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Categorie: libri

Pubblichiamo un articolo di Mario Pezzella uscito l’altro giorno sul “Manifesto” dedicato al pensatore tedesco Walter Benjamin. L’occasione è offerta dalla pubblicazione in Francia di un saggio ad opera di Michael Lowy su Benjamin, in cui si mette in luce la relazione tra pensiero teologico e pensiero materialista. E sono temi, questi, molto vicini al nostro blog.

Durante le celebrazioni per i 500 anni della scoperta dell’America la televisione brasiliana «Globo» costruì un enorme quadrante che contava i minuti fino al giorno dell’anniversario. Due giovani indiani hanno crivellato con le loro frecce questo «orologio dei vincitori». Quasi certamente non avevano mai letto il passo di Benjamin sui rivoluzionari del 1830 che sparano sugli orologi di Parigi, ma Michael Löwy (La révolution est le frein d’urgence. Essais sur Walter Benjamin, éditions de l’éclat) cita l’episodio come simbolo di una lettura a contrappelo della storia, dalla parte dei vinti, che è stata uno dei temi decisivi del pensiero di Benjamin. Il suo intreccio inconfondibile di teologia e rivoluzione viene posto a confronto con la teologia della liberazione sudamericana; Löwy ricorda una recensione poco nota di Benjamin a un libro di M. Brion su Bartolomeo De Las Casas, un prete che «combatte gli orrori che sono stati commessi in nome del cattolicesimo». Questo caso esemplare illustra bene la visione di Benjamin di una «teologia ribelle», piccola, brutta e che non deve farsi vedere, come scrive nelle tesi Sul concetto di storia, eppure capace di una critica dell’esistente, che la separa dalle religioni istituite.

Che rapporto ha questa tensione teologica con la rivoluzione, che per Benjamin forma con essa una diade indissolubile nella prima tesi Sul concetto di storia? Di che natura è la «debole forza messianica» che le anima? Per rispondere a questa domanda, Löwy ricorda cosa sia la rivoluzione per Benjamin: non più la locomotiva che porta avanti il progresso della storia, secondo l’immagine di Marx, ma un «freno d’emergenza», che porrebbe fine al catastrofico sfruttamento capitalista degli uomini e della natura. Un saccheggio che – se non arrestato in tempo – potrebbe portare a una desolazione senza ritorno.
Löwy, che è anche autore del libro Ecosocialisme, mette in rilievo come da questo punto di vista Benjamin trovi in noi l’ora della sua leggibilità. In quanto freno d’emergenza la rivoluzione obbedisce a due impulsi distinti e complementari: negare e trascendere la condizione disumana del capitalismo – redimere i possibili vinti ed emarginati nel passato. L’idea di rivoluzione e la teologia messianica hanno due tratti in comune: il «carattere distruttivo», che intende porre fine a ogni vincolo di signoria e servitù – e il desiderio di redenzione che vorrebbe ricomporre le vite spezzate e incompiute.
La tensione rivoluzionaria si alimenta alle immagini utopiche di un rapporto armonico con la natura, come fu descritto da Fourier, ed è presente nel «romanticismo rivoluzionario» (Löwy) di Benjamin, il quale non ha nulla di nostalgico e di regressivo. L’immagine di sogno di una felicità dell’origine, come quella che affiora nel matriarcato di Bachofen o nell’ebbrezza dionisiaca ricordata da Benjamin alla fine del suo libro Strada a senso unico, deve essere strappata alla sua natura mitica e divenire più sobria immagine dialettica. In questa il ritorno di un’immagine del passato è allo stesso tempo prefigurazione di ciò che non è mai stato, risposta all’urgenza della lotta di classe nel tempo presente.

Nel primo capitolo del libro la teologia rivoluzionaria di Benjamin è posta in antitesi al «capitalismo come religione» (titolo di un frammento giovanile di Benjamin), che pone il danaro e i suoi astratti enigmi come dio invisibile di un culto perpetuo. Il vivente è offerto in sacrificio e gravato di un debito-colpa inestinguibile. Nel libro sui passages di Parigi sarà invece la merce col suo feticismo a divenire il «fenomeno originante» del capitalismo, nel movimento inebriante della sua fantasmagoria. Il «radioso inferno nazista» (Benjamin) e la frenesia fascinatoria delle merci non sono che la contraffazione, il distorcimento e la rivoluzione passiva del desiderio rivoluzionario. Löwy ricorda come nel saggio sul surrealismo Benjamin rivendichi la necessità di conquistare alla rivoluzione le forze dell’ebbrezza, che negli anni Trenta venivano strumentalizzate dal fascismo e inchiodate a una radice di terra e di sangue, verticalizzate in un ordine chiuso; laddove per Benjamin l’ebbrezza significa dissoluzione dei vincoli di potere e dell’Io rigido forgiato al loro servizio. Alla disgregazione psicofisica che accompagna il capitalismo e il fascismo, Benjamin oppose il suo concetto di rivoluzione antropologica, che non mira a un rapporto di dominio sulla natura, ma «al dominio del rapporto fra natura e umanità».

Mario Pezzella

Il nuovo credo di John S. Spong

Autore: liberospirito 15 Giu 2019, Comments (0)

Presentiamo le conclusioni che il teologo americano  John Shelby Spong espone nel suo libro Perché il cristianesimo deve cambiare o morire (Il pozzo di Giacobbe, Trapani, 2019), presente da poco nelle librerie. Già vescovo della Chiesa episcopaliana statunitense, ora in pensione, Spong è autore di diversi saggi che hanno ottenuto un notevole successo negli Stati Uniti.  Il suo pensiero si caratterizza per la proposta di una radicale riforma della fede cristiana, lontano dai consueti modelli teisti e dalle dottrine religiose tradizionali. Al momento sono disponibili tradotti in italiano sette libri.

Una parola finale

Credo che ci sia una realtà trascendente presente nel cuore stesso della vita. Chiamo questa realtà Dio.

Credo che questa realtà abbia un’inclinazione verso la vita e la pienezza, e che la sua presenza sia sperimentata come qualcosa che ci richiama oltre i nostri timorosi e fragili limiti umani.

Credo che questa realtà possa essere trovata in tutto ciò che è, ma che raggiunga l’autocoscienza e la capacità di essere nominata, comunicata e riconosciuta solo nell’essere umano.

Credo che il cielo… non sia un luogo ma un simbolo per rappresentare l’assenza di limiti dell’Essere stesso. Credo che in questo regno del cielo si entri ogni volta che le barriere, che sembrano vincolare la vita umana a qualcosa di meno di ciò di cui è capace, sono messe da parte. Credo in Gesù…

Credo che questa realtà trascendente si sia rivelata nella sua vita in modo così completo da indurre le persone a riferirsi a lui come al figlio di Dio…

Credo che questo Gesù fosse una presenza di Dio, una potente esperienza della realtà di quel Fondamento dell’essere che tutti sostiene nella profondità stessa della vita…

Credo nel dono di quello Spirito che è stato chiamato “datore della vita”. Una volta abbiamo collocato Dio solo all’esterno e abbiamo chiamato questo Dio Padre onnipotente. Poi, abbiamo collocato questo Dio in Gesù e l’abbiamo chiamato Figlio incarnato. Ora abbiamo collocato Dio in ogni persona e abbiamo chiamato questo Dio Spirito Santo. Credo che questo Spirito inevitabilmente crei comunità di fede che col tempo apriranno questo mondo a Dio come al vero Fondamento della loro vita e del loro essere…

Credo, pertanto, che essere a contatto con il Fondamento dell’essere crei l’universale comunione dei santi, il perdono dei peccati, la realtà della risurrezione e l’ingresso nella vita perenne. (pp. 263-267, passim)

La religione non è, dunque, ciò che abbiamo sempre pensato che fosse. La religione non è un sistema di credenze. Non è un catalogo di verità rivelate. Non è un’attività destinata a controllare il comportamento, per premiare la virtù e punire il vizio. La religione è piuttosto un tentativo umano di elaborare l’esperienza di Dio, che prorompe dalle nostre profondità e sgorga continuamente dentro di noi…

La sola missione divina nella vita che la Chiesa del futuro può eventualmente avere è quella di aprire le persone a riconoscere che il fondamento del loro vero essere è santo e che quando sono in contatto con quel santo Fondamento dell’essere, possono condividere la creazione di Dio donando vita, amore ed essere agli altri. (p. 268)

 

Amos Oz : in memoriam (1939 – 2018)

Autore: liberospirito 30 Dic 2018, Comments (0)

Ora mi torna in mente una vecchia storiella, dove uno dei personaggi – ovviamente siamo a Gerusalemme e dove sennò – è seduto in un piccolo caffè, e c’è una persona anziana seduta vicino a lui, così i due cominciano a chiacchierare. E poi salta fuori che il vecchio è Dio in persona. D’accordo, il personaggio non ci crede subito lì per lì, però grazie ad alcuni indizi si convince che è seduto al tavolino con Dio. Ha una domanda da fargli, ovviamente molto pressante. Dice: “Caro Dio, per favore dimmi una volta per tutte, chi possiede la vera fede? I cattolici o i protestanti o forse gli ebrei o magari i musulmani? Chi possiede la vera fede?” Allora Dio, in questa storia, risponde: “A dirti la verità, figlio, mio, non sono religioso, non lo sono mai stato, la religione nemmeno m’interessa”.

Amos Oz, Contro il fanatismo, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 16-17

Oltre l’antropocentrismo

Autore: liberospirito 30 Nov 2018, Comments (0)

E’ uscito da poco il nuovo numero della rivista Relations. Beyond anthropocentrism, pubblicazione in lingua inglese, ma edita in Italia, sulle tematiche filosofiche riguardante il superamento dell’antropocentrismo nei vari campi del sapere e dell’agire. Nella specifico si tratta di un numero speciale monografico sull’area emergente dell’etica energetica, in cui si prova a sviluppare un dialogo interdisciplinare tra filosofia ambientale ed etica, giustizia ambientale ed energetica, questioni di politica energetica, scienze umane ed ecologiche. Anche le nostre riflessioni hanno trovato ospitalità su questo volume.

A seguire l’indice del volume:

Giovanni Frigo – Energy Ethics: a Literature Review

Damien Delorme – Contesting the Radical Monopoly: a Critical View on the Motorized a Cyclonaut Perspective

Alice Dal Gobbo – Desiring Ethics: Reflections on Veganism from an Observational Study of Transitions in Everyday Energy Use

Bertrand Andre Rossert – Ethical Risk and Energy

M. Joseph Aloi – Coal Feeds My Family: Subsistence, Energy and Industry in Central Appalachia

Roman Meinhold – Human Energy: Philosophical-Anthropological Presuppositions of Anthropogenic Energy, Movement and Activity and their Implications for Well-being

Carl Mitcham, Giovanni Frigo – Energy Ethics Outside the Box

Andrea Natan Feltrin – Energy Equality and the Challenges of Populations Growth

Federico Battistutta – The Energy of Ethics / The Ethics of Energy. A Dialog with Irigaray, Varela and Jullien

Adam Briggle – Cherry Picking Coal 

La caduta del cielo (secondo gli yanomani)

Autore: liberospirito 18 Giu 2018, Comments (0)

A seguire la recensione del libro La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami, recentemente tradotto in italiano. L’autrice dell’articolo è Loretta Emiri, che ha vissuto per diversi anni nell’Amazzonia brasiliana, collaborando con il popolo yanomani, occupandosi a vari livelli di questioni relative all’educazione. Si tratta di un libro di notevoli dimensioni: un’autobiografia, ma al tempo stesso un’enciclopedia yanomami, con informazioni che spaziano dalla lingua alla  mitologia, dalla botanica, alla zoologia e tutta la cultura materiale.

Nel settembre del 1984 venne pubblicato a Torino il libro intitolato Gli ultimi Yanomami. Nella copertina figura anche il sottotitolo “Un tuffo nella preistoria”. All’epoca avevo già vissuto per quattro anni nell’area del Catrimâni, operando con e a favore degli indios Yanomami, vivendo con loro gli anni più felici della mia vita. Poiché i miei sforzi professionali derivavano dall’esigenza di contribuire alla sopravvivenza fisica e culturale degli Yanomami, la parola “ultimi” mi indignò alquanto. Nel luglio del 2017 il Corriere della sera ha pubblicato un reportage, uno dei sottotitoli del quale è “La preghiera degli ultimi Yanomami”. Dal 1984 al 2017 sono trascorsi trentatré anni, eppure in Italia, riferendosi a questa etnia, si utilizzano le stesse banali, stereotipate parole. Nel gennaio del 2018 è andata in onda su RAI-TRE l’intervista fattami da Sveva Sagramola. Un’amica, sessantottina e giornalista, mi ha scritto: “Certo, il fatto che si siano raddoppiati, che si salvaguardano da soli (bene!) ha tolto un po’ di carica emotiva… che cosa possiamo fare noi per loro? O loro per noi?”.

Cosa possono fare gli yanomami per noi? Possono aiutarci a guarire dall’etnocentrismo, che è proprio una tremenda, contagiosa malattia. È recente l’uscita del libro di Davi Kopenawa e Bruce Albert, La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami (edizione Nottetempo). Pubblicata in francese e inglese nel 2010, in portoghese nel 2015 e ora in italiano, l’opera è destinata a raggiungere il mondo intero, come il coautore Davi Kopenawa, sciamano yanomami, si augura. Nel dicembre del 1989 l’etnologo francese Bruce Albert ha iniziato a registrare le parole di Davi, e lo ha fatto per più di dieci anni; poi, grazie allo straordinario dominio che ha della stessa lingua parlata da Davi, le ha tradotte in francese. Il libro è il risultato della complicità fra i due uomini e della loro preoccupazione con le sorti del popolo yanomami, sempre sistematicamente minacciato dai fronti di espansione della società occidentale. È un’autobiografia che, al tempo stesso, l’etnologo converte in biografia. È un’enciclopedia yanomami, data la mole delle informazioni che riguardano habitat, lingua, mitologia, botanica, zoologia, cultura materiale.

La lettura dell’opera ci permette di penetrare nella cosmogonia yanomami; di conoscere su quali valori questo popolo ha costruito la propria struttura sociale; ci fa meditare su modi diversi di vedere, sentire, agire; mette a confronto la società cosiddetta “civilizzata” con quella cosiddetta “primitiva”. Per gli occidentali “ecologia” è una parola alla moda, per gli yanomami è uno stile di vita. Accumulo, consumismo, aggressione alla natura, sfruttamento selvaggio delle risorse naturali hanno trasformato la terra in un immondezzaio. Non riusciamo più a smaltire i rifiuti. Quelli tossici avvelenano l’aria, l’acqua, il sottosuolo, tutto ciò che mangiamo, e noi moriamo di cancro. I pesci muoiono soffocati dalla plastica; in mare muoiono i “diversi” che il nostro egoismo respinge. Concepite da menti malate, faraoniche centrali idroelettriche e nucleari si sono trasformate in catastrofi ambientali, arrivando a devastare territori anche molto lontani dai luoghi in cui sono state costruite. Tutto avviene in nome del cosiddetto progresso, che, aumentando, non fa altro che svuotare l’animo degli uomini, rendendoli individualisti e sconsolatamente soli.

Le parole di Davi e Bruce ci mettono di fronte a tutto questo. Davi e così generoso da preoccuparsi anche per gli uomini bianchi: suggerendo di fare in modo che il cielo non cada, sta dicendoci che insieme agli Yanomami ci salveremmo anche noi. D’altronde, la generosità è il valore più grande per gli Yanomami. Secondo loro, solo chi è stato generoso in vita raggiungerà la “terra di sopra”, cioè la dimensione che noi chiamiamo cielo. Alla fine degli anni settanta, io e gli altri membri dell’equipe di lavoro dell’area del Catrimâni, portavamo avanti un progetto denominato Piano di Coscientizzazione, che doveva servire per coadiuvare gli Yanomami nel capire cosa stava minacciando, all’epoca, il loro territorio (apertura di strade, segherie, colonizzazione). All’inizio non fu per niente facile, perché gli indigeni obiettavano che la foresta è grande e c’è posto per tutti. Quando epidemie e morti hanno ridotto tredici villaggi in otto piccoli gruppi di sopravvissuti, sulla pelle hanno capito cosa l’uomo bianco portava con sé.

Tra le rivendicazioni degli ultimi anni degli indios brasiliani, e gli Yanomami non fanno eccezione, c’è quella di non parlare di loro al passato remoto, di smetterla di collocarli nella preistoria. Ci sono. Esistono. Resistono all’invasione delle proprie terre da oltre cinquecento anni. Sono nostri contemporanei. Le loro culture e società non sono inferiori, sono solo differenti. Hanno molto da insegnarci, se solo avessimo l’umiltà di ascoltarli per quello che sono: esseri umani con conoscenze, esperienze, diritti, sentimenti, sogni, proprio come lo siamo noi. Nonostante le continue, estenuanti aggressioni al loro territorio e al loro modo di vivere, in questi ultimi anni gli Yanomami sono considerevolmente aumentati, si sono organizzati in associazioni, hanno maestri, infermieri, leader che percorrono il mondo per tenere alta l’attenzione sulla loro situazione, denunciando violazioni, rivendicando diritti.

No, proprio no: a essere gli ultimi non sono né saranno gli Yanomami. Se il cielo cadrà, ad avere chance di sopravvivenza saranno proprio loro e gli altri popoli indigeni, perché sanno come trattare la terra, come godere con lei senza violentarla, come metterla incinta e perpetuare la discendenza. In occasione di un soggiorno nel villaggio di Davi, Bruce scattò una foto che mi ritrae con la figlia di Davi in braccio: per me è più preziosa di tutto l’oro e minerali preziosi che i depredatori bianchi hanno già abusivamente estratto dal territorio yanomami. Associato all’immagine della foto è l’augurio che la piccola società yanomami continui a crescere forte e sana, a dispetto di tutti e tutto.

Loretta Emiri

 

spong

E’ in libreria un nuovo testo di John Shelby Spong, teologo statunitense molto popolare nel suo Paese. Nato nel 1931 a Charlotte, nel North Carolina, è stato vescovo episcopaliano di Newark (stato del New Jersey) per molti anni. Spong è l’esponente più famoso dell’indirizzo post-teista in campo teologico. In Italia circolano già alcuni volumi, fra i quali forse il più importante fra tutti è Un cristianesimo nuovo per un mondo nuovo (edito da Massari). Questo nuovo libro s’intitola Vita eterna (Gabrielli editori) e ha un sottotitolo molto eloquente: Oltre la religione, il teismo, il cielo e l’inferno.  Si tratta di un viaggio spirituale, in cui la scienza dialoga con la teologia, non in maniera astratta ma attraverso un’appassionata testimonianza personale. Secondo Spong – proseguendo le sue critiche all’approccio teistico presenti nelle precedenti pubblicazioni – Dio è uno, e ognuno di noi è parte integrante di tale unità. «L’obiettivo di ogni religione non è quello di prepararci a entrare nell’altra vita – scrive nel suo libro – ma è una chiamata a vivere ora, ad amare ora, a essere ora, e in questo modo assaporare cosa significhi far parte di una vita che è eterna, di un amore che è senza barriere e dell’essere di un’umanità pienamente autocosciente». In questo modo possiamo partecipare alla vita e all’essere di Dio, condividendone  l’eternità. Come si intuisce, Spong affronta la questione della vita dopo la morte in maniera  molto differente da come ci hanno abituato le religioni. L’esperienza e la scoperta dell’eternità può essere fatta così all’interno della vita di ciascuno di noi, ma per realizzare ciò dobbiamo essere in grado di andare in profondità in noi stessi. Andare in profondità di sé stessi vuol dire riuscire a essere veramente e fino in fondo umani. Sapendo vivere ogni singolo giorno nella pienezza, potremo arrivare a comprendere l’eternità.

A seguire l’indice del volume:

Federico Battistutta: Dire Dio al di là di Dio. Note sulla teologia di John S. Spong

Ferdinando Sudati: Realtà ultima per credenti in esilio. Né consolazione né terrore a buon mercato nella toccante riflessione del vescovo Spong

PREFAZIONE
1. Ponendo le basi: una parola personale necessaria
2. La vita è casuale
3. Tutta la vita è profondamente legata
4. Danzare con la morte: la scoperta della mortalità
5. Il richiamo della religione
6. L’istinto predominante della vita: la sopravvivenza
7. Il ruolo della religione nella paura della morte
8. I volti della religione
9. Gli strumenti della manipolazione religiosa
10. Liberare la religione dal cielo e dall’inferno
11. Mettere via le cose infantili
12. Il cambiamento del paradigma religioso
13. Chi sono io? Cos’è Dio?
14. L’approccio dei mistici
15. La resurrezione: un simbolo e una realtà
16. Nascondersi – pensare – essere
17. Credo nella vita oltre la morte
Epilogo. Definire la scelta di morire

spong

John S. Spong  è un noto teologo statunitense. E’ stato vescovo della Chiesa Eposcopale, a Newark, nel New Jersey (vedi qui info su Spong da Wikipedia). Il suo pensiero teologico si caratterizza per una radicale proposta di un rinnovamento profondo della fede cristiana che l’ha condotto ad allontanarsi dal teismo e dalle dottrine religiose tradizionali. Secondo Spong il teismo, inteso come concetto che definisce Dio, ha definitivamente esaurito la sua funzione e, di conseguenza, la maggior parte del linguaggio teologico riferito al divino perde significato. Bisogna quindi elaborare un modo nuovo per pensare e parlare del divino. Spong sostiene che, se da un lato si è definitivamente consumata l’immagine tradizionale di una divinità trascendente/onnipotente/soprannaturale, esistente al di fuori e distinta dalla “creazione” (su cui occasionalmente interviene compiendo miracoli), resta però in piedi l’immagine del divino inteso come rapporto costante con la vita, con l’amore e con l’essere: la relazione uomo/Dio è pertanto un invito a essere pienamente umani, significa vedere che Dio è l’esperienza della vita, dell’amore e dell’essere che s’incontra dentro l’esperienza di un’umanità ampliata e arricchita. Per Spong, infatti, “il divino è la dimensione ultima e profonda dell’umano” ed è possibile incontrarla quando una persona diviene profondamente e fino in fondo umana.

Di Spong è stato appena pubblicato in italiano, presso l’editore Massari e a cura di Ferdinando Sudati, La nascita di Gesù tra miti e ipotesi, in cui viene compiuta un’attenta rivisitazione dei racconti sulla nascita di Gesù.

Come scrive Ferdinando Sudati nell’ampia introduzione che costituisce un utile viatico al volume: “Il nuovo lavoro di Spong sarà una felice sorpresa per molti lettori, soprattutto cattolici, che in questi anni si sono familiarizzati con il problema del Gesù storico. Vi troveranno in bella sintesi i dati della migliore storiografia critica e indipendente attorno ai vangeli dell’infanzia, cioè dei racconti del concepimento e della nascita di Gesù come sono riportati da Matteo e Luca. In realtà, il commento storico-critico a questi capitoli dei vangeli è dovuto a un credente, addirittura un vescovo, quindi a una persona che ha un grande interesse per Gesù di Nazareth. Può darsi che per qualcuno la sorpresa non abbia solo aspetti culturalmente e religiosamente piacevoli, ma sia fonte di disagio. Ciò a motivo della messa in discussione di un’eredità religiosa, ricevuta dal passato e ben sedimentata nella coscienza cristiana credente, da parte di un vescovo emerito della Chiesa episcopaliana qual è John Shelby Spong. Il disagio potrebbe risolversi in conflitto interiore e perfino in irritazione verso l’autore, generando un rifiuto della sua proposta. A queste persone, soprattutto, è rivolto l’invito a mantenere la calma e a pensare che si trovano nel mezzo di un’operazione, culturale che esige di essere affrontata con strumenti adeguati”.

Scriblerus

 

Presentazione a Cremona

Autore: liberospirito 6 Mag 2017, Comments (0)

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A Cremona, presso il Centro Sociale Autogestito “Kavarna” (via Corte, 11), si terrà sabato prossimo 13 maggio, dalle ore 20, la presentazione del libro di Raoul Vaneigem Disumanità della religione (Massari editore, 2016), nella traduzione di Andrea Babini, con due saggi di Federico Battistutta. Entrambi saranno presenti per dialogare con il pubblico.

Riportiamo la presentazione della serata: “Per Vaneigem, due sono i grandi mali che affliggono l’uomo, anzi le condanne che l’uomo stesso si è autoinflitto: la religione e l’economia. Sia l’una che l’altra negano l’uomo a sé stesso, lo disumanizzano, facendogli credere che la vita non sia altro che una punizione e la felicità una colpa. La rinuncia alla propria corporeità, sensuale e sensoriale, in favore di uno Spirito “che abita il Cielo degli dei e delle idee” e da cui tutto dipende, fa sì che l’essere umano, invece di vivere, sopravviva, schiavo del lavoro e servo delle caste sacerdotali. Ma se la favola mitica si accompagna al mercato della merce, se il rito sacro è tale e quale lo scambio monetario, allora -dice Vaneigem- i soli antidoti che salveranno l’uomo dalle proprie paure sono il desiderio e la gratuità. Sono queste le “scintille incendiarie che ardono sotto la cenere”, fin dai tempi della religio originaria: unione simbiotica fra gli esseri indistinti, rinnovando la quale l’uomo si libera dal bisogno di dare un senso al tutto e diventa capace di creare se stesso come un vivente fra i viventi”.

Robert M. Pirsig, in memoriam

Autore: liberospirito 26 Apr 2017, Comments (0)

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È morto all’età di 88 anni lo scrittore e filosofo statunitense Robert M. Pirsig, autore del romanzosaggio Lo zen e l’arte della  manutenzione della motocicletta (laddove, avvertiva l’autore, tanto lo zen che la motocicletta – con tutta la sua manutenzione – andavano in qualche modo relativizzate). Ci piace qui – ricordando quel libro denso, avvincente, che seppe a suo modo fare storia – riportarne alcuni passaggi significativi, a testimonianza dello spessore esistenziale che trapelava dalle pagine delle sue opere.

Dove, ad esempio, l’ordinario quotidiano e lo straordinario possono incontrarsi: “Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore”. (p. 28)

C’è, poi, soprattutto la riflessione su quello che lo stesso Pirsig ha chiamato “metafisica della qualità”: “La qualità… sappiamo cos’è eppure non lo sappiamo. Questo è contraddittorio. Alcune cose sono meglio di altre cioè hanno più qualità. Ma quando provi a dire in che cosa consiste la qualità astraendo dalle cose che la posseggono, paff, le parole ti sfuggono di mano. Ma se nessuno sa cos’è, ai fini pratici non esiste per niente. Invece esiste eccome. Su cos’altro sono basati i voti, se no? Perché mai la gente pagherebbe una fortuna per certe cose, e ne getterebbe altre nella spazzatura? Ovviamente alcune sono meglio di altre… ma in cosa consiste il «meglio»?”(p. 183).

E ancora: “Qualsiasi lavoro tu faccia, se trasformi in arte ciò che stai facendo, con ogni probabilità scoprirai di essere divenuto per gli altri una persona interessante e non un oggetto. Questo perché le tue decisioni, fatte tenendo conto della Qualità, cambiano anche te. Meglio: non solo cambiano anche te e il lavoro, ma cambiano anche gli altri, perché la Qualità è come un’onda. Quel lavoro di Qualità che pensavi nessuno avrebbe notato viene notato eccome, e chi lo vede si sente un pochino meglio: probabilmente trasferirà negli altri questa sua sensazione e in questo modo la Qualità continuerà a diffondersi”. (p. 341)

Oppure, per finire questa fin troppo breve rassegna, le riflessioni sul sapere, la conoscenza e la ricerca della verità: “La vera Università non ha un’ubicazione specifica. Non ha possedimenti, non paga stipendi e non riceve contributi materiali. La vera Università è una condizione mentale. È quella grande eredità del pensiero tradizionale che ci è tramandata attraverso i secoli e che non esiste in nessun luogo specifico; viene rinnovata attraverso i secoli da un corpo di adepti tradizionalmente insigniti del titolo di professori, ma nemmeno questo titolo fa parte della vera Università. Essa è il corpo della ragione stessa che si perpetua. Oltre a questa condizione mentale, la “ragione”, c’è un’entita legale che disgraziatamente porta lo stesso nome ma è tutt’altra cosa. Si tratta di una società che non ha scopi di lucro, di un ente statale con un indirizzo specifico che ha dei possedimenti, paga stipendi, riceve contributi materiali e di conseguenza può subire pressioni dall’esterno. Ma questa Università, l’ente legale, non può insegnare, non produce sapere e non vaglia idee. È solo un edificio, la sede della chiesa, il luogo in cui sono state create le condizioni favorevoli a che la chiesa potesse esistere”. (p. 149-150).

Per una mistica ribelle

Autore: liberospirito 10 Dic 2016, Comments (0)

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Che cos’è la mistica ribelle? Come riconoscerla? Quali forme espressive adopera? Queste e altre domande sorgono nel prendere in mano l’ultimo libro di Matthew Fox, La spiritualità del creato (edito da Gabrielli e curato da Gianluigi Gugliermetto), che reca appunto tale sottotitolo: manuale di mistica ribelle. Inoltrandoci nella lettura di questo agile testo incontriamo tutta una serie di suggestioni che consentono, pagina dopo pagina, di delineare gli elementi costitutivi di un abbecedario spirituale per il nostro tempo.

Uno scienziato come Einstein aveva definito la mistica come “l’essere rapiti nel mistero”. E’ infatti proprio tale movimento a introdurre nel mistero. Il termine deriva dal greco myein, “chiudere, serrare”. Il mistico è colui che chiude gli occhi e serra la bocca per varcare la soglia del mistero.

Ma la mistica ribelle di cui parla Fox non cerca ripari nell’intimo del proprio foro interiore, nasce innanzitutto da un’indignazione etica, dall’incapacità a sopportare lo scempio in atto versa la terra che abitiamo e calpestiamo. Tale indignazione sa assumere anche i connotati di uno sfogo creativo che, cogliendo come necessaria ma insufficiente la semplice indignazione, prova a “rispondere alla sofferenza non soltanto con la rabbia, ma anche con un’opera creativa ed efficace che guarisce davvero”. Perché è di ciò che abbiamo bisogno. A questo punto possono rivelarsi le condizioni per divenire davvero “co-creatori di una nuova visione storica” che colloca le vicende e i drammi umani nel più ampio contesto della storia cosmica a cui siamo invitati a partecipare. Mistica ribelle significa così costruire percorsi e pratiche di liberazione che andranno a toccare non solo la realtà intra-umana (la giustizia sociale), ma anche le più diverse relazioni fra l’essere umano e il resto del cosmo (geo-giustizia). E ancora: molteplici sono le direzioni da cui possono provenire i contributi creativi per costruire questa rinnovata visione, al punto da ragionare e discutere sull’opportunità di un reincantamento grazie all’incontro tra scienza, arte e, appunto, mistica.

Fox sviluppa questo discorso riferendosi, quando necessario, a quegli autori del passato che conosce e frequenta con perizia da anni, come Meister Eckhart, Ildegarda di Bingen e Francesco d’Assisi. Ma proprio la passione e il rispetto verso questi mistici spingono Fox, seguendo i segni del tempo in cui viviamo, verso strade poco battute; in lui intensa e preponderante è la necessità di osare il mistero e inoltrarsi verso nuove strade, da sondare ed esplorare con passione e con intelligenza; anche questa è mistica ribelle. D’altro canto la cornice entro la quale si sviluppa tutto il discorso sottintende l’esaurimento della funzione epocale svolta fino ad ora dalle grandi istituzioni religiose. E’ la questione, attualissima, della fede in un’età post-religiosa di cui parlava Paul Ricoeur o quello, più recente, di José Maria Vigil circa un nuovo paradigma post-religionale.

In conclusione una considerazione circa la forma espressiva di Fox e il bisogno di un rinnovamento linguistico all’altezza dei mutamenti in corso. E’ nota un’espressione di Wittgenstein secondo cui “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Ora si ha la sensazione di trovarsi proprio in un frangente simile. Non a caso lo stesso Fox avverte la necessità, parlando di “spiritualità del creato”, di risemantizzare il patrimonio linguistico esistente (come del resto hanno sempre fatto i mistici) spiegando cosa intenda per “spirito” e cosa per “creato”. Analogo lavoro, senza cedimenti, va fatto oggi su diversi altri termini, quali “Dio” o “religione”, ad esempio. Non possiamo sottrarci: c’è tutto un lavoro da fare sul linguaggio che, in ultima analisi, è un lavoro da fare su sé stessi: se davvero i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, devo, a partire dalla mia esperienza del mondo, sondare questi limiti, calpestarne i confini e comprendere la possibilità di oltrepassamento. E, in fondo, pure questa è mistica ribelle.

Scriblerus

 

 

Ecologia integrale, un libro

Autore: liberospirito 20 Nov 2016, Comments (0)

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E’ da poco in circolazione la nuova edizione italiana (curata dal Gruppo America Latina della Comunità di Sant’Angelo e da Adista) dell’Agenda latinoamericana, opera aconfessionale, ecumenica e interrreligiosa progettata da Pedro Casaldáliga e José Maria Vigil (http://latinoamericana.org).

Il titolo di questo libro è Ecologia integrale. Una radicale riconversione. Gli autori che partecipano a questo lavoro collettivo provengono per lo più dalle fila pensiero teologico latinoamericano (oltre a Casaldáliga e Vigil ricordiamo Leonardo Boff, Frei Betto, Marcelo Barros, solo per fare qualche nome), ma vi sono testimonianze legate ad altre esperienze, come quelle dell’attivista e pensatrice canadese Naomi Klein, del monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh o del missionario irlandese Diarmaid O’Murchu. L’edizione italiana presenta poi anche alcuni contributi di autori di casa nostra (Claudia Fanti e Cinzia Thomareizis – le quali firmano la prefazione insieme a Vigil -, Luca Pandolfi e Federico Battistutta).

L’ecologia integrale di cui si parla in queste pagine intende varcare i confini talvolta ristretti dell’ambientalismo e, partendo da una cosmovisione rinnovata, desidera proporre uno sguardo che sia integralmente ecologico sul mondo, su sé stessi, finanche sulla spiritualità. Riportiamo dalla quarta di copertina: “La riflessione dei diversi autori si uniscono al clamore della Madre Terra, a quello delle foreste mutilate, dei boschi riarsi, dei fiumi inquinati, delle montagne scavate, degli animali messi alle strette in un habitat invaso”.

Il libro, il cui ricavato andrà a sostenere un progetto ecologico in El Salvador, non è in distribuzione nelle librerie, ma può essere richiesto ad Adista (tel. 06/68801924, e-mail: [email protected], oppure acquistato online sul sito www.adista.it).

La religione, la sua disumanità

Autore: liberospirito 7 Ott 2016, Comments (0)

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Desiderare tutto senza aspettarsi nulla (Raoul Vaneigem)

E’ da poco uscito presso l’editore Massari (www.massarieditore.it) il saggio di Raoul Vaneigem Disumanità della religione. L’originale è apparso in Francia nel 2000, per conto dell’editore Denoel. Diciamo, con una punta di soddisfazione, che il testo in italiano è un vero e proprio “prodotto-liberospirito”. La curatela del volume è opera di Andrea Babini (sua la traduzione, suo uno dei tre testi posti in appendice), l’introduzione è stata scritta da Federico Battistutta (suo un altro degli scritti in appendice; il terzo è dello stesso Vaneigem dal titolo “Per un superamento della religione”).

In questo libro l’autore (esponente di punta del situazionismo negli anni Sessanta/Settanta) compie un’appassionata ricostruzione della nascita delle religioni e della loro sopravvivenza fino ai nostri giorni. E’ un’analisi critica, originale e anche impietosa nei confronti delle istituzioni religiose e delle società all’interno delle quali continuano a prosperare, seminando e coltivando infelicità presso gli esseri umani. Per la modalità con cui affronta l’argomento (critica le religioni senza cadere nell’elogio del pensiero laico e razionalista) è un libro raro che merita conoscere.

Riprendiamo dalla quarta di copertina: “In queste pagine vediamo emergere in maniera netta il conflitto tra religio e religione. Per Vaneigem, con il termine «religione» si intende quel complesso di istituzioni, gerarchie, credenze, riti, scritti e dogmi, sorto come esito indiretto della rivoluzione neolitica in cui l’uomo, addomesticando animali e piante, alla fine ha addomesticato se stesso, divenendo sedentario, cittadino, produttore e infine consumatore. È all’interno di questa divisione del lavoro che sorge il ruolo degli specialisti del sacro, di mediatori tra l’umano e il divino, tra la vita e la morte, proprio delle caste sacerdotali, che trovarono ben presto la loro collocazione sociale nel sostenere il potere costituito, giustificando e benedicendo lo sfruttamento in atto. Per questo Vaneigem afferma che la religione vedrà la sua fine solo con la scomparsa di un mondo che riduce l’uomo al lavoro, che lo strappa al destino di potersi creare, ricreando il mondo. Occorre, secondo l’Autore, rintracciare fin dentro le pieghe delle coscienze e dei vissuti individuali quei tratti morbosi che inducono all’assenza di vita, alla rinuncia, al sacrificio, alla colpevolezza e alla mortificazione per proiettarsi nel cielo degli dei e delle idee” (dall’introduzione di F. Battistutta).

La spiritualità salverà il mondo?

Autore: liberospirito 8 Ago 2016, Comments (0)

 La spiritualità salverà il mondo? A settembre uscirà in libreria un nuovo libro di Matthew Fox dal titolo La spiritualità del Creato: manuale di mistica ribelle (Gabrielli Editori). Anticipiamo ampi stralci dell’intervista che Fox ha rilasciato a Gianluigi Gugliermetto, pastore anglicano e fondatore dell’Associazione Spiritualità del Creato, e che costituirà la postfazione del volume. Abbiamo ricavato la conversazione dal sito di Adista, dove è possibile leggere la versione integrale.

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Quando scrisse  La spiritualità del Creato, il mondo si trovava forse in una situazione di maggiore speranza. La guerra fredda era terminata, la guerra del Golfo non era ancora iniziata. Anche se lei venne ridotto al silenzio per un anno, e scrisse il libro alla fine di quel periodo, il tono generale del volume è molto ottimistico. È d’accordo? Scriverebbe lo stesso libro oggi? O, meglio: la sintesi della spiritualità del Creato che lei ha proposto in questo libro del 1991 è valida ancora oggi?

È vero, ovviamente, che la storia e la cultura si sono evolute da quando ho scritto questo libro. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ad esempio, all’epoca alcuni teologi (tra cui Leonardo Boff e io stesso) eravamo posti sotto silenzio per periodi limitati, ma non eravamo ancora stati espulsi come invece accadde alcuni anni dopo. Successivamente, un totale di 106 teologi e teologhe (la lista si trova nel mio libro La Guerra del papa, Fazi, 2012) sono stati messi a tacere, espulsi e posti in condizioni tali di stress da provocar loro attacchi cardiaci ed esaurimenti nervosi. Il Vaticano dell’era Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era impegnato a screditare la Teologia della Liberazione e le Comunità di Base, in combutta con il presidente Reagan e la CIA (un fatto che documento nel mio libro), ma non era ancora detto che ci sarebbero riusciti e che avrebbero sostituito dei leader cristiani autentici e davvero eroici, come mons. Romero, il vescovo Casaldáliga, il cardinale Arns, con persone estremamente obbedienti e appartenenti alla destra estrema, membri dell’Opus Dei, della Legione di Cristo, e altri ancora. Il marcio dei preti pedofili e la sua copertura da parte della gerarchia, a partire dal card. Law fino al card. Ratzinger, non era ancora visibile al pubblico. Quando il libro venne pubblicato c’era, quindi, più speranza riguardo alla Chiesa cattolica, a causa di una certa ingenuità. Dal punto di vista culturale, il libro venne ben prima dei drammatici eventi dell’11 settembre e la risposta cieca, guidata dal loro cervello rettiliano, data dall’amministrazione Bush-Cheney, con l’invasione dell’Iraq con ragioni false e con il pandemonio che ne seguì, con il Medio Oriente che continua a bruciare, dalla Siria all’Iraq, alla Libia e in altri luoghi ancora. E la successiva “primavera araba” come sappiamo ha ottenuto risultati ambivalenti. Riguardo la tesi fondamentale del libro, tuttavia, ritengo che stia ancora in piedi. Dopo tutto, io non sono un giornalista. Come teologo spirituale cerco di dare un nome alla correnti profonde della vicenda umana, sia quelle individuali sia quelle comunitarie, correnti che sono presenti in ogni caso, indipendentemente dagli avvenimenti internazionali. Ciò che dico in La spiritualità del Creato è ancora vero, secondo me: abbiamo bisogno ora più che mai di un risveglio interculturale che nasca da una passione profonda per la giustizia e la compassione, per un nuovo sistema economico che funzioni per tutti, per il rinnovo delle forme educative e di una filosofia dell’apprendimento che sottolinei la creatività invece dell’obbedienza, che ritenga l’eco-giustizia essenziale per la nostra sopravvivenza come specie (ovviamente anche delle altre specie) e che si impegni a raccogliere insieme le tradizioni sapienziali di tutta la Terra (inclusa la scienza di oggi) invece di continuare le guerre di religione e le divisioni ideologiche. Queste io le chiamo le “quattro E”: l’educazione, l’ecologia, l’economia e l’ecumenismo. È ovvio che la spiritualità del Creato, che pone il Creato come strada maestra dell’esperienza del divino e del senso del sacro, è al cuore del rinascimento che tutti stiamo cercando. Per questo io continuo a suggerire di passare dalla conoscenza alla sapienza, un passaggio che un vero rinascimento spirituale può effettuare, anzi deve. La scienza ha fatto grandi passi avanti negli ultimi 25 anni, quando questo libro venne pubblicato in lingua inglese, risvegliandoci tutti quanti, attraverso le sue scoperte, all’importanza dell’interconnessione come base della compassione (di cui parlo nel mio libro Compassione: spiritualità e giustizia sociale).

Quindi lei non è indotto al pessimismo dalle vicende dei nostri giorni?

Thomas Berry ha sottolineato che spesso è nei periodi più oscuri della storia che emergono le fasi più creative. Questo fu il caso della dinastia Han nella Cina del III secolo, e una cosa simile si è verificata nel Medioevo europeo. L’oscurità non deve indurre al pessimismo, ma può essere un invito ad accendere i focolai della creatività e dell’immaginazione sociale. Il movimento della spiritualità del Creato lo fa da decenni nell’area della pedagogia, con risultati stupendi, come anche nell’area dell’ecologia e dell’ecumenismo. E certamente dobbiamo spingere per una nuova economia che funzioni e abbiamo, tra gli altri, l’economista David Korten il quale è impegnato a tracciare un’economia che funzioni per tutti, inclusi i non-umani. Fu Tommaso d’Aquino ad avvertirci che «la disperazione è il più insidioso dei vizi» (mentre il peggiore dei peccati per lui è l’ingiustizia). Quando siamo disperati, osserva Tommaso, non ci amiamo, e per questo non amiamo gli altri. La disperazione caccia via la compassione dai nostri cuori. La speranza quindi è necessaria per sopravvivere, ma mi piace la definizione che della speranza dà l’eco-filosofo David Orr: «La speranza è un verbo che si tira su le maniche». La nostra speranza e il nostro ottimismo sono proporzionali alla fatica che decidiamo di metterci.

Quanto è importante per lei che la spiritualità rimanga distinta dalla religione? Pensa che la Chiesa cattolica, o altre Chiese, si stiano muovendo verso una stagione di riforme? Pensa che le persone possano essere raggiunte dalla spiritualità del Creato anche se non appartengono a nessuna istituzione religiosa?

Penso che la religione istituzionale così come la conosciamo stia per terminare la sua corsa, in Oriente come in Occidente. Gaia – la Terra – è così seriamente in pericolo e le istituzioni moderne sono così lontane dalle persone, che si può tracciare un parallelo tra periodi analoghi della storia dell’Occidente quando nacquero dei nuovi ordini. Penso alla nascita dei Benedettini nel VI secolo, ai Francescani e ai Domenicani nel XIII secolo, ai Gesuiti nel XVI secolo. Gli ordini rispondono più rapidamente ai cambiamenti culturali rispetto ai grandi apparati delle religioni istituzionali. In un certo senso, la moltiplicazione dei movimenti in seno al protestantesimo ha rispecchiato la nascita degli ordini nella Chiesa cattolica romana, ma non completamente. La base del protestantesimo è stata la reazione contro gli abusi della Chiesa cattolica, e sebbene la protesta e il no profetico siano una cosa molto positiva, il risultato ottenuto ha messo in secondo piano il sì mistico alla vita e il misticismo stesso. I limiti del protestantesimo, che oltretutto è nato contemporaneamente al mondo moderno, sono ben visibili oggi, come aveva predetto Paul Tillich 75 anni fa parlando di «fine dell’era protestante». Ma oggi noi viviamo anche nell’era della fine del cattolicesimo romano. Il pianeta Terra si trova in circostanze così preoccupanti che non può permettersi di aspettare che le religioni organizzate si diano una mossa. La Terra stessa sta chiamando molti giovani a realizzare nuove forme comunitarie, un nuovo connubio tra contemplazione e azione, tra misticismo e profezia, che ha luogo al di fuori delle mura dei monasteri e spesso al di fuori delle Chiese. Molti giovani stanno rispondendo con generosità e con coraggio a questa chiamata e sono ben pochi quelli che si aspettano che la guida venga assunta dalla Chiesa istituzionale. Inoltre, l’assunzione di tradizioni e di pratiche spirituali che provengono dall’Oriente e dai popoli indigeni è anch’essa un segno dei nostri tempi. Il suo successo non dipende tanto dalla religione istituzionale quanto dalla fame dei cuori e dal desiderio profondo che hanno le anime di gustare il divino per mezzo di pratiche di meditazione che sono non-dualistiche e che uniscono profondamente corpo, anima e spirito. Lo yoga e la meditazione zen sono degli esempi, ma ci sono molte altre pratiche, tra cui l’arte-come-meditazione, la messa cosmica, i mantra cristiani, lo studio dei nostri mistici occidentali, la permacultura e gli orti, e infine le pratiche di derivazione nativo-americana come la capanna sudatoria e la ricerca della visione. La spiritualità del Creato promuove tutte queste cose, rimanendo attenta a ciò che accade nella cultura. La religione e la spiritualità spesso prendono strade separate, e me ne rammarico. Ma la spiritualità viene per prima. Ovviamente è un bene invitare le persone che frequentano ancora i riti religiosi ad accostarsi all’ambito della spiritualità. (…)

Lei ha preceduto l’eco-teologia, oggi presente nelle scuole di teologia, ma è diventata una disciplina a sé. Come avvenne originariamente per lei la connessione tra teologia ed ecologia? È chiaro che la sua “spiritualità del Creato” non è limitata alla questione ecologica, e tuttavia è intimamente legata alla Terra. Qual è dunque la relazione tra la Terra e Dio?

È incoraggiante scoprire che le Chiese e la società intera hanno fatto dei grandi passi in avanti da quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, riguardo all’importanza dell’eco-teologia e delle pratiche ecologiche. Si possono indicare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, le rivelazioni della scienza su tale cambiamento e sull’estinzione delle specie, l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ (che, tra parentesi, è stata scritta in gran parte da una persona che è stata mio studente in un master di spiritualità del Creato), e il risveglio di interesse nei grandi mistici della spiritualità del Creato di ieri e di oggi. La chiave è la riscoperta della sacralità della Terra e della sua casa più vasta, l’universo. La Terra non ha mai peccato, soltanto gli esseri umani peccano. La Terra è una benedizione originaria che non ha eguali, e tutte le nostre benedizioni derivano da lei. Tutti gli esseri sono un altro Cristo, un Cristo Cosmico. Questa “terza natura” di Cristo, cioè il Cristo Cosmico, è stata ignorata per secoli, ma è presente nei primi scritti della tradizione cristiana: nelle lettere paoline, come ad esempio quella ai Colossesi, e altrove, come nel Vangelo di Tommaso che si potrebbe datare all’epoca di Paolo, prima ancora dei Vangeli sinottici. Dal momento che, come ha detto Thomas Berry, «l’ecologia è l’aspetto funzionale della cosmologia», il Cristo Cosmico è un Cristo ecologico. La luce e la bellezza della Terra ci mostrano la divinità creatrice, ma le sofferenze della madre Terra ci mostrano la crocifissione del Cristo cosmico nella nostra epoca. Uccidere la Terra, la diversità delle sue specie, le acque e i pesci, gli alberi e le foreste, significa crocifiggere di nuovo il santo Cristo. Gli imperi di oggi fanno alla Terra e alle creature quello che fece l’Impero romano a Gesù. Dio e la Terra sono in relazioni intime. (…)

 

Il libro si apre con la «nuova storia della creazione». Cos’è? In che senso si collega alla storia biblica? Il cristianesimo non dovrebbe mantenere la sua storia della creazione?

La scienza ci ha fatto dono di una nuova storia della creazione che unisce molti popoli del pianeta, al di là delle loro culture, etnie o tradizioni religiose. Questa è una buona cosa, perché le tribù umane sono sempre rimaste unite attorno alla loro storia della creazione, e oggi noi esseri umani stiamo diventando una sola tribù, pur nella differenza di filoni di idee e costumi culturali. Io non sto dicendo che dobbiamo gettar via la cornucopia di storie della creazione che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, siano esse bibliche o derivanti dalle tradizioni indigene, ecc. Si tratta di un et-et. La storia scientifica risveglia la meraviglia e ci dice come siamo giunti fino qui. Si tratta di cose che è necessario conoscere e che sono più che banalmente edificanti. Sono verità universali, come è la scienza. Ma anche le nostre storie bibliche (e ce ne sono più di una, sia nella Bibbia ebraica sia in quella cristiana) hanno molto da insegnarci. Comunque, molte delle lezioni che possiamo apprendere non stanno tanto nella lettera dei fatti scientifici, ma nel nostro comportamento quando li veniamo a conoscere.

Lei offre una serie di «regole per vivere nell’universo». Qual è la sua relazione con la disciplina, nel senso che lei di solito sembra più interessato alla liberazione dalle regole che a dettarne di nuove. Inoltre, quant’è difficile obbedire alle regole di cui lei parla?

Quando parlo di “regola” parlo anche di “habitus” oppure di “virtus”, nel senso latino, oppure di valori. Perché questi valori prendano piede c’è bisogno di disciplina interiore e di sostegno collettivo. Ma se la società decide di aderire ad essi, diventa più facile farli vivere. Essi diventano parte della nostra educazione scolastica, delle storie collettive e dell’arte, sia essa musica, cinema, teatro, danza o riti. È compito di una collettività sana rendere più facile l’adesione a queste “regole”. Ci vogliono soprattutto coraggio e generosità, che io vado sempre cercando nelle persone perché ritengo che siano i segni più rilevanti dello spirito nel nostro tempo. Sono lieto di trovarli specialmente nei giovani. Celebrare questi valori e lodarli pubblicamente fa parte della sapienza intergenerazionale che vogliamo promuovere, come anche l’incarnarli nell’educazione, nella religione, ecc.  [Tra le “regole” di cui Fox parla nel libro si trovano la stravaganza, l’espansione, la varietà, il vuoto, la creatività, la giustizia e la bellezza – nota del curatore]. (…)

 

Oltre le religioni. Un libro

Autore: liberospirito 18 Lug 2016, Comments (0)

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Una segnalazione libraria, anche se propriamente non da ombrellone. E’ uscito in questa primavera, presso l’editore Gabrielli, un volume collettivo, curato da Claudia Fanti (giornalista presso “Adista”) e da Ferdinando Sudati (teologo e presbitero diocesano), dal titolo quanto mai accattivante: Oltre le religioni. I quattro autori pubblicati provengono da diverse parti del mondo, a testimoniare – se ce ne fosse ancora il bisogno – come la necessità di un radicale rinnovamento religioso nel mondo cristiano sia avvertita su scala planetaria. Sono studiosi con formazione e percorsi differenti ma accomunati dalla medesima sensibilità. Si tratta di John Spong, vescovo episcopalismo statunitense (v. qui); Maria Lopez Vigil, scrittrice cubano-nicaraguense; Roger Leaners, gesuita belga (v. qui) e infine Josè Maria Vigil, teologo spagnolo ma residente in Sud America da anni e coordinatore della commissione teologica dell’EATWOT (associazione ecumenica dei teologi e teologhe del terzo mondo – v. qui e qui). Inoltre il volume gode di alcune pagine introduttive scritte da Marcelo Barros, monaco benedettino brasiliano ed esponente di punta della teologia della liberazione.

Cosa vuol dire andare oltre le religioni? Significa, in breve, riconoscere il carattere storico, culturale delle religioni così come le conosciamo. Le istituzioni religiose sono il prodotto indiretto della rivoluzione neolitica e delle cosiddette civiltà monumentali nate da quella rivoluzione. Hanno giocato un ruolo fondamentale in molte epoche storiche ma, come ogni fenomeno storico, alla fase iniziale, aurorale, è succeduta quella della piena maturità e sviluppo, per intraprendere poi un’altra fase, quella crepuscolare, declinante. Oggi siamo entrati in questo stadio.

Ma parlare di una fase calante delle istituzioni religiose non significa liquidare in toto l’esperienza religiosa. L’essere umano che noi tutti siamo, quello che gli scienziati chiamano homo sapiens sapiens, ha una vita lunga, assai più antica delle grandi civiltà del passato, siano esse quelle egizie, sumere, cinesi o altre ancora. Come scrive Claudia Fanti: “Fin dal principio, l’homo sapiens è stato anche homo spiritualis, l’idea concreta di Dio è stata elaborata molto più tardi”. Allora come è esistita una religiosità prima delle religioni è altrettanto possibile riflettere su una religiosità dopo le religioni. E’ ciò che Josè Maria Vigil chiama ‘paradigma post-religionale’. La società attuale, della conoscenza e dell’informazione, globalizzata, post-industriale si sta incamminando lungo questa direzione. E’ un fenomeno che ci interessa da vicino, poiché riguarda soprattutto il cosiddetto primo mondo.

Scrive Roberto Mancini, citato nell’introduzione: “Ogni confessione religiosa è una strada, non una casa e tanto meno una fortezza. Se si irrigidisce come se fosse una casa, allora la religione stessa diventa idolatria”. La religione diventa idolatria quando confonde il mezzo con il fine, quando la sopravvivenza dell’istituzione diviene più importante delle ragioni che l’hanno fatta nascere. E’ questo il triste e perverso destino a cui sono destinate tutte le istituzioni (come Ivan Illich ha mostrato assai bene nei suoi lavori), non solo quelle religiose.

E’ lungo questo asse che si snodano i quattro interventi, con accenti e toni differenti, seguendo piste di ricerca non sovrapponibili l’una all’altra, ma   affratellati tutti dalla percezione che, sapendo affinare lo sguardo, c’è tutto un mondo che oggi vuole venire alla luce e che desidera esprimere in forme nuove, inedite, la gioia di vivere e il legame che unisce tutti i viventi.

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Gli animali e i loro uomini

Autore: liberospirito 30 Mag 2016, Comments (0)

C’è stato un lungo e lontano periodo nel storia dell’essere umano (meglio: un lunghissimo e lontanissimo periodo) in cui arte e religione non si erano ancora separate l’una dall’altra, laddove l’umana esperienza non si era frammentata e dispersa in una miriade di rivoli sempre più parcellizzata. Proponiamo una riflessione su questo tema, paradossalmente tanto antico quanto attuale. La fonte è il blog artenatura.altervista.org, a cui abbiamo avuto già occasione di attingere.

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Gli animali e i loro uomini è il titolo di una raccolta di poesie che Paul Eluard, poeta surrealista, scrisse intorno agli anni ’20 del secolo scorso. Viene citata da Georges Bataille nel suo libro Lascaux, la nascita dell’arte, dove dice che condizione della poesia è un sentimento più autentico dell’uomo: è anche il prezzo che occorre pagare se non vogliamo essere impenetrabili agli insegnamenti silenziosi della caverna.

Non vogliamo con questo post parlare di arte preistorica in senso archeologico. Ci interessa quel “sentimento più autentico”, domandarci cosa significa, per non correre il rischio di divenire impenetrabili ai silenziosi insegnamenti di quegli animali dipinti quasi all’inizio della nostra comparsa sulla terra.

Su queste pagine abbiamo già parlato di animali divenuti soggetto artistico fondamentale per artisti del ‘900 come Franz Marc o Ligabue, ad esempio. Ma allora, infinitamente lontano nel tempo, era la prima volta.

Scrive Bataille:

Queste figure esprimevano il momento in cui l’uomo riconosceva il maggior valore della “santità” che l’animale doveva possedere: l’animale di cui forse cercava l’amicizia, dissimulando il basso desiderio di cibo che lo comandava. L’ipocrisia con cui velava questo desiderio aveva un senso profondo: era il riconoscimento di un valore sovrano. L’ambiguità di questi comportamenti traduceva un sentimento superiore: l’uomo si giudicava incapace di raggiungere la meta prefissata se non riusciva ad elevarsi al di sopra di se stesso. Almeno doveva fingere di elevarsi al livello di una potenza che lo superava, che nulla calcolava, del tutto disinteressata, e da cui l’animalità non si distingueva. 

(…) Possiamo almeno dire che la bellezza, quasi sovrannaturale, degli animali della caverna ha tradotto questa ambiguità. Indubbiamente quest’arte è naturalistica, ma il naturalismo coglie, esprimendolo con esattezza, ciò che vi è di meraviglioso nell’animale.

(…) Tracciare una figura non era forse, di per sé, una cerimonia, ma poteva esserne un elemento costitutivo. Si trattava di un’operazione religiosa o magica. Le immagini dipinte, o incise, senza dubbio non avevano quel significato di decorazione duratura che fu loro espressamente attribuito nei templi e nelle tombe dell’Egitto, così come nei santuari della Grecia o della cristianità del Medioevo. Se avessero avuto un tale valore, il sovrapporsi delle immagini non sarebbe stato possibile. Esso significa che le decorazioni esistenti erano diventate trascurabili nel momento in cui si tracciava una nuova immagine. In quel momento era d’importanza secondaria sapere se la nuova immagine ne distruggeva un’altra più antica, e forse più bella. (…) L’operazione corrispondeva unicamente all’intenzione. La maestà della caverna apparve solo in seguito, come un dono del caso o il segno di un mondo divino.

(…) La regola dell’arte era dettata non tanto dalla tradizione quanto dalla natura (…) in se stessa l’opera d’arte era libera, non dipendeva da procedimenti che ne avrebbero determinato la forma dall’interno e l’avrebbero ridotta a convenzione.

(…) Esistevano dei procedimenti, e senza alcun dubbio gli uomini di quel tempo se li trasmisero, ma non erano essi a decidere la forma, lo stile e l’inafferrabile movimento dell’opera d’arte. (…) Inevitabilmente l’arte, alla sua nascita, sollecitava quell’impulso di spontaneità indomabile che si è convenuto di chiamare genio. (…) Creavano dal nulla il mondo che raffiguravano.

(…) Quello che si percepisce, quello che ci colpisce a Lascaux, è ciò che “freme”. Un sentimento di danza dello spirito ci innalza di fronte a queste opere in cui la bellezza, priva di regole, promana da movimenti febbrili: di fronte ad esse ciò che ci s’ impone è la libera comunicazione tra l’essere e il mondo che lo circonda; l’uomo vi si abbandona entrando in armonia con questo mondo di cui scopre la ricchezza. Questo movimento di danza ebbra ebbe sempre la forza di elevare l’arte al di sopra dei compiti subordinati che essa accettava, che la religione o la magia le dettavano.

Tra queste parole sottolineiamo quel che più ci aiuta a riflettere; quindi pensiamo a come non sia fuori dal tempo odierno vedere l’impossibilità di raggiungere una meta prefissata se non si riesce ad elevarsi al di sopra di se stessi, ad entrare in un ordine che tutto include, e come possa essere da quel sentire che prende avvio un movimento – non più autoreferenziale – che nel suo farsi ricerca quell’antica libertà di cui le arti conservano le tracce.

E’ nella nostra esperienza il poter dire che la percezione di ciò che “freme”, quella sorta di danza dello spirito che ci si muove dentro, è un sentimento che possiamo avere la fortuna di provare tutte quelle volte che – forse per caso, ma sempre fortunatamente – si accorcia la distanza che ci separa dal resto del mondo naturale. In questo crediamo stia la meraviglia che ci coglie di fronte all’arte preistorica e il suo fondamentale insegnamento giunti all’epoca e nelle condizioni in cui siamo.  Siamo esseri sensibili, quindi è il sentire ciò di cui abbiamo bisogno, da lì partono le nostre emozioni, il dolore ma anche la gioia di vivere che lo compensa. Avere messo troppa distanza tra noi e tutto il resto ha fatto nascere le realtà virtuali  ma ha sicuramente reso molto triste la danza del nostro spirito.

Concludiamo riportando ancora alcune parole di Bataille che vogliamo usare come auspicio per una rinnovata capacità di inventare il mondo attraverso il gioco creativo:

(…) Quel poco di conoscenza che si produsse all’inizio si deve al lavoro del “faber”. L’apporto del “sapiens” è paradossale: è l’arte e non la conoscenza (…) l’uomo di Lescaux lo distinguiamo con più esattezza da colui che lo ha preceduto insistendo non sulla conoscenza ma sull’attività estetica che è, nella sua essenza, una forma di gioco. Huizinga lo ha dimostrato: il nome di “Homo ludens” non conviene soltanto a colui che con le sue opere donò alla verità umana la virtù e lo splendore dell’arte, ma esso designa con esattezza l’umanità intera. (…) fu quando l’uomo giocò e seppe, giocando, attribuire al gioco la permanenza e l’aspetto meravigliosi dell’opera d’arte, che l’uomo assunse l’aspetto fisico a cui la sua fierezza resterà legata. Il gioco non può ovviamente essere la causa dell’evoluzione, ma non c’è dubbio che la pesantezza neandertaliana coincida con il lavoro e l’uomo liberato coincida con il fiorire dell’arte. (…) gioco che legò il significato dell’uomo a quello dell’arte, che ci liberò, foss’anche fugacemente, dalla triste necessità, e ci fece accedere in qualche modo a quello splendore meraviglioso della ricchezza, per il quale ognuno si sente nato.

Liberospirito sbarca oltre Manica

Autore: liberospirito 20 Apr 2016, Comments (0)

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E’ da poco nelle librerie inglesi il volume Therapy & the Counter-tradition: The Edge of Philosophy, pubblicato da Routledge (una delle case editrici più importanti nel settore delle pubblicazioni accademiche). Si tratta di un libro collettivo, curato da M. Bazzano e J. Webb, in cui esponenti della psicoterapia contemporanea, filosofi e saggisti, esplorano le relazioni possibili tra le idee filosofiche e il lavoro di terapia. Diamo questa notizia perché tra i collaboratori c’è anche chi partecipa al progetto liberospirito. A seguire l’indice del libro. Sarebbe auspicabile, prima o poi, una traduzione italiana.

Part 1 – The Threshold Experience 

  1. Manu Bazzano: ‘Changelings’: The Self in Nietzsche’s Psychology
  2. John Lippitt : What can Therapists learn from Kierkegaard
  3. Diana Voller: John Keats and Negative Capability: The Psychotherapist’s X factor?
  4. Nick Duffell: That Piece of Supreme Art, a Man’s Life
  5. Subhaga Gaetano Failla: Tears of Joy: Pascal’s ‘Night of Fire’

Part 2 – Ethics and Politics 

  1. Julie Webb:Who am I? You tell me: Desire and Judith Butler
  2. Richard Pearce: The Liberation Psychologist: A Tribute to Jean-Paul Sartre
  3. Federico Battistutta: Instances of Liberation in Rousseau
  4. James Belassie: A Metaphysical Rebellion: Camus and Psychotherapy

Part 3 – Self, Other, World 

  1. Manu Bazzano: Desire-Delirium: Notes on Deleuze and Therapy
  2. Paul Gordon: A Poetry of Human Relations: Merleau-Ponty and Psychotherapy
  3. Eugenia Lapteva: This Culture of Me: On Singularity, Secrecy and Ethics
  4. Federico Battistutta: Energy Ethics and the Thought of Difference in Luce Irigaray

Part 4 – Therapy, Language, Metaphysics 

  1. Julie Webb: Under Arrest: Wittgenstein and Perspicuity
  2. John Mackessy: A Penetrating Beam of Darkness
  3. Jeff Harrison: Lifting the Curse: Wittgenstein, Buddhism and Psychotherapy
  4. Devang Vaidya: Amor Fati: Suffering to Become the Person One is

 

Eduardo Galeano, in memoriam

Autore: liberospirito 16 Apr 2015, Comments (0)

 

Risale a qualche giorno fa (il 13 di aprile) la scomparsa di Eduardo Hughes Galeano, scrittore, saggista, giornalista, osservatore acuto e critico dei nostri tempi. Uruguaiano di Montevideo, ha concluso la sua vita proprio lì, dopo aver vagato per oltre una decina d’anni da un paese all’altro, per sfuggire alle dittature militari che hanno infestato a lungo l’America Latina. Anche se Galeano non ha rivolto particolare attenzione alla dimensione religiosa piace comunque ricordarlo su questo blog.  Lo facciamo con un breve ironico testo (proveniente da Il libro degli abbracci, pubblicato da Bompiani) che fa parte di una terna di testi riuniti sotto il titolo “Teologia” (questo è il terzo).

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Errata corrige

Laddove l’Antico Testamento dice quello che dice, leggi quanto segue (me lo ha confidato, se non m’inganno, il suo pro­tagonista):

Peccato che Adamo sia stato tanto sciocco. Peccato che Eva sia stata così sorda. E peccato che io non sia riuscito a farmi capire.

Adamo e Eva erano le prime creature umane che mi uscivano dalle mani, e devo riconoscere che ave­vano qualche difetto di costruzione, nella struttura e nelle rifiniture. Non erano ancora in grado di ascolta­re, né di pensare.Quanto a me… beh, probabilmente non ero ancora pronto per parlare. Prima di Adamo e Eva non avevo mai parlato con nessuno. È vero che avevo pronunciato belle frasi come “Sia fatta la lu­ce », ma  sempre in solitudine. Così, quella sera che m’imbattei in Adamo e Eva, nell’ora della brezza, non fui molto eloquente. Non avevo esperienza.

La prima impressione fu di grande stupore. Loro avevano appena rubato il frutto dell’albero proibito, che stava al centro del Paradiso. Adamo faceva una faccia di generale che ha appena dovuto consegnare la spada, e Eva guardava per terra, come se contasse le formiche. Ma erano tutti e due incredibilmente gio­vani e belli e radiosi. Fui pieno di meraviglia. Li ave­vo fatti io, ma non credevo che il fango potesse essere luce.

Subito dopo, devo ammette rio, provai invidia. Dal momento che nessuno mi può dare ordini, non conosco la dignità della disubbidienza. E non posso nemmeno conoscere l’audacia dell’amore, che impone di essere in due. In virtù del principio d’autorità, repres­si l’impulso di congratularmi con loro per esser di­ventati in così poco tempo esperti nelle passioni umane.

Fu a questo punto che cominciarono gli equivoci. Io dissi volo e loro intesero caduta. Credettero che un peccato meritasse il castigo per il semplice fatto di essere originale. Dissi che pecca chi non ama: intesero che pecca chi ama. Quando promisi praterie di festa, inte­sero valle di lacrime. Dissi che il dolore era il sale che dà sapore all’avventura umana e loro credettero che li stessi condannando ad accettare il dono glorioso di essere sciocchi e mortali.

Capirono tutto all’incontrario. E ci credettero.

Negli ultimi tempi ho qualche problema d’inson­nia. Da alcuni millenni faccio fatica a dormire. Eppu­re dormire mi piace, mi piace molto, perché quando dormo sogno. E allora divento amatore e amatrice, mi lascio ardere nel fuoco fugace degli amori passeg­geri, sono attore di strada, pescatore d’altura o gitana che predice la sorte; dell’albero proibito divoro anche le foglie e bevo e ballo fino a stramazzare…

Quando mi sveglio mi ritrovo solo. Non ho nessu­no con cui giocare, perché gli angeli mi prendono troppo sul serio. Non c’è qualcuno che io possa desi­derare. Sono condannato a desiderare me stesso. Va­do vagando da una stella all’altra, tediandomi nel vuoto dell’universo. Mi sento esausto, completamente solo. Sono solo, solo, per tutta l ‘eternità.

Eduardo Galeano

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Il 10 aprile del 1955 morì a New York Pierre Teilhard de Chardin. In seguito venne sepolto nel cimitero della casa noviziale dei gesuiti a Saint Andrew on Hudson (oggi Hyde Park di New York).

Sono trascorsi dunque sessantanni dalla sua scomparsa. In occasione di questa ricorrenza “Voices” rivista internazionale e multilingue di teologia ha messo on line un numero interamente dedicato al “gesuita proibito”. O meglio, si tratta di una lunga riflessione sull’attualità di Teilhard visto a partire dal sud; un sud in primo luogo geografico (quello che veniva chiamato “terzo mondo”), ma anche un sud inteso dal punto di vista epistemologico. Sono raccolti interventi (in inglese, spagnolo, portoghese e italiano) di Jorge Nicolás ALESSIO, Federico BATTISTUTTA, Frei BETTO, Maria Clara Lucchetti BINGEMER, Roger HAIGHT, Agustín DE LA HERRÁN GASCÓN, Carles James dos SANTOS, Jojo M. FUNG, Luiz Alberto Gómez DE SOUZA e Roberto TOMICHÁ.

Questo è il link per accedere al numero in questione della rivista.

Chi invece volesse prendere visione dei numeri di “Voices” fin qui usciti (si possono leggere – fra gli altri – interventi di Michael Amaladoss, Marcelo Barros, Leonardo Boff, Pedro Casaldaliga, Vito Mancuso, Josè Maria Vigil e di numerosi altri autori) può andare qui. “Voices” è una pubblicazione curata dalla Commissione Internazionale Teologica dell’EATWOT (Ecumenical Association of Third World Theologians). Andando qui si può consultare il sito dell’EATWOT.

E’ stato da poco pubblicato il saggio Storie dell’Eden. Prospettive di ecoteologia (Milano, IPOC) di Federico Battistutta. E’ un libro che, partendo dalla crisi globale che ci riguarda direttamente, prova a ragionare a partire da un campo di ricerca ancora pochissimo esplorato in Italia. Ci riferiamo all’ecoteologia e ai numerosi autori che di essa si sono occupati (Leonardo Boff,  Thomas Berry, Jurgen Moltmann, Raimon Panikkar, Matthew Fox, per citare solo i più noti). Di seguito offriamo la sinossi del testo.

storie dell'eden

Presso diversi popoli e diverse culture, tanto del passato che del presente, ricorrono narrazioni in cui si parla di spazi e di tempi dove si è resa possibile, come per incanto, un’intesa e un rispecchiamento tra uomo e donna, tra giovani e vecchi, tra l’essere umano e il mondo minerale, vegetale e animale. Cosa dicono a noi contemporanei, in quest’epoca di crisi incombente, tali racconti? Si tratta solo di mitologie, fole nostalgiche e fantasiose riguardanti un passato che forse non è mai esistito? O, al contrario, custodiscono qualcosa di prezioso: una profezia, una speranza, un sogno verso quella nuova innocenza a cui – nel segreto più intimo del suo cuore – da sempre, con passione e intelligenza, l’essere umano aspira?

Di ciò si occupa il presente saggio, prendendo le mosse dalle narrazioni presenti nel testo biblico, passando poi attraverso i classici greci e latini, la letteratura popolare, le ricerche archeologiche e antropologiche, fino a un confronto serrato con alcune figure significative del pensiero moderno e contemporaneo. Lungo questo percorso labirintico vengono esplorate e scandagliate le possibilità e gli esiti meno scontati, rimanendo così all’altezza della radicalità insita in una simile domanda. Come dire: quando il deserto avanza è opportuno pensare in grande e agire di conseguenza.

Per ulteriori informazioni sul libro (consultazione dell’indice, lettura del primo capitolo e altro ancora) si può andare a questa pagina.

Chi desiderasse acquistarlo lo può ordinare presso le maggiori librerie on line o direttamente presso l’editore (andando alla pagina già indicata sopra).

Arabi senzadio?

Autore: liberospirito 24 Feb 2015, Comments (0)

Parliamo qui di un libro a venire. O meglio un libro già esistente e in attesa di pubblicazione in Italia. Il libro in questione è Arabs Without God (Arabi senza Dio) ed è uscito a metà 2014 in formato ebook, autopubblicato dall’autore, Brian Whitaker, già caporedattore per il Medio Oriente del “Guardian” dal 2000 al 2007. Attualmente è giornalista freelance, pur continuando a collaborare con il quotidiano britannico.

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Il tema della libertà di pensiero nei Paesi arabi, e in quelli del Medio Oriente in particolare, è di particolare importanza e interesse soprattutto alla luce del sempre più frequente incontro/scontro fra tradizioni e fedi diverse, dentro e fuori l’Europa. In questi Paesi, dichiarare apertamente di non credere in Dio significa compiere un atto clamoroso e talvolta pericoloso, a volte significa firmare la propria condanna a morte. Eppure sempre più persone, incoraggiate dalle rivolte delle passate “primavere arabe” e dalla diffusione dei social media, trovano la forza di esprimere le loro idee. Scopriamo che nei luoghi di origine di una delle più diffuse religioni del mondo c’è molto più fermento e diversità di vedute di quello che siamo abituati a pensare in Occidente. Governi e autorità religiose si trovano di fronte a una sfida radicale alla loro autorità divina. Per questo è importante conoscere il fermento in atto in quei luoghi. Promuove la pubblicazione in Italia la casa editrice Corpo60 (www.corpo60.it).

Di seguito la sintesi di un paio di testimoninaze raccolte nel volume:

Nella città palestinese di Qalqilya, il venticinquenne Waleed al-Husseini era stato folgorato da un’idea stravagante anche se irriverente. Decise che era ora che Dio avesse una pagina su Facebook – e si accinse a crearne una. L’ha chiamata Ana Allah (“Io sono Dio”) e il primo post annunciava scherzosamente che in futuro Dio avrebbe comunicato direttamente con le persone tramite Facebook poiché, pur avendo inviato profeti secoli fa, il suo messaggio non era ancora stato recepito. Waleed è stato incarcerato e sottoposto a un interminabile processo perché il suo ateismo era una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Oggi vive in Francia.

Tareq Rajab Sayed de Montfort, invece, è un giovane artista nato in Kuwait, gay dichiarato. Si definisce devoto, anche se in modo non convenzionale. Afferma che la sua omosessualità non lo ha mai portato a dubitare della sua fede o del senso del divino, anche se riconosce che i traumi che altri subiscono possono fare disintegrare ogni forma di fede. Questo problema non si porrebbe, ha suggerito Tareq, se i musulmani ascoltassero il consiglio del Profeta di “pensare da sé”.