Crea sito

Tag: canale di Sicilia

Gli schiavisti stanno fra noi

Autore: liberospirito 26 Apr 2015, Comments (0)

Sempre a proposito di quanto accade ogni giorno nel Mediterraneo ecco un contributo di Giorgio Cremaschi (apparso ieri sulle pagine dei  blog di Micromega). L’intervento mette in stretta relazione la politica dei respingimenti (da attuare oggi con il bombardamento dei barconi come unica soluzione) voluta, a quanto pare, da quasi tutti i governi europei, e le politiche di rigore economico anch’esse volute da quasi tutti i governi europei.

migranti

Il film Amistad di Spielberg, che narra la storia vera di schiavi ribellatisi su una nave ai propri negrieri  e finiti così negli Stati Uniti, si conclude con il bombardamento da parte della flotta britannica del forte schiavista di Lomboko, sulle coste dell’attuale Sierra Leone. Magari questa storia del primo 800 avrà ispirato Matteo Renzi e quanti nella UE pensano di affrontare le migrazioni con il bombardamento dei barconi, ma è proprio la falsità e la malafede del paragone a definire tutta l’infamia di questa intenzione.

Nel 1839 gli africani della nave Amistad erano stati rapiti e consegnati ai mercanti di  schiavi europei, molti gli italiani tra questi, per essere trasportati e venduti nel sud degli Stati Uniti. La loro ribellione li fece approdare al Nord ove, dopo un celebre processo, furono liberati. Essi allora chiesero e ottennero di essere riportati in Africa.

Ecco il punto fondamentale di differenza: coloro che muoiono o approdano sulle nostre coste non sono stati rapiti e non vogliono tornare a casa, essi sono semplicemente migranti. La cattiva coscienza europea usa il paragone con la tratta degli schiavi per spargere un belletto di umanità e progresso sopra una bieca scelta di respingimento. La differenza tra Renzi e Salvini è che il primo dice di ispirarsi a Lincoln mentre il secondo imita il Ku Klux Klan. Ma entrambi alla fine sono per il respingimento dei migranti che, lo ripeto perché non pare sufficientemente chiaro, vengono qui volontariamente e volontariamente non tornerebbero mai là da dove, pagando e rischiando la vita, sono partiti.

Certo che organizzazioni criminali lucrano su di loro e aggiungono ferocia a ferocia. Nel 1946 decine di migranti clandestini italiani che volevano raggiungere la Francia furono abbandonati dai loro caporali in mezzo ad una tormenta di neve. In gran parte furono salvati dai carabinieri, ma poi riprovarono a passare di là. Nessuno di loro pensò di tornare nella miseria delle campagne meridionali devastate dal latifondo e dalla mafia. La stupidità e la malafede di chi trasforma la questione sociale delle migrazioni in una operazione di polizia contro le mafie degli scafisti la dice lunga sulla ottusità con cui è governata l’Europa. Sì perché i migranti sono, lo ripeto ancora, volontari e non è certo colpendo chi specula sui loro bisogni che quei bisogni si cancellano.

Siamo in troppi scrive anche un intellettuale illuminato come Claudio Magris. Che paragona il nostro paese, o forse tutta l’Europa, ad un ospedale pieno nel quale sarebbe un disastro far entrare migliaia di persone. A parte il fatto che di fronte ad una emergenza, un ospedale cerca sempre di organizzarsi per aiutare più persone possibile. Come ben sanno i medici palestinesi che in piccoli ospedali a Gaza  han prestato assistenza a migliaia di persone colpite dalle bombe di Israele. Ma parte la singolare interpretazione del giuramento di Ippocrate da parte di Magris, chi ha deciso che l’Europa è una clinica a numero chiuso?

Chi lo ha deciso? Sono state le politiche di austerità rigore e pareggio di bilancio. Quanto costerebbe stabilire dei corridoi umanitari, investire con un piano di veri aiuti nei paesi da cui i disperati fuggono, stabilire un percorso di accoglienza e al tempo stesso di ricostruzione? Non sono in grado di fare un conto per tutte le aree da cui partono i migranti, ma so che a Gaza erano stati promessi 3,5 miliardi di euro che il milione di abitanti di quell’area devastata non ha neppure intravisto. Sono tanti soldi? Ma ci ricordiamo che il Quantitative Easing di Draghi finanzia le banche europee, Grecia esclusa, con 60 miliardi al mese?

E tutte le missioni militari contro il terrorismo che quando non uccidono cooperanti provocano milioni di profughi, quanto costano? Ma la povera Mogherini dovrà occuparsi di trovare la via legale per bombardare i barconi.

Ma poi siamo troppi in che senso? Certo è facile far credere che in Europa 50 milioni di disoccupati siano minacciati dal possibile arrivo di qualche milione di profughi. È facile a condizione però che li si convinca che contro le politiche di austerità non c’è nulla da fare. Eppure se tutti i paesi europei rinunciassero alle politiche di austerità e allargassero i cordoni della borsa per creare sul serio  lavoro, se i disoccupati europei ed italiani cominciassero davvero a ridursi di numero ed i salari di chi lavora ad aumentare, se la scuola, la sanità e i servizi pubblici riprendessero a garantire le loro prestazioni ai cittadini, se le nostra società riprendessero a cercare la giustizia sociale, perché non sarebbe possibile aggiungere posti a tavola? La verità è che la teoria e la pratica del respingimento dei migranti serve perfettamente a giustificare la distruzione della eguaglianza sociale in Europa. Anzi serve a creare consenso verso di essa: “Avete visto quanti milioni di persone vogliono venire qui? E voi poveri che qui già vivete baciate  questa terra e soprattutto ringraziate chi la protegge”.

Da tempo non credo che la disoccupazione di massa sia un incidente o un prezzo da pagare e sono invece convinto che sia perfettamente voluta per affermare quella società di mercato voluta dalla finanza globalizzata. Ora sono anche convinto che la politica del respingimento dei migranti sia altrettanto voluta e per le stesse ragioni. Per questo penso che Matteo Salvini e quelli come lui siano solo utili idioti di un disegno ben più sofisticato a cui fa comodo anche la loro squallida rozzezza. Chi difende il rigore economico europeo promuove il respingimento dei migranti, chi diffonde paura e odio verso i migranti difende il rigore economico europeo. Per questo trovo insopportabili sia il razzismo sia l’ipocrisia di stato che gli si oppone mentre nei fatti lo alimenta. Gli schiavisti sono tra noi.

Giorgio Cremaschi

Il Mediterraneo come campo di sterminio

Autore: liberospirito 20 Apr 2015, Comments (0)

Dalle informazioni (in realtà, spesso dis-informazioni) che apprendiamo dai media si parla di oltre 700 morti nel canale di Sicilia, altre versioni stimano invece più di 900 vittime. Forse, con precisione, non sapremo mai quantificare le morti dell’altro giorno. Quel che è certo è che è in corso uno sterminio di massa: lo scorso febbraio la cronaca aveva dovuto registrare la morte di 300 migranti, mentre nell’ottobre del 2013 le vittime erano state 339. Fermiamoci a questi ultimi dati, senza  andare più indietro: sono cifre di una guerra in corso, anzi di un  vero e proprio sterminio. Riportiamo sotto una riflessione a caldo (tratta dal ilfattoquotidiano.it/blog) di un operatore sociale a Lampedusa. 

morti immigrati

Ieri nel centro del paese c’erano bambini lampedusani che giocavano a calcio con i profughi, ridevano e scherzavano, mentre nella chiesa con i volontari stavamo dando vestiti alle persone che vengono dal mare. Ho visto le donne di quest’isola, messa al fronte dall’indifferenza europea, fare qualcosa di straordinario nella sua semplicità. Riuscire a regalare sorrisi e abbracci nel percorso di queste persone, svuotare i loro armadi e dare quello che potevano. Sono andato a letto felice, pensando a loro, e ai bambini che ho preso in braccio in questi giorni per le strade di Lampedusa. Sani, salvi e morbidi come lo era il mio in quell’età. Nessuna emergenza, solo bella umanità ho incontrato in questi giorni.

Questa mattina però, di nuovo, ho dovuto mettermi davanti le agenzie e contare i morti nel Canale di Sicilia. Sentire le dichiarazioni dei soliti sciacalli, le solite frasi di commento dei politici europei, incontrare i giornalisti. Mi escono le lacrime in diretta su un’intervista in radio perché ho troppa rabbia addosso. Penso alle storie che ho sentito dai ragazzi in questi giorni e penso a quelli come loro che stanotte sono stati inghiottiti per sempre dal mare. Nel nero della notte, senza stelle.

Mentre scrivo questo post un amico mi manda un messaggio con i commenti degli italiani che godono della morte degli innocenti sui social network. Respiro e penso che il sistema mediatico italiano è riuscito dove nemmeno Goebbels era arrivato, far odiare talmente degli innocenti da far gioire cittadini della loro morte pubblicamente. Siamo oltre la banalità del male, nell’indifferenza generale stiamo diventando parte attiva nello sterminio, tifiamo la morte. Con rabbia infinita penso a chi scrive queste cose, poi mi calmo e mi sforzo di restare lucido, cerco di trovare le parole per dire che queste non sono tragedie. Questo infatti è un crimine contro l’umanità.

Il Mediterraneo è un campo di sterminio prodotto dall’indifferenza europea, dal suo egoismo diffuso, dalle guerre per il gas e per il petrolio, dallo sfruttamento di interi continenti. No, non è questione di riflettere se aumentare o meno le missioni di salvataggio per uomini, donne e bambini. Il semplice discuterne dal punto di vista economico è il segno della devastazione in cui siamo sprofondati. Occore invece affrontare  una questione che è politica e da venti anni ed oltre sbatte sulle frontiere d’occidente. Una questione che non può e non deve essere affrontata solo dall’Europa, ma dal Consiglio di sicurezza dell’Onu che deve riunirsi immediatamente e mettere in piedi un corridoio umanitario globale per proteggere i profughi e richiedenti asilo. Utilizzando le ambasciate come luoghi in cui presentare domanda di protezione umanitaria risolveremmo molti dei problemi e al tempo stesso toglieremmo ai criminali il mercato di carne umana. Ogni nazione aderente alla Carta dei diritti dell’uomo dovrebbe aderire per comune responsabilità.

Risponderemmo così, in maniera globale, ad un fenomeno globale che per dimensioni è paragonabile agli effetti di una guerra mondiale. Sono quasi 25 anni che l’Occidente fa le guerre, destabilizza intere nazioni impoverendole, togliendo la speranza per milioni di persone che prendono così le rotte del nord. Usa e Francia, per non parlare della Gran Bretagna e delle monarchie dei petrodollari, oggi si lavano le mani in un mare che hanno contribuito a trasformare in cimitero. Non serve accusarli semplicemente per questo crimine, ma costruire una campagna globale, di massa, in grado di costringere le potenze del mondo a rimediare ai danni che hanno provocato.

Francesco Piobbichi

Per il 3 di ottobre

Autore: liberospirito 26 Ott 2013, Comments (0)

Non c’è giorno che non vi sia attraversamento o sbarco dal Mediterraneo per giungere alle nostre coste, in cerca di uno scampolo di vita e di dignità. Stiamo parlando dei migranti. Fra le altre cose si è costituito di recente il Comitato 3 ottobre avente come obiettivo quello di celebrare – appunto il 3 ottobre di ogni anno – la Giornata delle memoria delle vittime del mare, in ricordo delle centinaia di profughi morti davanti alle coste di Lampedusa. Su questi temi pubblichiamo di seguito una poesia di Erri De Luca che dice più di tanti lunghi, lambiccati discorsi.

Clandestini, 390 arrivati a Lampedusa in due sbarchi

Abbiamo amato l’Odissea, Moby Dick, Robinson Crusoe,
i viaggi di Sindbad e di Conrad,
siamo stati dalla parte dei corsari e dei rivoluzionari.
Cosa ci fa difetto per non stare con gli acrobati di oggi,
saltatori di fili spinati e di deserti,
accatastati in viaggio nelle camere a gas delle stive,
in celle frigorifere, in container, legati ai semiassi di autocarri?
Cosa ci manca per un applauso in cuore,
per un caffè corretto al portatore di suo padre in spalla
e di suo figlio in braccio
portato via dalle città di Troia, svuotate dalle fiamme?
Benedetto il viaggio che vi porta, il Mare Rosso che vi lascia uscire,
l’onore che ci fate bussando alla finestra.

Erri De Luca

erri-de-luca

“Non sono che animali”

Autore: liberospirito 19 Giu 2013, Comments (0)

C’è un cimitero in fondo al mare, dalle parti di Lampedusa. L’altro giorno, nella notte tra sabato e domenica sette migranti sono annegati, inghiottiti dal mare mentre tentavano di aggrapparsi a una gabbia di tonni. Non bisogna assuefarsi a questo genere di notizie, anche se gran parte degli organi di informazione fanno di tutto per presentarle come normali. Riportiamo di seguito l’articolo di Annamaria Rivera, apparso su “Il manifesto” di ieri.  “Non sono che animali”, s’intitola il pezzo. Lasciando intendere che dietro tutto ciò c’è un’orrenda offesa nei confronti di coloro a cui, nei fatti, viene negata l’appartenenza al genere umano. Tale offesa viene poi doppiata con l’implicita ammissione che agli animali non umani è lecito compiere ogni tipo di maltrattamento.

migranti

È atrocemente simbolica la fine degli ultimi sette o dieci migranti annegati nel Canale di Sicilia.
Ingoiati dai flutti mentre cercavano disperatamente di aggrapparsi a una gabbia ove si agitavano dei tonni: sette o dieci, non importa, ma altrettanto terrorizzati e come loro destinati alla morte. Sebbene troppo citato, l’aforisma di Theodor W. Adorno è perfettamente calzante: il «non è che un animale» si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli umani.
Secondo il racconto dei novantacinque superstiti salvati dall’intervento della Guardia costiera, i sette o dieci migranti sarebbero finiti in mare dopo che l’equipaggio del motopeschereccio tunisino aveva tagliato il cavo che trainava la tonnara. Avrebbero anche tentato di salire a bordo, i sette o dieci, ma sarebbero stati respinti brutalmente.
È una gara di crudeltà quella che si gioca sulla pelle dei nuovi dannati della terra: una catena gerarchica volta alla negazione dell’umano, non diciamo dei diritti umani fondamentali. Con alcune eccezioni rilevanti, come quelle di coloro che prestano soccorso in mare, è una catena che si snoda dai decisori, europei e nazionali, agli esecutori delle stolide politiche proibizioniste; dai gestori dei lager per migranti a non pochi rappresentanti delle forze dell’ordine italiane. Fino, in tal caso, ai pescatori tunisini incrudeliti da leggi crudeli contro i «clandestini» e chi ne sia «complice». Basta dire che nella Tunisia post-rivoluzione è ancora in vigore una legge che punisce con pene detentive comprese fra i tre e i venti anni di prigione chiunque sia implicato, direttamente o indirettamente, anche per mera solidarietà, in un episodio di migrazione illegale o solo in un tentativo o azione preparatoria. Un tal genere di leggi nazionali -tuttora in vigore, ripetiamo, malgrado le «primavere arabe» – è stato a sua volta imposto, favorito, indurito, legittimato dagli accordi bilaterali per il contrasto dell’immigrazione illegale: fino ai più recenti, stipulati dalla ex ministra dell’Interno Cancellieri con i suoi omologhi dell’altra sponda del Mediterraneo.
La realtà di questi giorni – si parla di un migliaio di migranti giunti sulle coste italiane in appena ventiquattr’ore – conferma una verità lampante: il «mondo-frontiera» (per usare la formula di Paolo Cuttitta), dai confini sempre più infittiti, complessi, variegati, disseminati, è più poroso che mai. Esso non ce la fa a competere con la forza degli esodi, con le ragioni che spingono gli esseri umani a cercare altrove salvezza, speranza, avvenire.
Il proibizionismo, il pessimo trattamento dei migranti, la clamorosa violazione del diritto umanitario nei confronti dei rifugiati non valgono a «scoraggiare gli arrivi», come recita un luogo comune. Servono, invece, a incrementare l’ecatombe mediterranea nonché a rendere un inferno la vita di chi riesce ad approdare. Fino all’istigazione al suicidio. Pochi giorni fa, a Firenze, Mohamud Mohamed Guled, rifugiato somalo di trent’anni, si è congedato da un’esistenza senza prospettive di dignità e serenità, lanciandosi da un edificio occupato da suoi connazionali e compagni di sventura. In seguito alla chiusura del progetto «Emergenza Nord Africa», era stato allontanato con 500 euro di mancia dalla struttura di accoglienza, a Pisa, gestita dalla Croce Rossa. Così, per avere almeno una tana, non aveva potuto far altro che raggiungere Firenze: a condurre in realtà una vita da reietto, sempre più deprimente e intollerabile.
Sono anni e anni che le associazioni per la difesa dei diritti dei migranti e dei rifugiati rivendicano canali d’ingresso legali, permanenti, realisticamente percorribili, meccanismi di regolarizzazione ordinaria, la chiusura dei lager per migranti, una legge organica sull’asilo che finalmente dia corpo all’articolo 10 della Costituzione, un programma nazionale d’integrazione dei rifugiati rispettoso almeno degli standard internazionali. E altre misure – come la riforma della legge sulla cittadinanza e il diritto di voto – che rendano più dignitosa la vita dei migranti e dei rifugiati, meno inferiore il loro status.
Oggi s’invoca la crisi economica per dire che non è il momento propizio per queste pretese. Ma, come si sa, per le rivendicazioni dei migranti e rifugiati, come d’altre categorie di subalterni, un momento propizio non c’è mai. Perciò insistiamo caparbiamente. Non rinunciamo a immaginare «uno stato di cose migliore» in cui, per citare ancora Adorno, «si potrà essere diversi senza paura»: umani e nonumani.

Annamaria Rivera