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Tag: beni comuni

Per una politica commossa

Autore: liberospirito 20 Gen 2016, Comments (0)

Invece di articoli arrabbiati (giustamente) per le sorti del pianeta e dei suoi abitanti, ma che rischiano di cadere nel risentimento, nel livore e, alla fine, nella frustrazione autolesionista presentiamo un breve testo di Franco Arminio (scrittore e poeta, autodefinitosi paesologo). E’ un decalogo tanto denso quanto leggero, civilmente impegnato quanto sognante e lirico, in cui pensiero e sentimento si incontrano felicemente. Da leggere con piacere, da meditare, recitare e altro ancora. Il testo è apparso sulla sua pagina facebook.

environmental

1. Viviamo in una democrazia zippata, dove tutti parlano e questo parlare produce solo altre parole. È l’apocalisse del chiasso inconcludente, dell’agonia ciarliera. La Rete è una nave che ti imbarca anche se non ti presenti al porto. E allora si tratta di navigare controcorrente in questo mare senz’acqua, dove sembra finta perfino la vita più convinta. Bisogna combattere contro l’autismo corale, darsi cura di accendere focolai di condivisione nella realtà più che nel virtuale.

2. Dobbiamo difendere il diritto all’uguaglianza, difendere le ragioni dei deboli, in Italia e altrove. Questo lavoro ha una sua urgenza civile, ma è anche una necessità interiore. Ci vuole una politica scrupolosa e lirica.

3. Abbiamo bisogno di conflitto e di anima. Ci vuole un impegno commosso per questa terra e per tutte le creature che la abitano. Mettere nella politica qualche furbizia in meno, qualche incanto in più.

4. La politica deve avere un sapore di alba, di operai che vanno al lavoro, di gente che sa fare il pane e riconosce il vento. La politica deve drenare l’egoismo dalla pozzanghera dell’attualità.

5. Conoscere un luogo e abitarlo, questo è importante. Sapere a che punto è il grano, come stanno le vacche, che fine faranno le api. Sapere dove stanno le sorgenti, dove fanno il nido gli uccelli, conoscere i colori delle porte chiuse.

6. Più che la foga della crescita, ci vorrebbe il culto dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

7. Aiutare i vecchi. Aiutare le persone che vivono nelle periferie e nei paesi più sperduti e affranti. Democrazia e dolore. Considerare che oggi il margine può essere più fecondo del centro. La politica deve sapere più di altipiani che di palazzi romani.

8. La politica difenda i malati, i beni comuni, la bellezza, la comunità dei vivi e dei morti, degli italiani e degli stranieri, degli animosi e dei contemplativi. Abbiamo bisogno di strategie per assicurare reddito a chi non ce l’ha, ma anche di conservare paesaggi inoperosi, luoghi salvi dalla catena del consumare e del produrre.

9. Politica e poesia intrecciate ogni giorno, in ogni luogo. È un lavoro per anime nuove. Molti lo stanno già facendo. Non stanno in parlamento e non è importante che ci vadano, c’è già un fare luminoso che accade nelle mille italie che ancora resistono. L’Italia deve essere la federazione di queste gioiose resistenze, di queste piccole luci circondate da un mare di buio.

10. Si muore e prima di morire tutti hanno diritto a un attimo di bene. Bisogna ascoltare con clemenza, bisogna coltivare il rigore e lottare fino a rimanere senza fiato. Diffidiamo degli opinionisti, l’Italia ha bisogno di percettivi. Cediamo la strada agli alberi.  

Franco Arminio

Giubileo e remissione dei beni perduti

Autore: liberospirito 20 Mar 2015, Comments (0)

E’ di alcuni giorni fa l’annuncio da parte del papa di proclamare un giubileo straordinario.  A partire da questa notizia Guido Viale (sul “manifesto” di ieri) ha avanzato alcune riflessioni sull’opportunità di un’iniziativa del genere e sulle possibili implicazioni, strettamente legate al momento presente. Attualizzare i contenuti del giubileo, questo il filo rosso che orienta tutto il discorso di Viale: annullare i debiti, liberare dalla servitù, far riposare la terra, sono alcuni dei temi che il prossimo giubileo, per essere veramente coerente, dovrebbe affrontare. Temi che – ci auguriamo – verranno ripresi e toccati in tutto il loro peso e la loro pregnanza.

giubileo

Il pros­simo 8 dicem­bre l’anno diven­terà “santo”. Per­ché per quella data papa Fran­ce­sco ha indetto un giu­bi­leo, che durerà fino al novem­bre del 2016. Giu­bi­leo è una parola di ori­gine ebraica, indica una ricor­renza che cadeva ogni 50 anni in cui, nella Pale­stina di un tempo, il popolo di Israele con­do­nava i debiti, libe­rava i servi e resti­tuiva i beni ai pro­prie­tari che li ave­vano per­duti. Papa Fran­ce­sco ha indetto il pros­simo giu­bi­leo (straor­di­na­rio, per­ché cadrà a soli 16 anni dall’ultimo) nel segno della mise­ri­cor­dia. Un’attitudine che a molti di noi dice poco; ma credo che sul giu­bi­leo si possa comun­que aprire un con­fronto: non con “il mondo cat­to­lico” — ter­mine vuoto e fin­zione di bassa poli­tica — ma con quei cat­to­lici che cre­dono vera­mente in quello che pro­fes­sano (una com­po­nente impor­tante di coloro che si bat­tono per un mondo diverso). E se avremo anche la bene­di­zione del papa, tanto meglio.

Dob­biamo però attua­liz­zare i con­te­nuti del giu­bi­leo: in ter­mini gene­rali non è dif­fi­cile farlo. Come resti­tuire i beni per­duti al suo pro­prie­ta­rio ori­gi­na­rio? Ripor­tando beni e ser­vizi che sono stati oggetto di appro­pria­zione pri­vata alla loro ori­gine o fun­zione di “beni comuni” — cioè di tutti — al ser­vi­zio di coloro che ne sono stati espro­priati dai pro­cessi di pri­va­tiz­za­zione. E que­sto vale sia per i beni mate­riali quali suoli, edi­fici e risorse di base come acqua, cibo e abi­ta­zione, sia per i ser­vizi – in par­ti­co­lare i ser­vizi pub­blici locali e quelli di pub­blica uti­lità – sia per quei beni che ven­gono al mondo gra­zie al lavoro con­giunto di milioni di per­sone, ma espro­priati quasi con­te­stual­mente alla loro com­parsa, come i saperi, la cul­tura, la socia­lità. E poi, chiu­dendo per sem­pre il capi­tolo delle Grandi Opere: uno spreco (abbi­nato a furti e mal­ver­sa­zioni con­ti­nue) di risorse comuni per deva­stare ter­ri­tori e comunità.

Quanto alla libe­ra­zione dei servi, oggi que­sta cate­go­ria di lavo­ra­tori non è più con­tem­plata dai codici civili; ma è in atto un pro­cesso teso a ricon­durre a una con­di­zione ser­vile il lavoro — sia quello sala­riato che quello auto­nomo, come peral­tro lo è da sem­pre gran parte del lavoro di cura — attra­verso lo sman­tel­la­mento com­pleto di quei diritti, con­qui­stati con dure lotte e immensi sacri­fici, che in una qual­che misura lo pro­teg­ge­vano dall’arbitrio del “padrone” (oggi datore di lavoro, com­mit­tente, o capo­fa­mi­glia). Innan­zi­tutto il giu­bi­leo che libera i servi non può coin­ci­dere per noi che con l’abrogazione del Jobs act e con la rein­tro­du­zione dell’Articolo 18. Ma poi, con molte altre cose che carat­te­riz­zano un lavoro libero, la cui pre­messa è un red­dito uni­ver­sale garan­tito, con­di­zione ine­li­mi­na­bile per­ché il lavoro non sia espo­sto a con­ti­nui ricatti.

Che cosa signi­fi­chi oggi, infine, remis­sione dei debiti non abbiamo biso­gno di andare a cer­carlo lon­tano; per­ché le vicende della Gre­cia e, ancor prima, quelle di casa nostra lo hanno messo al cen­tro del dibat­tito poli­tico. Il primo debito da cui dob­biamo essere libe­rati è quello da cui cia­scuno di noi è gra­vato senza averlo mai sot­to­scritto, per­ché lo hanno con­tratto, a nome e per conto nostro, senza esserne auto­riz­zati, i nostri Governi: e non nei con­fronti di un’entità pub­blica come una banca cen­trale (il che, in ultima ana­lisi, avrebbe voluto dire essere debi­tori verso se stessi); bensì nei con­fronti di isti­tu­zioni finan­zia­rie come ban­che pri­vate, assi­cu­ra­zioni e ric­chis­simi spe­cu­la­tori, che hanno fatto del debito cosid­detto “sovrano” uno stru­mento di governo delle poli­ti­che pub­bli­che e messo nelle loro mani — nel loro esclu­sivo inte­resse — la vita di milioni di cit­ta­dini e di lavoratori.

Poi cia­scuno di noi può anche essersi inde­bi­tato per far fronte a esi­genze che il suo red­dito non gli per­met­teva di sod­di­sfare: mutui, ratei, fidi, carte di cre­dito, “pre­stiti d’onore”. E die­tro quei debiti ritro­viamo le stesse isti­tu­zioni. Tutto ciò fa del cit­ta­dino delle società odierne un “uomo inde­bi­tato”: la con­di­zione esi­sten­ziale per­ma­nente di un “sog­getto” – nel senso di sud­dito – da cui si potrà inde­fi­ni­ta­mente estrarre valore e a cui si potrà sem­pre imporre sot­to­mis­sione per il solo fatto che non sarà mai più nella con­di­zione di libe­rarsi dal suo debito.

In nes­sun caso come que­sto la remis­sione del debito è la rispo­sta irri­nun­cia­bile per resti­tuire a un giu­bi­leo il suo senso auten­tico. Poi inter­verrà la neces­sità di arti­co­lare, modu­lare e sca­den­zare nel tempo que­sto obiet­tivo: un eser­ci­zio che vede attual­mente impe­gnato il nuovo governo greco, solo con­tro tutti. Ma quando arri­verà il giu­bi­leo si spera che il governo greco sia riu­scito a resi­stere e che altri attori — governi, isti­tu­zioni, movi­menti di massa, nuove coa­li­zioni sociali — si affian­chino ad esso per con­durre insieme que­sta sacro­santa battaglia.

Ma c’è un altro debito gigan­te­sco che incombe su tutti noi e al cui con­fronto i debiti pub­blici di tutti gli Stati del mondo sot­to­po­sti ai capricci dell’alta finanza non sono che fuscelli tra­spor­tati dal vento della sto­ria. E’ il debito che abbiamo con­tratto e con­ti­nuiamo a con­trarre nei con­fronti della Terra, del vivente, dell’ambiente che abi­tiamo e di cui siamo parte. E’ un debito che non merita e non rende pos­si­bile alcuna remis­sione, per­ché, come dice papa Fran­ce­sco, Dio per­dona sem­pre; l’uomo tal­volta; ma la natura non pedona mai.
Quello che le è stato e con­ti­nua a venirle tolto le va resti­tuito in qual­che modo, pena la scom­parsa delle con­di­zioni stesse della soprav­vi­venza: nostra, dei nostri figli, dei nostri nipoti; e di coloro che avranno la ven­tura di nascere dopo di loro. Dob­biamo resti­tuire alla natura la pos­si­bi­lità di “fun­zio­nare”: di ope­rare nel modo che ha per­messo alla serie lun­ghis­sima dei nostri pro­ge­ni­tori e dei nostri ante­nati di arri­vare a met­terci al mondo.
Ma que­sto immenso debito gene­rale ha molte facce e molti modi per essere sal­dato. Un fac­cia, la prin­ci­pale, è quello di comin­ciare a com­por­tarci, nei nostri con­sumi, nel nostro stile di vita, nelle nostre scelte poli­ti­che — ma anche, e soprat­tutto, nella misura del pos­si­bile, nel nostro lavoro — in modo da offen­derla il meno pos­si­bile; in modo da aiu­tarla a ripren­dersi, a rico­sti­tuire poco per volta la purezza dell’atmosfera e dell’aria che respi­riamo, quella dei mari e dell’acqua che beviamo, la fer­ti­lità del suolo che ci nutre e di quanto della bio­di­ver­sità è ancora soprav­vis­suto. Un com­pito non da poco.

L’altra fac­cia è il debito ambien­tale che noi, cit­ta­dini del mondo occi­den­tale di antica a con­so­li­data indu­stria­liz­za­zione, abbiamo con­tratto nei con­fronti degli abi­tanti del resto del mondo, occu­pando per oltre due secoli, con le nostre emis­sioni cli­mal­te­ranti, l’atmosfera ter­re­stre, che è un bene comune, forse il più grande: aria e spi­rito, respiro e vita sono ori­gi­na­ria­mente sino­nimi. Se non vogliamo che il resto del mondo segua – come già sta facendo – la nostra stessa strada mol­ti­pli­cando per tre, per cin­que, per sette, l’occupazione dell’atmosfera con emis­sioni pro-capite altret­tanto nefa­ste (e con sca­ri­chi e rifiuti inqui­nanti in ogni angolo del pia­neta) fino a creare, nel giro di pochi anni, un’alterazione irre­ver­si­bile del clima e un inqui­na­mento della Terra che la sta ren­dendo invi­vi­bile, dob­biamo spar­tire lo “spa­zio car­bo­nico” ancora dispo­ni­bile tra la gene­ra­zione attuale e quelle future, e, all’interno della gene­ra­zione attuale, tra chi ha già con­su­mato molto car­bo­nio e chi ha appena comin­ciato a farlo. E com­por­tarci in modo ana­logo con i pre­lievi di risorse e i rifiuti solidi e liquidi. Un altro obiet­tivo non da poco.

Guido Viale

Banning poverty

Autore: liberospirito 13 Apr 2014, Comments (0)

Pubblichiamo di seguito i “Dodici principi dell’illegalità della povertà”. Tale testo illustra le ragioni della campagna “Banning Poverty”, iniziata nel 2012, che si propone come obiettivo finale l’approvazione da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU, nel 2018 (nel settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani), una risoluzione nella quale si proclami l’illegalità di quelle leggi, istituzioni e pratiche sociali collettive che sono all’origine e alimentano la povertà nel mondo. Fra i promotori della campagna Riccardo Petrella, fondatore e presidente dell’Università del Bene Comune. E’ possibile seguire da vicino tali iniziative andando al sito www.banningpoverty.org.

banning poverty

1. Nessuno nasce povero né sceglie di esserlo
La prima parte dell’affermazione sembra falsa. È vero che una bambina che nasce in una famiglia di contadini in fuga dalla siccità in Etiopia o in una baraccopoli di Mumbai nasce “diversa” dalla bambina di un membro della famiglia reale britannica. Ma come essere umano “nasce uguale”.
Tutti noi nascendo riceviamo la vita, prima ancora di “vivere” in condizioni considerate povere o ricche. È lo stato della società nella quale nasciamo che “ci fa” poveri o ricchi. Certe persone o certi gruppi sociali possono decidere di vivere in una situazione di sobrietà condivisa. Si pensi alle comunità buddiste, al “pauperismo” dei francescani, al modello di società ispirato alla povertà evangelica. Numerose sono oggi anche le comunità laiche fondate su principi analoghi. In questi casi si tratta di un modo di vita scelto, libero. Non è la povertà subita, come quella dei tre miliardi di esseri umani che vivono oggi in stato di povertà perché esclusi dal diritto umano e sociale ad una vita degna e dignitosa, il più spesso contro la loro volontà e desiderio.
In realtà, nessuno vuole essere povero. La povertà fa paura, e nel mondo di oggi soprattutto la povertà economica. Decine di migliaia di lavoratori italiani hanno paura di perdere il posto di lavoro perché temono di perdere reddito e poi, fra qualche anno, di trovarsi in situazioni estremamente precarie sul piano finanziario. Per questo i lavoratori e dipendenti dell’ILVA di Taranto hanno protestato contro il PM che ha chiuso la loro fabbrica per motivi di salute e preferiscono continuare a lavorare. L’impoverimento li preoccupa più della loro salute.

2. Poveri si diventa. La povertà è una costruzione sociale
Già negli anni ’80 Don Tonino Bello aveva scritto: “Non è vero che si nasce poveri. Si può nascere poeti, ma non poveri. Poveri si diventa. Come si diventa avvocati, tecnici, preti”.
La povertà non è un fatto di natura come la pioggia. È un fenomeno sociale, costruito e prodotto dalle società umane. Le società scandinave degli anni ’60-’80 sono riuscite a far sparire i processi strutturali d’impoverimento e a ridurre i processi d’esclusione ad alcune sacche molto limitate di povertà materiale. Altre società, invece, fondate su principi e pratiche sociali differenti da quelle scandinave, hanno prodotto e producono inevitabilmente fenomeni di estesa povertà. È il caso degli Stati Uniti, tra tanti altri paesi.

3. Non è la società povera che “produce” povertà
Gli Stati Uniti sono il paese più ricco al mondo in termini monetari, eppure l’impoverimento di decine di milioni di cittadini (su 300 milioni) fa parte della loro storia. La povertà (non solo materiale) si è nuovamente sviluppata anche nelle società scandinave a partire dalla seconda metà degli anni ’90, perché le classi dirigenti hanno cambiato la loro visione del mondo e della società ed operato scelte diverse da quelle del passato, ridando così vita ai processi d’impoverimento.

4. L’esclusione produce l’impoverimento
L’esclusione riguarda sia l’accesso economico e sociale ai beni e ai servizi necessari ed indispensabili ad una vita degna e dignitosa, sia l’accesso alle condizioni e alle forme di cittadinanza civile, politica e sociale odierna. L’esclusione tocca l’insieme della condizione umana.

5. In quanto processo strutturale, l’impoverimento è collettivo
Esso non riguarda solo una persona ma i nuclei familiari, intere popolazioni (le famiglie di immigrati, i nomadi, i villaggi senza futuro, le zone colpite da recessioni economiche, gli abitanti di quartieri degradati…), e categorie sociali particolari (lavoratori, contadini, segmenti della classe media, bambini, donne, giovani che non riescono ad entrare nel mondo del lavoro, anziani…). Oggi è sempre più frequente, da parte degli uffici di statistica, riferirsi alle famiglie e non al singolo individuo per dare la misura dello stato d’impoverimento e dei cambiamenti intervenuti.

6. L’impoverimento è figlio di una società che non crede nei diritti di vita e di cittadinanza per tutti né nella responsabilità politica collettiva per garantire tali diritti a tutti gli abitanti della Terra
I gruppi dominanti non credono nell’esistenza dei diritti umani di vita e di cittadinanza (universali, indivisibili, imprescrittibili). Se sono obbligati dalle leggi a rispettarli, per esempio le Costituzioni, essi credono che non siano fruibili per tutti. Inoltre, negli ultimi decenni, sono riusciti ad imporre che l’accesso ai diritti umani e sociali deve essere pagante (è il caso del diritto all’acqua o della salute di base). Tanto meno credono nella responsabilità politica collettiva, diretta o rappresentativa, affinché tali diritti siano garantiti a tutti gli abitanti del Pianeta. Essi credono invece nella governance economica globale fondata sugli “stakehorlders” e che considerano essere la forma più efficace ed efficiente di gestione delle risorse disponibili.

7. I processi d’impoverimento avvengono in società ingiuste
Le società ingiuste sono negatrici dell’universalità, dell’indivisibilità e dell’imprescrittibilità dei diritti di vita e di cittadinanza e, quindi, negatrici dell’uguaglianza di tutti gli abitanti del Pianeta di fronte ai diritti. Queste società credono che l’accesso economico e sociale ai beni e servizi necessari e indispensabili alla vita sia una questione di iniziativa personale (o di gruppo) e di merito individuale. Lo stesso dicasi riguardo l’accesso alle condizioni e alle forme di cittadinanza civile, politica e sociale. Nelle società ingiuste, l’accesso non può essere che selettivo e condizionato secondo le regole e i criteri stabiliti dai gruppi dominanti.

8. La lotta contro la povertà (l’impoverimento) è anzitutto la lotta contro la ricchezza inuguale, ingiusta e predatrice (l’arricchimento)
C’è impoverimento perché c’è arricchimento. I processi d’impoverimento avvengono perché nelle società ingiuste prevalgono i processi di arricchimento inuguale, ingiusto e predatorio. Questo ha indotto molte società, in particolare quelle europee, a mettere l’obiettivo della redistribuzione della ricchezza al centro delle politiche di lotta per la riduzione e l’eliminazione della povertà. Una scelta decisiva ed obbligatoria. Allorché, però, tale scelta è stata fatta o è diventata la sola visione strategica, per di più ridotta a meccanismi di ripartizione del reddito, non è stata in grado di promuovere i cambiamenti strutturali indispensabili, come la storia dimostra.

9. “Il pianeta degli impoveriti“ è diventato sempre più popoloso a seguito dell’erosione e della mercificazione dei beni comuni perpetrate a partire dagli anni ’70
I gruppi dominanti hanno dato sempre di più valore unicamente alla ricchezza individuale. Essi hanno cancellato nell’immaginario dei popoli la cultura della ricchezza collettiva, in particolare dei beni comuni pubblici. Hanno ridotto tutto a “risorsa” (inclusa la “risorsa umana”). Tutto è diventato una merce il cui “diritto all’esistenza” dipende dal suo contributo alla produzione di ricchezza per il capitale privato. Conseguentemente, il lavoro, l’educazione, la protezione sociale, sono stati trattati come “costi” e come tali da razionalizzare, tagliare e privatizzare. Non vi sono comunità umane, ma mercati; non vi sono diritti collettivi ma il potere d’acquisto; non c’è solidarietà ma competizione e compassione, non c’è cooperazione e mutualismo ma “guerra” per le risorse, per la propria sicurezza energetica, idrica, alimentare.

10. Le politiche di riduzione e di eliminazione della povertà perseguite negli ultimi quaranta anni sono fallite perché si sono attaccate ai sintomi (misure curative) e non alle cause (misure risolutive)
Anche a causa del perseguimento di politiche economiche e sociali aventi obiettivi antitetici e prioritari rispetto a quelli anti-povertà, le politiche “contro” la povertà si sono tradotte, de facto, in fattori di accentuazione dei processi d’impoverimento e, quindi, in politiche “contro i poveri”. Da qui i fenomeni di criminalizzazione dei poveri.

11. La povertà è oggi una delle forme più avanzate di schiavitù perché basata su un “furto di umanità e di futuro”
A differenza della schiavitù tradizionale, fondata sulla lacerazione netta tra esseri umani e non esseri umani, la schiavitù che si traduce nella povertà odierna fa salvo il principio dell’unicità di appartenenza degli esseri umani, per poi “fissare” una linea di separazione considerata inevitabile tra esseri umani liberi di pensare, liberi di futuro e quelli non liberi, tra esseri umani autonomi ed esseri umani sottomessi, tra esseri umani cittadini e quelli privi di cittadinanza. Si tratta di un “furto di umanità” perpetrato dai gruppi dominanti nei confronti di miliardi di esseri umani esclusi dalla cittadinanza, ai quali per conseguenza si è anche rubato il futuro.

12. Per liberare la società dall’impoverimento bisogna mettere “fuori legge” le leggi, le istituzioni e le pratiche sociali collettive che generano ed alimentano i processi d’impoverimento
È possibile “uscire dalla povertà” e liberare la società dall’impoverimento, non certo applicando le misure che da 50 anni sono imposte, ancora recentemente, dalla Banca mondiale e che sono miseramente fallite, ma mettendo fuori legge quelle disposizioni legislative (e misure amministrative), quelle istituzioni e quelle pratiche sociali collettive che, ai livelli decisivi locali, nazionali e mondiali, costituiscono gli agenti di alimentazione e di crescita dei processi di ricchezza inuguale, ingiusta e predatrice.

spiritualità e beni comuni

Autore: liberospirito 17 Giu 2012, Comments (0)

“Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto”.

Questa frase attribuita a Tenzin Gyatzo, attuale Dalai lama, sintetizza assai bene, con una vena di sano humour, la condizione in cui versa l’Occidente (un Occidente che ha oramai da tempo varcato i confini dell’Europa e del Nord America…). Di fronte alla crisi finanziaria che sta attanagliando il mondo ripensare radicalmente quale significato e valore intendiamo attribuire a parole come vita e morte, presente e futuro, salute e denaro, potrebbero indicarci quale direzione imboccare, verso dove incamminarci; comprendendo così che domande del genere possiedono una implicita valenza politica e che non esiste autentica spiritualità o cammino religioso che non abbia a cuore il bene comune.

Scriblerus