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Il papa a Monza: pop-star o gattopardo?

Autore: liberospirito 26 Mar 2017, Comments (0)

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Che il pontificato di papa Francesco rappresenti un segno di discontinuità rispetto ai suoi predecessori è cosa ben nota su cui non c’è motivo di ritornare. Ciò che importa però è comprendere la portata di tale new deal vaticano; detto altrimenti: che rapporto intercorre tra le parole e i dati di realtà? Proponiamo perciò una sorta di “lettura sintomale” (a dir la verità un po’ rapsodica) della visita del papa a Monza, in cui possano emergere alla superficie del testo (qui: dell’evento) i lapsus, i silenzi, i sintomi che raccontano più delle parole pronunciate (a parlar bene, in maniera edificante, in fondo siamo bravi tutti).

Partiamo dai freddi numeri riguardanti i costi dell’evento. Tre milioni e 235mila euro. A quanto pare tanto è costata alla diocesi di Milano la visita di papa Francesco a Monza. Il solo palco, lungo 80 metri e profondo trenta, è costato un milione e 300mila (a sua volta dotato di impianti video del valore di 300mila euro). Giusto per avere un’idea delle cifre: la struttura sulla quale si è esibito lo scorso settembre la rockstar Luciano Ligabue è costata 750mila euro ed è stata utilizzata per due serate; quella che ha accolto il pontefice per poche ore valeva quasi il doppio.

A contribuire a tutte queste ingenti spese troviamo un elenco di vari istituti bancari (cioè le stesse banche che ogni giorno dicono di non avere i fondi per sostenere i risparmiatori) e anche quella Regione Lombardia che è da sempre in prima fila nell’elargire soldi pubblici a una sola confessione religiosa.

Facendo dei rapidi conti i tre milioni di euro sono stati spesi per un’ora e mezza di presenza nella cittadina brianzola, con un costo di circa 35.944 euro al minuto.

Ora, tornando alla domanda iniziale, che relazione c’è tra le parole e le cose? Come conciliare la celebrazione dell’umiltà, della sobrietà se non della povertà e le spese sostenute per un evento di così breve durata e, in fondo, effimero? O, detto in altra forma, che rapporto c’è tra l’attuale papa e il poverello di Assisi a cui il pontefice costantemente dichiara di richiamarsi? Il sintomo emergente, quello che alla fine si ricava dall’evento in questione è che, nonostante tutta la buona fede, il pontificato di Francesco I presenta sempre più i tratti non di un radicale new deal, ma di una studiata operazione di restyling o di make up dell’elefantiaca – e sempre meno presentabile – istituzione cattolica. («Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», sosteneva il nipote del principe di Salina, nel Gattopardo).

Di fronte a simili fatti, da tempo noi preferiamo volgere lo sguardo altrove, all’esodo lento e silenzioso, quanto inesorabile, dai vecchi apparati religiosi verso una sensibilità religiosa veramente rinnovata, un novum radicale, rispondente ai tempi in cui viviamo e di cui se ne avverte sempre più l’urgenza.

Scriblerus

 

 

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