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Tag: Bart Ehrman

Gesù e/è Dio?

Autore: liberospirito 14 Set 2018, Comments (0)

Riprendiamo dal sito di MicroMega un intervento del pastore valdese Alessandro Esposito riguardante la natura divina di Gesù, il rabbi di Nazareth. Tale intervento prende spunto da un precedente articolo già apparso su MicroMega, nonché dalla traduzione italiana di un saggio del biblista e filologo statunitense Bart Ehrman.  

In data 30 agosto 2018 è stato pubblicato sul sito internet di questa rivista un interessante articolo a cura di Michele Martelli, nel quale l’autore commentava in maniera piana e lineare le tesi contenute nel libro di Bart D. Ehrman How Jesus Became God, tradotto l’anno scorso in lingua italiana dalla casa editrice Nessun Dogma. Poiché sia l’articolo che il libro al quale esso fa riferimento trattano di una questione piuttosto ignota ai non addetti ai lavori e decisamente controversa per coloro che si occupano di studi storici e teologici, vorrei provare a mettere in rilievo alcuni aspetti fondamentali, in merito ai quali, ritengo, la riflessione andrebbe approfondita.

La questione nevralgica, in ultima istanza, può essere riassunta mediante l’interrogativo: “Ma Gesù è Dio”? Secondo la maggior parte delle chiese cristiane (inclusa quella valdese) sì. Vi sono, effettivamente, dei passi del Secondo Testamento che possono far propendere per questa risposta. Il problema, però, è un altro. Vi sono infatti altri passi neotestamentari attraverso i quali si comprende chiaramente che Gesù non è presentato né predicato come Dio. È un dato di fatto, non un’ipotesi di lavoro. Procediamo, allora, ad alcuni chiarimenti, che mi paiono quanto mai opportuni.

Le testimonianze del Secondo Testamento non sono affatto concordi circa la nostra questione; e questo per un motivo assai semplice: i testi che vengono a comporre il canone neotestamentario sorgono in luoghi e periodi tra loro assai distinti e distanti. La teologia sottesa dal vangelo secondo Marco, non è la stessa che si può ricavare dalla lettura attenta del vangelo secondo Giovanni o dallo studio dell’epistolario paolino. In estrema sintesi, si può riscontrare che non vi è alcuna testimonianza riconducibile ai cosiddetti “vangeli sinottici” (Marco, Matteo, Luca) attraverso ci si possa asserire in maniera univoca e inequivocabile che Gesù è Dio; tutte le affermazioni che consentono di avallare questa interpretazione sono rinvenibili esclusivamente nell’evangelo giovanneo o nelle epistole paoline e deutero-paoline (ovverosia attribuite a Paolo di Tarso ma, in verità, redatte posteriormente). Questo, lo ripeto, per il semplice fatto che non si può parlare di una “teologia” del Secondo Testamento ma, soltanto, di “teologie”, al plurale, le quali restituiscono riflessioni, sensibilità, percorsi comunitari tra loro diversi.

La cosiddetta “confessione di fede trinitaria”, nella quale si asserisce la duplice natura del nazareno, al contempo umana e divina, non è biblica, ma ecclesiastica: la stabilirono i concili del cristianesimo tardo-antico, in particolare quello di Nicea (nel 325) e, in maniera (per così dire) definitiva, il concilio di Calcedonia (nel 451). Come si può notare, siamo in date assai distanti dalla predicazione di Gesù e dalla nascita del movimento cristiano delle origini. Ma, ancora una volta, il problema è un altro: quello di ordine cronologico, infatti, è secondario rispetto a quello di natura politica. Le decisioni assunte dai primi concili ecumenici, di fatto, beneficiarono dell’appoggio dei poteri costituiti e rivestirono la chiara funzione di strumenti di controllo sociale. Ciò che venne deciso in ambito conciliare, pertanto, non si afferma a motivo della sua verità (argomento sempre discutibile e molto spesso abusato), ma a causa del prevalere in senso squisitamente politico di una delle due tesi nei riguardi di quella opposta: l’eresia, del resto, è sempre definita tale dalla posizione che storicamente si afferma e che si autoproclama, in tal modo, “ortodossa”.

Inoltre, il fatto che si tratti di una vexata quaestio è testimoniato dalla constatazione che le decisioni conciliari non riuscirono in alcun modo a tacitare il dissenso, il quale continuò ad esprimersi in seno a correnti ritenute eterodosse e ad alimentare il dibattito dei secoli successivi: difatti, una decisione dogmatica non può rappresentare se non la conclusione arbitraria di una discussione che, per quel che attiene ai suoi contenuti, rimane inevitabilmente aperta, poiché in ultima istanza impossibile da dirimere mediante il ricorso ad argomentazioni irrefutabili.

Per questo, e concludo, la questione cosiddetta dell’antitrinitarismo (ma meglio sarebbe chiamarla unitariana, in modo tale da evitare di utilizzare il nome affibbiatole dai suoi detrattori) risorge sempre in seno al cristianesimo, ed è destinata a non estinguersi mai del tutto. Le ragioni fondamentali di questo destino ineluttabile, come ho provato ad illustrare, sono basicamente due: in primo luogo, la tesi unitariana ha un fondamento biblico; in secondo luogo le argomentazioni portate a suffragio della tesi cosiddetta “ortodossa”, che sancì il dogma trinitario e la divinità di Gesù, non possono in alcun modo ritenersi conclusive.

Alessandro Esposito