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Tag: Charles Baudelaire

A seguire il commento di un nostro collaboratore sulla recente ostensione in Roma delle spoglie mortali di p. Pio e del meno noto p. Leopoldo da Castelnuovo. Tale contributo si inserisce nel più ampio controsservatorio sul Giubileo, attualmente in corso sul web e su riviste.

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All’inizio del mese di febbraio a Roma, prima presso la basilica di San Lorenzo al Verano (sede romana dei Cappuccini) e poi nella basilica di San Pietro è avvenuta l’ostensione delle spoglie mortali di Padre Pio da Pietralcina e di Leopoldo da Castelnuovo.

Se del primo non c’è nulla che non sia già stato detto, il secondo è, per i più, un illustre sconosciuto. Ma – e veniamo al punto – per la Chiesa Cattolica e per migliaia di fedeli, Leopoldo da Castelnuovo non è affatto un’anonima “spalla” o una semplice comparsa, anzi. É (meglio: è stato) un frate cappuccino  vissuto dal 1866 al 1942, e fatto santo da papa Wojtyla nel 1983.

I “meriti di servizio” che gli hanno fatto guadagnare l’aureola sono stati conquistati avendo passato praticamente tutta la vita dentro a un confessionale (dalla parte del confessore, ovviamente).

Al secolo Bogdan Ivan Mandić, Leopoldo, un po’ per amore e un po’ per forza (la fragile costituzione fisica gli impedì di dedicarsi alla missione in terre lontane e alla predicazione in patria, come egli avrebbe desiderato) fu quindi essenzialmente un frate confessore. Ma non un frate confessore qualunque: narrano infatti le cronache che a lui si rivolgessero non solo i semplici popolani, ma anche membri di famiglie aristocratiche e addirittura molti fra i professori della (laica) Università di Padova, città nella quale il religioso cappuccino visse e operò per gran parte della sua vita. Questo perché gran parte della sua fama era dovuta alla sua benevolenza e alla facilità con cui concedeva l’assoluzione (al punto che fu più volte accusato di “lassismo” da parte degli stessi confratelli), facendosi spesso e volentieri addirittura carico egli stesso delle penitenze inflitte ai propri “confessandi”.

Insomma: un sant’uomo o un pover’uomo, a seconda – come sempre – del punto di vista.

Ma non ci interessa qui discutere della vita e delle opere di Bogdan Mandić, quanto piuttosto del significato che questo Papa e questa Chiesa gli hanno voluto attribuire, mettendolo in mostra assieme al confratello Pio, in occasione della prima manifestazione di massa del Giubileo Straordinario nell’Anno del Signore 2016.

Si è detto sopra che questo è uno di quei casi in cui “il minore” spiega e sostanzia “il maggiore”, e i due, assieme, illuminano e illustrano ciò che sta loro attorno.

Che tradotto significa: se Padre Pio è il personaggio che tutti conoscono perché è stato, prima di tutto, un confessore, tanto quanto Padre Leopoldo, i due lo sono stati in maniera radicalmente diversa: se infatti il secondo ha operato nel segreto del confessionale e da lì non si è mai mosso, il primo ha agito – ed è rimasto anche dopo morto – sotto i riflettori della ribalta.

Ma se quello dei due che fa più comodo alla Chiesa – e che per questo viene “ostentato”- è Pio (perché garantisce folle abbondanti e abbondanti offerte) è Leopoldo a portare con sé il messaggio che, in questo momento, si vuole fare passare, ai fedeli e ai non-fedeli.

C’è un elemento – che a volte si tende a dimenticare – fondativo e cogente della politica ecclesiale attuale, la quale vede come suo protagonista assoluto Jorge Mario Bergoglio, in arte Francesco I: quest’ultimo è un gesuita. E chi c’è, ora come ora, meglio di un gesuita per risollevare le sorti della malandata Chiesa Cattolica?

Il motivo è presto detto: il fulcro della leva del potere, il punto di forza della dottrina teologica e politica dei Gesuiti è, ed è stato fin dalla fondazione dell’Ordine, la confessione.

A motivo del fatto che la confessione dei Gesuiti ha sempre avuto una caratteristica teologica e pastorale (leggi: “cura delle anime”) fondamentale: è “probabilistica”. Ovvero: a fronte dell’errare oggettivo, ha più valore la volontà dell’errante nel non aver voluto (o saputo di) errare. In altre parole: il peccato è certo, ma il peccatore solo “probabile”. Quindi aumenta anche la “probabilità” che questi ha di essere perdonato e giustificato.

Ma questo non è forse stato lo stesso modus agendi di frate Leopoldo? E questo è il messaggio che il progressista, l’aperturista, l’innovatore papa Francesco ha il compito e il desiderio di comunicare al mondo: guardate Leopoldo, guardate Pio, ammirateli… e confessatevi!

Confessatevi, e la Chiesa nella sua misericordia avrà pietà di voi e sarà sempre pronta ad accogliervi fra le sue braccia. Non abbiate paura, fatevi avanti: più siete e meglio è!

Perché (ma questo non lo dite con nessuno, mi raccomando…) è confessandovi che metterete la vostra scalcagnata e sconclusionata vita nelle mani amorevoli e accoglienti di Santa Madre Chiesa; perché è confessandovi che la farete giudice e maestra della vostra esistenza; perché è confessandovi che ammetterete una buona volta la vostra dipendenza da qualcos’Altro che non siete voi… ma che siamo Noi!

La confessione è l’araba fenice che rinasce dalle ceneri del Concilio di Trento, dopo il fuoco purificatore della Riforma Protestante (non a caso prossimo obiettivo di “riconciliazione” – nome attuale della confessione, per i non addetti – del pontificato francescano); rinascita della quale è principale artefice -guarda caso- proprio la Compagnia di Gesù.

[Breve inciso: in un altro momento critico per la Chiesa, successivo al Concilio Vaticano II, fu Giovanni Paolo II a rivolgersi ad un’altra Compagnia, quella “delle Opere”. Ma questa è un’altra storia.]

Ecco allora che una volta trovata la chiave, è facile interpretare i gesti, le parole, le scelte e le motivazioni. È facile “smascherare” ciò che viene “rappresentato”.

Perché anche al di là della buona fede con cui viene attuato tutto questo, anche sotto la forma della “misericordia” – tema del Giubileo Straordinario – la confessione cattolica era ed è la negazione esatta dell’assunzione di responsabilità e dell’autonomia di giudizio dell’uomo e della donna, dal momento che ha bisogno di un’alterità che si faccia carico degli errori e delle mancanze di un individuo. Perché la confessione fa leva sul senso di colpa, lo alimenta, volgendo a proprio vantaggio la “naturale” condizione di “limite” propria dell’essere umano e schiacciando la carne (debole per definizione) con la prepotenza dello Spirito. Il trucco consiste nel far credere all’uomo che sia egli stesso ad avere bisogno di scaricarsi la coscienza e di dovere giustificarsi davanti a un dio. D’altronde, non è forse vero che «Il più grande inganno del diavolo è quello di farci credere che lui non esiste» (Charles Baudelaire)? Un gioco di specchi, la cui illusione non verrà mai abbastanza svelata.

La Chiesa – anche la Chiesa dell’attuale papa, ebbene sì – non ha mai fatto altro che questo: sostituire Dio all’uomo, il che in fin dei conti significa sostituire se stessa e la sua dottrina (in nome di Dio) all’esistenza concreta di ogni uomo, pretendendo di insegnargli, a lui povero derelitto incapace di farlo da sé solo, a stare al mondo. Certo, lei lo fa per il suo bene (che madre misericordiosa sarebbe, altrimenti?) oltrechè, naturalmente, ad majorem Dei gloriam!

 Andrea Babini