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Tag: buddhismo

Le cose sono relazioni

Autore: liberospirito 29 Mag 2018, Comments (0)

Pubblichiamo questo contributo, anche per mettere un po’ fra parentesi tutte le discussioni, più meno sensate, sul destino post-elettorale dell’Italia. E’ un articolo di Carlo Rovelli, fisico teorico e divulgatore in campo scientifico (apparso tempo fa su Corriere.it). Introduce al pensiero di Nagarjuna, autore buddhista indiano, vissuto nei primi secoli dopo Cristo. Brevissimamente: le cose altro non sono che relazioni. Un pensiero: chissà se una riflessione che parte in modo radicale da simili premesse non ci possa aiutare a uscire dal vicolo cieco in cui ci troviamo. Potrebbe essere una via – come diceva Wittgenstein nelle sue Ricerche filosofiche  – per “indicare alla mosca la via d’uscita dalla bottiglia”. E in che razza di bottiglia ci siamo infilati!

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Capita poche volte di incontrare un libro capace di influenzare nettamente il nostro modo di pensare. Ancora più raramente di incontrarne uno di cui non sapevamo nulla. Mi è capitato. Non è un testo sconosciuto: al contrario è famosissimo, commentato da secoli da generazioni di studiosi, addirittura venerato. Io non lo conoscevo, e penso che molti dei miei connazionali italiani, come me, non lo conoscano. L’autore si chiama Nagarjuna.

È un breve e asciutto testo filosofico scritto 18 secoli fa in India e divenuto classico di riferimento della filosofia buddhista. Il titolo è una di quelle interminabili parole indiane, Mulamadhyamakakarika, reso in vari modi, per esempio I versi fondamentali del cammino di mezzo. L’ho letto nella traduzione inglese di un filosofo, Jay Garfield, accompagnata da un ottimo commento che aiuta a penetrarne il linguaggio. Garfield conosce a fondo la tradizione orientale, ma viene dalla filosofia analitica anglosassone, e presenta le idee di Nagarjuna con la chiarezza e la concretezza che caratterizzano questa scuola, mettendole in relazione con il pensiero occidentale.

Non sono capitato su questo libro per caso. Persone disparate mi chiedevano: «Hai letto Nagarjuna?», soprattutto a seguito di discussioni sulla meccanica quantistica, o altri argomenti di fondamenti della fisica. Io non ho mai guardato con simpatia ai tentativi di legare scienza moderna e pensiero orientale antico: mi sono sempre sembrati tirati per i capelli, riduttivi da entrambi i lati. Ma all’ennesimo: «Hai letto Nagarjuna?», ho deciso di farlo, ed è stata una scoperta stupefacente.

Il pensiero di Nagarjuna è centrato sull’idea che nulla abbia esistenza in sé. Tutto esiste solo in dipendenza da qualcosa d’altro, in relazione a qualcosa d’altro. Il termine usato da Nagarjuna per descrivere questa mancanza di essenza propria è «vacuità» (sunyata): le cose sono «vuote» nel senso che non hanno realtà autonoma, esistono grazie a, in funzione di, rispetto a, dalla prospettiva di, qualcosa d’altro.

Se guardo un cielo nuvoloso — per fare un esempio ingenuo — posso vedervi un castello e un drago. Esistono veramente là nel cielo un drago e un castello? No, ovviamente: nascono dall’incontro fra l’apparenza delle nubi e sensazioni e pensieri nella mia testa, di per sé sono entità vuote, non ci sono. Fin qui è facile. Ma Nagarjuna suggerisce che anche le nubi, il cielo, le sensazioni, i pensieri, e la mia testa stessa, siano egualmente null’altro che cose che nascono dall’incontro fra altre cose: entità vuote.

E io che vedo una stella? Esisto? No, neppure io. Chi vede la stella allora? Nessuno, dice Nagarjuna. Vedere la stella è una componente di quell’insieme che convenzionalmente chiamo il mio essere io. «Quello che esprime il linguaggio non esiste. Il cerchio dei pensieri non esiste» (XVIII, 7). Non c’è nessuna essenza ultima o misteriosa da comprendere, che sia l’essenza vera del nostro essere. «Io» non è altro che l’insieme vasto e interconnesso dei fenomeni che lo costituiscono, ciascuno dipendente da qualcosa d’altro. Secoli di concentrazione occidentale sul soggettosvaniscono nell’aria come brina la mattina.

Nagarjuna distingue due livelli, come fanno tanta filosofia e scienza: la realtà convenzionale, apparente, con i suoi aspetti illusori o prospettici, e la realtà ultima. Ma porta questa distinzione in una direzione sorprendente: la realtà ultima, l’essenza, è assenza, vacuità. Non c’è. Ogni metafisica cerca una sostanza prima, un’essenza da cui tutto il resto possa dipendere: il punto di partenza può essere la materia, Dio, lo spirito, le forme platoniche, il soggetto, i momenti elementari di coscienza, energia, esperienza, linguaggio, circoli ermeneutici o quant’altro. Nagarjuna suggerisce che semplicemente la sostanza ultima… non c’è.

Ci sono intuizioni più o meno simili nella filosofia occidentale che vanno da Eraclito alla contemporanea metafisica delle relazioni, toccando Nietzsche, Whitehead, Heidegger, Nancy, Putnam… Ma quella di Nagarjuna è una prospettiva radicalmente relazionale. L’esistenza convenzionale quotidiana non è negata, è affermata in tutta la sua complessità, con i suoi livelli e sfaccettature. Può essere studiata, esplorata, analizzata, ma non ha senso cercarne il sostrato ultimo.

L’illusorietà del mondo, il Samsara, è tema generale del buddhismo; riconoscerla è raggiungere il nirvana, la liberazione e la beatitudine. Ma per Nagarjuna Samsara e Nirvana sono la stessa cosa: entrambi vuoti. Non esistenti.

Allora l’unica realtà è la vacuità? È questa la realtà ultima? No, scrive Nagarjuna, ogni prospettiva esiste solo in dipendenza da altro, non è mai realtà ultima, compresa la prospettiva di Nagarjuna: anche la vacuità è vuota di essenza: è convenzionale. Nessuna metafisica sopravvive. La vacuità è vuota.

Non prendete alla lettera questo mio impacciato tentativo di sintetizzare Nagarjuna. Ci mancherebbe. Ma da parte mia ho trovato questa prospettiva straordinaria e sorprendentemente efficace, e continuo a ripensarci.

In primo luogo perché aiuta a dare forma ai tentativi di pensare coerentemente la meccanica quantistica, dove gli oggetti sembrano misteriosamente esistere solo influenzando altri oggetti. Nagarjuna non sapeva nulla di quanti, ovviamente, ma nulla vieta che la sua filosofia possa offrire pinze utili per fare ordine in scoperte moderne. La meccanica quantistica non quadra con un realismo ingenuo, materialista o altro; ancora meno con ogni forma di idealismo. Come comprenderla? Nagarjuna offre uno strumento: si può pensare l’interdipendenza senza essenze autonome. Anzi l’interdipendenza — questo è il suo argomentare chiave — richiede di dimenticare essenze autonome. La fisica moderna pullula di nozioni relazionali, non solo nei quanti: la velocità di un oggetto non esiste in sé, esiste solo rispetto a un altro oggetto; un campo in sé non è elettrico o magnetico, lo è solo rispetto ad altro, e così via. La lunga ricerca della «sostanza ultima» della fisica è naufragata nella complessità relazionale della teoria quantistica dei campi e della relatività generale… Forse un antico pensatore indiano ci offre qualche strumento concettuale in più per districarci… È sempre dagli altri che si impara, dal diverso; e nonostante millenni di dialogo ininterrotto, Oriente e Occidente hanno ancora cose da dirsi. Come nei migliori matrimoni.

Ma il fascino di questo pensiero va al di là dei problemi della fisica moderna. La prospettiva di Nagarjuna ha qualcosa di vertiginoso. Sembra risuonare con il meglio di tanta filosofia occidentale, classica e recente. Con lo scetticismo radicale di Hume, con la dissoluzione delle domande mal poste di Wittgenstein. Nagarjuna non cade nelle trappole in cui si impiglia tanta filosofia postulando punti di partenza che finiscono sempre per rivelarsi a lungo andare insoddisfacenti. Parla della realtà e della sua complessità, schermandoci dalla trappola concettuale di volerne trovare il fondamento. È un linguaggio vicino all’anti-fondazionalismo contemporaneo. La sua non è stravaganza metafisica: è semplicemente sobrietà. E nutre un atteggiamento etico profondamente rasserenante: è comprendere che non esistiamo che ci può liberare dall’attaccamento e dalla sofferenza; è proprio per la sua impermanenza, per l’assenza di ogni assoluto, che la vita ha senso.

Questo è il Nagarjuna filtrato da Garfield. Esistono interpretazioni diverse del testo, commentato da secoli. Oggi se ne discutono di kantiane, pragmatiste, neoplatoniche, misticheggianti, zen… La molteplicità di possibili letture non è una debolezza del libro. Al contrario, è la testimonianza della vitalità e della capacità di parlare che può avere uno straordinario testo antico. Quello che davvero ci interessa non è cosa effettivamente pensasse il priore di un monastero nel Sud dell’India di quasi due millenni or sono — quelli sono affari suoi; ciò che ci interessa è la forza di idee che emana oggi dalle righe che lui ha scritto, e quanto queste, intersecandosi con la nostra cultura e il nostro sapere, possano aprirci spazi di pensieri nuovi. Perché questa è la cultura: un dialogo interminabile che ci arricchisce continuando a nutrirsi di esperienze, sapere e soprattutto scambi.

Carlo Rovelli

Pubblichiamo la traduzione di una intervista rilasciata in Francia dal Dalai Lama. Vengono toccati, anche se a volo d’uccello, temi di grande interesse: la pratica religiosa, il rapporto tra politica e spiritualità, i segnali di un futuro post-religioso .

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Intervista esclusiva con il maestro spirituale tibetano durante il suo soggiorno a Strasburgo. Sempre con la medesima ossessione: come evitare di cadere nella violenza?

Per una volta, la pressione del console cinese non ha avuto alcun effetto. A Strasburgo, il Dalai Lama è stato ricevuto a braccia aperte dal comune e dalle autorità europee. Il punto culminante del suo soggiorno nella capitale alsaziana, un fine-settimana da decifrare, davanti a un pubblico di ottomila persone riunite allo Zenith, un’ardua costruzione del nostro secolo. Lì ci ha ricevuti, in una piccola stanza senza finestre, all’interno del vasto edificio. Tra un pranzo veloce e un incontro con un bambino su una sedia a rotelle, ha risposto alle nostre domande, anche le più delicate, prima di salire sul palco e riprendere il filo delle sue spiegazioni metafisiche.

Quando evochiamo la tragedia ancora aperta del Tibet, in particolare la recente ondata di auto-immolazioni, il luccichio malizioso che di solito compare negli occhi del Dalai Lama all’improvviso sparisce. Dal 2009, centoquarantacinque tibetani si sono trasformati in torce viventi per protestare contro Pechino, convinti che il loro sacrificio rispettasse l’ingiunzione alla nonviolenza del loro leader spirituale.

L’impasse delle immolazioni

Questa domanda è estremamente difficile per me“, sospira. “Il suicidio, per i buddisti, è un atto violento. Non posso accettarlo. Ma se esprimessi il mio disaccordo, le famiglie, già ferite dalla perdita di un loro caro, verrebbero profondamente rattristate … Che cosa fare? Non c’è via d’uscita. Posso solo stare zitto”. Anche sul piano puramente politico, vede solo una situazione di stallo: “Qual è il beneficio di questi atti? Oltre al risalto pubblico, modifica ciò che pensano i ‘duri’ al potere? Ne dubito … “.

L’impazienza dei giovani tibetani, che sempre meno sopportano la morsa del giogo cinese, rappresenta un altro dilemma: “Un responsabile venuto da Lhasa mi ha spiegato che i vecchi erano piuttosto contenti della loro condizione attuale, ma che i giovani erano molto insoddisfatti. Mi ha assicurato che finché sono vivo non c’è rischio di violenza. Ma dopo? La mia risposta allora e ora è la stessa: il principio della nonviolenza deve essere rispettato, che io sia vivo o meno. Spero che i tibetani ricorderanno che questo principio è parte della loro cultura“. Il Dalai Lama respinge completamente l’idea che la violenza sia talvolta necessaria o utile. “Nulla di buono può mai venire dalla violenza“, insiste, ricordando la famosa frase del Buddha: “Se l’odio risponde all’odio, l’odio non si fermerà mai“.

Gusto del comico

Che fare quindi di fronte a un potere, come quello di Pechino, disposto a qualsiasi cosa per assicurarsi il suo perpetuarsi? “Innanzitutto dobbiamo ricordare che la Cina appartiene al popolo cinese, non al Partito comunista. Le persone saranno sempre lì. Si può dire lo stesso del Partito, tra dieci, venti o trenta anni? La nostra scelta è di mantenere i legami con i cinesi che sostengono la nostra causa, e fortunatamente ce ne sono sempre di più“.

Anche se è la guida spirituale di milioni di discepoli, il Nobel per la pace non esita a mostrare umorismo e dire buffonate degne di uno scolaro. Ora si copre la testa con un asciugamano bagnato per rinfrescare il suo cranio e, ovviamente, per scatenare l’ilarità generale. Tra il pericolo di prendersi troppo sul serio e quello di essere scambiato per un clown, ha chiaramente fatto la sua scelta.

Ma questo gusto del comico non gli impedisce di affermare con forza le sue convinzioni. Giudica il nostro mondo troppo radicato in valori ‘esterni’ – successo sociale, denaro, potere, comfort, ecc. – e, al contrario, privo di valori ‘interiori’ – senso del dialogo e del perdono, altruismo, ottimismo e soprattutto compassione. È, dice, questa cultura ‘materialistica’ che dà origine a comportamenti egoistici e genera i conflitti del nostro tempo. Per quanto riguarda i valori altruistici, questi non dovrebbero essere presi per desideri pii: “La scienza ha dimostrato che corrispondono alla natura profonda della specie umana“.

 

“Piuttosto marxista”

Un altro errore sarebbe quello di confinare tali valori nel regno della fede. È convinto che questi facciano parte di un’etica universale, che trascende le religioni e le culture. Per evitare di ripetere le tragedie del XX secolo, sostiene che questi valori andrebbero insegnati insieme alla scienza in tutte le scuole del mondo e presi sul serio, a cominciare dagli stati. Il 14° Dalai Lama ha deciso di dare l’esempio. Nel 2011, ha rinunciato a tutte le sue funzioni politiche. Ora vengono eletti dirigenti che presiedono al destino dei tibetani in esilio. “La democrazia è il miglior sistema politico, l’unico che in realtà permette il fiorire di questa etica universale. Anche se, in termini di economia, sono piuttosto marxista“, aggiunge, scoppiando a ridere. “Per quanto riguarda l’istituzione del Dalai Lama, nata secoli fa, l’ho completamente e felicemente abolita“, dice con un tocco di orgoglio. “Questo sistema che mescolava lo spirituale e il temporale era feudalesimo. È finito. Il mio successore, se ce ne sarà uno, non avrà alcun potere politico“.

Scienza della mente

Secondo il noto monaco buddhista francese Mathieu Ricard, il leader tibetano è fondamentalmente una sorta di rivoluzionario che non esita a distruggere le vecchie rovine per rivolgersi solo a concezioni e metodi che possono aiutarci oggi. “Sebbene sia un vero maestro buddhista, la religione e la cultura tibetana non sono, di per sé, ciò che più conta per lui. Se il buddhismo tibetano è prezioso, è soprattutto perché sembra essere l’erede di una vera scienza dello spirito sviluppata nell’antichità da una grande scuola filosofica indiana, la scuola Nalanda (la più importante università buddhista dell’India antica, n.d.t.)”. Questa ‘scienza della mente’ che descrive il nostro funzionamento mentale ed emotivo affascina anche i neurobiologi e gli psicologi, che hanno iniziato un insolito dialogo con gli studiosi tibetani.

A Strasburgo, il Dalai Lama ha partecipato a un convegno presso l’università sulla ricerca che sta studiando l’effetto di diversi metodi di meditazione sulla salute fisica e mentale. Il Dalai Lama riassume: “Il buddismo tibetano appare come un ponte tra scienza e spiritualità e consente di immaginare metodi per migliorare le relazioni tra gli umani“. “Think, think, think” (“pensa, pensa, pensa”), continua a ripetere, un dito sulla tempia, il Dalai Lama. “La preghiera, i rituali, il fervore verso un maestro spirituale sono buoni, ma non è ciò che porterà il cambiamento intimo di cui parla il buddhismo, né aiuta a cambiare il mondo. La fede cieca – inclusi i testi più sacri del buddhismo – è stupidità“. Quindi lasciamole, suggerisce, alle persone che non hanno avuto l’opportunità di sviluppare la propria intelligenza. Coloro che, al contrario, hanno questo ‘splendido strumento’, il cervello umano, devono usarlo per avanzare lungo il sentiero della conoscenza razionale. “Un miliardo di prostrazioni non vale un solo giorno di studio serio“.

Amore e compassione

Volentieri iconoclasta nei confronti del buddhismo, il Dalai Lama non risparmia le sue critiche alla pratica religiosa che si è allontanata dalla ‘essenza’, vale a dire l’amore e la compassione. “Quando vedo come alcuni leader religiosi, inclusi i buddhisti, difendono la loro fede, a volte mi chiedo se il mondo non sarebbe migliore senza religione“, esclama con quella famosa risata che risuona nel piccola stanza. Quanto all’islam, si rifiuta di renderlo un caso speciale: “Le azioni delle canaglie musulmane non provano nulla della natura dell’islam. Altrimenti, bisognerebbe dire che il buddhismo è una religione di odio a causa di alcuni monaci estremisti in Birmania. L’esistenza di versi che autorizzano la violenza nel Corano non dimostra nulla. Lo stesso tipo di fenomeno si trova in tutte le dottrine. Noi buddhisti abbiamo le famose ‘divinità adirate’ che uccidono nel nome del Dharma! Tutto questo, in fondo, non ha nulla a che fare con l’essenza della religione. È una questione di educazione, comprensione intellettuale, dialogo“. In breve, di una mentalità aperta. “Think, think, think!”

(traduzione di Federico Battistutta)

Un buddhismo poco pacifico: il caso birmano

Autore: liberospirito 4 Ott 2016, Comments (0)

Questa volta parliamo di buddhismo e diritti umani. E’ risaputo (o no?) che fra tutte le vie religiose il buddhismo è contrassegnato da una marcata apertura e tolleranza verso altri approcci (a differenza, tanto per dirne una, delle religioni abramitiche). Ad esempio Christmas Humphreys – appartenente alla Società Buddhista di Londra – approntò nel lontano 1945 un veloce sommario dei principî del buddhismo e, scorrendo il testo, possiamo leggere che “verso le altre religioni e filosofie è praticata la massima tolleranza, nessun uomo ha il diritto di interferire nel percorso del suo simile verso la meta”. Ma non sempre le cose stanno così. Pubblichiamo un interessante articolo di Ilaria Benini, apparso sull’ultimo supplemento dedicato all’Asia del “Manifesto”. Si parla del caso della Birmania-Myanmar e di una preoccupante forma di buddhismo che lì si sta affermando, con tanto di “Bin Laden buddhista”; questa volta spetta ai musulmani lo scomodo ruolo di perseguitati. 

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La terra delle pagode profuma di spiritualità e contemplazione, ma non è tutto oro quel che luccica e anche il buddhismo birmano ospita le sue insidie. Il turista poco informato può rimanere abbagliato dalla sacralità degli stupa dorati, intonacati di bianco o di mattone a vista che ricoprono la valle dell’Irrawaddy; dal rispetto quotidiano evocato dalle infradito di velluto e plastica accumulate scomposte all’ingresso delle pagode; dalle lunghe file di monaci e monache questuanti con le loro ciotole di ceralacca nera. Ma il sogno di una religione che è più una filosofia ed è intrinsecamente portatrice di pace si infrange proprio nella terra simbolo del buddhismo.

L’89% della popolazione birmana è buddhista theravada (una delle due principali scuole di pensiero buddhista, considerata la più ortodossa, diffusa in Sri Lanka, Cambodia, Laos, Thailandia e, appunto, Myanmar) e viene considerato il paese buddhista più religioso in considerazione della spesa interna dedicata alla religione e della presenza di monaci: dati recenti parlano di 500.000 monaci e 75.000 monache su una popolazione di 53 milioni.

Come tutte le religioni, il buddhismo presenta delle controversie quando entra in relazione con la politica. Così la tradizione spirituale delle pratiche meditative viene brutalmente sfigurata dalla violenza, verbale e fisica. Nel 2012 nello stato Rakhine, al confine con il Bangladesh, si sono verificati numerosi casi di violenza tra buddhisti e musulmani. Questa regione è ricca di tensioni in quanto è una delle più povere del paese. Nel mirino delle violenze buddhiste sono stati in particolare i rohingya, una minoranza musulmana i cui rappresentanti non sono riconosciuti come cittadini birmani e vengono, anzi, considerati immigrati clandestini, nonostante molti di loro risiedano in questi territori da più di un secolo.

Dall’ovest del paese, gli scontri si sono estesi in altre regioni e in tutto sono morte alcune centinaia di persone e decine di migliaia sono rimaste senza casa e lavoro, ospitate in campi profughi interni molto spesso più simili a prigioni che a campi di accoglienza. Cavalcando quest’ondata di conflitti, nel 2013 un monaco birmano salì agli onori delle cronache come “il volto del terrore buddhista” con il suo primo piano stampato sulla copertina della rivista statunitense Time. Si trattava di U Wirathu, il leader spirituale del movimento anti-islamico birmano che accettò di buon grado il nomignolo di “Bin Laden buddhista” ed è tuttora impegnato nella sua propaganda armata di sermoni, social media e Youtube. Il tema dell’opposizione buddhismo-islam in Myanmar è stato toccato nel primo intervento di Aung San Suu Kyi all’assemblea delle Nazioni Unite, questo 21 settembre.

È stata criticata per non aver nominato i rohingya, ma ha invocato tolleranza e supporto alla commissione istituita recentemente per affrontare la complessa situazione dello stato Rakhine, alla cui guida vi è Kofi Annan. Il Myanmar sta attraversando un periodo molto difficile da interpretare per la sua popolazione. La transizione da un regime dittatoriale a un sistema democratico prevede di mettere in discussione molti dei pilastri su cui la gestione del quotidiano si basa e, sui giornali e alla radio, inizia a sentirsi sempre più stesso la parola «secolarizzazione». Le violenze di questi anni sono senza ombra di dubbio legate al cambiamento degli assetti economici, politici e dunque anche culturali.

Le generazioni più giovani invocano la separazione della religione dalla politica. Tutto l’opposto veniva fatto dai generali dell’esercito al potere che «compravano» i favori del buddhismo: la costruzione di pagode e le offerte servivano a conquistare l’appoggio dei monaci, figure di influenza cruciale per il popolo birmano.

Eppure stiamo parlando della terra che ha reso celebre la meditazione vipassanā, una tecnica buddhista theravada nata in India, ma la cui grande diffusione nel mondo si deve soprattutto all’opera di due birmani, il monaco Mahasi Sayadaw (1904-1982) e il laico U Ba Khin (1899-1971). Questa forma di meditazione penetrativa ha lo scopo di sviluppare la massima consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali e mentali, affinché se ne colga la reale natura e ci si incammini per tale via verso la liberazione.

Non sorprende quindi se la meditazione è stata la salvezza di tanti prigionieri politici, molti dei quali oggi fanno finalmente parte della classe politica e intellettuale del nuovo Myanmar. Ne parla nella sua autobiografia Ma Thida, attivista birmana di professione medico, scrittrice ed editrice. Durante i cinque anni e sei mesi passati in prigione è sopravvissuta alle terribili condizioni della reclusione grazie alla meditazione, cui dedica il suo ultimo libro.

E così non dovrebbe nemmeno sorprendere che, tra i vari tipi di visto disponibili per entrare nel pase (turistico, business, ricongiungimento familiare) ci sia il visto per la meditazione. E se Buddha assume un ruolo nelle regole per entrare nel paese, lo ha anche per le espulsioni: ogni anno qualche turista con simboli buddhisti tatuati viene caricato a forza su un aereo e mandato fuori dal paese.

Il ruolo della religione nel paese buddhista più religioso del mondo è indiscutibile, su ogni piano.

Ilaria Benini

Dentro il grande prodursi del presente

Autore: liberospirito 27 Mag 2016, Comments (0)

Abbiamo da poco appreso la notizia della morte di Koho Watanabe, monaco zen giapponese che diede un contributo fondamentale per la diffusione del buddhismo zen in Italia, seguendo un approccio coerente con la grande tradizione zen e al tempo stesso originale e innovativo. Con le sue parole: “Non confinati da una morale codificata, vivere il grande prodursi del presente senza affidarsi a regole prestabilite: questa possiamo chiamarla audacia di vivere”. Riportiamo di seguito (le ricaviamo dal sito www.lastelladelmattino.org) le parole e il ricordo di due monaci zen che ebbero Watanabe come maestro.

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Il 23 giugno saranno deposte nel cimitero di Antaiji le ceneri di Koho Watanabe roshi, deceduto sabato 7 maggio, all’età di 74 anni.
Non abbiamo dato notizia della sua morte quando avremmo voluto, ovvero subito, perché per sua volontà così doveva essere.
Un uomo grande e difficile, che ha dedicato la vita, senza riserve, a offrire lo zazen al mondo. Nella tradizione di altri uomini grandi e difficili che sono riusciti nel condurre la loro vita prescindendo dalla loro forza e dalla loro debolezza, con la sua vicenda esistenziale ha saputo indicare con purezza il significato concreto del Grande Voto.

Voi che leggete e noi che scriviamo dobbiamo a lui questo incontro, le sue premesse, le sue conseguenze.

Sua fu l’intuizione di abbandonare il vecchio Antaiji che, quasi assorbito dalla periferia di Kyoto, avrebbe potuto continuare a costituire un facile centro di attrazione per tanti cercatori Occidentali di passaggio in quella città. Scegliere una località tra i monti, abbandonata dai precedenti abitanti per l’isolamento e l’estrema asperità del clima, fu un azzardo sostenuto dalla fede e dalle energie giovanili di un gruppo di monaci formatisi assieme a lui grazie alla guida del suo predecessore, Uchiyama roshi. La difficoltà rappresentata dal luogo, assieme all’obbligatoria promessa di non lasciare il monastero prima di dieci anni, fecero sì che l’Antaiji inventato, voluto da Watanabe divenisse per poco più di un decennio, dal 1976 al 1987, la casa di una trentina di persone la forza della cui motivazione era in grado di superare gli ostacoli più ardui.

Mauricio Yushin Marassi e Giuseppe Jiso Forzani

 

Equinozio di primavera

Autore: liberospirito 21 Mar 2016, Comments (0)

Ieri, 20 marzo 2016, ha avuto luogo uno dei più precoci equinozi primaverili – in termini di orario – dal 1896; ciò è dovuto al fatto che il 2016 è mese bisestile. Esattamente alle 5:30 di ieri (ora italiana) il Sole ha attraversato uno dei due punti, nella sfera celeste, in cui l’eclittica e l’equatore celeste si intersecano: il cosiddetto “punto vernale” o, per l’appunto, equinozio di primavera. Il Sole è apparso così perfettamente allo zenit per un osservatore posto all’equatore, e la durata del dì in quel luogo è stato pari a quella della notte. Per diverse culture tale avvenimento è un giorno di festa, occasione per celebrare il rinnovamento esteriore, della natura, e interiore, dell’uomo. Lo ricordiamo con alcuni versi di Daigu Ryōkan, monaco zen giapponese, oltre che poeta e calligrafo.

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Ciuffi di violette

sbocciate nel prato;

ascolto l’allodola

senza mai stancarmi,

in questa primavera.

Daigu Ryōkan

Shaolin scandal

Autore: liberospirito 21 Ago 2015, Comments (0)

“Predicare bene, razzolare male”: secondo il vocabolario Treccani sta a significare colui che nel parlare sembra persona giusta e onesta, mentre nelle azioni si comporta in modo ingiusto e disonesto. Aggiungiamo noi che tale motto proverbiale spesso è riferito a gente di chiesa, come viene indicato esplicitamente da quest’altro: “Da che pulpito viene la predica”. Ma, a onor del vero, non si pensi che tali comportamenti deplorevoli siano esclusiva del mondo cattolico o più in generale cristiano (simonia, nepotismo, nicolaismo, ecc.). Questo discorso tocca trasversalmente i membri di tutte le confessioni religiose. A tale proposito si può leggere l’articolo (apparso su “Il manifesto” di mercoledì 19 agosto) sulle disavventure in cui di recente è incappato l’abate del tempio buddhista più famoso della Cina.

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Il Tem­pio Shao­lin, ovvero 1.500 anni di mito, fascino, grande noto­rietà, spi­ri­tua­lità, un sogno per molti visi­ta­tori, luogo di culto per i bud­di­sti. Cen­tro nevral­gico di «wuxia», mitici eroi mar­ziali, del kung fu e del bud­di­smo. E tutto rischia di vani­fi­care sotto i colpi dell’ennesimo scandalo.

L’abate e busi­ness­man, Shi Yon­g­xin, che nel 1999 ha preso la guida del Tem­pio Shao­lin, è nuo­va­mente nell’occhio del ciclone. Negli anni scorsi era stato accu­sato di varie empietà per un reli­gioso: sarebbe stato piz­zi­cato con pro­sti­tute durante un raid della poli­zia, si sarebbe sco­perta la pre­senza di tele­ca­mere nasco­ste, avrebbe stretto accordi miliar­dari con Hol­ly­wood (ridi­co­liz­zando gli eroi del kung fu) e avrebbe accet­tato ogni tipo di tan­genti, com­prese mac­chine di lusso, su cui si è fatto foto­gra­fare tutto contento.

E ora è accu­sato di avere figli sparsi in giro per il mondo e per alcuni giorni è sva­nito nel nulla (e non per capa­cità sovra­na­tu­rali). Pechino avrebbe aperto un’inchiesta su di lui, non solo per que­stioni ses­suali, ma anche per maz­zette e appro­pria­zione inde­bita. Uno scan­dalo che il Par­tito comu­ni­sta ha colto al balzo, per scre­di­tare il bud­di­smo e in gene­rale le reli­gioni e sigil­lare la sua cen­tra­lità in quanto organo ateo e in grado di miglio­rare la vita delle per­sone attra­verso il benessere.

Lo scorso mag­gio il pre­si­dente Xi Jin­ping era stato suf­fi­cien­te­mente chiaro: «Le reli­gioni devono essere indi­pen­denti da influenze esterne, dato che il governo chiede ai gruppi reli­giosi nazio­nali di giu­rare fedeltà allo Stato. La Cina è gover­nata dal Par­tito Comu­ni­sta uffi­cial­mente ateo».

Non sor­prende, quindi, che negli ultimi tempi le reli­gioni abbiano avuto vita piut­to­sto dura in Cina. In un paese in cui la lea­der­ship tenta di dare un’identità che sap­pia unire, o meglio riu­nire, con­fu­cia­ne­simo e maoi­smo, a con­fer­mare una sorta di crisi etica del paese, non pochi si sono rifu­giati nei credi reli­giosi. Si sono mol­ti­pli­cate le pic­cole sette, cre­denze fai da te (nelle grandi città spo­po­lano e in alcuni casi, ma sono chiac­chiere da web, avreb­bero dato vita anche a epi­sodi di sui­cidi di massa) e natu­ral­mente le con­ver­sioni a grandi reli­gioni come il cri­stia­ne­simo e il buddismo.

E pro­prio il bud­di­smo ha di fronte a sé una sfida piut­to­sto dura, per­ché vive un momento di grande noto­rietà non pro­prio per fatti illu­mi­nati o tesi a sot­to­li­neare la bontà di certi comportamenti.

L’abate del Tem­pio Shao­lin è nuo­va­mente nel bel mezzo di uno scan­dalo, per­ché secondo un ex monaco del Tem­pio non solo se la sarebbe spas­sata con molte donne, alcune suore bud­di­ste, ma avrebbe anche alcuni figli sparsi per il mondo. Si tratta delle enne­sime peri­pe­zie di Shi Yon­g­xin, 50 anni, volto ormai noto del tem­pio Shao­lin, sopran­no­mi­nato «l’abate Ceo» per la svolta «busi­ness» che ha impresso ad un luogo famoso in Cina (e nel mondo).

Tra le sue tro­vate, oltre a con­ce­dere la loca­tion a film e pub­bli­cità, anche quella di pre­sen­tare il Tem­pio addi­rit­tura nel listino della borsa nazio­nale. Per­so­nag­gio discusso e discu­ti­bile è ancora una volta al cen­tro di quello che ormai si può defi­nire un caso nazio­nale, dato che per alcuni giorni è spa­rito dalla circolazione.

Secondo alcuni sarebbe stato arre­stato, secondo altri sarebbe invece, meno eroi­ca­mente, scap­pato. Alla fine il mistero è rima­sto, ma quanto meno l’abate è ricom­parso, facen­dosi foto­gra­fare un po’ da chiun­que men­tre com­me­mo­rava i morti nella tra­ge­dia di Tia­n­jin (forse ha saputo del mes­sag­gio «cinese» di papa Fran­ce­sco e non ha voluto essere da meno).

All’abate non manca il ritmo: sa bene quando è il momento di uscire allo sco­perto, per cavarsi d’impiccio e magari uscire indenne dall’ennesimo fuoco. Di sicuro il suo riap­pa­rire con il volto teso e rac­colto nella con­cen­tra­zione del lutto, potrebbe gio­care a suo favore dal punto di vista dell’immagini. È pro­ba­bile –però — che i solerti fun­zio­nari del Par­tito che l’hanno messo sotto inchie­sta si fac­ciano com­muo­vere molto meno.

Andiamo con ordine: il “Glo­bal Times”, quo­ti­diano uffi­ciale in lin­gua inglese del Par­tito comu­ni­sta, voce non certo indi­pen­dente, riporta così i fatti: «Lo scan­dalo ses­suale riguar­dante l’abate del Tem­pio di Shao­lin, Shi Yon­g­xin, si è inten­si­fi­cato dopo che un seguace ha divul­gato ulte­riori ele­menti di prova a soste­gno della sua affermazione».

Shi Zhen­gyi, il dela­tore che afferma di essere un ex seguace del Tem­pio di Shao­lin nella pro­vin­cia cen­trale cinese dello Henan, «ha pub­bli­cato un arti­colo su vari forum online dicendo che l’abate intrat­ter­rebbe rap­porti ses­suali con molte donne e avrebbe dei figli illegittimi».

Shi Zhen­gyi — l’accusatore — non si sarebbe fer­mato ad un post on line, ma avrebbe anche divul­gato altre prove per dimo­strare «che l’abate fu espulso dal Tem­pio Shao­lin nel 1988, e ha for­nito infor­ma­zioni circa l’identità di una donna che è pre­su­mi­bil­mente la madre del figlio ille­git­timo di Shi Yon­g­xin». «Con tutte que­ste prove, per­ché Shi Yon­g­xin non si pre­senta per fare un test di pater­nità?» ha detto Shi Zhen­gyi ai media.

Shi Yon­g­xin non è nuovo a que­ste accuse: nel 2013 il quo­ti­diano spa­gnolo El Perio­dico ha rife­rito di un’amante dell’abate, una stu­den­tessa uni­ver­si­ta­ria di Pechino, e di un figlio che vive in Ger­ma­nia. Il Tem­pio allora respinse in modo fermo le accuse. Shi Zhen­gyi nel suo arti­colo defi­ni­sce l’abate una «tigre», appel­la­tivo spesso uti­liz­zato in rife­ri­mento agli alti fun­zio­nari cor­rotti.
«Secondo quanto ripor­tato, le figlie e i nipoti dell’abate vivreb­bero con la madre di Shi Yon­g­xin nella pro­vin­cia dell’Anhui». Nei giorni scorsi le voci sono diven­tate una valanga di veleno, finendo per occu­pare anche i palin­se­sti della Cctv, la tv nazio­nale. Del resto il Tem­pio di Shao­lin ha una sto­ria con­torta alle spalle, per­ché più volte non ha avuto vita facile in Cina.

L’ultimo attacco avvenne durante la Rivo­lu­zione cul­tu­rale, quando la pra­tica del kung venne con­dan­nata «come deca­denza reli­giosa» e il Tem­pio fu quasi lasciato morire da Pechino. Ma come ha scritto il Tele­graph, «nell’abbraccio entu­sia­sta dello spi­rito com­mer­ciale cinese del 21° secolo, l’abate Shi ha gui­dato il Tem­pio verso nuovi per­corsi lucra­tivi, isti­tuendo il «mar­chio» Shao­lin, la crea­zione di avam­po­sti stra­nieri e alle­stendo tour con squa­dre di monaci guer­rieri alta­mente coreografici».

Tor­nando all’attualità, nelle set­ti­mane scorse si diceva che Shi avrebbe usato un viag­gio orga­niz­zato all’estero «per scap­pare dalla Cina e sfug­gire così alle accuse esplo­sive di appro­pria­zione inde­bita di denaro». Ma la noti­zia più rile­vante arriva dalla Cina, per­ché nono­stante il sospetto che molte voci sulle peri­pe­zie ses­suali dell’abate non siano veri­fi­cate, è stato comun­que aperta un’inchiesta uffi­ciale: «Il nostro uffi­cio prende que­sta sto­ria con asso­luta serietà e chia­rirà rapi­da­mente la situazione…per garan­tire una cor­retta com­pren­sione della que­stione», ha dichia­rato il Dipar­ti­mento degli Affari Reli­giosi in un avviso pub­bli­cato sul sito gover­na­tivo della città.

Nono­stante le pole­mi­che che ha dovuto affron­tare da quando è diven­tato abate nel 1999, «Shi ha già ope­rato con la bene­di­zione delle auto­rità, è stato mem­bro del Con­gresso Nazio­nale del Popolo e vice­pre­si­dente dell’Associazione Sta­tale Bud­d­hist Asso­cia­tion of China».

Forse — come ha scritto il “Glo­bal Times — «l’abate gode di grande pre­sti­gio e di un forte soste­gno pub­blico nella sfera d’influenza del Tem­pio Shao­lin, il che ha spinto i suoi seguaci a pre­oc­cu­parsi del suo pre­sunto trat­ta­mento ingiu­sto. Ma le loro parole indi­cano una certa aggres­si­vità verso il pub­blico. Molte per­sone ora sup­pon­gono che que­sto atteg­gia­mento possa ben riflet­tere lo stile di vita e di lavoro del Tempio».

La rispo­sta alla domanda se Shi sia effet­ti­va­mente col­pe­vole, scrive il “Glo­bal Times, arri­verà con l’inchiesta e a quel punto biso­gnerà vedere «l’opinione che la gente avrà del bud­di­smo per molto tempo a venire».

Simone Pieranni

La via della trasformazione. Una rassegna

Autore: liberospirito 26 Apr 2014, Comments (0)

meditazione

A partire da sabato 3 maggio, a Piacenza, presso la Biblioteca Passerini-Landi, prenderà inizio la rassegna  «La via della trasformazione».  La rassegna si propone di offrire, attraverso quattro incontri, alcune testimonianze sulla diffusione delle pratiche meditative e contemplative in Occidente.
Gli incontri si terranno presso il Salone monumentale della Biblioteca Passerini-Landi, via Carducci 14 (1° piano), a partire dalle ore 17. Questo il programma:

SABATO 3 MAGGIO: Coltivare semi di felicità. Video-intervista al monaco buddhista francese Matthieu Ricard. Con il commento di Federico Battistutta.

SABATO 10 MAGGIO: Passi leggeri su sentieri sassosi. Strumenti utili per la qualità della vita nelle condizioni di dolore. Conferenza di Diana Petech.

SABATO 17 MAGGIO: Passi di pace. Testimonianze video di Thich Nhat Hanh. Con il commento di Riccardo Grosso e del sangha di Piacenza

SABATO 24 MAGGIO: Swami-ji: un viaggio interiore. Documentario sulla vita indiana del monaco benedettino francese Henri Le Saux. Con il commento di Federico Battistutta.

Per uletriori informazioni:

tel. 0523-492408. E-mail: [email protected]
http://passerinilandi.biblioteche.piacenza.it
https://www.facebook.com/passerinilandi

Aung San Suu Kyi e la libertà religiosa

Autore: liberospirito 28 Nov 2013, Comments (0)

Difendere la libertà religiosa ovunque! Questo – ricorrendo a un linguaggio “basso”, finanche sloganistico – è uno dei temi cari e ricorrenti nel presente blog. Può capitare allora, cosa strana se non paradossale, di dover prendere le difese dei musulmani, oggetto di discriminazione nientedimeno che dai buddhisti. E’ quello che sta accadendo in Birmania (o Myanmar, se si preferisce). Riprendiamo un articolo proveniente dal sito di italialaica (http://www.italialaica.it/) a firma di Attilio Tempestini. Si parla, nello specifico, delle discutibili prese di posizione in merito da parte di Aung San Suu Kyi, leader nonviolento, attiva da molti anni nella difesa dei diritti umani sulla scena nazionale del suo Paese e insignita del premio Nobel per la pace nel 1991.

Aung-san-suu-kyi

In Birmania, la lotta per passare da un dittatura militare alla democrazia ha trovato un ben noto simbolo, in Suu Kyi: ed ha portato negli ultimi anni a notevoli risultati, tant’è che la stessa Suu Kyi è stata eletta in parlamento.

Negli stessi anni, peraltro, è sorto un conflitto che chiama in causa la religione: in quanto -cedo la parola al rapporto 2013, di Amnesty international – “varie comunità musulmane… sono state prese di mira” dalla comunità buddista. Vale la pena di ricordare, che la popolazione birmana è di fede musulmana per 4%, di fede buddista per 75%.

Quali sono, sul conflitto in questione, le posizioni di Suu Kyi? Nell’intervista pubblicata da ”Il manifesto”, lo scorso 3 novembre, appaiono poco favorevoli alla religione presa di mira. Così, ella contesta alla “comunità internazionale” di accusare per tale conflitto la sola religione buddista e di ignorare, che esponenti buddisti hanno subito violenze da parte del regime militare. Una contestazione, però, che evidentemente sposta l’asse del discorso dal rapporto attuale fra le due religioni, al precedente rapporto fra una di queste ed il regime militare.

Suu Kyi afferma, che il conflitto si risolverà se per la comunità musulmana, verrà riconosciuta la cittadinanza a chi ne ha diritto e verrà posta fine all’immigrazione illegale, dal vicino Bangladesh – dove, preciserei io, la religione musulmana sfiora quota 90% -. Non considera tuttavia, Suu Kyi, che proprio il perimetro di tale diritto alla cittadinanza rappresenta un problema: giacché una legge degli anni ’80 ha tolto la cittadinanza birmana, a quasi un milione di persone della comunità musulmana (cfr. www.amnesty.it/news/myanmar-nuove-violenze-nello-stato-di-rakhine).

Ma se, per il conflitto in discorso, Suu Kyi indica la soluzione suddetta, quale ne è a suo parere la causa? Ella sostiene che è, la “paura”. Che cioè, “in Birmania come in altri paesi del mondo, si ha la percezione e la paura che vi sia un potere musulmano globale che possa destabilizzare i paesi in cui questo potere si insinua”.

Ora, una paura così descritta -e dalla quale Suu Kyi non prende le distanze- rischia addirittura di far venire in mente paure che, nella Germania e nell’Italia della prima metà del Novecento, hanno notoriamente riguardato un’altra religione.

Nel contempo, giacché la paura descritta da Suu Kyi può evidentemente essere avvertita ben più dalla comunità buddista, che dalla comunità musulmana, vediamo delinearsi l’argomento che chiamerei clericale classico: siccome una religione è maggioritaria, occorre sintonizzarsi con la medesima e, quindi, con le sue paure.

Così come, vediamo l’argomento clericale classico prendere a suo sostegno quella che ne è una frequente, integrazione: secondo la quale, se in un paese devono valere di più coloro che -per quanto riguarda la religione- sono di più, è anche perché fuori sono di più loro.

Si potrà dire, allora, che Suu Kyi mostra come le vie della democrazia e della laicità non sempre coincidano?

Attilio Tempestini

L’UBI, il piccolo orto e il Concordato

Autore: liberospirito 2 Apr 2013, Comments (0)

buddha

La “Gazzetta ufficiale”, n.14 del 17 gennaio 2013, ha dato pubblicazione della legge n.245 del 31 dicembre 2012 intitolata “Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione Buddhista Italiana, in attuazione dell’articolo 8, terzo comma, della Costituzione”. Si conclude così il lungo, tormentato iter legislativo che ha portato al riconoscimento ufficiale del buddhismo come confessione religiosa in Italia. Tutto bene, allora? Un altro passo avanti nell’affermazione dei principi del pluralismo e della tolleranza nel Bel Paese (l’Italia, tradizionalmente “una d’arme, di lingua, d’altare”) e nel processo di coniugazione di religione e libertà?

Scorrendo i vari punti della legge in questione possiamo apprendere ciò che la sostanzia. In breve, lo Stato italiano riconosce l’Unione Buddhista Italiana (UBI) come unica rappresentante dei buddhisti in Italia, attribuendo agli affiliati a tale organismo una serie di diritti. Ad esempio: l’assegnazione al servizio civile in caso di ripristino dell’obbligo di leva (art.3), l’assistenza spirituale (art.4), l’insegnamento religioso nelle scuole (art. 5), il riconoscimento dei propri ministri di culto (art.7), il riconoscimento dei propri enti (art. 10), la tutela degli edifici di culto (art.15), e – forse la più appetibile delle conquiste – la partecipazione alla ripartizione della quota dell’otto per mille del gettito IRPEF (art.19). E via dicendo. Chi sia interessato può leggere on line il testo integrale (http://www.gazzettaufficiale.biz/atti/2013/20130014/13G00015.htm).

A margine, proponiamo qualche riflessione pacatamente critica.

In primis: l’UBI, pur comportandosi come una sorta di Chiesa (quella buddhista, appunto), nella realtà non lo è. Altro non è che un organismo che riunisce un certo numero di centri buddhisti italiani. E quei buddhisti che non si riconoscono o non sono affiliati all’UBI a quale destino saranno consegnati? Questa è una prima discriminazione anche se, in qualche modo, tangenziale alle nostre riflessioni.

Da questa riflessione ne emerge un’altra, di più ampia portata: i buddhisti abbisognano di una propria Chiesa? E, allargando il discorso, gli uomini e le donne che intendono seguire un cammino religioso nella vita, hanno necessità di una Chiesa, cioè di una gerarchia, di un’istituzione che li rappresenti di fronte allo Stato? Non è forse questa una maldestra e mediocre (per usare due eufemismi) declinazione dell’evangelico “Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo” – “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”? Il binomio Chiesa/Stato non rischia di essere, anziché la soluzione, il vero problema?

Non solo. Questa legge di fatto conferma e avvalora il concordato stipulato tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano (con l’allora capo del governo Benito Mussolini) nel 1929, nell’ambito dei cosiddetti Patti Lateranensi, recepito poi nella Costituzione nel 1948 (e successivamente ritoccato nel 1984). Ma i Patti Lateranensi costituiscono un monstrum giuridico-legislativo in quanto contrastano con l’articolo 3 della stessa costituzione («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»).

Altra cosa sarebbe invece richiedere il riconoscimento e l’applicazione a pieno titolo dell’articolo 3, sopra citato (id est la libertà religiosa) attraverso la richiesta di abrogazione del concordato e dei Patti Lateranensi. Nel 1977 il Partito Radicale ci provò, raccogliendo le firme necessarie per un referendum abrogativo, ma la Corte Costituzionale lo dichiarò inammissibile, in quanto riguardava un “trattato” con uno Stato estero. Ma questa richiesta di abolizione non è patrimonio esclusivo del mondo laico e laicista, è sostenuto pure da alcune associazioni religiose, anche cattoliche (vedi, ad esempio, Noi Siamo Chiesa, associazione italiana affiliata all’International Movement We Are Church). Per tutti questi motivi stupisce vedere l’UBI attestarsi su posizioni di retroguardia, accontentandosi di recintare e coltivare il proprio piccolo orto, invece di porre in grande la questione della religione e della libertà religiosa. Forse, la via di Buddha sta proprio lì, fuori da steccati e recinzioni, in campo aperto: “Siate luce a voi stessi; siate rifugio a voi stessi”.

Scriblerus

 

Fuoco nonviolento

Autore: liberospirito 16 Gen 2013, Comments (0)

E’ veramente difficile – meglio: è quasi impossibile – riuscire a seguire ingiustizie e soprusi che accadono nel mondo, dando altresì conto delle forme di ribellione in corso. Così, anche se in ritardo, mettiamo on line un articolo di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, apparso il mese scorso su “La Stampa”. Il testo riguarda le autoimmolazioni compiute da persone  – monaci e monache, ma non solo – che hanno maturato la decisione di darsi fuoco per manifestare, in maniera estrema e ultimativa, la loro radicale protesta contro le autorità centrali cinesi che da anni occupano la  loro  terra e  le loro vite.

Ormai rischiamo l’assuefazione: una notizia d’agenzia ripresa ogni tanto nelle pagine interne, qualche colonna una volta all’anno nell’apposita “giornata mondiale per il Tibet”, un rapido accenno in margine a una visita del Dalai Lama, un box accostato a un resoconto di incontri diplomatico-commerciali. È tutto quello che giunge a noi della tragedia del popolo tibetano e della testimonianza di quanti non cessano di urlare, con le loro vite e la loro morte, alle nostre orecchie divenute sorde. Certo, il sentimento di rassegnazione prevale quando si misura l’impotenza di fronte alla realpolitik, ma la coscienza ci impedisce di lasciar tacere la provocazione nonviolenta dei monaci tibetani, ormai un centinaio dall’inizio della protesta, che decidono di darsi fuoco per denunciare l’oppressione del loro popolo, della loro cultura, della loro religione.
Credo che i monaci stessi sappiano che il loro gesto difficilmente varcherà le frontiere e tanto meno potrà mutare le decisioni del potere. Certo, qualcosa smuove nelle coscienze di chi ne viene a conoscenza, altrimenti non si spiegherebbe perché le autorità cinesi stiano cercando di reprimere il fenomeno, arrivando ad arrestare quanti sostengono e incoraggiano i candidati al martirio, ma non ci si può illudere che una maggiore consapevolezza da parte di pochi possa cambiare la situazione di oppressione del popolo tibetano. Allora, perché ci sono sempre nuovi giovani pronti a darsi alle fiamme? A chi vogliono parlare con quel gesto estremo? Cosa sperano di ottenere? E da parte nostra, se siamo convinti di non poter fare nulla perché le cose cambino, che senso ha continuare a seguire vicende che disturbano la nostra coscienza tranquilla? In realtà, ci siamo talmente abituati a misurare le azioni solo in base al risultato, a breve o lungo termine, che fatichiamo a concepire che qualcuno decida di agire gratuitamente, solo perché così ritiene giusto fare, senza attendersi successi o ricompense. Forse, vale allora la pena lasciarci interrogare da questo monaci disposti a consumare la propria vita tra le fiamme come incenso.
Ora, le persone a cui vogliono parlare non sono i media occidentali, così lontani, distratti e preoccupati come i loro governi di mantenere buone relazioni; non è l’opinione pubblica mondiale, salvo quando qualche evento globale come le Olimpiadi fa da potente cassa di risonanza. No, il destinatario di questo gesto estremo, divenuto ormai quasi quotidiano, è il loro stesso popolo: con la loro vita e la loro morte vogliono affermare la grandezza di una religione e di una cultura che non accetta di piegarsi al male, vogliono testimoniare a chi è scoraggiato dall’oppressione che si compiono azioni perché è giusto farle, che esistono ingiustizie che vanno denunciate a ogni costo, che ci sono valori per cui vale la pena dare la vita fino alla morte. Questo è il messaggio forte che possiamo recepire anche noi in occidente, è l’interrogativo lancinante che ci porta a ripensare le nostre priorità, la nostra capacità di reazione al male, la nostra disponibilità a pagare un prezzo per ciò che per noi non ha prezzo.
E non si creda che questa forma di protesta sia nata negli anni sessanta in Vietnam e sia divenuta così ampia in Cina in questi anni: non è legata al confronto-scontro con un potente nemico esterno, espressione di un ambito etico e culturale diverso. E’ pratica antichissima, attestata fin dalla prima metà del V secolo in Cina, con raccolte di biografie degli asceti buddhisti immolatisi nel fuoco: queste testimonianze – una decisiva la si trova in un capitolo della Sutra del Loto – rivelano che non si è mai di fronte a un gesto impulsivo, ma che invece una lunga prassi di ascesi e purificazione fatta di digiuni e meditazioni ha preparato il sacrificio estremo di donarsi al Buddha per il bene degli altri. Il martire che si nutre e si ricopre di incensi e profumi per poi ardere compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo. E questo lo fa attraverso un’azione nonviolenta nel senso forte del termine, un’azione cioè che accetta di assumere su di sé la violenza senza replicarvi, senza rispondere alla violenza con la violenza, spezzando così la catena infinita dell’ingiustizia riparata con un’ingiustizia più grande. E’ come se di fronte al male e a chi lo compie il monaco affermasse non solo che il malvagio non potrà avere il suo corpo ma anche, verità ancor più destabilizzante, che non riuscirà a fargli assumere lo stesso atteggiamento malvagio.
Sarebbe improprio tracciare un parallelo con il servo sofferente di cui parla il libro di Isaia, con l’atteggiamento di Gesù di fronte ai suoi persecutori o con i martiri cristiani – che non si danno da sé la morte ma la “accolgono” dagli altri – eppure questa capacità di assumere su di sé la violenza per estinguerla e al contempo per professare ciò che è bene e giusto per tutti interpella cristiani e non cristiani, noi post-moderni sempre tentati di rimuovere la domanda su cosa è giusto per interrogarci solo sull’opportunità del nostro agire: «Vale la pena?» è diventato il nostro unico interrogativo, ormai sempre più accompagnato da un’immediata reazione negativa. Abbiamo dimenticato la fulminante risposta di Pessoa: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola». La grande anima di questi giovani monaci tibetani ce lo ricorda, se solo vogliamo ascoltare il loro grido silenzioso, lasciandoci illuminare da quel fuoco nonviolento.

“La Stampa”, 16 dicembre 2012

Enzo Bianchi


Al di là delle religioni

Autore: liberospirito 23 Set 2012, Comments (0)

La religione al di là delle religioni è un tema – una sorta di ritornello – di questo blog. Il sentire religioso presente nella natura umana (l’homo religiosus) non è riducibile ad alcuna confessione o istituzione religiosa. Un recente libro dell’attuale Dalai Lama (La felicità al di là della religione, edito da Sperling & Kupfer) sembra riprendere questi argomenti. “Io stesso sono un religioso, ma la religione non può, da sola, fornire una risposta a tutti i nostri problemi”. Per superare i conflitti fra le religioni, così come le polemiche tra credenti e non-credenti, la diffusione del razzismo e l’intolleranza in nome di una fede, l’unica soluzione – secondo Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama – è andare al di là della religione. Oggi è sempre più necessario affidarsi a un diverso sistema etico che, trascendendo ogni credo, affondi le radici nella compassione, nella tolleranza e nel rispetto reciproco.

Riportiamo di seguito alcuni passaggi significativi presenti nel volume.

“Ora a fronte dell’oblio delle qualità interiori, nessuna risposta di matrice religiosa riuscirà a dimostrarsi universale, pertanto non rappresenta una soluzione efficace. Ciò di cui abbiamo attualmente bisogno è un approccio all’etica che non faccia riferimento alla religione e possa essere accettato sia da chi segue la fede sia da chi non ne ha alcuna; in breve, ci serve un’etica laica. Sicuramente sembrerà strano sentir pronunciare un’affermazione del genere da qualcuno che indossa, fin da giovanissimo, le vesti da monaco. Eppure, io non vi vedo alcuna contraddizione. La mia fede m’ingiunge infatti di fare ogni sforzo possibile per favorire il benessere e la felicità di tutti gli esseri senzienti, e rivolgermi anche a chi non l’ha adottata, è seguace di un’altra religione o non lo è di nessuna, è assolutamente coerente con tale principio”.

“Sebbene non possa concordare sull’idea che la fede rappresenti un ostacolo per lo sviluppo umano, comprendo bene le radici dei sentimenti antireligiosi di un certo contesto storico. La storia ci insegna una verità scomoda: le istituzioni religiose e i loro seguaci, di ogni tipo, hanno invariabilmente messo in atto uno sfruttamento del prossimo, e la fede è stata usata anche come pretesto per scatenare guerre e legittimare l’oppressione. Persino il buddismo, con la sua dottrina della nonviolenza, non può dirsi completamente alieno da pecche del genere”.

“È giunto il momento di riconoscere che la nostra vita è profondamente interconnessa con quella di tutti gli altri e di ammettere che il nostro comportamento personale ha una dimensione planetaria”.

spiritualità e beni comuni

Autore: liberospirito 17 Giu 2012, Comments (0)

“Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto”.

Questa frase attribuita a Tenzin Gyatzo, attuale Dalai lama, sintetizza assai bene, con una vena di sano humour, la condizione in cui versa l’Occidente (un Occidente che ha oramai da tempo varcato i confini dell’Europa e del Nord America…). Di fronte alla crisi finanziaria che sta attanagliando il mondo ripensare radicalmente quale significato e valore intendiamo attribuire a parole come vita e morte, presente e futuro, salute e denaro, potrebbero indicarci quale direzione imboccare, verso dove incamminarci; comprendendo così che domande del genere possiedono una implicita valenza politica e che non esiste autentica spiritualità o cammino religioso che non abbia a cuore il bene comune.

Scriblerus