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Tag: diritto di cittadinanza

La questione dei migranti, sotto il giogo dell’odierno governo, ripropone con urgenza la questione del diritto all’esistenza. Tale diritto è stato declinato recentemente nei termini di “ius soli” – espressione giuridica che sta a indicare l’acquisizione della cittadinanza di un dato stato come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla provenienza dei genitori. Come è andata a finire la discussione intorno allo “ius soli” in Italia lo sappiamo. Qui riproponiamo la riflessione che fece a suo tempo Giorgio Agamben, secondo il quale, pur consapevole dell’importanza del problema, riteneva che l’attribuzione della cittadinanza non fosse la soluzione migliore all’emergenza migranti: “Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore. In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere. Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza”. E oggi – aggiungiamo – la lotta per lo “ius soli”, con tutto quello che sta accadendo, rischia paradossalmente di essere una battaglia di retroguardia. Come dire: al peggio non c’è mai limite. A seguire il testo integrale di Agamben.

A quanto pare, benché io abbia dichiarato espressamente che non intendevo firmare l’appello sullo ius soli, il mio nome vi è stato in qualche modo illegittimamente inserito. Le ragioni del mio rifiuto non riguardano ovviamente il problema sociale ed economico della condizione dei migranti, di cui comprendo tutta l’importanza e l’urgenza, ma l’idea stessa di cittadinanza. Noi siamo così abituati a dare per scontato l’esistenza di questo dispositivo, che non ci interroghiamo nemmeno sulla sua origine e sul suo significato. Ci sembra ovvio che ciascun essere umano al momento della nascita debba essere iscritto in un ordinamento statuale e in questo modo trovarsi assoggettato alle leggi e al sistema politico di uno Stato che non ha scelto e da cui non può più svincolarsi. Non è qui il caso di tracciare una storia di questo istituto, che ha raggiunto la forma che ci è familiare soltanto con gli Stati moderni. Questi Stati si chiamano anche Stati-Nazione perché fanno della nascita il principio dell’iscrizione degli esseri umani al loro interno. Non importa quale sia il criterio procedurale di questa iscrizione, la nascita da genitori già cittadini (ius sanguinis) o il luogo della nascita (ius soli). Il risultato è in ogni caso lo stesso: un essere umano si trova necessariamente soggetto di un ordine giuridico-politico, quale che sia in quel momento: la Germania nazista o la Repubblica italiana, la Spagna falangista o gli Stati Uniti d’America, e dovrà da quel momento rispettarne le leggi e riceverne i diritti e gli obblighi corrispondenti.
Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore. In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere. Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza. Secondo le parole del poeta: “la patria sarà quando tutti saremo stranieri”.

Giorgio Agamben

Riprendiamo – poichè ci pare utile amplificare simili tematiche – un articolo apparso sulla rivista “Confronti” (mensile di fede, politica e vita quotidiana, edito dalla cooperatica Com-Nuovi tempi) riguardante la discriminazione di cui è oggetto il popolo rom presente in Italia  a causa della devastante politica dell’emergenza e della conseguente alimentazione di una cultura della paura e dell’odio verso coloro che possono rientrare a vario titolo nella categoria dei “diversi-da-noi”.

«Il diritto all’alloggio non si sgombera». Questo lo slogan della campagna lanciata dall’associazione «21 Luglio» lo scorso marzo e che ha visto l’adesione di numerosi esponenti della società civile e del mondo della cultura tra cui Dario Fo, Franca Rame, Erri De Luca, Moni Ovadia, Ascanio Celestini , Margherita Hack, Alex Zanotelli, Piero Colacicchi, Leonardo Piasere, Nando Sigona.

I trasferimenti forzati di molte famiglie rom dagli insediamenti informali, presenti in particolare nelle grandi città, sono stati considerati illegali. Una denuncia di fatto a tutto l’impianto delle azioni pianificate e messe in atto dal 2008 ad oggi, in seguito all’approvazione dei piani di emergenza rom adottati dall’ex ministro dell’Interno Maroni che, accolti con il plauso di molti sindaci, improvvisati
paladini della nostra sicurezza, avrebbero dovuto rappresentare la soluzione definitiva atta a contrastare il pericolo che in quegli anni stava minacciando il nostro Paese: i rom. Ricordiamo l’escalation dell’odio contro gli «zingari» e i «diversi» di ogni risma.

La drammatica uccisione di Giovanna Reggiani, a parer mio strumentalizzata, ne diventa l’innesco. Ancora i roghi di Ponticelli a Napoli, le irruzioni notturne delle forze di polizia nel campo di Salone a Roma, i fatti di Milano. Così inizia (continua) la «persecuzione». Ruspe, anche mediatiche, e ronde, diventano gli strumenti per bonificare le nostre città e tranquillizzare la popolazione dal minaccioso
male. Si ricorre così ai rituali collettivi di «purificazione» ben noti alla storia. Si mettono in atto quindi false politiche sociali, che usano linguaggi e metodi diretti purtroppo solo ed esclusivamente al controllo e alla separazione dal resto del tessuto urbano e umano, più che alla costruzione di percorsi di accoglienza e inclusione sociale delle comunità rom e sinti. Lo stesso approccio è adottato anche verso altri gruppi presenti nel nostro Paese. Basti pensare ai giovani nati in Italia da genitori stranieri che attendono la maggiore età con l’angoscia di non essere più cittadini. Incombe anche su di
loro lo spettro dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) e dei rimpatri forzati nei luoghi da cui sono fuggiti, spesso da crudeltà ancora più feroci. Sgomberi, schedature, concentramento di molte famiglie in luoghi marginali e degradati della città hanno rappresentato le uniche direttrici su cui si sono mosse le azioni di un Piano emergenza nomadi già costato alla collettività un ingente quantitativo di denaro pubblico. Il fallimento delle politiche di emergenza è risultato così evidente che il Consiglio di Stato, con la sentenza 6050 del 16 novembre 2011, ha determinato l’illegittimità dello stato d’emergenza. «È una vittoria per i diritti umani», commentava il presidente dell’associazione «21 Luglio» Carlo Stasolla, auspicando una nuova stagione di
politiche sociali non più segnate da misure discriminatorie e lesive dei diritti delle comunità rom e sinte.

Purtroppo questo non è accaduto. Gli sgomberi continuano: solo a Roma più di 400 negli ultimi due anni. Centinaia di famiglie in totale assenza di soluzioni alternative adeguate e, per la maggior parte di esse, sono state ignorate le procedure di garanzia dei diritti. Le osservazioni del Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale delle Nazioni Unite (Cerd) hanno rilevato nel marzo
scorso la mancanza di adozione di misure correttive da parte dell’Italia, così come indicato dal Consiglio di Stato con l’annullamento del Decreto emergenza nomadi.

Oggi l’associazione «21 Luglio» rinnova la sua battaglia insieme ad Asgi, Amnesty international, Human rights watch e Open society justice iniziative, appellandosi al governo affinché non venga annullata la sentenza 6050 del novembre 2011, poiché il Consiglio di Stato il 9 maggio 2012 ne ha sospeso gli effetti in attesa del giudizio di Cassazione.

Allo stesso tempo anche il popolo rom sta reagendo. Sono proprio i giovani i veri protagonisti di questa nuova battaglia pacifica per l’affermazione dei diritti di cittadinanza: ragazze e ragazzi nati in Italia, di seconda e terza generazione, da genitori apolidi o residenti irregolarmente nel nostro Paese, si sentono parte integrante della nostra società. Sono loro che si «ribellano» all’umiliazione della reclusione nei Cie; sono i giovani che rivendicano centralità e attenzione chiedendo, con un forte appello al presidente della Repubblica, il riconoscimento della cittadinanza italiana come presupposto di base su cui
fondare percorsi di inserimento regolare e legale nella comunità civile. I giovani hanno creduto nelle parole del Capo dello Stato, pronunciate il 22 novembre al Quirinale, nel corso del Convegno «Il protestantesimo nell’Italia di oggi», alla presenza degli evangelici italiani della Fcei: «Cittadinanza agli immigrati nati in Italia». Una campagna, «L’Italia sono anch’io», promossa da 19 associazioni rafforza il monito rivolto al Paese da Giorgio Napolitano. Attualmente sono circa un milione i minorenni residenti in Italia, figli di genitori stranieri. Una legge (la n. 91 del 1992) ormai inadeguata attende la presa di coscienza di governo e Parlamento, nell’auspicio che la decisione della Corte di Cassazione, in linea con i principi costituzionali, restituisca all’Italia la dignità di Paese accogliente e plurale.

Rocco Luigi Mangiavillano

www.confronti.net