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Categorie: esperienza religiosa

Oltre le religioni: un inedito cammino

Autore: liberospirito 20 Ott 2019, Comments (0)

E’ ormai una constatazione comune riconoscere la crisi in cui versano le istituzioni religiose, soprattutto nel cosiddetto “primo mondo” (Europa e Italia incluse, ovviamente). Sembra che sia in corso un nuovo esodo, costituito da una moltitudine di soggetti che a vario titolo non si riconoscono più nelle varie Chiese; uomini e donne che cercano, fuori dai recinti consueti, luoghi ove poter formulare in piena libertà le proprie domande e la propria ricerca.

Secondo alcuni studiosi le istituzioni religiose sono uno degli esiti delle civiltà monumentali di un antico passato: hanno svolto un ruolo fondamentale, ma – come ogni fenomeno storico – dopo la fase aurorale, quella dello sviluppo e della maturità, si stanno incamminando verso uno fase crepuscolare. Noi stiamo vivendo in pieno questo passaggio.

Ma parlare di una fase declinante delle istituzioni religiose non significa liquidare quella domanda di senso radicale che l’esperienza religiosa racchiude e custodisce. Così come è esistita, in un remoto passato, una religiosità prima delle religioni, oggi i tempi sembra che stiano sollecitando una religiosità dopo le religioni e proprio l’attuale società globalizzata della conoscenza e dell’informazione pone con urgenza queste domande.

Su questo e su molto altro si svolgerà un incontro a fine ottobre, a Motta di Livenza. Federico Battistutta – ricercatore indipendente nel campo del religioso contemporaneo – affronterà il tema: Oltre le religioni: un inedito cammino.

Dove: c/o Onorio Zaratin, via della Croce,1 – Motta di Livenza (TV)

Quando: Sabato 26 Ottobre 2019, ore 20,30.

Contatti e info: [email protected]

Poveri di tutto il mondo, unitevi!

Autore: liberospirito 17 Lug 2019, Comments (0)

Pubblichiamo un articolo di Aboubakar Soumahoro (sindacalista della USB, impegnato nella lotta per i diritti dei braccianti), apparso sull’ultimo numero dell'”Espresso”. Si parla di miseria materiale, ma anche di miseria immateriale e della necessità di dare vita a “una rivoluzione spirituale capace di accendere le luci della speranza oltre il presentismo ed il suo cannibalismo”. Sono parole che risuonano con la sensibilità del liberospirito. Da leggere …

 

Nel corso degli ultimi anni, a letteratura accademica ha trattato approfonditamente il tema della povertà materiale declinandolo in povertà assoluta o estrema, che fa riferimento alla condizione nella quale versano le persone impossibilitate a soddisfare i bisogni di base, e in povertà relativa, che esprime l’incapacità e le difficoltà economiche nella fruizione di beni e servizi in rapporto al livello economico medio di un paese.

Questi due parametri della povertà materiale si manifestano anche attraverso “carestia, malnutrizione, accesso limitato all’istruzione e ai servizi di base, discriminazione sociale, esclusione e mancanza di partecipazione al processo decisionale. Oggi, più di 780 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà internazionale. Più dell’Il per cento della popolazione mondiale vive ín condizioni di estrema povertà e lotta per soddisfare i bisogni di base come la salute, l’istruzione, l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari. Oltre 160 milioni di bambini rischiano di rimanere in condizioni di estrema povertà entro il 2030” secondo le Nazioni Unite.

La povertà materiale, che sia essa relativa o assoluta, interessa anche milioni dí lavoratori e di lavoratrici per la natura precaria del lavoro e dei bassi salari che li confina al contempo in una precarietà socio esistenziale. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), in Italia la povertà assoluta interessa circa 5 milioni di persone mentre quella relativa riguarda quasi 9 milioni di individui. Secondo questo dato, la povertà materiale colpisce 14 milioni di persone in Italia, ovvero circa il 23,4 per cento dell’intera popolazione.

Il dramma della povertà materiale insieme alla sua intensità divora, in modo sistematico, ogni giorno milioni di persone ai quattro angoli del mondo. Purtroppo, le società odierne tendono a stigmatizzare le persone impoverite per la loro condizione di povertà subita. Queste persone, definite “parassiti della società”, vengono ghettizzate urbanisticamente e relegate nelle periferie che diventano luoghi di solitudini parallele e che non consentono di trasformare il sentimento di disperazione in una condivisa consapevolezza politica. In questo contesto diventa più facile indirizzare la frustrazione verso chi sta peggio. Tutto ciò favorisce di fatto il sorgere dì una povertà delle coscienze.

La povertà materiale dei nostri giorni è accompagnata da una povertà immateriale che continua a erodere valori e principi indispensabili alla nostra comunità. Per uscire dalla povertà immateriale serve un risveglio delle coscienze anche attraverso una indispensabile rivoluzione spirituale e politica. Questo processo, oltre ad analizzare il presente, dovrebbe avere come principale vocazione la messa in discussione dello stesso con la finalità di cambiarlo. La crisi che viviamo, caratterizzata dalla decadenza di civiltà, va affrontata nelle dimensioni materiali ed immateriali.

Oggi abbiamo più che mai bisogno di una rivoluzione spirituale capace di accendere le luci della speranza andando oltre il presentismo ed il suo cannibalismo. Se oggi non riusciamo a definire chi siamo, chi vogliamo essere e in quale tipo di contesto vogliamo vivere non possiamo proiettarci verso una società più giusta ed equa. Definire un orizzonte migliore vuol dire innanzitutto entrare in relazione con i sentimenti delle persone che vivono in povertà, in precarietà lavorativa e socio-esistenziale, in umiliazioni e in privazioni. Questo processo susciterebbe la costruzione di una solidarietà intesa come condivisione di bisogni comuni tra soggetti simili e diversi. La solidarietà è la spina dorsale dell’umanità in una prospettiva umana e per una società più sociale. Questa solidarietà umana, che va difesa e tutelata, permetterebbe un’equa ridistribuzione delle ricchezze indispensabile a fronteggiare la povertà. Rinunciare alla solidarietà equivale a soccombere alla disumanità e ad abdicare alla nostra umanità.

In questa prospettiva, si dovrebbe stigmatizzare la povertà e non i poveri con l’ambizione di una più ampia e diffusa prosperità per tutti gli esseri umani. Tuttavia sarebbe abbastanza irrealistico pensare che i sostenitori degli odierni processi di accumulazione, proprio dell’attuale paradigma economico, possano farsi promotori di soluzioni volte a contrastare la povertà. Solamente, una salda unione tra le persone immiserite e impoverite in rivolta, resistendo agli stratagemmi di divisione adoperati dalle classi dominanti per continuare a esercitare la loro egemonia, sarebbe capace di avviare un percorso per sconfiggere ogni forma di povertà, sia essa materiale che immateriale.

Aboubakar Soumahoro

Pubblichiamo la traduzione di una intervista rilasciata in Francia dal Dalai Lama. Vengono toccati, anche se a volo d’uccello, temi di grande interesse: la pratica religiosa, il rapporto tra politica e spiritualità, i segnali di un futuro post-religioso .

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Intervista esclusiva con il maestro spirituale tibetano durante il suo soggiorno a Strasburgo. Sempre con la medesima ossessione: come evitare di cadere nella violenza?

Per una volta, la pressione del console cinese non ha avuto alcun effetto. A Strasburgo, il Dalai Lama è stato ricevuto a braccia aperte dal comune e dalle autorità europee. Il punto culminante del suo soggiorno nella capitale alsaziana, un fine-settimana da decifrare, davanti a un pubblico di ottomila persone riunite allo Zenith, un’ardua costruzione del nostro secolo. Lì ci ha ricevuti, in una piccola stanza senza finestre, all’interno del vasto edificio. Tra un pranzo veloce e un incontro con un bambino su una sedia a rotelle, ha risposto alle nostre domande, anche le più delicate, prima di salire sul palco e riprendere il filo delle sue spiegazioni metafisiche.

Quando evochiamo la tragedia ancora aperta del Tibet, in particolare la recente ondata di auto-immolazioni, il luccichio malizioso che di solito compare negli occhi del Dalai Lama all’improvviso sparisce. Dal 2009, centoquarantacinque tibetani si sono trasformati in torce viventi per protestare contro Pechino, convinti che il loro sacrificio rispettasse l’ingiunzione alla nonviolenza del loro leader spirituale.

L’impasse delle immolazioni

Questa domanda è estremamente difficile per me“, sospira. “Il suicidio, per i buddisti, è un atto violento. Non posso accettarlo. Ma se esprimessi il mio disaccordo, le famiglie, già ferite dalla perdita di un loro caro, verrebbero profondamente rattristate … Che cosa fare? Non c’è via d’uscita. Posso solo stare zitto”. Anche sul piano puramente politico, vede solo una situazione di stallo: “Qual è il beneficio di questi atti? Oltre al risalto pubblico, modifica ciò che pensano i ‘duri’ al potere? Ne dubito … “.

L’impazienza dei giovani tibetani, che sempre meno sopportano la morsa del giogo cinese, rappresenta un altro dilemma: “Un responsabile venuto da Lhasa mi ha spiegato che i vecchi erano piuttosto contenti della loro condizione attuale, ma che i giovani erano molto insoddisfatti. Mi ha assicurato che finché sono vivo non c’è rischio di violenza. Ma dopo? La mia risposta allora e ora è la stessa: il principio della nonviolenza deve essere rispettato, che io sia vivo o meno. Spero che i tibetani ricorderanno che questo principio è parte della loro cultura“. Il Dalai Lama respinge completamente l’idea che la violenza sia talvolta necessaria o utile. “Nulla di buono può mai venire dalla violenza“, insiste, ricordando la famosa frase del Buddha: “Se l’odio risponde all’odio, l’odio non si fermerà mai“.

Gusto del comico

Che fare quindi di fronte a un potere, come quello di Pechino, disposto a qualsiasi cosa per assicurarsi il suo perpetuarsi? “Innanzitutto dobbiamo ricordare che la Cina appartiene al popolo cinese, non al Partito comunista. Le persone saranno sempre lì. Si può dire lo stesso del Partito, tra dieci, venti o trenta anni? La nostra scelta è di mantenere i legami con i cinesi che sostengono la nostra causa, e fortunatamente ce ne sono sempre di più“.

Anche se è la guida spirituale di milioni di discepoli, il Nobel per la pace non esita a mostrare umorismo e dire buffonate degne di uno scolaro. Ora si copre la testa con un asciugamano bagnato per rinfrescare il suo cranio e, ovviamente, per scatenare l’ilarità generale. Tra il pericolo di prendersi troppo sul serio e quello di essere scambiato per un clown, ha chiaramente fatto la sua scelta.

Ma questo gusto del comico non gli impedisce di affermare con forza le sue convinzioni. Giudica il nostro mondo troppo radicato in valori ‘esterni’ – successo sociale, denaro, potere, comfort, ecc. – e, al contrario, privo di valori ‘interiori’ – senso del dialogo e del perdono, altruismo, ottimismo e soprattutto compassione. È, dice, questa cultura ‘materialistica’ che dà origine a comportamenti egoistici e genera i conflitti del nostro tempo. Per quanto riguarda i valori altruistici, questi non dovrebbero essere presi per desideri pii: “La scienza ha dimostrato che corrispondono alla natura profonda della specie umana“.

 

“Piuttosto marxista”

Un altro errore sarebbe quello di confinare tali valori nel regno della fede. È convinto che questi facciano parte di un’etica universale, che trascende le religioni e le culture. Per evitare di ripetere le tragedie del XX secolo, sostiene che questi valori andrebbero insegnati insieme alla scienza in tutte le scuole del mondo e presi sul serio, a cominciare dagli stati. Il 14° Dalai Lama ha deciso di dare l’esempio. Nel 2011, ha rinunciato a tutte le sue funzioni politiche. Ora vengono eletti dirigenti che presiedono al destino dei tibetani in esilio. “La democrazia è il miglior sistema politico, l’unico che in realtà permette il fiorire di questa etica universale. Anche se, in termini di economia, sono piuttosto marxista“, aggiunge, scoppiando a ridere. “Per quanto riguarda l’istituzione del Dalai Lama, nata secoli fa, l’ho completamente e felicemente abolita“, dice con un tocco di orgoglio. “Questo sistema che mescolava lo spirituale e il temporale era feudalesimo. È finito. Il mio successore, se ce ne sarà uno, non avrà alcun potere politico“.

Scienza della mente

Secondo il noto monaco buddhista francese Mathieu Ricard, il leader tibetano è fondamentalmente una sorta di rivoluzionario che non esita a distruggere le vecchie rovine per rivolgersi solo a concezioni e metodi che possono aiutarci oggi. “Sebbene sia un vero maestro buddhista, la religione e la cultura tibetana non sono, di per sé, ciò che più conta per lui. Se il buddhismo tibetano è prezioso, è soprattutto perché sembra essere l’erede di una vera scienza dello spirito sviluppata nell’antichità da una grande scuola filosofica indiana, la scuola Nalanda (la più importante università buddhista dell’India antica, n.d.t.)”. Questa ‘scienza della mente’ che descrive il nostro funzionamento mentale ed emotivo affascina anche i neurobiologi e gli psicologi, che hanno iniziato un insolito dialogo con gli studiosi tibetani.

A Strasburgo, il Dalai Lama ha partecipato a un convegno presso l’università sulla ricerca che sta studiando l’effetto di diversi metodi di meditazione sulla salute fisica e mentale. Il Dalai Lama riassume: “Il buddismo tibetano appare come un ponte tra scienza e spiritualità e consente di immaginare metodi per migliorare le relazioni tra gli umani“. “Think, think, think” (“pensa, pensa, pensa”), continua a ripetere, un dito sulla tempia, il Dalai Lama. “La preghiera, i rituali, il fervore verso un maestro spirituale sono buoni, ma non è ciò che porterà il cambiamento intimo di cui parla il buddhismo, né aiuta a cambiare il mondo. La fede cieca – inclusi i testi più sacri del buddhismo – è stupidità“. Quindi lasciamole, suggerisce, alle persone che non hanno avuto l’opportunità di sviluppare la propria intelligenza. Coloro che, al contrario, hanno questo ‘splendido strumento’, il cervello umano, devono usarlo per avanzare lungo il sentiero della conoscenza razionale. “Un miliardo di prostrazioni non vale un solo giorno di studio serio“.

Amore e compassione

Volentieri iconoclasta nei confronti del buddhismo, il Dalai Lama non risparmia le sue critiche alla pratica religiosa che si è allontanata dalla ‘essenza’, vale a dire l’amore e la compassione. “Quando vedo come alcuni leader religiosi, inclusi i buddhisti, difendono la loro fede, a volte mi chiedo se il mondo non sarebbe migliore senza religione“, esclama con quella famosa risata che risuona nel piccola stanza. Quanto all’islam, si rifiuta di renderlo un caso speciale: “Le azioni delle canaglie musulmane non provano nulla della natura dell’islam. Altrimenti, bisognerebbe dire che il buddhismo è una religione di odio a causa di alcuni monaci estremisti in Birmania. L’esistenza di versi che autorizzano la violenza nel Corano non dimostra nulla. Lo stesso tipo di fenomeno si trova in tutte le dottrine. Noi buddhisti abbiamo le famose ‘divinità adirate’ che uccidono nel nome del Dharma! Tutto questo, in fondo, non ha nulla a che fare con l’essenza della religione. È una questione di educazione, comprensione intellettuale, dialogo“. In breve, di una mentalità aperta. “Think, think, think!”

(traduzione di Federico Battistutta)

Verso una spiritualità oltre le religioni

Autore: liberospirito 16 Ott 2017, Comments (0)

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Da tempo quel pensare e quella pratica che passa sotto il nome di teologia, seppur in maniera minoritaria, ha scelto di attraversare sentieri inusuali, se non inesplorati: il pluralismo e il dialogo interculturale e interreligioso (teologia del pluralismo religioso), il femminismo e le questioni di genere (teologie di genere, fra cui la teologia queer), l’ecologia (ecoteologia), l’antispecismo e la questione animale (teologia degli animali) sono alcuni di questi cammini in corso d’opera.

All’interno di questo percorso non potevano rimanere fuori dalla discussione i fondamenti della stessa teologia. Da diverso tempo e in diversi settori si parla appunto di post-teologia, vale a dire di un sapere che, pur seguendo strade differenti, prova a mettere in gioco alcune parole-chiave del discorso teologico, a cominciare dall’immagine tradizionale di una divinità trascendente/onnipotente/soprannaturale, esistente al di fuori e distinta dal mondo.

In Italia si tratta di un ordine di idee che proprio ora sta muovendo i primi timidi passi, mentre a livello internazionale vi sono diversi autori che, in forme e sensibilità differenti, da anni stanno affrontando questo genere di tematiche (John Spong, Josè Maria Vigil, Roger Leaners, Don Cupitt, Gretta Vosper, Mary Daly, Sally McFague, Raimon Panikkar, per fare alcuni nomi un po’ alla rinfusa).

Apprendiamo con piacere che proprio intorno a questi temi si svolgerà a dicembre (a Rimini, dall’8 al 10 dicembre) un seminario nazionale indetto dalle Comunità cristiane di base. Tale incontro -dal titolo: “Beati gli atei perché incontreranno Dio” – prende in buona parte avvio dai temi presentati nel libro Oltre le religioni (Gabrielli, 2016), curato da Claudia Fanti e Ferdinando Sudati, che raccoglie testi di alcuni degli autori menzionati poco sopra (Spong, Leaners, Lopez Vigil e di J.M. Vigil), con la prefazione di Marcelo Barros.

Per ogni informazione: http://www.cdbitalia.it – [email protected] – tel. 3391455800 – 3391733363.

 

A seguire un articolo (apparso ieri su “Il manifesto”, a firma di Alessandro Santagata) dedicato alla figura di Dorothy Day, esponente anarco-cristiana e fondatrice del Catholic Worker Movement. Viene giustamente definita come una delle coscienze critiche della società americana e purtroppo si tratta di un personaggio alquanto sconosciuto e poco indagato in Italia. La casa editrice Jaca Book ha di recente proposto una nuova edizione di un saggio dedicato appunto a Dorothy Day.

A picture of Dan Berrigan, et al.

Quella di Dorothy Day è stata una vita di frontiera, al confine tra la rivoluzione sociale e la profezia. Nel 2015 papa Francesco, parlando al Congresso degli Stati Uniti, l’ha indicata, insieme a Lincoln, Luther King e Thomas Merton, come una delle figure più importanti della storia americana. In Italia è probabilmente meno conosciuta; risulta quindi particolarmente preziosa questa nuova edizione di Jaca Book del lavoro storico di William D. Miller, Dorothy Day e il Catholic Worker Movement, riveduta e ampliata con l’aggiunta di un breve saggio dell’editore statunitense Robert Ellsberg. Si tratta di una ricostruzione appassionata, scritta da uno studioso che ha conosciuto da vicino il movimento negli anni del Vietnam e dello scontro interno alla Chiesa americana con la frangia militarista guidata dal card. Francis Spellman. Le pagine più interessanti però sono quelle dedicate alle origini e all’incontro tra l’allora giovane giornalista di orientamento socialista e l’eccentrico filosofo francese Peter Maurin. La fondazione del bollettino, il The Catholic Worker, diffuso per la prima volta in un corteo organizzato dai comunisti nella Union Square di New York, risale al 1 maggio 1933 ancora nel ciclo Grande Depressione.

Maurin è un pensatore errante che vive di espedienti. Figlio della cultura personalista francese, intende mettere in pratica il messaggio cristiano di emancipazione sociale. La sua filosofia risente, in particolare, del pensiero radicale di Emmanuel Mounier e di Nikolaj Berdjaev. Il secondo polo d’ispirazione è l’umanesimo di Dostoevskij, a cui i due ideatori del Worker si rifanno nella loro ricerca di una terza via tra il capitalismo e il socialismo sovietico. Siamo di fronte a un’esperienza quasi del tutto estranea ai caratteri della società statunitense. Dal punto di vista teorico, il Worker si dichiara «socialista cristiano» con venature anarchiche, derivate da Proudhon e Kropotkin, che riguardano la decentralizzazione del potere e il comunitarismo. Nella prassi, il gruppo, che riuscirà a diffondere oltre 100mila copie, è impegnato nel sostenere gli scioperi e offrire un appoggio ai lavoratori rimasti senza tetto. Tornando a Dorothy Day, Miller illustra i passaggi che porteranno alla sua conversione al cattolicesimo e che sono indispensabili per comprendere la natura del movimento. Nei primi anni Trenta collabora con il quotidiano di orientamento radicale «The Masses» e partecipa ai picchetti delle suffragette e dei sindacati. È una figura romantica, immersa nella letteratura e alla ricerca di un’emancipazione che passa per una separazione dolorosa e una figlia da crescere senza un posto fisso.

Dorothy conosce il carcere, vive a stretto contatto con le miserie del suo tempo, ma non si nega le felicità della vita con i compagni. Emerge una personalità tormentata, segnata da un anelito di libertà, ma lacerata da un senso di oppressione interiore che si esprime nella ricerca di un orizzonte religioso. Nel 1927 si battezza e inizia un percorso accidentato, fatto di scontri con l’intelligencija cattolica e nell’incomprensione dei militanti di un tempo. Il Catholic Worker prende posizioni contro le simpatie franchiste dell’episcopato, il diffondersi dell’antisemitismo cattolico e, anche dopo Pearl Harbor, contro l’intervento in guerra. Tale pacifismo radicale viene giustificato alla luce della dottrina della Chiesa, che Maurin propone come alternativa alla società secolarizzata. È un integrismo eterodosso che si alimenta di Vangelo e di anticapitalismo. Nel dopoguerra le campagne per l’obiezione alla leva proseguono all’interno di una visione che rifiuta le logiche della guerra fredda e, nel pieno della rivolta studentesca, esprime vicinanza a Castro e Ho Chi Minh, ma rimane distante dalla rivoluzione sessuale e consumista. Dorothy morirà nel 1980 lasciando in eredità quel movimento, che è stato definito una delle coscienze critiche della società americana.

Alessandro Santagata

Il metodo narrativo/autobiografico si basa sulla considerazione che i processi narrativi vanno intesi sia come percorsi individuali d’attribuzione di senso, sia come pratiche collettive di costruzione consensuale o co-costruzione di mondi esperienziali. Noi abbiamo provato ad applicare tale metodo a quella personale ricerca di senso che va sotto il nome di ‘cammino religioso’. Quanto segue è la sintesi del seminario autoformativo (interno alla comunità di ricerca “Liberopirito”) svoltosi in luglio a Faenza, dove abbiamo provato a usare questo approccio come strumento per comprendere e approfondire il proprio percorso religioso. Per questo ci è capitato di porre in relazione la crisi della società (e della famiglia) patriarcale con la crisi delle istituzioni religiose (anch’esse patriarcali), in direzione di una sensibilità religiosa aperta, plurale, orizzontale, anziché gerarchica, autoritaria, monolitica e verticale; mettendo in questo modo in discussione  l’immagine tradizionale di una divinità trascendente/onnipotente/soprannaturale, esistente al di fuori e distinto dalla “creazione” (su cui occasionalmente interviene compiendo miracoli), avvicinandoci alla sensibilità della teologia post-teista che in Italia da poco sta muovendo i primi timidi passi.

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1. Il 15 e 16 luglio si è tenuto a Faenza un seminario auto-formativo interno alla comunità di ricerca Liberospirito. Il titolo individuato era: “Storie di famiglia. Narrare i nodi e i possibili modi delle relazioni”. Quanto segue è solo una sintesi delle due giornate nella quale si è cercato di rendere in maniera sequenziale e organica un dibattito per forza di cose assai complesso e articolato, ricco di testimonianze personali, digressioni, divagazioni, ecc.; in altre parole, fatto di tutto quell’andare e tornare che è l’espressione viva di una ricerca, anche quando, nella propria indagine, si ha una base comune di riferimento (ad esempio il riconoscimento della presenza di discriminazioni di genere all’interno delle famiglie; oppure – su un altro piano – la crisi delle istituzioni religiose).

Il metodo seguito è stato quello narrativo/autobiografico: ciò ha voluto dire che, quando uno dei partecipanti intendeva fare un’affermazione, essa era raccontata partendo dall’elaborazione della propria esperienza personale diretta, cercando in questo modo di dare maggior concretezza alle singole narrazioni, arginando i rischi di eccessive astrazioni o di commenti giudicanti.

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Ricordando Aldo Capitini

Autore: liberospirito 4 Ago 2017, Comments (0)

Proprio ieri, in queste giornate calde  e afose, è apparso sul blog personale di Francesco Postorino (http://dioemorto.blogautore.espresso.repubblica.it), un breve articolo dedicato alla figura di Aldo Capitini, autore che continua ad essere ignorato dalle nostre parti. Nonostante tutto Capitini svolge ancora un ruolo centrale per chi desidera coniugare, in maniera radicale, religione e libertà.  Per questa ragione ci sembra giusto suggerire questa lettura. Per chi desiderasse poi approfondirne la conoscenza sul sito www.liberospirito.org c’è un’intera sezione a lui dedicata con diverso materiale da leggere e scaricare: http://www.liberospirito.org/Aldo%20Capitini.html

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Sguardo innocente, corpo fragile. Era davanti a un bivio: iscriversi al Partito fascista, mantenendo un posto di lavoro invidiabile, oppure esprimere un bel No a Mussolini con la certezza di un ritorno alla povertà. Scelse la seconda via, ed è il mio eroe.

Non poteva essere altrimenti. Se alcuni suoi compagni si tenevano i loro ideali al sicuro, protetti dalla vigliaccheria, Aldo Capitini urlava a testa alta il suo antifascismo. Alla Normale di Pisa il suo maestro Giovanni Gentile non è riuscito a convertirlo. E come avrebbe potuto? Capitini amava l’uomo con tutte le sue forze, ma anche i lombrichi, i coccodrilli, le mosche, le farfalle, le piante, gli uccellini, i doni di Dio. Amava la speranza, l’idea che il male potesse essere cancellato per sempre dalla lavagna delle dittature. Un personaggio scomodo, buffo e solitario. La sua religione, contrastata dalla Chiesa ufficiale e dal cattolicesimo ipocrita, è il dolce richiamo all’umanità più profonda. C’è sempre un altro, più in là, da difendere. La democrazia, il liberalismo, il socialismo, il disegno illuminista, gli ordinamenti giuridici di ampio profilo, il ripudio cerimoniale della guerra, la stretta di mano nelle messe preconfezionate, la comoda preghiera, l’elemosina, i manifesti, tutto questo non è sufficiente. Serve «persuasione». Ecco un termine che fa battere i cuori agli uomini giusti.

Provo a interpretare così la sua idea: la persuasione è il primo mattino, il risveglio del fanciullo, lo stiracchiare del gattino dispettoso, il profumo della terra bagnata dopo la pioggia, i sorrisi infilati nel deserto, la fervida attenzione verso gli spazi anonimi, l’amore che non chiede, l’irregolarità che investe i fanatici del sublime, lacrime versate sul dolore, radicalità, pace dopo segrete battaglie, ascolto spontaneo, rispetto fino all’osso, pedagogia, il gesto di Rosa Parks.

La persuasione è un’arma preziosa contro i fascismi dai mille volti. L’arma di Capitini è la nonviolenza, un’espressione da scrivere e vivere come un’unica parola. Nonviolenza non significa «mi sto fermo mentre quel Tizio stupra mia figlia», ma è un grido silenzioso che racconta passo dopo passo, «aggiunta» dopo «aggiunta», una verità ambientata nell’eterno. Capitini non è pigro. Lui agisce e inventa la marcia della Pace Perugia-Assisi. Ricorda ai padroni della terra che la vera terra, quella del sovrasensibile, non ha padroni. Sfugge al banale, al mediocre, gioca a fare il Socrate perugino durante la notte fascista leggendo Gandhi e San Francesco. Scrive articoli, libri, indossa a modo suo l’abito azionista. Solo che non viene studiato molto. Sono altre le letture incoronate. Io, nel mio piccolo, ho scritto un volume dal titolo Croce e l’ansia di un’altra città, anche per mettere in luce l’ansia inconfondibile che assale un filosofo al servizio della verità.

La sua ansia, incompatibile con quella alimentata dall’odierno nichilista, è respiro, ingenuo entusiasmo, riscoperta del Vangelo, irruzione dell’incanto. L’ansia del postmoderno, invece, è spegnimento, glorificazione del fatto, adesione acritica alla prima offerta «funzionante», morte di dio. La sua vocazione vegetariana, inoltre, non ha niente a che vedere con l’esibizionismo osceno e conformista di chi non sente l’insieme o il circostante.

Capitini vuole tutto e subito. Non crede ai progetti di lungo periodo, a quel triste riformismo che intende affascinare a colpi di «necessità pragmatica». L’umanità va realizzata oggi. Basta con l’inganno. Capitini ci insegna a sperimentare l’onestà senza pause, a respingere il cinismo e soprattutto a lottare contro ogni germe fascista, in piazza o nella propria cameretta, nei sogni di primo mattino o nell’ora drammatica del presente.

Francesco Postorino

Una moschea dove le donne possono predicare

Autore: liberospirito 17 Giu 2017, Comments (0)

Riportiamo un articolo uscito su “il manifesto” di oggi, a firma di Sebastiano Canetta, da Berlino. Si parla dell’apertura, nella città tedesca, di una moschea paritaria, in cui il velo non è più d’obbligo e le donne possono tenere prediche, al pari degli imam maschi; proponendo inoltre, così come avviene  da tempo in ambito cristiano, una lettura storico-critica del Corano. Questa nuova esperienza fa il paio con la “Moschea inclusiva dell’unità”, a Parigi, la prima in Europa espressamente aperta ai gay. Segni, questi, che i tempi stanno cambiando anche per l’islam: The Times They Are A-Changin’

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 L’integrazione con le donne “svelate” nella prima moschea «liberale» di Berlino, e l’apartheid della più grande associazione islamica della Germania che a Colonia si smarca dalla manifestazione contro il terrorismo. Due mezzelune diametralmente opposte, distanti poche centinaia di chilometri quanto teologicamente inconciliabili. Due parti comunque dell’Islam che – secondo la cancelliera Angela Merkel – «appartiene alla Germania» e che proprio secondo le regole del federalismo, comincia a governarsi da sé.
Così, sospesi fra rivoluzione e restaurazione, diritti civili e doveri religiosi, cittadinanza attiva e sudditanza passiva i musulmani tedeschi cominciano a ripensare al loro ruolo nella Bundesrepublik. Indicando, nel bene e nel male, quale sarà il futuro con cui fare i conti. Ieri a Berlino nel quartiere di Moabit è stata inaugurata la prima moschea «paritaria» della Germania. Dedicata al filosofo medievale andaluso Ibn-Rushd (Averroè) e al padre della letteratura tedesca Wolfgang Goethe, messi uno accanto all’altro non solo sulla targhetta di ottone.
Da oggi tra le mura del centro di preghiera le donne possono tenere prediche esattamente come gli imam maschi e il velo non è obbligatorio. Una rivoluzione copernicana, per di più a pochi metri dall’altro centro religioso del quartiere, considerato tra i centri di appoggio al terrorista del mercatino di Natale di Charlottenburg Anis Amri.

Tutto merito della forza di volontà di Seyran Ates, 54 anni, avvocata e attivista per i diritti delle donne di origine turca, che aveva denunciato pubblicamente la «discriminazione sessista» nei centri di preghiera. «Abbiamo bisogno di una lettura storico-critica del Corano: una scrittura del settimo secolo non si può certo prendere alla lettera. Noi siamo per una lettura del libro sacro – che è molto concentrato sulla misericordia e l’amore di dio – prima di tutto per la pace. Così si cambia l’immagine pubblica dell’Islam».

Davvero un altro pianeta rispetto a Colonia, capitale tedesca dell’Islam «integrale» dove invece si consuma la guerra (non più sotterranea) tra il Consiglio centrale dei musulmani e la potentissima associazione Ditib, prima organizzazione islamica in Germania e mecca di chi segue il pensiero ortodosso. I suoi imam hanno deciso di non partecipare alla protesta contro il terrorismo e Daesh fissata per il fine-settimana a Colonia in nome della «non-ingerenza». L’esatto contrario di quanto prova a spiegare Lamya Kaddor, organizzatore della manifestazione, convinto che «bisogna prendere posizione, perché nelle nostre città sta succedendo qualcosa». Parole chiare, che piacciono anche alla cancelliera Merkel: attraverso il portavoce del governo Steffen Seibert ha fatto sapere di «apprezzare molto la manifestazione contro la violenza e il terrore». L’esclusione dell’associazione Ditib secondo lei «è semplicemente un peccato».

Sebastiano Canetta

Credere, ma senza nevrosi

Autore: liberospirito 19 Apr 2017, Comments (0)

Quanto segue è un’intervista al teologo, psicoterapeuta ed ex-sacerdote tedesco Eugen Drewermann, apparsa alcuni anni fa sulla rivista “Mosaico di pace”. La riproponiamo perché gli argomenti restano sempre attuali, semmai li ritroviamo ulteriormente aggravati (dalla questione – urgente – dei migranti, all’assetto generale del sistema-mondo, al ritardo – storico – della Chiesa intesa come istituzione). “Non si può credere in Dio, senza credere nell’uomo e probabilmente non si può nemmeno credere nell’uomo senza credere in Dio”, dice Drewermann: affermazione interessante e condivisibile, previo chiarimento su ciò che si vuole intendere quando utilizziamo la parola “Dio”. 

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Eugen Drewermann, ultimamente la sua analisi si è incentrata sul tema della salvezza e della guarigione. Un tema arduo, che ha implicazioni psicanalitiche personali, però anche implicazioni con il sistema-mondo in cui viviamo, quasi a far pensare che, se questo mondo potesse essere disteso sul lettino, vedremmo immediatamente una proiezione di nevrosi e ossessioni inimmaginabili. Ma lei, nei suoi saggi e nei suoi libri, allarga il tema della salvezza ai convulsi movimenti di umanità, come le migrazioni di popoli che vengono cacciati e ricacciati da ogni parte. Per lei questo è uno scandalo. 

È un vero e proprio scandalo, che grida vendetta al cielo! Cinquanta milioni di persone oggi vivono sotto la soglia minima di povertà, sei milioni sono bambini; le statistiche dell’Onu ci parlano del flagello dell’Aids in molte parti dei continenti esclusi, in particolar modo in quel continente alla deriva che è l’Africa. Ma vogliamo fare i calcoli nel futuro?

Da qui al 2050? 
Sì, da qui al 2050 ci saranno nel nostro piccolo mondo nove miliardi di persone, di cui due terzi non sapranno come sopravvivere. Un problema che riguarda l’economia, non la psicologia. Viviamo in un mondo rovesciato. Abbattiamo i confini per il trasferimento di capitali e di industrie, però li chiudiamo alle persone. Abbiamo un bisogno urgente di cambiamento dell’ideologia del mercato fine a se stessa, però ciò non avviene. È chiaro che in un mondo così fatto i poveri chiedano di poter partecipare al banchetto dei ricchi. Ma gli stati del ben-essere, come l’Europa e l’Australia, si chiudono ermeticamente nei propri confini perché non vogliono vedere le conseguenze delle proprie azioni. Questo meccanismo ci porta alla contrapposizione fra primo e terzo mondo, fra le popolazioni che stanno bene e quelle che brancolano nell’indigenza e nella fame. Ma il meccanismo si dilata anche all’interno degli stati nazionali, dove si allarga la forbice fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Ecco allora che si pone la grande domanda etica: cosa possiamo fare noi davanti a questa situazione di tremenda ingiustizia planetaria e di fronte alle legittime richieste di movimento delle popolazioni che fuggono la fame? Oggi molta gente che fugge dalla Nigeria, dal Ghana, dalla Turchia deve dimostrare, una volta arrivata nei Paesi ricchi, che scappa per motivi politici e che ha testimoni diretti. Incredibile. Ma quale stato ha l’interesse a riconoscere a queste persone in fuga il diritto di asilo politico?

È un circolo vizioso. Non se ne esce. 
Individualmente ci sono persone che obiettano a questo sistema atroce. Ci sono impiegati statali, piloti di aerei, poliziotti, che davvero vengono in aiuto di queste persone a rischio anche di perdere il proprio posto di lavoro.

E la Chiesa che fa? 
Qui volevo arrivare… La Chiesa dovrebbe essere una sorta di internazionale dell’umanità e rifarsi alle sue vere fondamenta, che sono quelle testimoniate da Gesù, l’uomo nuovo, il figlio di Dio che ascoltava il cuore dell’umanità. Ma sia il Vaticano che le Chiese locali continuano a rifiutare questo ruolo fondamentale, preferendo utilizzare le modalità e i linguaggi della diplomazia.
I credenti oggi si attendono un discorso chiaro, senza fronzoli, preciso, che si fa carico del rischio per la salvezza dell’uomo che viene, che si manifesta, magari col suo bagaglio di sofferenza e di angoscia. Molte persone hanno capito da tempo che la parola di Dio vale davvero solo quando trasforma la paura in speranza. E questo è possibile solo attraverso l’esperienza vissuta, ossia destrutturando tutti i discorsi teologici in forme pratiche di azione nel mondo. L’insegnamento di Gesù, nell’interpretazione di san Paolo e di Martin Lutero, spiega perfettamente che nessuna persona può essere buona solo perché lo vuole, ma la sua bontà gli deriva solo da una manifestazione pratica del bene. E la grazia è la rivelazione di un incontro con l’altro.

È un altro modo di intendere la fede. Già Dietrich Bonhoeffer aveva posto il problema della fede nel tempo della sciagura nazista. Oggi – diceva Bonhoeffer – urge una fede matura, che sappia vivere “etsi deus non daretur”, come se Dio non ci fosse. E questa fede in Dio è l’azione incondizionata per l’altro uomo. Esistere-per-gli-altri: è la dimensione della fede nel nostro tempo. 
Il grande problema è che noi abbiamo una fede di derivazione autoritaria, che ci arriva dall’autorità ecclesiale sotto forma di superstizione. E in questo senso Freud aveva ragione a credere all’ateismo come un atteggiamento assolutamente umano, perché se credere a Dio significa conservare paure e angosce infantili, allora è una liberazione chiudere con quella fede-credenza. Ecco, dunque, la grande domanda che deve interpellare la Chiesa e ogni altra tradizione religiosa dell’umanità oggi: è importante difendere e sviluppare l’autorità, oppure vivere la fede nella vita concreta, pratica, nell’esperienza di un mondo sensibile e aperto alla voce e al richiamo degli altri? Essere liberi significa rompere con la nevrosi della costrizione. Un tema importante anche in chiave ecumenica.

Quale futuro hanno quindi i valori simbolici, l’identità, la religiosità?
È importante che vi siano degli spazi in cui le persone vengano considerate come valori in se stesse e non più strumenti per un fine materiale. È questo un obiettivo cui mirano insieme sia la religione che la psicoterapia affinché non si richieda alle persone ciò che esse possono diventare per noi, bensì incontrarle per la loro identità, offrendo loro la possibilità di conoscere e ritrovare se stesse.

La teologia riveste ancora una grande importanza per la visione terapeutica di cura dell’uomo? 
La psicologia e la teologia, pur avendo punti di partenza diversi, cercano di conseguire lo stesso scopo: prendersi cura della psiche umana. Mentre però lo psicoterapeuta, alleandosi con i sogni del paziente, giunge negli strati profondi dell’inconscio, come Orfeo alla ricerca della sua Euridice, il teologo, utilizzando i modelli offerti dalla storia della religione o dalla rivelazione, tenta di scendere dall’alto dell’illuminazione fino al piano della realtà. Entrambi i metodi, per quanto diversi siano i loro punti di partenza, si condizionano a vicenda. In ultima analisi, non si può credere in Dio, senza credere nell’uomo e probabilmente non si può nemmeno credere nell’uomo senza credere in Dio.

Spiritualità liquida

Autore: liberospirito 19 Gen 2017, Comments (0)

Il 9 gennaio scorso è morto Zygmut Bauman, lo studioso della società liquida. Proprio alle sue riflessioni è dedicato l’intervento (apparso sulla pagina dei blog di Micromega) del pastore valdese Alessandro Esposito. Qui si parla di “spiritualità liquida”, mettendo a confronto le religioni istituzionali che coltivano “l’asfittico perimetro delle regole dogmatiche” e la spiritualità da cui può sgorgare “ogni propensione all’interrogazione, ogni anelito al cambiamento”. Sono temi che il nostro blog ha molto a cuore. Un articolo da leggere.

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Della scomparsa del grande sociologo e filosofo ebreo polacco Zygmunt Bauman hanno scritto in questi giorni firme ben più competenti della mia, alle quali rimando anche per ciò che attiene alla ricostruzione del complesso ed articolato pensiero dell’Autore. Quel che vorrei approfondire con le lettrici ed i lettori di MicroMega è un aspetto specifico della riflessione del Nostro, concernente l’aspetto che più lo ha reso celebre, quello della liquidità, posto in relazione con ciò che, sia pure in termini approssimativi e per ciò stesso insoddisfacenti, vorrei denominare spiritualità. Nel fare ricorso a tale termine, mi preme distinguerlo da un altro, con cui sovente esso viene confuso e al quale viene non di rado indebitamente sovrapposto: quello di religiosità. Insisto nel sottolineare la differenza, poiché i due concetti menzionati non sono sinonimi: sono difatti persuaso del fatto che sia possibile (e per certi versi persino auspicabile) coltivare una spiritualità che non possegga venature o implicazioni religiose e che non per questo cessa di essere profondamente rivelativa.

Per altri versi, la spiritualità costituisce quell’aspetto che, assai più che assecondarla, mette in questione la religiosità tradizionale, la quale, per lo meno in seno alla cultura ed alla società dell’Occidente europeo, è ormai tramontata, sebbene qualcuno si affanni (a mio avviso invano) a volerla resuscitare. Mi spingerei persino oltre, affermando che spiritualità e religiosità sono per certi versi più antagoniste che sorelle, poiché la seconda cerca (anche in questo caso invano) di imbrigliare ed irreggimentare la prima, la quale, dal canto suo, è intrinsecamente vocata allo sconfinamento.

La re-ligio in termini istituzionali si prefigge lo scopo di re-legare l’eccedenza (che nella vita e nell’uomo è tutto quanto vi è di nevralgico ed irrinunciabile) entro l’asfittico perimetro delle regole dogmatiche e sociali, guardando con sospetto e stroncando sul nascere ogni accenno evolutivo, ogni propensione all’interrogazione, ogni anelito al cambiamento. Al contrario, la spiritualità germoglia al di là degli argini, là dove le acque tracimano e rendono feconde le sponde e non l’alveo.

La liquidità che Bauman ha individuato quale cifra della post-modernità a cui l’Occidente ha improntato il proprio modus vivendi mostra senza alcun dubbio limiti ed induce perplessità: ma in alcun modo è possibile ignorarla e men che meno eluderla. Se l’evoluzione spirituale dell’uomo non assumerà questa plasticità, che richiede di abbandonare le forme della religiosità tradizionale per abbracciare l’itineranza che invita allo sconfinamento verso l’ignoto, si ridurrà ad un alveo vuoto, privo di quella vitalità che la liquidità, al di là dello sconcerto a cui essa espone, possiede e stimola.

Alessandro Esposito

Per una mistica ribelle

Autore: liberospirito 10 Dic 2016, Comments (0)

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Che cos’è la mistica ribelle? Come riconoscerla? Quali forme espressive adopera? Queste e altre domande sorgono nel prendere in mano l’ultimo libro di Matthew Fox, La spiritualità del creato (edito da Gabrielli e curato da Gianluigi Gugliermetto), che reca appunto tale sottotitolo: manuale di mistica ribelle. Inoltrandoci nella lettura di questo agile testo incontriamo tutta una serie di suggestioni che consentono, pagina dopo pagina, di delineare gli elementi costitutivi di un abbecedario spirituale per il nostro tempo.

Uno scienziato come Einstein aveva definito la mistica come “l’essere rapiti nel mistero”. E’ infatti proprio tale movimento a introdurre nel mistero. Il termine deriva dal greco myein, “chiudere, serrare”. Il mistico è colui che chiude gli occhi e serra la bocca per varcare la soglia del mistero.

Ma la mistica ribelle di cui parla Fox non cerca ripari nell’intimo del proprio foro interiore, nasce innanzitutto da un’indignazione etica, dall’incapacità a sopportare lo scempio in atto versa la terra che abitiamo e calpestiamo. Tale indignazione sa assumere anche i connotati di uno sfogo creativo che, cogliendo come necessaria ma insufficiente la semplice indignazione, prova a “rispondere alla sofferenza non soltanto con la rabbia, ma anche con un’opera creativa ed efficace che guarisce davvero”. Perché è di ciò che abbiamo bisogno. A questo punto possono rivelarsi le condizioni per divenire davvero “co-creatori di una nuova visione storica” che colloca le vicende e i drammi umani nel più ampio contesto della storia cosmica a cui siamo invitati a partecipare. Mistica ribelle significa così costruire percorsi e pratiche di liberazione che andranno a toccare non solo la realtà intra-umana (la giustizia sociale), ma anche le più diverse relazioni fra l’essere umano e il resto del cosmo (geo-giustizia). E ancora: molteplici sono le direzioni da cui possono provenire i contributi creativi per costruire questa rinnovata visione, al punto da ragionare e discutere sull’opportunità di un reincantamento grazie all’incontro tra scienza, arte e, appunto, mistica.

Fox sviluppa questo discorso riferendosi, quando necessario, a quegli autori del passato che conosce e frequenta con perizia da anni, come Meister Eckhart, Ildegarda di Bingen e Francesco d’Assisi. Ma proprio la passione e il rispetto verso questi mistici spingono Fox, seguendo i segni del tempo in cui viviamo, verso strade poco battute; in lui intensa e preponderante è la necessità di osare il mistero e inoltrarsi verso nuove strade, da sondare ed esplorare con passione e con intelligenza; anche questa è mistica ribelle. D’altro canto la cornice entro la quale si sviluppa tutto il discorso sottintende l’esaurimento della funzione epocale svolta fino ad ora dalle grandi istituzioni religiose. E’ la questione, attualissima, della fede in un’età post-religiosa di cui parlava Paul Ricoeur o quello, più recente, di José Maria Vigil circa un nuovo paradigma post-religionale.

In conclusione una considerazione circa la forma espressiva di Fox e il bisogno di un rinnovamento linguistico all’altezza dei mutamenti in corso. E’ nota un’espressione di Wittgenstein secondo cui “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Ora si ha la sensazione di trovarsi proprio in un frangente simile. Non a caso lo stesso Fox avverte la necessità, parlando di “spiritualità del creato”, di risemantizzare il patrimonio linguistico esistente (come del resto hanno sempre fatto i mistici) spiegando cosa intenda per “spirito” e cosa per “creato”. Analogo lavoro, senza cedimenti, va fatto oggi su diversi altri termini, quali “Dio” o “religione”, ad esempio. Non possiamo sottrarci: c’è tutto un lavoro da fare sul linguaggio che, in ultima analisi, è un lavoro da fare su sé stessi: se davvero i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, devo, a partire dalla mia esperienza del mondo, sondare questi limiti, calpestarne i confini e comprendere la possibilità di oltrepassamento. E, in fondo, pure questa è mistica ribelle.

Scriblerus

 

 

Liberospirito va a Bookcity, Milano

Autore: liberospirito 13 Nov 2016, Comments (0)

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Il prossimo fine settimana si terrà a Milano un evento intitolato Bookcity che vedrà numerosi incontri con autori di generi diversi (dalla saggistica, alla narrativa, alla poesia, ecc.). Fra i vari appuntamenti sabato 19 novembre, alle ore 16:00, presso il Circolo Filologico (Sala Studio), in via Clerici 10, si terrà un incontro dal titolo “Alla ricerca del senso della vita. Percorsi di spiritualità laica” con Federico Battistutta e Massimo Diana, in cui ci si confronterà con alcune traiettorie intellettuali ed esistenziali, nella convinzione che questi due aspetti non possono essere disgiunti. Modererà il dibattito Pietro Condemi, editore.

In breve: la ricerca di un senso ulteriore – comunemente chiamato “religioso” – coincide, di fatto, con la comparsa dell’uomo sulla Terra: l’homo religiosus viene prima di qualsiasi religione. Pertanto da sempre esiste una religione prima delle religioni, e tale istanza assume oggi una sconcertante forza da cogliere e apprezzare in tutti i suoi aspetti. Si parlerà così di traiettorie esistenziali di spiritualità laica che si alimentano alla straordinaria ricchezza delle tradizioni religiose e sapienziali esistenti, occidentali e orientali, ma senza identificarsi con nessuna di esse. Testimonianze incarnate di come si possano sottoporre a critica valori consunti e apparenti, di come si possa ri-orientare la propria esistenza nel quotidiano e di come si possa ambire, senza presunzione, alla felicità, nella vocazione a essere uomini adulti e completi.

Un breve filmato introdurrà alle argomentazioni e costituirà, unitamente all’esposizione delle singole esperienze, la base per un confronto con il pubblico presente.

E’ possibile cambiare?

Autore: liberospirito 20 Ago 2016, Comments (0)

Dopo il report di Valerio Pignatta, pubblicato circa una settimana fa, ecco il contributo di Silvia Papi sempre in merito all’incontro tenutosi a luglio a Reggello. 

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Oggi è il 15 agosto. Ricordo che già da bambina avvertivo in questo giorno di festa il culmine di qualcosa che stava per finire. Non avevo più davanti ad attendermi i lunghi giorni dell’estate, quel tempo dilatato dal caldo, dall’aperto e dall’assenza di impegni nel quale mi perdevo. La metà di agosto segnava l’entrata nel tempo dell’attesa, dell’avvicinarsi sempre più a ricominciare il ritmo dettato dalla scuola, dal clima autunnale, dagli spazi chiusi.

Ancora oggi il ferragosto per me è un giorno di passaggio e, mentre annuso l’aria che cambia, incomincio a ripensare agli accadimenti dell’estate, con una sorta di desiderio che mi porta a fare il punto della situazione per prepararmi all’autunno. In questa ricapitolazione premono, per esser riguardati, i giorni trascorsi in toscana quando era solo l’inizio di luglio e soprattutto quella giornata d’incontro e parole profetiche ascoltate sulle colline fiorentine.

Cosa abbiamo detto e quale spazio occupa nella mia vita quotidiana la memoria di quei discorsi, che cosa vi hanno portato? Il tema generale è stato fra i più urgenti: tutto quel che accade ci sta portando inesorabilmente verso la distruzione o è possibile cambiare?

Apparentemente può sembrare difficile declinare nella quotidianità dei giorni che si susseguono lo spessore di quegli interventi, invece ho la sensazione di ricavare proprio da quelle parole – anche da quelle parole – la visione globale nella quale poter iscrivere la piccolezza delle mie scelte quotidiane. Ciò che aiuta a fare chiarezza e trovare l’energia utile a orientarsi nella confusione che ci tallona dappresso, deve avere la forza dell’universale affinché ognuno vi possa trovare la sua particolare necessità; quel che sembra detto solo per lui o per lei.

L’incontro che si è tenuto nella bella casa valdese sulle colline di Reggello ha avuto per me questo significato.

La pastora valdese e teologa Letizia Tomassone ha preso spunto dall’antico testamento – precisamente dal libro di Geremia – per vedere le implicazioni della questione religiosa dal punto di vista femminile, e del pensiero religioso femminista in particolar modo. Che ci sia stato un tempo in cui la divinità era immaginata come una Dea e non un Dio e che quel tempo antico abbia corrisposto a un periodo pacifico con un modo di relazionarsi al divino fatto di feste con offerta di cibo e profumi anziché sacrifici animali, quando non addirittura umani, è diventato da tempo, per me, un riferimento a cui attingere per pensare un modo nuovo di rapportarsi tra noi esseri umani che esca dalla visione patriarcale di cui siamo eredi e prosecutori nostro malgrado. Il periodo storico di cui si parla nel libro di Geremia (società assiro-babilonese) è più recente di quello preso in considerazione, ad esempio, da Marija Gimbutas nei suoi studi, quindi, data la relativa vicinanza temporale, è ancor più importante riflettere sulla domanda: perché si è persa quell’immagine del femminile divino? Ponendoci questa domanda e cercando risposte – così ho inteso dall’intervento di Letizia – si compie un lavoro sul linguaggio (e sull’iconografia che lo ha accompagnato, aggiungerei io) che ha modellato e modella la nostra personalità.

Com’è possibile che le parole delle donne siano state completamente dimenticate? Penso che in buona parte la cultura del nostro tempo sia fatta di omissioni e dimenticanze, non solo della parola delle donne, ma anche di tutte quelle minoranze – soprattutto se con cultura orale, ma comunque non solo – ridotte al silenzio di cui sono pieni i tempi anche recenti della nostra storia. Fino ad arrivare all’assoluta cancellazione della voce di chi non ha parola come gli animali non umani (per non dire di tutto il mondo vivente) di cui ha parlato Federico Battistutta.

L’antica visione delle donne, ci è stato fatto notare, non è stata trasmessa attraverso un canone, quindi possiamo ben vedere come sia importante dare origine a un nuovo canone del mondo che permetta di creare un altro modo di stare nel mondo. Come sia fondamentale dare corpo sociale a questa realtà non duale ma sbilenca – queer, si può anche dire, usando un termine che va diffondendosi negli ultimi anni –, dare visibilità alla comprensione del mondo che si sta formando attraverso il lavoro delle teologhe femministe e di tutti quei ricercatori e ricercatrici che scrutano la trasmissione della visione religiosa attraverso il tempo.

L’incontro che si è tenuto a Reggello è stato in fondo un minuscolo tassello che va a comporre il mosaico di coloro che oggi lavorano a questa trasformazione di civiltà, di coloro che stanno creando una rete di contati e collaborazione per non delegare più la nostra salvezza (insieme a quella del pianeta) a un’immagine di Dio salvatore e non demandare più una buona vita felice in un mondo ipotetico dopo la resurrezione che verrà. Se il tempo è oggi, di certo è urgente lavorare sulla trasformazione, assumendosi ciascuno la responsabilità che ci compete, in tutte le cose.

A cominciare da ciò che in buona parte tutti noi, per cattiva abitudine, facciam finta di non vedere: i miliardi di animali ridotti in pezzi ed esposti in vetrina nei nostri ipermercati. Come ci poniamo verso lo sterminio costantemente in atto di chi non avrebbe che noi per essere salvato? Che ci piaccia o no, non possiamo tirarci fuori ed evitare di sentirci parte in causa, fino a quando esisterà anche un solo mattatoio o un solo allevamento intensivo di esseri viventi. Ma il pensiero di Federico è andato molto più a fondo di queste mie parole, ha toccato tasti più intimi, senza mai essere accusatorio nei confronti di nessuno e, quando si parla di questione animale, non è cosa da poco riuscire a toccare l’animo della gente senza far scattare sensi di colpa e conseguenti meccanismi di difesa. Ma è possibile cambiare? Se rispondiamo in maniera affermativa è di certo perché ci sta a cuore tutto il vivente e non solo la nostra specie.

Le proposte introdotte da Herbert Anders e Samuele Grassi sono andate a integrare questo che mi è sembrato il cuore della giornata, o quello che io ho registrato come tale.

Herbert partendo dall’Apocalisse, ultimo libro del Nuovo Testamento, ha presentato il tema dell’angoscia come elemento che scatena il bisogno di attaccamento e possesso. La paura di rimanere soli, di non avere valore. Tantissime problematiche odierne nascono in fondo da qui e scatenano quell’angoscia portatrice di disagio e comportamenti inconsulti sulla quale subdolamente si insinua la pseudocultura del denaro e del possesso che va per la maggiore e semina vittime. Creando un collegamento con quanto già detto la fiducia è stata posta come una soluzione possibile; fiducia in se stessi e nella propria capacità/responsabilità, alimentata da una rete di relazioni che possa incominciare a ricucire i brandelli del tessuto sociale strappato da secoli di capitalismo e non solo. Su questo mi sono trovata d’accordo mentre quando la fiducia viene posta, anche e ancora, in un Dio che, secondo me, ha esaurito la sua immagine e il suo potere, la mia comprensione viene meno.

Samuele è arrivato alla fine a – si fa per dire – scompaginare le carte in tavola riproponendo e precisando il concetto di queer che era già stato introdotto. Mi piace questo nuovo termine proprio per la caratteristica che lo contraddistingue di non voler stare in nessuna categoria. Mi par di capire che venga usato inappropriatamente per definire il mondo gay mentre la sua peculiarità di essere storto, trasversale lo porta – e con sé coloro che si collocano al suo interno – a essere sfuggente, inafferrabile da quel neoliberismo che sarebbe senz’altro capace di farne uno dei tanti prodotti-immagine a suo uso e consumo. Non essere afferrati, non essere strumentalizzati, cercare territori marginali e ribaltare il rapporto con il futuro a favore di un tempo presente come l’unico possibile nel quale stare per provare a conoscere la propria diversità e costruire la propria autonomia.

L’anarchismo queer è l’ambito teorico all’interno del quale lavora Samuele Grassi sostenendo che oggi in ambito anarchico è molto viva la ricerca di nuove pratiche (sarebbe bello davvero) dove si sperimentino solidarietà, responsabilità e libertà per inventare nuovi rapporti tra individui e tra individui e società. Pratiche trasversali che ricercano l’autenticità d’espressione al di fuori di quel pensiero binario che la fa da padrone nei nostri modi d’essere mettendo sempre il bene contrapposto al male, l’etero all’omo, il bianco al nero, con modalità gerarchiche, conflittuali e competitive.

Con queste “storte” argomentazioni si è conclusa la giornata, lasciandomi la testa in subbuglio e confermando quella sensazione che ho da tempo che se molto e buono si sta muovendo da tante parti, la cosa più difficile e più importante sia compiere il lavoro certosino di tessere fili di collegamento che uniscano i punti in comune di ogni diversità.

Silvia Papi

Oltre le religioni. Un libro

Autore: liberospirito 18 Lug 2016, Comments (0)

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Una segnalazione libraria, anche se propriamente non da ombrellone. E’ uscito in questa primavera, presso l’editore Gabrielli, un volume collettivo, curato da Claudia Fanti (giornalista presso “Adista”) e da Ferdinando Sudati (teologo e presbitero diocesano), dal titolo quanto mai accattivante: Oltre le religioni. I quattro autori pubblicati provengono da diverse parti del mondo, a testimoniare – se ce ne fosse ancora il bisogno – come la necessità di un radicale rinnovamento religioso nel mondo cristiano sia avvertita su scala planetaria. Sono studiosi con formazione e percorsi differenti ma accomunati dalla medesima sensibilità. Si tratta di John Spong, vescovo episcopalismo statunitense (v. qui); Maria Lopez Vigil, scrittrice cubano-nicaraguense; Roger Leaners, gesuita belga (v. qui) e infine Josè Maria Vigil, teologo spagnolo ma residente in Sud America da anni e coordinatore della commissione teologica dell’EATWOT (associazione ecumenica dei teologi e teologhe del terzo mondo – v. qui e qui). Inoltre il volume gode di alcune pagine introduttive scritte da Marcelo Barros, monaco benedettino brasiliano ed esponente di punta della teologia della liberazione.

Cosa vuol dire andare oltre le religioni? Significa, in breve, riconoscere il carattere storico, culturale delle religioni così come le conosciamo. Le istituzioni religiose sono il prodotto indiretto della rivoluzione neolitica e delle cosiddette civiltà monumentali nate da quella rivoluzione. Hanno giocato un ruolo fondamentale in molte epoche storiche ma, come ogni fenomeno storico, alla fase iniziale, aurorale, è succeduta quella della piena maturità e sviluppo, per intraprendere poi un’altra fase, quella crepuscolare, declinante. Oggi siamo entrati in questo stadio.

Ma parlare di una fase calante delle istituzioni religiose non significa liquidare in toto l’esperienza religiosa. L’essere umano che noi tutti siamo, quello che gli scienziati chiamano homo sapiens sapiens, ha una vita lunga, assai più antica delle grandi civiltà del passato, siano esse quelle egizie, sumere, cinesi o altre ancora. Come scrive Claudia Fanti: “Fin dal principio, l’homo sapiens è stato anche homo spiritualis, l’idea concreta di Dio è stata elaborata molto più tardi”. Allora come è esistita una religiosità prima delle religioni è altrettanto possibile riflettere su una religiosità dopo le religioni. E’ ciò che Josè Maria Vigil chiama ‘paradigma post-religionale’. La società attuale, della conoscenza e dell’informazione, globalizzata, post-industriale si sta incamminando lungo questa direzione. E’ un fenomeno che ci interessa da vicino, poiché riguarda soprattutto il cosiddetto primo mondo.

Scrive Roberto Mancini, citato nell’introduzione: “Ogni confessione religiosa è una strada, non una casa e tanto meno una fortezza. Se si irrigidisce come se fosse una casa, allora la religione stessa diventa idolatria”. La religione diventa idolatria quando confonde il mezzo con il fine, quando la sopravvivenza dell’istituzione diviene più importante delle ragioni che l’hanno fatta nascere. E’ questo il triste e perverso destino a cui sono destinate tutte le istituzioni (come Ivan Illich ha mostrato assai bene nei suoi lavori), non solo quelle religiose.

E’ lungo questo asse che si snodano i quattro interventi, con accenti e toni differenti, seguendo piste di ricerca non sovrapponibili l’una all’altra, ma   affratellati tutti dalla percezione che, sapendo affinare lo sguardo, c’è tutto un mondo che oggi vuole venire alla luce e che desidera esprimere in forme nuove, inedite, la gioia di vivere e il legame che unisce tutti i viventi.

Scriblerus

L’estate è sempre un invito ad uscire da casa, anche in questa che, timida, avanza. Queste giornate che stiamo tutti attraversando trovano un eccellente commento nelle parole di Franco Arminio che proponiamo (dal suo blog comunitaprovvisorie.wordpress.com). Uscire, camminare, respirare. Scrive Franco: “C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro”. E la bellezza non è questione eminentemente estetica, ma anche politica, religiosa. Non a caso si è parlato di “filocalia”, di amore della bellezza. “La bellezza salverà il mondo”, diceva il principe Mishkin. Come possiamo fare che questa frase, spesso citata a proposito e a sproposito, divenga domanda di strada, capace di accompagnare i nostri passi e i nostri sguardi?

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Non ti affannare a seminare noie e malanni nelle tue giornate e in quelle degli altri, non chiedere altro che una gioia solenne. Non aspettarti niente da nessuno e se vuoi aspettarti qualcosa,  aspettati l’immenso, l’inaudito.

Trovati uno scalino, riposati con la faccia al sole. Se c’è qualcuno che parla ascoltalo. Per tornare a casa aspetta che sia sera. Usa il buio come un fiocco per chiudere la giornata e fanne dono a chi ti vuole bene.

Prendi un angolo del tuo paese e fallo sacro. Vai a fargli visita prima di partire e quando torni. Stai all’aria aperta almeno due ore al giorno.  Ascolta gli anziani, lascia che parlino della loro vita. Fatti delle piccole preghiere personali e usale. Esprimi almeno una volta al giorno ammirazione per qualcuno. Dai attenzione a chi cade. Leggi poesie ad alta voce. Fai cantare chi ama cantare. Prova a sentire il mondo con gli occhi di una mosca, con le zampe di un cane.

Il bene quando c’è dura assai poco, in genere svanisce il giorno dopo. Girati verso il muro, verso il sole che illumina una faccia qualsiasi. Festeggia appena puoi il minuto più inutile della tua vita.

Spesso gli uomini si ammalano per essere aiutati. Allora bisogna aiutarli prima che si ammalino. Salutare un vecchio non è gentilezza, è un progetto di sviluppo locale.
Camminare all’aperto non è seguire il consiglio del medico,è vedere le cose che stanno fuori, ogni cosa ha bisogno di essere vista, anche una vecchia conca piena di terra,
una piccola catasta di legna davanti alla porta, un cane zoppo. Quando guardiamo con clemenza facciamo piccole feste silenziose, come se fosse il compleanno di un balcone, l’onomastico di una rosa.

Mai vista una primavera così bella, la luce sembra impazzita, è un diamante la testa del serpente, il silenzio concima le ginestre, sono quieti i paesi da lontano. Non insistere a dolerti, ogni albero è tranquillo e felice di vederti.

Camminare, guardare gli alberi, non dire e non fare nient’altro che un giro nei dintorni, uscire perché fra poco esce il sole, perché una giornata qualsiasi è il tuo spendore. Pensa, hanno già spezzato una zampa a un cane, una foglia è caduta. Fatti girare la testa velocemente e poi fermala,apri gli occhi a caso: davanti a te c’è una scena del mondo una qualunque, vedi quanto è preziosa, vedila bene, con calma, tieni la testa ferma, rallenta il giro del sangue. Che meraviglia che sia mattina, che abbia smesso di piovere.

C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia.

Molte albe, molte gentilezze, festeggiare molto spesso la luce, poco avere, scarsi indugi, minare il rancore, farlo saltare, meglio il silenzio, la carezza, il fiore.

Per stare bene non ci vogliono i medici, ci vuole una passione senza fine. Abbiamo bisogno di cose profonde e invece zampettiamo in superficie. Chi è chiuso nella grandi malattie lo sa bene quanta vita sprechiamo noi che stiamo bene.

Sento che siamo arrivati ai giorni semplici. Ora si può credere a quello che ci accade,
credere all’aria che ci accoglie quando usciamo  e al saluto di chi incontriamo, alla notte che viene, alla luce che rimane, credere che non c’è malattia  fino a quando parliamo con la nostra voce, fino a quando lottiamo con gioia. Attraversiamo con fiducia ogni scena del vivere e del morire, facciamo di ogni fatica una fortuna, andiamo dentro le ore senza saltarne una.

Punta sulla nuvola e su altre cose mute, non tue, non vicine, non addestrate a compiacerti, punta sulla morte, anche sulla morte, sulla sua decenza, sul fatto che non ritratta niente, punta sulla luce, cercala sempre, infine punta sulla tua follia, se ce l’hai, se non te l’hanno rubata da piccolo.

La notte scorsa nel mondo sono morte tante persone. Noi no. È bene ricordarsi ogni tanto il miracolo di stare nella luce del giorno, davanti a un albero, a un volto.

Non so quando è accaduto il massacro di ciò che è lieve, lento, sacro, inerme.
Adesso per tornare a casa, per tornare assieme nella casa del mondo,non serve la rabbia, non serve lo sgomento, basta sentire che ogni attimo è un testamento.

Concedetevi una vacanza intorno a un filo d’erba, dove non c’è il troppo di ogni cosa,
dove il poco ancora ti festeggia con il pane e la luce, con la muta lussuria di una rosa.

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane, che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

Franco Arminio

Gli animali e i loro uomini

Autore: liberospirito 30 Mag 2016, Comments (0)

C’è stato un lungo e lontano periodo nel storia dell’essere umano (meglio: un lunghissimo e lontanissimo periodo) in cui arte e religione non si erano ancora separate l’una dall’altra, laddove l’umana esperienza non si era frammentata e dispersa in una miriade di rivoli sempre più parcellizzata. Proponiamo una riflessione su questo tema, paradossalmente tanto antico quanto attuale. La fonte è il blog artenatura.altervista.org, a cui abbiamo avuto già occasione di attingere.

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Gli animali e i loro uomini è il titolo di una raccolta di poesie che Paul Eluard, poeta surrealista, scrisse intorno agli anni ’20 del secolo scorso. Viene citata da Georges Bataille nel suo libro Lascaux, la nascita dell’arte, dove dice che condizione della poesia è un sentimento più autentico dell’uomo: è anche il prezzo che occorre pagare se non vogliamo essere impenetrabili agli insegnamenti silenziosi della caverna.

Non vogliamo con questo post parlare di arte preistorica in senso archeologico. Ci interessa quel “sentimento più autentico”, domandarci cosa significa, per non correre il rischio di divenire impenetrabili ai silenziosi insegnamenti di quegli animali dipinti quasi all’inizio della nostra comparsa sulla terra.

Su queste pagine abbiamo già parlato di animali divenuti soggetto artistico fondamentale per artisti del ‘900 come Franz Marc o Ligabue, ad esempio. Ma allora, infinitamente lontano nel tempo, era la prima volta.

Scrive Bataille:

Queste figure esprimevano il momento in cui l’uomo riconosceva il maggior valore della “santità” che l’animale doveva possedere: l’animale di cui forse cercava l’amicizia, dissimulando il basso desiderio di cibo che lo comandava. L’ipocrisia con cui velava questo desiderio aveva un senso profondo: era il riconoscimento di un valore sovrano. L’ambiguità di questi comportamenti traduceva un sentimento superiore: l’uomo si giudicava incapace di raggiungere la meta prefissata se non riusciva ad elevarsi al di sopra di se stesso. Almeno doveva fingere di elevarsi al livello di una potenza che lo superava, che nulla calcolava, del tutto disinteressata, e da cui l’animalità non si distingueva. 

(…) Possiamo almeno dire che la bellezza, quasi sovrannaturale, degli animali della caverna ha tradotto questa ambiguità. Indubbiamente quest’arte è naturalistica, ma il naturalismo coglie, esprimendolo con esattezza, ciò che vi è di meraviglioso nell’animale.

(…) Tracciare una figura non era forse, di per sé, una cerimonia, ma poteva esserne un elemento costitutivo. Si trattava di un’operazione religiosa o magica. Le immagini dipinte, o incise, senza dubbio non avevano quel significato di decorazione duratura che fu loro espressamente attribuito nei templi e nelle tombe dell’Egitto, così come nei santuari della Grecia o della cristianità del Medioevo. Se avessero avuto un tale valore, il sovrapporsi delle immagini non sarebbe stato possibile. Esso significa che le decorazioni esistenti erano diventate trascurabili nel momento in cui si tracciava una nuova immagine. In quel momento era d’importanza secondaria sapere se la nuova immagine ne distruggeva un’altra più antica, e forse più bella. (…) L’operazione corrispondeva unicamente all’intenzione. La maestà della caverna apparve solo in seguito, come un dono del caso o il segno di un mondo divino.

(…) La regola dell’arte era dettata non tanto dalla tradizione quanto dalla natura (…) in se stessa l’opera d’arte era libera, non dipendeva da procedimenti che ne avrebbero determinato la forma dall’interno e l’avrebbero ridotta a convenzione.

(…) Esistevano dei procedimenti, e senza alcun dubbio gli uomini di quel tempo se li trasmisero, ma non erano essi a decidere la forma, lo stile e l’inafferrabile movimento dell’opera d’arte. (…) Inevitabilmente l’arte, alla sua nascita, sollecitava quell’impulso di spontaneità indomabile che si è convenuto di chiamare genio. (…) Creavano dal nulla il mondo che raffiguravano.

(…) Quello che si percepisce, quello che ci colpisce a Lascaux, è ciò che “freme”. Un sentimento di danza dello spirito ci innalza di fronte a queste opere in cui la bellezza, priva di regole, promana da movimenti febbrili: di fronte ad esse ciò che ci s’ impone è la libera comunicazione tra l’essere e il mondo che lo circonda; l’uomo vi si abbandona entrando in armonia con questo mondo di cui scopre la ricchezza. Questo movimento di danza ebbra ebbe sempre la forza di elevare l’arte al di sopra dei compiti subordinati che essa accettava, che la religione o la magia le dettavano.

Tra queste parole sottolineiamo quel che più ci aiuta a riflettere; quindi pensiamo a come non sia fuori dal tempo odierno vedere l’impossibilità di raggiungere una meta prefissata se non si riesce ad elevarsi al di sopra di se stessi, ad entrare in un ordine che tutto include, e come possa essere da quel sentire che prende avvio un movimento – non più autoreferenziale – che nel suo farsi ricerca quell’antica libertà di cui le arti conservano le tracce.

E’ nella nostra esperienza il poter dire che la percezione di ciò che “freme”, quella sorta di danza dello spirito che ci si muove dentro, è un sentimento che possiamo avere la fortuna di provare tutte quelle volte che – forse per caso, ma sempre fortunatamente – si accorcia la distanza che ci separa dal resto del mondo naturale. In questo crediamo stia la meraviglia che ci coglie di fronte all’arte preistorica e il suo fondamentale insegnamento giunti all’epoca e nelle condizioni in cui siamo.  Siamo esseri sensibili, quindi è il sentire ciò di cui abbiamo bisogno, da lì partono le nostre emozioni, il dolore ma anche la gioia di vivere che lo compensa. Avere messo troppa distanza tra noi e tutto il resto ha fatto nascere le realtà virtuali  ma ha sicuramente reso molto triste la danza del nostro spirito.

Concludiamo riportando ancora alcune parole di Bataille che vogliamo usare come auspicio per una rinnovata capacità di inventare il mondo attraverso il gioco creativo:

(…) Quel poco di conoscenza che si produsse all’inizio si deve al lavoro del “faber”. L’apporto del “sapiens” è paradossale: è l’arte e non la conoscenza (…) l’uomo di Lescaux lo distinguiamo con più esattezza da colui che lo ha preceduto insistendo non sulla conoscenza ma sull’attività estetica che è, nella sua essenza, una forma di gioco. Huizinga lo ha dimostrato: il nome di “Homo ludens” non conviene soltanto a colui che con le sue opere donò alla verità umana la virtù e lo splendore dell’arte, ma esso designa con esattezza l’umanità intera. (…) fu quando l’uomo giocò e seppe, giocando, attribuire al gioco la permanenza e l’aspetto meravigliosi dell’opera d’arte, che l’uomo assunse l’aspetto fisico a cui la sua fierezza resterà legata. Il gioco non può ovviamente essere la causa dell’evoluzione, ma non c’è dubbio che la pesantezza neandertaliana coincida con il lavoro e l’uomo liberato coincida con il fiorire dell’arte. (…) gioco che legò il significato dell’uomo a quello dell’arte, che ci liberò, foss’anche fugacemente, dalla triste necessità, e ci fece accedere in qualche modo a quello splendore meraviglioso della ricchezza, per il quale ognuno si sente nato.

Dentro il grande prodursi del presente

Autore: liberospirito 27 Mag 2016, Comments (0)

Abbiamo da poco appreso la notizia della morte di Koho Watanabe, monaco zen giapponese che diede un contributo fondamentale per la diffusione del buddhismo zen in Italia, seguendo un approccio coerente con la grande tradizione zen e al tempo stesso originale e innovativo. Con le sue parole: “Non confinati da una morale codificata, vivere il grande prodursi del presente senza affidarsi a regole prestabilite: questa possiamo chiamarla audacia di vivere”. Riportiamo di seguito (le ricaviamo dal sito www.lastelladelmattino.org) le parole e il ricordo di due monaci zen che ebbero Watanabe come maestro.

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Il 23 giugno saranno deposte nel cimitero di Antaiji le ceneri di Koho Watanabe roshi, deceduto sabato 7 maggio, all’età di 74 anni.
Non abbiamo dato notizia della sua morte quando avremmo voluto, ovvero subito, perché per sua volontà così doveva essere.
Un uomo grande e difficile, che ha dedicato la vita, senza riserve, a offrire lo zazen al mondo. Nella tradizione di altri uomini grandi e difficili che sono riusciti nel condurre la loro vita prescindendo dalla loro forza e dalla loro debolezza, con la sua vicenda esistenziale ha saputo indicare con purezza il significato concreto del Grande Voto.

Voi che leggete e noi che scriviamo dobbiamo a lui questo incontro, le sue premesse, le sue conseguenze.

Sua fu l’intuizione di abbandonare il vecchio Antaiji che, quasi assorbito dalla periferia di Kyoto, avrebbe potuto continuare a costituire un facile centro di attrazione per tanti cercatori Occidentali di passaggio in quella città. Scegliere una località tra i monti, abbandonata dai precedenti abitanti per l’isolamento e l’estrema asperità del clima, fu un azzardo sostenuto dalla fede e dalle energie giovanili di un gruppo di monaci formatisi assieme a lui grazie alla guida del suo predecessore, Uchiyama roshi. La difficoltà rappresentata dal luogo, assieme all’obbligatoria promessa di non lasciare il monastero prima di dieci anni, fecero sì che l’Antaiji inventato, voluto da Watanabe divenisse per poco più di un decennio, dal 1976 al 1987, la casa di una trentina di persone la forza della cui motivazione era in grado di superare gli ostacoli più ardui.

Mauricio Yushin Marassi e Giuseppe Jiso Forzani

 

Camilo Torres, cinquanta anni dopo

Autore: liberospirito 16 Feb 2016, Comments (0)

Ricordare, non dimenticare. Ricordare: letteralmente significa “richiamare al cuore” e attraverso questo movimento ciò che appariva sepolto si ridesta, torna finalmente a vivere e palpitare, tenendo viva la consapevolezza di chi siamo, esprimendo dove abbiamo la possibilità di spingerci. Oggi è il giorno della memoria di Camilo Torres. Il testo che segue proviene dal sito di Noi Siamo Chiesa

camilo torres

Il 15 febbraio di cinquanta anni fa nella regione di Santander in Colombia veniva ucciso in uno scontro a fuoco Camilo Torres. Il suo nome è ora poco conosciuto o del tutto sconosciuto nel nostro paese ma egli fu, a quel tempo come il Che Guevara, punto di riferimento per un lungo periodo di una vasta area di opinione non solo in America Latina. Egli fu l’ispiratore di quanti, a partire dalla fede nell’Evangelo che mai abbandonarono, decisero che, in certe situazioni estreme, non c’era possibilità di testimoniare veramente la propria fede se non partecipando direttamente a un movimento organizzato ed armato con lo scopo di ottenere un cambiamento radicale delle strutture sociali.
La sua storia personale fu interamente segnata da scelte di vita che lo misero in luce come studioso e ricercatore rigoroso e al tempo stesso come leader popolare. Dopo aver studiato a Lovanio egli fu un apripista negli studi di sociologia delle classi povere in Colombia, contemporaneamente fu prete e cappellano degli studenti di Bogotà. Questi suoi impegni lo portarono a promuovere programmi di azione comunitaria, a interventi nel campo dell’educazione e infine a cercare di dare vita senza successo a un Frente Unido di tutte le classi sfruttate e di tutte le opposizioni al regime oligarchico vigente. Il suo tentativo non ebbe successo, decise allora di entrare in modo militante, quattro mesi prima della sua morte, nell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale), una formazione guerrigliera nata due anni prima. Morì nella prima azione militare in cui si trovò coinvolto dopo aver chiesto di non essere esentato dallo stare in prima fila, nonostante la sua inesperienza sul campo.
I suoi scritti esprimono il suo percorso appassionato e ricco di esperienze e di ricerca e descrivono le motivazioni della sua decisione finale, assunta con uno spirito di grande sacrificio personale e dalle caratteristiche drammatiche. Egli era convinto che non ci fossero altre strade per affermare la pace fondata sulla giustizia nella Colombia di allora e nell’intera America latina. Egli sostenne, con passione e forti motivazioni, la necessità di un intreccio tra marxismo e cristianesimo per la liberazione dei popoli. Rifletté a lungo sul rapporto violenza-nonviolenza e la sua fede nell’Evangelo fu l’anima di ogni sua riflessione e decisione, dai contrasti con l’autorità ecclesiastica (che lo portarono a lasciare il ministero) fino alla decisione degli ultimi mesi.
La sua figura ci invita a una valutazione attenta della complessità della vicenda storica di quel periodo e non può essere separata da quanto nel mondo cristiano avvenne allora con scelte che rimangono nella storia del cristianesimo ed hanno un grande ruolo anche nella Chiesa di oggi. Nel 1967, nell’enciclica Populorum Progressio, Paolo VI , dopo aver giudicato negativamente l’insurrezione rivoluzionaria, aggiunse però: “salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese”(cap.31). E’ un’affermazione molto conosciuta e di grande importanza. Forse che non esisteva allora in Colombia “una tirannia evidente e prolungata”? Poco dopo a Medellin nell’agosto del 1968 i vescovi latinoamericani fecero la scelta preferenziale per i poveri e, quasi contemporaneamente, nacque e si sviluppò la Teologia della Liberazione mentre nel 1971 in Cile sorse il Movimento dei cristiani per il Socialismo. In ognuno di questi percorsi vediamo il raggio dello Spirito che soffia su cristiani e su Chiese fino ad allora abbastanza prigioniere di una cultura ecclesiastica che era diretta erede della storia della colonizzazione.
Il nostro orientamento attuale a valorizzare ogni cultura e pratica della nonviolenza deve avere al proprio interno una sensibilità particolare per conoscere e capire realtà in cui violenza e nonviolenza si intrecciano in situazioni e momenti particolarissimi della vicenda umana (Dietrich Bonhoeffer partecipò attivamente all’attentato contro Hitler del luglio del 1944, mentre questa problematica la si può capire per come si è posta ai cristiani nella Resistenza in alcune pagine della “Messa dell’uomo disarmato” di Luisito Bianchi). Dobbiamo sempre ricordare che in quegli anni, e poi per decenni, nella gran parte dei paesi dell’America latina dominava un vero e proprio terrorismo di Stato che, oltre all’oppressione politica e sociale, fece un numero sterminato di vittime con violenze indiscriminate di ogni tipo.
Nelle trattative in corso per una pacificazione generale della Colombia l’ELN, tuttora attivo, ha chiesto all’esercito la restituzione della salma di Camilo e alla Chiesa colombiana un “gesto chiaro e dimostrativo di riconsegnargli il suo posto come sacerdote”. Il capo dello Stato Santos ha fatto esumare i presunti resti e il presidente della Conferenza episcopale, mons. Castro, si è impegnato a esaminare la possibilità di ridargli lo status presbiterale. La riabilitazione di p. Torres contribuirebbe in effetti a pacificare la Colombia, perché riconoscerebbe la legittimità politica (e per la Chiesa quella etica) della scelta compiuta da chi, in quel tempo e contesto, prese le armi per cambiare la società. Ci sembrano due gesti opportuni, anzi necessari.

Nascita/natività/natale

Autore: liberospirito 24 Dic 2015, Comments (0)

Come gli altri anni, anche questa volta proponiamo un post sul Natale, in una chiave alquanto differente dalle immagini e dai discorsi che, tristemente, si sentono in giro e popolano il web. Il testo e le immagini in questione provengono dal blog artenatura.altervista.org, curato da Silvia Papi, a cui abbiamo in altre occasioni già attinto materiale utile e condivisibile.

Il tempo che si rinnova

Ecco.

Tutto è pronto: penombra, silenzio, raccoglimento. Il tempo si è fermato.

Il bambino può giungere. (…)

Prima di nascere il bambino viveva nell’unità. (…) non esistevano né il fuori, né il dentro, né il freddo, né il caldo.

Venendo al mondo (…) egli scopre questi opposti, inseparabili. (…) Respirando per la prima volta, valica una soglia. Eccolo, inspira. E da questa inspirazione nasce il suo contrario, l’espirazione. Che a sua volta …

(…) il principio stesso di questo mondo, dove tutto è respirazione, ondulazione, dove tutto, eternamente, nasce dal proprio contrario, il giorno dalla notte, l’estate dall’inverno, la ricchezza dalla povertà, la forza dall’umiltà.

Senza fine. Senza principio.

F. Leboyer, Per una nascita senza violenza

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In questi giorni che precedono il Natale, con la luce che riprende lentamente ad allungare le giornate e già preannuncia il tempo dei germogli, mentre il frastuono commerciale, per occultare dolori e tragedie, tenta di annullare il silenzio, ci è piaciuto ricordare la nascita attraverso le parole di Frederick Leboyer e due dipinti di epoche differenti.

Il primo, del 1600, è una intensa e commovente natività dipinta dal francese Georges de La Tour, uno dei principali esponenti del barocco francese che, si dice, fu fortemente influenzato da Caravaggio.

Fine osservatore della vita quotidiana, con una straordinaria maestria nel dipingere scene illuminate da fonti di luce come candele o lampade, probabilmente non ha voluto ritrarre la natività di Gesù ma una semplice nascita, come il titolo attribuitogli dagli studiosi – le Nouveau-né, il neonato – ci fa intuire. In effetti non vi sono dettagli narrativi e soltanto tre figure riempiono tutto lo spazio scenico. Se il soggetto facesse riferimento alla storia di Gesù potrebbero essere Maria col bambino appena nato in braccio e Anna, la madre di Maria, oppure la nutrice accorsa alla capanna di Betlemme come invece narrano i vangeli apocrifi. Come unica fonte di luce quella di una candela che illumina il neonato il quale, a sua volta, emana un tale splendore da diventare egli stesso sorgente di luce per le donne che gli stanno accanto. Di fatto, chiunque siano le figure nella scena rappresentata, essa ci appare come simbolo, commovente e universale, della maternità e della vita che la comunità familiare genera e custodisce: trasparenza palpabile della presenza divina nella quotidiana normalità che l’intimità della luce diffonde.

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Più o meno tre secoli separano il primo dipinto dal secondo, la nascita di Gesù del tedesco Emil Nolde al quale abbiamo dedicato un post agli inizi dello scorso mese di novembre. Rappresentando la nascita l’opera è la prima di una serie di dipinti – con al centro, più grande, la crocefissione – che raccontano la vita di Gesù.

In questo bellissimo quadro espressionista, dove il bambino è sollevato verso il cielo stellato, come dono della vita alla vita, ritroviamo la stessa assenza di falsi misticismi e il corpo nudo di una piccola creatura, quasi casualmente umana, assume la forza potente che la nascita di ogni forma vivente porta con sé.

Con l’augurio che il Natale possa segnare l’inizio, per tutti noi, di un tempo che sempre si rinnova, nel giorno dopo giorno, rendendo onore alla vita.

Islam e omosessualità. Un’intervista

Autore: liberospirito 16 Dic 2015, Comments (0)

Può esistere un islam europeo del terzo millennio? E ancora: è possibile coniugare fede islamica e sensibilità queer? Sembrano questioni letteralmente paradossali, impossibili da affrontare, soprattutto dopo le stragi di Parigi. Proprio per questo merita leggere questa intervista a Ludovic-Mohamed Zahed, imam gay – di provenienza algerina, ma residente a Parigi – che ha fondato proprio a Parigi la “Moschea inclusiva dell’unità”, la prima moschea in Europa espressamente aperta ai gay: “un luogo di protezione e adorazione, con preghiere comuni praticate in un contesto egualitario e senza alcuna forma di discriminazione basata sul genere, e basata su una interpretazione progressista dell’Islam”, secondo la sua definizione. Quanto segue sono ampi stralci di un’intervista su questi temi apparsa sul sito di “Micromega”.

Zahed

Lei è un coacervo di stigmi. In quale delle identità si sente più a suo agio? Quale comunità la accetta di più? 

Tutto è difficile. Ma è paradossale: è più facile quando sei discriminato su più fronti, perché sei più forte e sei capace di superare ogni stigma. Lo stigma può spazzarti via dalla faccia della terra o farti più forte. Dopo che hai affrontato la prima discriminazione, poi la seconda, la terza… cominci a capire cosa c’è alla base di ogni discriminazione. Il meccanismo è sempre lo stesso, solo la facciata cambia.

Come è diventato imam? Chi l’ha scelto?

Ho fondato la prima moschea inclusiva in Europa a Parigi, e avevo studiato teologia islamica cinque anni in Algeria. La mia comunità e l’organizzazione di omosessuali musulmani di cui ero parte mi hanno detto: abbiamo bisogno di un imam, e io ho detto: d’accordo, ma solo se studierete con me per diventare anche voi imam. Poi si sono aggiunte molte persone che volevano pregare con noi, anche etero che volevano sapere di che parlavamo. Perché, quando si parla di islam, si parla di cose che vogliamo applicare alla nostra vita. E quindi eravamo gay e transessuali che curiosamente eravamo la avanguardia del nuovo islam riformato in Francia. Oggi comunque non sono più l’imam principale. Io volevo solo istruire altre persone e dire loro: ora siete liberi di fare quello che pensate sia meglio per voi. Io ora mi concentro più sulla ricerca.

Si può smettere di essere imam?

Ci sono diversi tipi di imam. L’imam che guida le preghiere, l’imam che fa le fatwā – quindi ricerca, pubblicazioni, eccetera: un teologo – e infine l’imam che insegna ad altri imam nella madrasa. Prima guidavo più le preghiere, oggi faccio più ricerca e insegnamento.

La moschea dell’unità che ha fondato è realmente significativa nel mondo musulmano o è un’eccezione?

Mi piacerebbe dire che ogni moschea è un’eccezione perché come noto non esiste un clero nell’islam. C’è piena libertà, con tanti svantaggi: ciascuno può dire di essere un imam e che ucciderà tutti perché gliel’ha detto Dio. Ma allo stesso tempo, se invece vuoi riformare la visione dell’islam, è molto semplice. Basta avere una comunità alle spalle.

Sembra che la posizione dell’Islam sull’omosessualità sia abbastanza chiara: incompatibilità assoluta. Come riesce a far convivere le sue due identità?

Spesso si indicano Sodoma e Gomorra, nell’antica Mesopotamia. Secondo lo storico Erodoto, la gente di quelle città adorava una dea dell’amore e della guerra, che era una rappresentazione molto violenta della loro religione. Le offrivano la verginità e la sessualità dei loro figli e delle loro figlie per fertilizzare i campi. A quei tempi, i preti usavano già il loro potere per controllare le identità della gente. La vera gente di Sodoma e Gomorra non era omosessuale. Gli uomini, le donne e i bambini erano interessi da sacrificare.

C’è un verso importante nel Corano: Dio parla agli abitanti di Sodoma e Gomorra attraverso la bocca degli angeli. Non c’è alcuna referenza all’omosessualità nel Corano. Menziona soltanto lo stupro di uomini, donne e bambini nel nome di un’ideologia. Esattamente quello che fanno i leader musulmani fascisti e immorali oggi nel nome dell’islam. Sono loro i veri sodomiti, non gli omosessuali.

Nonostante le dichiarazioni di molti accademici musulmani, la posizione dell’islam sull’omosessualità è molto complicata. Benché molti musulmani credano che Allah abbia una netta preferenza a che i fedeli si impegnino in matrimoni eterosessuali date le lodi che ne fa, in realtà né Allah né il Profeta (che la pace discenda su di lui) hanno mai apertamente bandito le relazioni omosessuali per i musulmani, né Allah ha mai condannato identità sessuali alternative.

Alcuni accademici musulmani invece bandiscono del tutto l’omosessualità basandosi sulla loro interpretazione dei versi 4:15-16 del Corano [che condannano uomini e donne che hanno relazioni fuori dal matrimonio, ndr] e sulla loro lettura sbagliata della storia di Lot [che nella Bibbia scappa da Sodoma e Gomorra e la cui moglie si trasforma in statua di sale, ndr].

La posizione del Corano e dell’Hadíth [l’insieme dei racconti sulla vita di Maometto che costituisce la Sunna, parte integrante del diritto islamico assieme al Corano,ndr] sull’omosessualità è molto più complessa di quanto si immaginino molti musulmani. Tra i compagni del Profeta, c’erano i mukhannathun, gruppo di omosessuali travestiti, talvolta mal tradotti con la parola “eunuchi”, ermafroditi o uomini effeminati. Anche se è chiaro che molti dei compagni erano loro fortemente ostili, il Profeta ne protesse almeno uno da un linciamento. Non solo li tollerava, ma – secondo un verso del Corano – ne impiegò uno in casa. Dopo la morte del Profeta, molti mukhannathun ebbero un ruolo molto importante nella vita e nella cultura della città di Medina. I mukhannathun, che il Profeta si rifiutò di eliminare nonostante le pressioni dei suoi compagni, sopravvivono ancora oggi nei paesi musulmani.

Lei sostiene spesso che se oggi fosse vivo, Maometto sposerebbe le coppie gay. Come può esserne tanto certo? 

Ne sono certo perché era una persona pragmatica che rispettava il benessere delle persone, secondo la tradizione. Cinque anni fa fondai l’organizzazione degli Omosessuali musulmani di Francia perché non volevo rifiutare né la mia omosessualità né il mio islam. Quando scoprii che potevo essere entrambe le cose, trovai pace. La Fratellanza salafita era molto importante in Algeria negli anni Novanta. Quando ero adolescente, ero molto affascinato dall’islam, e fu per questo che mi unii a loro nelle moschee, e diventai salafista. Allora era l’unico islam disponibile. È così che imparai l’arabo e a leggere il corano a memoria. Sfortunatamente tutta la filosofia di vita bellissima di rispetto contenuta nell’islam era macchiata da un’ideologia che era il contrario della spiritualità religiosa. Oggi rifiuto totalmente una rappresentazione fascista o politica della mia tradizione spirituale che so essere ispirata dalla pace.

Per lei l’islam sociologicamente non esiste. L’islam sono i suoi fedeli, come lei. Per cui dice che chiunque voglia escludere per esempio gay o donne si mette fuori dall’islam. Come possiamo essere sicuri che non sia lei a essere fuori dalla fede?

Sociologicamente, l’islam non è vivo e non parla. La nostra relazione con il divino è unica per ciascun essere umano, senza maestri fra Dio e ciascuno di noi. In arabo lo chiamiamo Tawhid: unicità di Dio che rispecchia l’unità umana, attraverso il pluralismo e la diversità. Questa è la mia rappresentazione dell’islam: “essere in pace”, come dicevo. La sfida maggiore di oggi nelle società arabo-musulmane è il fascismo, che è una minaccia comune a tutte le società che vivono una crisi economica e politica. Ma questo non ha nulla a che fare con l’islam o la cultura araba in sé. Alcuni vogliono imporre un’ideologia fascista attraverso l’islam. Purtroppo questo succede continuamente in molte culture e religioni. Loro cercano di mostrare una facciata di bontà e felicità, ma pensano solo a se stessi, sono concentrati sulle loro paure e fobie. E hanno bisogno di trovare capri espiatori, e di solito sono le minoranze religiose o etniche. Il vero problema è che la società islamica è perduta. Un giorno forse troveremo il modo di risolvere questo problema, Insh’Allah, con la volontà di Dio. Io sono sicuro che Dio rispetta la mia scelta perché per me l’islam aiuta ciascuno di noi nella sua ricerca della felicità, mentre il fascismo pretende solo di normalizzare e poi controllare le sessualità.

Torniamo alla Francia. Come crede che stia gestendo la convivenza con il mondo musulmano? Crede che il modello laicista francese possa essere esportato?

Sono trent’anni che in Francia stiamo cercando un rinnovato equilibro stabile tra la laicità e il cosiddetto “islam francese”: non un islam importato, ma una rappresentazione del nostro background adattato alle nostre leggi e al nostro contesto culturale qui e ora. Abbiamo ancora questioni aperte come può immaginare.