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Su religione e libertà/2. Opinioni “a freddo” di una che c’era

Autore: liberospirito 28 Lug 2015, Comments (0)

Ancora a proposito del convegno di Arcidosso: pubblichiamo alcune riflessioni sulle quattro relazioni da parte di una persona che ha seguito e partecipato alla giornata di studio.

estate 15 - convegno + sardegna 008

Ho seguito sin dall’inizio la storia di questo “liberospirito”, la ricerca puntigliosa, costante e senza fretta di tutte quelle parole, sparpagliate in giro per il mondo, nate dal bisogno che non si esaurisce di porsi domande, di far traballare le certezze e spingersi in territori dove l’essere umano trova un valore, interiore ed esteriore, nel suo sentire più intimo e nella pratica della vita, che attraversa il tempo tessendo ponti tra passato e futuro.

Negli anni si è andato raccogliendo tutto il materiale – e ancora si raccoglie – che costituisce quella sorta di biblioteca on line che è liberospirito.org. Ma dietro gli scaffali, virtuali o meno, di una biblioteca ci sono sempre persone e il loro lavoro. Dietro quelli di una biblioteca così specifica c’è anche la passione, la ricerca e la messa in gioco personali.

Il convegno estivo ad Arcidosso è stata la prima uscita allo scoperto di queste persone che per iniziare hanno scelto quel territorio geografico proprio perché fu il luogo dove, a suo tempo, una delle ultime figure eretiche in Italia visse e creò un’esperienza di vita comunitaria. Il monte Labbro di David Lazzaretti dista infatti pochi chilometri dal comune di Arcidosso e la figura di Lazzaretti è stato anche l’argomento di uno degli interventi della giornata, uno dei due che nel pomeriggio portavano “persone ad esempio” e non solo pensiero teorico come spunti per riflettere e discutere.

David Lazzaretti e Simone Weil a me che ascoltavo sono parsi accomunati dalla ricerca di una verità assoluta costi quello che costi, seppure in maniere completamente diverse, vuoi per l’epoca storica (XIX secolo per l’uno, XX per l’altra), per la storia personale, le differenze culturali e per essere uno uomo e l’altra donna.

Vado a memoria e quel che racconto è ciò che è rimasto in me, che poche parole appuntate su un foglio rievocano ma che, in fondo, penso sia la finalità ultima di operazioni di questo genere: quel che ti hanno lasciato, che è rimasto.

In entrambi ho sentito risuonare la bellezza dell’universo. In un Lazzaretti che, se non sbaglio, parlava di noi umani come “addetti alla manutenzione dell’universo” mi sembra che bellezza significhi “fare le cose necessarie” e farle fino in fondo, allo stesso modo mi par di vedere la bellezza di una figura quale quella di Simone Weil – o quantomeno così mi è arrivata attraverso l’intenso parlare di Monica Giorgi –  proprio nel suo provare ad uscire da quella teoria che le veniva così bene per sperimentare con tutta sé stessa, fare esperienza pratica del suo pensiero, come se proprio grazie a quel corpo maldestro facesse le esperienze più profonde, confermasse sé a sé stessa, si legasse al corpo dell’universo fatto di corpi e vi trovasse sacralità.

Ognuno di noi procede poi per libere associazioni e Lazzaretti – attraverso le parole di Mauro Chiappini, che ricordava l’essenzialità per quell’uomo del rapporto con la morte – così come quel voler andare così a fondo della Weil, mi hanno riportato alla figura di un mistico molto più noto quale è stato Francesco d’Assisi e al suo cantico delle creature come lode assoluta della vita in tutti gli aspetti, arrivando a ringraziare anche per sora nostra morte corporale, oltrepassando così, in un balzo, il binomio vita/morte e aprendo un varco verso un’unica ininterrotta esperienza di vita-morte.

Gli interventi della mattinata li definirei di stampo teorico tra virgolette, perché l’impegno dei due relatori nel fare discorsi molto forti e appassionati ha avuto il pregio di avvicinare così bene il loro pensiero a noi che ascoltavamo da far vivere quel che dicevano come “la storia che ha portato alla nostra necessità”.

Federico Battistutta ha gettato uno sguardo storico, ampio e articolato, sul fenomeno religioso sottolineando che se le umane costruzioni, incluse quelle religiose, hanno sempre avuto un inizio e una fine, non si può dire la stessa cosa del bisogno che ci caratterizza di dare una spiegazione al mistero della vita-morte. Ha inteso dire, per farla semplice, che un conto sono le confessioni religiose con tutte le loro chiese e le loro storie, un conto è la religione come bisogno, come ricerca che ci accompagna da quando, al principio dei tempi, incominciammo a comprendere che la nostra vita ha una fine e tutto affonda nel mistero.

Il cuore del pensiero di Federico mi è parso essere proprio questo: la ricerca di una religione prima delle religioni, una ricerca nel passato più arcaico per gettare ponti verso un futuro sconosciuto di cui abbiamo nostalgia e necessità. In questo modo la religione assolverebbe al suo compito principale che sta proprio – come il significato etimologico della parola ci insegna – nel  religare, legare, gettare fili che uniscono passato a futuro attraversando il presente, con il sogno che si fa materia concreta di sperimentazione di un esistere ampio e inclusivo di diversità, siano esse di specie come di genere.

Elisabeth Green ha sviluppato la sua relazione rimanendo volutamente in ambito cristiano – territorio che ben conosce essendo pastora battista – ma osservandolo con l’ottica del riciclo, ossia di uno sguardo attento che tiene il buono e getta l’inutile.  Ho trovato il suo discorso estremamente proficuo per capire meglio “come sono andate le cose” all’interno di quella cultura religiosa di cui, tutti noi in Europa, siamo figli nostro malgrado. Così mi si è chiarito come la religione cristiana sia stata e sia sostanzialmente legata all’egemonia patriarcale nella quale l’oppressione – soprattutto femminile – ha avuto un ruolo complesso e variegato. La chiesa patriarcale a suo tempo ha creato da un lato la povertà, sostenendo la divisione gerarchica in classi sociali, e dall’altro la normalizzazione della sessualità, arrivando alla pretesa religiosa di normalizzare Dio.

E’stato il movimento femminista – ci racconta Elisabeth in maniera precisa e articolata – che, denunciando la connivenza delle chiese con l’oppressione delle donne, ha innestato l’autocritica del messaggio cristiano che oggi, nelle sue forme più interessanti e all’avanguardia, include la presenza di quello che lei chiama “popolo queer”, il portatore di diversità, di tutto ciò che non sta nella normalizzazione del potere, il Dio straniero, la seconda venuta di Cristo. Il messaggio cristiano è passato nei secoli come portatore della verità unica, oggi è arrivato il tempo di vedere le cose in maniera pluricentrica, inclusiva e destabilizzante quale a mio avviso è sempre stata la figura di Gesù, queer per eccellenza.

Forse tutti noi cerchiamo risposte che ci aiutino a gestire l’esistenza, sicuramente io le ho cercate. Oggi che ormai la vecchiaia è alle porte della mia vita, mi trovo ad avere bisogno dell’esatto contrario, ad avere necessità di spostarmi continuamente dalle certezze e aprire, aprire spiragli che mi permettano altri punti di vista, come se questa fosse per me una risorsa vitale, energia buona a cui attingere. Di questo la giornata del 4 luglio ad Arcidosso è stata molto ricca.

 Silvia Papi

 P.S. : Sul dizionario inglese per il termine queer ho trovato questi significati: strano, inusuale, ciò che causa dubbio, fuori dall’ordine e, in linguaggio slang, per dire di persona omosessuale.

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