ma le sofferenze della madre Terra ci mostrano la crocifissione del Cristo cosmico nella nostra epoca. Uccidere la Terra, la diversità delle sue specie, le acque e i pesci, gli alberi e le foreste, significa crocifiggere di nuovo il santo Cristo. Gli imperi di oggi fanno alla Terra e alle creature quello che fece l’Impero romano a Gesù. Dio e la Terra sono in relazioni intime. (…)

 

Il libro si apre con la «nuova storia della creazione». Cos’è? In che senso si collega alla storia biblica? Il cristianesimo non dovrebbe mantenere la sua storia della creazione?

La scienza ci ha fatto dono di una nuova storia della creazione che unisce molti popoli del pianeta, al di là delle loro culture, etnie o tradizioni religiose. Questa è una buona cosa, perché le tribù umane sono sempre rimaste unite attorno alla loro storia della creazione, e oggi noi esseri umani stiamo diventando una sola tribù, pur nella differenza di filoni di idee e costumi culturali. Io non sto dicendo che dobbiamo gettar via la cornucopia di storie della creazione che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, siano esse bibliche o derivanti dalle tradizioni indigene, ecc. Si tratta di un et-et. La storia scientifica risveglia la meraviglia e ci dice come siamo giunti fino qui. Si tratta di cose che è necessario conoscere e che sono più che banalmente edificanti. Sono verità universali, come è la scienza. Ma anche le nostre storie bibliche (e ce ne sono più di una, sia nella Bibbia ebraica sia in quella cristiana) hanno molto da insegnarci. Comunque, molte delle lezioni che possiamo apprendere non stanno tanto nella lettera dei fatti scientifici, ma nel nostro comportamento quando li veniamo a conoscere.

Lei offre una serie di «regole per vivere nell’universo». Qual è la sua relazione con la disciplina, nel senso che lei di solito sembra più interessato alla liberazione dalle regole che a dettarne di nuove. Inoltre, quant’è difficile obbedire alle regole di cui lei parla?

Quando parlo di “regola” parlo anche di “habitus” oppure di “virtus”, nel senso latino, oppure di valori. Perché questi valori prendano piede c’è bisogno di disciplina interiore e di sostegno collettivo. Ma se la società decide di aderire ad essi, diventa più facile farli vivere. Essi diventano parte della nostra educazione scolastica, delle storie collettive e dell’arte, sia essa musica, cinema, teatro, danza o riti. È compito di una collettività sana rendere più facile l’adesione a queste “regole”. Ci vogliono soprattutto coraggio e generosità, che io vado sempre cercando nelle persone perché ritengo che siano i segni più rilevanti dello spirito nel nostro tempo. Sono lieto di trovarli specialmente nei giovani. Celebrare questi valori e lodarli pubblicamente fa parte della sapienza intergenerazionale che vogliamo promuovere, come anche l’incarnarli nell’educazione, nella religione, ecc.  [Tra le “regole” di cui Fox parla nel libro si trovano la stravaganza, l’espansione, la varietà, il vuoto, la creatività, la giustizia e la bellezza – nota del curatore]. (…)

 

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C’è un filone del genere fantascientifico che passa sotto il nome di “fantascienza apocalittica”. Si tratta di storie a sfondo catastrofico. Ma accade, talvolta, che la realtà superi la fantasia. E’ quanto viene da pensare leggendo il rapporto di Ivan Macfadyen, un marinaio che ha deciso di ripetere la traversata dell’Oceano Pacifico, da lui già effettuata una decina di anni fa. In breve: l’oceano oggi è morto, svuotato di ogni forma di vita. I media di lingua inglese hanno riportato con enfasi il racconto drammatico della sua traversata dall’Australia al Giappone e poi verso la California. Rifiuti, solo rifiuti e imbarcazioni per la pesca industriale intente a saccheggiare con metodo quel poco che è ancora rimasto.

Dal Giappone alla California l’oceano è diventato un deserto formato da acqua e rottami. Niente animali, non un solo richiamo di uccelli marini. Solo il rumore del vento, delle onde e dei grossi detriti che sbattono contro la chiglia. A nord della Nuova Guinea il marinaio si è imbattuto in una flotta per la pesca industriale presso una barriera corallina: cercavano del tonno, volevano solo del tonno, per cui tiravano e ributtavano in mare – ormai morta – ogni altra creatura marina.

Ma la parte più allucinante del viaggio, quella dal Giappone alla California, è stata costantemente accompagnata da quantità di rottami trascinati in mare dallo tsunami del 2011, quello che ha innescato la crisi di Fukushima.

Non indugiamo ulteriormente nel riassumere il viaggio di Macfadyen (riportato sul giornale australiano “The Newcastle Herald”): quanto detto è più che sufficiente a fornire un’idea concreta della condizione in cui ci troviamo.

Un paio di settimane fa abbiamo tenuto un incontro, vicino a Firenze, dal titolo “Distruzione o cambiamento” (e come sottotitolo “Ecoteologia per il XXI secolo”). L’idea che lo orientava era la seguente: una riflessione religiosa oggi non può prescindere da ri-considerare il rapporto uomo/ambiente, partendo proprio dai danni che l’essere umano sta arrecando all’ambiente. Abbiamo scritto “l’essere umano”: in realtà riguarda una parte degli esseri umani: il mondo occidentale che sta edificando, a tappe forzate, il capitale-mondo. Non è più tempo per rimanere a guardare rassegnati o sperando che qualche dio prima o poi venga a salvarci. Al capitale-mondo va opposto il fare-mondo, da costruire insieme a tutta la comunità dei viventi. Qui sta la salvezza. Perché tutto è connesso a tutto. Perché tutto oggi ci riguarda da vicino: l’Oceano Pacifico come il mar Mediterraneo, l’Amazzonia come la Valsusa.

Scriblerus

 

Liberospirito è in onda…

Autore: liberospirito 6 Lug 2016, Comments (0)

radio beCKWITH EVANGELICA

Una breve, anzi brevissima comunicazione. Ieri su Radio Beckwith Evangelica (un canale radiofonico vicino ai valdesi) è andata in onda un’intervista a Valerio Pignatta (della comunità di ricerca Liberospirito) sul convegno/incontro sull’ecoteologia che si terrà il 9 luglio a Casa Cares, vicino a Firenze e di cui abbiamo già parlato.

Chi è interessato  la può ascoltare andando al sito della radio, qui.

9 luglio: Ecoteologia per il XXI secolo

Autore: liberospirito 15 Giu 2016, Comments (0)

Scansione 1

Ne abbiamo già parlato il mese scorso, ne ridiamo oggi nuovamente notizia. Si tratta di un incontro pubblico che si svolgerà il 9 luglio, a pochi chilometri da Firenze, per la precisione nel comune di Reggello. Il tema è quello, davvero attuale, dell’ecoteologia, vale a dire  una riflessione che vuole tenere insieme sia la questione ecologica con la sua emergenza, sia la questione religiosa con l’urgenza di un suo radicale rinnovamento. Non è un convegno per addetti ai lavori: poiché si parla di cose vive, i temi interessano tutti e pertanto gli interventi dei quattro relatori si propongono di offrire elementi per facilitare un confronto e una discussione fra tutti i presenti.

Scansione

A seguire il programma dell’iniziativa (cliccando sulle immagini si possono leggere ulteriori informazioni):

Titolo: Destino di distruzione o possibilità di cambiamento? Ecoteologia per il XXI secolo

Dove: presso Casa Cares (centro valdese), a Reggello (vicino a Firenze).

Quando: sabato 9 luglio, mattino e pomeriggio.

Interventi:

Letizia Tomassone (Focacce per la regina dei cieli. Donne e arti)

Federico Battistutta (Teologia della liberazione animale)

Herbert Anders (Biodiversità e proprietà intellettuale)

Samuele Grassi (Un’ecologia queer per il terzo millennio)

Note: Per chi lo desidera c’è possibilità di pernottare e/o di pranzare a Casa Cares (tel. 055.8652001)

Contatti:  [email protected]

L’estate è sempre un invito ad uscire da casa, anche in questa che, timida, avanza. Queste giornate che stiamo tutti attraversando trovano un eccellente commento nelle parole di Franco Arminio che proponiamo (dal suo blog comunitaprovvisorie.wordpress.com). Uscire, camminare, respirare. Scrive Franco: “C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro”. E la bellezza non è questione eminentemente estetica, ma anche politica, religiosa. Non a caso si è parlato di “filocalia”, di amore della bellezza. “La bellezza salverà il mondo”, diceva il principe Mishkin. Come possiamo fare che questa frase, spesso citata a proposito e a sproposito, divenga domanda di strada, capace di accompagnare i nostri passi e i nostri sguardi?

franco armonio

Non ti affannare a seminare noie e malanni nelle tue giornate e in quelle degli altri, non chiedere altro che una gioia solenne. Non aspettarti niente da nessuno e se vuoi aspettarti qualcosa,  aspettati l’immenso, l’inaudito.

Trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo. Per tornare a casa aspetta che sia sera. Usa il buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.

Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro. Vai a fargli visita prima di partire e quando torni. Stai all’aria aperta almeno due ore al giorno.  Ascolta gli anziani, lascia che parlino della loro vita. Fatti delle piccole preghiere personali e usale. Esprimi almeno una volta al giorno ammirazione per qualcuno. Dai attenzione a chi cade. Leggi poesie ad alta voce. Fai cantare chi ama cantare. Prova a sentire il mondo con gli occhi di una mosca, con le zampe di un cane.

Il bene quando c’è dura assai poco, in genere svanisce il giorno dopo. Girati verso il muro, verso il sole che illumina una faccia qualsiasi. Festeggia appena puoi il minuto più inutile della tua vita.

Spesso gli uomini si ammalano per essere aiutati. Allora bisogna aiutarli prima che si ammalino. Salutare un vecchio non è gentilezza, è un progetto di sviluppo locale.
Camminare all’aperto non è seguire il consiglio del medico,è vedere le cose che stanno fuori, ogni cosa ha bisogno di essere vista, anche una vecchia conca piena di terra,
una piccola catasta di legna davanti alla porta, un cane zoppo. Quando guardiamo con clemenza facciamo piccole feste silenziose, come se fosse il compleanno di un balcone, l’onomastico di una rosa.

Mai vista una primavera così bella, la luce sembra impazzita, è un diamante la testa del serpente, il silenzio concima le ginestre, sono quieti i paesi da lontano. Non insistere a dolerti, ogni albero è tranquillo e felice di vederti.

Camminare, guardare gli alberi, non dire e non fare nient’altro che un giro nei dintorni, uscire perché fra poco esce il sole, perché una giornata qualsiasi è il tuo spendore. Pensa, hanno già spezzato una zampa a un cane, una foglia è caduta. Fatti girare la testa velocemente e poi fermala,apri gli occhi a caso: davanti a te c’è una scena del mondo una qualunque, vedi quanto è preziosa, vedila bene, con calma, tieni la testa ferma, rallenta il giro del sangue. Che meraviglia che sia mattina, che abbia smesso di piovere.

C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.

Molte albe, molte gentilezze, festeggiare molto spesso la luce, poco avere, scarsi indugi, minare il rancore, farlo saltare, meglio il silenzio, la carezza, il fiore.

Per stare bene non ci vogliono i medici, ci vuole una passione senza fine. Abbiamo bisogno di cose profonde e invece zampettiamo in superficie. Chi è chiuso nella grandi malattie lo sa bene quanta vita sprechiamo noi che stiamo bene.

Sento che siamo arrivati ai giorni semplici. Ora si può credere a quello che ci accade,
credere all’aria che ci accoglie quando usciamo  e al saluto di chi incontriamo, alla notte che viene, alla luce che rimane, credere che non c’è malattia  fino a quando parliamo con la nostra voce, fino a quando lottiamo con gioia. Attraversiamo con fiducia ogni scena del vivere e del morire, facciamo di ogni fatica una fortuna, andiamo dentro le ore senza saltarne una.

Punta sulla nuvola e su altre cose mute, non tue, non vicine, non addestrate a compiacerti, punta sulla morte, anche sulla morte, sulla sua decenza, sul fatto che non ritratta niente, punta sulla luce, cercala sempre, infine punta sulla tua follia, se ce l’hai, se non te l’hanno rubata da piccolo.

La notte scorsa nel mondo sono morte tante persone. Noi no. È bene ricordarsi ogni tanto il miracolo di stare nella luce del giorno, davanti a un albero, a un volto.

Non so quando è accaduto il massacro di ciò che è lieve, lento, sacro, inerme.
Adesso per tornare a casa, per tornare assieme nella casa del mondo,non serve la rabbia, non serve lo sgomento, basta sentire che ogni attimo è un testamento.

Concedetevi una vacanza intorno a un filo d’erba, dove non c’è il troppo di ogni cosa,
dove il poco ancora ti festeggia con il pane e la luce, con la muta lussuria di una rosa.

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

Franco Arminio

Domenica 17 di aprile!

Autore: liberospirito 8 Apr 2016, Comments (0)

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Nell’America del Sud le popolazioni andine praticano tuttora un culto di ringraziamento verso Pacha-mama, restituendo alla madre terra il nutrimento che essa fornisce loro. Viene scavata un’enorme buca nella quale i partecipanti al rito depongono gli alimenti e le pietanze appositamente cucinate. Ogni partecipante versa una porzione di cibo, ringraziando la madre terra. Al termine la buca viene completamente ricoperta e ogni partecipante depone una pietra. Al termine si forma una vera e propria montagnola di sassi. Solitamente si sceglie sempre il luogo più in alto per far sì che si trovi il più possibile vicino al Sole.

Ricordiamo questa celebrazione (come potremmo ricordarne altre, provenienti da culture differenti) per contrasto con quanto l’Occidente  – un Occidente oramai disteso su gran parte del pianeta – suole praticare nei confronti della Terra, sfruttandola, deturpandola, offendendola, usando ripetutamente violenza verso di lei. Una sensibilità religiosa non può restare indifferente dinanzi a ciò, dedicandosi a coltivare la salvezza della propria interiorità. Ci sono state persone, in passato, che hanno parlato della Terra come il corpo di Dio. Sono stati chiamati mistici; ma questo termine, in realtà, non racconta tutto: qui, mistica e politica scoprono l’intima vocazione di entrambe, dove cielo e terra si parlano e s’incontrano.

Scriviamo queste righe avendo in mente il referendum del 17 aprile. Certamente il quesito referendario è insufficiente, restrittivo (fissare una termine alle trivelle e all’estrazione di gas e petrolio), così come si è visto che l’esito dei referendum sono stati disattesi (si pensi a quello contro la privatizzazione dell’acqua).

Ciononostante è importane andare a votare Sì e andare in tanti. Così come è ugualmente importante rendersi conto che non è certo sufficiente mettere una crocetta su una scheda di tanto in tanto per difendere acqua, terra, diritti, libertà e democrazia. Tutt’al più, in questo modo, possono quietarsi le “anime belle”, le quali altro non desiderano che delegare ad altri e tornare alle occupazioni consuete. Laddove c’è invece necessità (viva, concreta necessità) di collocarsi in quel vasto crogiuolo di trasformazione – di sé, degli altri e del mondo – che tutto chiama, comprende e abbraccia.

Il progresso può uccidere

Autore: liberospirito 22 Feb 2016, Comments (0)

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“Survival International” ha pubblicato la seconda edizione del rapporto Il progresso può uccidere. Invitiamo a leggerlo (da vedere e da scaricare qui). Ci limitiamo a riportare le parole con cui la direttrice italiana di Survival, Francesca Casella, presenta la pubblicazione:

“Appropriarsi della terra dei popoli indigeni e imporre loro il nostro modello di sviluppo è causa di una miseria inenarrabile. I fatti sono indiscutibili, anche se spesso i libri di storia li tacciono o sminuiscono. A distruggere i popoli indigeni non è mai stata la mancanza di ‘progresso’, bensì il furto della loro terra e delle loro risorse, che molti hanno cercato di legittimare arrogandosi il presunto dovere di affrancare le tribù da una presunta arretratezza. Ma i popoli indigeni non sono né arretrati né primitivi. Non lo sono mai stati. Sono solo diversi, perché diverse sono le risposte che hanno dato alle sfide della vita. Ed esattamente come tutti noi, anche loro hanno continuato a evolversi e adattarsi a un mondo in perenne cambiamento. I dati che abbiamo raccolto nella nuova edizione del rapporto Il progresso può uccidere rappresentano solo la punta di un immenso iceberg fatto di malattie, frustrazioni, dipendenza e suicidi. (…) I popoli indigeni che vivono nelle loro terre sono invariabilmente più sani, e godono di una qualità di vita di gran lunga migliore di quella di milioni di cittadini impoveriti e marginalizzati da una crescente disuguaglianza mondiale. Garantire che possano continuare a mantenere il controllo delle loro terre e dei loro stili di vita è fondamentale non solo per il loro futuro, ma anche per quello dell’intera umanità. E nel caso in cui abbiano già perso la loro terra a causa della nostra avidità e del nostro razzismo, allora dobbiamo lottare per aiutarli a recuperarne quanta più possibile! Solo così potranno ricostruire la loro identità e la loro autosufficienza. Per i popoli indigeni, il vero ‘progresso’ comincia con il riconoscimento dei diritti territoriali e continua con la possibilità di decidere autonomamente del proprio sviluppo. Ma senza terra e libertà, cesseranno addirittura di esistere. Non possiamo permetterlo”.

Comunità plurali

Autore: liberospirito 10 Nov 2015, Comments (0)

Biodiversità, antispecismo, comunità, eco-femminismo, religioni. Sono alcuni degli argomenti presenti nell’intervento di Luciana Percovich, la quale riassume i temi discussi da Vandana Shiva e Starhawk quest’anno, a Salt Lake City, nel corso delle sessioni del Parlamento Mondiale delle Religioni. Argomenti su cui riflettere. La versione integrale la si può leggere al sito comune-info.net.

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Coordinato da Grove Harris, venerdì 16 ottobre di quest’anno, al Parliament of World’s Religions di Salt Lake City (Utah) c’è stato uno sfavillante incontro tra Vandana Shiva e Starhawk. Questa sessione del parlamento, fondato nel 1893 a Chicago da Swami Vivekananda, Charles Bonney e Susan B. Anthony con l’intento di portare a uno scambio permanente tra il pensiero religioso d’Oriente e d’Occidente e che ha continuato da allora a riunirsi in varie parti del mondo, aveva messo a tema quattro filoni di riflessione, su questioni molto attuali e realmente interreligiose: la dignità delle donne e i diritti umani, i conflitti interreligiosi, il cambiamento climatico e le culture delle comunità indigene.

È stata la prima volta che la spiritualità femminile ha avuto voce autonoma e il tavolo con Vandana Shiva e Starhawk ha intrecciato nel migliore dei modi possibili il pensiero delle donne con il pensiero della crisi ecologica.

Il titolo della discussione era “Comunità resilienti, pace giustizia cibo e acqua”. Vandana Shiva, potente reincarnazione di Durga che combatte contro i demoni, ha esordito con molta franchezza e determinazione sottolineando come ogni forma di “comunità” sia ciò che maggiormente viene ostacolato dai detentori degli attuali interessi economici e politici, a cui il mantenimento delle disastrose condizioni attuali è del tutto funzionale, non importa se alla fine resterà solo terra bruciata e miliardi di profughi ambientali. Distruggere le comunità esistenti e rendere difficile la formazione di nuove serve a ridurre le persone a singoli individui privi di terra, di tradizioni e di diritti e non è altro che la prima, vecchissima regola dei sistemi di dominanza. Perché le comunità sono ricche di relazioni e dalle relazioni tra persone nascono le soluzioni ai problemi, la forza, il coraggio e le energie che portano a risultati positivi.

(…)

Prende la parola Starhawk, con molta tranquillità e apparentemente sottotono: non a caso la moderatrice la introduce come the most uncommon common woman.

“Ho da poco finito di scrivere il seguito a La Quinta Cosa Sacra (testo amatissimo da un’intera generazione di eco-femministe), racconta, si chiama City of Refuge e racconta come fare la rivoluzione”. E prosegue dicendo come non sia possibile parlare di sacralità della terra senza parlare di rifiuti (dirt): questa è la strada per evitare i gadget con cui la scienza e il sistema cercano di rispondere al panico. E passa a parlare delle molte connessioni tra suolo e donne, di come le nostre priorità siano adesso “la terra, la gente, il futuro”. E, approfondendo il tema della comunità, invita a fare attenzione alla corretta accezione della parola: non ha più senso parlare solo di comunità umana, la parola comunità deve comprendere gli umani, gli animali, le piante, i batteri, i suoli ecc. ecc. I batteri, prosegue, sono una stupenda manifestazione della Madre, e una comunità è fatta da tutti quanti vivono su uno stesso luogo della terra; si realizza pienamente nel momento in cui questa consapevolezza arriva alla coscienza e quando prendiamo decisioni che tengono insieme tutti questi aspetti di una comunità. È tempo di ragionare per “ecosistemi massivi” che includono tutti i sistemi viventi. Noi sappiamo come rigenerare i suoli e le acque, abbiamo accumulato enormi abilità e capacità, non è questo sapere che ci manca per rispondere al panico, manca la volontà politica di mettere in atto ciò che sappiamo e possiamo fare da subito. Quando ci alziamo in difesa dei beni comuni, stiamo facendo un gesto sacro, proteggiamo noi e la sacralità della terra.

Luciana Percovich

Voci dall’esilio

Autore: liberospirito 1 Nov 2015, Comments (0)

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Ancora la segnalazione di un incontro.  Anche questo avrà luogo a Piacenza. Fa parte di un mini-ciclo di incontri intitolato Voci dall’esilio. Tre incontri sul tema della relazione fra l’uomo e il cosmo, attraverso il mito, la speranza e il desiderio infinito di nuova innocenza. La serie è iniziata in ottobre con la proiezione di un filmato dedicato a Pierre Rabhi (saggista e agricoltore biologico), con la presenza di Carola Benedetto, regista del documentario.

Invece sabato 7 novembre alle ore 16,30 Federico Battistutta parlerà di Storie dell’Eden. Ecologia e spiritualità: alle radici della crisi contemporanea; in quell’occasione presenterà il suo ultimo libro che si chiama appunto Storie dell’Eden. Prospettive di ecoteologia (Ipoc edizioni). Il luogo in cui avverrà l’evento è la Biblioteca comunale “Passerini-Landi”, in via Carducci, 14.

Il ciclo si chiuderà nel mese di dicembre con una conferenza di Antonietta Potente dal titolo: Se imparassimo a prendere meno posto: complessità delle relazioni. La data è l’11 dicembre, alle ore 21, sempre alla “Passerini-Landi”.

Per info: tel. 0523492410 – email: [email protected]

 

L’impronta umana e il serial killer

Autore: liberospirito 11 Ott 2015, Comments (0)

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Questa volta prendiamo spunto dai dati forniti da alcune ricerche in campo scientifico. Ad esempio dal fatto che la superficie della Terra che l’uomo occupa, in maniera più o meno completa, ammonta all’83 per cento del pianeta. Questo, secondo alcune rilievi compiuti da uno staff di ricercatori della Columbia University (USA) – i quali hanno elaborato apposite mappe che rappresentano la presenza umana sul pianeta – pubblicati sull’ultimo numero della rivista “BioScience”( The Human Footprint and the Last of the Wild).  L’influenza dell’occupazione del pianeta da parte della nostra specie viene tecnicamente definita “impronta umana”.

Oltre a queste informazioni di carattere generale ne abbiamo appresa un’altra, più specifica. Ed è la seguente: l’area di Chernobyl, in Ucraina, ospita un  numero sempre più alto di animali selvatici. Come si sa, colpita dall’incidente nucleare nel 1986, una zona molto vasta è stata abbandonata dai residenti (circa 116mila persone). Secondo i dati riportati in un altro articolo (Long-term census data reveal abundant wildlife populations at Chernobyl) del numero di ottobre della rivista “Current Biology” (pubblicazione scientifica in lingua inglese che si occupa di vari settori della biologia) lo spopolamento umano ha favorito la riproduzione della fauna selvatica (cinghiali, cervi, caprioli, lupi e altri mammiferi), a prescindere dai danni che le radiazioni nucleari possono aver provocato sui singoli animali. In poche parole: la presenza umana – con la pratica della caccia, dell’agricoltura e della silvicoltura – sembra avere, sul mondo selvatico, un impatto più forte delle stesse radiazioni nucleari.

E allora? Tutti questi discorsi cosa dicono a una sensibilità religiosa nei confronti della vita (o, più semplicemente, a coloro ai quali sta a davvero a cuore il destino della vita sulla Terra)? Senza farla lunga: tutto ciò dovrebbe far riflettere radicalmente, qui e ora, sul rapporto tra noi umani e gli animali non umani. Per evitare che l’impronta umana non divenga un serial killer, finendo per calpestare e schiacciare le impronte lasciate da ogni altra forma vivente.

Non cederemo

Autore: liberospirito 29 Set 2015, Comments (0)

Abbiamo da poco ricevuto via e-mail questa lettera aperta scritta da Antonietta Potente insieme alle sue consorelle nella riunione del Capitolo delle suore domenicane, tenutosi nel luglio di quest’anno a Mondovì. Ci sembra un testo che, per la sua limpidezza e per la sua determinazione, merita essere letto, condiviso e fatto girare.

Antonietta_Potente

«Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri» (1 Re 21,3)

Siamo un gruppo di donne di differenti età ed esperienze di vita. Apparteniamo come religiose all’Ordine domenicano che da secoli ci ha lasciato un’unica eredità: la passione per l’umanità e il cosmo, insieme ad alcuni strumenti per prendercene cura, cioè la contemplazione, la parola condivisa, la sete della verità e il bisogno di mendicarla sempre e ovunque.

Tante volte abbiamo tradito queste intuizioni, ma nelle nostre più diverse esperienze la passione non è mai venuta meno così come non si è mai interrotto il legame con ogni realtà che ci ospita.

Abbiamo coscienza di essere un gruppo molto piccolo rispetto a tutte le donne del mondo e al resto dell’umanità, ma comunque siamo donne con l’esperienza di una ricerca quotidiana fatta di attenzione a ogni palpito della vita interiore, della storia e delle storie degli altri.

La nostra esperienza riguarda la relazione con il Mistero contemplato, ricercato e pensato tra di noi, negli altri e nell’ambiente. Tante volte abbiamo constatato che la speranza non è passiva attesa ma immaginazione, desiderio di ricercare sempre e insieme. L’esperienza di fede ci ha aiutato a intuire che più si ha sete e fame del divino, più si ha sete e fame di giustizia e pace: due possibilità che la storia ha e che nello scorrere del tempo e con lo sforzo dell’umanità riusciranno ad abbracciarsi. (Cfr. Sal 85,11).

Per questo professiamo pubblicamente che non vogliamo svendere la preziosa eredità che ci è stata data.

Non cederemo fratelli, sorelle e cosmo a nessun sistema politico, economico o religioso, che sia contro di essi, che sia escludente, che crei divisione, che sia rigidamente gerarchico.

Non cederemo i giovani al potere subdolo del denaro, all’ignoranza voluta da chi li preferisce inerti, disoccupati, a chi li compra con inganno e invece di istruzione mette loro in mano armi e droghe.

Non cederemo le donne all’arroganza degli uomini e al loro disprezzo in ogni ambito: familiare, sociale, culturale e religioso.

Non cederemo i popoli ai mercanti di armi e a chi li costringe a usarle in cambio di un falso sviluppo per una nuova colonizzazione che li rende profughi ed esiliati.

Non cederemo la terra e le sue risorse, insieme a tutta la sua bella biodiversità, alle multinazionali e a chi le gestisce sotto la veste di benefattori.

Non cederemo la bellezza delle diversità umane a chi le vuole uniformare o escludere, in nome di falsi principi morali.

Non cederemo “l’anima” di nessun essere vivente a chi la vuole soffocare o a chi se ne vuole appropriare.

Non cederemo la bellezza né il sogno né il desiderio infinito.

Molti popoli e molti individui conoscono che cosa significa soffrire e vivere in stato di esilio, sentirsi privati dei propri sogni oltre che dei propri beni.

Dice un testo della sapienza ebraico-cristiana: Presso i fiumi di Babilonia, là sedevamo e anche piangevamo, ricordandoci di Sion. Sui salici in quella terra, avevamo appeso le nostre cetre […] Come potevamo cantare un canto del Signore su suolo straniero? (Sal 137,1-4)

In qualche modo, oggi, tutti siamo un po’ esiliati, un po’ stranieri, in parte schiavi e in parte liberi. Il nostri destini sono profondamente legati, al di là dell’essere credenti o non credenti, appartenenti a questo o quell’altro popolo, a questa o quell’altra religione. Siamo parte dello stesso cosmo ed esso a tutti appartiene; tutti siamo un po’ terra, piante, aria, acqua, mari, fiumi.

Dunque, se ai salici vogliamo appendere qualcosa, non permetteremo che si appendano gli strumenti della gioia; non permetteremo che si appendano gli strumenti di lavoro, i titoli di studio, i quaderni, i libri, le foto dei nostri familiari. Lasceremo invece appesi, gli strumenti di morte: le divise da militari e guerrieri, gli stivali e gli scarponi sporchi di sangue e ogni strumento violento. Lasceremo lì vicino le testate nucleari e gli aeri da guerra, insieme agli scheletri degli edifici della finanza mondiale, trasformandoli in resti da museo a testimonianza della stupidità umana.

Ci rendiamo conto che il nostro piccolo gruppo non ha nessun particolare potere e nessuna soluzione per portare avanti da solo queste possibili trasformazioni. Ciò che possediamo infatti è solo l’autorità dell’immaginazione che ci è data dalla nostra fede e dalla passione per questa bella e allo stesso tempo fugace e complessa realtà umano-cosmica, che appartiene ai miti, cioè a quanti sulla terra prendono poco posto.

E noi sappiamo che sulla terra, ci sono ancora tanti miti. Con essi condividiamo questa professione di fedeltà alla vita e a Chi, prima di noi, l’ha immaginata.