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Categorie: scuola e religione

Proponiamo un interessante articolo apparso di recente  sul sito di MicroMega riguardante un documento stilato dalle Comunità cristiane di base in merito all’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Il testo è a firma di Antonia Siani.

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E’ stato recentemente varato dalle CdB un interessante comunicato in relazione all’insegnamento della religione cattolica. Interessante, importante, opportuno.

Opportuno, poiché col trascorrere degli anni le battaglie contro la collocazione di questo insegnamento all’interno dell’orario scolastico obbligatorio hanno perso molto dello smalto che aveva contraddistinto la loro vitalità nei primi decenni dal Nuovo Concordato (1984).

Nei tempi immediatamente successivi alle disposizioni concernenti il marchingegno dell’“ora alternativa”, anche noi laici ci eravamo aggrappati a quella sorta di àncora di salvezza sospesa sul nulla che avrebbe connotato il tempo orario di alunni/e che non si avvalevano dell’IRC. Pesava il confronto con gli anni del Concordato fascista (1929): gli “esonerati”, pochi, quasi tutti/e di religione ebraica uscivano dall’aula e sostavano nei corridoi a chiacchierare coi bidelli. Nessuno si preoccupava minimamente della loro condizione.

La conquista della “facoltatività” dell’IRC in luogo dell’”obbligo”, con la collocazione di questo insegnamento nel quadro orario delle lezioni riproponeva di fatto una situazione analoga.

Benvenute dunque le attività alternative che – secondo la mozione della Camera del 1986 – dovevano avere il carattere di “insegnamenti certi”, un’equiparazione, insomma all’IRC per evitare discriminazioni.

I contributi di intellettuali, di movimenti ispirati alla difesa della democrazia costituzionale, per un autentico concetto di laicità della scuola, favorirono ben presto una presa di distanza dai contenuti di quella mozione. Così, mentre da un lato si tentava di evitare le discriminazioni sollecitando le scuole di ogni ordine e grado (compresa la Scuola dell’Infanzia cui il Nuovo Concordato aveva destinato 2 ore di IRC!) a istituire attività alternative, dall’altro lato si portava avanti un’azione tendente a stabilire la non equiparazione dell’IRC ad attività che non investivano la sfera della coscienza individuale, come invece era la decisione se “scegliere”o no la frequenza dell’IRC.

Decisive le sentenze di alcuni TAR, ma, sopra tutte, le sentenze emesse dalla Corte Costituzionale con la definizione dello stato di non obbligo, che potevano aprire la strada a una collocazione dell’IRC al di fuori dell’orario scolastico obbligatorio, come prima potenziale fase verso l’abrogazione quanto meno dell’Art.9 del Nuovo Concordato).

A tali vittorie fu posto un argine dalla sentenza n.2749/2010 del Consiglio di Stato.

La sentenza era stata emanata nell’ambito di un ricorso contro l’assegnazione del credito scolastico anche all’IRC. La sentenza riconosceva tale credito (ritenuto peraltro irrilevante), ma nel contempo imponeva alle scuole di istituire attività alternative per i non avvalenti, (fatta salva la libertà per alunni/e di pronunciarsi su tutte le opzioni proposte dalla scuola).

Destò scalpore in quegli anni una sentenza del Tribunale di Padova che su istanza di un genitore condannò un Istituto scolastico che non aveva predisposto attività alternative all’IRC a una sanzione di 1500 euro; una multa fu comminata anche al MIUR per non avere controllato.

Da quel momento l’interesse di molti laici si spostò dalle contestazioni alla collocazione dell’ IRC nell’orario scolastico ai contenuti delle “attività alternative”. Si aprirono, confronti, dibattiti, sperimentazioni.

Il Ministero dell’Economia dispose finanziamenti per i docenti di tali insegnamenti. Fu emanata dal MIUR un’apposita circolare per i dirigenti di tutti gli istituti scolastici.

Per genitori e studenti si trattava di indicare alcune preferenze (diritti umani, storia delle religioni, elementi di ecologia…); per i docenti precari si aprivano possibilità inedite di lavoro.

Le scuole in cui non viene avviata alcuna attività alternativa sono a tutt’oggi una realtà, ma la maggior parte ottempera alla sentenza del Consiglio di Stato.

L’IRC continua ad essere inserito nell’orario scolastico, senza suscitare opposizioni ormai storiche. Nelle Scuole Superiori è in aumento il numero di coloro che non si avvalgono, nella Primaria i genitori disposti ad imbracciare la questione di principio sono in numero esiguo.

Da qui l’opportunità del documento delle Comunità Cristiane di Base per riaccendere interesse ed energie nella contestazione di un insegnamento confessionale nella Scuola dello Stato. Il comunicato prende il via dalla complessità della popolazione che oggi frequenta le nostre scuole, un quadro multietnico e multireligioso, oltre il pluralismo culturale nostrano di qualche decennio addietro.

E’ opportuno e necessario – si legge – “affidare la formazione che tenga conto di queste componenti ai docenti dei vari ordini e gradi di scuole per un approfondimento interdisciplinare”… Che il fatto religioso come manifestazione socio-culturale dei popoli dovesse essere parte dei programmi scolastici dei vari gradi e ordini di scuole e non patrimonio di una privilegiata confessione religiosa era la via sulla quale ci eravamo incamminati come movimenti laici all’epoca della sentenza 203/1989 della Corte Costituzionale.

Un dibattito che tenderebbe oggi ad assopirsi trova in questo documento la forza di un incentivo alla sua riproposizione.

La finalità culturale prevale sull’appartenenza religiosa. A fronte della “grande ignoranza del fenomeno religioso – recita il documento – sarebbe auspicabile una minima conoscenza non solo della Bibbia ma quantomeno del Corano e delle altre tradizioni cultuali presenti nel nostro Paese”.

A questo proposito, interessante e dirompente emerge la seguente proposta: “da parte della Chiesa cattolica italiana sarebbe un segnale significativo operare per rendere plurale la conoscenza e non già l’insegnamento (compito delle famiglie e delle comunità religiose) delle diverse religioni e quindi disattendere unilateralmente il dettato concordatario, astenendosi dal nominare gli insegnanti destinati all’IRC”. “Gesto profetico questo – così lo definiscono gli estensori del documento – in grado di scuotere non solo la Chiesa ma la stessa società italiana”.

Notiamo in questa straordinaria affermazione, che riteniamo frutto di un forse non indolore dibattito all’interno delle CdB, qualche contraddizione con quanto affermato nella prima parte del documento laddove si parla di “IRC (ovvero Insegnamento religioso nelle scuole) come incongruo e antistorico nel suo essere appannaggio monopolistico della CEI)”.

L’IRC concordatario non può che essere appannaggio della CEI! Ma nessun insegnamento religioso – come tale, da chiunque impartito, sia pure liberato dai crismi delle gerarchie cattoliche – potrebbe aver luogo nella Scuola della nostra Repubblica.

La proposta raddrizza con determinazione l’ipotesi, in quel passo adombrata, di un insegnamento religioso nelle scuole non affidato alla CEI. Se l’ IRC non venisse più impartito da insegnanti nominati dall’Ordinario diocesano, cadrebbe automaticamente la sua natura confessionale, e verrebbe salvaguardato l’inserimento culturale del fenomeno religioso all’interno delle discipline previste nel piano di studi dei diversi ordini e gradi di scuole Ciò che i movimenti per la laicità della scuola vanno da tempo affermando.

Ma ancora più importante e coraggiosa è la parte conclusiva del documento: le CdB invitano apertamente le/gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado e “le loro famiglie a richiedere di non avvalersi dell’ora di religione confessionale nella consapevolezza che l’articolazione multiculturale della società italiana richieda oggi la rinuncia ad ogni privilegio… Le CdB italiane pertanto intendono promuovere il diritto al rifiuto ad avvalersi dell’IRC”. Un palese invito alle giovani generazioni a operare la distinzione fondamentale tra sfera personale, adesione a un credo religioso, e rinuncia nella sfera della civile convivenza ad ogni privilegio in nome del rispetto reciproco, dell’interazione delle differenze, nella ricerca della pace civile.

Optare per l’uscita dall’edificio o sottostare alle altre opzioni di attività alternative, benedette dalla citata sentenza del Consiglio di Stato? Nessuna indicazione in tal senso viene fornita dal documento. La sollecitazione al rifiuto delle attività alternative nella Scuola Superiore avrebbe rispettato – a nostro giudizio – la coerenza di un percorso, ma avrebbe riproposto l’equiparazione tra IRC e opzioni alternative in questo modo sapientemente evitata.

L’invito, semplice, chiaro al di là di tatticismi e burocraticismi giunge nelle scuole dove ormai da oltre 30 anni l’IRC è divenuto facoltativo, ma la sollecitazione promossa da coloro che laicamente della fede religiosa fanno la loro ragione di vita, può ottenere quel largo consenso che noi laici (spesso anche atei) non abbiamo a tutt’oggi riscosso.

La strada per una collocazione dell’IRC in orario aggiuntivo, al di fuori dell’orario scolastico obbligatorio (presente anche nel nuovo testo della LIP- Legge di iniziativa popolare), si manifesta come la prosecuzione – resa più attrattiva dalla qualità dei promotori del documento – di quel cammino intrapreso da decenni ma ancora incompiuto.

Antonia Siani

Religione a scuola: lezioni lussemburghesi

Autore: liberospirito 23 Set 2017, Comments (0)

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Nuove interessanti, una volta tanto, dall’Unione Europea, in particolare dal Lussemburgo. Il piccolo Granducato del Lussemburgo ha deciso che a partire dal corrente anno scolastico non sarà più possibile, per gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, seguire le lezioni di religione cattolica. La nuova convenzione voluta dal governo in carica (una coalizione di verdi-sinistra-liberali) stabilisce che al posto del tradizionale corso di religione cattolica, verrà introdotto un corso sui valori (chiamato “Vita e società”), incentrato su tematiche relative alla convivenza; all’interno di queste nuove attività saranno anche presentate le religioni ma su di un piano paritario.

Questa la notizia. Pensare a una soluzione del genere anche in Italia appartiene purtroppo alla fantascienza. I dati in proposito sono tristemente eloquenti. In breve: attualmente nelle scuole italiane vi sono più di 25.000 insegnanti di religione cattolica, i quali al pari degli altri insegnanti, sono retribuiti dal MIUR (Ministero dell’Istruzione). Il costo annuo a carico dello Stato per la loro retribuzione (dati del 2008) è stato di circa 800 milioni di euro, pari a circa il 2% della spesa complessiva della scuola italiana. Ma – dato curioso – il reclutamento di questi insegnanti non avviene ad opera del Ministero, ma tramite la curia diocesana (per poter insegnare, infatti, si deve essere in possesso di titoli di qualificazione professionale riconosciuti dalla C.E.I. – Conferenza Episcopale Italiana), la quale si riserva anche il diritto di revocare l’idoneità dell’insegnante per vari motivi, tra i quali una condotta morale non coerente con l’insegnamento .

Questo, è bene ricordarlo, è l’eredità che ancora stiamo scontando del Concordato fascista del 1929 (l’allora papa Pio XI inneggiò a Mussolini come “uomo della Provvidenza”), in cui si introduceva e rendeva (allora) obbligatoria l’ora di religione cattolica, quale «fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica».

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Quale religione in quale scuola

Autore: liberospirito 17 Gen 2017, Comments (0)

Sembra un tema fuori stagione ma in realtà non è così. Sull’argomento di questo post – scuola e religioni – questo blog se ne è già occupato altre volte. Proponiamo un’ulteriore riflessione con  l’intervento di Marcello Vigli apparso su www.italialaica.it.

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Può sembrare fuori tempo tornare a parlare e scrivere di religione  a scuola, un tema che, in anni passati, ha avuto molto spazio nel dibattito sui problemi della pubblica istruzione in Italia. A riproporlo contribuisce l’urgenza della scelta che, studenti e genitori si troveranno a fare al momento dell’iscrizione al nuovo anno scolastico, se avvalersi o non dell’ insegnamento della religione cattolica (Irc). Sarà la prima volta per i nuovi iscritti o per quelli che passano dal corso inferiore a quello superiore, ma sono interessati anche quelli che intendono cambiare la scelta dell’anno precedente.

Ha colto l’occasione l’arcivescovo di Genova, cardinale Bagnasco, per inviare una lettera ai genitori della sua diocesi in procinto di scegliere per i loro figli. Si parla spesso di una certa “fragilità” che rende difficile resistere nelle difficoltà della vita, alle quali nessuno può sottrarsi. ….. La ricchezza e la complessità dell’esistenza, se non è armonica, diventa dispersione, disorientamento. Non si può vivere spaesati! Anche il ricco mondo della scuola – con le conoscenze e competenze che offre – chiede un punto di sintesi, perché il giovane non diventi un’ “enciclopedia”, ma una persona matura. L’insegnamento della religione cattolica, anche per la sua valenza culturale, può essere per tutti un momento di chiarificazione e di equilibrio: i suoi contenuti, la sua lunga storia, il continuo confronto con le civiltà, sono un riferimento necessario per comprendere il tempo e la società che abitiamo, uno strumento per il dialogo con tutti. Per questo vi invito a scegliere l’ora di religione con convinzione e fiducia, affinché i valori universali, che essa illustra nei loro contenuti e nelle loro ragioni, possano diventare stimolo del pensare e del vivere.

È certo difficile pensare come tutto questo possa ottenersi attraverso  un insegnamento che il cardinale dimentica essere rigorosamente “confessionale”, per di più impartito da insegnanti selezionati dall’autorità ecclesiastica.

La stessa finalità attribuisce all’Irc  il messaggio della Presidenza della Cei inviato a tutte le famiglie, come è tradizione, in occasione della Giornata di sensibilizzazione alla scelta dell’Ora di Religione promossa dalla stessa Cei. Nel riconoscere che la società italiana è sempre più plurale e multiforme, i vescovi italiani affermano:  Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che questa scelta non è una dichiarazione di appartenenza religiosa, né pretende di condizionare la coscienza di qualcuno, ma esprime solo la richiesta alla scuola di voler essere istruiti anche sui contenuti della religione cattolica che costituisce una chiave di lettura fondamentale della realtà in cui noi tutti oggi viviamo. 

Completa il quadro don Daniele Saottini, responsabile del Servizio nazionale per l’insegnamento della religione cattolica della Cei, affermando: Questa disciplina scolastica è una disciplina che si rivolge a tutti i ragazzi, a tutti gli alunni, a tutti gli adolescenti, perché loro possano conoscere le esperienze, la storia, la cultura, la vita del nostro Paese che è caratterizzata – volente o nolente – da una forte presenza del messaggio dell’azione della vita della Chiesa cattolica.

Questa convergenza nel giustificare ed esaltare il valore dell’Irc non è solo l’espressione della volontà di conservare questo privilegio; rivela, invece, l’intento di accreditarlo come fondamento della cultura che la scuola è chiamata  a trasmettere.

Per questo appare grave l’orientamento di quanti sottovalutano il problema o che, nell’intento di risolverlo, avanzano proposte per integrarlo o sostituirlo con una disciplina obbligatoria.

Fra questi si collocano di tempo in tempo intellettuali e gruppi cattolici d’ispirazione democratica e non integralisti favorevoli  ad aggiungere all’attuale Irc un insegnamento curriculare non confessionale. Di recente, per rafforzare le argomentazioni di sempre, adducono la necessità di adeguare il sistema scolastico alla sempre più ampia frequenza di alunni e studenti che professano altre religioni.

Nella stessa direzione si muovono quei settori della sinistra non impegnata ad affermare il principio di laicità,  ben rappresentati da Massimo Cacciari che, in un’intervista curata da Francesco Dalmas, sull’ “Avvenire” del 13 agosto 2009,  era stato perentorio nel proporre: La nostra tradizione religiosa insegnata obbligatoriamente a scuola. Non solo, la teologia dovrebbe essere presente in tutti i corsi universitari di filosofia…. Per me è fondamentale il fatto che non si può essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. È una questione di cultura, di civiltà. Non si può non sapere cos’è il giudaismo, l’ebraismo, non si può ignorare chi erano Abramo, Isacco e Giacobbe. Bisogna conoscerne la storia della religione, almeno della nostra tradizione religiosa, esattamente com’è conosciuta la storia della filosofia e della letteratura italiana. Ne va dell’educazione, della maturazione anche antropologica dei ragazzi. È assolutamente indecente che un giovane esca dalla maturità sapendo magari malamente chi è Manzoni, chi è Platone e non chi è Gesù Cristo. Si tratta di analfabetismo. La scuola deve alfabetizzare. Né accetta di sostituire l’Irc con l’insegnamento di storia delle religioni Vorrei che fosse una materia in cui si studiasse veramente la Bibbia, prendiamo in mano il Vangelo e approfondiamolo; non vuole ovviamente insegnanti controllati dalla gerarchia ecclesiastica che, a suo avviso, non avrebbe nulla da temere da questa rinuncia.  In cattedra, per l’insegnamento della religione cattolica, non può sedersi chiunque. Certo, ma con il concorso pubblico, che auspicherei anche per l’insegnamento di questa materia, la Chiesa non correrebbe nessun rischio, perché l’insegnante sarebbe sempre una persona motivata, appassionata, che sente una vocazione per queste materie.

Le proposte sostenute con queste o analoghe argomentazioni, che ovviamente non hanno udienza presso la gerarchia cattolica, in verità presuppongono il riconoscimento di una specificità qualitativa alla religione.

Certo le religioni hanno proprie forme organizzative e caratteristiche manifestazioni del culto, che sono, però, riconducibili, anche perché ben diverse fra loro, al complesso delle forme e delle manifestazioni in cui, nel tempo e nello spazio, si sono organizzati e si esprimono donne e uomini nelle diverse società nel promuovere le relazioni fra loro.

Analogamente le costruzioni teologiche, anche quelle che chi ha fede considera elaborazioni di una rivelazione divina, si inseriscono legittimamente nei “sistemi” che la filosofia e le scienze nel tempo hanno elaborato per interpretare la realtà.

Ben venga quindi lo studio della religione nelle scuole superando pregiudiziali anticlericali, che sono da rifiutare perché inducono ad ignorarla o non riconoscerla autentica espressione della dimensione umana.  Come tale va studiata non come materia autonoma ma all’interno delle discipline  storiche e filosofiche che danno conto del divenire degli immaginari collettivi che gli umani si sono costruiti nel costituirsi in aggregazioni sociali nel corso dei secoli.

Marcello Vigli 

Un pluralismo religioso a scuola

Autore: liberospirito 8 Nov 2016, Comments (0)
Pubblichiamo il documento del CISRECO (Centro Internazionale di studi sul Religioso Contemporaneo), nato nel corso dell’incontro estivo della International Summer School on Religions (svoltosi a San Gimignano, agosto 2016). Si potrà anche discutere su alcuni passaggi, ma ci sembra che metta sul tappeto alcune questioni fondamentali e non più rinviabili, riguardanti l’insegnamento della religione a scuola, oggi totalmente appaltato alle autorità ecclesiastiche cattoliche.
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Dirigenti, docenti e partecipanti della XXIII International Summer School on Religions (San Gimignano, 24-28 agosto 2016) [1], avendo messo a tema delle loro molteplici analisi l’attualità dirompente del problema  “Violenza e Religioni”, e riflettendo di conseguenza anche sulle reali e potenziali ricadute del fenomeno nella specificità del contesto sociale italiano, esposto non solo a una crescente e convulsa pluralità di presenze etnico-religiose, ma tuttora inspiegabilmente privo di una adeguata legge nazionale sulla libertà religiosa, che possa garantire l’esercizio di fondamentali diritti, tra cui il diritto educativo – per tutti i minorenni e non solo – a una conoscenza obiettiva, comparativa, non discriminante, del multiforme fenomeno religioso,
– ribadiscono che compete in particolare alla scuola pubblica il ruolo di ‘alfabetizzare’ la totalità degli alunni sulle grandi aree dell’esperienza umana, non esclusa l’area dell’universale esperienza simbolico-religiosa, alla cui lettura critica peraltro si dedicano, con serietà di metodi e plausibilità di risultati, non poche scienze storiche, filologiche, ermeneutiche, teologiche ecc.;
– sottolineano l’urgenza che – in presenza di un processo irreversibile di trasformazione della demografia culturale e religiosa della società italiana (incluse le frange crescenti di agnosticismo), con il conseguente bisogno di rintracciare riferimenti culturali comuni e una tavola di valori etici condivisi per garantire una coesione sociale in un legittimo pluralismo – almeno i dati elementari di detta esperienza simbolico-religiosa unitamente agli interrogativi che suscitano, diventino quanto prima oggetto di un regolare approccio disciplinare, da scandire opportunamente lungo le tappe dei curricoli scolastici e in permanente organica connessione con gli altri saperi disciplinari, salve restando la responsabilità e la competenza dei titolari delle varie discipline di elaborare i fatti religiosi intercettati nello svolgere i rispettivi programmi;
– non ignorano il fatto che, fino al presente, la gestione di una parziale “istruzione religiosa” nella scuola italiana resta monopolizzata dagli accordi tra Stato e Chiesa cattolica e dalle successive intese applicative, ma ritengono tuttavia non più rinviabile il superamento dei limiti oggettivi di tale normativa pattizia, almeno per quanto attiene al capitolo “istruzione religiosa”. Limiti e incongruenze che, oggi più che ieri, continuano a produrre discriminazione tra cittadini credenti e diversamente credenti, discredito culturale della materia IRC e discredito professionale del suo insegnante, discontinuità organizzative nella didattica, tendenze identitaristiche fra studenti. Limiti e incongruenze che spesso, paradossalmente, non permettono nemmeno di conseguire i livelli di prima alfabetizzazione religiosa presso gli stessi alunni avvalentisi del corso; [2]
– auspicano a tal fine che le competenti Autorità del MIUR e della Conferenza episcopale riaprano un tavolo d’intesa per addivenire:anzitutto, in via transitoria e a breve/medio termine, a sanare quell’increscioso “vuoto culturale” o “insulto pedagogico” creato dalla quasi totale assenza di una qualche “materia alternativa” [3], la quale, per esclusiva competenza statale, dovrebbe comunque essere assicurata, nel curricolo degli alunni che liberamente non si avvalgono dell’offerta confessionale; a istituire – prescindendo qui da logiche pattizie con la chiesa di maggioranza o con le formazioni religiose minoritarie, ma sollecitandone comunque gli opportuni pareri e discrezionali apporti collaborativi – il profilo giuridico e pedagogico di una “nuova” [4] disciplina curricolare tesa a fornire gli strumenti minimi e necessari per apprendere la grammatica-base del “religioso”, sia esso storico e contemporaneo, sia simbolico che esperienziale, sia esso inteso come patrimonio culturale che come fonte di ricerca di senso e di valori umanizzanti; il tutto da progettare e implementare entro le comuni finalità educative proprie di una scuola pubblica di un paese democratico e di una società multiculturale [5];
– propongono che – nella ricerca di un nucleo forte di contenuti per fondare epistemologicamente e sostanziare culturalmente la nuova materia di “cultura religiosa” o comunque la si voglia chiamare – sia data la priorità (anche se non l’esclusività) alle tre maggiori tradizioni abramitiche, sia per l’indiscussa centralità euromediterranea che per l’alta problematicità teologica ed etica che queste fedi, e i rispettivi Testi sacri, hanno avuto e stanno tuttora avendo nella genesi e nello sviluppo della storia e della cultura occidentale;
– ravvisano che a monte di questo progetto, anzi come precondizioni della sua fattibilità, stanno ben altri impegni e traguardi di grande respiro per la cultura nazionale, quali:
la approvazione di una legge parlamentare sulla libertà religiosa, che sancisca tra l’altro la pari dignità delle formazioni religiose e/o filosofiche nello spazio pubblico della scuola;
la riprogettazione dell’intero sistema del sapere religioso in Italia, università compresa, in quanto l’autorevolezza delle scienze religiose non è più solo problema interno di singole chiese, ma una necessità della società civile nonché un ruolo inalienabile dell’università;la globale revisione dei programmi e dei libri di testo, soprattutto in area di materie umanistiche, che sulle religioni manifestano spesso lacune culturali e silenzi imperdonabili, valutazioni faziose, o semplicemente ritardi conoscitivi rispetto all’avanzamento aggiornato delle scienze della religione;il risanamento deontologico del più generale sistema mediatico di informazione religiosa, spesso da noi ancora polarizzata ideologicamente sul c.d. mainstream cattocentrico o, all’opposto, sul pregiudizio laicista;la formazione accademica e professionale del futuro personale docente della nuova materia, incluso anche l’eventuale prevedibile problema del “ri-orientamento professionale” degli attuali incaricati di religione cattolica …
– raccomandano infine, per fedeltà a una corretta “cultura della verifica” e come misura di sano realismo operativo, che ogni innovazione che si intenda introdurre in queste materie a livello nazionale sia debitamente anticipata da congrue temporanee sperimentazioni locali, su campioni monitorati di scuole, di insegnanti, di programmi; sperimentazioni i cui esiti effettivi potranno riscuotere sempre maggior forza persuasiva e decisionale rispetto alle consuete, spesso ridondanti, dichiarazioni di principio, che, pur logicamente ineccepibili, finiscono per risentire inevitabilmente di sospette venature ideologiche.
                   
[1] Organizzata dal Centro internazionale di Studi sul Religioso contemporaneo (CISRECO), in collaborazione con l’Associazione Italiana di Sociologia/Sezione Sociologia della Religione (AIS/, l’Università di Firenze, l’Università Autonoma Metropolitana di Città del Messico, la rivista “Religioni e Società”.
[2] Cfr. il Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia, a c. di A. Melloni, Il Mulino 2014. Ovviamente, non si tratta solo di predisporre tattiche per contrastare il tradizionale analfabetismo religioso (il cui concetto, peraltro, varia da cultura a cultura, da epoca a epoca), ma di saper rispondere tempestivamente all’avanzata di integralismi e fondamentalismi religiosi, spesso originati anche da una carente o impropria educazione scolastica.
[3] Facciamo presente che laddove, in Europa, si istruiscono corsi scolastici a contenuto confessionale, e per ciò stesso a iscrizione opzionale, vige sempre l’obbligo di iscriversi a un corso suppletivo-alternativo, attivato in genere su materie attinenti l’educazione ai valori dell’etica personale e sociale, e sottoposto alle normali valutazioni scolastiche. Sorprende e rammarica non poco che da noi due lontane sentenze del Consiglio di Stato (n.203/1989 e n.13/1991) siano giunte ad argomentare – sulla base di una curiosa elucubrata definizione di “laicità all’italiana” –  il non-obbligo di fruire della materia alternativa, quando, al contrario, in tanti altri sistemi nazionali occidentali, gli indirizzi delle recenti politiche educative vanno in direzione totalmente opposta! Ma c’è ragione di pensare che forse nemmeno le sentenze del nostrano Consiglio di Stato durino in eterno…
[4] “Nuova” nel sistema italiano, ma non certo inedita in altri contesti nazionali, persino a maggioranza cattolica, come in Belgio, nel Lussemburgo, nel Québec, ecc., dove corsi obbligatori di iniziazione religiosa aconfessionale hanno sostituito, con il consenso delle chiese coinvolte e sulla base di opportune e positive sperimentazioni, i precedenti insufficienti corsi opzionali relativi alle tradizioni cristiane.
[5] In altri termini, pensiamo a un percorso legislativo-amministrativo in due tempi: giungere prima a sancire e a collaudare una forma di opzionalità obbligatoria tra due discipline a rispettiva gestione ecclesiastica e statale, per affermare poi una vera e propria disciplina curricolare a gestione statale, affiancata da possibili corsi mono-confessionali facoltativi organizzati a discrezione di chiese o di altre formazioni religiose o filosofiche.

Educazione come arte di vivere

Autore: liberospirito 19 Ott 2015, Comments (0)

Segnaliamo un’iniziativa che si terrà dalle parti di Piacenza domenica prossima. Si tratta del primo di un breve ciclo di tre incontri intitolato Una scuola per la vita. Pensiero ed educazione in J. Krishnamurti.

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In breve: il primo incontro/conversazione sarà con Federico Battistutta. Il tutto presso la sede dell’associazione “Terra senza sentieri”, strada di Albiano n.5, a Pontenure (PC) alle ore 17.00. L’ingresso è libero.

I successivi incontri si terranno il 22 Novembre e il 20 Dicembre presso lo stesso luogo. Ci saranno proiezioni di alcuni discorsi di J. Krishnamurti e la lettura di alcuni passi del suo libro Educare alla vita. Dopo le proiezioni e le letture, chi lo desidera può partecipare alla condivisione delle proprie riflessioni con con gli amici presenti.

“Terra senza sentieri”, promotrice degli incontri, è un’associazione di genitori ed educatori che si propone di promuovere realtà educative ispirate alla proposta di J. Krishnamurti e ai principi dell’educazione libertaria. Dal luglio 2015 ha dato vita, nella campagna piacentina, a un progetto di scuola parentale autogestita, ispirato ai principi pedagogici delle scuole libertarie e delle scuole nel bosco.

Per info: mail: [email protected] – tel.: 333 2864714 (Filippo), 338 9880933 (Cristina), 328 3095164 (Silvia). Pagina Facebook: Educazione Libertaria Piacenza.

Settembre, le scuole riaprono e con esse gli annosi problemi legati al mondo dell’educazione. Quest’anno, fra l’altro, incombe minacciosa la “Buona scuola” marchiata Renzi. Ma non è di ciò che intendiamo occuparci in questo post, bensì di un vecchio discorso, quello della necessaria laicità della scuola intesa come bene pubblico. Dove laicità non significa espellere domande riguardanti quella dimensione di senso che chiamiamo religione, ma la possibilità di porre tali questioni e di affrontarle con apertura, tolleranza e soprattutto equidistanza rispetto a questa o quella confessione religiosa o non-religiosa. Tutto qui. Condividiamo pertanto la posizione espressa su questo tema dai valdesi. A tale scopo proponiamo la lettura di un breve intervento proveniente dal sito della Chiesa valdese (www.chiesavaldese.org).

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Il campo educativo è sempre stato uno di quelli in cui si è verificato in modo particolarmente acceso il conflitto fra la Chiesa e lo Stato. Questo fenomeno si è registrato nell’Ottocento ma è sempre esistito nella società italiana. Non a caso le tensioni fra governo fascista e Roma si sono avute in questo settore. La reintroduzione della religione cattolica come materia di insegnamento nelle scuole pubbliche con il Concordato ha modificato profondamente il carattere laico che la scuola italiana aveva avuto sino a quel momento.

La presenza clericale mantenuta anche con i governi della Repubblica si è andata paradossalmente accentuando anche negli ultimi decenni con il finanziamento alle scuole cattoliche e l’assunzione in ruolo di professori di religione. Gli evangelici hanno sempre rivendicato il carattere laico della scuola di Stato, laico nel senso di una neutralità ed equidistanza rispetto ad ogni comunità religiosa. Per quanto riguarda l’educazione religiosa essi sono convinti che spetti alla comunità dei credenti assumere quel compito nelle sedi proprie e non in quelle pubbliche. Questo non dovrebbe escludere però la possibilità che la scuola offra agli alunni l’opportunità di approfondire il fatto religioso come espressione della cultura e della storia del paese.

Un insegnamento del cristianesimo nelle sue diverse espressioni ma anche delle maggiori religioni, affidata a docenti preparati nelle facoltà universitarie e non ad insegnanti reclutati dalle diocesi, costituirebbe per gli italiani l’occasione di un approfondimento culturale fondamentale.

L’altro giorno migliaia e migliaia di insegnanti e studenti sono scesi in piazza contro la cosiddetta “buona scuola” voluta dal governo Renzi. Ma non è di questo che intendiamo parlare in questo post; la notizia, per fortuna, è sufficientemente nota. Vogliamo dare invece spazio a un fatto di cui poco si è parlato: ci riferiamo a un provvedimento disciplinare nei confronti di un docente che ha rimosso dall’aula in cui insegnava il crocifisso. Il tutto in barba alla tanto decantata libertà di pensiero. Riprendiamo l’articolo di Luca Kocci, apparso su “Adista” (n. 15 del 25 aprile 2015).

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Un mese senza insegnare e senza percepire lo stipendio. È questa la sanzione che l’Ufficio scolastico regionale per l’Umbria ha inflitto a Franco Coppoli, docente dell’Istituto tecnico “Allievi – San Gallo” di Terni. La colpa dell’insegnante? Aver rimosso i crocefissi dalle aule in cui fa lezione.

Il provvedimento, comminato lo scorso 1° aprile ed entrato in vigore l’8 – alla ripresa dell’attività didattica dopo la pausa pasquale –, motiva la decisione di sospendere l’insegnante dal servizio e dallo stipendio per 30 giorni in maniera piuttosto generica, limitandosi a sostenere che il comportamento del professore costituisce «una violazione dei doveri connessi alla posizione lavorativa cui deve essere improntata l’azione e la condotta di un docente».

Già nel febbraio 2009 Coppoli venne sospeso per un mese perché toglieva il crocefisso dalla parete dell’aula in cui insegnava – allora si trattava dell’Istituto professionale “Alessandro Casagrande” di Terni –, ricollocandolo al termine della lezione (v. Adista Notizie nn. 91/08; 25 e 84/09). Oltre al suo ci sono stati altri casi, tutti sanzionati in maniera più o meno decisa dall’amministrazione scolastica: Luigi Girelli nel bergamasco (v. Adista Notizie nn. 13, 39, 75 e 77/05) e, solo qualche mese fa, Davide Zotti a Trieste.

«L’elemento da cui partire è la sentenza della Corte di Strasburgo del 2011 sul ricorso di una famiglia che chiedeva la rimozione del crocefisso dalla scuola elementare frequentata dal figlio, ad Abano Terme», spiega Antonia Sani, del Comitato nazionale “Scuola e Costituzione”, interpellata da Adista sulla questione. «Nel 2011 la Corte di Strasburgo sentenzia che non c’è ragione di rimuovere il crocefisso, in quanto si tratta di un “simbolo culturale” di valore universale. L’atto compiuto da Coppoli ripete quello precedente del 2009, ma nel frattempo è stata emanata la sentenza di Strasburgo, e quindi la sua azione assume un nuovo significato perché non intende riconoscere un generico valore culturale a un simbolo religioso, che come tale si trova nelle aule scolastiche. Nel provvedimento dell’Ufficio scolastico dell’Umbria non c’è alcun riferimento a Strasburgo, ma il problema è proprio quella sentenza, che andrebbe invece rimessa in discussione: perché continuare a tollerare la presenza di un simbolo religioso, non “culturale”, di una religione, che non è più religione di Stato, nelle aule di una scuola dello Stato? Dal momento che nessuna legge prevede l’obbligo di esporre il crocefisso nelle aule scolastiche – non lo prevede nemmeno il sempre citato Regio Decreto del 1924 che parlava della presenza del ritratto del re e del crocefisso – la questione allora è non chi toglie il crocefisso, ma chi decide e autorizza la sua affissione nelle scuole».

Luca Kocci

L’inizio del nuovo anno scolastico è al via. E’ questioni di giorni.  Non intendiamo entrare nella discussione riguardante la condizione generale in cui versa la scuola e delle riforme minacciate dal governo Renzi. Non è compito di questo blog. Più sommessamente intendiamo proporre una riflessione su quell’esempio di anacronismo (dentro una società multiculrurale e multireligiosa come l’attuale) che è l’Insegnamento della Religione Cattolica – IRC – (e non della Religione, come sbrigativamente tante volte si dice). Lo facciamo riproducendo un articolo apparso su “Repubblica” a fine agosto. Mentre si continuano a tagliare posti di lavoro, nella scuola e fuori, c’è l’eccezione proprio dell’Insegnamento della Religione Cattolica. Un vero miracolo! Strano? Non più di tanto, se osserviamo bene…

oradireligione

A settembre, la scuola italiana avrà bisogno di più insegnanti di Religione dello scorso anno. Duemila in più rispetto a dieci anni fa. A certificarlo è l’organico dei docenti di Religione 2014/2015 del ministero. E se da un decennio a oggi nella scuola italiana tutto (o quasi) presenta un segno rosso — dai finanziamenti per le attività pomeridiane e accessorie agli organici dei docenti, dai bidelli al personale di segreteria — l’unico settore che pare immune dalla spending review è proprio quello dei docenti di Religione cattolica. Che, nonostante l’inarrestabile calo degli alunni che seguono la materia, aumentano.

Il trucco c’è ma non si vede, verrebbe da dire. In passato, la Chiesa cattolica forniva anche alle insegnanti curricolari che lo richiedevano il lasciapassare per insegnare Religione. Ma da parecchi anni questo non è più possibile. Così, andate in pensione le maestre “tuttofare”, le ore di Religione passano dunque agli specialisti scelti dai vescovi. Ecco perché diventa necessario reclutare nuove maestre di religione, in possesso dei requisiti previsti dal concordato Stato-Chiesa del 1984.

Così, mentre i primi di agosto in Italia impazzava la polemica sui cosiddetti ”Quota 96” — circa 4mila docenti che nel 2012 avevano già maturato i requisiti per andare in pensione ma, per effetto di un errore nella legge Fornero, furono bloccati in classe fino al compimento dei 67 anni di età — il governo approvava il decreto con i posti complessivamente funzionanti per l’insegnamento della Religione cattolica, che aumenteranno di 310 unità rispetto al 2013. A settembre dunque, il loro organico sfiorerà le 24mila unità: un record. In poco più di un decennio la pianta organica degli insegnanti di Religione è cresciuta del 9,3 per cento, passando da 21.951 cattedre alle 23.994 dell’anno scolastico che sta per iniziare.

Per il ministero dell’Istruzione l’incremento è però da attribuire all’aumento della popolazione scolastica: «Il contingente complessivo dei docenti di religione è individuato sulla base di un decreto interministeriale», spiegano. «Le unità sono 16.794, determinate sulla base del numero di alunni e nella misura del 70 per cento dei posti di insegnamento complessivamente funzionanti. Rispetto al 2013/2014 c’è quindi un incremento di 215 unità di personale che si aggancia all’incremento di alunni totali nel sistema di istruzione (+44.209)». Mentre per lo stesso incremento gli organici degli altri insegnanti è invariato.

Nel frattempo, per la presenza degli alunni stranieri, la frequenza dell’ora di Religione cattolica è scemata. Undici anni fa, quando il prof di Religione entrava in classe erano poco più di sette gli alunni che uscivano dall’aula per dedicarsi ad altre attività, nel 2012/2013 — secondo i dati della Cei — la quota di quanti scelgono l’esenzione è arrivata all’11,1 per cento. Circa 874 mila alunni che non seguono l’ora di religione.

Ma l’incremento dei posti con- finora è soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno accelerato da un accordo sottoscritto due anni fa dall’allora ministro Profumo e dal cardinal Bagnasco. L’intesa stabilisce che dal 2017 anche le circa 50mila anziane maestre in attività che insegnano religione dovranno passare la mano agli specialisti: per insegnare la religione cattolica occorrerà essere in possesso di un apposito master universitario di secondo livello in scienze religiose. In palio, quasi 7mila cattedre.

Salvo Intravaia

Scuola: quale alternativa all’IRC?

Autore: liberospirito 2 Giu 2014, Comments (0)

Riprendiamo a parlare di scuola e religione, riportando una notizia proveniente dal Servizio stampa della Federazione della chiese evangeliche in Italia (NEV – Notizie Evangeliche). L’argomento è il solito: l’insegnamento della Religione cattolica (tecnicamente denominata IRC), previsto dagli accordi concordatari, e la pressoché totale latitanza di attività alternative a tale insegnamento. Per approfondimenti si può andare direttamente al sito www.associazione31ottobre.it.

scuola

Si è concluso con l’intenzione di richiedere un’audizione al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (MIUR), il Convegno nazionale dell’associazione “31 Ottobre, per una scuola laica e pluralista”, tenutosi a Roma lo scorso 17 maggio. “Al Ministero vorremmo presentare alcune proposte concrete riguardanti le attività alternative all’insegnamento della religione cattolica (IRC) a scuola, raccolte nel documento finale del nostro convegno, incentrato proprio su questo tema”, ha spiegato Silvana Ronco, presidente della 31 Ottobre. A conclusione di una giornata di dibattito con esponenti del mondo sindacale, di quello della politica e dell’associazionismo, è stato infatti presentato un testo che ribadisce la pari dignità tra lRC e le materie ad essa alternative, rilevando al tempo stesso le tante criticità che rendono problematica tanto l’attivazione quanto la scelta di queste ultime. “La prima delle nostre richieste è che il Ministero pubblichi una circolare che riassuma l’intera normativa”, precisa Ronco.

Gli altri punti riguardano l’inserimento delle attività alternativa nel piano di offerta formativa delle scuole; l’informazione sulla possibile adozione di un libro di testo; un’adeguata informazione da parte delle segreterie degli istituti; la nomina di un referente presso gli Uffici scolastici regionali; la realizzazione di un apposito capitolo di spesa dedicato esclusivamente alla copertura dell’attivazione e gestione delle attività alternative.

Vedere il testo su: www.associazione31ottobre.it.

Credenti e non credenti: un convegno

Autore: liberospirito 17 Gen 2014, Comments (0)
Continuiamo il discorso sulla libertà religiosa. Riportiamo sotto la sintesi – ad opera di Antonia Sani (del Comitato Nazionale “Scuola e Costituzione”) – di un convegno, indetto dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR), tenutosi a Roma, venerdì 10 gennaio, nella Sala delle Colonne di Palazzo Marini, presso Camera dei Deputati, dal titolo “Non credenti e credenti: differenti, con identici diritti”. Per chi è interessato gli interventi integrali dei relatori sono disponibili in formato audio-video sul sito di Radio Radicale. Condividiamo il giudizio finale dell’autrice dell’articolo, secondo cui il limite intrinseco del convegno (e degli organizzatori) sta nel voler considerare l’ateismo e l’agnosticismo al pari di una religione, sottovalutandone gli evidenti rischi. Così come è pericoloso rivendicare riconoscimenti istituzionali, scordando che l’istituzionalizzazione conduce inevitabilmente all’irrigidimento e alla conservazione (e al conservatorismo). C’è ancora molto da fare -sotto tutti i punti di vista – nel campo della libertà religiosa.
convegno 10gennaio UAAR
Laicità è cultura/cultura è laicità è il filo rosso che percorre e collega gli interventi dei partecipanti al Convegno “Non credenti e credenti, differenti, con identici diritti” organizzato dall’UAAR lo scorso 10 gennaio a Roma.

Due le ragioni poste dai promotori alla base dell’incontro: “l’approvazione non più rinviabile di una legge sulla libertà religiosa e di coscienza”; la richiesta, sollevata dall’UAAR fin dalla nascita, di “stipulare un’Intesa con lo Stato”, riservata dall’art.8/Cost. alle confessioni religiose diverse da quella cattolica. (Isabella CazzolaUAAR- introduzione)

Entrambe le questioni restano tuttavia sullo sfondo. Il focus si è concentrato sulla preoccupazione comune a tutti i partecipanti: la costruzione di uno spazio pubblico laico, non neutro, non secolarizzato nell’indifferenza, non occupato da razzismi, antisemitismo, omofobia, o da nuove forme di nazionalismo dettate dalla crisi.  Di sociologia della laicità parla Laura Balbo individuando nei soggetti che abitano lo spazio pubblico coloro che coi propri comportamenti, razionali ed emozionali, possono fare dello spazio pubblico uno spazio laico. Stefano Meriggi evoca la polis aristotelica come “insieme di genti diverse”, opposta alle ristrette comunità omogenee, preambolo di una laicità in nuce, ancora oggi lontana dall’essere realizzata per l’assenza di un confronto “scientifico” delle differenze in luogo del potere arbitrario delle maggioranze.

“Ma chi non ha identità non può costruire una società laica” (Aurelio Mancuso). Lo spazio laico si realizza nel riconoscimento reciproco delle identità, anche se profondamente diverse dalla propria.  Laicità dunque come metodo-strumento per la civile convivenza, fondata sull’uguaglianza come confronto-accettazione delle diversità.

Stefano Levi della Torre affronta la complessa questione dell’identità. La ricerca di sicurezza favorisce il proliferare di piccole comunità omogenee dove si alimentano forme di razzismo, “innamoramento di se stessi” prima ancora che odio per il diverso, ma oggi la dimensione globale della società impone il pluralismo, formazioni di grandi gruppi “non idolatri”, anzi tendenti a sviluppare identità soggettive; ma il riconoscimento di identità diverse, il contrasto alle ingiustizie sulle minoranze non può significare accettazione acritica di pratiche che offendono la dignità della persona umana.

L’integrazione (Khaled Fouad Allam) deve cancellare l’uso del termine etnia, che nel nome del rispetto delle diversità “sancisce un’ irrimediabile distanza” tra i soggetti sociali spostandoli all’ indietro nella riaffermazione di credenze, superstizioni, religioni ataviche, con un allontanamento della società nel suo insieme da valori precedentemente condivisi, frutto di un’evoluzione di secoli su cui si è fondato il patto delle società democratiche (Aurelio Mancuso).

La constatazione della non condivisione nella società pluralista di una tavola di valori comuni suscita interrogativi allarmanti. Come gestire il conflitto? Quale spazio al dubbio? Alla tolleranza? Quali aspetti positivi nel relativismo cattolico? E come gestire identità individuali in conflitto con l’identità del gruppo di appartenenza? Paolo Ferrero parla di identità plurale. L’identità soggettiva non può essere appiattita sui caratteri identitari del gruppo di appartenenza. La costruzione di soggettività critiche è il fondamento di una società laica. La nostra società non è laica, piuttosto potrebbe essere definita “diversamente religiosa”: dalle leggi della Chiesa alle leggi del mercato. Si tratta in entrambi i casi di assoluti accettati irrazionalmente…

A Gherardo Colombo il nodo laicità/diritto-diritti. Il percorso storico da lui evocato non lascia margini “L’efficacia delle leggi avviene dopo l’affermazione di una cultura disposta a recepirle”.  La laicità non si realizza con l’affermazione di un’uguaglianza acritica. Ogni diversità va rispettata (anche con forme di mediazione transitorie), nel perseguimento di vie culturali adeguate a creare la consapevolezza del valore dell’affermazione dei diritti umani. Tra questi, il valore della spiritualità che non va confuso con Chiese e religioni.

Lucio Malan, presentatore di una proposta di legge sulla libertà religiosa, si domanda se davvero tutto ciò che ha a che fare con la religione sia retrogrado, e progressista ciò che riguarda la laicità… Sottolinea l’ambito dell’art.8/Cost. relativo alle confessioni religiose.

In conclusione, alla funzione taumaturgica della cultura, la pars construens, sintetizzata da Raffaele Càrcano (UAAR , coordinatore del convegno) nella formula “Che fare?”.  La laicità, dalla vetrina delle enunciazioni alla prova dei luoghi fisici… Un confronto col pubblico, purtroppo non previsto, avrebbe dato concretezza a prospettive di azione, in particolare nella scuola, dove è vivo il conflitto tra le posizioni dell’UAAR in difesa dell’istituzionalizzazione dell’ “Ora alternativa all’Insegnamento della Religione Cattolica”, e quella di altre associazioni laiche.   La scuola è il più importante spazio pubblico in cui si incontrano cittadini di tutte le età e di tutte le condizioni socio-economiche per la formazione critica dei giovani. Additare come obiettivo il conseguimento di un insegnamento curricolare in alternativa all’ IRC significa legittimare la presenza dell’ IRC nella scuola, spegnere ogni forma di reale contestazione, abituare a considerare il privilegio inaccettabile consentito alla religione maggioritaria, benché non più “religione di Stato”, come una sorta di “civile convivenza delle diversità”…

Similmente stupisce l’accanimento con cui l’UAAR persegue con ricorsi su ricorsi la possibilità di essere ammessa a stipulare un’intesa con lo Stato, entrando a far parte della piramide discriminante – peraltro stigmatizzata dalla stessa UAAR – che si fonda su privilegi concordatari estendendone una minima parte a talune confessioni non cattoliche…   Una legge sulla libertà religiosa e di coscienza potrebbe superare la vecchia legge dei “culti ammessi” solo se il regime concordatario e delle conseguenti Intese venisse abrogato. Un cambiamento culturale di dimensioni epocali….

Ma i passi devono essere rivolti inequivocabilmente in quella sola direzione. E la scuola è la prima palestra pubblica per la costruzione di questa consapevolezza.

Antonia Sani

Parliamo questa volta di scuola, diritti, nonché di ingerenze abusive e nostalgiche. Lo facciamo pubblicando un articolo scritto da Maria Mantello, apparso sulla rivista “Micromega”, a proposito della polemica sorta al Liceo Mamiani di Roma per l’inserimento, all’interno del libretto delle giustificazioni, della dicitura “genitore 1” e “genitore 2”, anzichè dei più tradizionali “padre” e “madre”.
Libretto giustificazione assenze
Sono davvero indignati allo storico Liceo Mamiani di Roma per il caso che si è voluto strumentalmente creare su quella dicitura “genitore 1 e genitore 2” che compare sul libretto delle giustificazioni degli studenti. E che una rinnovata santa alleanza intìma alla Preside di sostituire con “padre” e “madre”.La Costituzione repubblicana, come sappiamo, parla di famiglia e di genitori, e questo concetto democratico della responsabilità genitoriale viene finalmente applicato con l’entrata in vigore nel 1975 del nuovo diritto di famiglia, che spazza via i residui fascisti della patria potestà declamata dal codice Rocco.
Quindi il fatto che su dei libretti di giustificazione ci sia lo spazio per le firme dei genitori (a qualunque titolo tali siano) è del tutto legittimo.Per ribadire questo e respingere le intimidazioni, dirigenza, docenti, studenti, genitori, personale ausiliario, tecnico e di segreteria, hanno sottoscritto un documento.

Come tante altre volte le componenti del Mamiani sono unite nel rivendicare con orgoglio la tradizione progressista del liceo e con essa il valore della scuola pubblica, anche stavolta hanno voluto esprimere unitariamente la loro indignazione per un attacco tanto ridicolo quanto pericolosamente pretestuoso.

Il telefono della Preside squilla in continuazione. Tutti la vogliono intervistare e lei ribadisce con la sua voce pacata «il valore plurale della scuola pubblica in quel ruolo di accoglienza umana sociale culturale. La scuola dell’inclusione, dove ognuno è diverso e uguale».

La famiglia si è evoluta, è un dato! Ed è molto di più della stereotipia dei ruoli a cui i nostalgici degli arcaismi sessisti vorrebbero rinserrare l’universo mondo.

Al Mamiani lo sanno e sono offesi per l’attacco minaccioso di Alemanno alla Preside nella pretesa di veder stampigliate al posto di genitori, le parole madre e padre. Come se si trattasse di un atto di registrazione anagrafica e non di un documento interno alla scuola che riconosce appunto «l’azione genitoriale – precisa la Preside – anche delle tante nuove famiglie allargate, frutto di nuove unioni, e che al Mamiani sono una realtà almeno per la metà dei nostri studenti».

«Nelle scuole italiane – si legge nel documento del liceo – il termine genitore è diventato prassi dal 1975. Il nostro Liceo, che è molto attento alla legalità, non poteva contraddirla. Tanto che l’edizione vigente dei libretti scolastici di giustificazione non è certo una novità editoriale di oggi, ma esiste nel nostro Liceo da diversi anni. E ci stupisce davvero che alcuni zelanti tutori della “sacra” famiglia se ne siano accorti solo ora».
Ma evidentemente, la “sacra” famiglia può passare anche per un libretto di giustificazione.

É scesa in campo finanche la Cei col suo quotidiano Avvenire che scorge nella mancanza delle parole padre e madre una “picconata al mattone fondamentale dell’edificio sociale”.
Ovvero quella famiglia che l’ex Sindaco di Roma vede in funzione esclusivamente procreativa, proiettando sulla Costituzione il suo catechismo: «Ricordo infatti a tutti i più illuminati progressisti – ha detto Alemanno – che in genere si atteggiano a grandi difensori della Costituzione della Repubblica italiana, che la nostra Carta fondativa parla esplicitamente di famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna finalizzata alla procreazione».

Dove abbia letto questo in Costituzione, resta davvero un mistero della fede! Intanto però chiede l’intervento degli uffici territoriali del Miur affinché intervengano. E Storace, per non essere da meno, ha presentato una interrogazione alla Regione Lazio.

Quanto zelo! Troppo e simultaneo. Ed è proprio questo che disturba e insospettisce al Mamiani. Nel documento già più volte citato infatti si legge: «lo zelo è talmente tanto da farci sospettare una ben orchestrata campagna aggressiva, che in poche ore ha mobilitato finanche un organo solitamente prudente quale quello della Cei, l’”Avvenire”. Ci domandiamo allora se questo attacco concentrico non sia mirato a denigrare la Scuola Statale colpendo lo storico liceo della Capitale, il quale fa dell’educazione alla critica la propria via maestra costituzionale».

Maria Mantello

Profumo e la religione a scuola

Autore: liberospirito 8 Nov 2012, Comments (0)

Sempre in materia di scuola e religione è apparso qualche giorno fa un breve ma significativo contributo di Filippo Gentiloni sul “Manifesto”. Di questa annosa questione si è occupato più volte il nostro blog (per i curiosi e gli interessati vedere la categoria “scuola e religione” fra quelle poste sul fianco destro di questa pagina). Ci sembra cosa buona e giusta aggiungere anche questo tassello; non aggiunge nulla di nuovo, probabilmente, illustra bene però come non vi sia – allo stato attuale delle cose – volontà alcuna per arrivare a una soluzione decente e il più possibile condivisa.

Ha fatto scalpore la presa di posizione del ministro Profumo, titolare del ministero dell’Istruzione, a proposito della lezione di religione cattolica nella scuola pubblica. Per la prima volta un esponente della politica scolastica critica l’insegnamento confessionale nella scuola italiana sulla base della constatazione che la società si è modificata profondamente con l’arrivo di molti stranieri portatori di culture e fedi diverse da quella cattolica. Profumo si è pronunciato a favore di un eventuale insegnamento di storia delle religioni. Una novità che certamente non sarebbe gradita dalla gerarchia cattolica che non ha mai voluto mettere in discussione l’insegnamento confessionale della religione nella scuola, anche dichiarando che non si tratta di una «catechesi» e che gli studenti possono rifiutarlo. Non è però chiaro che cosa questi dovrebbero fare se rifiutassero l’ora di religione cattolica.
Si tratta di una questione di rilevanza fondamentale nel rapporto stato-chiesa e di una questione da cui dipende inevitabilmente la laicità dello stato e della società italiana. Tutte le proposte finora avanzate per risolverla, sono state sempre contestate e respinte, anche quelle firmate dai protestanti italiani. In questo contesto la chiesa cattolica non intende minimamente rinunciare ad un monopolio che le sembra assolutamente necessario al mantenimento della sua posizione. Anche se è indubbio che nel paese cresce rapidamente la incultura religiosa, che non ha molto a che vedere con la laicità. D’altronde non si può continuare a dimenticare la questione della religione cattolica nella scuola, come se non si trattasse di una questione essenziale per la laicità. Non si tratterà certamente di un processo rapido e indolore, ma la convergenza di quello che avviene in altri paesi anche a maggioranza cattolica, lo rende inevitabile.
Intanto nel mondo protestante italiano è nata un’associazione detta «31 ottobre», per una scuola laica e pluralista.

www.ilmanifesto.it

Scuola, religione e interculturalità

Autore: liberospirito 3 Ott 2012, Comments (0)

Il primo intervento (un post, per adoperare il linguaggio del settore) su questo blog – risalente al luglio 2010 – verteva sull’annoso dibattito sull’ora di religione a scuola. Dibattitto annoso, appunto, sfinente addirittura. A riprova di ciò vi sono le dichiarazioni da parte cattolica in merito all’opinione espressa dall’attuale ministro dell’istruzione sulla necessità di rivedere l’insegnamento della religione a scuola, alla luce dei mutamenti sociali e culturali in corso. Un commento condivisibile sull’argomento è stato quello di Paolo Mottana, apparso sul quotidiano “Il manifesto”, ieri, martedì 2 ottobre. Lo riproduciamo volentieri.

Niente Profumo di sacrestia

Per una volta il ministro Profumo, che si è rivelato insolitamente attento ai mutamenti sociali degli ultimi decenni, si è lasciato sfuggire una cosa sensata, l’idea di abolire, o meglio di trasformare l’ora di religione a scuola in un’occasione di riflessione interculturale sulle religioni o addirittura in un tempo dedicato all’etica. Immediatamente le sirene cattoliche, sempre all’erta, si sono fatte sentire. In questo paese notoriamente fondamentalista, affermare che è venuta l’ora (questa sì) di finirla con la necessità di proporre la religione cattolica come un contenuto dell’insegnamento pubblico, suona sempre come una bestemmia meritevole di fatwa. Dopo le risposte seccate di monsignor Ravasi e dei numerosi politici, da Lupi alla Binetti, Giuseppe Della Torre, che firma l’articolo sull’Avvenire, non riesce a trattenersi dal formulare le solite giaculatorie intorno all’identità cattolica del popolo italico. Non manca il riferimento alla fatidica sentenza crociana sul «non possiamo non dirci cattolici» (sempre poco approfondita), e infine lo sproloquio sul fatto che, in assenza di una preparazione adeguata in merito alla religione cattolica, i giovani rischiano di non essere in grado di «intendere appieno le sue (dell’Italia) bellezze artistiche» (per via, spiego a chi provasse un moto di legittimo stupore, che le nostre chiese e i nostri musei sono ricchi di opere d’arte che hanno come fonte quella teologia e i suoi manuali). Insomma, l’ora di religione al posto dell’ora di storia dell’arte. Potrebbe essere un’ipotesi interessante, specie dal momento che le ore di storia dell’arte e di cultura artistica paiono sempre più erose nel piano industriale di riforma delle scuole e delle università.
Ahimè, quanto tempo occorrerà per superare il destino già drammatico che ci ha fatto italici, con tutti i difetti che dobbiamo scontare a prescindere, e poi, per giunta, cattolici fino al midollo?
Sottoscriviamo dunque per una volta l’uscita ministeriale, con qualche raccomandazione. Non credo che a scuola ci si debba sbarazzare della religione, ma dei religiosi, dei preti e delle suore, anche quando travestiti da laici, che si insinuano da sempre nei luoghi dell’educazione, siano essi cattolici o islamici, ebrei o induisti. A scuola si deve insegnare la religione sì ma con lo sguardo dell’antropologo, dello storico delle religioni, del mitologo, del filosofo, come peraltro in molte sperimentazioni già si fa (al Liceo Virgilio di Milano, a quello Valdese di Torre Pellice e in altri istituti). Che si restituisca alla religione il suo grande valore culturale, inoppugnabile ma a partire da una sua riconduzione nell’alveo della grande tradizione di riflessione che la cultura moderna è in grado di offrire. La musica sacra, di ogni latitudine, i testi sacri e mistici, di ogni provenienza, il sermo mithicus, devono entrare nella scuola ma non i suoi sacerdoti in funzione evangelizzatrice, di cui francamente un’esperienza come quella scolastica, in uno stato sedicente laico, deve solo disfarsi. In ore dedicate alla cultura religiosa, alla sua storia, ai suoi riti, si potrebbe pensare piuttosto di farli intervenire ma in quanto testimoni delle diverse credenze. Non più ammaestratori dell’unica fede quanto esponenti di diversi punti di vista intorno alle domande di fondo che assillano da sempre l’uomo, accanto a filosofi e maestri di discipline spirituali. In secondo luogo, in un’auspicabile osmosi con il mondo esterno, sarebbe opportuno organizzare non più solo le visite ai templi e alle opere in essi conservate, ma l’esplorazione e il contatto con i rituali, che vi si assista, laddove possibile, ma sempre
nell’intento di approfondire, di confrontare, di riflettere criticamente intorno ad una dimensione vitale non certo facilmente rimuovibile.
Ovviamente tutto questo appare assai improbabile. C’è il Concordato, ci sono migliaia di insegnanti dallo statuto incerto, statali ma approvati dalla Curia, che si troverebbero improvvisamente senza collocazione. C’è una campagna elettorale già in corso. Tutto ciò rema contro quella che si rivelerà forse solo una boutade poco meditata. Inoltre, i mutamenti profondi intervenuti nella nostra società richiederebbero provvedimenti radicali nei confronti della scuola, ben più di quelli che possono avere di mira l’ora di religione o quella di geografia.
Eppure, eppure sarebbe un piccolo ma significativo sollievo vedere uscire i preti dalla scuola, farla finita con l’imperialismo cattolico nell’educazione (e dei finanziamenti alle loro scuole) e, per contro, aprire le porte ad una formazione ampia e plenaria che renda conto, oltre che dei miti e delle tradizioni profonde, anche della grande cultura religiosa diffusa nel mondo in senso sincronico e diacronico, delle sue forme, dei suoi linguaggi, assecondando quell’impeto necessario all’interculturalità che informa, almeno a parole, da qualche tempo, le migliori intenzioni dei nostri riformatori.

Paolo Mottana

L’ora di religione

Autore: liberospirito 20 Lug 2010, Comments (0)

L’ora di religione è il titolo di un film di Marco Bellocchio, decisamente fra i meno riusciti del regista piacentino, anche se gli valse il premio della giuria ecumenica al festival di Cannes del 2002. Ma non è di cinema che intendo parlare, bensì della nostra prosaica realtà.

Mesi fa il viceministro Adolfo Urso (PdL, di area finiana) propose di istituire l’ora di religione islamica a scuola. Il  vicepresidente della comunità religiosa islamica italiana, l’imam Yahya Pallavicini, ha salutato in modo positivo la proposta. Pare che anche D’Alema si sia dichiarato favorevole. Da coerente e pervicace leghista si è invece dichiarato fermamente contrario Luca Zaia – attuale governatore della Regione Veneto – il quale ha rilanciato la proposta dell’ora di religione cattolica obbligatoria per gli studenti islamici: “Serve a far capire a loro perché noi siamo così”, ha spiegato. Di parere negativo pure Mario Baccini (cristiano ex UDC, ora PdL): “La proposta Urso non merita nemmeno considerazione: bisogna prima parlare del sano principio di reciprocità tra Paesi: dove c’é una moschea ci dev’essere una chiesa”, ha affermato. (Ma l’on. Baccini, da avveduto cristiano, non dovrebbe ricordarsi che qualcuno una volta ha detto: “A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica”?).

Più recente è invece la sentenza del Consiglio di Stato nella quale è stato espresso parere favorevole al fatto che l’insegnamento della religione cattolica contribuisca alla determinazione del credito scolastico, con l’ovvia conseguenza che coloro che non seguono l’ora di religione non potranno usufruire di tale credito. Il ministro dell’Istruzione Gelmini ha esultato, in quanto i giudici amministrativi hanno ribaltato una precedente sentenza del Tar del Lazio che l’anno scorso bloccò le ordinanze emanate dall’ex ministro Giuseppe Fioroni (PD), nelle quali si affermava appunto che anche l’insegnamento della religione cattolica avrebbe contribuito alla dote in punti che i ragazzi raccolgono nell’ultimo triennio in vista della maturità (rimane vivo il sospetto che tale ordinanza sia un escamotage per frenare l’emorragia di studenti da queste lezioni).

Si ha le netta sensazione che tutto ciò abbia molto a che fare con i maneggi politici (il cui profilo può apparire alto o basso, secondo i gusti) per ingraziarsi la CEI e poco o nulla con la religione. Ricordiamo che la questione dell’insegnamento della religione cattolica si è creata nel nostro Paese col concordato fascista del ’29. Da allora, si è andata configurando una categoria particolarissima di docenti designati dalla Chiesa cattolica, ma stipendiati dallo Stato. Questa situazione, rimasta invariata con l’avvento della repubblica, è stata ribadita nel 1984 in occasione della revisione del concordato dall’allora capo del governo Bettino Craxi.

Oggi c’è l’ora di religione cattolica per i cattolici e domani magari quella islamica per gli islamici; e cosa diranno a questo punto gli ebrei, i testimoni di Geova, i buddhisti, i new agers? Chiudo con una modesta proposta: se è vero, come è vero, che ci stiamo incamminando verso una società interculturale e interreligiosa, non sarebbe più sensato, anziché perseverare in una lottizzazione dell’istruzione religiosa da parte delle varie confessioni, pensare a uno studio del sentimento e dell’esperienza religiosa (come nasce e come si sviluppa) rivolto a tutti, credenti e praticanti di questa o quella religione, così come ai non credenti, agli atei, agli agnostici e ai perplessi, con insegnanti regolarmente reclutati come nelle altre discipline?

Scriblerus