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Psico-fenomenologia del santo

Autore: liberospirito 9 Mar 2013, Comments (0)

Il contributo che segue, a cura di un collaboratore del ‘progetto liberospirito’, è una riflessione semiseria in materia di santità. In cui – come avviene nell’opera semisera italiana – convivono personaggi, forme e stili tratti sia dall’opera buffa che da quella seria. Lo pubblichiamo anche per smorzare l’atmosfera, a tratti greve, che da un po’ di tempo sembra incombere impietosa su tutti noi.

tuttisanti

In origine il santo diventava tale squisitamente per meriti terreni. E anche oggi, checché se ne dica, la prova inconfutabile per dichiarare la santità del santo, è una sola: il miracolo. Quindi qualcosa di terreno, di materiale, qualcosa che si può vedere e toccare. Se la figura del santo ricalca quella del dio, anche la funzione è, nei fatti, la stessa: vedere e provvedere alle necessità materiali di chi, gli uomini e le donne di questo mondo, non sa e non può farcela da sé.
Non a caso si è parlato di ‘vedere’: affinché il santo (o la sua rappresentazione in effigie o in figura, come dipinto o come statua) abbia la possibilità di ‘rendersi conto di come stanno le cose’, è necessario che non se ne stia chiuso nella chiesa o nel santuario, ma che, periodicamente, faccia un giro in mezzo alla gente e alle case, stia a diretto contatto con la vita vissuta quotidianamente da chi ne invoca l’aiuto. Quindi, veda e provveda di conseguenza.
Ora, le cose hanno più o meno funzionato così per secoli. Cambiano i santi, o meglio: cambiano i loro nomi e le loro raffigurazioni, ma rimane tale e quale la ‘capacità’ di operare efficacemente in risposta alle preghiere dei fedeli. Insomma, la sostanza è sempre la stessa.
Qualcosa però, ultimamente, è cambiato. Oggi i santi si sono installati in mezzo ai palazzi e ai condomini, in pianta stabile, con tanto di piedistallo e contorno di fiori e lumini. Quasi a fare da alter-ego sacro agli eroi del Risorgimento e della Resistenza, o ai vari dantealighieri che hanno ormai la sola funzione di dare il nome alla piazza in cui li hanno messi.
E i santi stanno lì, e tengono d’occhio la strada, l’incrocio, la rotonda. Quindi, si dirà, che cosa è cambiato? Che prima in mezzo alla gente ci passavano solo una mezza giornata all’anno e poi di nuovo in chiesa, al sicuro, mentre adesso praticamente ci abitano, fra la gente? In un certo senso, sì, ma, a ben guardare, probabilmente, la maggior ‘frequentazione’ non corrisponde a uguale attenzione da parte della gente e nei confronti del santo, e viceversa.
Perché, se è vero che il santo che sta sempre nello stesso posto è, in un certo senso, sempre presente e attento a ciò che gli succede attorno (oddio, magari finisce che si annoia pure…), a lungo andare finisce per diventare, come gli eroi di cui sopra (eccezion fatta naturalmente per gli assidui fedeli, per i quali però non è che averlo in chiesa o sotto casa cambi granché), un immobile come gli altri, che fa ormai parte del paesaggio come l’albero o il palazzo di fronte.
Ma un santo che se ne sta immobile dalla mattina alla sera dopo un po’ viene il dubbio che si sti semplicemente facendo gli affari suoi, che, alla lunga, anche lui si stia abituando a vedere sempre le stesse facce, la stessa gente, e che non ci faccia nemmeno tanto più caso, a quel che succede.
Perché se il santo ha qualcosa di speciale, qualcosa che lo fa apparire dotato di poteri che le persone normali se li sognano, consiste proprio nel fatto che lui se ne sta tutto il (santo) giorno in chiesa, a respirare incenso, a tu per tu con Dio dalla mattina alla sera. E la volta che se ne esce, che va in mezzo a quelli che di solito invece lo vanno a trovare, allora prova l’emozione, vivida, forte, della vita ‘fuori’, quella fatta di suoni, di voci, di luce e di pioggia, di caldo e umido, di sole e di sguardi, di corpi liberi di muoversi oltre l’ordinato ‘in piedi/in ginocchio/seduti’. Lì, e solo lì, il santo capisce di stare in un posto dove Dio si fa vedere di rado, e allora tocca a lui, al santo, riportare la calma e la serenità, dare qualche buona risposta a tutte quelle preghiere. Ma per fare questo il santo deve, appunto, prendere su e andare, darsi una mossa.
Se il santo, come invece oggi sempre più succede, se ne sta immobile, potrà anche farlo in mezzo a tutto il resto, ma sempre immobile sta. E chi crede e ha creduto che fosse una buona idea, portare i santi fuori dalle chiese e metterli fra le case, non ha poi considerato che i santi non sono persone come le altre, e che hanno bisogno, per non perdere i loro punti di riferimento, di frequentare solo determinate compagnie. Per il semplice motivo che il santo non è uno come gli altri: il santo è uno eccezionale! Ma, una volta ogni tanto, gli uomini hanno bisogno di sentirlo come uno di loro, come uno che sa come sono fatti, li conosce e li capisce. E il santo può fare tutto questo solo andando in mezzo a loro, passando fra le loro vite. In quel momento, gli uomini toccano e sentono la semidivinità del santo, e il santo vede, ascolta e percepisce l’umanità degli uomini. Ma poi il momento
finisce.
Se non finisce, se il santo rimane fra gli uomini, un po’ alla volta, lui che ha il compito di portare un pezzetto di cielo sulla terra, diventa via via sempre meno divino e sempre più umano. Ma un santo ‘troppo umano’, tanto santo non lo è più.

Andrea Babini

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