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Categorie: presentazione

“L’amore è sempre sacramento di Dio”

Autore: liberospirito 10 Feb 2016, Comments (0)

I media, anche per la questione delle unioni civili e del riconoscimento dei diritti gay, si perdono (e non possono fare altrimenti) dietro alle chiacchiere dei politicanti di turno, interessati al tornaconto e alla sopravvivenza del proprio schieramento (oramai è pratica comune ricorrere ai sondaggi prima di rendere pubblica una qualche decisione). Ogni tanto – raramente – viene dato spazio a qualche voce eccentrica rispetto al coro dilagante. E’ il caso di questa bella intervista a Teresa Forcades, monaca benedettina catalana, che senza giri di parole prende posizione su questi temi. L’intervista, a cura di Geraldine Schwarz, è apparsa su “La Repubblica” di ieri.

teresa forcades

Cosa pensa delle unioni civili e dei matrimoni omosex, possono essere considerati come un sacramento, possono funzionare agli occhi di Dio e della società?
Un sacramento è la manifestazione dell’amore di Dio nello spazio e nel tempo. L’amore è sempre sacramento di Dio se rispetta la libertà dell’altro. L’amore possessivo, al contrario, anche se è tra un uomo e una donna, può non essere sacramentale nel significato profondo del termine.
Bambini “adottati” da una famiglia omosex, con due padri o con due madri, crede che possano crescere in modo sano?
Sí, assolutamente. Quello di cui i bambini hanno bisogno è di un amore adulto, maturo e responsabile da genitori che antepongano le loro necessità alle proprie e che sappiano nello stesso tempo porre loro dei giusti limiti e aiutarli a crescere. Il fatto di crescere con due donne o con due uomini non rappresenta nessun problema. Nel medioevo molti bambini crescevano in Monastero solo con donne o solo con uomini e molti di essi sono diventati santi.
Cosa pensa della maternità surrogata?
Il graduale accumulo di ricchezza nelle mani di pochi è lo scandalo del nostro secolo. La maternità surrogata è un abuso di potere in un mondo economicamente sbilanciato come quello attuale nel quale viviamo. Mette sempre più spesso donne povere nelle condizioni di scegliere se commercializzare e vendere la propria maternità o condannare se stesse e i loro figli alla miseria. E’ estremamente crudele, come lo è anche quando le donne devono emigrare e abbandonare la famiglia per guadagnare un minimo stipendio per sopravvivere o finiscono nella rete della prostituzione per la stessa ragione. Secondo l’ultimo rapporto della confederazione di studio di Oaxfam International, l’1% della popolazione mondiale possiede più ricchezza del restante 99%. A parte lo sfruttamento economico, rifiuto la maternità surrogata per ragioni etiche: la psiche di una persona comincia costituirsi durante la gravidanza attraverso la percezione della voce e gli effetti degli ormoni materni che circolano nei tessuti fetali e che si accordano alla  voce e dallo stato d’animo della madre. Quindi, la separazione dalla madre biologica è sempre traumatica per il bambino e deve evitarsi per quanto possibile.
Cosa pensa della posizione del Vaticano sui temi dei diritti civili e temi bioetici?
La dottrina della Chiesa difende la dignità della persona e rifiuta la sua strumentalizzazione però in alcuni casi come nell’aborto, o per l’eutanasia, il principio di autodeterminazione della persona che è un principio riconosciuto e difeso dalla Chiesa, si scontra con la difesa della vita e con il riconoscimento della vita come dono di Dio. Io credo che la chiesa debba continuare a difendere la vita come un dono del quale non si può disporre a proprio piacimento. Ma credo che la maniera migliore di farlo non sia promuovere leggi che criminalizzano le donne che interrompono la gravidanza. Non si può salvare la vita del feto senza mettere sotto accusa i diritti della madre. Allora è necessario chiedersi se vogliamo che uno Stato forzi una donna a scegliere per il bambino. In questo caso, solo in questo caso, io propendo per la madre. Io credo che non si possano strumentalizzare le persone: non si può fare della madre uno strumento per la vita del bambino ma allo stesso tempo, e questo vale per la pratica della surrogazione, non si può neanche fare del bambino uno strumento del desiderio.
Si sente rivoluzionaria e femminista come la definiscono alcuni? in che senso?
Mi sento una rivoluzionaria pacifica. Mi sento femminista perché voglio riconoscere il lavoro delle prime donne, pioniere del femminismo che si chiamarono così mentre lottavano per il diritto a entrare all’università, al voto, a essere governanti nella società o a detenere i massimi incarichi nella chiesa o nella religione. Sono contro la violenza e non la considero utile a cambiare la società però sono rivoluzionaria perché credo che la nostra società non si debba riformare ma debba proprio cambiare radicalmente. Per esempio difendo il diritto alla proprietà ma non sono d’accordo quando vuole essere un valore assoluto. In questo sono contro i principi capitalistici.
Ha intrapreso molte battaglie, c’è qualcuno che ha cercato di farla restare in silenzio? Quali sono le critiche che le vengono rivolte e se ha subito resistenze, da parte di quali ambienti?
Mi hanno censurato, cancellato conferenze sia in ambito medico che politico che religioso. Per la medicina, per le mie critiche contro le industrie farmaceutiche. Per la politica, per le mie critiche alla politica del governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese. In ambito religioso, perché difendo le unioni omosessuali e per il mio femminismo. L’ultimo episodio quando dovevo andare in Israele per una conferenza e non mi hanno fatto entrare nel paese, mi hanno rimandata indietro.
Come vive questo suo doppio ruolo di impegno civile e preghiera?
Continuo a studiare e a scrivere e resto in solitudine, la preghiera mi dà forza e permette che io possa lottare senza acredine con il cuore aperto. Al monastero, dove a volte ritorno per qualche giorno, l’orario ufficiale è di cinque ore di preghiera e sei di lavoro. Fuori dal monastero l’attività è molto più intensa e sono fortunata se riesco a raggiungere un’ora di preghiera al giorno.
Quali sono oggi per lei gli ostacoli sul cammino delle donne nella Chiesa?
L’ostacolo maggiore è l’interiorizzazione di una coscienza che dice che le donne devono avere un ruolo secondario rispetto a quello degli uomini e che Dio desidera così.
Ha mai incontrato papa Francesco? 
No, ma mi piacerebbe.
Come ha deciso di diventare suora di clausura?
Sono andata al monastero come ospite. Stavo cercando un luogo per studiare e ho sentito una chiamata interiore. Dopo due anni sono entrata.
A giugno scadrà questo suo primo anno di pausa, ha deciso se continuerà a stare “fuori” o tornerà “dentro” in clausura?
Dipende se sarà ancora necessario avere qualche tipo di impegno con la politica. Fino a quando farò attività politica e per un massimo di tre anni vivrò fuori dal monastero ma può anche essere che tra pochi mesi tornerò a vivere dentro. Questo dipende da come si svilupperà la situazione politica in Catalogna dove mi batto per l’indipendenza.
Ha un padre spirituale? 
Più di uno e anche più di una madre. Mi sembra molto importante l’accompagnamento nella vita spirituale. Però è fondamentale anche saper accettare la responsabilità ultima del proprio cammino.

“La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”. Questo motto – proveniente, a quanto pare, dagli ambienti anarchici francesi dell’Ottocento – ben sottolinea come l’ironia da sempre sia un’arma affilata contro il potere. Contro tutti i poteri, anche quelli più sanguinari. A seguire un articolo (l’originale è in tedesco) apparso da poco sul sito di “Micromega” che mostra come il clichè, molto diffuso, secondo cui i musulmani non avrebbero senso dell’umorismo (e di conseguenza la satira sarebbe loro estranea) sia un luogo comune da smontare. Dedichiamo questo testo a Wolinski e agli altri disegnatori di “Charlie Hebdo” , morti sotto la furia omicida dell’intolleranza religiosa.

satira musulmana

Terroristi, combattenti, jihadisti: per Osama Hajjaj i sostenitori del cosiddetto Stato islamico (Is) non sono niente di tutto ciò. Per il vignettista giordano gli appartenenti al gruppo terroristico che hanno ingaggiato una battaglia sia reale sia virtuale per l’autoproclamato califfo Abu Bakr Al-Baghdadi, sono semplicemente dei “vigliacchi”. Una parola che esprime tutto il suo disprezzo. Per la furia distruttrice dell’Is, per la sua appropriazione dei simboli islamici e per la sua brutalità.

Ma Hajjaj, 41 anni, non sarebbe quello che è se si occupasse dell’Is solo a parole: l’Is è un oggetto costante delle sue vignette. “Voglio smascherare questa gente e chiarire che l’Is non rappresenta l’islam”, spiega.

Per farlo egli ricorre a immagini semplici ma allo stesso tempo molto efficaci: in una cinque ostaggi sono in ginocchio con il capo chino davanti a militanti dell’Is intabarrati nei loro vestiti neri. Quattro di loro tengono un coltello in mano, uno legge un testo. È lo scenario ormai in qualche modo cinicamente “classico” dei video delle esecuzioni, che l’Is pubblica instancabilmente. Nella vignetta però i corpi degli ostaggi compongono la parola “islam” in arabo. Quel che in questa vignetta Hajjaj mette in evidenza non è solo l’appropriazione della religione, ma anche le vittime musulmane dell’Is, che molto spesso i mass media non prendono in considerazione. Islam non significa terrore

Con immagini come questa Hajjaj intende mostrare ai musulmani e ai potenziali simpatizzanti dell’Is, ma anche all’opinione pubblica non musulmana, che l’organizzazione terroristica non è sinonimo di religione islamica. E tuttavia nella sua patria, la Giordania, Hajjaj con queste vignette non si fa solo degli amici, anche se, come racconta lui stesso, dopo il brutale assassinio del pilota giordano Mouath al-Kasasbeh dal popolo si è levato pubblicamente un urlo improvviso. “Ma purtroppo”, continua, “ci sono anche qui persone che, direttamente o indirettamente, sostengono l’Is perché sono convinti che la loro ideologia rappresenti il vero islam”.

Hajjaj continua a ricevere minacce di morte, ma non si fa intimidire: “La libertà di espressione è un diritto umano. Impedire che le persone utilizzino questo diritto è l’apice della barbarie”. Testardamente Hajjaj pubblica vignette su Facebook quasi ogni giorno: “Uso i social network per raggiungere quante più persone possibile e indurle, in modo divertente e sarcastico, a occuparsi di questioni politiche e sociali”.

L’ironia come ultima arma contro il terrore dell’Is? Il vignettista egiziano Hicham Rahma la usa in maniera del tutto intenzionale: una delle sue vignette mostra due militanti dell’Is che mangiano un’anguria. Arriva un terzo e scambia i due pezzi di anguria in bocca ai suoi compagni per dei sorrisi, e pensa che si siano convertiti alla miscredenza. Per cui non indugia oltre, e spara.

“Questi fondamentalisti”, spiega Rahma, “hanno bisogno di regole e divieti per qualunque cosa. Con la risata e l’umorismo non ci sanno proprio fare. Come il suo collega giordano Hajjaj, anche Rahma, 32 anni, considera la libertà di espressione un diritto umano fondamentale, e anche lui usa la Rete come piattaforma.

Se in Rete così come anche sui media arabi si guarda al di là delle notizie dell’orrore proclamate dai titoli, si trovano non solo vignette sull’Is: canali televisivi iracheni, libanesi e palestinesi trasmettono dei video satirici sul gruppo terroristico, su Twitter vengono diffusi perfidi collage su Abu Bakr al-Baghdadi. L’autoproclamato califfo la scorsa estate ha attirato su di sé lo scherno di molti musulmani nel mondo arabo, quando durante il suo “discorso di insediamento” dalla manica della sua modesta veste sbucava un orologio luccicante. La risposta si chiama satira

All’offensiva mediatica dell’Is, che si concretizza soprattutto con film e video prodotti in maniera professionale, giovani arabi e arabe rispondono con una satira incisiva, anch’essa in in forma di video. Tra gli esempi migliori spicca “The Prince”, realizzato a Gaziantep, città turca al confine con la Siria. Si vede Abu Bakr al-Baghdadi seduto in macchina sul ciglio di una strada mentre smanetta con lo smartphone. Flirta su Whatsapp con una miscredente, mentre sorseggia un bicchiere di vino e ascolta musica pop araba alla radio.

All’improvviso salta fuori un combattente marocchino e al-Baghdadi gira subito la radio su una frequenza che trasmette canzoni religiose sui martiri, mette via il bicchiere di vino e ne prende uno di latte e nasconde lo smartphone. Il marocchino dice euforico di voler andare a Gerusalemme e in paradiso. “Lì troverai ragazze bianche, bionde, verdi e nere”, gli dice il califfo mentre gli stringe una cintura-bomba. Non appena l’attentatore si allontana e si sente la bomba esplodere, le canzoni religiose e il latte vengono di nuovo sostituiti da musica pop e vino.

Quattro giovani rifugiati siriani si celano dietro questo video, che ha portato loro non solo minacce, costringendoli a cambiare domicilio, ma anche molta visibilità tanto che hanno aperto un proprio sito web e un canale YouTube pieno di parodie.

Anche Anas Marwah, siriano che studia in Canada a Ottawa, e i suoi colleghi palestinesi Maher Barghouthi e Nader Kawash sono attivi su Youtube. Nel video “Weekly show” mettono in scena uno spot del nuovo “iPhone ISIS 9 Air”, il cui diario facilita l’annotazione delle vittime, su cui è preinstallato il manuale dell’Is con consigli sulle armi e che rende la localizzazione dei miscredenti più facile che mai. Tutto in stile Apple. I video di Marwah e dei suoi colleghi, pubblicati in inglese e arabo, hanno ottenuto più di 20mila visualizzazioni.

Un pubblico simile ha anche il Panarabian Enquirer, il corrispondente mediorientale della rivista satirica Der Postillion. Gli autori non si fermano di fronte a nessun tabù pur di ridicolizzare gli attivisti dell’Is: un capo dell’Is di nome Al Kufari (“il miscredente”) riferisce in una finta conferenza stampa che l’uccisione degli omosessuali è dovuta al fatto che la bellezza dei loro corpi stimola in lui pensieri peccaminosi. Per riprendersi dalla guerra contro l’immoralità che ha condotto in vari paesi empi adesso deve frequentare ogni giorno una sala massaggi per soli uomini.

L’Is come caricatura di se stessa: un fenomeno casuale, dovuto solo alle possibilità tecnologiche e alle dinamiche innescate dai social network? Non solo. L’incessante flusso di vignette, video e satira mostra anche che per molti musulmani la misura è colma e si difendono così contro la hybris dell’Is e la sua appropriazione dei loro valori e simboli. “La satira è l’ironia che ha perso la pazienza”, diceva già Kurt Tucholsky. E anche Osama Hajjaj non vede nessuna ragione per avere pazienza. Continuerà a fare satira sul gruppo terroristico. Per lui è chiaro: “L’Is non ha nessuna dignità”.

Katharina Pfannkuch

L’essere umano è – ci dicono gli acculturati –  homo loquens, cioè animale di linguaggio. Cosa significhi ciò non è possibile dirlo nello spazio di un post, mancano le parole, letteralmente. Qui ci interessano alcune parzialissime osservazioni in merito a certe modifiche in atto nell’uso di alcuni termini, poco più di una manciata di parole. A ben vedere, sono questioni non sono linguistiche, ma anche civili, politiche e altro ancora. Questo è il discorso del testo sottostante di Lidia Menapace, apparso su www.italialaica.it.

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I qualificativi elencati nel titolo possono servire per rendere i nostri discorsi meno approssimativi, vaghi, noiosi, allusivi, ambigui  di quanto non siano diventati, non per scelta, bensì per passivizzazione. Infatti approssimazione allusività ambiguità non sono sempre per sè negativamente connotati, ma perchè possano esprimere un senso positivo bisogna che vengano usati con criterio, spirito critico, avvertenze d’uso, conoscenza del loro etimo, ironia ecc.

Arrivata a questo punto mi accorgo che a chi legge potrà capitare  di chiedersi: “Ma cosa viene in mente alla Menapace di mettersi a spiegare le parole?”: si figura di essere ancora una profe in servizio, portiamo pazienza”. Portate pure pazienza, ma  so bene di essere in pensione da mo’ e invece spiego, perchè quando si é in una fase di confusione, é buona pratica registrare, mettere a punto il linguaggio: e non c’è sicuro bisogno di dimostrare che siamo nella confusione.
Comincio: ‘piccolo’, aggettivo che non ha bisogno di spiegazioni: mi capita spesso di osservare che l’Italia non è (ancora) un paese vinto, perchè andando in giro si incontrano molte iniziative, magari piccole o piccolissime, organizzate, pensate, agite e che raggiungono il fine cui erano destinate;  ad esse bisognerebbe ispirarsi; anzi farle conoscere e metterle in relazione è un vero lavoro politico oggi importante, forse decisivo. Con ciò non accetto una generalizzazione “ideologica” che dice : “Piccolo é bello”. Se si continua a considerarlo bello, non perchè è bello, ma perchè è piccolo, si cade nel minoritarismo ecc. Così ho anche potuto  far capire che cosa vuol dire “ideologia come falsa coscienza”, l’accezione di ideologia che Gramsci rifiuta. Osservo però che ormai ideologia è diventata una parolaccia e non la si può più usare. Ho provato per un po’ a dire: dico ideologia nel senso di  Weltanschauung” e per un po’ azzitivo, perchè davanti a una parola lunga e in tedesco, si deve far finta di sapere che cosa vuol dire, ma alla fine ideologia è uscita dall’uso, non potendo avere un significato  positivo immediatamente comprensibile senza ulteriore specificazione . Infatti la lingua è un organismo vivente ed economico; fino a che è viva inventa parole per cose nuove (avvocata, ministra, ecc); se incomincia a non dire nemmeno più “legge sul lavoro”, ma “jobact” persino nei testi uffficiali, vuol dire che incomincia a morire rispetto all’inglese, lingua dei padroni del mondo.
Quanto a “grande”, che non voglia dire lo stesso che “grosso” è una delle prime differenze che si imparano fin da piccoli/e.
Ma a proposito, che significa “i/e”? E veniamo, del tutto spontaneamente al linguaggo detto tecnicamente “inclusivo”.
Con questa locuzione si indica una abitudine linguistica da scegliere e perseguire, se si vuole che nel linguaggio entri la considerazione dell’esistenza -nella specie umana- di due generi.
So bene che ci  sono uomini che dicono: “Lo so che siamo uguali, per questo dico “uomo” intendendo anche “donna”. Di solito replico: va bene, se siamo  uguali io dirò “donna” intendendo anche “uomo” e si vede che non siamo uguali e che la vecchia regola grammaticale, che ha vinto i secoli, resta col suo significato iniziale. Infatti la citata regola più stabile del più solenne dogma dice: in italiano nelle concordanze prevale (!) il maschile (e fin qui si studia ancora pari pari): ma la regola continuava, secondo la definizione iniziale dettata dai grammatici: “prevale il maschile come genere più nobile”: perciò se accetto di essere chiamata uomo, vuol dire che penso che il genere femminile sia  un po’ ignobile, tanto è vero che si suol dire che una donna quando è brava, è più brava di un uomo, dunque è una eccezione, che conferma la regola.
Davvero “le parole sono pietre”
Di recente, forse ad appoggiare noi femministe cultrici del linguaggio inclusivo, le NU sono venute fuori a dire che le donne sono stabilmente la maggioranza della popolazione sul pianeta e in ogni paese che lo compone, sicché -si potrebbe continuare- chi dice o pensa o spera di essere in un regime politico di democrazia rappresentativa, sappia che non dice il vero, considerati i generi. Inoltre sempre le NU dicono che le donne -stabile maggioranza- occupano ovunque  i livelli più bassi e sono ovunque sottorappresentate. Perciò chi intende vivere in una democazia rappresentativa, si dia da fare affinché almeno la  facilissima regola del linguaggio inclusivo venga rispettata.
A regola anche ‘internazionale’ indica un uso un po’ arretrato, sarebbe meglio dire sovranazionale, trasnazionale: diamoci da fare, prima  che a furia di rispettare il nazionale conservandolo indenne in tutte le accezioni date, non ci dovesse capitare di riaprire vecchie questioni, riassumibili nel detto: tutto ciò che é lodevole nei linguaggio politico, diventa negativo se  gli si appiccica il prefisso:”nazionale”: da nazione nazionalismo; da nazionalità identità nazionale, insomma non c’è che da sfogliare termini fascisti o nazisti per vedere controprovato l’infausto influsso del suffisso o prefisso ‘nazionale’ a cominciare da nazismo, cioè nazionalsocialismo. Così il liberalnazionale è un peggiorativo del liberale , e il comunismo in un paese solo diventa quell’orrore che è il nazionalcomunismo in URSS.
Ma per tornare al linguaggio inclusivo, devo ancora dire che una semplice copia del maschile grammaticalmente femminilizzato non è assunzione della differenza tra i generi; noi femministe chiamiamo o chiamavamo (quando essendo all’inizio eravamo più aspre) emancipazione delle scimmiette quella che più correttamente si dice ‘emancipazione imitativa’ e che si conclude nel fatto che uomini più o meno illuminati scelgono donne da mettere in posizioni anche eminenti (come le ministre) purchè siano obbedienti e decorative.  Dalla consapevolezza che i generi sono due (almeno biologicamente) si arriva a definire la differenza come il termine corretto per esprimerle. E la differenza consente di govenare in parità nella differenza.
Adesso affronto il termine “beni comuni”, che non è propriamente quella splendida novità che vien spacciata, poiché la inventò Aristotele buonanima;  poi fu accolta da Tomaso d’Aquino, egli pure non proprio moderno: ma fu molto importante, dopo che gli Arabi ebbero tradotto Aristotele in latino e ne favorirono la diffusione nell’Occidente cristiano, che parlava latino. Importante perchè essendo il fine dello stato o comunque dell’organizzazione politica quello di  far esistere il bene, Aristotele  afferma che esso non è quel che ciascuno ha, bensì lo si raggiunge distribuendo comunemente ciò che è bene, ricchezza potere beni.  E che certi beni detti comuni sono in fin dei conti una specie di diritto originario: beni comuni in questa accezione sono l’aria l’acqua e la terra che dunque non possono essere totalmente appropriati privatamente.  Da ciò deriva il diritto  politico a pubblicizzare l’acqua.
Marx va più avanti, forse ispirandosi alla Bibbia che credo fosse  un fondamento anche inconsapevole della sua cultura, dato che era ebreo, sia pure non praticante e scolasticamente di cultura cristiana. Marx parla non  solo di beni comuni, bensì anche di beni e di valori d’uso. C’è anche dunque ciò che sfugge del tutto alla proprietà anche pubblica: l’aria, l’acqua e la terra. Molto significativa la faccenda della terra. Secondo la Scrittura la terra é di Dio, cioè -sullaterra-  di nessuno, è data in usufrutto agli umani e umane; deve essere lavorata senza sfruttarla troppo e perciò lasciata  riposare un anno ogni sette (anno sabbatico) e ogni sette anni sabbatici, cioè ogni 50 anni va redistribuita tutta quanta in uso a chi la lavora (Giubileo).
Sembrerà strano ma questa norma così avanzata non passa nel cristianesimo, che adotta invece la dottrina giuridica romana fino ad affermare  che la proprietà privata è un diritto naturale. Mah!
Lidia Menapace

There is no Alternative

Autore: liberospirito 18 Feb 2014, Comments (0)
Pubblichiano un nuovo testo di Leonardo Boff, proveniente (in traduzione italiana) dal sito www.ildialogo.org, in cui si parla della relazione invertita tra economia, politica ed etica, con tutte le conseguenze che ne derivano. “There is no Alternative”, dice nella conclusione del suo intervento Boff, riprendendo e ribaltando il senso dello slogan che fu caro a Margaret Thatcher. Perchè al punto in cui siamo non si dà alternativa: o cambiamo (finché saremo in tempo) oppure periremo.
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Di solito le società si assestano sul seguente treppiede: l’economia, che garantisce la base materiale perché la vita dell’uomo sia buona e dignitosa; la politica, per mezzo della quale si distribuisce il potere e si organizzano le istituzioni che fanno funzionare la convivenza sociale; e l’etica, che stabilisce i valori e le norme che reggono i comportamenti umani, perché vi sia giustizia e pace e i conflitti si risolvano senza ricorso alla violenza. In genere l’etica si accompagna a un’aura spirituale che risponde al senso ultimo della vita e dell’universo, esigenze che sono sempre presenti nel quotidiano umano.
In una società efficiente queste esigenze s’incrociano, però sempre in quest’ordine: l’economia obbedisce alla politica e la politica si sottomette all’etica.
Tuttavia dalla Rivoluzione industriale nel secolo XIX, e più esattamente in Inghilterra dal 1834, l’economia incominciò a staccarsi dalla politica e a sotterrare l’etica. Sorse un’economia di mercato tale che tutto il sistema economico sarebbe stato diretto e controllato solamente dal mercato, libero da qualsiasi controllo o limite di carattere etico.
Il marchio registrato di questo mercato non è la cooperazione, ma la competizione, che si estende molto oltre l’economia e impregna tutti i rapporti umani. Quindi, come dice Karl Polanyi, si formò «un nuovo credo totalmente materialista che credeva potessero risolversi tutti i problemi con una quantità illimitata di beni materiali» (La Gran Transformación, Campus 2000, p. 58). Questo credo ancor oggi è fatto proprio, e con fervore religioso, dalla maggior parte degli economisti del sistema imperante e, in generale, dalle politiche pubbliche.
Da quel momento in poi l’economia prese a funzionare come l’unico perno su cui si articolano tutte le proposte sociali. Tutto sarebbe passato attraverso l’economia, in concreto mediante il Prodotto Interno Lordo (PIL). Chi studiò nei dettagli questo processo fu il filosofo e storico dell’economia prima ricordato, Karl Polanyi (1866-1964), di origini ungheresi ed ebree, più tardi convertito al cristianesimo protestante calvinista. Nato a Vienna, sviluppò la sua attività in Inghilterra e in seguito, durante il maccartismo, fra Toronto in Canada e l’Università della Columbia negli Stati Uniti. Egli dimostrò che «invece di essere l’economia inserita nei rapporti sociali, sono i rapporti sociali inseriti nel sistema economico» (p. 77). Quindi avvenne ciò che egli definisce “La Grande Trasformazione”: da un’economia di mercato si passò a una società di mercato.
Come conseguenza si formò un nuovo sistema sociale, mai verificatosi prima di allora, nel quale non esiste la società, ma soltanto gli individui che competono fra loro, ciò che Reagan e la Thatcher hanno ripetuto fino alla nausea. Tutto cambiò, poiché proprio tutto diventa mercanzia. Qualsiasi bene sarà portato sul mercato per essere negoziato al fine del lucro individuale: prodotti della natura, manufatti, cose sacre legate direttamente alla vita umana come l’acqua potabile, le sementi, i terreni, gli organi umani. Polanyi nota infine che tutto questo è «contrario all’essenza umana e naturale delle società». Tuttavia è ciò che trionfò, specialmente nel dopoguerra [ndt.: della II Guerra Mondiale]. Il mercato è «un elemento utile, ma subordinato a una comunanza democratica», dice Polanyi. La sua filosofia sta alla base della «democrazia economica».
Qui occorre ricordare le profetiche parole di Karl Marx in La miseria della filosofia, 1847: «Venne infine un tempo in cui tutto quello che gli uomini avevano considerato inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffici, e poteva essere venduto. Il tempo nel quale le stesse cose che fino allora erano compartecipate ma mai scambiate; date, ma mai vendute; acquisite, ma mai comperate – virtù, amore, opinioni, scienza, coscienza, ecc. – tutte passarono nel commercio. Il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o per parlare in termini di economia politica, il tempo nel quale qualsiasi cosa, morale o fisica, una volta attribuitale valore venale è portata al mercato per ottenere un prezzo e una volta stabilito il suo valore commerciale è messa sul mercato per ricevere un prezzo, il suo corrispettivo più oggettivo».
I disastrosi effetti socio-ambientali di questa mercificazione di tutto li stiamo sopportando oggi con il caos ecologico della Terra. Dobbiamo ripensare la posizione dell’economia nel complesso della vita umana, in particolare rispetto ai limiti della Terra. L’individualismo più feroce, l’accumulazione ossessiva e illimitata devitalizza quei valori senza i quali nessuna società può considerarsi umana: la cooperazione, la considerazione degli uni per gli altri, l’amore e la venerazione per la Madre Terra e l’ascolto della coscienza, che ci sprona al bene comune.
Una società come la nostra, quando intorpidita dal suo crasso materialismo diventa incapace di sentire l’altro come altro, ma soltanto come possibile produttore e consumatore, si sta scavando la propria fossa. Ciò che ha detto Chomsky in Grecia il 22 dicembre 2012 ha il valore di un segnale d’allarme: «Quelle che guidano la corsa verso l’abisso sono le società più ricche e potenti, con vantaggi incomparabili, come gli Stati Uniti e il Canada. Questa è la dissennata razionalità della “democrazia capitalista” realmente esistente».
Adesso è necessario applicare il There is no Alternative: non c’è alternativa, o cambiamo o periremo, perché i nostri beni materiali non ci salveranno. Si tratta del prezzo letale per aver consegnato il nostro destino alla dittatura dell’economia trasformata in “dio salvatore” di tutti i problemi.
Leonardo Boff
(traduzione dallo spagnolo di José F. Padova)

Danilo Dolci e Aldous Huxley

Autore: liberospirito 19 Dic 2013, Comments (0)

E’ in questi giorni in libreria la ristampa del libro di Danilo Dolci Inchiesta a Palermo, apparso nel 1956 con l’introduzione di Aldous Huxley. Buona parte del testo di Huxley è stato pubblicato qualche giorno fa su “La Repubblica”. Lo riprendiamo, rendendo in questo modo omaggio a queste due importanti figure.

DaniloDolciAldousHuxley

Senza carità, la conoscenza tende a mancare di umanità; senza conoscenza, la carità è destinata sin troppo spesso all’impotenza. In una società come la nostra – i cui enormi numeri sono subordinati a una tecnologia in continua espansione e pressoché onnipresente – a un nuovo Gandhi o a un moderno San Francesco non basta esser provvisto di compassione e serafica benevolenza. Gli occorrono una laurea in una delle discipline scientifiche e la conoscenza di una dozzina di studiosi di materie lontane dal proprio campo di specializzazione. È soltanto frequentando il mondo del cervello non meno del mondo del cuore che il santo del Ventesimo secolo può sperare in una qualche efficacia.

Danilo Dolci è uno di questi moderni francescani con tanto di laurea. Nel suo caso la laurea è in architettura e ingegneria; ma questo nucleo centrale specialistico è immerso in un’atmosfera di cultura scientifica generale. Dolci sa di cosa parlano gli specialisti di altri campi, rispetta i loro metodi ed è desideroso, bramoso addirittura, di giovarsi dei loro consigli. Ma ciò che sa e ciò che può apprendere dagli altri è sempre per lui strumento di carità: in un quadro di riferimento le cui coordinate sono un incrollabile amore del prossimo e una fiducia e un rispetto non meno incrollabili nei confronti dell’oggetto di questo amore. L’amore lo stimola ad adoperare le proprie conoscenze a beneficio dei deboli e degli sfortunati; la fiducia e il rispetto lo portano a incoraggiare costantemente deboli e sfortunati ad aver fiducia in se stessi, lo spingono ad aiutarli ad aiutarsi da sé.

Quando Danilo Dolci giunse in Sicilia proveniente dal Nord Italia, il suo era un pellegrinaggio di carattere estetico e scientifico. S’interessava dell’architettura dell’antica Grecia e aveva deciso di trascorrere un paio di settimane a Segesta, per studiarne le rovine. Ma lo studioso dei templi dorici era anche (e soprattutto) uomo di coscienza e di amorevole bontà. Venuto in Sicilia attratto dalla passata bellezza di questa terra, rimase in Sicilia a motivo del suo presente degrado. Quella che Keats chiamò «l’enorme infelicità del mondo», in Sicilia è più gigantesca della media: in particolar modo nella parte occidentale dell’isola.

Per Dolci il primo sguardo sulla gigantesca infelicità della Sicilia occidentale agì da imperativo categorico. Bisognava fare qualcosa, punto e basta. Si stabilì pertanto a circa venti miglia da Palermo, in uno ‘slum’rurale chiamato Trappeto; sposò una sua vicina di casa, vedova con cinque figli piccoli; si trasferì in una casetta priva di ogni comfort e da questa base lanciò la propria campagna contro l’infelicità che lo circondava. […]

Nella vicina Partinico e nelle campagne circostanti i problemi che si pongono all’uomo di scienza e di buona volontà sono tanti, tutti difficili da risolvere. C’è, innanzitutto, il problema della disoccupazione cronica. Per una consistente minoranza di uomini validi non c’è, molto semplicemente, proprio nulla da fare. Ma il lavoro, sostiene Dolci, non è soltanto un diritto dell’uomo: è anche un suo dovere. Per il proprio bene e per il bene degli altri, l’uomo deve lavorare. In base a questo principio, Dolci organizzò uno «sciopero a rovescio», in cui i disoccupati protestavano contro la propria condizione mettendosi al lavoro. Un bel mattino, ecco che Dolci e un gruppo di senza lavoro di Partinico si dedicano alla riparazione – di propria iniziativa e del tutto gratis – di una strada del luogo. Puntualmente ecco piombare su questi eterodossi benefattori la polizia, che effettua una serie di arresti. Non si verificarono scontri, dacché per Dolci la non violenza è tanto un principio che una linea politica ben precisa.

Dolci fu processato e condannato a due mesi di prigione per occupazione di suolo pubblico. Contro la sentenza ricorsero in appello tanto l’imputato che l’accusa: a parere delle autorità locali, infatti, quella a due mesi di carcere era una condanna troppo clemente. […]

Non meno grave della disoccupazione cronica è il problema del diffuso analfabetismo. Molti non sanno leggere affatto; e pochi, tra gli alfabetizzati, possono permettersi di acquistare un quotidiano. I trecentocinquanta fuorilegge responsabili di gran parte del banditismo per il quale la zona di Partinico è divenuta tristemente famosa, hanno trascorso complessivamente 750 anni a scuola e oltre 3.000 anni in prigione. L’analfabetismo va a braccetto con un tradizionalismo addirittura primitivo. Ad esempio, la gente di campagna mangia patate: quando può permetterselo, dacché le patate arrivano da Napoli e costano. Ma i progenitori di queste persone nulla sapevano di tuberi: e perciò a nessuno viene in mente di coltivare le patate in loco. Allo stesso modo, manca la tradizione delle carote e della lattuga, pressoché sconosciute a Partinico.

Le tradizioni in materia d’«onore» sono altrettanto rigide che quelle riguardanti gli ortaggi. Qualsiasi offesa recata all’«onore» di qualcuno esige uno spargimento di sangue; e, ovviamente, lo spargimento di sangue dev’essere vendicato con un ulteriore spargimento di sangue, che a sua volta… Ai delitti d’onore e di vendetta vanno aggiunti quelli commessi per brama di denaro e di potere dagli appartenenti alla mafia, la grande organizzazione malavitosa che per secoli ha costituito una sorta di stato segreto all’interno dello stato ufficiale. […]

La soluzione di tutti questi problemi richiederà tempo, molto tempo: intanto Dolci vi ha posto mano. Si istruiscono i bambini e si persuadono i genitori a mandarli a scuola (che ci sia bisogno di persuaderli è dovuto al fatto che i ragazzini vengono pagati 400 lire la giornata, laddove gli adulti ne ricevono 1.000. Naturalmente i datori di lavoro preferiscono impiegare lavoro minorile. E, altrettanto naturalmente, i capifamiglia indigenti preferiscono le 400 lire alla totale assenza di entrate). Dalla sua base in fondo alla società, Dolci è riuscito a far leva sui propri amici e simpatizzanti più vicini al vertice della piramide sociale. […]

Partinico, tuttavia, non è l’unico né il più avvilente palcoscenico dell’infelicità siciliana. C’è anche Palermo. Palermo è una città di oltre mezzo milione di abitanti, oltre centomila dei quali vivono in condizioni che debbono essere definite di povertà asiatica. Nel cuore stesso della città, alle spalle degli eleganti edifici allineati lungo le sue arterie principali, si trovano acri e acri di ‘slum’che rivaleggiano quanto a squallore con quelli del Cairo o di Calcutta (uno dei peggiori slum si trova proprio nell’area compresa tra la Cattedrale e il Palazzo di Giustizia). Nel suo Inchiesta a Palermo Dolci fornisce le statistiche di questa gigantesca miseria e testimonia, adoperando le loro stesse parole, del modo in cui gli abitanti dei bassifondi della città trascorrono le loro vite distorte, ciò che fanno, pensano e provano. Il libro è appassionante e al contempo assai deprimente: deprimente, vien quasi fatto di dire, su scala cosmica. Perché Palermo, ovviamente, è un caso tutt’altro che unico. Sparse in tutto il mondo vi sono centinaia di città, migliaia e decine di migliaia di cittadine e villaggi, le cui attuali condizioni sono altrettanto cattive, ma nelle quali il futuro appare più tetro, le prospettive di miglioramento incomparabilmente peggiori. […]

Nel frattempo Dolci fa quello che un uomo di scienza e di buona volontà può fare, con una manciata di aiutanti, per mitigare l’attuale degrado e per stabilire, in maniera sistematica e scientifica, ciò che occorrerà fare in futuro e come riuscire a farlo. […] Che genere di industrie creare? E chi anticiperà i capitali necessari? E, una volta avviate, come faranno queste industrie (la cui mano d’opera, teniamolo a mente, sarà in larga misura priva di specializzazione e spesso di alfabetizzazione)a competere con i grandi agglomerati di forza lavoro qualificata presenti a Milano, a Torino? Sono queste le domande alle quali Dolci l’ingegnere, Dolci il sostenitore del metodo scientifico, dovrà trovare una risposta. Ce la farà? È possibile far qualcosa in un ragionevole lasso di tempo per dare lavoro ai disoccupati di Palermo, decoro agli abitanti degli slum e speranza ai loro figli? Chi vivrà vedrà.

Aldous Huxley

(Traduzione di Alfonso Geraci)

Libero spirito

Autore: liberospirito 14 Lug 2010, Comments (0)

libero spirito

Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va

L’espressione “spirito libero” la troviamo utilizzata per lo più in riferimento a persone di ampie vedute, insofferenti al conformismo e a forme di pensiero rigide. Ma l’espressione “libero spirito” non dice solo questo, indica qualcosa d’altro, allude a qualcosa di più.

Vi è innanzitutto un rimando storico ai fratelli del libero spirito, presenti nel basso medioevo in diverse aree europee, dalla Francia ai Paesi Bassi, dalla Boemia all’Italia; essi professavano tutti la presenza della Spirito santo che li pervadeva e li rendeva puri, secondo il detto di Paolo di Tarso “Tutto è puro per i puri” (Lettera a Tito 1,15) e, in tal senso, si ritenevano liberi da ogni autorità ecclesiastica. Non solo: quello che è interessante è che il libero spirito assunse la forma del movimento, non quello di una nuova Chiesa – con tanto di dogmi e gerarchie – da contrapporre a quella di Roma. A questo indirizzo, assai diversificato al suo interno, può essere collegato quello delle beghine e dei begardi (un nome fra i tanti: Margherita Porete), quello degli apostolici di fra Dolcino e Margherita di Trento, così come lo spirito di libertà annunciato da Bentivegna di Gubbio, o la corrente della libera intelligenza del XIV secolo, solo per ricordare, in modo frammentario e disordinato, alcuni dei nomi di questa indimenticabile esperienza.

Queste sono le parole con cui abbiamo aperto alcuni mesi or sono il sito www.liberospirito.org. Si tratta di un archivio e di una biblioteca on line da aggiornare costantemente, divisa per autori e tematiche, mettendo a disposizione materiali da consultare, leggere e scaricare. Ci siamo resi conto che mancava però uno spazio legato all’attualità: abbiamo preso allora la decisione di dare vita a un blog, in modo da avere l’opportunità di comunicare iniziative in corso (incontri, convegni, seminari), dibattere su questioni urgenti o contingenti, con l’intenzione di creare e mantenere un rapporto più stretto con chi – come noi – è interessato a riflettere intorno a quest’area di idee e  pratiche.

Il nostro desiderio è quello di riuscire a costruire un dialogo religioso vero, aperto, plurale, dove l’attributo ‘religioso’ possa realmente indicare, prima ancora di designare uno specifico settore d’indagine (l’ambito religioso, appunto), la religiosità inerente al dialogare stesso di noi esseri umani. Di questo si sente forte la mancanza oggi, di qui vogliamo partire.

Per ogni contatto: [email protected]