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Tag: Charlie Hebdo

“La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”. Questo motto – proveniente, a quanto pare, dagli ambienti anarchici francesi dell’Ottocento – ben sottolinea come l’ironia da sempre sia un’arma affilata contro il potere. Contro tutti i poteri, anche quelli più sanguinari. A seguire un articolo (l’originale è in tedesco) apparso da poco sul sito di “Micromega” che mostra come il clichè, molto diffuso, secondo cui i musulmani non avrebbero senso dell’umorismo (e di conseguenza la satira sarebbe loro estranea) sia un luogo comune da smontare. Dedichiamo questo testo a Wolinski e agli altri disegnatori di “Charlie Hebdo” , morti sotto la furia omicida dell’intolleranza religiosa.

satira musulmana

Terroristi, combattenti, jihadisti: per Osama Hajjaj i sostenitori del cosiddetto Stato islamico (Is) non sono niente di tutto ciò. Per il vignettista giordano gli appartenenti al gruppo terroristico che hanno ingaggiato una battaglia sia reale sia virtuale per l’autoproclamato califfo Abu Bakr Al-Baghdadi, sono semplicemente dei “vigliacchi”. Una parola che esprime tutto il suo disprezzo. Per la furia distruttrice dell’Is, per la sua appropriazione dei simboli islamici e per la sua brutalità.

Ma Hajjaj, 41 anni, non sarebbe quello che è se si occupasse dell’Is solo a parole: l’Is è un oggetto costante delle sue vignette. “Voglio smascherare questa gente e chiarire che l’Is non rappresenta l’islam”, spiega.

Per farlo egli ricorre a immagini semplici ma allo stesso tempo molto efficaci: in una cinque ostaggi sono in ginocchio con il capo chino davanti a militanti dell’Is intabarrati nei loro vestiti neri. Quattro di loro tengono un coltello in mano, uno legge un testo. È lo scenario ormai in qualche modo cinicamente “classico” dei video delle esecuzioni, che l’Is pubblica instancabilmente. Nella vignetta però i corpi degli ostaggi compongono la parola “islam” in arabo. Quel che in questa vignetta Hajjaj mette in evidenza non è solo l’appropriazione della religione, ma anche le vittime musulmane dell’Is, che molto spesso i mass media non prendono in considerazione. Islam non significa terrore

Con immagini come questa Hajjaj intende mostrare ai musulmani e ai potenziali simpatizzanti dell’Is, ma anche all’opinione pubblica non musulmana, che l’organizzazione terroristica non è sinonimo di religione islamica. E tuttavia nella sua patria, la Giordania, Hajjaj con queste vignette non si fa solo degli amici, anche se, come racconta lui stesso, dopo il brutale assassinio del pilota giordano Mouath al-Kasasbeh dal popolo si è levato pubblicamente un urlo improvviso. “Ma purtroppo”, continua, “ci sono anche qui persone che, direttamente o indirettamente, sostengono l’Is perché sono convinti che la loro ideologia rappresenti il vero islam”.

Hajjaj continua a ricevere minacce di morte, ma non si fa intimidire: “La libertà di espressione è un diritto umano. Impedire che le persone utilizzino questo diritto è l’apice della barbarie”. Testardamente Hajjaj pubblica vignette su Facebook quasi ogni giorno: “Uso i social network per raggiungere quante più persone possibile e indurle, in modo divertente e sarcastico, a occuparsi di questioni politiche e sociali”.

L’ironia come ultima arma contro il terrore dell’Is? Il vignettista egiziano Hicham Rahma la usa in maniera del tutto intenzionale: una delle sue vignette mostra due militanti dell’Is che mangiano un’anguria. Arriva un terzo e scambia i due pezzi di anguria in bocca ai suoi compagni per dei sorrisi, e pensa che si siano convertiti alla miscredenza. Per cui non indugia oltre, e spara.

“Questi fondamentalisti”, spiega Rahma, “hanno bisogno di regole e divieti per qualunque cosa. Con la risata e l’umorismo non ci sanno proprio fare. Come il suo collega giordano Hajjaj, anche Rahma, 32 anni, considera la libertà di espressione un diritto umano fondamentale, e anche lui usa la Rete come piattaforma.

Se in Rete così come anche sui media arabi si guarda al di là delle notizie dell’orrore proclamate dai titoli, si trovano non solo vignette sull’Is: canali televisivi iracheni, libanesi e palestinesi trasmettono dei video satirici sul gruppo terroristico, su Twitter vengono diffusi perfidi collage su Abu Bakr al-Baghdadi. L’autoproclamato califfo la scorsa estate ha attirato su di sé lo scherno di molti musulmani nel mondo arabo, quando durante il suo “discorso di insediamento” dalla manica della sua modesta veste sbucava un orologio luccicante. La risposta si chiama satira

All’offensiva mediatica dell’Is, che si concretizza soprattutto con film e video prodotti in maniera professionale, giovani arabi e arabe rispondono con una satira incisiva, anch’essa in in forma di video. Tra gli esempi migliori spicca “The Prince”, realizzato a Gaziantep, città turca al confine con la Siria. Si vede Abu Bakr al-Baghdadi seduto in macchina sul ciglio di una strada mentre smanetta con lo smartphone. Flirta su Whatsapp con una miscredente, mentre sorseggia un bicchiere di vino e ascolta musica pop araba alla radio.

All’improvviso salta fuori un combattente marocchino e al-Baghdadi gira subito la radio su una frequenza che trasmette canzoni religiose sui martiri, mette via il bicchiere di vino e ne prende uno di latte e nasconde lo smartphone. Il marocchino dice euforico di voler andare a Gerusalemme e in paradiso. “Lì troverai ragazze bianche, bionde, verdi e nere”, gli dice il califfo mentre gli stringe una cintura-bomba. Non appena l’attentatore si allontana e si sente la bomba esplodere, le canzoni religiose e il latte vengono di nuovo sostituiti da musica pop e vino.

Quattro giovani rifugiati siriani si celano dietro questo video, che ha portato loro non solo minacce, costringendoli a cambiare domicilio, ma anche molta visibilità tanto che hanno aperto un proprio sito web e un canale YouTube pieno di parodie.

Anche Anas Marwah, siriano che studia in Canada a Ottawa, e i suoi colleghi palestinesi Maher Barghouthi e Nader Kawash sono attivi su Youtube. Nel video “Weekly show” mettono in scena uno spot del nuovo “iPhone ISIS 9 Air”, il cui diario facilita l’annotazione delle vittime, su cui è preinstallato il manuale dell’Is con consigli sulle armi e che rende la localizzazione dei miscredenti più facile che mai. Tutto in stile Apple. I video di Marwah e dei suoi colleghi, pubblicati in inglese e arabo, hanno ottenuto più di 20mila visualizzazioni.

Un pubblico simile ha anche il Panarabian Enquirer, il corrispondente mediorientale della rivista satirica Der Postillion. Gli autori non si fermano di fronte a nessun tabù pur di ridicolizzare gli attivisti dell’Is: un capo dell’Is di nome Al Kufari (“il miscredente”) riferisce in una finta conferenza stampa che l’uccisione degli omosessuali è dovuta al fatto che la bellezza dei loro corpi stimola in lui pensieri peccaminosi. Per riprendersi dalla guerra contro l’immoralità che ha condotto in vari paesi empi adesso deve frequentare ogni giorno una sala massaggi per soli uomini.

L’Is come caricatura di se stessa: un fenomeno casuale, dovuto solo alle possibilità tecnologiche e alle dinamiche innescate dai social network? Non solo. L’incessante flusso di vignette, video e satira mostra anche che per molti musulmani la misura è colma e si difendono così contro la hybris dell’Is e la sua appropriazione dei loro valori e simboli. “La satira è l’ironia che ha perso la pazienza”, diceva già Kurt Tucholsky. E anche Osama Hajjaj non vede nessuna ragione per avere pazienza. Continuerà a fare satira sul gruppo terroristico. Per lui è chiaro: “L’Is non ha nessuna dignità”.

Katharina Pfannkuch

17 febbraio 1600 – 2015

Autore: liberospirito 15 Feb 2015, Comments (0)
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Anche quest’anno l’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno” ricorderà il 17 febbraio a Roma in piazza Campo dei Fiori (ore 17.00), il grande pensatore Giordano Bruno, mandato al rogo dalla lucida follia della Santa Inquisizione il 17 febbraio del 1600.

Il convegno, al titolo ormai tradizionale “Nel nome di Giordano Bruno” aggiunge quest’anno il sottotitolo  “Je suis laïque”, come omaggio ai liberi pensatori di “Charie Hebdo” che hanno pagato con la vita il coraggio della loro satira dissacratoria: proclama di non sottomissione a chi pretende che la religione sia al di fuori di ogni possibilità di analisi e critica.

Come scriveva Giordano Bruno: «Sono amputate radici che germogliano, son cose antique che rivegnono, son veritadi occolte che si scuoprono: è un nuovo lume che dopo lunga notte spunta all’orizonte et emisfero della nostra cognizione, et a poco a poco s’avicina al meridiano della nostra intelligenza».

Questo il programma degli interventi al convegno:

Maria Mantello – Giordano Bruno, né dogmi, né padroni

Giuliano Montaldo – Il mio amico Giordano Bruno,

Franco Ferrarotti – Giordano Bruno, la poesia della libertà

Carlo Bernardini – – Laicità – Scienza Libertà

(N.B.: l’immagine in alto riproduce la manifestazione,avvenuta il 9 giugno 1889, per l’inaugurazione della statua dedicata a Giordano Bruno).

I sepolcri imbiancati e “Charlie Hebdo”

Autore: liberospirito 14 Gen 2015, Comments (0)

Il massacro alla redazione di “Charlie Hebdo” e tutto quello che ne è seguito non cessa – come è giusto che sia di fronte a un dramma del genere – di sollecitare domande, riflessioni, pensieri. In questo caso rivolgiamo l’attenzione ai personaggi che si trovavano alla testa della manifestazione parigina di domenica scorsa. Erano sicuramente figure di primo piano della politica mondiale, ma siamo altrettanto sicuri che rappresentassero degnamente il desiderio di pace, di convivenza e dialogo, invocato a gran voce dai milioni di uomini e di donne che stavano sfilando? Oppure, per usare una vecchia ma eloquente immagine evangelica, altro non erano che “sepolcri imbiancati”, i sepolcri imbiancati del nostro tempo? Anche su queste cose sarebbe bene interrogarsi e agire: lasciare l’iniziativa a tali personaggi (“la testa del corteo” è una metafora efficace) non può produrre – è poco ma sicuro – nulla di buono. Su tutto ciò ecco un breve articolo a firma di Manlio Dinucci, apparso su “Il  manifesto” di ieri. 

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Due milioni di persone, dopo gli attentati terroristici, hanno attraversato in corteo Parigi, facendone (nelle parole del presidente Hollande) la «capitale della libertà» nel mondo. In effetti il sentimento prevalente, che ha fatto mobilitare tante persone di diverse nazionalità, era quello di rivendicare la libertà dall’odio, dalla violenza terroristica, dalla guerra.

Ma alla testa del corteo c’erano proprio alcuni dei principali responsabili delle politiche che hanno portato a tutto questo.

Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, l’alleanza a guida Usa che nella guerra contro la Libia nel 2011 e quella in corso contro la Siria ha armato e addestrato gruppi islamici prima definiti terroristi. Il primo ministro della Turchia, il re della Giordania e il ministro degli esteri degli Emirati arabi uniti, paesi che forniscono oggi anche all’Isis armi, addestramento, vie di transito e finanziamenti per condurre la guerra in Siria e Iraq. Il primo ministro britannico Cameron e l’ex presidente francese Sarkozy, che hanno usato forze speciali e servizi segreti per operazioni terroristiche in Libia, Siria e altri paesi. Il premier Renzi, in rappresentanza di quell’Italia che, partecipando alla demolizione dello Stato libico, ha contribuito a incendiare il Nordafrica e Medioriente. Il presidente Hollande, promotore dell’operazione militare lanciata dalla Francia in Mali e Niger (rappresentati dai rispettivi presidenti al corteo di Parigi), ufficialmente per aiutarli a combattere i terroristi islamici, in realtà per sfruttarne le ricche materie prime (oro, coltan, uranio e altre), il cui ricavato finisce nelle tasche delle multinazionali e della élite locali.

Il primo ministro israeliano Netanyahu che, sfruttando il cordoglio per le quattro vittime ebree in uno degli attentati terroristici di Parigi, cerca di far dimenticare le migliaia di vittime palestinesi, tra cui centinaia di bambini, nell’operazione «Piombo fuso» e nelle successive da lui ordinate contro Gaza. Il fatto che al corteo di Parigi vi fosse in seconda fila Abu Mazen, in veste non di presidente palestinese ma di rappresentante di Al Fatah, non è indice di un cambio di politica da parte di Israele. Con la sua presenza in testa al corteo, Netanyahu cerca di far dimenticare anche il sostegno che Israele fornisce alle operazioni terroristiche dei «ribelli» in Siria.

In testa al corteo avrebbe dovuto esserci in posizione preminente anche il segretario di stato Usa John Kerry, che ha preferito però di restare in India per stringere accordi in funzione anticinese e antirussa. Gli Usa erano rappresentati a Parigi dal ministro della giustizia Eric Holder, che ha partecipato a una riunione con i ministri dell’interno di 11 paesi europei tra cui l’Italia. Kerry arriverà nella capitale francese il 14 gennaio, per preparare un «summit sulla sicurezza globale» che si svolgerà il 18 febbraio a Washington.

Intanto il primo ministro Manuel Valls annuncia che «la Francia è in guerra contro il terrorismo ed è pronta ad adottare nuove misure». L’Occidente si sta così ricompattando, sotto leadership Usa, con la motivazione ufficiale di dover affrontare la minaccia del terrorismo. Quello che esso stesso ha contribuito a creare ed ha alimentato, nelle tragiche situazioni sociali provocate dalle guerre scatenate nell’arco di oltre vent’anni. I cui militanti di base svolgono, quasi sempre inconsapevolmente, un ruolo funzionale agli interessi delle potenze che pensano di combattere.

Dando così una mano a chi, in testa al corteo dell’Occidente, cerca come il pifferaio magico di incantarlo con la sua musica, conducendolo sulla via che porta al baratro della guerra.

Manlio Dinucci

Contro questa nuova (strana) guerra mondiale

Autore: liberospirito 12 Gen 2015, Comments (0)

Ancora sui fatti di Parigi. Una considerazione a margine della manifestazione di domenica. Tutti i quotidiani l’hanno presentata come il più grande evento civile della Francia repubblicana: una grande manifestazione per mostrare unità e determinazione in favore della libertà di espressione dopo gli attacchi terroristici dei giorni scorsi; milioni di persone, decine di capi di stato e di governo da tutto il mondo; ecc. ecc. Intanto in Nigeria alcune bambine-kamikaze venivano fatte esplodere in un mercato provocando altra morte; sarebbero duemila le vittime degli integralisti islamici Boko Haram in meno di una settimana. Perché questo non suscita la medesima indignazione e mobilitazione in Europa? Per non ricordare poi quanto continua ad accadere in altre parti (Libia, Siria, Iraq, Palestina). Prima domanda: per l’Occidente è allora solo questione (egoistica) di prossimità geografica? Seconda domanda: al di là di ogni moralismo, è possibile e auspicabile proprio oggi, in piena globalizzazione, adoperare, come si sta facendo, due pesi e due misure, attenzioni e sensibilità differenti? Non è questa – in una situazione di ‘villaggio globale’ dove tutto diviene immediatamente prossimo – una forma pericolosa di miopia che presto o tardi ci farà precipitare in un precipizio? A seguire un altro contributo per riflettere su quello che sta accadendo: si tratta di un articolo di Ascanio Celestini, apparso su “Il fatto quotidiano”.

La cultura scende in piazza

“Il massacro di Parigi è un attentato alla pace mondiale” dice Giulietto Chiesa, “agli equilibri della pace internazionale” cioè è “la strattonata che punta a trascinare l’Europa in guerra”.
Abbiamo alle spalle mezzo secolo di pace (condita di stragi e terrorismo, ma anche di benessere) e davanti un possibile conflitto? Continua Chiesa dicendo che “l’Isis è una trappola ben congegnata, una creatura inquinata e molto dubbia, ma molti non hanno ancora capito la lezione” e poi si chiede “chi paga un esercito di oltre 50mila uomini? E poiché non è né la Russia né l’Iran. restano pochi mecenati.” Quali?
Dunque: chi sta cominciando questa nuova/strana guerra mondiale? Chi la avalla?
Io credo che intanto abbiamo un impegno: non accettare la posizione dei commentatori europei che hanno tante risposte certe (e spesso inutili), ma incominciare a porci delle domande, fare dei distinguo, avere dubbi.
E soprattutto dire, come tanti anni fa, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Non vogliamo essere colonialisti, non vogliamo produrre e vendere armi, non vogliamo mandare i nostri militari ad ammazzare gente in giro per il mondo, non vogliamo continuare a bombardare i morti di fame in giro per il mondo, i soldati ci piacciono di più quando spalano il fango e fanno attraversare le vecchiette sulle strisce pedonali, non vogliamo chiudere le frontiere ai profughi disarmati, non vogliamo dire che questi poveracci vengono nel nostro paese per spararci addosso
perché sappiamo che assistono i nostri anziani, puliscono le scale del nostro condominio e fanno la pizza sotto casa nostra, non vogliamo avere rapporti commerciali con paesi ricchi, arricchiti, ma schiavisti, non vogliamo, non vogliamo, non vogliamo, noi non vogliamo!
La coscienza può cominciare anche dal rifiuto.

Ascanio Celestini

Abolire ogni tutela legale del sacro

Autore: liberospirito 9 Gen 2015, Comments (0)

In questi giorni, anzi in queste ore, i commenti su quanto è accaduto (e sta accadendo) a Parigi si sprecano. Così come si spreca la retorica, i distinguo fin troppo prudenti e l’unanimismo forzato, a denti stretti. Quello che preoccupa invece è il risultato che lascerà, alla fine, tutto ciò, oltre la scia di sangue e di morte. Come fece Bush dopo l’11 settembre, con il Patriot Act, anche in Europa si preannunciano già, in nome della tutela dei cittadini, misure atte a limitare ulteriormente le libertà. Quello che è accaduto, affinchè non sia accaduto invano, dovrebbe offrire l’opportunità per una campagna per difendere e affermare (proprio ora!) la libertà, ovunque. Ad esempio, esigendo l’abolizione di ogni tutela e protezione legale riguardante la sfera del sacro e del cosiddetto “sentimento religioso”. Anche questo sarà il risultato di un dialogo religioso divenuto finalmente adulto. Riportiamo, a questo proposito, l’intervento di Raffaele Carcano, segretario Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), apparso sul sito di Micromega.

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Soltanto un mese fa il rapporto sulla libertà di pensiero mostrava quanto criticare la religione fosse un’attività a rischio, nel mondo. Specialmente nei paesi a maggioranza musulmana.

Ieri, la repressione della libertà di espressione è arrivata anche sul continente europeo. In maniera terrificante. Jihadisti reduci da esperienze di guerra in Medio Oriente hanno assaltato la sede del Charlie Hebdo compiendo una strage. Vigliacchi incapaci di argomentazioni, ma in assetto paramilitare, hanno trucidato bestialmente dodici persone inermi, che armate soltanto di una matita si battevano per la libertà di tutti.

Il Financial Times li ha definiti “giornalisti stupidi”, gente che se l’è andata a cercare. Stupidi. Stupidi come i partigiani di fronte all’esercito nazi-fascista, stupidi come le vittime della mafia. Stupidi come le centinaia di migliaia di cittadini che ieri sera hanno riempito le piazze francesi, manifestando per un’idea di libertà che è enormemente più ampia di quella di mercato. I vignettisti e i giornalisti di Charlie Hebdo lottavano per la libertà di espressione di tutti, per poter dire “no” a qualunque potere e a qualunque ideologia totalitaria, religiosa o non religiosa che sia. L’autocensura è sempre una rinuncia alla propria libertà e, nel contempo, un invito a tutti gli altri a fare altrettanto per mera convenienza personale, ed è impressionante che siano stati altri giornalisti a scriverlo.

Un mese fa avevamo invitato le associazioni islamiche italiane a un’azione comune, basata sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, contro le discriminazioni commesse in nome o contro la religione. Non c’è stata risposta. Il mondo musulmano, purtroppo, sta facendo decisamente troppo poco per fronteggiare un fenomeno ormai planetario. Anche ieri le reazioni sono state deboli, talvolta addirittura offensive. L’imam di Drancy ha sostenuto che gli attentatori non hanno nulla a che fare con l’islam, sono soltanto “l’impersonificazione del diavolo”.

Dalil Boubakeur, rettore della grande moschea di Parigi e presidente del Consiglio francese del culto musulmano, ha detto che si tratta di un “colpo portato all’insieme dei musulmani”.

Ma l’insieme dei musulmani comprende anche coloro che hanno assaltato la redazione gridando “Dio è grande” e “abbiamo vendicato il profeta”! Non si può addurre alcuna scusa: è stato un atto di guerra compiuto in nome di Dio e della religione. Contro un giornale che era stato denunciato per vilipendio, esso sì, dall’insieme delle organizzazioni musulmane francesi. Quale messaggio hanno trasmesso in questo modo ai loro fedeli più esagitati? Quanto incitamento alla jihad, non stigmatizzato, è stato pubblicato su internet nei mesi scorsi?

Una tradizione islamica riconduce a Maometto la decisione di far uccidere una poetessa, Asma bint Marwan, che lo aveva deriso: non è forse il caso di prendere le distanze da certi retaggi, da certi passaggi contenuti nei testi sacri che costituiscono modelli comportamentali incompatibili con qualunque religione si pretenda “di pace”?

Non può esserci civiltà democratica laddove la critica alla religione (e anche all’ateismo, ovviamente) non è libera. Le comunità religiose abbiano dunque il coraggio di rinunciare per prime a ogni protezione legale riservata al “sacro”, “al sentimento religioso”. Dio, se esiste, non ha certo bisogno di qualche legge per proteggersi. I leader religiosi invece sì, perché servono a immunizzarsi dalle critiche, a dotarsi di uno strumento utile alla conservazione del proprio potere. Ora devono scegliere da che parte stare: dalla parte della libertà di tutti o dalla parte del privilegio per sé.

Nei giorni scorsi tante voci, in Francia, hanno evidenziato un certo affanno nel comunicare l’importanza di avere istituzioni neutrali. L’assalto al Charlie Hebdo, proprio perché è una dichiarazione di guerra a un diritto umano fondamentale, può rappresentare uno di quegli eventi decisivi nella storia umana. Una risposta laica non può certo essere una reazione uguale e contraria a quella dei barbari assalitori, non può essere costituita dal rigurgito identitarista del “se ne ritornino tutti a casa loro, la nostre radici sono e resteranno cristiane” che possiamo trovare in troppi commenti. Una risposta laica non si dovrà mai abbassare al livello di selvaggi istinti tribali, ma dovrà far capire che la libertà è un bene così prezioso che, per difenderla, siamo disposti a batterci fino in fondo.

La libertà di espressione tutela tutti: atei, musulmani, cristiani. Se tutti, a cominciare dai legislatori, ci impegnassimo a rafforzarla, daremmo la risposta più potente a ogni terrorismo oscurantista. E i dodici caduti di Parigi non saranno morti invano.

Raffaele Carcano