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Monika Bulaj: donne e religione

Autore: liberospirito 13 Ott 2012, Comments (0)

A Piacenza, alla galleria Ricci Oddi, è possibile visitare (gratuitamente) fino a domenica 4 novembre una piccola ma significativa mostra fotografica di Monika Bulaj. Si intitola “Donne”. Sono immagini bellissime tratte dalla sua raccolta Genti di Dio (Postcart, Roma, 2012, nuova edizione ampliata). Immagini che parlano di “mondi minori, ignorati dai media e dai predicatori dello scontro globale”, immagini che sanno andare vicino all’anima. Riportiamo le parole con cui la stessa Monika (a un tempo antropologa, fotografa, reporter, documentarista) introduce il suo lavoro di esplorazione sul confine delle fedi religiose, fra minoranze, popoli nomadi, diseredati, intoccabili , in Europa, Asia e Africa. Per chi intende approfondire: www.monikabulaj.com.

Ho iniziato nell’inverno del 1985, sul confine orientale della Polonia che ho attraversato a piedi da Nord a Sud, per campi e boschi.

Ho vissuto con contadini, capaci di rompere, nell’estasi, ogni barriera di lingua e natura. Le fattucchiere mi soffiavano sulla faccia incantesimi, le monache ortodosse mi riempivano scodelle di borsc, i bisnipotini dell’Orda d’Oro mi hanno ficcato senza cerimonie sotto tre piumini e sono riuscita ancora a notare che facevano le prostrazioni allo stesso modo dei vecchi credenti.

In una foresta selvaggia ho conosciuto un poeta che sapeva a memoria Il Capitale di Marx, costruiva aspirapolveri  per pulire le mucche e aspettava l’arrivo del Messia della fine dei tempi. Il suo bosco era un’orchestra di suoni, il vento muoveva campane appese sugli alberi contro i cinghiali. Mi accolse come l’angelo mandatogli da un certo Elia, un contadino carismatico sparito nei gulag.

Da allora non mi sono più fermata. In queste terre, sotto le ceneri, languiva l’infanzia d’Europa, il nostro oblio e le nostre paure, la storia si confondeva con il mito, il vero con l’irreale, e le ombre di quelli spazzati dalla Shoah e dei deportati si mescolavano ai presenti.

Mi sono spinta, un po’ alla volta, sempre più a Est, seguendo i canti.

Ho viaggiato tra i vecchi credenti e gli armeni della Romania, i rom della Macedonia, i lemki della Polonia, tra gli hutzuli ucraini e i tartari bielorussi.

E poi gli aleviti, i donmeh, i bektashi e i rufaiti d’Albania, i priguni, i tati e i molokany del Caucaso, gli udi dell’antica Albania, i superstiti delle comunità ebraiche del Levante, i chassidim dell’Europa perduta, fino al suo limes, nei labirinti di pietra dei sami, nei fuochi sacri del Caucaso.

Viaggiando a piedi, in bicicletta, su slitte, chiatte e trattori ho imparato a scavare nei confini delle fedi, a conoscere la dolcezza dell’attesa e insieme l’impazienza di parlare con i vecchi, prima che sparissero insieme al loro carico di memorie.

Mondi minori, ignorati dai media e dai predicatori dello scontro globale.

Uomini e donne per i quali ero una straniera, ma che mi hanno indicato la strada, accolto, sfamato, curato, protetto, dedicandomi il loro tempo, il loro affetto e le loro storie.

Voci deboli, cui devo tutto: soprattutto il rispetto. Ed è per questo che non posso rivelare i nomi dei luoghi più fragili e arcani, nella speranza che non perdano la loro innocenza.

Monika Bulaj

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