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Tag: don Vitaliano Della Sala

Il dio-mercato

Autore: liberospirito 18 Mar 2015, Comments (0)

Potremmo dire che, a questo mondo, esistono tanti dèi, troppi probabilmente. Uno di questi è il dio-mercato, quello che in quest’epoca sembra raccogliere maggiori consensi. E la sua è la religione del denaro (“la feroce religione del denaro”, come diceva qualche anno fa in un articolo G. Agamben, da noi riprodotto). A partire da alcune recenti dichiarazioni del premier Renzi, ecco a seguire una recente riflessione proposta da don Vitaliano Della Sala, amministratore parrocchiale a Mercogliano (Av), dopo il ritiro della sospensione a divinis. Il testo proviene da Adista.

mercato-finanziario

«Dovrete abituarvi a considerare le operazioni di mercato per quello che sono. Non operazioni politiche, ma di mercato»: parola di Matteo Renzi! Il premier si è così espresso rispondendo a una domanda sulla vendita di Rai Way. Non bisogna essere un economista, né un esperto di mercati per capire che non si tratta di un concetto di sinistra. Ci sono dei momenti nella vita in cui le cose ci appaiono di una semplicità estrema, momenti in cui diventa immediato decidere da che parte stare. Don Lorenzo Milani mostrava ai suoi ragazzi una fotografia di un torturato e del suo carnefice e chiedeva loro, a bruciapelo, «tu da che parte stai?». I ragazzi rispondevano senza esitazione indicando la parte del torturato. Non si domandavano neanche chi fosse la vittima e per quali ragioni venisse aggredita. Comprendevano che si trattava comunque di uno che stava subendo, che il potere non stava dalla parte sua.

Anche a Renzi qualcuno dovrebbe chiedere “tu da che parte stai?”, mostrandogli la foto virtuale dell’Italia, dove pochissimi detengono le ricchezze di tutti gli altri messi assieme, dove il mercato decide l’esclusione sistematica e programmata di milioni di esseri umani dai suoi “benefici”, accessibili solo a pochi. Viene facilmente tacciato di essere “di sinistra” chiunque pensa che la ricchezza non è casualmente distribuita e ritiene ingiusto l’ordine del mondo che moltiplica gli impoveriti. C’è oggi chi si affanna a gettare nella spazzatura della storia, non solo gli aspetti discutibili del passato, ma anche le utopie, gli ideali, le lotte e le conquiste sociali per le quali altri hanno speso la vita. Renzi, pur essendo segretario del Pd, fa a gara nel prendere le distanze dalle politiche di sinistra, sostenendo che non si conciliano con il mercato. E così, più prende le distanze dalla sinistra, più aderisce all’ideologia della destra. Tragicamente questo comporta che per non essere più considerati “di sinistra” – con la scusa di dover raccogliere voti anche nell’altro schieramento – bisogna far finta di non vedere che il mercato fagocita gli esseri umani per salvaguardare i profitti di pochi: masse di diseredati sono derubate del diritto ad una vita almeno non indecente.

Il mercato è l’idolo del momento, una moderna e cattiva divinità che, come quelle antiche, pretende i sacrifici, il sangue e la vita di migliaia, milioni, di vittime umane. Come una dispotica divinità le reazioni del dio-mercato sono imprevedibili, le sue vendette si abbattono sull’intero pianeta con un’onda d’urto di proporzioni ciclopiche. È inutile tentare di capire quale progetto abbia in serbo per noi, perché il dio-mercato non ammette ingerenze, controlli. E quando ci accorgiamo che è diventato una nuova forma di metafisica, comincia a vacillare la nostra presunzione di esseri viventi dotati di libero arbitrio.

Il dio-mercato esige un atto di fede; ci chiede di smettere di porci domande per capire le sue regole e di lasciarci andare abbracciati a “lui”, come si abbraccia una religione con i suoi indiscutibili dogmi.

Per secoli l’umanesimo, mettendo al centro la dignità degli esseri umani, ha tenuto sveglio il continente europeo. Per secoli abbiamo creduto di essere noi, esseri umani, il centro di un universo creato per noi. Forti di questo, ci siamo convinti che il denaro fosse un mezzo e non il fine dell’economia, che il suo uso sempre più diffuso fosse il prezzo da pagare per un’esistenza più libera e dignitosa per tutti. Invece oggi dobbiamo fare i conti con una globalizzazione dei mercati disumana e disumanizzante che, come una divinità, facciamo fatica a criticare; ci stiamo convincendo che il mercato non è un prodotto di azioni umane, ma esiste a prescindere da noi. E perciò, pur dibattendoci in una crisi epocale che sperimentiamo ogni giorno nelle nostre tasche e sulla nostra pelle, non ci permettiamo di mettere in discussione il modello economico che l’ha generata. Costretti a prostrarci ai piedi del dio-mercato, ci sentiamo inermi, impreparati e incapaci di reagire.

Eppure dovremmo sapere che il termine “mercato” rimanda all’idea della distribuzione e della partecipazione: deriva dal latino mercatus, participio perfetto del verbo mercari che letteralmente si può intendere come “ciò che è comprato”, significato che in seguito si è esteso per includere il luogo in cui avvengono gli scambi, il mercato appunto. Mercari deriva a sua volta dal termine mercem che rimanda al verbo merere, considerato sia nella sua accezione più vasta di “meritare”, sia nel significato originario di “spartire”, per cui la merce è qualcosa da dividere. Perciò proprio intorno ai bazar, ai suq, agli empori si è costantemente sviluppata la civiltà.

Occorre, allora, rimettere le cose al loro giusto posto: la merce è la parte di un tutto, va divisa con gli altri e, in qualche modo, bisogna anche meritarla; lo scambio poi, non deve limitarsi alle pure cose materiali, ma deve investire le idee, i servizi, la comunicazione.

Presidente Renzi, si ricordi: i mercati, economici e finanziari, non sono divini, ma sono determinati da noi; il mercato è al nostro servizio e non viceversa.

Come il medioevo fu il tempo delle strade che collegarono il mondo, che portarono verso nuovi centri mercantili, così il nostro tempo è quello dell’intreccio di vie moderne, spesso telematiche; ed è proprio in questi “luoghi” che si annodano catene umane, si passa la parola della speranza e della resistenza; e tante piccole, “lillipuziane” realtà di impegno sociale si incrociano, si parlano, e trovano possibili soluzioni per un agire solidale. Emblematica è l’esperienza di Muhammad Yunus, il banchiere dei poveri, premio Nobel per la pace nel 2006. Un giorno decise di mettere in pratica ciò che aveva sempre insegnato ai suoi alunni: fondò la Grameen Bank e cominciò a prestare soldi agli ultimi, senza pretendere in cambio garanzie che non sarebbero state possibili. La Grameen non è mai fallita forse perché la scommessa è quella di puntare sugli esseri umani, sul desiderio di riscatto che è in ognuno di noi, e non sul guadagno fine a se stesso. Capito, presidente Renzi?

don Vitaliano Della Sala

Auguri Francesco, nonostante tutto…

Autore: liberospirito 13 Mar 2014, Comments (0)

Oggi è un continuo rimando da parte dei media riguardo l’avvenuto primo anno del pontificato di Francesco I. I commenti si sono pressoché uniformati, tanto per cambiare… Una voce fuori dal coro la possiamo leggere sul sito di don Vitaliano Della Sala (www.donvitaliano.it).

don vitaliano della sala

È trascorso solo un anno dalla rinuncia di papa Ratzinger e dall’elezione di papa Bergoglio. Solo un anno: per chi lo vive un’eternità; per l’eternità un attimo. «Dissi un giorno a uno spaventapasseri: “Devi essere stanco di stare in questo campo solitario”. E lui rispose: “La gioia di spaventare è profonda e durevole, e non me ne stanco mai”. “È vero – aggiunsi – anch’io infatti ho conosciuto quella gioia”. E lui a me: “Solo quelli che sono imbottiti di paglia possono conoscerla”. Allora me ne andai, senza comprendere se il suo fosse stato complimento o disprezzo. Trascorse un anno, e quando mi ritrovai di nuovo a passare di là, vidi che due cornacchie stavano costruendo il nido sopra il suo cappello: la gioia di spaventare è degna di una testa di paglia!» (Gibran).

Solo un anno fa eravamo alle prese con una gerarchia vaticana che godeva nel mostrare il suo volto peggiore, con tratti marcatamente reazionari e antidemocratici, incline a sorvolare sulla pedofilia e sugli scandali legati alla banca vaticana, capace di punire duramente non solo chi dissentiva, ma anche chi si permetteva di porsi domande sull’ecclesiologia, sull’infallibilità del papa, sulla reale portata storica del Concilio, sul sacerdozio alle donne, sul celibato dei preti, sui diversi modi di essere famiglia, su quei valori cosiddetti “non negoziabili”. Discutere di questi e altri argomenti ha significato, per molti, subire punizioni canoniche di ogni tipo: «La gioia di spaventare è profonda e durevole, e non me ne stanco mai». Non avveniva da decenni che nella Chiesa ci fosse tanto terrore ad esternare le proprie idee, come è avvenuto nel trentennio di pontificato Wojtyla-Ratzinger; con loro si sono rafforzati i tratti di una Chiesa intollerante, arrogante, inumana, che pretende il rispetto dei diritti dell’essere umano all’esterno, ma non li rispetta per nulla al proprio interno.

Ora, dopo un anno, tutto sembra essere cambiato. La gerarchia, che ha al vertice papa Francesco, non spaventa più “gli uccelli” che, anzi, cominciano a costruire il nido sul cappello di chi, solo un anno fa, spaventava e scacciava chi non la pensava o viveva secondo il pensiero unico. Mi chiedo, e con me se lo chiedono in tanti: è veramente iniziato il tempo di una Chiesa inclusiva, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio contro nessuno, una Chiesa degli esclusi e non dell’esclusione? Ammirando i gesti e ascoltando le parole del papa sembrerebbe di sì; ma poi arrivano immancabili le smentite, i chiarimenti, le precisazioni, le pignolerie morali del solito p. Lombardi, affabile direttore della Sala Stampa vaticana, o del cardinale di turno: una sorta di “profilattico” imposto alla libertà dello Spirito Santo, che vorrebbe soffiare dove vuole.

Forse in piazza San Pietro o in televisione è evidente il cambiamento. Non così in molte parrocchie e diocesi. Che Francesco, come l’omonimo di Assisi, stia sostenendo e restaurando la Chiesa in rovina, non me ne sto accorgendo affatto, e penso di non essere il solo.

Perciò, se mi telefonasse papa Francesco, oltre agli auguri e all’assicurazione di preghiere, “con cristiana franchezza” gli chiederei se non è giunta l’ora di aprire, di spalancare le porte e le finestre di ogni forma di conclave, per far sapere a tutta la Chiesa il perché di certe scelte; ad esempio, perché i cardinali hanno eletto proprio Bergoglio. Si giocherebbe così a carte scoperte, e sarebbe un bene per tutti, alla faccia degli intrighi e dei retroscena.

E perché non discutere di gerarchia? È possibile – è auspicabile – che si capovolga la piramide gerarchica della Chiesa cattolica, e il papa ridiventi “servo dei servi di Dio”? Oppure perché, evangelicamente, non la si spiana del tutto per far ridiventare la Chiesa una comunità di fratelli e sorelle?

E, infine, gli chiederei: la Chiesa è, come afferma il Concilio, «una umana realtà impregnata di divina presenza» o un regno che assomiglia troppo a quelli medievali e poco a quello di Dio, descritto dal Vangelo? In quello secondo Marco, Gesù racconta una parabola, che ricorda il racconto di Gibran, nella quale paragona il Regno di Dio a un granello di senape, il più piccolo tra i semi che però diventa un albero frondoso, «e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra»: paradigma della Chiesa-altra che tanti cristiani sognano e si impegnano a costruire. E in quello secondo Luca, Gesù conclude le anti-beatitudini con un arrabbiato «guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi»: se ci si sforza di essere un vero profeta, un autentico discepolo di Cristo, si finisce immancabilmente per essere contrastati dal sistema di potere; quando questo ti ossequia, ti loda, ti applaude, vuol dire che non sei un buon discepolo, significa che hai tradito il messaggio di Gesù, troppo scomodo per essere applaudito da tutti. Al contrario, quando il potere che controlla la società, ti osteggia, ti perseguita, ti zittisce, allora rallegrati, perché sei sicuro di stare dalla parte del Signore!

Sono certo che papa Francesco sarebbe dispostissimo a discutere di questi e di altri argomenti… ma già prevedo l’immancabile smentita di p. Lombardi & Co.

Perciò, auguri di cuore, papa Francesco.

don Vitaliano Della Sala