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Tag: animalismo

Di cosa parliamo quando parliamo di specie?

Autore: liberospirito 30 Set 2017, Comments (0)

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Il 5 ottobre è la Giornata mondiale degli animali. Per riflettere e discutere su tale tema si svolgerà a Piacenza un incontro con Massimo Filippi, ordinario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, il quale si occupa da anni della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. Questo il titolo dell’incontro: Di cosa parliamo quando parliamo di specie?, nel corso del quale verrà anche presentato il suo ultimo libro, Questioni di specie (Eleuthera).

Dopo aver considerato gli aspetti fondamentali della cosiddetta “questione animale”, in cui lo sfruttamento e la messa a morte dei corpi animali divengono parte integrante dell’ideologia e delle prassi di potere attuali, si cercherà di prendere in esame la nozione di “specie”, mostrandone tutta l’ambiguità, per proporre delle strategie antispeciste. L’antispecismo deve farsi politico, capace di ibridarsi con le acquisizioni teoriche e pratiche degli altri movimenti di liberazione e, al contempo, guadagnare credibilità per smascherare le varie forme di antropocentrismo in grado di insinuarsi e annidarsi anche all’interno degli stessi movimenti di liberazione.

Introduce e modera Federico Battistutta.

Quando: giovedì 5 ottobre, alle ore 17.

Dove: Salone Monumentale
 c/o Biblioteca Passerini-Landi, Via Carducci, 14, Piacenza

Info: tel: 0523 492410 – email: [email protected]

 

 

L’impronta umana e il serial killer

Autore: liberospirito 11 Ott 2015, Comments (0)

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Questa volta prendiamo spunto dai dati forniti da alcune ricerche in campo scientifico. Ad esempio dal fatto che la superficie della Terra che l’uomo occupa, in maniera più o meno completa, ammonta all’83 per cento del pianeta. Questo, secondo alcune rilievi compiuti da uno staff di ricercatori della Columbia University (USA) – i quali hanno elaborato apposite mappe che rappresentano la presenza umana sul pianeta – pubblicati sull’ultimo numero della rivista “BioScience”( The Human Footprint and the Last of the Wild).  L’influenza dell’occupazione del pianeta da parte della nostra specie viene tecnicamente definita “impronta umana”.

Oltre a queste informazioni di carattere generale ne abbiamo appresa un’altra, più specifica. Ed è la seguente: l’area di Chernobyl, in Ucraina, ospita un  numero sempre più alto di animali selvatici. Come si sa, colpita dall’incidente nucleare nel 1986, una zona molto vasta è stata abbandonata dai residenti (circa 116mila persone). Secondo i dati riportati in un altro articolo (Long-term census data reveal abundant wildlife populations at Chernobyl) del numero di ottobre della rivista “Current Biology” (pubblicazione scientifica in lingua inglese che si occupa di vari settori della biologia) lo spopolamento umano ha favorito la riproduzione della fauna selvatica (cinghiali, cervi, caprioli, lupi e altri mammiferi), a prescindere dai danni che le radiazioni nucleari possono aver provocato sui singoli animali. In poche parole: la presenza umana – con la pratica della caccia, dell’agricoltura e della silvicoltura – sembra avere, sul mondo selvatico, un impatto più forte delle stesse radiazioni nucleari.

E allora? Tutti questi discorsi cosa dicono a una sensibilità religiosa nei confronti della vita (o, più semplicemente, a coloro ai quali sta a davvero a cuore il destino della vita sulla Terra)? Senza farla lunga: tutto ciò dovrebbe far riflettere radicalmente, qui e ora, sul rapporto tra noi umani e gli animali non umani. Per evitare che l’impronta umana non divenga un serial killer, finendo per calpestare e schiacciare le impronte lasciate da ogni altra forma vivente.

«Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi?», diceva Gregory Bateson, formulando con un lessico scientifico una delle domande di fondo che si pongono da sempre le religioni. Questa frase è riaffiorata – per contrasto – apprendendo la notizia di una gratuita mattanza delle balene che annualmente si verifica presso un piccolo arcipelago del Nord Europa. Ciò illustra – se ci fosse ancora la necessità di una prova – la lontananza stellare in cui l’evoluzione dell’orientamento sociale umano viene a trovarsi per una costruzione (meglio: una co-costruzione) di un legame capace di fondare una relazione vitale tra la diversità degli elementi minerale, vegetale, animale ed umano.

In breve. Alcuni quotidiani nei giorni scorsi (noi la riprendiamo dal “Corriere della Sera” e dal web) hanno fornito la notizia dell’annuale massacro delle balene presso le isole Far Oer, un arcipelago che sta nel mezzo dell’Oceano Atlantico tra la Scozia, la Norvegia e l’Islanda, divenuto ormai quasi del tutto indipendente dalla Danimarca. Tutto è nato dall’iniziativa di un aderente di Sea Shepherd (impegnati, fra le altre cose, nelle azioni di contrasto alle baleniere giapponesi), il quale ha documentato con fotografie la mattanza dei cetacei.  I mammiferi vengono sospinti in un piccolo golfo da cui non potranno scappare e poi sterminati, con coltelli, arpioni e lame affilate. Si tratta di pilot whale, i globicefali, conosciuti anche come balene dalle pinne lunghe, anche se in realtà sono mammiferi  odontoceti, hanno cioè i denti, e  appartengono dunque alla famiglia dei delfini. Le pilot whales sono classificate come «rigorosamente protette» dalla Convenzione per la Conservazione della natura e degli habitat naturali. Ciò nonostante la caccia e la successiva mattanza si ripetono ogni anno. Un intero branco che fino a qualche giorno fa poteva nuotare libero nelle acque del Nord Atlantico è stato sterminato in un unico bagno di sangue. Non solo. Tra gli animali uccisi c’erano anche femmine gravide e balenotteri ancora non nati e attaccati al cordone ombelicale delle loro madri.

Noi qui, oltre a far circolare la notizia (oltreché l’orrore e l’indignazione), possiamo limitarci a fornire il link per sottoscrivere la petizione per la cessazione immediata di questo massacro: http://www.unleashed.org.au/take_action/petitions/stop-the-faroe-islands-whale-slaughter/. Non è molto, ce ne rendiamo conto.

Scriblerus

 

 

Al di là della natura

Autore: liberospirito 20 Gen 2012, Comments (0)

Ci troviamo nuovamente a sottolineare – e non ci stanchiamo di farlo – l’importanza religiosa, sociale, etica e politica di un corretto ed equilibrato rapporto tra la nostra e le altre specie viventi.

E’ uscito di recente il libro di Marco Maurizi, Al di là della natura – Gli animali, il capitale e la libertà (Novalogos), che ci sembra interessante segnalare.

In questo testo l’autore fa un’importante riflessione sottolineando come l’animalismo, nella nostra società, sia considerato una scelta etica individuale mentre invece è un problema politico-economico, perché “l’uomo è un animale ridotto in schiavitù dalla stessa civiltà che ha assoggettato la natura non umana”.

Questo è il punto fondamentale del suo libro in quanto per Maurizi i fenomeni di schiavitù degli esseri umani (anche quella ipocritamente mediata da qualche legge) e della schiavitù animale non sono altro che la doppia faccia dello stesso dispositivo economico e ideologico. Quello che trasforma qualunque entità, senza fermarsi davanti a nulla, in mezzo per accrescere il  valore del capitale.

In termini più diretti: TUTTO va bene se produce denaro. E tutto significa proprio tutto. I corpi di noi esseri umani, anche bambini, nei campi di pomodori o alle catene di montaggio,  quelli degli animali destinati alla macellazione, come pure – aggiungiamo noi – l’intero Corpo della Terra (è recente l’ipotesi di via libera alle liberalizzazioni che permetteranno lo sfruttamento totale da parte delle multinazionali, per mare e per terra, fin nelle più intime profondità, delle risorse fossili del nostro pianeta).

Se il sentire religioso significa, come  crediamo, sentirsi parte, unita e partecipe, della vita sul nostro pianeta, nel nostro sistema solare, nell’insieme di sistemi che compongono l’universo, non esiste separazione nemmeno in tutto questo male e in questo dolore. Rendiamocene conto. Invece fa comodo sostenere il concetto di separazione, non piace paragonare il corpo umano a quello di un animale, figuriamoci considerare Corpo Vivente la massa terrestre intera.

Marco Maurizi sostiene, inoltre, come ciò che è necessario spezzare sia un ordine economico-sociale basato sulla messa a profitto della natura, quindi dei corpi, umani, suini, bovini…(e non solo,  aggiungiamo nuovamente), perché in questo modo viene ribaltato un forte pregiudizio antropocentrico: l’animale non è più sfruttato dall’uomo perché inferiore ma, al contrario, è considerato inferiore proprio perché lo sfruttiamo. La liberazione degli animali  viene a coincidere con la liberazione degli umani perché “solo quando l’uomo ha cominciato a rendere schiava la natura ha realizzato la ricchezza sociale necessaria a rendere schiavo l’uomo”.

Crediamo sia importante, proprio in ambito religioso, avere chiaro come di questi ordini economico-sociali siamo tutti con-partecipi e quindi quanto siano fondamentali la nostra consapevolezza e le scelte sociali e politiche che ne conseguono.

E’ proprio un  giusto sentire religioso che spinge alla necessità di non nascondersi nell’alto dei cieli perché non si è capaci di stare correttamente col corpo sulla terra. C’è già stato qualcuno più di 2000 anni fa che, se non ci confondiamo, accennava a tutto questo.

L’invito, da parte nostra, alla lettura di questo libro sottende dunque anche la continua domanda su cosa significhi essere autenticamente religiosi, in tutte le sue sfaccettature e con la complessità che essere incarnati in un’epoca storica comporta.

(Rimandiamo inoltre, sul sito de “il manifesto”, all’articolo di Felice Cimatti Un mondo di eguali oltre i confini della specie, apparso, in recensione al libro, il 19 gennaio scorso).

S.P.