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Tag: dialogo interreligioso

Le vedute senza fine di Hokusai

Autore: liberospirito 16 Giu 2015, Comments (0)

Presi dall’offrire spazio adeguato alle numerose emergenze del nostro tempo, ci siamo accorti che su questo blog – un po’ in contrasto con l’intenzione di partenza – scarseggiano materiali dedicati al dialogo Oriente /Occidente, solcando quell’asse che crea ponti fra esperienze culturali e religiose differenti. Di tanto in tanto proviamo a colmare tale mancanza. Lo facciamo, in questo caso, segnalando una mostra molto interessante presente a Lodi. Il contributo che proponiamo proviene da un altro blog di cui abbiamo già parlato – artenatura.altervista.org – che esplora, con senso critico e adeguata passione, le esperienze artistiche del presente come del passato.

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«Anche se fantasma me ne andrò per diletto sui prati d’estate»

L’arte occidentale, perlomeno da quando è in uso questo termine, ha posto al centro della sua attenzione l’essere umano. La visione antropocentrica è stato il perno intorno al quale ha ruotato – quando più, quando meno, tutta la cultura occidentale, portando questa visione fino alle sue estreme conseguenze, positive e negative. Anche se non siamo grandi conoscitori d’arte orientale crediamo di poterci permettere di dire che questo stesso atteggiamento non ha caratterizzato l’espressione artistica del mondo  orientale dove uomini e donne sono parte delle tante creature che compongono la grande natura.

Introduciamo così una bella mostra del grande pittore e incisore giapponese Katsushika Hokusai (Edo, 1760 – 1849) le cui opere furono fonte d’ispirazione per molti  artisti europei – Claude Monet, Vincent Van Gogh, Paul Gauguin … – che certamente cercavano nella leggerezza dell’arte giapponese un giusto contrappeso.

La raccolta Cento vedute del Monte Fuji fu il suo ultimo incompiuto lavoro, quasi un testamento spirituale, a proposito del quale scrisse: « Dall’età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, e sono cinquant’anni che pubblico disegni; tra quel che ho raffigurato non c’è nulla degno di considerazione. A settantatré anni ho a malapena intuito l’essenza della struttura di animali ed uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante e perciò a ottantasei progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor più il senso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso. Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria. Se posso esprimere un desiderio, prego quelli tra lor signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato. Dichiarato da Manji il vecchio pazzo per la pittura».

100 vedute del Fuji – 100 modi di parlare di Dio senza mai nominarlo è la mostra- curata con estrema competenza da Bruno Gallotta – visitabile fino al 24 giugno presso la ex “chiesa dell’Angelo” in via Fanfulla a Lodi.

All’esposizione delle cento vedute riprodotte sono affiancati gli interessanti scritti di Bruno Gallotta che accompagnano il visitatore, immagine dopo immagine, in un affascinante viaggio interpretativo dell’opera di Hokusai. Questa sorta di “voce fuori campo” guida il nostro sguardo a osservare con attenzione, a non tralasciare nessun particolare, perché nulla era casuale nell’opera del grande maestro, e ci propone una interessante esegesi del testamento spirituale per immagini composto dall’artista giapponese.

L’opera originale si presenta sotto forma di tre volumetti xilografici di cm. 23 X16, rilegati alla maniera dei libri popolari giapponesi di quel periodo e la si può vedere in mostra in una bacheca al centro dello spazio espositivo.

Grande pregio di questa operazione culturale, assolutamente degna di nota, è quello di accompagnare per mano il visitatore lungo un percorso  che, passo dopo passo, apre alla visione di un mondo che ci si mostra nella sua grande poesia.

La via della trasformazione. Una rassegna

Autore: liberospirito 26 Apr 2014, Comments (0)

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A partire da sabato 3 maggio, a Piacenza, presso la Biblioteca Passerini-Landi, prenderà inizio la rassegna  «La via della trasformazione».  La rassegna si propone di offrire, attraverso quattro incontri, alcune testimonianze sulla diffusione delle pratiche meditative e contemplative in Occidente.
Gli incontri si terranno presso il Salone monumentale della Biblioteca Passerini-Landi, via Carducci 14 (1° piano), a partire dalle ore 17. Questo il programma:

SABATO 3 MAGGIO: Coltivare semi di felicità. Video-intervista al monaco buddhista francese Matthieu Ricard. Con il commento di Federico Battistutta.

SABATO 10 MAGGIO: Passi leggeri su sentieri sassosi. Strumenti utili per la qualità della vita nelle condizioni di dolore. Conferenza di Diana Petech.

SABATO 17 MAGGIO: Passi di pace. Testimonianze video di Thich Nhat Hanh. Con il commento di Riccardo Grosso e del sangha di Piacenza

SABATO 24 MAGGIO: Swami-ji: un viaggio interiore. Documentario sulla vita indiana del monaco benedettino francese Henri Le Saux. Con il commento di Federico Battistutta.

Per uletriori informazioni:

tel. 0523-492408. E-mail: [email protected]
http://passerinilandi.biblioteche.piacenza.it
https://www.facebook.com/passerinilandi

Cambiare l’Islam

Autore: liberospirito 9 Mar 2014, Comments (0)

Abbiamo letto su “Tempi di Fraternità” (www.tempidifraternita.it) questo intervento sull’islam contemporaneo, che proponiamo ai lettori per la sua immediatezza. E’ anche un piccolo contributo alla giornata dell’8 marzo, appena trascorsa. In fondo, anche una religione come quella islamica non può non risentire dell’impatto con il mondo occidentale, con quel fenomeno denominato secolarizzazione. Si tratta di un discorso, questo, qui solo accennato, quindi da riprendere con respiro più ampio.

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Pochi giorni sono passati dalla festa degli innamorati. In Italia si vedono coppie giovani e meno giovani girare per la città regalandosi un sorriso e un fiore, ma in altre parti del mondo non solo è proibita ogni espressione d’affetto, anzi ci sono sempre nuove prescrizioni per sottomettere le donne.

È proprio di questi giorni la notizia, che arriva dall’Arabia Saudita, secondo cui la suprema autorità religiosa ha imposto una nuova fatwa che vieta alle donne di andare da sole da un medico, senza essere accompagnate dal marito o da un parente stretto. Anche se questo divieto era precedente, le donne lo ignoravano facilmente e quindi c’è stato un giro di vite che ha portato anche a tragedie come quella della studentessa universitaria che non ha potuto essere soccorsa da medici uomini ed è morta per un attacco al cuore. Questo accade in un Paese ormai diventato economicamente ricco, grazie al petrolio, ma che dimentica facilmente il proprio passato di popolo di pastori itineranti con i propri cammelli, vestiti di bianco con i turbanti, che gli uomini portano ancora con fierezza, dimenticando però il passato. Oggi la politica di questo Paese è molto legata ai Paesi occidentali, ma la mentalità è anacronistica, perché certi divieti e chiusure non sono legati alle origini dell’Islam, ma a sue successive interpretazioni e soprattutto all’uso che i poteri dei potentati hanno fatto e fanno della religione.

Io da piccolo, cresciuto in una famiglia islamica, ho sempre conosciuto il rispetto delle persone, la religiosità delle donne che era sincera e non conosceva oppressioni e divieti. Provo quindi un senso di sdegno e di vergogna di fronte alla grande ingiustizia che in Paesi che si vantano di essere islamici le donne siano tanto oppresse. Le associazioni islamiche nel mondo dovrebbero reagire e prendere le distanze di fronte a certe leggi e comportamenti. Si rizzano i capelli a leggere certe notizie: possibile che i giovani musulmani sul nostro territorio non reagiscano? Non sentano vilipesa la loro religione che dall’opinione pubblica è superficialmente identificata con quelle leggi?

Faccio quindi un appello: per migliorare la religione, come la politica, come la società, bisogna anche criticarla. Le donne sono esseri umani come noi uomini, non quindi proprietà di uno sceicco come i cammelli da sfruttare. Hanno gli stessi diritti di muoversi in autonomia, di accedere ad una professione, di vivere in libertà. Non si può interpretare il Corano in modo restrittivo, questi errori appartengono al passato, noi dobbiamo cambiare, com’ è successo per altre religioni e culture. La parola “ermeneutica”, nata nell’antica Grecia, voleva dire concretamente critica alla politica che era marcia e poi si è estesa alle religioni monoteistiche nel bacino del Mediteranno, interpretando i testi sacri dell’Ebraismo e del Cristianesimo. Così la situazione è migliorata molto rispetto ai secoli passati. Sarebbe necessario che anche il Corano fosse interpretato, tenendo presente il periodo storico in cui è stato scritto e la trasformazione della società di oggi. Un testo può essere letto in modi diversi. Nella festa di San Valentino una lettera d’amore per noi uomini e donne del ventunesimo secolo, credenti di una qualunque religione o non credenti, ha un significato particolare quando siamo innamorati, ma non ha lo stesso significato se l’ amata ci ha lasciato. Credo che anche l’Islam ha bisogno di un cambiamento forte che venga dalla base, per vedere il testo sacro in un modo nuovo e per condannare i poteri politici che usano a modo loro la religione. Questo però vuol dire aprirsi a una mentalità nuova, al dialogo con altre religioni, al rispetto dei diritti delle donne, a nuovi modelli di vita, pur conservando i grandi valori della tradizione che sono i rispetto, la solidarietà e l’ospitalità del diverso.

Alidad Shiri

Per Giovanni Vannucci, figlio del vento

Autore: liberospirito 5 Gen 2014, Comments (0)

Nell’ultimo post abbiamo ricordato Dian Fossey, morta il 26 dicembre 1985. Nella stessa data – 26 dicembre – ma del 2013, ricorreva il centenario della nascita di Giovanni Vannucci, figura che, seppur brevemente, merita ricordare per il suo valore e la sua attualità.

Era nato a Pistoia il 26 dicembre del 1913. Fu ordinato sacerdote nel 1937 e ottenne la Licenza in Teologia una decina di anni dopo. Fece parte dell’ordine dei Servi di Maria, insegnando esegesi, ebraico e greco biblico negli istituti di quest’ordine. Nel 1951 si unì, con alcuni confratelli, alla comunità di Nomadelfia, animata da don Zeno Saltini.  A partire dal 1954, con David Maria Turoldo  –  anch’egli dei Servi di Maria, personalità diversa e complementare a quella di p. Giovanni – organizzò diverse iniziative sociali, come la “Messa della carità”, nella città di Firenze. A metà degli anni Sessanta diede vita a una nuova comunità – dedita al lavoro, all’accoglienza e alla preghiera – all’Eremo di San Pietro a Le Stinche, nel Chianti. Da allora lasciò l’Eremo solo per tenere incontri, lezioni ed esercizi spirituali.

Da molti definito testimone e autore spirituale del nostro tempo, Vannucci  scrisse molto, curò alcune collane e collaborò a varie pubblicazioni. Uomo di grande e sincera religiosità, seppe unire tradizioni spirituali orientali e occidentali, divenendo un anticipatore del dialogo interreligioso. Così diceva: Siate figli del vento, gente del cammino, diffidenti verso le sistemazioni, le istituzioni e le regole formulate troppo bene. Riportiamo una riflessione che illustra bene la sensibilità religiosa di p. Vannucci.

G.Vannucci

 L’ebbrezza della libertà

La libertà è la maturazione del mio essere in tutte le sue possibilità, è il mio essere che va oltre tutte le forme per portare avanti quella vita che è l’uomo in noi.

Il fiore nasce in boccio, lentamente si espande e si apre nella pienezza della sua bellezza. Cos’è?

Voi mi direte: è la vita.

Sì, è la vita, ma è la libertà del fiore che lo porta ad esprimere tutta la sua bellezza, nel momento della sua perfetta espansione e fioritura.

 Così anche per noi: nelle nostre idee, se sono vive, c’è sempre una forza di rottura e di superamento; se non c’è questa forza, questa ebbrezza, questa libertas, la nostra idea si chiude in un dogmatismo oppressivo e diventiamo duri come gli altri, uomini dagli eterni principi e dagli eterni dogmi, mentre la vita induce in noi una ebbrezza di novità, un desiderio di maggiore bellezza, di orizzonti più vasti.

 La libertà è il raggiungere una forma e l’andare oltre:questa misteriosa forza, presente nel nostro essere, ci spinge ad andare sempre oltre.

 Questa è la libertà: crescere continuamente nella nostra essenza e nella nostra verità profonda superando tutte quelle chiusure, gabbie, oppressioni che ci deformano e ci rendono duri e incapaci di vivere in mezzo agli altri.

Giovanni Vannucci

 

 

Ricordando Abhishiktānanda

Autore: liberospirito 9 Dic 2013, Comments (0)

L’altro giorno,  il 7 di dicembre, ricorrevanno i quarant’anni della scomparsa di Henri Le Saux, ovvero Swami Abhishiktānanda, una delle grandi figure spirituali del Novecento. Ordinato monaco benedettino, si recò in India e partecipò alla fondazione dell’ashram cristiano-hindu di Saccidananda, adottando l’abito esteriore e interiore del samnyasin, e aprendo, con la sua esperienza e coi suoi scritti, una via verso la quale altri dopo di lui proveranno a percorrere e ad arricchire.  Ricordando questa importante figura all’interno del dialogo interreligioso, riportiamo alcuni passi dello stesso Le Saux provenienti dal volume intitolato Gñanananda, (edito da Servitium nel 2009).

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L’interesse che l’occidente rivolge sempre più verso l’oriente è certamente una delle più grandi ragioni di speranza per la crisi attraverso la quale il mondo sta attualmente passando. L’uomo occidentale ha in realtà molto da imparare da questo mondo spirituale e culturale d’oriente, che si è evoluto attraverso vie così differenti dalle sue. E forse è proprio solo là che potrà scoprire quell’interiorità la cui mancanza è così evidente e potrà recuperare quell’identità che sembra essergli scappata, un’identità che gli rivelerà il fondo stesso del suo essere.

A ogni modo non è un qualunque contatto con l’oriente che permetterà all’occidentale di avere accesso alle sue vere ricchezze e sarebbe ancor più falso pensare che questo contatto agisca come una panacea che curi tutti i mali dei quali soffre la civiltà attuale. (…)

Alla fine è giunto il momento, sia per la cristianità sia per la saggezza orientale, di superare le loro frontiere culturali, non più solo nella persona di singoli iniziati o convertiti, ma in un modo ben più ampio e profondo, proprio accettando che questo processo di universalizzazione o cattolicizzazione metta in discussione le forme in cui le particolari, e perciò limitate, culture hanno espresso le intuizioni originali. Il vero messaggio dell’India, ci verrebbe da dire, è di liberare l’uomo da questi “nodi del cuore”, da questa falsa identificazione che porta l’uomo a confondere il suo reale sé con una o l’altra delle manifestazioni della sua personalità a livello mentale o sociale. Il contributo dell’India al mondo è prima di tutto quello di far comprendere all’uomo il mistero profondo e indefinibile del suo proprio essere, il mistero del Sé “unico e non duale”, rivelato comunque nella molteplicità delle conoscenze.

Henri Le Saux – Swami Abhishiktānanda

Sabato 12 maggio, alle ore 17, presso la sede dell’associazione culturale DOGO, in via Martiri della Cagnola 69, a Galgagnano (Lodi)  ci sarà la presentazione del libro (a cui si è già accennato in un precedente post) di Federico Battistutta: Verità e cammino. Dialogo religioso e religiosità del dialogo, edito da Pazzini. Introdurranno il volume Ercole Ongaro e Monica Rossi. L’incontro è organizzato da Bruno Gallotta, responsabile del centro.

Ricordiamo che, sino a pochi anni or sono, a Galgagnano e nello stesso luogo (una tradizonale cascina lombarda), si sviluppava l’esperienza de “La Stella del Mattino”, un interessante esperimento di convivenza comunitaria interreligiosa lungo l’asse buddhista-cristiano, a cui l’autore del libro ha preso parte, svolgendo fra l’altro la carica di direttore dell’omonima rivista trimestrale che veniva presentata appunto come “laboratorio per il dialogo religioso”.

 

Verità e cammino

Autore: liberospirito 6 Apr 2012, Comments (0)

La terra è fatta di cielo.

La menzogna non ha nido.

Mai nessuno s’è perduto.

Tutto è verità e cammino.

Ferdinando Pessoa

Questi versi del poeta portoghese Pessoa sono posti come esergo al libro di Federico Battistutta che si intitola appunto Verità e cammino. Dialogo religioso e religiosità del dialogo, edito quest’anno da Pazzini. Il tema è quello – quantomai attuale – di un’indagine sugli aspetti peculiari riguardanti l’apertura e la costruzione (meglio: una co-costruzione, un qualcosa da fare insieme) di una prospettiva interreligiosa e, più in generale, interculturale, per i nostri tempi e per quelli a venire.

La considerazione è che ciascuno di noi vive immerso nella vita da un punto privilegiato, che è solo suo; ma questo punto, importantissimo per ognuno di noi, non è tutto il mondo, ma solamente un parte, una visuale, peraltro piccola. Allora, se le cose stanno così, nessuno può affermare a buon diritto di avere accesso alla verità totale per la specie umana o pretendere di incarnare in una misura assoluta il senso del cammino dell’uomo. Ciò significa che il cerchio non si chiude mai, poiché il dialogo non può avere termine, né si esaurisce, è come una sorgente di acqua, è il continuo rifiorire di un campo. Non ci resta che andare da viandanti lungo al strada, poiché, come dice il poeta, “Tutto è verità e cammino”.

E soprattutto, le religioni non possono pretendere di avere il monopolio della religione, sono tutt’al più custodi di tradizioni universali, appartenenti perciò all’intera umanità, e non proprietarie gelose di un patriomonio di loro esclusiva proprietà.

 

Omaggio a Raimon Panikkar

Autore: liberospirito 30 Ago 2010, Comments (0)

E’ morto il 26 agosto Raimon Panikkar, filosofo e teologo spagnolo di origini indiane (era nato a Barcellona da madre catalana e padre indiano), all’età di 91 anni. Tutti i quotidiani italiani ne hanno dato ampia notizia sulle pagine culturali. Qui, si può solo ribadire come sia stato a tutti gli effetti un personaggio-chiave (pur con tutte le umane contraddizioni) dell’ampliamento degli orizzonti filosofico-religiosi, in senso stretto, e culturali, nell’accezione più ampia del termine. Ci resta in eredità  la sua vasta opera, come fonte e materiale per la meditazione e la discussione a venire.

Sul “Corriere della sera” del 28 agosto è stato pubblicato anche un estratto di un testo inedito a cui Panikkar stava lavorando. Lo riproduciamo come omaggio a questa importante figura del nostro tempo. Leggere le sue parole è il modo migliore per ricordarlo.

 

Unire cielo e terra serve a ridare un senso al mondo

Raimon Panikkar

Nel corso dei millenni l’uomo è stato attratto, spesso ossessionato e talvolta affascinato, da due forze che i mistici chiamerebbero trascendenza e immanenza, i poeti cielo e terra, i filosofi spirito e materia. L’uomo si è dibattuto tra questi due poli attribuendo di volta in volta più importanza all’uno o all’altro, disprezzando, trascurando o magari negando realtà all’uno dei due (la materia è male, il corpo è schiavitù, il tempo è illusione) oppure viceversa (il cielo non esiste, lo spirito è mera proiezione, l’eternità un sogno).

La religione, intesa quale dimensione umana che potremmo chiamare religiosità, messa di fronte al problema del significato della vita ha oscillato tra questi due poli senza riuscire a dimenticare completamente l’altro. Carpe diem: la terra è troppo attraente per non godere dei suoi piaceri. Fuga mundi: il mondo è troppo fugace per riporvi la nostra fiducia.

Non v’è dubbio, tuttavia, che molte delle principali religioni ai nostri giorni hanno decisamente spostato la bilancia verso il trascendente, lo spirituale, l’ultraterreno. «Come andare in cielo» è il compito della religione; «come vanno i cieli» è l’incombenza della scienza: è stata questa la materia di discussione tra uno scienziato (Galileo Galilei) e un teologo (Roberto Bellarmino).

La dicotomia è stata letale per entrambi. La religione è bandita dagli affari umani e la scienza diventa una specialità astratta, avulsa dalla vita umana. La religione diventa un’ideologia e la scienza un’astrazione. In entrambi i casi il corpo è praticamente irrilevante. Compito della nostra generazione, se non vogliamo contribuire all’estinzione dell’homo sapiens, è di tornare a celebrare l’unione tra cielo e terra, quello hieros gamos o sacra unione di cui parlano tante tradizioni, non esclusa la cristiana.

Lo studio delle tradizioni religiose dell’umanità ci mostra che «scienza» (per non usare altri termini) ha voluto dire qualcosa più che descrizione empirica di comportamenti «religiosi» e delle loro interpretazioni «scientifiche» e che religione non è riducibile a pratiche o credenze definite «religiose» dal punto di vista della razionalità intesa nel senso in cui l’ha interpretata il cosiddetto illuminismo. Dicendo «scienze» non vogliamo escludere alcuna forma di coscienza né di saggezza.

Nel dire «religioni» non vogliamo cadere nel monopolio di questa parola da parte di istituzioni («religiose»); ci riferiamo invece a quel nucleo ultimo di ogni cultura, e anche di ogni vita umana, che si crede dia un certo senso alla vita.

È molto significativo che la parola polisemica «religione» sia stata ritenuta poco meno che sconveniente in alcuni ambienti e che si sia voluto sostituirla con «spiritualità». Ciò però dimostra che l’allergia alla parola «religione» è solo superficiale, dato che la parola «spirito» potrebbe farci cadere a sua volta in un altro «ghetto» esclusivo degli «spiritualisti». Se si critica la religione in quanto oasi chiusa che esclude i cosiddetti non-credenti, la spiritualità a sua volta potrebbe essere intesa come la confederazione di religioni in antitesi a coloro che negano ciò che è spirituale.

Sin dai tempi di Confucio si sa che esiste una politica delle parole.

Libero spirito

Autore: liberospirito 14 Lug 2010, Comments (0)

libero spirito

Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va

L’espressione “spirito libero” la troviamo utilizzata per lo più in riferimento a persone di ampie vedute, insofferenti al conformismo e a forme di pensiero rigide. Ma l’espressione “libero spirito” non dice solo questo, indica qualcosa d’altro, allude a qualcosa di più.

Vi è innanzitutto un rimando storico ai fratelli del libero spirito, presenti nel basso medioevo in diverse aree europee, dalla Francia ai Paesi Bassi, dalla Boemia all’Italia; essi professavano tutti la presenza della Spirito santo che li pervadeva e li rendeva puri, secondo il detto di Paolo di Tarso “Tutto è puro per i puri” (Lettera a Tito 1,15) e, in tal senso, si ritenevano liberi da ogni autorità ecclesiastica. Non solo: quello che è interessante è che il libero spirito assunse la forma del movimento, non quello di una nuova Chiesa – con tanto di dogmi e gerarchie – da contrapporre a quella di Roma. A questo indirizzo, assai diversificato al suo interno, può essere collegato quello delle beghine e dei begardi (un nome fra i tanti: Margherita Porete), quello degli apostolici di fra Dolcino e Margherita di Trento, così come lo spirito di libertà annunciato da Bentivegna di Gubbio, o la corrente della libera intelligenza del XIV secolo, solo per ricordare, in modo frammentario e disordinato, alcuni dei nomi di questa indimenticabile esperienza.

Queste sono le parole con cui abbiamo aperto alcuni mesi or sono il sito www.liberospirito.org. Si tratta di un archivio e di una biblioteca on line da aggiornare costantemente, divisa per autori e tematiche, mettendo a disposizione materiali da consultare, leggere e scaricare. Ci siamo resi conto che mancava però uno spazio legato all’attualità: abbiamo preso allora la decisione di dare vita a un blog, in modo da avere l’opportunità di comunicare iniziative in corso (incontri, convegni, seminari), dibattere su questioni urgenti o contingenti, con l’intenzione di creare e mantenere un rapporto più stretto con chi – come noi – è interessato a riflettere intorno a quest’area di idee e  pratiche.

Il nostro desiderio è quello di riuscire a costruire un dialogo religioso vero, aperto, plurale, dove l’attributo ‘religioso’ possa realmente indicare, prima ancora di designare uno specifico settore d’indagine (l’ambito religioso, appunto), la religiosità inerente al dialogare stesso di noi esseri umani. Di questo si sente forte la mancanza oggi, di qui vogliamo partire.

Per ogni contatto: [email protected]