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Tag: droni

Renzi, il drone e l’emiro

Autore: liberospirito 14 Nov 2014, Comments (0)

L’articolo che segue, di Manlio Dinucci e apparso giorni fa sul “Manifesto”, illustra molto bene cosa intenda l’attuale premier in carica per lavoro, progresso, cooperazione internazionale e, soprattutto, promozione della pace nel mondo. Non c’è che dire. Signori, è il nuovo che avanza…

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«È il futuro», ha annunciato orgogliosamente il premier Renzi, inaugurando insieme alla ministra della difesa Pinotti il nuovo stabilimento della Piaggio Aerospace a Villanova d’Albenga (Savona), definito dai dirigenti dell’azienda un centro di eccellenza che permette di «mantenere il ruolo di global brand nell’aviazione d’affari acquisendo in parallelo quello di player mondiale nel settore difesa». In altre parole, alla produzione di aerei di lusso per superricchi ed executive di multinazionali, la Piaggio Aerospace (nuova denominazione di Piaggio Aero) unisce quella di velivoli militari, come il pattugliatore multiruolo Multirole Patrole Aircraft e il velivolo a pilotaggio remoto P.1HH HammerHead.

Su quest’ultimo punta l’azienda per affermarsi nel settore militare. È un drone (velivolo senza pilota) di nuova generazione, progettato per una vasta gamma di missioni. Con una lunghezza e una apertura alare di circa 15 metri, e un peso massimo al decollo di oltre 6 tonnellate, il velivolo può volare per oltre 15 ore con un raggio d’azione di 8000 km, manovrando sia in modalità automatica che pilotato da una stazione terrestre. Con i suoi sofisticati sensori può individuare l’obiettivo, anche in movimento, fornendo le coordinate per l’attacco aereo o terrestre, o colpendolo direttamente con missili e bombe a guida di precisione. È quindi un sistema d’arma ideato per le guerre di aggressione in distanti aree geografiche.

Così l’Italia «si toglie di dosso la muffa», ha dichiarato Renzi nel discorso allo stabilimento della Piaggio Aero-space, dove accanto al palco troneggiava un modello del nuovo drone, intendendo sicuramente per «muffa» l’Art. 11 della Costituzione sul ripudio della guerra.

Quella della Piaggio Aerospace è una «storia da raccontare», ha aggiunto Renzi, poiché è un’azienda che sembrava finita ma è ripartita. Come abbia fatto lo si capisce dalla composizione del suo capitale sociale: esso è detenuto per il 98,05% dalla Mubadala Development Company, compagnia dell’emirato Abu Dhabi presieduta da Sua Altezza lo sceicco Mohamed Bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vice comandante supremo delle Forze armate. L’1,95% appartiene all’ing. Piero Ferrari (figlio di Enzo, fondatore della Scuderia di Maranello), passato dalle auto da corsa agli aerei da guerra: è stato sotto la sua presidenza dal 1998 al 2014 che la Piaggio Aero, oggi Piaggio Aerospace, è entrata nel settore militare.

Quindi l’azienda che Renzi indica all’Italia come fulgido esempio da seguire non è più italiana, ma appartiene quasi interamente alla famiglia dell’emiro di Abu Dhabi, il maggiore dei sette Emirati arabi uniti. «La nostra relazione di amicizia con gli Emirati arabi uniti – ha sottolineato Renzi nel suo discorso – non nasce semplicemente dal fatto che Mubadala è nel capitale di Piaggio o che Ethiad (altra compagnia degli Emirati) è nel capitale di Alitalia, ma nasce da un’idea profonda di condivisione politica».

Nessuno ne dubita: gli Emirati, come l’Italia, sono legati a doppio filo agli Stati uniti e alla rete delle loro basi militari. Per questo a Washington, e di conseguenza a Roma, si passa sotto silenzio il fatto – documentato dal Rapporto 2014 di Human Rights Watch – che ad Abu Dhabi e negli altri emirati il potere è concentrato per via ereditaria nelle mani delle famiglie regnanti, mentre partiti e sindacati sono considerati illegali, i dissidenti vengono imprigionati e torturati, gli immigrati (che costituiscono l’88,5% degli abitanti) schiavizzati.

Sarà questo, anche per l’Italia, il «futuro» di cui parla Renzi?

Manlio Dinucci

La settimana scorsa a Londra, il rapporteur delle Nazioni Unite per i diritti umani e il contro-terrorismo, Ben Emmerson, ha annunciato ufficialmente l’avvio di un’inchiesta dell’Onu relativa all’impatto sui civili dell’uso dei droni e degli «omicidi mirati». Con questa inchiesta l’Onu ha finalmente deciso di affrontare la tattica adottata dagli Stati Uniti nella «guerra al terrorismo», verificando la legalità e la stessa legittimità del ricorso agli omicidi mirati, effettuati con droni (gli aerei senza pilota comandati a distanza). Tra il 2004 e il 2013, secondo le ricerche condotte dal Bureau of Investigative Journalism, gli attacchi con droni in Pakistan da parte della Cia hanno ucciso 3.461 persone, di cui almeno 891 civili (tra cui circa 140 bambini). Su tutto ciò riportiamo un intervento di Norman Solomon, co-fondatore di RootsAction.org e fondatore e direttore del Institute for Public Accuracy. Solomon coordina la campagna Healthcare Not Warfare organizzata da Progressive Democrats of America. Il testo originale è reperibile su http://www.normansolomon.com

Per pura e semplice combinazione il secondo discorso inaugurale del presidente Obama è capitato nello stesso giorno del discorso di Martin Luther King jr alla festa nazionale.

Obama non ha menzionato King durante l’inaugurazione di due anni fa, ma, da allora, con le parole e nei fatti, il presidente ha fatto molto per distinguersi dall’uomo che disse “Io ho un sogno”.

Dopo il suo discorso alla marcia su Washington per il lavoro e la libertà nell’agosto del 1963, King ha continuato a correre grossi rischi pur di difendere appassionatamente le istanze di pace.

Dopo il suo discorso inaugurale nel gennaio del 2009, Obama ha perseguito politiche che incarnano proprio l’avvertimento severo di King del 1967: “Quando il potere scientifico surclassa il potere morale, finiamo con missili guidati e uomini fuorviati”.

Ma Obama non ha ignorato l’eredità di King contro la guerra. Al contrario, il presidente ha fatto di tutto per distorcerla e sminuirla. Nel suo undicesimo mese di presidenza – mentre aumentava l’impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan, processo che ha triplicato la presenza delle truppe americane – Obama viaggiava verso Oslo per ritirare il Premio Nobel per la Pace. Nel suo discorso ha denigrato la difesa pacifista di un altro Nobel per la Pace: Martin Luther King.
Il presidente ha finto un tono rispettoso, mentre affondava un retorico fendente prima del colpo finale. “So che non c’è niente di inutile, di passivo e niente di ingenuo, nel credo e nell’esistenza di Gandhi e di King”, ha detto proprio prima di lasciar intendere che esattamente i due paladini della non-violenza furono inetti e ingenui.
“Io affronto il mondo per come è, e non posso restare inerme di fronte alle minacce rivolte al popolo americano”, ha aggiunto Obama.
Alcuni momenti più tardi ha tentato di giustificare l’assetto bellico dell’America: passato, presente e futuro. “Affermare che l’esercito talvolta è necessario non significa inneggiare al cinismo, ma riconoscere la storia; le imperfezioni umane e i limiti della ragione”, ha detto Obama”. “Io sostengo questa visione, incomincio con questa visione poiché in molti paesi esiste una profonda ambivalenza riguardo alle attuali azioni militari a prescindere dalla causa. E talvolta, a questo si aggiunge uno strisciante sospetto nei confronti dell’America, l’unica superpotenza militare nel mondo”.
Poi è arrivata la frase sciovinista: “Qualunque errore abbiamo fatto, il fatto è questo: gli Stati Uniti d’America hanno contribuito a garantire la sicurezza mondiale per più di sei decenni con il sangue dei nostri cittadini e la forza delle nostre braccia”.
Cantando le virtù morali dell’attività bellica, considerandola il prezzo da pagare per la pace, sembra un po’ strano, ma la retorica di Obama è paragonabile al pensiero chiave di Orwell: “Chi controla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato”.
Tendendo a minimizzare l’attività pacifista del passato, innalzando il passato stile Zio Sam (pur riconoscendo gli errori), classico eufemismo retrospettivo per giustificare le future carneficine della sua presidenza.
Due settimane prima del secondo mandato di Obama, il quotidiano britannico “The Guardian” ha scritto che: “L’uso di droni da parte degli USA è stato incrementato durante il ministero di Obama, laddove la Casa Bianca ha autorizzato attacchi in almeno quattro paesi: Afghanistan, Pakistan, Yemen e Somalia. Si stima che la CIA e le forze armate statunitensi abbiano portato avanti più di 300 attacchi di droni e ucciso 2.500 persone”.
Il quotidiano ha riferito che un ex membro del team antiterrorismo di Obama durante la campagna del 2008, Michael Boyle, sostiene che la Casa Bianca stia sottostimando il numero di vittime civili dovute agli attacchi di droni, allentando la stretta sugli standard previsti sul dove e come attaccare: “Le conseguenze si possono riscontrare nella presa di mira delle moschee o processioni funebri che hanno ucciso molti civili ed hanno lacerato il tessuto sociale delle regioni in cui gli attacchi si sono concentrati. Nessuno conosce con esattezza il numero dei morti causati dai droni in queste terre distanti, talvolta ingovernate”.
Sebbene Obama alcuni anni fa abbia criticato l’approccio di Bush definendolo “guerra del terrore”, Boyle fa notare come egli sia stato “altrettanto spietato e indifferente allo Stato di diritto come il suo predecessore”.
Boyle – in coerenza con le conclusioni di molti altri analisti politici – ritiene che l’uso di droni che l’amministrazione Obama sta perpetuando “incoraggi una nuova corsa agli armamenti, che consentirà ai futuri rivali di gettare le basi per un sistema internazionale sempre più violento”.
Nelle ultime settimane più di 50.000 americani hanno firmato la Petizionie per bandire i droni armati nel mondo (Petition to ban Weaponized Drones from the World). La petizione sostiene che “i droni armati non sono più accettabili delle mine antiuomo, delle armi a grappolo o delle armi chimiche”. Chiede al presidente Obama di “abbandonare l’uso di droni armati e di cancelalre il suo “programma di assassinii, a prescindere dalla tecnologia impiegata”.
Esempio di facile retorica dal podio dell’inaugurazione. Lo spirito di M.L. King sarà altrove.
Norman Solomon