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Che cos’è il post-teismo?

Autore: liberospirito 29 Gen 2018, Comments (0)

Quanto segue è un testo dello spagnolo (ma da anni cittadino latinoamericano) José María Vigil, uno degli intellettuali maggiormente impegnati nel rinnovamento in campo teologico. La prospettiva a cui questo breve testo introduce è quella post-teista, vale a dire una riflessione sulle cose ultime e sul fondamento della vita che va oltre le religioni e la nozione stessa di Dio. Il testo è di qualche anno fa, ma lo riproponiamo perché continua a rimanere quanto mai attuale.

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Una lunga ma non eterna storia dell’idea “Dio” 

Gli antropologi insistono sul fatto che l’homo sapiens è stato homo religiosus sin dal principio. Questo primate iniziò a essere “umano”  quando giunse ad aver bisogno di un senso per vivere, arrivando con ciò a percepire una dimensione spirituale, sacra, misteriosa… Pensavamo che quella dimensione religiosa indicasse una relazione necessaria e indiscutibile con “Dio”. Ma oggi sappiamo che non è sempre stato così. Adesso abbiamo dati che indicano che durante tutto il Paleolitico (70.000-10.000 a.C) i nostri antenati adoravano la Grande Dea Madre, che non era un “Dio” femminile, ma la “Divinità”, confusamente e profusamente identificata con la Natura. L’idea concreta di “dio” tale a come poi è giunta a noi è di  molto posteriore, solo dell’epoca della rivoluzione agricola (10.000 anni fa). Il dio personale, maschile, guerriero, che abita nel cielo e si allea con la tribù per difenderla e lottare contro i suoi nemici… è un’idea relativamente recente, che si generalizzò e si impose prevalentemente nelle religioni “agrarie” . Il concetto greco di dio (theos) avrebbe marcato successivamente l’Occidente: è il “teismo”, un modo di concepire il religioso centrandolo interamente nella figura di “dio”. Gli dei vivono in un mondo al di sopra del nostro, e sono molto potenti, però, come noi, hanno passioni umane, molto umane. Gli stessi filosofi greci criticheranno quell’immagine troppo umana degli dei. Anche il cristianesimo purificherà l’immagine abituale di Dio, che continuerà a essere, tuttavia, piuttosto antropomorfica: Dio ama, crea, decide, si offende, reagisce, interviene, si pente, perdona, redime, salva, ha un progetto, si allea… come noi, che del resto siamo fatti a sua immagine e somiglianza. Quel Dio onnipotente, Creatore, Causa prima, Signore, Giudice… rimase infine al centro della cosmovisione religiosa occidentale, come la stella polare del firmamento religioso intorno a cui tutto gira. Di Dio non si poteva neanche dubitare: già il dubbio era un peccato, contro la fede. Credere o non credere in Dio: questa era la questione decisiva. Tutto il mistero dell’esistenza dell’umanità dipendeva da Dio, che, senza manifestarsi direttamente agli esseri umani, li sottopone alla prova di “credere” fermamente in lui, “fidandosi” di determinati segni o indizi lasciati nel mondo. La “prova” decisiva che Dio poneva all’umanità consisteva in questo, in “credere in Dio”, un Dio che non si vede.

La scienza e la modernità si scontrano con Dio

Però, a partire dal XVII secolo, l’evoluzione della scienza fa retrocedere “Dio” riguardo a tutto ciò che gli era stato attribuito fin’allora. Grotius l’ha formulato in maniera emblematica: tutto funziona autonomamente, etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. La scienza scopre le “leggi della natura”; i folletti e gli spiriti ormai non sono più necessari, i miracoli spariscono, e diventano persino incredibili. Bultmann dirà: “È impossibile far uso della luce elettrica e della radio, approfittare delle moderne scoperte mediche e chirurgiche e allo stesso tempo credere nel mondo testamentario degli spiriti e dei miracoli”. Non solo la scienza, ma anche la psicologia sociale ci trasforma: l’essere umano moderno adulto non si sente a suo agio di fronte a un Dio paternalista e tappabuchi (Pere Torras). Bonhoeffer dirà: “Dio si ritira, ci chiama a vivere senza di lui, come adulti, un cristianesimo senza religione, una santità laica”. Se nel XVIII secolo iniziò l’ateismo, nel XX si moltiplicò esponenzialmente: fu la scelta “religiosa” che ebbe maggior sviluppo. Aumentano gli a-theos, i “senza-Dio”, che non sono persone di cattiva volontà che vogliono combattere Dio, ma persone a cui questa immagine, questo concetto di Dio spesso non risulta credibile, e nemmeno intellegibile. L’idea di “dio” viene messa sempre più profondamente in questione.

Nuovi modi di impostare la questione

Il cristianesimo occidentale dei secoli XVIII-XIX interpretò l’ateismo come anticlericalismo, e in parte aveva ragione. Però più tardi avrebbe riconosciuto che i critici atei avevano un’altra gran parte di ragione: “noi cristiani abbiamo velato più che rivelato il volto di Dio” (Vaticano II, GS19). A partire dal Vaticano II, abbiamo riconosciuto di aver spesso difeso, predicato e sostenuto immagini inadeguate di Dio, e ora sono molti i cristiani che riconoscono che “nemmeno io credo in quel Dio in cui non credono gli atei” (Juan Arias e il patriarca Atenagora IV). Però oggi stiamo facendo un passo ulteriore. Ora stiamo arrivando a pensare che il concetto stesso di “Dio” non è un’ovvietà universale e indiscutibile. Oggi vediamo chiaramente che questo concetto è una costruzione umana. Come qualunque altro concetto. È un “modello” che utilizziamo per dare una forma accessibile a un mistero percepito con molta difficoltà. Un modello, uno strumento cognitivo, non una descrizione della realtà che vuole evocare, sempre al di là dello strumento creato dall’essere umano per darle una forma cognitiva. A questo punto siamo in grado di scoprire le sue limitazioni e di non restare legati alla sua mediazione obbligata. Di più: c’è chi crede che certi concetti di dio – di sicuro molto diffusi – sono persino dannosi, perché trasmettono idee profondamente sbagliate all’Umanità. Andrés Pérez Baltodano ritiene urgente cambiare l’immagine di Dio nel suo Paese, perché l’immagine comune che lì è diffusa risulta nociva per uno sviluppo sociale sano. La questione è nuova, e molto seria: che statuto diamo al concetto “dio”?

L ’idea di “theos” ha i suoi problemi

Cominciamo riconoscendone alcuni: – l’“oggettivizzazione” di dio: Dio diventa “un essere”, molto speciale, però un essere concreto, un “individuo”… che vive in cielo, “lassù, là fuori”… Ancora oggi l ’immensa maggioranza dei credenti di questo pianeta crede che sia letteralmente così; – è una “persona”: ama, perdona, ordina, ha un progetto… come noi… Non è antropomorfismo? – è onnipotente, Signore, patrone assoluto di tutto, da cui dipende interamente l’essere umano, un Giudice universale che premia e castiga… Una proiezione del sistema agrario? – si prende cura con la sua “provvidenza” della storia umana ed esercita e detiene la responsabilità ultima sul suo corso e sulla sua fine. Non ci deresponsabilizza? – è il Creatore che un giorno ha deciso di creare, invece di continuare a lasciar esistere il nulla. Essendo creatore, è assolutamente “trascendente”, totalmente diverso dal cosmo che avrebbe potuto non esistere mai se il Creatore non avesse deciso di farlo sorgere e di mantenerlo continuamente in essere… Siamo di fronte a un dualismo radicale che pone l’Assoluto da un lato e la realtà cosmica, spogliata da ogni valore, dall’altro? – tradizionalmente è stato un dio del mio paese o della mia religione, che “ci ha scelto” e ci protegge di fronte agli altri, ci ha rivelato la verità e ci dà una missione universale per salvare gli altri… Un dio tribale, particolarista, provinciale? A ben vedere, il concetto “Dio” è un modello che è stato utile, un modello geniale che ha conquistato per millenni l’umanità, ma che con l’avanzare della storia ha evidenziato i suoi limiti, le sue implicazioni inaccettabili, anche le sue gravi mancanze. È stata una maniera di modellare il Mistero che percepiamo e che vogliamo evocare, ma un modello che da tempo risulta inaccettabile per un numero crescente di persone, le quali non rifiutano la sacralità della vita e della realtà, la sua Divinità, ma non riescono a “modellarla” come un theos, che altro non è che il modo agrario di immaginare‑concepire la Divinità… Se esiste il mistero della Divinità ‑ e non sono molti a negarla ‑ deve essere qualcosa di più profondo di ciò che quella fede tradizionale ha immaginato come “Dio”. Stabiliamo una distinzione. Una cosa è intuire il Mistero, intuire con riverenza il Sacro della realtà, la Realtà ultima, inesprimibile e indescrivibile, e accoglierla in un riverente e rispettoso silenzio senza forme, e altro è credere che quel Mistero adotti concretamente il modello “Dio” (theos, un essere onnipotente che si trova lassù…). Oggi questa distinzione si accentua e salta più chiaramente alla vista. Il teismo viene visto sempre più come un modello, uno, non l’unico, non necessario.

Credere nella Realtà ultima, senza immagine di Dio

Sempre più esseri umani intuiscono e percepiscono che la Realtà ultima non può essere tanto semplice come quel-l’immagine del dio-theos… Non possiamo confondere ciò che è in verità la realtà ultima con la nostra idea “dio”. Il teismo è un “modello”, un modo concreto di immaginare-concepire il divino, uno strumento concettuale o cognitivo, un aiuto, ma non è l’unico modello, né un modello imprescindibile. – Il teismo è uno strumento culturale che si è mostrato sommamente utile, persino geniale; ma non è una “descrizione fedele” della Realtà ultima, che non possiamo “immaginare”. – È una creazione umana, perciò soggetta al cambiamento; ci è sembrato un’idea evidente, ma l’umanità ha trascorso molto tempo senza di esso e arriva il momento in cui molte persone non si trovano più a loro agio con questo modello: non riescono ad accettare quel modo di immaginare la Realtà ultima. Sentono che il “teismo”, l’immaginare la Realtà ultima come “dio”, non è l’unica maniera di relazionarsi con essa, né la migliore, né sempre positiva. Ma non c’è ragione di screditare il “teismo”, che per molte persone continua a risultare utile, anche imprescindibile. Quello che importa è che tutti, anche quelli per cui non è un problema, smettano di considerarlo imprescindibile e scoprano che è solo uno strumento, e che sempre di più altre persone cominciano ad aver necessità di un altro modello, non teista. Al teismo non si oppone più l’a‑teismo, ma il post‑teismo: l’atteggiamento profondo di chi crede nella Divinità di sempre ma senza considerarla theos. “Credere o non credere in Dio” non è più il centro della questione. Diciamo che si può credere in Dio senza credere in theos; si può alimentare la stessa posizione di fede di sempre, senza sacralizzare né accogliere un “modello” che oggi può sembrare superato. Ciò che ora è decisivo non è più accettare o no un modello, ma vivere la stessa esperienza spirituale dei nostri antenati con modelli che a noi possono non servire più.

José María Vigil

 

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