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Tag: anarchismo religioso

Per Paolo Finzi

Autore: liberospirito 21 Lug 2020, Comments (0)

Stamattina dopo aver aperto il computer ho appreso dall’e-mail di un amico della morte tragica di Paolo Finzi. Per chi non lo sapesse Paolo è stato tra i fondatori, nel lontano 1971, di “A/Rivista anarchica”, sorta in quegli anni per dare risonanza alle voci e alla controinformazione nei riguardi delle accuse contro gli anarchici per la strage di piazza Fontana e per la morte di Giuseppe Pinelli nei locali della questura di Milano. Mi capitava in quegli anni di leggerla, anche se saltuariamente. Aveva un formato e una grafica assai diversa da quelli odierni. Attualmente ne era direttore responsabile, vero e proprio factotum della rivista.

Iniziai a collaborare ad “A” relativamente tardi, il mio primo articolo comparve nel 2007 ed era dedicato a Ferdinando Tartaglia, prete eretico (fra l’altro subì la scomunica più grave prevista dal codice di diritto canonico) che, nell’immediato dopoguerra, tentò di avviare insieme a Aldo Capitini un movimento di religione in grado di raccogliere le varie voci dissidenti sia in campo religioso che politico e per questo entrò in contatto (anche se per un breve periodo) con l’ambiente anarchico e libertario. La mia collaborazione andò avanti per un po’ di anni con contributi quasi sempre inerenti l’anarchismo religioso. Rimasi lusingato della sua disponibilità a dare spazio a questo genere di argomenti che, si sa, risultano abitualmente ostici a un pubblico anarchico, anche se sapevo bene che Paolo era amico di don Gallo.

Sia chiaro, non sempre si andava d’accordo. Ad esempio ricordo che disapprovò la mia proposta di tradurre e commentare un testo di Hakim Bey sulla religiosità anarchica (non amava molto l’autore di TAZ), anche se alla fine venne regolarmente pubblicato tutto. Trovo che l’enorme sforzo di Paolo in tutti questi anni è stato proprio quello di rigenerare e ricollocare una rivista, nata nel clima e nelle aspettative degli anni Settanta, in un contesto completamente differente, sapendo scrollarsi da tanti ideologismi che purtroppo allignano nel mondo anarchico (e non solo) per aprirsi alle suggestioni, agli stimoli e alle novità del presente. E, in questi anni di torvo conformismo, non è cosa da poco…

Federico Battistutta

 

Dopo secoli di persecuzioni, discriminazioni, caccia alle streghe stiamo attraversando un’epoca di tolleranza. O almeno così sembra o così ci dicono. Ma allora non esistono più gli eretici? Oppure lo spirito, il soffio dell’eresia continua a soffiare, assumendo altre forme e altri linguaggi? In una parola: che cosa significa essere eretici oggi? Di questo e di altre cose se ne parlerà a Firenze, presso l’Ateneo Libertario Fiorentino il giorno 25 novembre. Parteciperanno, dialogando fra loro e con i presenti Federico Battistutta e Alessandro Santoro, sacerdote della Comunità di base delle Piagge di Firenze.

Titolo dell’incontro: L’importanza dell’eresia. Riflessioni sull’anarchismo religioso.

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Dove: Ateneo Libertario Fiorentino, Borgo Ponti 50/R, Firenze

Quando: 25 novembre – ore 20: apericena – ore 21: introduzione e discussione

info: [email protected]

A seguire un articolo (apparso ieri su “Il manifesto”, a firma di Alessandro Santagata) dedicato alla figura di Dorothy Day, esponente anarco-cristiana e fondatrice del Catholic Worker Movement. Viene giustamente definita come una delle coscienze critiche della società americana e purtroppo si tratta di un personaggio alquanto sconosciuto e poco indagato in Italia. La casa editrice Jaca Book ha di recente proposto una nuova edizione di un saggio dedicato appunto a Dorothy Day.

A picture of Dan Berrigan, et al.

Quella di Dorothy Day è stata una vita di frontiera, al confine tra la rivoluzione sociale e la profezia. Nel 2015 papa Francesco, parlando al Congresso degli Stati Uniti, l’ha indicata, insieme a Lincoln, Luther King e Thomas Merton, come una delle figure più importanti della storia americana. In Italia è probabilmente meno conosciuta; risulta quindi particolarmente preziosa questa nuova edizione di Jaca Book del lavoro storico di William D. Miller, Dorothy Day e il Catholic Worker Movement, riveduta e ampliata con l’aggiunta di un breve saggio dell’editore statunitense Robert Ellsberg. Si tratta di una ricostruzione appassionata, scritta da uno studioso che ha conosciuto da vicino il movimento negli anni del Vietnam e dello scontro interno alla Chiesa americana con la frangia militarista guidata dal card. Francis Spellman. Le pagine più interessanti però sono quelle dedicate alle origini e all’incontro tra l’allora giovane giornalista di orientamento socialista e l’eccentrico filosofo francese Peter Maurin. La fondazione del bollettino, il The Catholic Worker, diffuso per la prima volta in un corteo organizzato dai comunisti nella Union Square di New York, risale al 1 maggio 1933 ancora nel ciclo Grande Depressione.

Maurin è un pensatore errante che vive di espedienti. Figlio della cultura personalista francese, intende mettere in pratica il messaggio cristiano di emancipazione sociale. La sua filosofia risente, in particolare, del pensiero radicale di Emmanuel Mounier e di Nikolaj Berdjaev. Il secondo polo d’ispirazione è l’umanesimo di Dostoevskij, a cui i due ideatori del Worker si rifanno nella loro ricerca di una terza via tra il capitalismo e il socialismo sovietico. Siamo di fronte a un’esperienza quasi del tutto estranea ai caratteri della società statunitense. Dal punto di vista teorico, il Worker si dichiara «socialista cristiano» con venature anarchiche, derivate da Proudhon e Kropotkin, che riguardano la decentralizzazione del potere e il comunitarismo. Nella prassi, il gruppo, che riuscirà a diffondere oltre 100mila copie, è impegnato nel sostenere gli scioperi e offrire un appoggio ai lavoratori rimasti senza tetto. Tornando a Dorothy Day, Miller illustra i passaggi che porteranno alla sua conversione al cattolicesimo e che sono indispensabili per comprendere la natura del movimento. Nei primi anni Trenta collabora con il quotidiano di orientamento radicale «The Masses» e partecipa ai picchetti delle suffragette e dei sindacati. È una figura romantica, immersa nella letteratura e alla ricerca di un’emancipazione che passa per una separazione dolorosa e una figlia da crescere senza un posto fisso.

Dorothy conosce il carcere, vive a stretto contatto con le miserie del suo tempo, ma non si nega le felicità della vita con i compagni. Emerge una personalità tormentata, segnata da un anelito di libertà, ma lacerata da un senso di oppressione interiore che si esprime nella ricerca di un orizzonte religioso. Nel 1927 si battezza e inizia un percorso accidentato, fatto di scontri con l’intelligencija cattolica e nell’incomprensione dei militanti di un tempo. Il Catholic Worker prende posizioni contro le simpatie franchiste dell’episcopato, il diffondersi dell’antisemitismo cattolico e, anche dopo Pearl Harbor, contro l’intervento in guerra. Tale pacifismo radicale viene giustificato alla luce della dottrina della Chiesa, che Maurin propone come alternativa alla società secolarizzata. È un integrismo eterodosso che si alimenta di Vangelo e di anticapitalismo. Nel dopoguerra le campagne per l’obiezione alla leva proseguono all’interno di una visione che rifiuta le logiche della guerra fredda e, nel pieno della rivolta studentesca, esprime vicinanza a Castro e Ho Chi Minh, ma rimane distante dalla rivoluzione sessuale e consumista. Dorothy morirà nel 1980 lasciando in eredità quel movimento, che è stato definito una delle coscienze critiche della società americana.

Alessandro Santagata

Cristiani e anarchici. Un’intervista

Autore: liberospirito 13 Dic 2015, Comments (0)

Riprendiamo un discorso per noi centrale, quello del rapporto tra religione e libertà. Nello specifico parliamo di anarchismo religioso, a proposito del quale c’è una sezione intera sul nostro sito. Chi desidera approfondire può trovare lì diversi materiali da leggere ed eventualmente scaricare. Invece il post che segue riguarda un’intervista ad Alexandre Christoyannopoulos, coordinatore dell’ASIRA (Academics and Students Interested in Religious Anarchism), con cui siamo in contatto da  anni. Si tratta di un’esaustiva per quanto sintetica esposizione dell’anarchismo cristiano. L’intervista è ad opera di Dario Ronzoni ed è apparsa su www.linkiesta.it.

christayonopoulos

Si può essere cristiani e al tempo stesso anarchici? Certo che sì. Non sono molti che lo fanno, a dire il vero. È anche difficile individuarli e ancor di più etichettarli. Ma contano, tra le loro file, nomi illustri come lo scrittore russo Lev Tolstoj o il (meno noto) Jacques Ellul. Secondo Alexandre Christoyannopoulos, professore di Relazioni Internazionali  all’Università di Loughborough, autore di Christian Anarchism: A Political Commentary on the Gospel ci sono molti modi con cui si può essere e diventare anarchici e cristiani. «Uno di questi è il pacifismo: si rifiuta la violenza e al tempo stesso ci si ribella all’autorità che la commette». Ma è solo una parte dell’intera questione, che è molto, ma molto complicata.

Chi sono gli anarchici-cristiani?
Per tradizione, gran parte degli anarchici sono anti-clericali e atei. Ma non tutti. Alcuni hanno mantenuto legami, o anche qualcosa di più, con la religione. È difficile catalogarli. Prima di tutto perché le etichette sono molto scivolose. E poi perché non esiste un movimento ufficiale, una linea comune. Sono più una galassia di persone e di comunità, e si riconoscono a posteriori. In generale li accomuna il rifiuto di un’autorità superiore sulla base del cristianesimo. Certo, bisogna capire di quale tipo di cristianesimo si sta parlando.

Ad esempio?
Partiamo da Tolstoj: il suo cristianesimo passava per una lettura razionale dei testi sacri, si rapportava alla tradizioni individuando le sue posizioni anche nei testi dei Padri della Chiesa, più o meno costruendo un sistema coerente dal punto di vista teorico. Stiamo parlando di un autore, isolato e unico. Ce ne sono altri, come Jacques Ellul e Dave Andrews, che partono da posizioni protestanti e si rifanno alla tradizione anabattista. Per loro il rifiuto dell’autorità costituita è, in un certo modo, genetico. C’è anche Dorothy Day, che era anarchica e cattolica. Fondò il Movimento degli Operai Cattolici nel 1933 in piena depressione. Nel suo caso è evidente come l’interesse per i poveri, la non-violenza, la battaglia per i diritti delle donne trovassero corrispondenza in posizioni religiose. Non è chiaro, però, come avrebbe agito se il Papa le avesse imposto di fermarsi.

Esistono ancora anarchici-cristiani attivisti?
Certo. Il movimento dei lavoratori cattolico esiste ancora. Promuovono azioni di lotta e proteste contro le iniziative militari. Appartengono alla più larga sfera degli anarchici-cristiani pacifisti che si ribellano ai governi e alle autorità in nome del rifiuto della guerra dettato da convinzioni religiose. Anche a Occupy, per fare un esempio, c’erano gruppi cristiani.

Ma come si regolano nei confronti dell’autorità religiosa?
Per alcuni Dio non è solo colui che ha dettato le regole della religione, ma anche “amore”, “vita”. Lo individuano in aspetti dell’esistenza diversi e più ampi. Che è un modo per evitare la questione. Per quanto riguarda la Chiesa come istituzione le posizioni sono diverse. Tornando a Tolstoj: la Chiesa per lui era l’anti-Cristo: predicava in suo nome ma agiva facendo l’esatto contrario. Disonesta e pericolosa. Se invece guardiamo all’atteggiamento delle comunità, si registra, in genere un certo distacco. La Chiesa è identificata con la comunità in cui si vive e si opera. Quella di Roma, la Chiesa Cattolica, è solo una tra le tante. Nella storia ci sono stati molti esperimenti di comunità più radicali, meno legate al potere e alle istituzioni ufficiali: anche adesso è così.

Come vivono invece temi più complicati come l’aborto, o il matrimonio tra coppie omosessuali?
Non c’è una linea sola. Sono argomenti di dibattito, per ogni comunità ci sono posizioni sono diverse. In certi casi può prevalere la sacralità della vita, per cui sull’aborto si allineano alle posizioni, ad esempio, della Chiesa. Ma potrebbero anche non farlo. La questione è qui: possono rivendicare autonomia nelle loro opinioni senza dover sottostare alle decisioni di un’autorità precisa.

Quali tratti della figura di Gesù sono più “anarchici”?
Serve una premessa: si sta facendo un discorso anacronistico. Prima del 1800 la parola anarchico è comunque una forzatura. Se la si utilizza è perché costituisce una categoria utile per legare insieme fenomeni diversi, accomunati da un grado di libertà e autonomia dal potere e da una identificazione religiosa. Ecco: anche Gesù, quello cosiddetto “storico”, può essere visto così. La sua predicazione era sovversiva e radicale: contro la dominazione romana, ma anche contro le altre autorità. Rovesciare i tavoli del tempio è un atto decisivo. All’epoca il tempio era il fulcro del potere politico, religioso, militare, economico. In più, a differenza degli altri gruppi ribelli anti-romani del periodo è pacifista. La sua nuova società era molto diversa, e per questo l’establishment lo temeva. Era pericoloso. E sì, in un certo senso era anarchico.

Dell’islam e dell’anarchia

Autore: liberospirito 6 Mar 2015, Comments (0)

Ancora sull’islam. Questa volta affrontando un caso-limite: il rapporto tra islam e anarchia. Vero e proprio paradosso, eresia delle eresie, vera e propria sfida per il pensiero. Contro chi vuole vedere tutto in maniera univoca, tagliando via il campo dell’esperienza viva, della singolarità e della messa in gioco di ogni visione dogmatica: ecco come un suggerimento di lettura un paio di materiali (entrambi provenienti dal ns. sito www.liberospirito.org) su cui riflettere.

Il primo ripercorre le testimonianze di tre figure fra loro molto diverse, ma accomunate dalla sfida volta a coniugare islam e anarchia: si tratta di Henri-Gustave Jossot, Leda Rafanelli e, più vicino a noi, Hakim Bey (alias Peter Lamborn Wilson). L’articolo (apparso sul mensile “A”) lo si può leggere qui.

L’altro contributo consta in una lunga conversazione con Enrico Ferri (apparsa, in formato cartaceo, su “Umanità Nova” nel mese di dicembre). Qui è possibile leggere il testo integrale. Di seguito ci limitiamo a offrirne l’incipit.

islam & anarchy

Ti occupi da anni della filosofia e della visione del mondo tipica dell’anarchismo, ma allo stesso tempo del pensiero religioso. C’è a tuo avviso un punto d’incontro tra queste due dimensioni?

La ricerca filosofica, la riflessione sull’uomo e sulle sue relazioni non hanno confini. Ogni filosofia , ogni civiltà, ogni “visione del mondo” pone al centro l’uomo, le sue scelte, le sue risposte ai problemi esistenziali e materiali tipici della condizione umana. Un confronto tra le più diverse prospettive serve anche a chiarire le proprie.

Ma anarchismo e dimensione religiosa sono agli antipodi, hanno due visioni dell’uomo incompatibili!

Forse, ma Hegel dice che “con il Cristianesimo ci è divenuta familiare l’idea di un uomo perfetto”. Alla base dell’anarchismo c’è la convinzione che sia possibile un’ “Umanità nova”, un mondo nuovo senza guerre e prevaricazioni, un mondo “perfetto” che non è mai esistito, ma che si ritiene non solo possibile, ma il solo degno di essere vissuto. La formula un pò bislacca,“nella storia ma contro la storia”, vuole proprio indicare questa presenza/assenza del movimento anarchico nel tempo storico, in attesa e in preparazione di un mondo più “umano”, veramente umano: il mondo nuovo o, per usare il linguaggio degli hegeliani, “il regno di Dio in terra”.

Preti e anarchici, prospettiva libertaria e dogma religioso mirano ad uno stesso fine: il paradiso in cielo o il paradiso in terra? Non è una visione ottocentesca e un pò datata?

Anche in ambito libertario ci sono quanti, come Onfray e Berti, sostengono che la prospettiva di una radicale trasformazione dell’uomo e del mondo , la “conciliazione” tra la sua “natura” –io preferisco dire le sue “potenzialità”- e la sua esistenza è una prospettiva religiosa e superata. Non si capisce bene quale sia la “soluzione”: quella liberale/libertaria o quella dell’anarchismo qui e adesso tra pochi intimi? Occorre intendersi poi su cosa si intende per religione, mi sembra che nel mondo libertario ci sia un pò di confusione. (continua…)

 

Liberospirito corre sul web

Autore: liberospirito 17 Nov 2014, Comments (0)

Dicono di noi sulla rete. Riportiamo una breve intervista apparsa sul sito www.margutte.com – “non-rivista on line di letteratura e altro” (confezionata a Mondovì) – sul “progetto liberospirito”. A testimonianza che la frequentazione del blog e del sito sa suscitare interesse.

federico battistutta

Federico Battistutta e l’anarchismo religioso ( a cura di Attilio Ianniello).

Puoi presentarti?
Sono nato a Catania, nel 1956, da genitori friulani, migranti in direzione contraria rispetto ai flussi umani che in quegli anni si accalcavano verso il nord. Ero poco meno che bambino quando pure noi ci siamo trasferiti a Milano, città dove mi sono formato (laurea in filosofia alla Statale; diploma in lingue orientali all’Is.M.E.O.; formazione psicologica secondo la psicosintesi di R. Assagioli). Insofferente alla cosiddetta “Milano da bere”, da circa vent’anni ho lasciato la città. Attualmente vivo con la mia famiglia sui colli dell’Appennino emiliano. Mi riproduco socialmente come insegnante di Lettere nella scuola secondaria.
 
Quando ti sei avvicinato a tematiche spirituali e religiose?
Risale ai primi anni Ottanta. Gli anni Settanta, come molti, li ho vissuti proiettato all’esterno, nell’impegno politico e sociale. Con la fine di quel ciclo di lotte, negli anni reaganiani e tatcheriani del riflusso, la cosa migliore da fare mi sembrava fosse elaborare e riflettere su quanto accaduto. Nell’area politica a cui facevo riferimento si era data particolare enfasi al ruolo della soggettività. Allora mi son chiesto cosa fosse questa soggettività: era un dato non ulteriormente analizzabile o un costrutto da esplorare e conoscere? Mi sono rivolto allora al “lavoro su di sé” (è un’espressione dello scrittore francese René Daumal) attraverso pratiche psicologiche (perlopiù a base esperienziale e corporea) e meditative (iniziando con lo yoga e approdando allo zen). Si è allora spalancato un mondo, quello dell’esperienza religiosa. Anni dopo, leggendo Psicologia e religione di Jung, trovai conferma di ciò, laddove si afferma che per l’uomo moderno non c’è altra via d’accesso alla religione se non attraverso la psicologia. Comunque sia, per me, è andata così.
 
Quali sono le categorie centrali del tuo pensiero religioso?
Sono convinto che stiamo attraversando un “periodo assiale” (il termine venne usato da K. Jaspers) in cui ha luogo una rottura epocale dove si dissolvono i punti di riferimento rimasti in vigore per secoli. Questo non riguarda solo i paradigmi della religione, ma taglia trasversalmente ogni campo del sapere (politica, economia, arte, ecc.), così come le nostre stesse vite. Per quanto riguarda il mio rapporto con la religione sono convinto che il ruolo delle istituzioni religiose, per quanto riguarda l’Occidente (ma un Occidente che sta ormai inglobando tutto il pianeta!), si stia esaurendo. Ma con la fine delle Chiese (che altro non sono se non fenomeni storici, contingenti) non finisce la religione, anzi si aprono possibilità nuove. L’homo religiosus viene prima e dopo le religioni. Mi piace chiamare questa prospettiva “anarchismo religioso” per indicare un’esperienza religiosa libera, senza gerarchie, senza dogmi, magari senza Dio…


Qual è l’obiettivo del sito “Liberospirito”?
L’idea che orienta il sito (http://www.liberospirito.org) è quella di coniugare religione con libertà, in un campo dove l’obbedienza (finanche la cieca obbedienza) è reputata ancora una virtù. Il cuore del sito è la sezione “Archivio futuro” che è una sorta di piccola biblioteca on line. Si possono consultare e scaricare materiali su autori e tematiche centrali per l’esperienza religiosa contemporanea. Fra cui: l’anarchismo religioso, il rapporto tra mistica e politica, il pluralismo e il dialogo interreligioso, l’ecoteologia (la relazione tra religione e ambiente), la teologia animale (la religione in una prospettiva animalista e antispecista), le teologie di genere (da quelle femministe alle più recenti teorie queer), gli stati modificati di coscienza (un settore chiamato da alcuni antropologi “enteogenesi” – trovare dio entro sé –, e da altri “teologia clinica”, come nel caso di F. Lake, psichiatra e pioniere del counseling pastorale). Il sito ha oltre cinque anni di vita. Ad esso si affianca da alcuni anni un blog (http://liberospirito.altervista.org/) in cui si cerca di dibattere su questioni di attualità, come, ad esempio, la crisi economico-finanziaria, le guerre in corso, la questione dell’eutanasia, l’insegnamento delle religione a scuola, le iniziative alternative che stanno sorgendo in giro per il mondo.

Delegando si muore

Autore: liberospirito 20 Mag 2014, Comments (0)
Riportiamo una larga parte del recente editoriale di Giovanni Sarubbi apparso su sito www.ildialogo.org (dove è possibile leggerlo integralmente). Vi è una critica del potere, nelle righe sotto riportate, altamente condivisibile (Ivan Illich diceva proprio a proposito del cristianesimo: Corruptio optimi pessima, vale a dire: Ciò che era ottimo, una volta corrotto, diviene pessimo). Si tratta di riprendere nelle proprie mani, senza delega alcuna, il rapporto con la religione e con la dimensione di senso in essa contenuta (e la critica al potere degli esperti di professione era un motivo assai caro proprio a Illich).
sterco del diavolo
Purtroppo, fra i comandamenti che dovrebbero essere universalmente accettati da chi si dichiara cristiano, “il non dire falsa testimonianza” è quello più violato.
Non c’è organizzazione umana dove vi sia un potere da gestire di qualsiasi tipo, sociale, politico, religioso, che non è intrisa di bugie. La dove c’è un potere da gestire li c’è anche la bugia, che si manifesta in vario modo, dal semplice nascondere le informazioni che permetterebbero alle persone di orientarsi correttamente e di poter decidere in tutta libertà e coscienza, alla bugia vera e propria, alla mezza verità, che spesso è peggiore di una bugia completa. E man mano che si sale nella scala organizzativa il livello di bugie è via via crescente. Ciò che circola ai livelli più alti di una organizzazione è quasi sempre sconosciuto ai bassi livelli a cui arriva solo ciò che deve arrivare per continuare a mantenere il potere di tutta l’organizzazione nelle mani di chi la dirige.
Sono giunto a questa amara considerazione attraversando tutta una serie di organizzazioni sociali, da quella sindacale, a quella politica, a quella religiosa che hanno tutte questo tratto caratteristico.
Da questa esperienza ho anche tratto la convinzione che sulle bugie non si può costruire nulla di buono. Basta pensare che sulle bugie si sono costruite tutte le guerre passate e quelle attualmente in corso; sulle bugie si sono costruiti tutti gli scismi e i sotto-scismi all’interno delle chiese cristiane; sulle bugie si costruiscono gli odi fra le persone di diversa etnia, cultura, religione, colore della pelle.
Lo so, quello che sto dicendo è banale, fa parte della vita di tutti i giorni. Ma spesso più banali sono le considerazioni più esse vengono ignorate e non considerate nel loro giusto valore dalla grande massa della popolazione. E così quando una verità che è sotto gli occhi di tutti ,ma che tutti non vedono o fanno finta di non vedere, viene detta in modo chiaro ed inequivocabile, ecco che ci sono le alzate di scudo, le reazioni di chi sente minacciato il proprio potere. Scatta anche il meccanismo di chi, pur non essendo il Re, è più realista del Re ed è anzi quello che più di altri si oppone a qualsiasi cambiamento e giura sulla buona fede del Re. E anche queste cose fanno parte della vita di tutti i giorni.
Ciò premesso, sul tema della crisi delle Chiese noi crediamo fortemente che una discussione aperta e senza falsità sia improrogabile. E diciamo questo perché la situazione dell’intera umanità è ad un punto di svolta drammatico, soprattutto per la questione ambientale che minaccia la sopravvivenza stessa della specie umana e non soltanto per i cambiamenti climatici in atto ma anche per le nuove e sempre più devastanti malattie che si diffondono.
Le chiese cristiane nel loro complesso sono corresponsabili della situazione nella quale siamo, lo abbiamo ripetuto più volte e più volte continueremo a farlo. Certo analoghe responsabilità hanno anche altre religioni o altre ideologie politiche ma noi parliamo per quel che ci compete. Noi cerchiamo di dare un contributo per quel che riguarda la religione nella quale siamo cresciuti e che condiziona la società nella quale viviamo.
Noi sappiamo bene di non avere alcuna verità indiscutibile e alcuna ricetta risolutiva. Poniamo problemi e stimoliamo tutti a confrontarsi con essi e a cercare insieme le soluzioni. E se proponiamo qualche soluzione o via da seguire lo facciamo con lo spirito della proposta possibile, non certo del diktat che deriva da chissà quale mandato divino. Non ne abbiamo noi e non ne riconosciamo a nessun altro essere umano.
Quello che è francamente diventato insopportabile è l’atteggiamento di chi è più realista del Re, di chi, per esempio, pur vivendo una condizione di miseria giustifica o accetta la mitologia e il simbolismo di chi è ricco ed è responsabile diretto della sua povertà. Sono atteggiamenti non più sostenibili sia sul piano civile, sia soprattutto sul piano religioso.
Io so bene che ci sono tanti preti e religiosi cattolici che dedicano la loro vita a favore degli ultimi della Terra. Ne conosciamo diversi e con molti di essi abbiamo l’onore di condividere scelte ed iniziative. Ma questi preti e religiosi sono emarginati all’interno della chiesa. Nella stessa chiesa ci sono anche preti che lucrano su ogni atto ecclesiale che sono chiamati a compiere, violando persino le pur blande regole scritte dal loro vescovo. E’ di questi giorni la notizia di un parroco che alla sua morte ha lasciato un milione di euro in eredità. E ci sono stati e ci sono ancora nel mondo cattolici che ammazzano altri cattolici (vedi Argentina o San Salvador), e mentre c’è chi vive in povertà, nella stessa chiesa c’è chi è dedito all’uso sfrenato di quel dio denaro che Papa Francesco ha giustamente chiamato “lo sterco del diavolo”. Domandiamo sommessamente è possibile continuare così? E’ possibile continuare ad ingannarsi facendo leva sulle emozioni o sulle mega santificazioni che continuano ad annunciarsi a getto continuo?
Noi pensiamo di no, e continueremo ad affrontare questo tema perché siamo convinti che una svolta positiva alla storia del mondo la potranno dare i cristiani che sappiano liberarsi di quel potere che, a partire dal quarto secolo d.C. , ha distrutto lo spirito originario del profeta di Nazareth, che non voleva creare alcuna organizzazione di potere. E non importa a quale chiesa questi cristiani appartengano ne serve costruirne di altre. E’ il potere la malattia, la partecipazione ed il coinvolgimento di tutti è la cura. E’ l’accentramento delle decisioni e della ricchezza in poche mani che è la malattia, la democrazia e la condivisione dei beni è la cura. E se in una comunità si deve delegare qualcuno a gestire una piccola fetta di un potere che attiene a tutta la comunità, questa delega deve essere sottoposta a controllo, nessuna informazione deve essere tenuta nascosta e questa delega non deve mai essere a vita.
Siamo anarchici, libertari, estremisti, fondamentalisti? Chiamateci pure come volete, le etichette non ci interessano. Noi siamo persone che non vogliamo più delegare ad alcuno la gestione della società in tutti i suoi aspetti, politici, culturali o religiosi che siano. E chiediamo a tutti di fare altrettanto perché delegando ad altri ci si scava solo la propria fossa e con la propria quella dell’intera umanità.
Giovanni Sarubbi

Religione e anarchia

Autore: liberospirito 9 Nov 2011, Comments (0)

Una breve segnalazione. Per chi fosse interessato comunichiamo che sabato 12 novembre, alle ore 17,30, presso la sede dell’Ateneo degli Imperfetti, in via Bottenigo 209 a Marghera (Venezia), si terrà un incontro con Federico Battistutta sul tema “Religione e anarchia”.

Quarant’anni e non li dimostra

Autore: liberospirito 15 Dic 2010, Comments (0)

E’ recente l’uscita del numero speciale di A/Rivista anarchica (dicembre 2010 – gennaio 2011). L’uscita avviene proprio in queste giornate nelle quali le voci della protesta sembrano tornare – come all’improvviso, anche se nulla, propriamente, succede all’improvviso – nelle strade e nelle piazze (con gli studenti e i ricercatori, ma non solo: ieri a Roma c’erano i metalmeccanici, i terremotati dell’Aquila, le popolazioni del sud anti-discarica; e poi non c’è solo l’Italia: l’altro giorno a Londra, oggi ad Atene, nei giorni scorsi a Parigi e così via).

Con questa uscita speciale si è desiderato rendere un omaggio partecipe alla storia di questo mensile; quarant’anni di vita (1971-2011) nei quali si è guadagnato a pieno titolo non solo l’ingresso, ma un posto di tutto rispetto nel mondo dell’informazione, (o meglio, della controinformazione).

Si tratta di 260 pagine, per una metà costituita dai contributi quanto mai articolati e multicolori che forniscono bene un’idea delle diverse angolature a partire dalle quali si può provare a declinare la cultura e l’informazione libertaria. Un posto di rilievo è occupato da una lunga intervista a Paolo Finzi, uno dei fondatori del periodico, nato poco più di un anno dopo la strage di Piazza Fontana, a Milano. L’altra metà del numero riproduce tutte le copertine dei 358 numeri fin qui usciti. E’ un bel pezzo del nostro passato prossimo, non da archiviare ma da coltivare, con fantasia e con speranza.

Anche di religioni si è voluto e potuto parlare su questo numero, contrariamente a quanti pensano circa un’incompatibilità costitutiva fra questi due mondi, l’anarchia e la religione. Non solo: anche in questo caso gli interventi risultano decisamente sfaccettati. C’è la breve e appassionata testimonianza di don Andrea Gallo circa la sua fede antifascista e anarchica; c’è il testo di Federico Battistutta nel quale si intende far emergere il legame sotterraneo fra anarchia e religione, nel desiderio di poter aprire un confronto fra queste due realtà; così come c’è la convinta prospettiva anticlericale testimoniata da Francesca Palazzi Arduini; o il denso intervento di Arturo Schwarz, il quale, pur concentrando la sua riflessione sul binomio arte/anarchia, non è esente da espliciti cenni a una percezione spirituale (transpersonale, transrazionale) di tutta quanta l’esperienza  artistica.   

A seguire riportiamo l’intervento di Federico Battistutta. Chi volesse consultare on line il numero può andare al sito http://arivista.org/. Meglio ancora, si può acquistarlo direttamente al prezzo di 10 €. Per ogni contatto: [email protected].

 

Anarchia e religione

 Nella storia dell’anarchismo si può osservare una visione sostanzialmente negativa nei confronti della questione religiosa, in cui predominano l’ateismo e l’anticlericalismo, diversamente coniugati. Esemplare a questo proposito è stata la posizione di Bakunin, espressa in Dio e lo Stato: “Poiché Dio è tutto, il mondo reale e l’uomo sono nulla. Poiché Dio è la verità, la giustizia, il bene, il bello, la potenza e la vita, l’uomo è la menzogna, l’iniquità, il male, la bruttezza, l’impotenza e la morte”.

Detto ciò, nel pensiero e nella pratica dell’anarchismo sono esistiti, seppur in forma minoritaria, tendenze differentemente orientate nei confronti della religiosità, pur mantenendo forte la denuncia della componente autoritaria e coercitiva delle religioni organizzate e l’opposizione  nei confronti alle gerarchie ecclesiastiche.

Possiamo menzionare anarchici di ispirazione cristiana (Lev Tolstoj, Simone Weil, Dorothy Day, Ammon Ennacy e Jacques Ellul), ebraica (Gustav Landauer, Martin Buber, Gershom Scholem), finanche islamica (Henri-Gustave Jossot, Leda Rafanelli, Hakim Bey). E’ bene aggiungere che ciascuna delle persone citate ha variamente declinato il rapporto tra anarchia e religione. Tolstoj, per fare un esempio, non dichiarò mai di essere anarchico: “Mi considerano anarchico, ma io non sono anarchico, sono cristiano. Il mio anarchismo è solo l’applicazione del cristianesimo ai rapporti fra gli uomini”, scriverà nei suoi diari. Nel caso di Landauer, invece, l’ebraismo, che pur costituisce lo sfondo su cui si staglia tutta la sua riflessione, non assume i tratti dell’adesione a una religione positiva, pur nel riconoscimento che anche il momento più strettamente politico del suo pensiero ha risentito di un approccio mistico-religioso.

Ma l’esistenza di una dialettica creativa fra religione e anarchismo è riscontrabile anche allargando lo sguardo verso altri filoni religiosi, così come al di fuori di qualsivoglia confessione. Sono stati riscontrati punti di contatto – espliciti o impliciti – in diversi autori hindu, buddhisti e taoisti. Per limitarci ad un personaggio oltremodo conosciuto come M. K. Gandhi, egli fu notevolmente influenzato oltreché dalla millenaria tradizione spirituale induista, anche dal pensiero libertario di autori come Tolstoj e Thoreau. Ottenere l’indipendenza (swaraj), non significava per lui creare uno stato a imitazione di quelli occidentali; il potere doveva appartenere alle popolazioni sparse nei villaggi: un potere diviso e diffuso. Inoltre, per quando riguarda la questione della proprietà privata, egli non aveva difficoltà a definirsi socialista: un socialista con “forti tendenze verso l’anarchia”, lo ha definito qualcuno.

Il riconoscimento di un possibile rapporto fra il pensiero anarchico e alcuni autori ad esso contemporanei, ha permesso di allargare lo sguardo, compiendo indagini e ricognizioni verso periodi storici antecedenti la nascita dello stesso movimento anarchico. Per limitarci all’ambito cristiano, sono stati riscontrati numerosi punti di contatto studiando la vasta area costituita dal fenomeno delle eresie, sia all’interno del cristianesimo primitivo (contro cui tuonava l’apostolo Paolo: “non c’è autorità se non da Dio”), che nel Medioevo (come il multiforme movimento dei fratelli del libero spirito) o nelle epoche successive, più vicine alla nostra.

La discussione attualmente in corso concernente la rivisitazione dei paradigmi storici della tradizione libertaria (cfr. il post-anarchismo), i quali affondano gran parte delle loro radici nella cultura dell’Ottocento, può favorire nuove aperture e nuove possibilità per costruire relazioni dinamiche ed inedite fra anarchia e religione. In ogni caso, è questo un campo ancora tutto da esplorare.