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Tag: CIA

Era solo un conflitto locale…

Autore: liberospirito 23 Mar 2014, Comments (0)

Il conflitto in corso tra Ucraina e Crimea desta preoccupazione. Recentemente il periodico “Internazionale” (www.internazionale.it) ha reso noto l’elenco completo delle dispute territoriali presenti attualmente nel mondo. E qui la preoccupazione e l’allarme aumentano. La cartina sottoriportata indica con il colore grigio le nazioni esenti da dispute territoriali. Tutte le altre – e sono la stragrande maggioranza – si riferiscono a contese, conflitti, dispute di grandi o piccole dimensioni. Che dire? Non drammatizzare per non alimentare controvoglia il clima di terrore? Certo è che guardando indietro nella storia scopriamo che diverse guerre sono partite da conflitti di modesta o minima entità. Un esempio: nel 1914 l’Europa versava in una seria crisi economica, quando a Sarajevo uno studente serbo assassinò l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austro-ungarico. Si trattava inizialmente di una crisi diplomatica e di un conflitto localmente circoscritto. Nessuno avrebbe pensato che di lì a poco sarebbe esplosa la Prima Guerra Mondiale, con oltre 70 milioni di uomini mobilitati in tutto il mondo, di cui oltre 9 milioni sarebbero poi caduti nei combattimenti, a cui vanno aggiunti circa 7 milioni di vittime civili. Ed era solo un conflitto locale…

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Russia e Ucraina non sono gli unici paesi a contendersi un territorio. Nel suo World factbook, una pubblicazione annuale che raccoglie dati e statistiche, la Cia ha stilato un elenco di tutti gli stati del mondo che hanno in corso dispute con uno o più paesi per la sovranità su regioni, isole o confini.

Le nazioni escluse dall’elenco sono indicate nella mappa con il colore grigio, mentre tutte le altre (in arancione) sono coinvolte in qualche contesa territoriale.

In Europa hanno dispute aperte paesi come Danimarca, Norvegia e Finlandia, mentre sono esclusi dall’elenco Albania, Montenegro e Bulgaria.

La Mongolia è l’unico grande stato dell’Asia a non essere coinvolto in nessuna questione di sovranità territoriale.

La Cia ha incluso nella definizione di “disputa territoriale” sia le lotte e le controversie su confini o territori da parte di due stati, sia le pretese di sovranità su un territorio rivendicate da un solo stato. E in alcuni casi l’agenzia statunitense ha inserito anche contese per la gestione delle risorse naturali, per questioni geopolitiche o per l’annessione di territori sulla base di un’identità etnica o di un precedente legame storico.

I punti caldi. Secondo la Cia il Kashmir, al centro delle rivendicazioni di tre potenze nucleari come Pakistan, India e Cina, rimane l’area contesa più militarizzata e pericolosa al mondo, nonostante le trattative avviate nel 2005 tra Cina e India e il cessate il fuoco firmato tra Delhi e Islamabad nel 2004. La disputa riguarda anche le acque della regione, da cui nasce il fiume Indo.

La Cina è impegnata anche nella disputa con il Giappone sulle isole Senkaku/Diaoyu, dove negli ultimi mesi si sono registrati diversi incidenti che hanno sfiorato lo scontro armato, e in quella sulla piattaforma continentale del Mar cinese meridionale che la oppone a Filippine, Vietnam, Malesia e Brunei.

In Europa la maggior parte delle dispute territoriali residue si concentra nell’ex Jugoslavia, nonostante l’accordo tra Croazia e Slovenia sulla frontiera marittima che ha permesso di superare il veto di Lubiana all’ingresso di Zagabria nell’Unione europea. Le maggiori tensioni riguardano il Kosovo, la cui indipendenza dalla Serbia nel 2008 non è riconosciuta da Belgrado e da altri 84 paesi. Alcune aree a maggioranza serba vorrebbero tornare sotto la sovranità della Serbia.

La crisi in Crimea ha riportato l’attenzione sulla contesa territoriale tra l’Estonia e la Russia, che nel 2005 ha revocato la firma di un trattato di demarcazione della frontiera con l’ex repubblica sovietica dopo che il parlamento estone aveva inserito nel testo un riferimento ai confini precedenti alla Seconda guerra mondiale.

La settimana scorsa a Londra, il rapporteur delle Nazioni Unite per i diritti umani e il contro-terrorismo, Ben Emmerson, ha annunciato ufficialmente l’avvio di un’inchiesta dell’Onu relativa all’impatto sui civili dell’uso dei droni e degli «omicidi mirati». Con questa inchiesta l’Onu ha finalmente deciso di affrontare la tattica adottata dagli Stati Uniti nella «guerra al terrorismo», verificando la legalità e la stessa legittimità del ricorso agli omicidi mirati, effettuati con droni (gli aerei senza pilota comandati a distanza). Tra il 2004 e il 2013, secondo le ricerche condotte dal Bureau of Investigative Journalism, gli attacchi con droni in Pakistan da parte della Cia hanno ucciso 3.461 persone, di cui almeno 891 civili (tra cui circa 140 bambini). Su tutto ciò riportiamo un intervento di Norman Solomon, co-fondatore di RootsAction.org e fondatore e direttore del Institute for Public Accuracy. Solomon coordina la campagna Healthcare Not Warfare organizzata da Progressive Democrats of America. Il testo originale è reperibile su http://www.normansolomon.com

Per pura e semplice combinazione il secondo discorso inaugurale del presidente Obama è capitato nello stesso giorno del discorso di Martin Luther King jr alla festa nazionale.

Obama non ha menzionato King durante l’inaugurazione di due anni fa, ma, da allora, con le parole e nei fatti, il presidente ha fatto molto per distinguersi dall’uomo che disse “Io ho un sogno”.

Dopo il suo discorso alla marcia su Washington per il lavoro e la libertà nell’agosto del 1963, King ha continuato a correre grossi rischi pur di difendere appassionatamente le istanze di pace.

Dopo il suo discorso inaugurale nel gennaio del 2009, Obama ha perseguito politiche che incarnano proprio l’avvertimento severo di King del 1967: “Quando il potere scientifico surclassa il potere morale, finiamo con missili guidati e uomini fuorviati”.

Ma Obama non ha ignorato l’eredità di King contro la guerra. Al contrario, il presidente ha fatto di tutto per distorcerla e sminuirla. Nel suo undicesimo mese di presidenza – mentre aumentava l’impegno bellico degli Stati Uniti in Afghanistan, processo che ha triplicato la presenza delle truppe americane – Obama viaggiava verso Oslo per ritirare il Premio Nobel per la Pace. Nel suo discorso ha denigrato la difesa pacifista di un altro Nobel per la Pace: Martin Luther King.
Il presidente ha finto un tono rispettoso, mentre affondava un retorico fendente prima del colpo finale. “So che non c’è niente di inutile, di passivo e niente di ingenuo, nel credo e nell’esistenza di Gandhi e di King”, ha detto proprio prima di lasciar intendere che esattamente i due paladini della non-violenza furono inetti e ingenui.
“Io affronto il mondo per come è, e non posso restare inerme di fronte alle minacce rivolte al popolo americano”, ha aggiunto Obama.
Alcuni momenti più tardi ha tentato di giustificare l’assetto bellico dell’America: passato, presente e futuro. “Affermare che l’esercito talvolta è necessario non significa inneggiare al cinismo, ma riconoscere la storia; le imperfezioni umane e i limiti della ragione”, ha detto Obama”. “Io sostengo questa visione, incomincio con questa visione poiché in molti paesi esiste una profonda ambivalenza riguardo alle attuali azioni militari a prescindere dalla causa. E talvolta, a questo si aggiunge uno strisciante sospetto nei confronti dell’America, l’unica superpotenza militare nel mondo”.
Poi è arrivata la frase sciovinista: “Qualunque errore abbiamo fatto, il fatto è questo: gli Stati Uniti d’America hanno contribuito a garantire la sicurezza mondiale per più di sei decenni con il sangue dei nostri cittadini e la forza delle nostre braccia”.
Cantando le virtù morali dell’attività bellica, considerandola il prezzo da pagare per la pace, sembra un po’ strano, ma la retorica di Obama è paragonabile al pensiero chiave di Orwell: “Chi controla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato”.
Tendendo a minimizzare l’attività pacifista del passato, innalzando il passato stile Zio Sam (pur riconoscendo gli errori), classico eufemismo retrospettivo per giustificare le future carneficine della sua presidenza.
Due settimane prima del secondo mandato di Obama, il quotidiano britannico “The Guardian” ha scritto che: “L’uso di droni da parte degli USA è stato incrementato durante il ministero di Obama, laddove la Casa Bianca ha autorizzato attacchi in almeno quattro paesi: Afghanistan, Pakistan, Yemen e Somalia. Si stima che la CIA e le forze armate statunitensi abbiano portato avanti più di 300 attacchi di droni e ucciso 2.500 persone”.
Il quotidiano ha riferito che un ex membro del team antiterrorismo di Obama durante la campagna del 2008, Michael Boyle, sostiene che la Casa Bianca stia sottostimando il numero di vittime civili dovute agli attacchi di droni, allentando la stretta sugli standard previsti sul dove e come attaccare: “Le conseguenze si possono riscontrare nella presa di mira delle moschee o processioni funebri che hanno ucciso molti civili ed hanno lacerato il tessuto sociale delle regioni in cui gli attacchi si sono concentrati. Nessuno conosce con esattezza il numero dei morti causati dai droni in queste terre distanti, talvolta ingovernate”.
Sebbene Obama alcuni anni fa abbia criticato l’approccio di Bush definendolo “guerra del terrore”, Boyle fa notare come egli sia stato “altrettanto spietato e indifferente allo Stato di diritto come il suo predecessore”.
Boyle – in coerenza con le conclusioni di molti altri analisti politici – ritiene che l’uso di droni che l’amministrazione Obama sta perpetuando “incoraggi una nuova corsa agli armamenti, che consentirà ai futuri rivali di gettare le basi per un sistema internazionale sempre più violento”.
Nelle ultime settimane più di 50.000 americani hanno firmato la Petizionie per bandire i droni armati nel mondo (Petition to ban Weaponized Drones from the World). La petizione sostiene che “i droni armati non sono più accettabili delle mine antiuomo, delle armi a grappolo o delle armi chimiche”. Chiede al presidente Obama di “abbandonare l’uso di droni armati e di cancelalre il suo “programma di assassinii, a prescindere dalla tecnologia impiegata”.
Esempio di facile retorica dal podio dell’inaugurazione. Lo spirito di M.L. King sarà altrove.
Norman Solomon