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Tag: Benedetto XVI

Il bisogno dei Papi santi

Autore: liberospirito 7 Mag 2014, Comments (0)

Quanto segue è la riflessione – ampiamente condivisibile – di Vito Mancuso (apparsa su “La Repubblica”) in merito alla decisione di dichiarare santi papa Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Una decisione tutta politica (o meglio: di navigato marketing politico, di spettacolo della politica) da parte della Chiesa di papa Bergoglio per cercare di infondere credibilità verso un’istituzione sempre più in crisi. Su questo argomento abbiamo già proposto l’intervento di Giovanni Franzoni.

santità

Tra le religioni monoteiste è solo il cristianesimo a conoscere il fenomeno della santità, che invece rimane del tutto sconosciuto all’ebraismo e all’islam. Non che in queste due grandi religioni non vi siano stati e non vi siano uomini e donne di grande spessore spirituale, ma né l’ebraismo né l’islam nel riconoscerne il valore hanno mai sentito l’esigenza di dichiararli “santi”.
Per queste due religioni infatti la santità appartiene per definizione solo a Dio, e l’uomo, fosse anche il migliore di tutti, fosse anche il profeta Elia o il profeta Muhammad, non può strutturalmente partecipare al divino, e quindi può essere sì giusto, osservante, devoto, ma  mai può essere santo. Il cristianesimo al contrario crede nella possibilità della comunione ontologica tra il divino e l’umano.
Di una comunione cioè che non riguarda solo la volontà del credente ma giunge a comprenderne anche l’essere. In questo senso si può dire che la santità è una conseguenza dell’incarnazione, del farsi uomo da parte di Dio in Gesù di Nazaret: come il Figlio infatti da vero Dio è diventato uomo, così i suoi discepoli migliori da semplici uomini giungono alla possibilità di partecipare alla condizione divina denominata santità. C’è molto ottimismo, c’è molta simpatia verso l’uomo, nel dichiararne la santità.
E non è certo un caso che tra le diverse forme di cristianesimo siano in particolare il cattolicesimo e l’ortodossia a insistere sulla santità, che invece è quasi del tutto dimenticata nel protestantesimo la cui teologia è perlopiù caratterizzata da un’antropologia pessimista secondo cui l’uomo non potrà mai giungere a una natura pienamente riconciliata (per Lutero si è sempre simul iustus et peccator, il male cioè non può essere mai del tutto sradicato neppure nel migliore dei giusti).
In questa prospettiva il cattolicesimo mostra una grande affinità con l’induismo, per il quale la comunione tra il divino e l’umano è all’ordine del giorno, e con il buddhismo, per il quale la natura di Buddha appartiene di diritto a ogni essere umano. E infatti entrambe queste grandi religioni conoscono, come il cattolicesimo, il fenomeno della santità, fino a giungere a condividere l’appellativo “Sua Santità” che appartiene tanto al Romano pontefice quanto al Dalai Lama, mentre l’appellativo Mahatma (grande anima) riservato dall’induismo ai suoi figli migliori è solo un altro modo di dichiararne la santità.
Che cosa contraddistingue allora la santità cattolica? La risposta è la Chiesa, ovvero il fatto che la santità non viene riconosciuta dal basso, dal popolo, per gli evidenti meriti del maestro, come fu il caso di Gandhi chiamato Mahatma già in vita, ma diviene tale solo in seguito a una formale dichiarazione della gerarchia ecclesiastica detta canonizzazione.
E qui si inserisce, oltre alla dimensione teologico-spirituale dichiarata sopra, la valenza politica del fenomeno santità. La politica infatti ha sempre giocato un grande ruolo nella storia della Chiesa alla prese con la dichiarazione della santità dei suoi figli migliori. Nel bene e nel male. Si pensi nel primo caso alla rapidissima canonizzazione di Francesco d’Assisi, proclamato santo a neppure due anni dalla morte. E si pensi nel secondo caso alla canonizzazione dell’imperatore Costantino o alla beatificazione di Carlo Magno, uomini di immenso potere, dalla vita non proprio integerrima e tuttavia elevati agli onori dell’altare.
La canonizzazione da parte del papato di propri esponenti, compresa quella di domenica prossima, rientra alla perfezione in questa prospettiva dalla forte connotazione politica: degli otto pontefici del ‘900 ormai ben tre (Pio X, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II) sono diventati santi e tre sono sulla via per diventarlo (Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo I), lasciando peraltro la memoria degli altri due (Benedetto XV e Pio XI) in grave imbarazzo.
Aveva del tutto torto il cardinal Martini a essere contrario alla canonizzazione dei papi recenti? Tanto più che la politica ecclesiastica non si esprime solo sulle canonizzazioni in positivo, ma anche su quelle in negativo, sull’esclusione cioè di chi meriterebbe di essere riconosciuto santo ma non lo diviene. È il caso di monsignor Oscar Romero, ucciso dagli squadroni della morte il 24 marzo 1980 mentre celebrava la messa nella cattedrale di San Salvador per la difesa dei diritti dei poveri, e mai beatificato da Giovanni Paolo II, che anzi in vita l’umiliò, né in seguito da Benedetto XVI. Ed è il caso di Helder Camara, il vescovo di Recife, nel nord del Brasile, famoso per la sua lotta a favore degli ultimi (amava ripetere «quando do da mangiare a un povero dicono che sono un santo, quando chiedo perché è povero dicono che sono comunista») per la sua gente già santo ma non per il Vaticano.
La santità esprime un grande ottimismo sulla natura umana in quanto ritenuta capace realmente di bene e per questo il suo istituto è tanto importante e andrebbe governato con maggiore spirito di profezia. La politica però ha purtroppo spesso la meglio, e la canonizzazione parallela di domenica prossima di due papi tanto diversi lo dimostra ancora una volta.

Vito Mancuso

Auguri Francesco, nonostante tutto…

Autore: liberospirito 13 Mar 2014, Comments (0)

Oggi è un continuo rimando da parte dei media riguardo l’avvenuto primo anno del pontificato di Francesco I. I commenti si sono pressoché uniformati, tanto per cambiare… Una voce fuori dal coro la possiamo leggere sul sito di don Vitaliano Della Sala (www.donvitaliano.it).

don vitaliano della sala

È trascorso solo un anno dalla rinuncia di papa Ratzinger e dall’elezione di papa Bergoglio. Solo un anno: per chi lo vive un’eternità; per l’eternità un attimo. «Dissi un giorno a uno spaventapasseri: “Devi essere stanco di stare in questo campo solitario”. E lui rispose: “La gioia di spaventare è profonda e durevole, e non me ne stanco mai”. “È vero – aggiunsi – anch’io infatti ho conosciuto quella gioia”. E lui a me: “Solo quelli che sono imbottiti di paglia possono conoscerla”. Allora me ne andai, senza comprendere se il suo fosse stato complimento o disprezzo. Trascorse un anno, e quando mi ritrovai di nuovo a passare di là, vidi che due cornacchie stavano costruendo il nido sopra il suo cappello: la gioia di spaventare è degna di una testa di paglia!» (Gibran).

Solo un anno fa eravamo alle prese con una gerarchia vaticana che godeva nel mostrare il suo volto peggiore, con tratti marcatamente reazionari e antidemocratici, incline a sorvolare sulla pedofilia e sugli scandali legati alla banca vaticana, capace di punire duramente non solo chi dissentiva, ma anche chi si permetteva di porsi domande sull’ecclesiologia, sull’infallibilità del papa, sulla reale portata storica del Concilio, sul sacerdozio alle donne, sul celibato dei preti, sui diversi modi di essere famiglia, su quei valori cosiddetti “non negoziabili”. Discutere di questi e altri argomenti ha significato, per molti, subire punizioni canoniche di ogni tipo: «La gioia di spaventare è profonda e durevole, e non me ne stanco mai». Non avveniva da decenni che nella Chiesa ci fosse tanto terrore ad esternare le proprie idee, come è avvenuto nel trentennio di pontificato Wojtyla-Ratzinger; con loro si sono rafforzati i tratti di una Chiesa intollerante, arrogante, inumana, che pretende il rispetto dei diritti dell’essere umano all’esterno, ma non li rispetta per nulla al proprio interno.

Ora, dopo un anno, tutto sembra essere cambiato. La gerarchia, che ha al vertice papa Francesco, non spaventa più “gli uccelli” che, anzi, cominciano a costruire il nido sul cappello di chi, solo un anno fa, spaventava e scacciava chi non la pensava o viveva secondo il pensiero unico. Mi chiedo, e con me se lo chiedono in tanti: è veramente iniziato il tempo di una Chiesa inclusiva, che non emargina, non usa la pesante scure del giudizio contro nessuno, una Chiesa degli esclusi e non dell’esclusione? Ammirando i gesti e ascoltando le parole del papa sembrerebbe di sì; ma poi arrivano immancabili le smentite, i chiarimenti, le precisazioni, le pignolerie morali del solito p. Lombardi, affabile direttore della Sala Stampa vaticana, o del cardinale di turno: una sorta di “profilattico” imposto alla libertà dello Spirito Santo, che vorrebbe soffiare dove vuole.

Forse in piazza San Pietro o in televisione è evidente il cambiamento. Non così in molte parrocchie e diocesi. Che Francesco, come l’omonimo di Assisi, stia sostenendo e restaurando la Chiesa in rovina, non me ne sto accorgendo affatto, e penso di non essere il solo.

Perciò, se mi telefonasse papa Francesco, oltre agli auguri e all’assicurazione di preghiere, “con cristiana franchezza” gli chiederei se non è giunta l’ora di aprire, di spalancare le porte e le finestre di ogni forma di conclave, per far sapere a tutta la Chiesa il perché di certe scelte; ad esempio, perché i cardinali hanno eletto proprio Bergoglio. Si giocherebbe così a carte scoperte, e sarebbe un bene per tutti, alla faccia degli intrighi e dei retroscena.

E perché non discutere di gerarchia? È possibile – è auspicabile – che si capovolga la piramide gerarchica della Chiesa cattolica, e il papa ridiventi “servo dei servi di Dio”? Oppure perché, evangelicamente, non la si spiana del tutto per far ridiventare la Chiesa una comunità di fratelli e sorelle?

E, infine, gli chiederei: la Chiesa è, come afferma il Concilio, «una umana realtà impregnata di divina presenza» o un regno che assomiglia troppo a quelli medievali e poco a quello di Dio, descritto dal Vangelo? In quello secondo Marco, Gesù racconta una parabola, che ricorda il racconto di Gibran, nella quale paragona il Regno di Dio a un granello di senape, il più piccolo tra i semi che però diventa un albero frondoso, «e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra»: paradigma della Chiesa-altra che tanti cristiani sognano e si impegnano a costruire. E in quello secondo Luca, Gesù conclude le anti-beatitudini con un arrabbiato «guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi»: se ci si sforza di essere un vero profeta, un autentico discepolo di Cristo, si finisce immancabilmente per essere contrastati dal sistema di potere; quando questo ti ossequia, ti loda, ti applaude, vuol dire che non sei un buon discepolo, significa che hai tradito il messaggio di Gesù, troppo scomodo per essere applaudito da tutti. Al contrario, quando il potere che controlla la società, ti osteggia, ti perseguita, ti zittisce, allora rallegrati, perché sei sicuro di stare dalla parte del Signore!

Sono certo che papa Francesco sarebbe dispostissimo a discutere di questi e di altri argomenti… ma già prevedo l’immancabile smentita di p. Lombardi & Co.

Perciò, auguri di cuore, papa Francesco.

don Vitaliano Della Sala

La Teologia della Liberazione, oggi

Autore: liberospirito 22 Set 2013, Comments (0)

Riportiamo i punti conclusivi (li riprendiamo dal sito www.ildialogo.org) del 33° Congresso di Teologia della Liberazione svoltosi di recente a Madrid. Si tratta di una piattaforma largamente condivisibile per chi ritiene imprescindibile saper coniugare religione e libertà all’interno della propria esperienza di vita.

teologia-della-Liberazione

Dal 5 all’8 settembre, si è svolto in Madrid il 33° Congresso di Teologia su La Teologia della Liberazione, oggi, che ha riunito un migliaio di persone provenienti da vari paesi e continenti in un clima di riflessione, comunione fraterna e dialogo interreligioso, interculturale, interetnico.
1. Viviamo in un mondo gravemente ammalato, ingiusto e crudele, dove la ricchezza si concentra sempre più in meno mani mentre crescono le disuguaglianze e la povertà. Tra 40.000 e 50.000 persone muoiono ogni giorno per la fame e per le guerre, quando ci sono risorse sufficienti per nutrire il doppio della popolazione mondiale. Il problema non è, quindi, la scarsità, ma la competitività, l’accumulo smisurato e la distribuzione ingiusta, prodotte dal modello neoliberale. I governanti lasciano che governino i poteri finanziari e la democrazia non è arrivata all’economia. L’attuale crisi europea ha come effetto lo smantellamento della democrazia.
2. La crisi economica si è trasformata in una crisi dei diritti umani. Gli eufemisticamente chiamati “tagli” in materia di istruzione e sanità sono, in realtà, violazioni sistematiche dei diritti individuali, sociali e politici, che avevamo ottenuto con tanto sforzo nel corso dei secoli precedenti.
3. Questa situazione, però, non è inevitabile, né naturale, né risponde alla volontà divina. Si può rompere la passività cambiando il nostro modo di vivere, di produrre, di consumare, di governare, di legiferare e di fare giustizia e cercando modelli alternativi di sviluppo nella direzione che propongono e praticano non poche organizzazioni oggi nel mondo.
4. In questi giorni abbiamo ascoltato le testimonianze e le molteplici voci delle differenti Teologie della Liberazione presenti in tutti i continenti e che cercano di collaborare per dare risposte ai più gravi problemi dell’umanità: in America Latina, in sintonia con il nuovo scenario politico e religioso e con le esperienze del socialismo del XXI secolo; in Asia, in dialogo con le visioni del mondo orientali, scoprendo in esse la loro dimensione liberatrice; in Africa, in comunicazione con le religioni e le culture originarie, alla ricerca delle fonti della vita nella natura.
5. Abbiamo verificato che la Teologia della Liberazione continua ad essere viva e attiva di fronte ai tentativi del pensiero conservatore e della teologia tradizionale di condannarla e darla per morta. La TdL è storica, contestuale e si riformula nei nuovi processi di liberazione attraverso soggetti emergenti di trasformazione: donne discriminate che prendono coscienza del loro potenziale rivoluzionario; culture, in altri tempi distrutte, che rivendicano la loro identità; comunità contadine che si mobilitano contro i Trattati di Libero Commercio; giovani indignati, ai quali viene negato il presente e chiuse le porte del futuro; la natura saccheggiata, che grida, soffre, si ribella ed esige rispetto; emigranti maltrattati che lottano per migliori condizioni di vita; religioni indigene e di origine africana che rinascono dopo essere state per secoli ridotte al silenzio.
6. La TdL è teologia della vita, che difende con particolare intensità la vita più minacciata, quella dei poveri, che muoiono presto, prima del tempo. Fa realtà le parole di Gesù di Nazaret: «Sono venuto affinché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Chiama a scoprire Dio negli esclusi e crocifissi della terra: questa è la missione fondamentale delle chiese cristiane, una missione dalla quale sono state finora molto lontane.
7. I riformatori religiosi hanno aperto e continuano ad aprire percorsi di compassione e di liberazione integrale, che devono tradursi politicamente, socialmente ed economicamente in ogni momento storico, in modo particolare, Siddhartha Gautama il Buddha e Gesù di Nazareth il Cristo (tema dell’ultima conferenza del Congresso).
8. Denunciamo la mancanza di etica nelle politiche dello Stato che presentano i tagli come riforme necessarie per la ripresa economica. La nostra denuncia si estende a banche, multinazionali e poteri finanziari come veri responsabili della crisi attuale in connivenza con i governi che lo permettono. Optiamo per un altro modello economico i cui criteri siano il principio del bene comune, la difesa dei beni della terra, la giustizia sociale e la condivisione comunitaria.
9. Denunciamo l’uso della violenza, il militarismo, la corsa agli armamenti e la guerra come forme irrazionali e distruttive di soluzione dei conflitti locali e internazionali, a volte giustificati religiosamente. Optiamo per un mondo in pace, senza armi, dove i conflitti vengono risolti attraverso la via del dialogo e del negoziato politico. Sosteniamo tutte le iniziative pacifiche che vanno in quella direzione, come la giornata di digiuno e preghiera proposta da Papa Francesco. Rifiutiamo la teologia della guerra giusta e ci impegniamo a elaborare una teologia della pace.
10. Denunciamo il razzismo e la xenofobia che si manifestano soprattutto nelle leggi discriminatorie, nella negazione dei diritti degli immigrati, nel trattamento umiliante cui sono sottoposti da parte delle autorità e nella mancanza di rispetto per il loro stile di vita, cultura, lingua e costumi. Optiamo per un mondo senza frontiere retto sulla solidarietà, l’ospitalità, il riconoscimento dei diritti umani senza alcuna discriminazione e della cittadinanza-mondo contro la cittadinanza restrittiva vincolata all’appartenenza ad una nazione.
11. Denunciamo la negazione dei diritti sessuali e riproduttivi e la violenza sistematica contro le donne: fisica, simbolica, religiosa, di lavoro, esercitata dall’alleanza dei differenti poteri: leggi sul lavoro, pubblicità, mezzi di comunicazione, governi, imprese, ecc. Tale alleanza favorisce e rafforza il patriarcato come sistema di oppressione di genere. Nella discriminazione e maltrattamento delle donne hanno una responsabilità non piccola le istituzioni religiose. La teologia femminista della liberazione cerca di rispondere a questa situazione, riconoscendo le donne come soggetto politico, morale, religioso e teologico.
12. Chiediamo la sospensione immediata delle sanzioni e la riabilitazione di tutti le teologhe e teologi discriminati (coloro che hanno visto le proprie opere proibite, condannate o soggette a censura, coloro che sono stati espulsi dalle cattedre di insegnamento, coloro ai quali è stato ritirato il riconoscimento di “teologi cattolici”, quelli sospesi a divinis, ecc.), soprattutto durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che furono particolarmente repressivi in questioni di teologia morale e dogmatica, nella maggioranza dei casi per il loro coinvolgimento con la Teologia della Liberazione e anche per seguire gli orientamenti del Concilio Vaticano II. Tale riabilitazione è esigenza di giustizia, condizione necessaria per la tanto attesa riforma della Chiesa e prova dell’autenticità della stessa. Rivendichiamo, a sua volta, all’interno delle chiese, l’esercizio dei diritti e libertà di pensiero, riunione, espressione, insegnamento, pubblicazione, spesso non rispettati, e il riconoscimento dell’opzione per i poveri come criterio teologico fondamentale.
Con Pedro Casaldáliga affermiamo che tutto è relativo, compresa la teologia, e che sono assoluti soltanto Dio, la fame e la liberazione.

Madrid, 8 settembre 2013

Ecclesia casta et meretrix?

Autore: liberospirito 3 Mar 2013, Comments (0)

 

Pubblichiamo un recente intervento di Leonardo Boff (risalente al febbraio scorso, dal sito http://leonardoboff.wordpress.com) riguardante gli ultimi (e penultimi) fatti che interessano la vita della Chiesa cattolica, su cui abbiamo già pubblicato materiali. Le riflessioni di Boff sono – come sempre – di grande interesse e sulle quali non si può non trovarsi in lieto accordo. Coltiviamo delle riserve circa alcune considerazioni conclusive. Laddove si esprime una valutazione storica complessivamente positiva nei confronti della Chiesa-istituzione (pur aggiungendo che “essa predica la libertà, sapendo che generalmente sono altri che liberano e non lei”). Massima comprensione e solidarietà, dunque, verso chi aspira e lotta affinché si affermi “il sogno di Gesù” all’interno della Chiesa di Roma, ma, al contempo, salda convinzione che il novum radicale custodito in quell’antico sogno da tempo ha preso altre strade…


La Chiesa-istituzione come “casta meretrix”

Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. (Mc 10, 42-44)

Chi ha seguito le notizie degli ultimi giorni sugli scandali dentro al Vaticano, portati a conoscenza dai giornali italiani “La Repubblica” e “La Stampa”, che parlano di una relazione di trecento pagine e elaborata da tre cardinali provetti sullo stato della curia vaticana, deve naturalmente, essere rimasto sbalordito. Immagino i nostri fratelli e sorelle devoti, frutto di un tipo di catechesi che celebra il Papa come “il dolce Cristo in Terra”. Devono star soffrendo molto, perché amano il giusto, il vero e il trasparente e mai vorrebbero legare la sua immagine a notorie malefatte di assistenti e cooperatori.

Il contenuto gravissimo di queste relazioni rafforza, a mio parere, la volontà del papa di rinunciare. E’ la riprova di un’atmosfera di promiscuità, di lotta per il potere tra “monsignori”, di una rete di omosessuali gay dentro al Vaticano e disvio di denaro attraverso la banca del Vaticano come se non bastassero i delitti di pedofilia in tante diocesi, delitti che hanno profondamente intaccato il buon nome della Chiesa-istituzione.

Chi conosce un poco la storia della Chiesa – e noi professionisti dell’area dobbiamo studiarla dettagliatamente – non si scandalizza. Ci sono state epoche di vera rovina del Pontificato con Papi adulteri, assassini e trafficanti di immoralità. A partire da Papa Formoso (891-896) sino a Papa Silvestro (999-1003) si instaurò, secondo il grande storico cardinale Baronio, l’“era pornocratica” dell’alta gerarchia della Chiesa. Pochi papi la passavano liscia senza essere deposti o assassinati. Sergio III (904-911), assassinò i suoi due predecessori, il Papa Cristoforo e Leone V.

La grande rivoluzione nella Chiesa come un tutto è avvenuta, con conseguenze per tutta la storia ulteriore, col papa Gregorio VII, nel 1077. Per difendere i suoi diritti e la libertà della istituzione-Chiesa contro re e principi che la manipolavano, pubblicò un documento che porta questo significativo titolo Dictatus Papae che tradotto alla lettera significa “la dittatura del Papa”. Con questo documento, lui assunse tutti poteri, potendo giudicare tutti senza essere giudicato da nessuno. Il grande storico delle idee ecclesiali Jean-Yves Congar, domenicano, la considera la maggior rivoluzione avvenuta nella chiesa. Da una chiesa-comunità è passata a essere una istituzione-società monarchica e assolutista, organizzata in forma piramidale e che arriva fino ai nostri giorni.

Effettivamente il canone 331 dell’attuale Diritto Canonico si connette a questa lettura, con l’attribuzione al Papa di poteri che in verità non spetterebbero a nessun mortale se non al solo Dio: “in virtù del suo Ufficio, il Papa ha il potere ordinario, supremo, pieno, immediato, universale” e in alcuni casi precisi, “infallibile”.

Questo eminente teologo, Congar, prendendo la mia difesa davanti al processo dottrinario mosso dal cardinale Joseph Ratzinger in ragione del libro Chiesa: carisma e potere ha scritto un articolo su “La Croix” (08.09.1984) su “Il carisma del potere centrale”. Scrive: “il carisma del potere centrale è non aver nessun dubbio. Ora, non aver nessun dubbio su se stessi è, nello stesso tempo, magnifico e terribile. È magnifico perché il carisma del centro consiste precisamente nel rimanere saldi quando tutto intorno vacilla. E è terribile perché a Roma ci sono uomini che hanno limiti, limiti nella loro intelligenza, limiti del loro vocabolario, limiti delle loro preferenze, limiti nei loro punti di vista”. E io aggiungerei ancora limiti nella loro etica e morale.

Si dice sempre che la Chiesa è “Santa e peccatrice” e deve essere “riformata in continuazione”. Ma questo non è successo durante secoli e neppure dopo l’esplicito suggerimento del concilio Vaticano II e dell’attuale papa Benedetto XVI. L’istituzione più vecchia dell’Occidente ha incorporato privilegi, abitudini, costumi politici di palazzo e principeschi, di resistenza e di opposizione che praticamente impediscono o distorcono tutti i tentativi di riforma.

Solo che questa volta si è arrivati a un punto di altissimo degrado morale, con pratiche persino criminali che non possono più essere negate e che richiedono mutamenti fondamentali nella struttura di governo della Chiesa. Caso contrario, questo tipo di istituzionalità tristemente invecchiata e crepuscolare languirà fino a entrare nel suo tramonto. Scandali come quelli attuali sempre ci sono stati nella curia vaticana, soltanto non c’era quel provvidenziale Vatileaks per renderli di pubblico dominio e far indignare il Papa e la maggioranza dei cristiani.

La mia percezione del mondo mi dice che queste perversità nello spazio sacro e nel centro di riferimento di tutta la cristianità – il papato – (dove dovrebbe primeggiare la virtù e persino la santità) sono conseguenze di questa centralizzazione assolutista del potere papale. Questo rende tutti vassalli, sottomessi e avidi perché stanno fisicamente vicino al portatore del supremo potere, il Papa. Un potere assoluto, per sua natura, limita e perfino nega la libertà degli altri, favorisce la creazione di gruppi di anti-potere, fazioni di burocrati del sacro contro altre, pratica largamente la simonia che è compravendita di favori, promuove adulazioni e distrugge i meccanismi di trasparenza. In fondo tutti diffidano di tutti. E ognuno cerca la soddisfazione personale nella forma migliore che può. Per questo è sempre stata problematica l’osservanza del celibato all’interno della curia vaticana, come si sta rivelando adesso con l’esistenza di una vera rete di prostituzione gay. Fino a quando questo potere non sarà decentralizzato e non permetterà maggior partecipazione di tutti gli strati del popolo di Dio, uomini e donne, alla conduzione dei cammini della Chiesa, il tumore che sta all’origine di questa infermità continuerà a durare. Si dice che Benedetto XVI consegnerà a tutti i cardinali la suddetta relazione perché ciascuno sappia che problemi dovrà affrontare nel caso che sia eletto papa. E l’urgenza che avrà di introdurre radicali trasformazioni. Dal tempo della Riforma che si sente il grido: “Riforma nel capo e nelle membra”. E siccome mai è avvenuta, è nata la Riforma come gesto disperato dei riformatori di compiere tale impresa per conto proprio.

Per spiegare meglio ai cristiani e a tutti gl’interessati di problemi di Chiesa, torniamo alla questione degli scandali. L’intenzione è di sdrammatizzarli, permettere che se n’abbia una nozione meno idealista e a volte idolatrica della gerarchia e della figura del Papa e liberare la libertà a cui il Cristo ci ha chiamati (Gal 5,1). In questo non c’è nessun cattivo gusto per le cose negative né volontà di aumentare sempre di più il degrado morale. Il cristiano deve essere adulto, non può lasciarsi infantilizzare né permettere che gli neghino conoscenze teologiche e storiche per rendersi conto di quanto umana ed smodatamente umana può essere l’istituzione che ci viene dagli apostoli.

Esiste una lunga tradizione teologica che si riferisce alla Chiesa come casta meretrix, tema abbordato dettagliatamente da un grande teologo, amico dell’attuale Papa, Hans Urs von Balthasar (vedere in Sponsa Verbi, Einsiedeln, 1971, pp. 203-305). In varie occasioni il teologo Joseph Ratzinger è ritornato su questa denominazione.

La chiesa è una meretrice che tutte le notti si abbandona alla prostituzione; è casta perché Cristo, ogni mattina ne ha compassione, la lava è la ama.

L’habitus meretricius, il vizio del meretricio, è stato duramente criticato dai santi padri della Chiesa come Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Gerolamo e altri. San Pier Damiani arriva chiamare il suddetto Gregorio VII “Santo satanasso” (D. Romag, Compendio di storia della Chiesa, vol. II, Petropolis, 1950, p. 112). Questa denominazione dura ci rimanda a quella di Cristo diretta Pietro. Per causa della sua professione di fede lo chiama “pietra”, ma per causa della sua poca fede e di non capire i disegni di Dio lo qualifica come “satanasso” (Matteo 16,23). S. Paolo pare un moderno quando parla ai suoi oppositori con furia: “magari si castrassero tutti quelli che vi danno fastidio” (Gal, 5,12).

C’è pertanto un luogo per la profezia nella Chiesa e per le denunce delle malefatte che possono capitare in mezzo agli ecclesiastici e persino in mezzo ai fedeli.

Vi riporto un altro esempio tratto dagli scritti di un santo amato dalla maggioranza dei cattolici per il suo candore e bontà: Sant’Antonio da Padova. Nei suoi sermoni, famosi all’epoca, non appare niente affatto dolce e gentile. Fa una vigorosa critica ai prelati corrotti del suo tempo. Dice: “i vescovi sono cani senza nessuna vergogna perché il loro aspetto ha della meretrice e per questo stesso non vogliono vergognarsi” (uso l’edizione critica in latino pubblicata a Lisbona in due volumi nel 1895). Questo fu pronunciato nel sermone della quarta domenica dopo Pentecoste (pagina 278). Un’altra volta chiama i prelati “ scimmie sul tetto, da lì presiedono alle necessità del popolo di Dio”. (Op. cit p. 348). È continua: “Il vescovo della Chiesa è uno schiavo che pretende regnare, principe iniquo, leone che ruggisce, orso affamato di rapina che depreda il popolo povero” (p.348). Infine nella festa di San Pietro alza la voce e denuncia: “Attenzione che Cristo disse tre volte: pasci e neanche una volta tosa e mungi… Guai a quello che non pasce neanche una volta e tosa e munge tre o quattro volte…lui è un drago a fianco dell’arca del Signore che non possiede altro che apparenza e non verità” (vol. II, p. 918).

Il teologo Joseph Ratzinger spiega il senso di questo tipo di denunce profetiche: “il senso della profezia risiede in verità meno in alcune previsioni che nella protesta profetica: protesta contro l’autosoddisfazione delle istituzioni, l’autosoddisfazione che sostituisce la morale con il rito e la conversione con le cerimonie” (Das neue volk Gottes, Düsseldorf 1969,250, esiste traduzione italiana Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1971).

Ratzinger critica con enfasi la separazione che abbiamo fatto in riferimento alla figura di Pietro: prima della Pasqua, il traditore; dopo la Pentecoste, il fedele. “Pietro continua a vivere questa tensione del prima e del dopo; lui continua ad essere tutte due le cose: la pietra e lo scandalo…Non è successo lungo tutta la storia della Chiesa che il Papa era simultaneamente il successore di Pietro e la pietra dello scandalo?” (p.259).

Dove vogliamo arrivare con tutto questo? Vogliamo arrivare a riconoscere che la Chiesa-istituzione di papi, vescovi e preti è fatta di uomini che possono tradire, negare e fare del potere religioso un affare e uno strumento di auto-soddisfazione. Tale riconoscimento è terapeutico dato che ci cura di ogni ideologia idolatrica intorno alla figura del Papa, ritenuto come praticamente infallibile. Questo è visibile nei settori conservatori e fondamentalisti del movimento cattolico laici e anche di gruppi di preti. In alcuni è ancora viva una vera papolatria, che Benedetto XVI ha sempre cercato di evitare.

La crisi attuale della Chiesa provocato la rinuncia di un Papa che si è reso conto che non aveva più il vigore necessario per sanare scandali di tale portata. Ha buttato la spugna con umiltà. Che un altro più giovane venga e assuma il compito arduo e duro di pulire la corruzione nella curia romana e dell’universo dei pedofili, eventualmente punisca, deponga e invii i più renitenti in qualche convento per far penitenza ed emendare la propria vita.

Soltanto chi ama la Chiesa può farle le critiche che gli abbiamo fatto noi citando testi di autorità classiche del passato. Se tu hai smesso di amare una persona un tempo amata, ti diventano indifferenti la sua vita e il suo destino. Noi ci interessiamo come fa l’amico e fratello di tribolazione Hans Kung (è stato condannato dalla ex inquisizione), forse uno dei teologi che più ama la Chiesa e per questo la critica.

Non vogliamo che i cristiani coltivino questo sentimento di poca stima e di indifferenza. Per quanto gravi siano stati gli errori e gli equivoci storici, l’istituzione-Chiesa custodisce la memoria sacra di Gesù e la grammatica dei Vangeli. Essa predica la libertà, sapendo che generalmente sono altri che liberano e non lei.

Anche così vale stare dentro la chiesa, come ci stavano S. Francesco, dom Helder Camara, Giovanni XXIII e noti teologi che hanno aiutato a fare il concilio Vaticano II e che prima erano stati tutti condannati dall’ex inquisizione, come de Lubac, Chenu, Congar, Rahner e altri. Dobbiamo aiutarla a uscire da quest’imbarazzo, alimentandosi di più col sogno di Gesù di un regno di giustizia, di pace e di riconciliazione con Dio e di sequela della sua causa e destino, piuttosto che di semplice giustificata indignazione che può scadere facilmente nel fariseismo e nel moralismo.

Altre riflessioni del genere si trovano nel mio libro Chiesa: carisma e potere (ed. Record, 2005), specialmente in appendice con tutte gli atti del processo celebrato all’interno dell’ex inquisizione nel 1984.

Leonardo Boff
(Traduzione di Romano Baraglia)


 

Su Benedetto XVI, ancora

Autore: liberospirito 18 Feb 2013, Comments (0)

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato una nostra breve riflessione intorno all’abdicazione di Benedetto XVI, sottolineando la vacuità della più parte dei commenti apparsi sui media; aggiungendo anche che vi sono cose più cruciali su cui oggi discorrere. Di seguito pubblichiamo un ampio intervento di Toni Negri apparso su www.uninomade.org, largamente condivisibile per quanto concerne l’impostazione di fondo. Aveva ragione Jacob Taubes quando, negli anni Cinquanta, diceva che oggi tutto è teologia, con l’eccezione di quello che producono i teologi. Ci sono in queste righe, dal linguaggio scarno, molti più squarci profetici che nelle analisi di tanti teologi ed esperti di religione.

L’abdicazione del Papa tedesco

Più di vent’anni fa uscì l’enciclica Centesimus Annus, del Papa polacco, in occasione del centenario della Rerum Novarum – era il manifesto riformista, fortemente innovatore, di una Chiesa che si voleva ormai sola rappresentante dei poveri dopo la caduta dell’impero sovietico. A quel documento, i miei compagni parigini di Futur Antérieur ed io dedicammo un commento che era insieme un riconoscimento ed una sfida: lo intitolammo “La V Internazionale di Giovanni Paolo II”.

Ventidue anni dopo il Papa tedesco abdica. Si dichiara non solo affaticato nel corpo ed incapace di opporsi agli imbrogli ed alla corruzione della Curia romana, ma anche impotente nell’animo per affrontare il mondo. Quest’abdicazione tuttavia può stupire solo i curiali – tutti quelli che hanno attenzione alle cose della Chiesa romana sanno che un’altra abdicazione, ben più profonda, era già avvenuta, da un pezzo, già sotto Giovanni Paolo II, quando, con il fervente appoggio di Ratzinger, l’apertura ai poveri e l’impegno ad una Chiesa rinnovata per la liberazione degli uomini dalla violenza capitalista e dalla miseria, erano terminati. Era stata pura mistificazione quell’enciclica del 1991? Oggi dobbiamo riconoscere che è probabile. Di fatto, in America Latina la Chiesa cattolica distrusse ogni focolaio della teologia della liberazione, in Europa tornò a rivendicare l’ordo-liberalismus, in Russia e in Asia si trovò presto incapace di sviluppare quel proselitismo che il nuovo ordine mondiale le permetteva, e nei paesi arabi e iranici vide i musulmani, nelle loro diverse sette e frazioni, prendere il posto del socialismo arabo (e spesso cristiano) e del comunismo sciita nella difesa dei poveri e nello sviluppo delle lotte di liberazione. Lo stesso ravvicinamento ad Israele fu fatto non in nome dell’antifascismo e della denuncia dei crimini nazisti ma in nome della difesa dell’Occidente. Il paradosso più significativo fu rivelato dal fatto che la grande spinta missionaria (che si era autonomamente sviluppata dopo il Concilio Vaticano II) fu fatta rifluire verso ONG, rigidamente specializzate ed epurate da ogni caratteristica genericamente “francescana”. Queste ONG finirono per essere dedite alla pratica di quei “diritti dell’uomo” che la Chiesa (e i due Papi, quello polacco e quello tedesco) rifiutava di riconoscere nei paesi europei o del Nord America, dove ancora quei diritti esprimevano, con risonanza anticlericale e repubblicana, le istanze (residuali, comunque efficaci) della laicità umanista ed illuminista. Invece di essere a sinistra della socialdemocrazia, come la Centesimus Annus proponeva, il papato si trovò così piegato sulla destra del panorama sociale e su una destra politica spesso ammiccante ai Tea Parties (anche europei).

Ora il Papa tedesco abdica. È quasi divertente sentir parlare la stampa di tutto quel mondo che ha ancora interesse all’evento (molto limitato, tuttavia se considerato nello spazio globale). Essa chiede al nuovo Papa di riconoscere il ministero ecclesiastico delle donne, di rendere borghesemente collegiale l’amministrazione della Chiesa, di garantirle una posizione di indipendenza dalla politica… Banali richieste. Ma toccano l’essenziale? Sicuramente no: è la povertà quello che manca alla Chiesa. E sarebbe infine il momento di comprendere che il Papa non è un Re ma deve essere povero, non può che essere povero. Cercheranno di mascherare il problema promuovendo un africano o un filippino al papato? Di quale orribile gesto razzista si tratterebbe se il Vaticano e i suoi ori e le sue banche e la sua dogmatica politica a favore della proprietà privata e del capitalismo, rimanessero bianchi ed occidentali! Chiedono di concedere alle donne il sacerdozio: non è pura ipocrisia quando non gli passa neppure per l’anticamera del cervello che Dio possa essere declinato al femminile? Vogliono collegialità nella gestione della Chiesa: ma già Francesco insegnò che la collegialità poteva darsi solo nella carità. Etc., etc.

La Chiesa del Papa polacco e di quello tedesco ha concluso il processo di annientamento del Concilio Vaticano II, e questa liquidazione purtroppo non ha mai rappresentato una “guerra civile” all’interno della Chiesa di Roma ma solo una gara di fioretto tra prelati – anche sanguinosa, come nel caso della neutralizzazione del cardinal Martini, ma sempre di scherma si trattò. Così, mettendo una pietra sopra a quel Concilio, questi due ultimi Papi hanno bloccato un impetuoso movimento di rinnovamento religioso. Soprattutto hanno confuso la Chiesa e l’Occidente, il cristianesimo e il capitalismo: era quello che la Centesimus Annus prometteva di non far più, una volta usciti dall’isteria antisovietica.

Non bastava tuttavia proclamare la povertà, per subordinare al cristianesimo le forme di vita dell’Occidente capitalista: occorreva praticare la povertà, nutrirla, come una rivoluzione. Davanti alle crisi monetarie, produttive e sociali, i cristiani avrebbero desiderato dalla Chiesa una nuova ed adeguata definizione della “carità”, dell’“amore per il prossimo”, della “potenza di povertà”. Non l’hanno ottenuta. Eppure molti militanti cristiani rifiutano il declino che il Vaticano e l’Occidente sembrano percorrere insieme.

Alcuni pensano allora che “la rinuncia di Benedetto potrebbe finalmente condurre la Chiesa fuori dal XIX secolo”, altri che essa produrrà una riflessione profonda ed il riconoscimento della necessità di una riforma. Ma non hanno invece ragione coloro che pensano che ci si trovi davanti “all’agonia di un impero malato”? E che quel gesto di Benedetto non sia altro che un opportunistico alibi, un estremo tentativo per sfuggire alla crisi? L’unica cosa della quale siamo certi è che qualsiasi riforma dottrinale sarà del tutto inutile se essa non è preceduta, accompagnata e compiuta attraverso una riforma radicale delle forme di presenza sociale della Chiesa, delle sue donne e dei suoi uomini. Solo se essi riusciranno a collegare la speranza celeste a quella terrena. E allora a parlare nuovamente della “resurrezione dei morti” occupandosi dei corpi, del cibo, delle passioni degli uomini che vivono. Questo significa rompere con la funzione che l’Occidente capitalista ha confidato alla Chiesa – quella di pacificare, con vuote speranze, lo spirito di chi soffre, quello di rendere colpevole l’anima di chi si ribella. La discontinuità prodotta dall’abdicazione di Benedetto susciterà effetti di rinnovamento quando ad essa si accompagnerà il rifiuto di rappresentare la “Chiesa dell’Occidente”. E’ forse giunto il momento di distruggere quest’identità sulla scia di quanto aveva proposto la Centesimus Annus più di vent’anni fa, e di riconoscere ai lavoratori l’identità di sfruttati, in Occidente, dall’Occidente. Ma se il Papa polacco di allora non ci riuscì, è dubbio che possa riuscirci un suo allievo dal debole carisma. L’opera è dunque affidata ai cristiani. E a tutti noi.

Toni Negri

Sull’abdicazione di Benedetto XVI

Autore: liberospirito 12 Feb 2013, Comments (0)

A proposito della comunicazione di papa Benedetto XVI di abdicare al suo ruolo ci limitiamo qui a tre brevi considerazioni con coda finale.

Prima considerazione: ieri non esisteva notiziario televisivo, radiofonico o via web che non divagasse su questo tema, preso e macinato negli ingranaggi della megamacchina informativa che altro non fa che spettacolarizzare ogni avvenimento, impoverendolo e svuotandolo di senso, riducendolo ad anonimo bit informativo, uguale e contrario a quelli che l’hanno preceduto e che lo seguiranno.

Seconda considerazione: gli opinion-maker di turno e i vari uomini di potere interpellati, pur di provenienza differente hanno concordato tutti nel sottolineare l’altissimo profilo della decisione papale e l’umiltà implicita in una scelta del genere. Nessuno considerava che oggigiorno è esclusiva prerogativa dei dittatori la prospettiva di un esercizio di governo di durata virtualmente illimitata. Con l’innalzamento della durata media della vita da una parte e la complessità nella gestione di un mondo globalizzato, un pensionamento in età ragionevole dei capi di stato denota solo un misurato buon senso. Così ieri non abbiamo assistito null’altro che a un accodamento tardivo da parte della Chiesa rispetto a consuetudini largamente consolidate.

Terza considerazione: è allora solo questione di età, salute e buon senso? Ogni dietrologia sarebbe inopportuna? Mettere in relazione questo fatto con intrighi nei palazzi vaticani o conflitti di corte sarebbe solo l’adesione paranoica a una qualche teoria del complotto? Un tale, il secolo scorso, aveva detto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Probabilmente anche in questo caso.

In coda una breve domanda: ma si è poi così sicuri che l’abdicazione di Benedetto XVI sia poi così vitale per il destino se non del pianeta ma dell’umanità intera, come i media intendono convincerci? Non vi sono magari questioni più urgenti (anche solo circoscritte all’ambito religioso), di cui, proprio per questo, si preferisce non parlare?

Scriblerus

 

Liturgical design

Autore: liberospirito 17 Ago 2012, Comments (0)

Sicuramente i nostri venticinque lettori ne saranno all’oscuro. Diamo pertanto notizia di cessata attività della ditta Tridentinum (www.tridentinum.com), la quale però segnala sul suo sito che gli ordini sin qui inevasi verranno consegnati entro dicembre di quest’anno. Ma di cosa si occupava la Tridentinum? Qualcuno ricorderà le scene del film Roma di Fellini, dove si assisteva a una sfilata di moda ecclesiastica. La realtà a volte supera la fantasia. Abbigliamento liturgico (liturgical design, così si autodefinisce la ditta) è (o meglio: era) il suo settore merceologico. Dal catalogo (risalente però al 2010) possiamo evincere prodotti e prezzi relativi. Qualche esempio: mitria a 30.000 euro; pianeta a 18.000 euro; casula a 10.900 euro; scarpe alla modica cifra di 1.500 euro, così come i guanti. Aggiungiamo che le cifre (del 2010) sono quelle “riservate ai venditori”, per cui il prezzo al dettaglio subisce ulteriori incrementi.

Non ci è dato sapere se la cessata attività della ditta sopraindicata sia imputabile alla crisi economica o altro. Ben attiva risulta invece la ditta Annibale Gammarelli (www.gammarelli.com) di Roma, la quale – come viene segnalato nella homepage del sito – «è conosciuta in tutto il mondo ecclesiastico (…). Sei generazioni di Gammarelli hanno avuto l’onore di servire migliaia di sacerdoti e centinaia di Vescovi e Cardinali e oggi la sartoria Gammarelli si onora di servire Sua Santità Benedetto XVI».

Ai Gammarelli e ad altri sarti romani ricorrono i porporati di tutto il mondo perché solo qui trovano i tessuti del colore giusto. «Il rosso cardinalizio si chiama rosso ponsò», sottolinea Annibale Gammarelli in un’intervista, «e non esiste in commercio. Il tessuto di questo colore viene creato da ditte italiane su nostra commissione. Idem il colore per i vescovi, che è il paonazzo romano».

Il catalogo della benamata ditta Gammarelli è consultabile on line e risulta assai ricco; il lettore curioso potrà ammirare la gamma dei prodotti. Purtroppo non troverà i prezzi. I Gammarelli sono discreti e rimandano all’area riservata o a contatti diretti da parte dell’acquirente. Pertanto non sapremo se i prezzi si trovano allineati al catalogo della Tridentinum o meno.

Ci fermiamo qui e ce n’è d’avanzo. A questo punto sarebbe quasi d’obbligo una qualche riflessione sulla povertà religiosa, l’umiltà, la modestia e via dicendo. O un paragone, quantomeno rapsodico, con il rabbi di Nazareth e tutto il suo seguito. Ma vogliamo risparmiare simili esercizi ai frequentatori del nostro blog. Senza essere dotati di poteri telepatici, siamo convinti che, senza nulla aggiungere,
ci intendiamo alla perfezione circa il giudizio sul liturgical design e gli abituali fruitori di tali prodotti. (Solo una breve citazione in coda: «Osservate come crescono i gigli dei campi: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro»).

Scriblerus

Repetita iuvant. Notizie simili le abbiamo già riportate, ma tant’è. Riprendiamo un articolo apparso su “Adista Notizie” (n. 28 del 21/07/2012). Ogni commento – come si suol dire – è superfluo.

Chissà se, nonostante il bilancio in attivo (v. notizia precedente), a causa  della crisi economica mondiale e dei costi altissimi dei viaggi del papa per visite apostoliche e pastorali, in Italia ed all’estero, anche il Vaticano darà  avvio ad una spending review , nel solco di quella recentemente varata dal  governo italiano. Se accadrà, non sarà però certo in tempi brevi. Perché finora  l’escamotage individuato dal Vaticano per contenere i costi degli spostamenti di  Benedetto XVI resta efficacissimo: le spese per i viaggi ed i soggiorni del papa, per i palchi ed i maxischermi, gli impianti di amplificazione, le
strutture costruite ad hoc per consentire lo svolgimento delle kermesse papali, i ricevimenti, gli spostamenti, ecc. gravano sempre sui Comuni ospitanti (e quindi sui contribuenti); sempre sui fedeli delle diocesi interessate, che pagano con le offerte raccolte nelle Chiese; e sulle Curie, che versano un contributo “volontario”, ma obbligatorio; e gravano talvolta anche sulle casse dello Stato, nel caso ad esempio che quello papale sia rubricato come “grande evento” (ma lo Stato, va ricordato, mette sempre a disposizione gli elicotteri dell’Aereonautica Militare per trasportare il seguito del papa, oltre a
provvedere alla sua sicurezza personale ed all’ordine pubblico, in parte a carico anche delle polizie locali).
L’ultimo esempio è rappresentato dalla visita pastorale di Benedetto XVI nella diocesi di Frascati, il 15 luglio scorso. Visita lampo, per la verità, poiché il papa, dopo aver celebrato messa nella locale piazza S. Pietro, ha fatto ritorno nella residenza estiva di Castel Gandolfo per la recita dell’Angelus di mezzogiorno. Visita lampo, ciononostante piuttosto onerosa, dal momento che, oltre a tutte le offerte raccolte nelle chiese tuscolane la giornata del 15, alle parrocchie è stato chiesto di dare anche un contributo straordinario. Rigidamente pianificato e quantificato, nei termini della biblica “decima”: «Carissimo Confratello sacerdote – ha scritto infatti il vescovo, mons. Raffaello Martinelli (già collaboratore di Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede), in una mail del 4 luglio indirizzata a tutti i parroci della sua diocesi – in occasione della visita del Santo Padre di domenica 15 luglio prossimo, ti ricordo l’impegno di offrire, per le attività caritative internazionali del Papa, un contributo, pari ad almeno il 10% delle entrate annuali della tua parrocchia, nella forma che ti avevo già indicato, e cioè trasmettendo alla Curia, entro il prossimo 10 luglio, in busta chiusa un assegno, non trasferibile, intestato a Sua Santità Benedetto XVI; un biglietto di accompagno, indicante il nome della tua parrocchia. Tutte le buste chiuse saranno poi consegnate al Santo Padre, durante la Concelebrazione Eucaristica, da Lui presieduta. Grazie! Mons. Martinelli».

Facciamo un po’ di conti. In una zona come quella tuscolana è difficile che le parrocchie abbiano entrate inferiori ai 100mila euro annui (per difetto, anche perché molte parrocchie non mettono a bilancio le offerte dei fedeli, considerate “diritto di stola” del parroco). Le parrocchie del territorio diocesano sono 25. È quindi realistico pensare che gli assegni in busta chiusa che i parroci devolveranno al papa superino tutti assieme la cifra di 250mila euro. A tale somma va poi aggiunto il totale delle offerte che verranno raccolte nelle questue, durante le messe. Infine, l’inevitabile contributo della diocesi.

Una delle ultime visite pastorali di Benedetto XVI, quella ad Arezzo del 13 maggio, costò in totale 500mila euro. Di questi, 120 mila euro furono a carico della Regione Toscana, 90mila del Comune; più un contributo della Provincia, oltre a quello della diocesi ed alle offerte di fedeli e enti vari. Certo, la visita a Frascati avrà costi prevedibilmente più bassi, per la minore durata ed il programma meno denso. Ma il papa viaggia sempre insieme ad un nutrito seguito, che prevede il segretario personale, il prefetto della Casa pontificia, il reggente, l’assistente, il cameriere e il medico personale, numerosi uomini della scorta, (agenti della gendarmeria e della Guardia svizzera), oltre a cerimonieri, fotografi e giornalisti dell’Osservatore Romano, operatori della Tv e della Radio Vaticana. Insomma, la
cifra sarà inferiore ai 500mila euro, ma non di moltissimo.

In ogni caso, per una trasferta di qualche ora, una visita “fuori porta”, a pochi chilometri di distanza da Castelgandolfo, le ingenti “offerte” di parrocchie e fedeli di Frascati costituiscono un contributo assai rilevante.

Un papa da cinquecentomila euro

Autore: liberospirito 11 Mag 2012, Comments (0)

Voi cosa ne pensate? Assurda follia, fiera della vanità, manie faraoniche… c’e da vergognarsi, altro che. Riportiamo l’articolo, a cura di Cinzia Giubbini, apparso su “Il Manifesto” in data 3 maggio 2012, che ci informa sui costi delle visite papali. PS: Ma il rabbi di Nazareth quando si spostava per i luoghi della Galilea come faceva? Quanto spendeva?

Cinquecentomila euro per andare da Roma a Arezzo. Non è uno scherzo: è il costo pubblico per la visita pastorale in programma il 13 maggio nella diocesi Arezzo-Cortona-San Sepolcro, quando Benedetto XVI visiterà il santuario di Verna. Si tratta, certamente, della spesa standard per i viaggi papali, ma si sa che in Vaticano
non sono campioni di trasparenza: niente di male se si trattasse dell’impiego del patrimonio della Chiesa.
Peccato che quei soldi ce li metta anche lo stato. Stavolta la storia è venuta fuori grazie a un’interrogazione parlamentare presentata dai radicali Donatella Poretti e Marco Perduca. Secondo i due senatori tutti verseranno l’obolo: governo, regione Toscana, provincia e comune di Arezzo. Si legge infatti nell’interrogazione: «Sono 120 mila euro quelli che stanzierà la regione Toscana, 90 mila quelli del comune. Ad oggi non è ancora chiaro il contributo della provincia e quello a carico della diocesi tramite offerte dei fedeli ed enti vari. Inoltre, apprendiamo anche che il governo si farà carico di parte delle spese».
Ma non solo, perché il papa prevede di utilizzare gli elicotteri dell’Aeronautica militare. Tutto sommato, però, il pontefice è un capo di stato estero. Non se la potrebbe pagare da solo la sua sicurezza? Anche perché la spesa comincia a farsi pesante se è vero, come scrivono i senatori che «solitamente con il Pontefice viaggiano il suo segretario personale, il Prefetto della Casa Pontifica, il Reggente, l’assistente, numerosi uomini della scorta vaticana, composta da agenti della Gendarmeria guidata dall’aretino Domenico Giani, e della Guardia Svizzera, i cerimonieri, i fotografi e giornalisti dell’Osservatore Romano, gli operatori della Tv e Radio Vaticana, il cameriere e il medico personale».
Sulla questione ha risposto al manifesto la regione Toscana. Che in una nota fa sapere di aver deciso di spendere i 120mila euro «su richiesta della Curia»: «Eventi di questo rilievo, che coinvolgono un territorio nel suo complesso, hanno sempre comportato, sia a livello nazionale che locale, una partecipazione attiva delle istituzioni interessate», afferma la Regione, che invita a guardare il lato positivo della faccenda: «Si tratta di un evento che sarà seguito da tutti i media e che porterà all’attenzione del mondo alcune delle località più suggestive e ricche d’arte della Toscana. Con le conseguenze economiche che ne potranno derivare». Insomma, papa Ratzinger è pur sempre una «star» e le sue visite sono una macchina sforna-soldi.
Privati e pubblici.