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Tag: 25 novembre

Ieri, il 25 di novembre, si è celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. L’Assemblea Generale dell’ONU ha ufficializzato tale data, individuata da un gruppo di donne attiviste riunitesi nell’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà nel 1981. Questa data fu scelta in ricordo del brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo, il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per decine di anni. In tutta Italia ieri si sono tenuti incontri e manifestazioni su questo tema; giornali e televisioni ne hanno riferito, in modo più o meno dettagliato. Lo sappiamo: il pericolo che incombe su qualsiasi avvenimento investito di una patina ufficiale è quello di scadere in una retorica celebrativa  che, per mettere d’accordo tutti e non offendere la sensibilità di nessuno, si limita a dichiarazioni spesso generiche o scontate. Ben venga allora questo post sul Blog di Eretica, proveniente dal sito del Fatto Quotidiano (http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/eeretica/).

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Novembre è un bel mese dopotutto. Si festeggia “la violenza sulle donne”. Si contano i cadaveri di donne uccise. Parlamentari vanno in tour a fare marketing istituzionale e a raccontare di averci “messe in sicurezza” con un decreto che nessuna di noi ha voluto. Il colore rosso diventa simbolo di vittimizzazione invece che di forza e ribellione.

Nelle fiaccolate dedicate al martirio vedi agitare ceri e forconi in egual misura. Alcune aziende useranno la parola “femminicidio” come brand per ricavare introiti. A scuola ragazzi e ragazze, tra uno sbadiglio e l’altro, impareranno che un manifesto con corpo nudo porta inesorabilmente alla violenza. Un po’ come quando ti dicono che dalle canne si passa all’eroina.

Si farà a gara sul conteggio vittime. Sono 200. No. Sono 41. Sono 101. Sono nessuno. In televisione racconteranno che gli uomini hanno un lato “oscuro”. Le donne che sono state uccise, però, un pochino, certo, se la sono voluta. Si fa attenzione a non far passare messaggi eccessivamente critici nei confronti della narrazione dominante. Conta soltanto quello che dicono le filo-istituzionali e filo-governative, quelle per cui l’unica strategia è la repressione e il male, invece che in una cultura, sta nel maschio in quanto tale.

Si suggeriscono soluzioni preventive nuove e originali: non uscire da sola la sera; fai attenzione agli sconosciuti; marito e buoi dei paesi tuoi; non ti spogliare troppo; fatti salvare e proteggere da tuo marito, tuo fratello, tuo padre, il prete, un tutore dell’ordine, lo Stato. Neppure una parola su precarietà e mancanza di reddito che ci rendono economicamente dipendenti.

Ultimamente, soprattutto parlando di adolescenti, estendendo la moralizzazione anche alle post/diciottenni, si sconsigliano pure trucco e tatuaggi. Pare che se ti trucchi e tatui poi, immediatamente, passi alla prostituzione minorile.

In alcune trasmissioni televisive a rappresentare la vittima per antonomasia ci sarà la donna/madre, felice di adempiere al suo ruolo di cura, perfettamente funzionale al mercato e alla ragion di Stato, che esibisce lividi perfetti, in uno spot istituzionale in cui accanto vedi l’assessora, il sindaco e pure il prete. Segue pubblicità in cui c’è uno che s’è sposato una tizia che lo chiamava “cuoricino”.

Di altre vittime, come le prostitute, le trans, quelle non maritate e senza figli, non si parla. Anzi si alimenta lo stigma perché se stessero in famiglia, se vagine e peni restassero ciascun* al posto suo, se si evitasse di fare certi “brutti mestieri”, è chiaro che a loro non accadrebbe proprio niente.

Il mese di novembre è tutto sagome e crocifissi, e lo scenario è inframmezzato da un avviso “pericolo baby squillo” che comunica un altro messaggio relativamente originale: le ragazzine, in fondo, sono tutte puttane; la colpa è di internet o delle femministe; si stava meglio quando si stava peggio; bisogna lucchettare le vagine e ricondurre le fanciulle indicando loro i sacri valori della famiglia.

Nel periodo dedicato alla “violenza sulle donne” vedi perciò uomini e donne a sopracciglio sollevato perché hanno scoperto che anche una adolescente può avere un orgasmo.

Questo è novembre. Il mese in cui si discute di parole svuotandole di contenuto. In cui tutta la faccenda della violenza viene citata solo in senso rituale. E nel frattempo tutto continua come prima in una costante riproposizione di stereotipi sessisti. Tutto continua. Tutto.

Eretica

Quale cristianesimo per le donne?

Autore: liberospirito 21 Nov 2011, Comments (0)

Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Proponiamo come elemento di riflessione sul tema un contributo della storica e teologa Adriana Valerio apparso su “NEV – Notizie Evangeliche”, pubblicazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ripreso successivamente  sul web. Certamente il tema dovrebbe essere riaffrontato e ulteriormente articolato, indagando come l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle donne sia un tratto che accomuna diverse confessioni religiose. Ben vengano dunque segnalazioni e apporti dalle lettrici e dai lettori di questo blog.

La tradizione cristiana per secoli ha legittimato un’asimmetrica visione antropologica: infatti, ha affermato l’uguaglianza tra uomini e donne solo davanti a Dio e non nei loro compiti familiari e sociali, perché ha considerato i due sessi sottoposti alle differenze della “natura” (biologiche e psicologiche). Tutto ciò ha comportato, da una parte, la difesa delle differenze e dunque delle contrapposte identità tra uomo e donna, da un’altra, la gerarchizzazione della società e la subordinazione della donna, relegata, per “natura”, a ruoli privati e condannata a invisibilità istituzionale e politica. Per natura le donne sono state ritenute inferiori in tre aspetti: inferiorità fisica: il corpo delle donne è stato considerato imperfetto ed impuro, inadeguato a rappresentare Dio, del quale è immagine riflessa; inferiorità morale: la donna è stata giudicata incapace di operare scelte eticamente autonome; inferiorità giuridica: la donna è stata posta sotto la tutela maschile: del padre, del marito, del confessore.

Queste tre inferiorità non hanno consentito alle donne né di svolgere all’interno del cristianesimo ruoli autorevoli, né di vivere a pieno nella società e nella Chiesa quello che oggi si definisce “cittadinanza”. (…).

Oggi, alla luce delle riflessioni portate avanti dalle donne, cristiane e laiche, ci si interroga su questioni di fondo. Cosa si intende per natura? Un concetto astorico, immutabile, che gode di uno status ontologico o, piuttosto, un criterio etico che guida il comportamento del singolo? Si intende la fissità biologica nella quale sono iscritte le identità del maschile e del femminile e, dunque, i loro rispettivi ruoli, o, piuttosto, una costruzione storica, sociale, culturale? E ancora: uguaglianza e differenze sono principi inconciliabili e incompatibili?

Riteniamo che la differenza non debba escludere i diritti dovuti all’uguaglianza. L’uguaglianza è un principio, non una descrizione fattuale: non dice che uomini e donne siano uguali, ma che, pur nella loro diversità, essi godono di uguale dignità umana e di uguali diritti. Inoltre, e qui entriamo nell’ambito di quello che oggi viene definita “cittadinanza”, il riconoscimento di tale differenza comporta anche la visibilità nello spazio pubblico che è il luogo in cui si diventa visibili, perché l’agire politico è visibile e definisce il soggetto politico: chi non c’è non può esprimersi.

Ora, riprendendo il pensiero di Kari Boeresen, che condivido,  mi domando: «se il cristianesimo si è innestato in culture patriarcali e androcentriche caratterizzate dai ruoli bio-sociali differenti, dobbiamo ritenere che esista incompatibilità tra donne – diritti umani – e Chiese?”. Mi soffermo su talune considerazioni che possono aiutare a chiarire e a superare questo conflitto.

PRIMA QUESTIONE. LA FONDAZIONE BIBLICA

Spesso si è caduti nel rischio di far dire alla Bibbia tutto e il contrario di tutto: contro la democrazia e per la democrazia, contro i diritti umani e a favore dei diritti umani, contro le donne e a favore delle donne. Per superare questo pericolo, occorre operare una rilettura critica dei testi sacri, che li veda nel loro dinamico costituirsi all’interno dei tanti contesti culturali nei quali hanno preso parola – “parola di uomini” – e interrogarsi sul senso da dare al loro essere canonici e normativi. In molte pagine della Scrittura sono presenti episodi che sembrano autorizzare la violazione di diritti elementari, come il votare allo sterminio i nemici, la vendita degli schiavi e la violenza sulle donne.

Tra i due estremi – usare la Bibbia per giustificare tutto, rifiutarla perché contraria alle nostre sensibilità –  va percorsa un’altra via, una via che porti all’uso delle fonti bibliche e della Tradizione conferendo ad esse un carattere fondativo o rivelativo, ma non giustificativo: esse (Bibbia e tradizione) orientano una fede in cammino e non dogmaticamente definita. In tal modo si eviterebbero, da una parte, proiezioni anacronistiche di problemi odierni su testi antichi e, dall’altra, si opererebbe una importante differenza tra l’ideale messaggio della fede salvifica e i limiti contingenti umani, legati alle specifiche epoche storiche nelle quali quei testi sono stati elaborati.

SECONDA QUESTIONE. LE TESTIMONIANZE STORICHE

Alexandre Faivre chiama «la istituzionalizzazione per inferiorizzazione» la forma che si è affermata nel cristianesimo attraverso un lungo processo di assimilazione e di adattamento con le categorie gerarchiche e politiche delle culture che lo hanno attraversato (giudaismo, filosofia greca, diritto romano). Le dimensioni istituzionali che le Chiese hanno assunto quanto devono alle culture patriarcali che hanno incontrato e che hanno assimilato? La struttura androcentrica, seppur storicamente legittima, è l’unica scelta possibile di organizzazione ecclesiale? 

Queste domande spingono verso una rilettura delle testimonianze storiche relative ai tentativi di “democratizzazione” della Chiesa da parte dei cristiani, uomini e donne, chierici e laici, teologi e semplici battezzati. Penso alle posizioni “eretiche medievali”, che spingevano verso una più egualitaria distribuzione di compiti fra tutti i credenti – ad esempio, i montanisti, i guglielmiti, i valdesi -; alle teorie conciliariste, indirizzate verso una collegialità nell’esercizio dell’autorità; alla riscrittura delle regole monastiche nel senso di partecipazione fraterna; a tutte quelle esigenze di renovatio che attraversano la storia cristiana – cattolica e riformata (evangelismo, movimento quacchero, i vetero cattolici …) – come istanze di quella che oggi chiameremmo “partecipazione democratica”. Potremmo e dovremmo ripercorrere la storia cristiana dalle origini ai giorni nostri, evidenziando la ricerca di soluzioni proposte più attinenti a un’ispirazione di fondo legata alla uguale dignità di tutti i battezzati, uomini e donne, chiamati tutti alla sequela e al servizio reciproco.

TERZA QUESTIONE. IL MODELLO ECCLESIOLOGICO

Quale Chiesa? La comunità cristiana si è declinata diversamente nella storia e non tutti i modelli hanno uguale valore. L’opzione del modello che è stato assunto dalle singole Chiese non comporta necessariamente che esso sia da considerarsi assoluto; si tratta, infatti, di un modello analogico e, pertanto, inadeguato e perfettibile. La Chiesa cattolica è stata considerata immutabile e permanente, dalla forma stabile e monolitica. Oggi assistiamo, però, alla rottura dei sistemi rigidi. Ci muoviamo in contesti fluidi, segnati da fragilità, debolezza, limite, vulnerabilità, cambiamento. L’orizzonte ecclesiale è variegato. I modelli ecclesiologici sono diversamente modulati.

Occorre considerare le interconnessioni tra organizzazione istituzionale, visione di Dio e presupposto antropologico. Bisogna chiedersi se, cambiando lo spazio culturale o il paradigma antropologico, si possano rivisitare tanto i testi sacri quanto la Tradizione (o le tradizioni) e la vita delle stesse Chiese, non limitandosi a meri adattamenti di superficie, ma aprendo i tradizionali modelli ecclesiologici secondo i principi della comunione e della corresponsabilità apostolica, inclusiva delle donne.

LE ASIMMETRIE TRA VANGELO, DEMOCRAZIA E DIRITTI UMANI

Troppo spesso le religioni hanno fatto ricorso a Dio per legittimare diseguaglianze. Come conciliare l’annuncio del Vangelo e la codificazione dei diritti umani?

Non ci dovrebbe essere opposizione tra diritti umani e Vangelo: l’annuncio di salvezza è rivolto indistintamente a tutti gli esseri umani, legati da comunione di amore fraterno. Tuttavia, voglio spingere oltre la mia riflessione.

Diritti e Vangelo sono due realtà asimmetriche: l’etica della fratellanza, infatti, non è riducibile alla democrazia e lo stile di vita evangelico non è modulato su di un criterio di pura giustizia retributiva. Ci troviamo in presenza di due diversi piani concettuali.

Se è vero, per fare un esempio, che la giustizia non dovrebbe escludere i valori della solidarietà, e della benevolenza, è altrettanto vero che l’etica dell’amore proposta nei Vangeli segue la regola dell’asimmetria nello spingersi al di là delle esigenze della giustizia: pensiamo all’amore gratuito che si spinge fino all’amore per i nemici. Il Vangelo è motore di trasformazione e di promozione di diritti sempre nuovi.

Le Beatitudini si pongono al di sopra della Legge, in quanto poste ad un livello diverso da quello giuridico; esse sollecitano diritti “altri”. Le convinzioni derivanti dalla Rivelazione – l’essere stati creati ad immagine di Dio, l’annuncio della salvezza rivolto a tutti senza distinzione, l’appello alla responsabilità – hanno spinto e spingono verso una ricerca dinamica di modi di attuazione concreta dei valori annunciati.

Il cristianesimo è a fondamento dei diritti umani, ma non si esaurisce in essi, in quanto fa riferimento a un universo normativo situato al di fuori delle norme giuridiche, le quali non riescono a regolare tutta la ricchezza delle relazioni umane. In tal senso l’annuncio evangelico, attento alle singolarità incarnate, interpella tutte le politiche di uguaglianza, senza ridurle all’assimilazione o all’omologazione; spinge a contestualizzare la soggettività etica del credente senza fare discriminazioni circa la sua identità sessuale o la sua appartenenza etnica.

Dobbiamo riformulare le domande sul rapporto tra lo stile di vita radicale e alternativo di Gesù e la costruzione della religione cristiana e delle Chiese e chiederci se non dobbiamo superare le sedimentazioni storiche per recuperare, attraverso quell’annuncio del Regno che trasforma la vita, un modo diverso di vivere la vita nella comunità ecclesiale. Questa, al di là dell’organizzazione democratica, non dovrebbe, infatti, separare i laici dal clero, né gli uomini dalle donne. Il messaggio di Gesù è rivolto in egual modo a tutti gli esseri umani. Centrando l’essenzialità della fede nei rapporti di amore e di condivisione che si instaurano tra le persone, Gesù esce dall’ambito del sacro e riconsegna a ciascuno un’identità aperta che è chiamata, nella sequela della sua persona, ad una umanità integrale. Il sovvertimento delle gerarchie e dei poteri del mondo, il rifiuto del sistema di puro/impuro, la centralità della persona chiamata a rispondere in prima persona all’annuncio del Regno, il superamento di caste e discriminazioni, tutto ciò ha innestato ineludibili dinamiche di trasformazione nella storia della società occidentale, che hanno contribuito all’affermarsi dei diritti umani e della democrazia, al riconoscimento della dignità della donna,  nonostante le spinte contrarie presenti all’interno dello stesso cristianesimo. Per questo il cristianesimo può contribuire ad allargare gli orizzonti delle società contemporanee e diventare un arricchimento per il pluralismo e per la vitalità culturale degli ordinamenti democratici.

INFINE: UNA CHIESA PER QUALI DONNE?

Voglio chiudere con una riflessione che nasce dallo studio e dall’esperienza di vita. Mi sono occupata di un caso di monacazione forzata, esattamente di Enrichetta Caracciolo, monaca in S. Gregorio Armeno, uno dei più antichi e prestigiosi monasteri napoletani. Alla morte del padre, Enrichetta rimase sotto la tutela della madre che, desiderosa di risposarsi, la costrinse ad entrare in monastero. Lei non voleva vivere in monastero e fece di tutto per uscirne finché non riuscì a scappare, a unirsi a Giuseppe Garibaldi e a combattere per l’Unità d’Italia. Enrichetta racconta la sua storia in un libro, Misteri del chiostro napoletano, pubblicato nel 1864, dove esprime giudizi molto severi contro gli uomini di Chiesa (confessori, padri spirituali, vescovo) che la tengono prigioniera e che non comprendono la sua ansia di libertà.

Ma mi chiedo: siamo sicure che le tutte le colpe siano degli uomini? Non è stata forse la madre a metterla in monastero contro la sua volontà? E non sono forse le consorelle monache ad ostacolarla con le loro gelosie e inimicizie, come lei stessa ci racconta nel suo libro denuncia?

Le donne sono spesso nemiche delle donne. È una riflessione che dobbiamo fare con serenità e impegno e che tocca anche noi donne, teologhe dell’Afert. Sono a conoscenza delle fratture all’interno del gruppo spagnolo, di inimicizie nel gruppo di lingua tedesca, di tensioni nel gruppo italiano. Se non riusciamo a creare reti di solidarietà, di condivisione, di aiuto reciproco, di comprensione, di sostegno, di appoggio… e l’elenco può continuare ancora, non potremmo difendere i nostri diritti, costruire la democrazia, vivere la comunità dei redenti in Cristo.

Aiutiamoci. Non cerchiamo solo di inventare “parole nuove”, come disse Virginia Woolf (nell’opera Le tre Ghinee) nell’opporsi alla guerra, ma mettiamo in atto “pratiche nuove”. Non ripetiamo dinamiche di potere, ma, con un nuovo spirito creativo, attuiamo modi veri di convivialità. Fondiamo “Ordini della Sororità”, come ha fatto in Italia Ivana Ceresa, una laica, amica della filosofa Luisa Muraro, che nel 2002 ha dato vita a una esperienza di sororità, «per mettere al mondo la Chiesa madre». Cerchiamo di avere, infine, una grande visione utopica, che dia respiro a questo mondo asfittico, che apra orizzonti a questa miopia dei cuori, che sappia trascinare le nostre passioni nella costruzione di società e di Chiese dove regnino giustizia e diritto, ma anche misericordia e comunione, tra donne e uomini, tra uomini, tra donne.

Adriana Valerio