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Tag: Boscimani

I boscimani tra diamanti, gas e turismo

Autore: liberospirito 20 Feb 2014, Comments (0)

kalahari boscimani

“In futuro non ci sarà più nessuno capace di vivere la cultura boscimane se non ostentandola davanti ai turisti, per le agenzie che ci sfruttano per profitto”. Questo è quanto ha dichiarato Roy Sesana, leader dei Boscimani, a una giornalista dalla BBC parlando delle condizioni disperate dei Boscimani nei campi di reinsediamento istituiti dal governo.

E’ risaputo che alcune delle pitture rupestri delle colline Tsodilo del Bostwana potrebbero avere ventimila anni, o forse più, e sono opera degli antenati dei Boscimani contemporanei, che possono quindi affermare a pieno titolo di essere uno dei popoli più “indigeni” e “nativi” del pianeta. Pur vivendo lì da tempo immemorabile, i Boscimani non sanno cos’è uno stato, cosa siano i confini territoriali e tutto il resto. Ma il governo del Botswana non desiste dall’obiettivo di mettere fine all’esistenza degli ultimi cacciatori-raccoglitori del Kalahari.

Alla minaccia posta dai diamanti, recentemente si è aggiunta anche quella del fracking. Il governo ha infatti deciso di aprire la Central Kalahari Game Reserve (CKGR) allo sfruttamento del gas attraverso questa tecnica controversa, che comporta enormi consumi di acqua e genera sottoprodotti chimici tossici. In quanto membro di Conservation International, il presidente Khama dovrebbe sapere bene che numerosi scienziati e ambientalisti criticano aspramente il fracking. Eppure, ha scelto di ignorarlo, così come continua a ignorare la Corte suprema del suo paese, che nel 2006 ha chiuso il lungo processo giudiziario intentato dai Boscimani con una sentenza storica che riconosce loro il diritto di vivere e cacciare liberamente nella terra ancestrale.

Da quando sono stati rinvenuti giacimenti di diamanti nella riserva, molti anni fa, i Boscimani hanno cominciato a essere perseguitati dalle autorità in modo sistematico e senza sosta. Sono stati sfrattati dalle loro case e costretti a vivere in squallidi campi di reinsediamento; sono stati privati dell’acqua, intimiditi, arrestati e persino torturati con l’accusa di cacciare.

Con un provvedimento che ricorda l’Apartheid applicato un tempo in Sudafrica, oggi le autorità costringono i Boscimani anche a chiedere un permesso temporaneo per visitare le loro famiglie. Fermarsi nella Central Kalahari Game Reserve oltre il limite comporta l’arresto. E l’avvocato britannico, Gordon Bennet, che in passato li ha difesi con successo, nel luglio scorso è stato bandito dal paese. Personaggi autorevoli parlano di “pulizia etnica” e di trattamento “sub-umano”. Condanne sono venute, tra gli altri, anche dal Relatore Speciale ONU e dalla Commissione Africana dei Diritti Umani e dei Popoli.

Ma se da un lato il governo fa tutto quello che può per portare questo popolo sull’orlo dell’estinzione, dall’altro non esita a sfruttarlo come attrazione turistica. Sui depliant appaiono immagini patinate e costruite di Boscimani nell’atto di praticare la caccia e altre attività tradizionali che, di fatto, gli sono proibite. Impedire ai Boscimani di cacciare, così come hanno sempre fatto per millenni in perfetto equilibrio con la fauna e la flora del Botswana, significa togliergli letteralmente la possibilità di sopravvivere.

I Boscimani meritano di essere trattati con dignità e rispetto. Non è possibile permettere che venga cancellata una comunità che è parte irrinunciabile del nostro futuro.

Per questo Survival International ha lanciato una campagna per fare pressione dell’opinione pubblica. Questo è il link al sito di Survival International per seguire e sostenere la campagna in difesa dei Boscimani. Anche questo è un modo per difendere la Terra. Anche questa è ecoteologia.

I boscimani e la globalizzazione

Autore: liberospirito 30 Lug 2013, Comments (0)

L’immagine che illustra questo post proviene da un interessante servizio fotografico dal sito di Survival International (vedi galleria fotografica), e ci offre lo spunto per una breve riflessione sui popoli nativi e sulla loro attuale condizione.

 boscimani

Proprio mentre la globalizzazione marcia a passi sempre più sostenuti, erodendo le diversità culturali, la presenza di una grande varietà di feste e rituali indigeni ci ricorda che gli uomini hanno elaborato nel corso della loro storia visioni del mondo diverse, così come priorità differenti, al punto di poter scegliere altri – efficaci – modi di vivere e di abitare la terra.

Per questi popoli la vita intera è periodicamente scandita da rituali. Si celebrano, ad esempio, riti in onore della terra che sostiene la loro vita, e degli spiriti che vegliano su di loro. Questi riti costellano i momenti più significativi: segnano il passare delle stagioni o i cicli della vita umana. Non solo: propiziano la fertilità dei raccolti e il successo delle battute di caccia; ma servono anche a purificare la terra, a far sì che il sole segua le sue rotazioni stagionali e a incoraggiare lo scioglimento delle nevi, così da poter irrigare i campi.

Perciò quando i popoli indigeni – come succede ormai sempre più – perdono le terre su cui hanno vissuto per secoli, non perdono solo dei mezzi di sostentamento, ma anche il fondamento della loro identità e i valori che ispirano la vita. Per questi motivi quando i popoli indigeni sono strappati dalle terre che hanno ispirato i loro canti, le danze, i miti e le memorie, spesso cadono in una profonda, dolorosa depressione. Perdono i punti di riferimento creativi attraverso cui conoscono sé stessi, gli altri e il mondo circostante. I rituali – che da tempi immemorabili conoscono e praticano – rappresentano una delle infinite possibilità di immaginare e interpretare la vita e il cosmo. Ma senza le terre ancestrali, il tessuto della loro identità collassa irrimediabilmente.

Il mondo degli spiriti è un aspetto integrante e onnipresente nella vita di molte società tribali. Nei loro riti cercano di entrare in contatto con questo mondo.

Ad esempio, i danzatori Boscimani durante la danza della trance girano intorno al fuoco, battendo le mani e cantando ritmicamente. I bozzoli di falena legati alle loro caviglie risuonano ad ogni passo. L’euforia indotta dalla danza può generare il num, un’energia febbricitante.

Feci un sogno, e la danza e la pratica della guarigione ebbero inizio. – spiega Xlarema Phuti, una donna boscimane, a Survival International – Quando mi mettevo a danzare, potevo percepire una persona dal suo sangue e dal suo odore; andavo da quella persona e cominciavo a curarla. Quando cado in trance, sento il sangue degli antenati e parlo con loro. Gli antenati parlano attraverso il mio sangue. Sento succedere qualcosa, qualcosa di spirituale. Quando danzo, riesco a vedere gli antenati con i miei occhi, e parlo con loro.

Tragicamente, i Boscimani dell’Africa meridionale sono il popolo più perseguitato della storia della regione, il Kalahari (tra Sudafrica, Namibia e Botswana). Hanno vissuto da cacciatori-raccoglitori per millenni, ma quando sono stati scoperti giacimenti di diamanti nella loro terra ancestrale, molti di loro sono stati sfrattati a forza e trasferiti in campi di reinsediamento fuori dalla riserva, dove oggi proliferano prostituzione, depressione, alcolismo e HIV – problemi che non avevano mai conosciuto prima.

Quando questi popoli indigeni vengono sfrattati dalle loro case e le loro terre vengono distrutte nel nome del “progresso”, la sofferenza che nasce è inevitabile. Le conseguenze dell’assimilazione forzata nella società dominante sono, molto spesso, alcolismo, malattie croniche, mortalità infantile e disoccupazione. Quando i popoli indigeni vengono strappati dalle terre che ispirano canti, danze, miti e memorie, cadono in una profonda, desolante depressione. Perdono i punti di riferimento creativi attraverso cui conoscono sé stessi, gli altri e il mondo, proprio perché i rituali rappresentano una delle infinite possibilità di immaginare e interpretare la vita. Senza le terre ancestrali, il tessuto della loro identità collassa. Quando i Boscimani danzano al ritmo della danza della trance intendono celebrare il legame con gli altri e con la Terra. Per questo la separazione dalle loro terre è una catastrofe, ma la soluzione a questi problemi è in realtà molto semplice, a volerla vedere: riconoscere i diritti territoriali per loro e per tutti i popoli nativi contro gli interessi delle imprese multinazionali.