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Su Re. Un film

Autore: liberospirito 5 Giu 2013, Comments (0)

su_re

Questa primavera, in prossimità della Pasqua è uscito nella sale un film insolito rispetto ai canoni estetici della cinematografia contemporanea. Si intitola Su Re e il regista è Giovanni Columbu. Qualcuno ha scritto che Su Re è una sorta di quinto evangelo, dopo quelli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, un evangelo parlato (scandito) in sardo. Anche per questo ha le sembianze di un film tellurico, strappato alle viscere della Sardegna, ambientato fra le pietre di questa terra aspra e bellissima che risuona delle parole di una lingua arcaica altrettanto aspra e bella.

Nonostante il cinema italiano (ma non solo) annoveri opere che hanno portato sullo schermo con intensità e passione la vita e la morte di Gesù (ricordiamo qui Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, senz’altro il più accostabile a Su Re), questo film si segnala davvero come un esperimento di rara audacia formale, al contempo attraversato da una commozione sincera e altissima.

Giovanni Columbu gira le scene come in preda a una furia inebriata ma senza cadute, sempre sotto controllo; la stessa macchina da presa, accompagnata dal rumore delle nubi incombenti, sembra partecipare alla vertigine del dramma, le inquadrature le vediamo infatti tagliate, montate e rimontate a dispetto di qualsiasi obbedienza ai principi formali di un ordine lineare e progressivo. Qui ci si congeda dalla linearità narrativa riguardante la passione e morte di Gesù; la storia viene smontata progressivamente, per lasciare spazio a un’altra procedura del raccontare, più vicina alla dimensione del sogno: le varie sequenze che compongono la vicenda emergono e scompaiono, acquistando un andamento spezzato (come accade, del resto, nella pratica della memoria rituale e collettiva all’interno della messa, nel corso della lettura di passi scelti dai Vangeli). Dinanzi a ciò lo spettatore può solo abbandonarsi alle immagini e alle scarne parole che le accompagnano, in quanto si trova privato di un qualsivoglia punto di riferimento stabile per orientarsi lungo il dipanarsi della storia.

Alla fine si ha la sensazione che la passione di Gesù il Cristo non può venir detta se non così, a frammenti e brandelli, da una parola che, riconoscendo i limiti del linguaggio, si arrende al mistero. D’altro canto il personaggio di Gesù non emette quasi mai parola, la sua è una lingua muta. Ed è davvero un povero Cristo, quello che compare in Su Re, piccolo, scuro, peloso, in una parola: brutto; stellarmente distante da certe iconografie edulcorate al punto da divenire stucchevoli (come quella zeffirelliana, per esempio) o dalla martirologia pornografica di Mel Gibson, ma vicino all’annuncio profetico («Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere», Isaia 53, 2). Alla fine, il suo è il sacrificio dell’agnello, dell’animale muto e sofferente, è il sacrificio di ogni animale, umano e non, è il sacrificio di tutta la terra che, in un gemito, chiede e invoca redenzione. E diventa poesia.

Scriblerus

 

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