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Tag: crisi finanziaria

Il grande imbroglio

Autore: liberospirito 27 Giu 2013, Comments (0)

In questo post non si parlerà di “religione e libertà”, come recita il sottotitolo del blog. Si dirà solo delle libertà da cui veniamo quotidianamente e impunemente defraudati attraverso il “grande imbroglio” della macchina finanziaria. Lo facciamo pubblicando un articolo di Luciano Gallino uscito su «La Repubblica» di ieri (da leggere insieme a quello di Guido Viale comparso oggi su «Il manifesto»). E la religione – aggiungerà qualcuno – dove la mettiamo? Diceva Benjamin, nel secolo scorso, senza le cose rozze e materiali per cui si lotta non possono esistere nemmeno quelle più fini e spirituali. Ma queste ultime (le cose spirituali) – ricordava sempre Benjamin nelle sue Tesi di filosofia della storia – vivono comunque nella lotta; come fiducia, coraggio, umore e via dicendo. Se religione non è affare che riguarda il proprio privato foro interiore, ma si riversa sulla vita intera, non può restarsene in silenzio, accantucciata, ma deve alzarsi in piedi e far sentire la sua voce. Ed è il momento.

 Paperone

La macchina cieca dei mercati finanziari

 Uscito di prigione dov’era finito per aver esagerato con i suoi traffici, il finanziere Gordon Gekko dice al pubblico stipato in sala che, guardando il mondo da dietro le sbarre, ha fatto delle profonde riflessioni. E le condensa in una domanda: «Stiamo diventando tutti pazzi?» La scena fa parte di un film su Wall Street, ma la stessa domanda uno poteva porsela giovedì 20 giugno mentre gli schermi tv e tutti i notiziari online sparavano ancora una volta notizie del tipo: “I mercati prendono male le dichiarazioni del governatore della Fed”; “crollo delle borse europee”; “bruciati centinaia di miliardi”; “preoccupati per il futuro, i mercati affondano le borse”. E, manco a dirlo, “risale lo spread”.
Esistono due ordini di motivi che giustificano il chiedersi se – cominciando dai media e dai politici – non stiamo sbagliando tutto preoccupandoci dinanzi a simili notizie di superficie in cambio di ciò che realmente significano. In primo luogo ci sono dei motivi, per così dire, tecnici. Nel mondo circolano oltre 700 trilioni di dollari (in valore nominale) di derivati, di cui soltanto il dieci per cento, e forse meno, passa attraverso le borse. Il resto è scambiato tra privati, come si dice “al banco”, per cui nessun indice può rilevarne il valore. Ma anche per i titoli quotati in borsa le cose non vanno meglio. Infatti si stima che le transazioni che vanno a comporre gli indici resi pubblici riguardino appena il 40 per cento dei titoli scambiati; gli altri si negoziano su piattaforme private (soprannominate dark pools, ossia “bacini opachi” o “stagni scuri”) cui hanno accesso soltanto grandi investitori. Di quel 40 per cento, almeno quattro quinti hanno finalità puramente speculative a breve termine – niente a che vedere con investimenti “pazienti” a lungo termine nell’economia reale.
Non basta. Di tali transazioni a breve, circa il 35-40 per cento nell’eurozona, e il 75-80 per cento nel Regno Unito e in Usa, si svolgono mediante computer governati da algoritmi che esplorano su quale piazza del mondo il tale titolo (o divisa, o tasso di interesse o altro) vale meno e su quale vale di più, per avviare istantaneamente una transazione. L’ultimo primato noto di velocità dei computer finanziari è di 22.000 (ventiduemila) operazioni al secondo, ma è probabile sia già stato battuto. Ne segue che chi parla di “giudizio dei mercati” dovrebbe piuttosto parlare di “giudizio dei computer”. Con il relativo corredo di ingorghi informatici, processi imprevisti di retroazione, episodi d’imitazione coatta, idonei a produrre in pochi minuti aumenti o cadute eccessive dei titoli, del tutto disconnessi da fattori reali.
In sostanza, i mercati finanziari presentati al pubblico come fossero divinità scese in terra, alla cui volontà e giudizio bisogna obbedire se no arrivano i guai, sono in realtà macchine cieche e irresponsabili, in gran parte opachi agli stessi operatori e ancor più ai regolatori. E, per di più, pateticamente inefficienti. Soltanto dal 2007 in poi la loro inefficienza è costata a Usa e Ue tra i 15 e i 30 trilioni di dollari. Emergono qui i motivi politici per guardare ai mercati in modo diverso da quello che ci chiedono. Cominciando, ad esempio, a rivolgere ai governanti e alle istituzioni Ue una domanda (un po’ diversa da quella di Gekko, ma nello stesso spirito): se in effetti sono i mercati ad essere dissennatamente indisciplinati, perché mai continuate a raccontarci che se noi cittadini non ci assoggettiamo a una severa disciplina in tema di pensioni, condizioni di lavoro, sanità, istruzione, i mercati ci puniranno?
In verità una domanda del genere governi e istituzioni Ue se la sono posta da tempo, pur senza smettere di bacchettarci perché saremmo noi gli indisciplinati. Fin dal 2007 la Ue aveva introdotto una prima Direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (acronimo internazionale Mifid). Non è servita praticamente a nulla, meno che mai a temperare la crisi. Ma governi e istituzioni Ue non si sono arresi. Prendendosi non più di cinque o sei anni di tempo, intanto che i mercati finanziari contribuivano a devastare l’esistenza di milioni di persone, si sono messi alacremente al lavoro per elaborare una Mifid II. E poche settimane fa l’hanno sfornata – in ben tre versioni differenti. Esiste infatti una versione del Consiglio dell’Unione, una del Parlamento europeo e una della Commissione europea. Gli esperti assicurano che nel volgere di un anno avremo finalmente una versione definitiva, che emergerà dal “trialogo” fra le tre istituzioni. Quando entrerà pienamente in vigore, nel volgere di un biennio o due dopo l’approvazione come si usa, anche i mercati finanziari saranno finalmente assoggettati a una robusta disciplina, non soltanto i cittadini che han dovuto sopportare, a colpi di austerità, il costo delle loro sregolatezze. Saranno trascorsi non più di otto o dieci anni dall’inizio della crisi.
È tuttavia probabile che di una vera e propria azione disciplinare i mercati finanziari non ne subiranno molta, e di certo non tanto presto. In effetti, il meno che si possa dire della tripla Mifid è che le divergenze fra le tre versioni sono altrettanto numerose e consistenti delle convergenze, mentre in tutte quante sono pure numerose e vaste le lacune. Da un lato ci sono notevoli distanze nei modi proposti per regolare le piattaforme di scambio private (i dark pools), le transazioni computerizzate ad alta frequenza, l’accesso degli operatori alle stanze di compensazione. Dall’altro lato, non si prevede alcun dispositivo per regolare i mercati ombra; vietare la creazione e la diffusione di derivati pericolosi perché fanno salire i prezzi degli alimenti di base; limitare l’entità delle operazioni meramente speculative. Ovviamente, tra divergenze e assenze le potenti lobbies dell’industria finanziaria ci guazzano. Sono già riuscite a ritardare l’introduzione di qualsiasi riforma di una decina d’anni dopo gli esordi della crisi, una riforma che sia una di qualche incisività a riguardo sia dei mercati sia del sistema bancario; se insistono, magari riescono pure a raddoppiare questi tempi. I governi e le istituzioni Ue hanno dunque larghi spazi e tempi lunghi davanti, per insistere nel disciplinare i cittadini invece dei mercati finanziari.

Luciano Gallino

Luciano_Gallino 

Contro la dittatura della finanza

Autore: liberospirito 28 Nov 2012, Comments (0)

L’editoriale dell’ultimo aggiornamento del sito www.ildialogo.org reca la firma di Alex Zanotelli. Condividiamo e sottoscriviamo quanto è scritto sotto. Ulteriori informazioni e indicazioni possono essere reperite consultando i siti – riportati verso la fine dell’articolo – che propongono campagne e iniziative per un’uscita dal debito, ben diversa da quella proposta dagli attuali governanti e dai partiti che li sostengono.

Ho riflettuto a lungo come cristiano e come missionario, nonchè come cittadino, sulla crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando, e sono riandato alla riflessione che noi missionari avevamo fatto sul debito dei paesi impoveriti del Sud. Per noi i debiti del Sud del mondo erano ‘odiosi’ e ‘illegittimi’ perché contratti da regimi dittatoriali per l’acquisto di armi o per progetti faraonici, non certo a favore della gente. E quindi non si dovevano pagare! “E’ immorale per noi paesi impoveriti pagare il debito” – così affermava Nyerere, il ‘padre della patria ‘ della Tanzania, in una conferenza che ho ascoltato nel 1989 a Nairobi (Kenya). Quel debito – spiegava Nyerere – non lo pagava il governo della Tanzania, ma il popolo tanzaniano con mancanza di scuole e ospedali. La nota economista inglese N. Hertz nel suo studio Pianeta in debito, affermava che buona parte del debito del Sud del mondo era illegittimo e odioso.

Perché abbiamo ora paura di applicare gli stessi parametri al debito della Grecia o dell’Italia? Nel 1980 , il debito pubblico italiano era di 114 miliardi di euro, nel 1996 era salito a 1.150 miliardi di euro ed oggi a quasi duemila miliardi di euro. “Dal 1980 ad oggi gli interessi sul debito – afferma F.Gesualdi – hanno richiesto un esborso in interesse pari a 2.141 miliardi di euro!” Lo stesso è avvenuto nel Sud del mondo. Dal 1999 al 2004 i paesi del Sud hanno rimborsato in media 81 miliardi di dollari in più di quanto non ne avessero ricevuto sotto forma di nuovi prestiti.

E’ la finanziarizzazione dell’economia che ha creato quella ‘bolla finanziaria’ dell’ attuale crisi. Una crisi scoppiata nel 2007-08 negli USA con il fallimento delle grandi banche, dalla Goldman Sachs alla Lehman Brothers, e poi si è diffusa in Europa attraverso le banche tedesche che ne sono state i veri agenti, imponendola a paesi come l’Irlanda, la Grecia…”Quello che è successo dal 2008 ad oggi – ha scritto l’economista americano James Galbraith – è la più gigantesca truffa della storia.”

Purtroppo la colpa di questa truffa delle banche è stata addossata al debito pubblico dei governi allo scopo di imporci politiche di austerità e conseguente svendita del patrimonio pubblico. Queste politiche sono state imposte all ’Unione Europea dal ‘Fiscal Compact’ o Patto Fiscale , firmato il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 capi di Stato della UE. Con il Fiscal Compact si rendono permanenti i piani di austerità che mirano a tagliare salari, stipendi, pensioni, a intaccare il diritto al lavoro, a privatizzare i beni comuni. Per di più impone il pareggio in bilancio negli ordinamenti nazionali. I governi nazionali dovranno così attuare, nelle politiche di bilancio, le decisioni del Consiglio Europeo, della Commissione Europea e soprattutto della Banca Centrale Europea(BCE) che diventa così il vero potere’ politico’ della UE. Il potere passa così nelle mani delle banche e dei mercati. La democrazia è cancellata. L’ ha affermato la stessa Merkel: ”La democrazia deve essere in accordo con il mercato.” Siamo in piena dittatura delle banche.

E’ il potere finanziario che ha imposto come presidente della BCE, Mario Draghi, già vicepresidente della Goldman Sachs, (fallita nel 2008!) e a capo del governo italiano Mario Monti, consulente della Goldman Sachs e Coca-Cola, nonché membro nei consigli di amministrazione di Generali e Fiat. (Monti fa parte anche della Trilaterale e del Club Bilderberg) .Nel governo Monti poi molti dei ministri siedono nei consigli di amministrazione dei principali gruppi di affari della Penisola: Passera , ministro dello Sviluppo Economico, è ad di Intesa San Paolo; Fornero, ministro del lavoro , è vicepresidente di Intesa San Paolo; P.Gnudi, ministro del Turismo, è amministratore di Unicredit Group; Piero Giarda, incaricato dei Rapporti con il Parlamento, è vicedirettore del Banco Popolare e amministratore di Pirelli. Altro che ‘governo tecnico’: è la dittatura della finanza!

Infatti sotto la spinta di questo governo delle banche, il Parlamento italiano ha votato il ‘Patto Fiscale’, il Trattato UE che impone di ridurre il debito pubblico al 60% del PIL in vent’anni. Così dal 2013 al 2032, i governi italiani , di destra o sinistra che siano, dovranno fare manovre economiche di 47-48 miliardi di euro all’anno ,per ripagare il debito. “Noi italiani siamo polli in una macchina infernale – commenta giustamente F. Gesualdi – messa a punto dall’oligarchia finanziaria per derubarci dei nostri soldi con la complicità della politica.” E ancora più incredibile è il fatto che sia stato proprio il Parlamento , massima istituzione della democrazia, a mettere il sigillo “a una interpretazione del tutto errata della crisi finanziaria, ponendola nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale- così pensa L. Gallino. La crisi, nata dalle banche, è stata mascherata da crisi del debito pubblico.”

Il problema non è il debito pubblico (anche se bisogna riflettere per capire perché siamo arrivati a tali cifre!), ma il salvataggio delle banche europee che ci è costato almeno 4mila miliardi di dollari , a detta dello stesso presidente della UE, Barroso (Sembra che il salvataggio delle ‘banche americane’ fatto da Obama sia costato su 14mila miliardi di dollari!) .

E’ chiaro che non possiamo accettare né il Patto fiscale della UE, né la sua ratifica fatta dal Parlamento italiano ,né la modifica costituzionale dell’articolo 81 ,perché a pagarne le spese sarà il popolo italiano.

C’è in Europa una nazione che ha scelto un’altra strada:l’Islanda. La nostra stampa non ne parla. L’Islanda pittosto che salvare le banche (non avrebbe neanche potuto farlo, dato che i suoi debiti si erano gonfiati fino a dieci volte del suo PIL!), ha garantito i depositi bancari della gente ed ha lasciato il suo sistema bancario fallire, lasciando l’onere ai creditori del settore piuttosto che ai contribuenti. E la tutela del sistema di welfare, come scudo contro la miseria per i disoccupati, ha contribuito a riportare la nazione dal collasso economico verso la guarigione. E’ vero che l’Islanda è un piccolo paese ma può aiutarci a trovare una strada per tentare di uscire dalla dittatura delle banche .

Per questo suggeriamo alcune piste per una seria riflessione e conseguente azione:

  1. Richiesta di una moratoria per il pagamento del debito pubblico;
  2. Indagine popolare (audit) sulla formazione del nostro debito pubblico allo scopo di annullare la parte illegittima, rifiutando di pagare i debiti ‘odiosi’ o ‘illegittimi’, come ha fatto l’Ecuador di R. Correa nel 2007;
  3. Sospensione dei piani di austerità che, oltre essere ingiusti, fanno aumentare la crisi;
  4. Divieto di transazioni finanziarie con i paradisi fiscali e lotta alla massiccia evasione fiscale delle grandi imprese e degli straricchi;
  5. Messa al bando dei ‘pacchetti tossici’ e della speculazione finanziaria sul cibo;
  6. Divisione delle banche ‘troppo grandi per fallire’ in entità più controllabili, imponendo una chiara distinzione tra banche commerciali e banche di investimento;
  7. Apertura di banche di credito totalmente pubbliche,
  8. Imposizione di una tassa sulle transazioni finanziarie per la ‘tracciabilità’ dei trasferimenti e un’altra sui grandi patrimoni;
  9. Rifondazione della BCE riportandola sotto controllo politico (democratizzazione), consentendole di effettuare prestiti direttamente ai governi europei a tassi di interesse molto bassi.

Sono solo dei suggerimenti per preparare un piano serio ed efficace per uscire dalla dittatura delle banche.

Per chi è interessato alle campagne in atto per un’altra uscita dal debito, consulti: smonta il debito, www.cnms.it ; rivolta il debito, www.rivoltaildebito.org; no debito, www.nodebito.it.

Se ci impegniamo, partendo dal basso e mettendoci in rete, a livello italiano ed europeo, il nuovo può fiorire anche nel vecchio Continente.

Da parte mia rifiuto di accettare un sistema di apartheid mondiale dove il 20% della popolazione mondiale consuma l’80% delle risorse: un pianeta con un miliardo di obesi tra i ricchi, e un miliardo di affamati tra gli impoveriti, e dove ogni minuto si spendono tre milioni di dollari in armamenti e nello stesso minuto muoiono per fame la morte di quindici bambini.

Il mercato, la dittatura della finanza si trasformano allora “ in armi di distruzione di massa”, dice giustamente J. Stiglitz, premio Nobel dell’economia. “Il potere economico-finanziario lascia morire  –afferma F. Hinkelammert – e il potere politico esegue….Entrambi sono assassini.”

Diamoci da fare perché vinca invece la vita!

Napoli, 18 novembre 2012


Alex Zanotelli

Povertà Ricchezza Ecologia

Autore: liberospirito 10 Ott 2012, Comments (0)

Segnaliamo la seguente iniziativa promossa dalla federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Commissione Globalizzazione e Ambiente): Vivere nei debiti. Un seminario sul debito delle nazioni, a Roma, via Firenze 38, il 23 ottobre, con inizio alle ore 10.00.

“Attraverso la globalizzazione liberista le strutture del commercio e della finanza hanno ampliato la distanza tra arricchiti e impoveriti minacciando lo shalom sulla Terra”. Questo uno dei passaggi del documento prodotto in Indonesia a Bogor dove dal 19 al 22 giugno scorsi si è svolto il forum mondiale che raccoglieva quanto emerso nelle consultazioni del progetto del Consiglio ecumenico su Povertà, Ricchezza ed Ecologia (PWE – Poverty Wealth Ecology). Una chiamata forte ad essere comunità trasformative con il coraggio morale di costruire una economia di vita che sradichi la povertà, sfidi l’accumulazione di ricchezza e salvaguardi l’integrità ecologica.

La scelta del debito e dell’indebitamento come focalizzazione è un riconoscimento della sua centralità e delle sue implicazioni  Nel 1833, infatti,  la caduta in schiavitù per debito era stata abolita, in Inghilterra e nel 1865 negli USA. Oggigiorno il suo spettro si ripresenta in Europa a prendo anche qui il dibattito sul debito illegittimo e il debito speculativo. Attraverso il debito infatti vengono colpiti  il salario diretto, il salario indiretto  (il welfare), il salario differito (le pensioni) ed il risparmio.

Programma (provvisorio) della giornata:

Mattina:

– Saluti e introduzione

– Il debito visto da vicino (Danilo Corradi, coordinamento Rivolta il debito)

Economia di vita, giustizia e pace per tutti (Rogate Mshana, coordinatore del progetto PWE, in differita)

Dibattito con brevi interventi coordinati

Pomeriggio

– Sezione teologica. Vivere nel debito (Herbert Anders, pastore)

Raccolta di pratiche di accompagnamento diaconale di riscatto

– Discussione e approvazione documento finale

– Conclusioni

Per comunicazioni e iscrizioni: Antonella Visintin [email protected]

Ma cos’è questa crisi?

Autore: liberospirito 3 Set 2012, Comments (0)

“Ma cos’è questa crisi?” è il titolo di una canzonetta in voga negli anni Trenta. Col medesimo titolo ecco una brevissima riflessione sulla crisi finanziaria in corso. A volte non servono molte parole per andare al cuore del problema, anzi. Lo scritto è un contributo proveniente dalla rivista “Tempi di Fraternità” (www.tempidifraternita.it), i cui testi ci è capitato più di una volta di segnalare con interesse.

Da perfetto analfabeta (anche) in cose politiche, mi chiedo: la speculazione è l’origine di tutti i nostri mali. La speculazione chi è? Una volta per dare un nome agli anonimi si diceva Satana, che andava bene per tutto,  poi è venuto uno “che chiamava i demoni per nome”, ed è stato eliminato come sovversivo.
Tutto il piangere che si fa sulla crisi (altro nome di Satana) da parte dei “poteri forti” è una bufala colossale, perché tutti sanno benissimo chi sono gli speculatori e dove nascondono i soldi, cioè le banche
“off shore”. Si potrebbe bloccarle tagliando i fili di una decina di telefoni e oscurando altrettanti computer, poi mandando i finanzieri a fare la raccolta, con grosse borse. Soprattutto Oltretevere, senza andare troppo lontano.

Non si deve, perché il segreto bancario è un tabù: come il segreto del confessionale e il diritto d’asilo e il Concordato. “Di caldo sangue rosseggianti strisce /seguono invan dell’assassino l’orme: /sacro Portier seguirle ti inibisce”(Vittorio Alfieri, Satira V).
Chiunque ami la Patria e ami la Chiesa dovrebbe trovare del tutto normale questo procedimento. (“Si, si – no,no”, oggi si dice “senza se e senza ma”) Tutto il resto viene dal Maligno, che questa volta ha il nome e il cognome di chiunque esiti o si opponga. Diogene (il saggio) quando Alessandro Magno (il politico) gli chiese in che cosa avrebbe potuto essergli utile, gli rispose di togliesi dalla porta della sua roulotte per non levargli il sole. Non è antipolitica, è chiarezza. Sarebbe stata antipolitica se non gli avesse risposto nulla. Il che significa che l’atteggiamento di chiunque si metta in politica deve essere valutato sul suo atteggiamento nei confronti dei paradisi fiscali, che sono appunto quelli che ci tolgono il Sole, cioè la fonte energetica di base a cui abbiamo diritto, prima dei segreti bancari, dei concordati e di tutto l’armamentario del Maligno con cui ci vogliono imbambolare.

Gianfranco Monaca

www.tempidifraternita.it

spiritualità e beni comuni

Autore: liberospirito 17 Giu 2012, Comments (0)

“Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto”.

Questa frase attribuita a Tenzin Gyatzo, attuale Dalai lama, sintetizza assai bene, con una vena di sano humour, la condizione in cui versa l’Occidente (un Occidente che ha oramai da tempo varcato i confini dell’Europa e del Nord America…). Di fronte alla crisi finanziaria che sta attanagliando il mondo ripensare radicalmente quale significato e valore intendiamo attribuire a parole come vita e morte, presente e futuro, salute e denaro, potrebbero indicarci quale direzione imboccare, verso dove incamminarci; comprendendo così che domande del genere possiedono una implicita valenza politica e che non esiste autentica spiritualità o cammino religioso che non abbia a cuore il bene comune.

Scriblerus

 

 

 

 

 

 

Proponiamo la lettura di questo articolo di Giorgio Agamben apparso tempo fa su “La Repubblica” (16 febbraio 2012). Ci pare un valido contributo per comprendere le vicende presenti, mettendo in relazione l’attuale crisi economico-finanziaria, che tutto inesorabilmente macina, col senso religioso delle cose.

Per capire che cosa significa la parola “futuro”, bisogna prima capire che cosa significa un’altra parola, che non siamo più abituati a usare se non nella sfera religiosa: la parola “fede”. Senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c’ è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos’è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni – esiste anche una disciplina con questo strano nome – stava appunto lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per “fede”. Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco “banco di credito”. Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, “fede” è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che “la fede è sostanza di cose sperate”: essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un futuro esiste nella misura in cui la nostra fede riesce a dare sostanza, cioè realtà alle nostre speranze.

Ma la nostra, si sa, è un’ epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un’ epoca senza futuro e senza speranze – o di futuri vuoti e di false speranze. Ma, in quest’epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro? Perché, a ben guardare, c’è ancora una sfera che gira
tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca – la trapeza tes pisteos – è il suo tempio. Il denaro non è che un credito e su molte banconote (sulla sterlina, sul dollaro, anche se non – chissà perché, forse questo avrebbe dovuto insospettirci- sull’euro), c’ è ancora scritto che la banca centrale promette di garantire in qualche modo quel credito. La cosiddetta “crisi” che stiamo attraversando – ma ciò che si chiama “crisi”, questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo – è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario – e le banche che ne sono l’organo principale – funziona giocando sul credito – cioè sulla fede – degli uomini. Ma ciò significa, anche, che l’ ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va presa alla lettera. La Banca – coi suoi grigi funzionari ed esperti – ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede – la scarsa, incerta fiducia – che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese. Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L’ archeologia – non la futurologia – è la sola via di accesso al presente.

Giorgio Agamben