Crea sito

Categorie: eresie

Ricordando (e non solo) Giordano Bruno

Autore: liberospirito 11 Feb 2018, Comments (0)

A seguire pubblichiamo il comunicato stampa  dell’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno riguardante l’ormai consueto appuntamento annuale per ricordare e attualizzare la grande figura di Giordano Bruno.

maxresdefault

Sono trascorsi 418 anni da quel 17 febbraio del 1600 quando il filosofo Giordano Bruno fu arso vivo in Campo de’ Fiori a Roma per ordine del tribunale della Santa Inquisizione, presieduto dal pontefice romano.  «Eretico, pertinace, impenitente ...» recitava la sentenza nella sua tracotanza di potere. E voleva essere espressione di massimo spregio per chi come Bruno rivendicava il diritto umano di pensare e scegliere autonomamente per uscire dalla caverna della sottomissione individuale e sociale.

L’’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno” come ogni 17 febbraio in Campo de’ Fiori a Roma (dalle ore 17.00) ricorderà il filosofo Giordano Bruno, perché la memoria di quel rogo sia per ciascuno la fiamma della ragione contro l’oscurantismo.

In un contesto storico come quello attuale, dove il senso della ragionevolezza sembrerebbe smarrito nella ripresa del fideismo religioso che si fa anche terrorismo, mentre spettri fascisti avanzano, noi bruniani vogliamo rimettere al centro più che mai il valore della Laicità, supremo principio della nostra Carta costituzionale repubblicana, che quest’anno compie 70 anni.

Niente è più prezioso della laicità, perché le garanzie di convivenza civile non possono venire dalla rivelazione, ma dal patto laico di cittadinanza, che tutela la dignità di ciascuno perché sia il proprietario della sua vita sempre e ovunque, come sancisce la nostra Costituzione impegnando lo Stato repubblicano a rimuovere gli ostacoli che questa autonomia e autodeterminazione impediscono.

Senza laicità non c’è democrazia, non c’è libertà, né giustizia, né uguaglianza nelle pari opportunità, ma solo sopruso. Ben lo sapeva Giordano Bruno, che ha avuto il coraggio di alzare la testa per proclamare il diritto dovere di ciascuno a emanciparsi da dogmi e padroni.

E questa emancipazione è dovere individuale e collettivo affermarla nella pratica quotidiana, perché non si ripeta la notte di non verità che mandò al rogo Giordano Bruno.

Di tutto questo parleremo a Piazza Campo de’ Fiori il 17 febbraio 2018, a partire dalle ore 17.00 tenendo vivo lo straordinario insegnamento progressista e libertario della filosofia bruniana.

«Nel nome di Giordano Bruno. Costituzionalmente laici», è il titolo che l’’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno” ha voluto dare alla Cerimonia-Convegno di quest’’anno.

Dopo la deposizione delle corone di alloro, con accompagnamento della Banda Musicale del Corpo di Polizia Municipale di Roma Capitale, e i saluti istituzionali di Roma Capitale e del Comune di Nola, la manifestazione proseguirà con le relazioni di Giuliano Montaldo: Giordano Bruno, la libertà per amica; Maria Mantello: Giordano Bruno, maestro di laicità; Gianni Ferrara: – 70 anni di sana e robusta Costituzione; Fabio Cavalli: – La  parola a Giordano Bruno.

Dopo secoli di persecuzioni, discriminazioni, caccia alle streghe stiamo attraversando un’epoca di tolleranza. O almeno così sembra o così ci dicono. Ma allora non esistono più gli eretici? Oppure lo spirito, il soffio dell’eresia continua a soffiare, assumendo altre forme e altri linguaggi? In una parola: che cosa significa essere eretici oggi? Di questo e di altre cose se ne parlerà a Firenze, presso l’Ateneo Libertario Fiorentino il giorno 25 novembre. Parteciperanno, dialogando fra loro e con i presenti Federico Battistutta e Alessandro Santoro, sacerdote della Comunità di base delle Piagge di Firenze.

Titolo dell’incontro: L’importanza dell’eresia. Riflessioni sull’anarchismo religioso.

fullsizeoutput_557

Dove: Ateneo Libertario Fiorentino, Borgo Ponti 50/R, Firenze

Quando: 25 novembre – ore 20: apericena – ore 21: introduzione e discussione

info: [email protected]

Pubblichiamo (riprendendolo dal sito www.ilgrandecolibri.com) la traduzione di un interessante articolo di Candida Moss, docente di Nuovo Testamento e Cristianesimo delle origini all’Università di Notre Dame (Indiana, USA). Il tema è quello dell’intersessualità visto come aspetto particolare di un più vasto discorso riguardante il rapporto tra identità di genere e religione.

candida-moss-cbs

E’ di questa settimana la notizia che il Vaticano starebbe invitando rappresentanti delle religioni di tutto il mondo ad una conferenza a fine novembre sulla “complementarietà tra l’uomo e la donna”. Arriveranno da ventitré paesi i partecipanti alla conferenza, tra i quali ci saranno relatori ebrei, induisti, musulmani e anche protestanti conservatori, come il pastore Rick Warren, fondatore di una megachurch [The Washington Post; anche BiJew Bijou]. Dopo la recente tempesta mediatica sull’”ammorbidimento” della posizione della Chiesa cattolica sui matrimoni tra persone dello stesso sesso e sul divorzio, l’annuncio di una conferenza sui ruoli “complementari” (leggi: differenti e non necessariamente uguali) degli uomini e delle donne è passato quasi completamente inosservato. Semplicemente non si adatta all’immagine che il pubblico ha di papa Francesco.

Le femministe dovrebbero preoccuparsi perché vengono invocati i ruoli tradizionali, ma in questa discussione c’è un problema ancora più grave: i gruppi religiosi quando parleranno di intersessualità?

L’ignoranza circa l’esistenza di persone con condizioni di intersessualità non è sicuramente limitata ai religiosi. Nota anche come ermafroditismo o variazioni della differenziazione sessuale (differences of sex development; DSD), intersessualità è un termine generico usato per descrivere tutta una serie di condizioni in cui l’anatomia sessuale di una persona non rientra nelle definizioni convenzionali di “maschio” e “femmina”. A volte l’intersessualità è già evidente dalla nascita, ma altre volte si manifesta più tardi nella vita, soprattutto durante la pubertà.

Non avete mai dedicato grandi riflessioni all’intersessualità? Non siete solamente voi a non averlo fatto. Anche se circa una persona ogni 20mila [Intersex Society of North America] nasce intersessuale (più o meno la stessa quantità di persone che nascono con la fibrosi cistica o con la sindrome di Down), se ne parla raramente, anche perché i medici hanno adottato un modus operandi incentrato sull’occultamento e che punta a normalizzare i corpi attraverso interventi chirurgici e farmaceutici e spesso addirittura a nascondere l’intersessualità del paziente.

Inoltre è sorprendente quanto anche tra i medici manchi il consenso su una definizione precisa dell’intersessualità. E’ sufficiente la presenza di organi genitali atipici e “ambigui”? Si tratta di una questione di ormoni o di DNA? Perché una persona sia considerata intersessuale, è necessaria la compresenza di tessuti ovarici e testicolari? I medici hanno dibattuto vivacemente su domande di questo tipo per più di 150 anni, in parte anche perché l’intersessualità è, come afferma la Società intersessuale del Nordamerica [Intersex Society of North America], “una categoria costruita socialmente”. Abbiamo diviso il mondo in maschi e femmine e qualsiasi varietà biologica che non rientrava a sufficienza in questo schema è stata etichettata come “intersessualità”.

La verità è che, da un punto di vista biologico, ci sono tantissime forme di diversità: l’intersessualità non è una terza categoria, ma un insieme di configurazioni biologiche che rivelano quanto fluido sia davvero il genere.

Alice Domurat Dreger, autrice di Hermaphrodites and the Medical Invention of Sex, ha detto al Daily Beast che il binarismo maschio/femmina è accurato solo “se si considerano alcuni metodi di misurazione: le toilette, la maggior parte dei moduli di registrazione dei pazienti, le cerimonie dei matrimoni tra repubblicani. Ma in termini di natura quasi tutti i tratti biologici si mischiano lungo uno spettro che unisce le due estremità attorno alle quali la maggioranza di noi è raggruppata. Quindi, anche se sembriamo ammassati su queste due estremità, i nostri sessi possono variare in moltissimi modi”.

Mentre gli attivisti intersessuali hanno fatto un eccellente lavoro di rieducazione della professione medica circa i pericoli di una indiscriminata assegnazione del genere che non tenga conto della volontà della persona, il nostro impegno culturale nei confronti del binarismo maschio/femmina è collegato alle regole maggioritarie, alla tradizione, alla cultura e al potere. E una parte rilevante di questa tradizione riguarda il cristianesimo. Secondo la Genesi, quando Dio creò l’umanità, creò “l’essere umano a sua immagine” e “maschio e femmina li creò”. L’idea che gli esseri umani siano stati creati a immagine di Dio e divisi in due elementi complementari all’interno di una coppia ha lasciato una traccia profonda nel nostro modo di analizzare il mondo.

L’idea che i corpi intersessuali siano “aberranti” o che siano il risultato di “difetti alla nascita” è perpetuata da una mancanza di familiarità con l’intersessualità. Oggi anche i cristiani intersessuali che scelgono la castità e che si impegnano a seguire i modelli familiari tradizionali affrontano lo stigma e il giudizio sociale dei loro pari.

Ma non è sempre stato così. La variabilità biologica era celebrata nel pantheon degli dei. Il dio Ermafrodito era rappresentato nell’arte greco-romana come una figura femminile dotata contemporaneamente di seni e organi genitali maschili e nel mondo antico molti avevano familiarità con il mito dell’androgino: un’entità primordiale bi-personale con due organi genitali (a volte entrambi maschili, a volte entrambi femminili, a volte uno maschile e uno femminile) che finì divisa in due. L’idea è immortalata nel discorso di Aristofane nel Simposio di Platone ed è riemersa nella cultura popolare nella canzone The origins of love nel film Hedwig – La diva con qualcosa in più.

Anche le radici bibliche del genere sono più ambigue di quanto pensi la gente. Le stesse storie della creazione sono suscettibili di interpretazione. Gli interpreti più antichi delle storie della creazione nella Genesi hanno notato come Dio abbia creato gli esseri umani due volte: la prima quando ha creato l’umanità a sua immagine e somiglianza e la seconda quando ha plasmato Adamo e ha usato una sua costola per plasmare Eva. Affrontando questa stranezza, Genesi Rabba, la raccolta classica dell’antica esegesi ebraica sul primo libro della Bibbia, suggerisce che Dio prima abbia creato un androgino a sua immagine e solo più tardi lo abbia diviso in maschio e femmina. Secondo questa interpretazione, soltanto le persone intersessuali sarebbero state create a immagine di Dio.

Anche la famosa affermazione di Paolo nella lettera ai Galati secondo cui “non c’è più uomo né donna […] in Cristo Gesù” può essere facilmente letta come una dichiarazione di sostegno divino nei confronti di coloro che sono sia maschio che femmina o che non sono né maschio né femmina. Le definizioni di sesso e genere, infatti, furono contestate nella Chiesa delle origini.

Come mi ha detto Benjamin Dunning, professore di teologia, di letteratura comparata e di women’s studies all’università Fordham di New York, “le polemiche religiose contro i fedeli lesbiche, gay, bisessuali e transgender tendono a far proprio un concetto di divisione sessuale univoco, fisso e immutabile (maschile e femminile) e poi ricorrono all’autorità della tradizione come sostegno. Ma un attento lavoro storiografico sulle fonti cristiane antiche dimostra come in realtà stiamo abbandonando la tradizione quando sosteniamo in quanto cristiani che sesso e genere siano auto-evidenti”.

Nonostante tutte le antiche figure religiose che non rientravano nel binarismo di genere, nel periodo pre-moderno gli ermafroditi erano spesso considerati come dei mostri, ma la loro era una condizione con cui convivere. Solo con lo sviluppo della tecnologia medica i chirurghi riuscirono a eliminare l’ansia sociale sul genere tagliando via, in senso letterale, l’ambiguità dal corpo umano. Praticate per la prima volta nel 1779, le operazioni di assegnazione del sesso divennero sempre più popolari dall’Ottocento in avanti. A partire dagli anni Cinquanta del Novecento la rapida assegnazione del genere al neonato con un genere ambiguo è diventata routine.

Mentre alcune forme di variazione della differenziazione sessuale (DSD) richiedono un’attenzione medica accurata, la maggior parte dei casi non richiede un intervento chirurgico violento, però le pressioni sociali per mettere sotto controllo le norme del genere hanno alimentato la pratica diffusa di assegnare chirurgicamente un genere alla nascita. E questo, a sua volta, ha rafforzato la visione religiosa di un binarismo imposto da Dio.

Stranamente, e nonostante migliaia di anni di teorie su sesso e genere, nel dibattito religioso moderno ci si occupa molto raramente di intersessualità. E quando ce ne si occupa, la maggior parte delle volte lo si fa in chiave strumentale per rimproverare le persone transessuali e per promuovere la castità.

Una delle ragioni di questa situazione è l’alta posta in gioco. Se si riconoscesse che il mondo non è nettamente diviso in uomini e donne, allora alcune questioni politiche fortemente sensibili come il matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’identità transessuale diventerebbero punti aperti al dibattito. Su quali basi possiamo fare obiezioni contro la riassegnazione del genere voluta dal paziente quando l’assegnazione del genere non voluta dal paziente è praticata come routine? Se ci si rendesse conto che i tratti biologici usati per determinare il sesso ricadono all’interno di uno spettro, allora la patologizzazione dell’intersessualità non sarebbe più praticabile. E sarebbe difficile opporsi ai matrimoni omosessuali quando sono già state celebrate così tante unioni che sfidano il binarismo.

Il potere dei corpi intersessuali risiede nella loro capacità di perturbare le norme sociali. Nel fare pressioni per arginare la marea degli interventi chirurgici sui bambini, gli attivisti intersessuali hanno rassicurato l’establishment medico sul fatto di non essere interessati a rompere lo status quo. La verità è che l’intersessualità potrebbe essere l’asso nella manica nella battaglia culturale su sesso e genere.

Candida Moss

Ricordando Aldo Capitini

Autore: liberospirito 4 Ago 2017, Comments (0)

Proprio ieri, in queste giornate calde  e afose, è apparso sul blog personale di Francesco Postorino (http://dioemorto.blogautore.espresso.repubblica.it), un breve articolo dedicato alla figura di Aldo Capitini, autore che continua ad essere ignorato dalle nostre parti. Nonostante tutto Capitini svolge ancora un ruolo centrale per chi desidera coniugare, in maniera radicale, religione e libertà.  Per questa ragione ci sembra giusto suggerire questa lettura. Per chi desiderasse poi approfondirne la conoscenza sul sito www.liberospirito.org c’è un’intera sezione a lui dedicata con diverso materiale da leggere e scaricare: http://www.liberospirito.org/Aldo%20Capitini.html

aldo_capitini

Sguardo innocente, corpo fragile. Era davanti a un bivio: iscriversi al Partito fascista, mantenendo un posto di lavoro invidiabile, oppure esprimere un bel No a Mussolini con la certezza di un ritorno alla povertà. Scelse la seconda via, ed è il mio eroe.

Non poteva essere altrimenti. Se alcuni suoi compagni si tenevano i loro ideali al sicuro, protetti dalla vigliaccheria, Aldo Capitini urlava a testa alta il suo antifascismo. Alla Normale di Pisa il suo maestro Giovanni Gentile non è riuscito a convertirlo. E come avrebbe potuto? Capitini amava l’uomo con tutte le sue forze, ma anche i lombrichi, i coccodrilli, le mosche, le farfalle, le piante, gli uccellini, i doni di Dio. Amava la speranza, l’idea che il male potesse essere cancellato per sempre dalla lavagna delle dittature. Un personaggio scomodo, buffo e solitario. La sua religione, contrastata dalla Chiesa ufficiale e dal cattolicesimo ipocrita, è il dolce richiamo all’umanità più profonda. C’è sempre un altro, più in là, da difendere. La democrazia, il liberalismo, il socialismo, il disegno illuminista, gli ordinamenti giuridici di ampio profilo, il ripudio cerimoniale della guerra, la stretta di mano nelle messe preconfezionate, la comoda preghiera, l’elemosina, i manifesti, tutto questo non è sufficiente. Serve «persuasione». Ecco un termine che fa battere i cuori agli uomini giusti.

Provo a interpretare così la sua idea: la persuasione è il primo mattino, il risveglio del fanciullo, lo stiracchiare del gattino dispettoso, il profumo della terra bagnata dopo la pioggia, i sorrisi infilati nel deserto, la fervida attenzione verso gli spazi anonimi, l’amore che non chiede, l’irregolarità che investe i fanatici del sublime, lacrime versate sul dolore, radicalità, pace dopo segrete battaglie, ascolto spontaneo, rispetto fino all’osso, pedagogia, il gesto di Rosa Parks.

La persuasione è un’arma preziosa contro i fascismi dai mille volti. L’arma di Capitini è la nonviolenza, un’espressione da scrivere e vivere come un’unica parola. Nonviolenza non significa «mi sto fermo mentre quel Tizio stupra mia figlia», ma è un grido silenzioso che racconta passo dopo passo, «aggiunta» dopo «aggiunta», una verità ambientata nell’eterno. Capitini non è pigro. Lui agisce e inventa la marcia della Pace Perugia-Assisi. Ricorda ai padroni della terra che la vera terra, quella del sovrasensibile, non ha padroni. Sfugge al banale, al mediocre, gioca a fare il Socrate perugino durante la notte fascista leggendo Gandhi e San Francesco. Scrive articoli, libri, indossa a modo suo l’abito azionista. Solo che non viene studiato molto. Sono altre le letture incoronate. Io, nel mio piccolo, ho scritto un volume dal titolo Croce e l’ansia di un’altra città, anche per mettere in luce l’ansia inconfondibile che assale un filosofo al servizio della verità.

La sua ansia, incompatibile con quella alimentata dall’odierno nichilista, è respiro, ingenuo entusiasmo, riscoperta del Vangelo, irruzione dell’incanto. L’ansia del postmoderno, invece, è spegnimento, glorificazione del fatto, adesione acritica alla prima offerta «funzionante», morte di dio. La sua vocazione vegetariana, inoltre, non ha niente a che vedere con l’esibizionismo osceno e conformista di chi non sente l’insieme o il circostante.

Capitini vuole tutto e subito. Non crede ai progetti di lungo periodo, a quel triste riformismo che intende affascinare a colpi di «necessità pragmatica». L’umanità va realizzata oggi. Basta con l’inganno. Capitini ci insegna a sperimentare l’onestà senza pause, a respingere il cinismo e soprattutto a lottare contro ogni germe fascista, in piazza o nella propria cameretta, nei sogni di primo mattino o nell’ora drammatica del presente.

Francesco Postorino

Alcuni giorni fa cadeva il centenario della nascita di Carlo Cassola, scrittore e intellettuale impegnato nel campo del disarmo unilaterale.  A questo proposito pubblichiamo un intervento di Alfonso Navarra – membro della segreteria della Lega per il disarmo unilaterale – in cui ricorda il lungo e appassionato impegno di Cassola contro la guerra e la corsa  agli armamenti, questioni ancora ben attuali, anche se non viviamo più nell’epoca delle Guerra Fredda; anzi sostenere oggi dinanzi ai vari “signori della guerra” il disarmo unilaterale è davvero una grande eresia. L’articolo è tratto da http://www.ildialogo.org
carlo_cassola
Carlo Cassola, lo scrittore partigiano (combatté nelle Brigate Garibaldi) che osò illuminare anche i “lati grigi” della Resistenza (“La ragazza di Bube” va letta anche in questo senso), è celebrato in questi giorni dalle istituzioni, con un comitato ufficiale del Ministero della Cultura, nel centenario della nascita, il 17 marzo 2017 a Roma. Morì poi il 29 gennaio del 1987 a Montecarlo di Lucca, dove si era ritirato a vivere.
Cassola è stato il “padre” del disarmo unilaterale in Italia, come idea e come campagna politica. Ed anche come organizzazione, la Lega per il disarmo unilaterale, che ancora oggi promuove l’obiezione fiscale alle spese militari. E il gesto “culturale” di questa idea di “fare il primo passo nella direzione giusta” fa ancora vivo tra noi Carlo Cassola. Di lui ci resta il suo insegnamento chiaro e forte, che va dritto al punto: ci ammonisce che il militare tutto è nocivo e che la guerra è la faccia violenta di una realtà violenta e che, se non la togliamo di mezzo, non potremo avviarci a cambiare la realtà presente, che è, in gran parte, una realtà militare.
Le idee antimilitariste di Cassola – è la mia convinzione, la convinzione di tanti – sono già sono servite, oggi, a far nascere, in parte, altre idee sulle quali i pacifisti e i nonviolenti stanno attualmente lavorando. Una di queste è, mi pare, l’idea della difesa nonviolenta e dei corpi civili di pace, l’altra è liberarsi come priorità delle priorità  dal rischio atomico. A New York forse già quest’anno in una conferenza ONU (che il governo italiano aveva votato poi rimangiandosi il SI) riusciremo a mettere fuori legge gli ordigni nucleari, allo stesso modo delle armi chimiche e biologiche.
Ed è giusto ricordarlo oggi che, su questi temi, mi sentirei di dire anche su suggerimento di Carlo Cassola, è la società civile che, pur ignorandolo, scende in campo in difesa della vita, messa in pericolo, ovunque sul pianeta, dalla violenza e dal militare. In special modo dal nucleare, che anche se spacciato per civile è essenzialmente in funzione militare.
Credo utile citare queste sue parole, tratte da “La rivoluzione disarmista”, che mi appaiono oggi decisamente attuali:
” Basterebbe che un solo popolo si ribellasse al ricatto della difesa (e della sovranità armata degli Stati nazionali – ndr) per mettere in crisi il militarismo dappertutto. Patriotticamente mi auguro che questo popolo più intelligente degli altri sia il mio. (….) Chi non capisce che è questo il terreno dello scontro decisivo tra progresso e reazione , tra civiltà e barbarie, è di destra, anche se si proclama di sinistra. In altre parole, o la sinistra vince la battaglia per la pace, o non avrà un’occasione di farsi valere, perché il mondo salterà in aria.”
L’antimilitarismo e l’internazionalismo sostenuti da Cassola sono ancora, purtroppo, una lotta attuale e saranno ancora di più la lotta di domani. Per questo, credo che sia giusto che noi, disarmisti “esigenti”, obiettori alle spese militari, amiche ed amici della nonviolenza, si ricordi Carlo Cassola come l’antimilitarista difensore della vita, il cantore dell’esistenza comune, il compagno generoso con il quale siamo orgogliosi di aver fatto un pezzo di strada insieme.
Alfonso Navarra

Qualche giorno fa è apparso un intervento di Eugenio Scalfari sul quotidiano da lui fondato – “La Repubblica” – dedicato alla figura di Francesco I. Scalfari può essere annoverato all’interno della folta schiera di laici folgorati dalle parole del nuovo papa. L’unica pecca di questo bizzarro cenacolo laicista risiede nel fatto che tutti quanti, incluso l’anziano opinionista con la sua prosa ridondante e supponente, celano una modesta conoscenza in materia di storia della cristianesimo. Non è certo su tali premesse che si può pensare di costruire un dialogo tra pensiero laico e pensiero religioso. Pubblichiamo a questo proposito la lettera che Daniela Di Carlo, pastora valdese in Milano, ha inviato come risposta al sopracitato quotidiano.

eretici_valdesi

Egregio Direttore,

mi chiamo Daniela di Carlo, sono pastora presso la Chiesa Valdese a Milano, e sono rimasta sconcertata dopo aver letto l’articolo a firma del fondatore del vostro giornale, di cui sono da tempo lettrice. Raramente si sono visti tali e tanti errori sulla Riforma protestante e sulla Chiesa Valdese, in un solo articolo su un quotidiano nazionale prestigioso come il vostro, e da parte di una firma eccellente quale quella di Eugenio Scalfari che dice peraltro di averla studiata a fondo.

A cominciare dal cinquecentenario della Riforma, che ricorre tra un anno e non ora, come è evidente dalla data (31/10/1517), fino al fatto che noi valdesi saremmo dei cripto-cattolici (e pertanto sommati a ortodossi, anglicani e copti, in contrasto con le vere chiese protestanti) e gli unici risparmiati “fisicamente e religiosamente” dalle persecuzioni della chiesa cattolica: da più di 600 anni, fino al 1848 anno delle “Lettere Patenti” di Carlo Alberto (che davano per la prima volta i diritti civili a valdesi ed ebrei, ma non quelli religiosi!), l’Inquisizione e le truppe pontificie, spesso alleate ai Savoia e altri sovrani, hanno fatto di tutto per farci sparire dal suolo italiano. Episodi storici documentati come Pasque piemontesi, strage dei valdesi in Calabria, “Sacro Macello” dei riformati in Valtellina non sono evidentemente – e tristemente – abbastanza noti al dott. Scalfari…

Vorrei anche sottolineare che la chiesa valdese è sì minoritaria, ma è presente in tutta Italia – e non solo a Roma e in Piemonte come dice lui: tanto per fare un esempio, solo la mia comunità di Milano conta un migliaio di membri e simpatizzanti (quasi 1500 se sommiamo la chiesa metodista sorella).

Per non parlare poi della figura di Lutero, totalmente stravolta nel racconto dello storico Scalfari (tra i peccati, oltre a essere diventato “prepotente” e lui stesso “sovrano assoluto”, il fatto che “si sposò”), e di una cosiddetta “religione luterana”, una denominazione, da lui evidentemente confusa con la confessione protestante in senso generale.

Quando poi si arriva a dire che il problema dell’unificazione dei Cristiani sarebbe costituito solo da liturgia e canone, e che Francesco sarebbe il vero difensore della Riforma oggi, si tocca il fondo.
La mia chiesa – come molte delle chiese protestanti storiche  è orgogliosa di non avere potere politico né temporale (né banche come lo IOR o possedimenti miliardari, mi verrebbe da aggiungere), di credere nel solo messaggio salvifico della Bibbia – senza intermediari terreni che ci assolvano o condannino, perché ci basta Gesù Cristo.

Non cerchiamo inoltre privilegi dallo Stato (come prova anche il nostro utilizzo dell’otto per mille, molto diverso dalla sostituzione della “congrua” da parte della chiesa cattolica), e da sempre ci impegniamo nelle battaglie di civiltà, per la libertà religiosa, di pensiero e di opinione di tutti – e non solo dei cristiani; per un diritto all’autodeterminazione in campo bioetico – testamento biologico in primis -, per un diritto delle coppie dello stesso sesso a vivere il loro amore, benedetto da Dio, e per i diritti delle donne, come dimostra – en passant – anche la mia professione, ancora del tutto sconosciuta nella chiesa sorella di Francesco.

Mi spiace davvero molto dover riscontrare la banalità e l’imprecisione con la quale il dott. Scalfari ha trattato tutti i protestanti, e in particolare noi valdesi, nel suo articolo di lodi sperticate a papa Francesco in occasione della giornata della Riforma, che è la nostra festa. E’ un suo diritto farlo – certo – ma, non a detrimento della storia e della verità, davanti ai vostri lettori e lettrici.
Grazie per l’attenzione,

pastora  Daniela Di Carlo

Dalla parte di Giuda

Autore: liberospirito 13 Mag 2015, Comments (0)

Le ultime elezioni politiche in Israele hanno visto naufragare definitivamente l’utopia sionista: il sogno è divenuto un incubo da cui è difficile risvegliarsi. Tutto ciò non solo per i palestinesi, ma anche per gli stessi israeliani. Che distanza da quanto, a suo tempo, sosteneva con forza Martin Buber – Israele come communitas communitatum, federazione di esperienze sociali, nel riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti dei popoli arabo ed ebraico. O da quello che scriveva Gershom Scholem al suo arrivo in terra di Palestina: “Vogliamo la rivoluzione nell’ebraismo. Vogliamo rivoluzionare il sionismo e diffondere l’anarchia, ovvero l’assenza di dominio”. Quanto segue è una intelligente riflessione di Franco Berardi (apparsa su urgeurge.net) a partire dalla vittoria di Netaniahu alle ultime elezioni israeliane.

welcome-to-israel (1)

 “E’ inverno a Gaza, in ogni maledetto senso della parola. Decine di migliaia di senza casa spesso ammucchiati in mezzo ai detriti di edifici bombardati. I bambini muoiono di freddo, secondo le Nazioni Unite… Quasi tutti quelli con cui ho parlato dicono che le condizioni sono più miserabili di quanto siano mai state, esacerbate dalla sensazione che presto ci sarà un’altra guerra.” (Nicholas Kristoff, Winds of war in Gaza, “New York Times”).

E una nuova guerra è diventata più probabile dal giorno in cui Netaniahu ha vinto le elezioni dopo avere detto che per lui non ci sarà mai uno stato palestinese. Un bambino con cui ha parlato il giornalista del NYT dice:“Forse riusciremo ad ammazzare tutti gli israeliani e la vita sarà migliore” e il giornalista gli chiede se davvero lo pensa, e lui dice di sì con la testa. “Darei via l’anima pur di ammazzare tutti gli israeliani.”

Un amico che insegna in un’università americana mi disse a metà degli anni ’90: “Stanno rientrando in America molti ebrei che erano emigrati in Israele. Si rendono conto del fatto che il sogno sionista si è trasformato in un incubo, che le nuove leve dell’emigrazione sono fatte di gente aggressiva disposta ad uccidere pur di portar via terreno ai palestinesi, e così gli intellettuali, i democratici tornano nelle città americane”. Stava iniziando l’emigrazione dalla Russia e dagli altri paesi in cui ogni legame con la cultura ebraica è stata sommersa da tempo. Qualcuno se ne deve essere accorto quando all’interno di una caserma israeliana vennero rinvenute svastiche dipinte sul muro da qualcuna delle nuove reclute. Netaniahu vince le elezioni, perché Israele è oggi un paese fascista.

Ma soprattutto è un paese suicida. La recente dichiarazione con cui il vincitore delle elezioni cancellava definitivamente l’ambiguità sulla questione dei due stati significa che Israele ha deciso di andare alla guerra totale.
Un tempo Israele vinceva le guerre. Ha vinto quella del 1948, poi ha vinto quella del 1967, poi ha vinto quella del 1973. Poi ha assediato, perseguitato, deportato, massacrato i palestinesi fino a spingere quel popolo che era il più laico e il più colto dei popoli arabi a votare per Hamas. Ma da un certo momento in poi Israele ha cominciato a non vincere più le guerre in modo così netto come accadeva in passato. Sconfisse gli eserciti nazionali, ma è più difficile vincere una guerra quando il nemico è disgregato, molteplice, disperato, suicida. Netaniahu sta portando il popolo ebraico verso la catastrofe. E’ solo questione di tempo, poi qualcuno disporrà di armi letali da opporre alle armi letali di cui Israele dispone. E’ solo questione di tempo, poi dall’immensa distesa di umiliazione, miseria, rabbia, violenza che circonda Israele un nuovo Hitler rischia di sorgere.

Amos Oz racconta la storia di Israele come il venir meno di una speranza. Storia di amore e di tenebra, il romanzo del 2002, era la storia la sua vita sullo sfondo della storia d’Israele. La notte in cui diviene ufficiale la nascita dello stato sionista sente il padre piangere nel buio per la commozione e la gioia. Poi sottovoce ricorda “quel che avevano fatto a lui e a suo fratello dei teppisti al liceo polacco di Vilna, e anche le ragazze avevano partecipato, e l’indomani quando suo padre era venuto a scuola a protestare per quell’offesa, invece di restituirgli i pantaloni strappati quei bulli si erano avventati su suo padre, l’avevano scaraventato per terra, e gli avevano levato giacca e pantaloni in mezzo al cortile mentre le ragazze ridevano e dicevano sconcezze e gli insegnanti avevano visto tutto ma erano rimasti zitto e forse anche loro avevano riso.” Dunque la nascita di Israele è un sogno che si realizza: il sogno di avere una terra in cui nessuno potrà più trattarti come un animale. Ma quel sogno è diventato un incubo, e Amos Oz mette in scena l’incubo di un popolo di vittime che si trasforma in un popolo di carnefici. Quando nel 1967 Aisha, la ragazzina palestinese cui Amos si è affezionato, deve andarsene da Gerusalemme con la famiglia, perché Israele ha vinto la guerra dei sei giorni, allora lui si chiede: “E i loro pappagalli? E Aisha? E il fratellino zoppo? In quale punto del mondo suonerà adesso il suo pianoforte, sempre che ne abbia ancora uno, sempre che non sia invecchiata e deperita tra le baracche sporche e la canicola di un campo profughi con la fogna che scorre a vista giù per le strade sterrate? E chi saranno i fortunati ebrei che ora abitano nella casa della famiglia di Aisha, nel quartiere di Talbiyeh, tutto costruito di pietra celeste e rosa a volte di pietra?”

Dieci anni dopo, nel nuovo romanzo Giuda, Oz mette in scena la storia di uno studente che nei primi anni ‘60 fa la sua tesi dottorale sulla figura di Giuda Iscariota, cui la tradizione cristiana attribuisce il ruolo del traditore di Cristo. Rivendicando per sé il ruolo del traditore (che poi fu sempre quello dei profeti), Amos Oz va al cuore della questione: la storia del popolo ebraico non poteva e non doveva essere ridotta entro i confini concettuali e geografici di uno stato nazionale, perché questa scelta ha messo in moto una reazione a catena che inevitabilmente porta alla escalation di violenza cui abbiamo assistito negli ultimi decenni e cui assistiamo ogni giorno. E che ne sarà del popolo ebreo nel futuro?

“Chaim Weizmann ha detto una volta, per disperazione, che uno stato ebraico non sarebbe mai potuto sorgere perché sarebbe stata una contraddizione: se fosse stato uno stato, non sarebbe stato ebraico, e se fosse stato ebraico non sarebbe potuto essere uno stato.”

La riduzione della storia culturale del popolo ebraico alla forma di uno stato territoriale ha condotto alla nascita di uno stato confessionale, lo stato degli ebrei: un paradosso orribile che contrasta e sovverte l’eredità della cultura ebraica.
La separazione della politica dall’appartenenza rese possibili le forme moderne della Ragione, della Democrazia. Ora l’appartenenza ritorna, con le sue mostruose conseguenze politiche: esclusione, violenza, persecuzione di una comunità di appartenenza contro l’altra.

La scelta di territorializzarsi, di chiudersi dentro i confini di uno stato minuscolo, militarizzato, perennemente assediato ha trasformato Israele in uno stato fascista. Ma per quanta forza militare questo stato possegga ora il popolo ebreo è destinato ad attendere un futuro che si può rinviare ma non scongiurare indefinitamente. La pace è ora impossibile.

“Tutta la forza del mondo non basta per trasformare l’odio in amore. Colui che odia lo si può trasformare in servo, ma non in uno che ama. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare un fanatico in illuminato. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare in amico chi ha sete di vendetta. Proprio queste sono le questioni esistenziali dello stato d’Israele: trasformare il nemico in sodale, il fanatico in moderato, il vendicatore in amico.”

Accanto allo studente che si identifica in Giuda, c’è la figura di Atalia, la figlia di un intellettuale ebreo (Abrabanel) che negli anni precedenti alla catastrofe dei palestinesi, aveva predicato una pacifica coabitazione, e aveva cercato in tutti i modi di opporsi alla creazione di uno stato ebraico.

Tra Atalia e lo studente Shemuel si svolge un dialogo che riassume il pensiero di Oz:

“Volevate uno stato. Volevate l’indipendenza. Avete sparso fiumi di sangue innocente. Avete sepolto un’intera generazione. Avete cacciato centinaia di migliaia di arabi dalle loro case. Avete spedito navi intere di immigrati sopravvissuti a Hitler diritto dal capannone di accoglienza ai campi di battaglia. Tutto per avere qui uno stato di ebrei. E guardate cosa avete ottenuto.”  Shemuel disse mestamente:“Non credi che nel ’48 abbiamo combattuto davvero perché avevamo le spalle al muro? No, non avevate le spalle al muro. Il muro eravate voi… Nostro padre non era entusiasta dell’idea di stato. Per nulla. Non gli piaceva per nulla un mondo suddiviso in centinaia di stati nazionali. Come le file delle gabbie separate al giardino zoologico.”

La questione ebraica pone un problema che la politica moderna non è preparata ad affrontare: l’obsolescenza della forma-stato, la miseria della forma nazionale rispetto alla ricchezza di un’esperienza globalizzante e cosmopolita che la diaspora ebraica ha per prima anticipato. L’impensabile violenza che il nazismo scatenò contro il popolo ebraico spinse – comprensibilmente – le forze sioniste che avevano potuto sottrarsi all’Olocausto a iniziare un esperimento di territorializzazione.

Non permetteremo mai più a nessuno di fare quello che Hitler ha fatto contro un popolo indifeso, questa fu la determinazione su cui il sionismo si affermò come forza territorializzante. Avremo uno stato, avremo un esercito, ci difenderemo, attaccheremo, distruggeremo chi vuole distruggerci.

La riterritorializzazione del popolo ebraico divenne allora una scelta quasi inevitabile.

Ma questa scelta ha portato il popolo ebreo in una condizione di pericolo estremo: per quanto potente, per quanto armato, lo stato di Israele non può vincere tutte le guerre dei prossimi cento anni. L’aggressione contro il popolo palestinese ha prodotto una situazione di violenza crescente che nel lungo periodo non può che rivolgersi contro Israele. Ma nelle condizioni di isolamento accerchiamento e insicurezza, in cui il sionismo ha posto Israele ha finito per prevalere la politica provocatoria degli insediamenti, la chiusura paranoica delle frontiere, l’accentuazione del carattere “ebraico” dello stato, e quindi una fascistizzazione di cui la vittoria di Netaniahu sembra essere la sanzione definitiva.

Franco Berardi Bifo

Il dio-mercato

Autore: liberospirito 18 Mar 2015, Comments (0)

Potremmo dire che, a questo mondo, esistono tanti dèi, troppi probabilmente. Uno di questi è il dio-mercato, quello che in quest’epoca sembra raccogliere maggiori consensi. E la sua è la religione del denaro (“la feroce religione del denaro”, come diceva qualche anno fa in un articolo G. Agamben, da noi riprodotto). A partire da alcune recenti dichiarazioni del premier Renzi, ecco a seguire una recente riflessione proposta da don Vitaliano Della Sala, amministratore parrocchiale a Mercogliano (Av), dopo il ritiro della sospensione a divinis. Il testo proviene da Adista.

mercato-finanziario

«Dovrete abituarvi a considerare le operazioni di mercato per quello che sono. Non operazioni politiche, ma di mercato»: parola di Matteo Renzi! Il premier si è così espresso rispondendo a una domanda sulla vendita di Rai Way. Non bisogna essere un economista, né un esperto di mercati per capire che non si tratta di un concetto di sinistra. Ci sono dei momenti nella vita in cui le cose ci appaiono di una semplicità estrema, momenti in cui diventa immediato decidere da che parte stare. Don Lorenzo Milani mostrava ai suoi ragazzi una fotografia di un torturato e del suo carnefice e chiedeva loro, a bruciapelo, «tu da che parte stai?». I ragazzi rispondevano senza esitazione indicando la parte del torturato. Non si domandavano neanche chi fosse la vittima e per quali ragioni venisse aggredita. Comprendevano che si trattava comunque di uno che stava subendo, che il potere non stava dalla parte sua.

Anche a Renzi qualcuno dovrebbe chiedere “tu da che parte stai?”, mostrandogli la foto virtuale dell’Italia, dove pochissimi detengono le ricchezze di tutti gli altri messi assieme, dove il mercato decide l’esclusione sistematica e programmata di milioni di esseri umani dai suoi “benefici”, accessibili solo a pochi. Viene facilmente tacciato di essere “di sinistra” chiunque pensa che la ricchezza non è casualmente distribuita e ritiene ingiusto l’ordine del mondo che moltiplica gli impoveriti. C’è oggi chi si affanna a gettare nella spazzatura della storia, non solo gli aspetti discutibili del passato, ma anche le utopie, gli ideali, le lotte e le conquiste sociali per le quali altri hanno speso la vita. Renzi, pur essendo segretario del Pd, fa a gara nel prendere le distanze dalle politiche di sinistra, sostenendo che non si conciliano con il mercato. E così, più prende le distanze dalla sinistra, più aderisce all’ideologia della destra. Tragicamente questo comporta che per non essere più considerati “di sinistra” – con la scusa di dover raccogliere voti anche nell’altro schieramento – bisogna far finta di non vedere che il mercato fagocita gli esseri umani per salvaguardare i profitti di pochi: masse di diseredati sono derubate del diritto ad una vita almeno non indecente.

Il mercato è l’idolo del momento, una moderna e cattiva divinità che, come quelle antiche, pretende i sacrifici, il sangue e la vita di migliaia, milioni, di vittime umane. Come una dispotica divinità le reazioni del dio-mercato sono imprevedibili, le sue vendette si abbattono sull’intero pianeta con un’onda d’urto di proporzioni ciclopiche. È inutile tentare di capire quale progetto abbia in serbo per noi, perché il dio-mercato non ammette ingerenze, controlli. E quando ci accorgiamo che è diventato una nuova forma di metafisica, comincia a vacillare la nostra presunzione di esseri viventi dotati di libero arbitrio.

Il dio-mercato esige un atto di fede; ci chiede di smettere di porci domande per capire le sue regole e di lasciarci andare abbracciati a “lui”, come si abbraccia una religione con i suoi indiscutibili dogmi.

Per secoli l’umanesimo, mettendo al centro la dignità degli esseri umani, ha tenuto sveglio il continente europeo. Per secoli abbiamo creduto di essere noi, esseri umani, il centro di un universo creato per noi. Forti di questo, ci siamo convinti che il denaro fosse un mezzo e non il fine dell’economia, che il suo uso sempre più diffuso fosse il prezzo da pagare per un’esistenza più libera e dignitosa per tutti. Invece oggi dobbiamo fare i conti con una globalizzazione dei mercati disumana e disumanizzante che, come una divinità, facciamo fatica a criticare; ci stiamo convincendo che il mercato non è un prodotto di azioni umane, ma esiste a prescindere da noi. E perciò, pur dibattendoci in una crisi epocale che sperimentiamo ogni giorno nelle nostre tasche e sulla nostra pelle, non ci permettiamo di mettere in discussione il modello economico che l’ha generata. Costretti a prostrarci ai piedi del dio-mercato, ci sentiamo inermi, impreparati e incapaci di reagire.

Eppure dovremmo sapere che il termine “mercato” rimanda all’idea della distribuzione e della partecipazione: deriva dal latino mercatus, participio perfetto del verbo mercari che letteralmente si può intendere come “ciò che è comprato”, significato che in seguito si è esteso per includere il luogo in cui avvengono gli scambi, il mercato appunto. Mercari deriva a sua volta dal termine mercem che rimanda al verbo merere, considerato sia nella sua accezione più vasta di “meritare”, sia nel significato originario di “spartire”, per cui la merce è qualcosa da dividere. Perciò proprio intorno ai bazar, ai suq, agli empori si è costantemente sviluppata la civiltà.

Occorre, allora, rimettere le cose al loro giusto posto: la merce è la parte di un tutto, va divisa con gli altri e, in qualche modo, bisogna anche meritarla; lo scambio poi, non deve limitarsi alle pure cose materiali, ma deve investire le idee, i servizi, la comunicazione.

Presidente Renzi, si ricordi: i mercati, economici e finanziari, non sono divini, ma sono determinati da noi; il mercato è al nostro servizio e non viceversa.

Come il medioevo fu il tempo delle strade che collegarono il mondo, che portarono verso nuovi centri mercantili, così il nostro tempo è quello dell’intreccio di vie moderne, spesso telematiche; ed è proprio in questi “luoghi” che si annodano catene umane, si passa la parola della speranza e della resistenza; e tante piccole, “lillipuziane” realtà di impegno sociale si incrociano, si parlano, e trovano possibili soluzioni per un agire solidale. Emblematica è l’esperienza di Muhammad Yunus, il banchiere dei poveri, premio Nobel per la pace nel 2006. Un giorno decise di mettere in pratica ciò che aveva sempre insegnato ai suoi alunni: fondò la Grameen Bank e cominciò a prestare soldi agli ultimi, senza pretendere in cambio garanzie che non sarebbero state possibili. La Grameen non è mai fallita forse perché la scommessa è quella di puntare sugli esseri umani, sul desiderio di riscatto che è in ognuno di noi, e non sul guadagno fine a se stesso. Capito, presidente Renzi?

don Vitaliano Della Sala

Al di là di laicità e religione

Autore: liberospirito 14 Mar 2015, Comments (0)

Ecco un intervento (di Lea Melandri, saggista, scrittrice e intellettuale femminista) in cui si parla di religione e di laicità senza le consuete banalizzazioni e dicotomie (pro o contro l’una o l’altra, come da tifoserie calcistiche), ma proponendo anzi chiaroscuri e visioni prospettiche in grado di arricchire e problematizzare le questioni. Come dire: il discorso non è chiuso, semmai è appena iniziato. L’articolo è apparso sul numero di ieri de “il manifesto”.

lea-melandri

Non mi sono mai occupata di laicità e di religione. O, quanto meno, non in modo specifico. Mi sono battuta, e continuerò a farlo, contro l’invadenza della Chiesa su scelte che devono essere lasciate alla libertà del singolo –come il testamento biologico, l’aborto, le unioni civili, ecc. -, ma non ho mai avuto simpatia per il laicismo, la laicità che diventa feticcio, “rifiuto pregiudiziale” della religione.

Posto in modo così schematico e oppositivo, il binomio laicità/religione mi è sembrato uno dei tanti dualismi che hanno finora impedito di vedere i legami che ci sono sempre stati tra un’esperienza e l’altra.

Quando ho letto il libro di Stefano Levi Della Torre, Laicità, grazie a Dio (Einaudi 2012), l’impostazione che ha dato al problema – un “confronto”, “un corpo a corpo” con la religione, in cui possono convivere la passione per la ricchezza di simboli, gesti, immagini, interrogativi essenziali dell’umano, richiami all’esperienza personale e il pensiero critico -, mi sono resa conto all’improvviso che “io c’entravo”.

Anzi, ho capito che c’entravo molto, forse troppo per il peso che ha avuto la religione – cristiana, cattolica nella mia formazione, potrei dire fino al momento in cui, venticinquenne, ho lasciato il paese e ho incontrato a Milano il movimento antiautoritario e il femminismo: l’uscita dalla dimensione privata per una straordinaria avventura collettiva, l’idea che si potesse ripensare la storia, la politica, a partire da tutto ciò che avevano cancellato e consegnato alla religione.

Così, oltre a ragionare sul libro di Stefano – in vista dell’incontro con lui, che avrei fatto al Festival delle Letterature di Mantova – ho cominciato a rileggere alcuni dei miei scritti del passato, sicura che vi avrei trovato tracce di questa “contaminazione”.

Ho pensato perciò che il modo migliore di dialogare da parte mia fosse quello di fare incursioni dentro il testo, fermarmi su alcuni punti e portare lì il contributo della mia riflessione, trovando di volta in volta condivisioni o divergenze.

Mi sono accorta subito che le concordanze erano in realtà molto di più che le divergenze. Innanzi tutto, il riconoscimento che la religione è un prezioso “archivio della memoria” degli individui e della specie, di vicende che stanno ai confini tra inconscio e coscienza. C’è la stupidità del fanatismo, ma ci sono anche sublimi simbolizzazioni, interrogativi che vanno alla radice dell’umano. Per questo – scrive Stefano – la religione “è una cosa seria e non può essere lasciata alla mercé dei clericali”.

Persino il fondamentalismo, se da un lato è importante criticarlo, dall’altro va raccolta la domanda che indirettamente ci pone: “quali sono i fondamenti, i presupposti sottesi ai nostri codici giuridici, atei, di pensiero, che noi lasciamo invecchiare sotto la polvere delle abitudini?”. È quello che Stefano fa quando dice che riflettere sulla religione è riflettere sul pensiero, sulle forme che ha preso, come si è rappresentato la propria nascita, l’uscita dall’animalità. La religione narra il mistero dell’universo, ma lo satura di rappresentazioni, di simboli. Lo esorcizza.

È su questa stratificazione di simboli che va portato lo sguardo, riconoscendoli come proiezioni del modo in cui viviamo.

Ora, riflettere sul pensiero, sulle forme che ha preso nelle sue costruzioni, laiche o religiose che siano, vuol dire chiedersi innanzi tutto chi è il soggetto del pensiero e come si è configurata, nella storia che abbiamo conosciuto – opera di una comunità di soli uomini – la sua nascita. La consanguineità fra la religione e le altre costruzioni simboliche sta prima di tutto nel fatto di discendere dalla stessa matrice: quel “principio maschile” che – come scrive Bachofen ne Il matriarcato – “nell’ambito dell’esistenza fisica è al secondo posto, subordinato al principio femminile”, salvo prendere poi  il primo posto, come principio spirituale, trascendente le leggi della materialità, quando da figlio l’uomo “diviene lo sposo, il fecondatore della madre, il padre stesso”.

Nel momento in cui si costruisce, sull’asse di una “vita superiore”, una generazione al maschile, la donna scompare nel suo essere reale, nella sua diversità. Dovrà rinascere tramite il figlio, divenutole marito, padre, madre. Sta all’uomo “rifarla, rinnovarla, crearla”, scioglierla dal suo nulla, che le impedisce di essere, prenderla nelle sue braccia “come un piccolo tenero bimbo” (Michelet, L’amore).

Da ciò si deduce che la “consanguineità” tra pensiero laico e religioso è molto più di una “contaminazione”; discende dal fatto che traggono la loro origine da quel soggetto unico maschile, da quella visione unica del mondo che ha violentemente e astrattamente differenziato, complementarizzato e posto secondo un ordine gerarchico, materia e spirito, natura e cultura, individuo e genere, corpo e pensiero, identificando e confondendo l’uscita dall’animalità e la nascita del linguaggio con il destino del maschio e della femmina.

In Otto Weininger è chiaro che la trascendenza, su cui la religione costruisce il mistero di Dio, il Creatore, l’Essere perfetto, il Valore assoluto, è strettamente  imparentata con la trascendenza che si è attribuito l’Io maschile. La “divinità”, per Kant, per Platone, è “l’idea morale e ciò che essa esige dall’umanità”. L’anima è qualcosa di diverso dal corpo, dai suoi appetiti.

…gli uomini sono figli di Dio in quanto esseri spirituali, così come sono figli di uomini in carne e ossa in quanto creature terrene (…) questo vale solo per i maschi. Dio infatti non ha figlie. Il figlio può risorgere e acquistare la libertà solo salendo al padre, ridiventando tutt’uno col padre.” (O. Weininger, Sesso e carattere)

Alla donna, che rappresenta la sessualità, la materia, il non essere, e che perciò incarna per l’uomo la caduta, la colpa, si impongono regole morali superiori a quelle dell’uomo: la purezza, la verginità. Per essere “redentrice” dell’uomo deve “essere uccisa e riportata in vita”. L’Io maschile e Dio si pongono così su una linea di continuità.

Per Weininger la religione è “libero atto dell’uomo del porre un ente perfetto, il sommo bene (…)  Dio è la finalità dell’uomo, la religione è la volontà dell’uomo di diventare Dio. La religione è la libera posizione del regno della libertà, dell’assoluto, è la ricreazione dell’universo (…) la religione, in ultima analisi, si identifica con la morale (…) lo sforzo di attingere l’assoluto ovvero Dio come idea del buono e del vero .

Le figure e i gesti che la mente religiosa proietta sull’oscurità del mistero – “come a formare un sipario su cui si rappresentano domande e bisogni insopprimibili”- saturandolo di risposte e spiegazioni, parlano dunque dell’origine della civiltà maschile, del modo con cui ha inteso differenziarsi dalla natura, dal corpo femminile che genera e che porta perciò i segni dei limiti mortali dell’umano. Parlano della ri-nascita o ri-generazione del mondo spostata sul versante di un principio maschile spirituale: una genealogia di padre in figlio dove la donna è solo mediazione simbolica, contenitore.

Forse è proprio in queste rappresentazioni così vicine all’origine e a quelle domande insopprimibili dell’umano, che hanno a che fare con la nascita, la morte, il diverso destino toccato all’uomo e alla donna, che la religione esercita un fascino così duraturo. In questo senso la “continuità con l’infanzia”, che Freud nel saggio, L’avvenire di un’illusione, aveva visto solo sotto il profilo del bisogno di “paterna” protezione, è una lettura riduttiva. La religione parla esplicitamente, più di tutte le altre acquisizioni della cultura, dell’ “atto fondativo” della civiltà stessa, di quella libertà da vincoli materiali  che ha permesso alla ragione di pensarsi “auosufficiente” e destinata a disporre della madre, della terra come risorsa inesauribile.

Qualcosa di questa trascendenza c’è anche nella contrapposizione tra il cittadino, astratto, scorporato, detentore dei diritti e la persona, l’essere umano nella sua interezza.

La religione potrebbe essere vista dunque come l’espressione massima, idealizzata dell’Io maschile, il fulcro dell’androcentrismo, una lettura sessuata che nel libro compare per accenni ma che non sembra essere colta per il peso che ha, come struttura portante sia della religione che della cultura in generale, inscritte entrambe nel dualismo originario. Le ‘sublimazioni’ della religione vanno dunque oltre le astrattezze della storia: sembrano tese a destituire o sostituire, trasferendole sul piano trascendentale, spirituale, la natura, i corpi, la nascita, la morte, il rapporto tra i sessi.

La rivalsa che si prendono oggi può essere legata alla crisi delle istituzioni politiche, ma anche al protagonismo che hanno preso il corpo, la sessualità e la libertà femminile. Stefano Levi la mette in relazione con la “rivalsa identitiaria maschile”: conformismo confessionale, di comunità, di etnia, guerra di genere per la proprietà delle donne. Si può pensare che la durata e il fascino della religione venga dal fatto l’aspetto sessuato e sessuale lì è esplicito – non rimosso -, teatralizzato e spettacolarizzato. Vi si possono leggere confusi amore e violenza, il sogno di armonia degli opposti e il sessismo, il razzismo.

La religione parla di madri, figli, padri, nascite, morti e resurrezioni, dannazione e riscatto della carne, dell’umano, del femminile. La religione sublima in modo evidente il rapporto tra i sessi, le identità del maschile e del femminile nella loro ambiguità: figure che strutturano rapporti di potere ma anche d’amore, che tengono dentro la complementarietà e la spinta alla riunificazione, come una sorta di “unione mistica. Forse è proprio da ricercare in questa ambiguità la ragione prima del consenso di cui la religione gode anche presso le donne.

Lea Melandri

Dell’islam e dell’anarchia

Autore: liberospirito 6 Mar 2015, Comments (0)

Ancora sull’islam. Questa volta affrontando un caso-limite: il rapporto tra islam e anarchia. Vero e proprio paradosso, eresia delle eresie, vera e propria sfida per il pensiero. Contro chi vuole vedere tutto in maniera univoca, tagliando via il campo dell’esperienza viva, della singolarità e della messa in gioco di ogni visione dogmatica: ecco come un suggerimento di lettura un paio di materiali (entrambi provenienti dal ns. sito www.liberospirito.org) su cui riflettere.

Il primo ripercorre le testimonianze di tre figure fra loro molto diverse, ma accomunate dalla sfida volta a coniugare islam e anarchia: si tratta di Henri-Gustave Jossot, Leda Rafanelli e, più vicino a noi, Hakim Bey (alias Peter Lamborn Wilson). L’articolo (apparso sul mensile “A”) lo si può leggere qui.

L’altro contributo consta in una lunga conversazione con Enrico Ferri (apparsa, in formato cartaceo, su “Umanità Nova” nel mese di dicembre). Qui è possibile leggere il testo integrale. Di seguito ci limitiamo a offrirne l’incipit.

islam & anarchy

Ti occupi da anni della filosofia e della visione del mondo tipica dell’anarchismo, ma allo stesso tempo del pensiero religioso. C’è a tuo avviso un punto d’incontro tra queste due dimensioni?

La ricerca filosofica, la riflessione sull’uomo e sulle sue relazioni non hanno confini. Ogni filosofia , ogni civiltà, ogni “visione del mondo” pone al centro l’uomo, le sue scelte, le sue risposte ai problemi esistenziali e materiali tipici della condizione umana. Un confronto tra le più diverse prospettive serve anche a chiarire le proprie.

Ma anarchismo e dimensione religiosa sono agli antipodi, hanno due visioni dell’uomo incompatibili!

Forse, ma Hegel dice che “con il Cristianesimo ci è divenuta familiare l’idea di un uomo perfetto”. Alla base dell’anarchismo c’è la convinzione che sia possibile un’ “Umanità nova”, un mondo nuovo senza guerre e prevaricazioni, un mondo “perfetto” che non è mai esistito, ma che si ritiene non solo possibile, ma il solo degno di essere vissuto. La formula un pò bislacca,“nella storia ma contro la storia”, vuole proprio indicare questa presenza/assenza del movimento anarchico nel tempo storico, in attesa e in preparazione di un mondo più “umano”, veramente umano: il mondo nuovo o, per usare il linguaggio degli hegeliani, “il regno di Dio in terra”.

Preti e anarchici, prospettiva libertaria e dogma religioso mirano ad uno stesso fine: il paradiso in cielo o il paradiso in terra? Non è una visione ottocentesca e un pò datata?

Anche in ambito libertario ci sono quanti, come Onfray e Berti, sostengono che la prospettiva di una radicale trasformazione dell’uomo e del mondo , la “conciliazione” tra la sua “natura” –io preferisco dire le sue “potenzialità”- e la sua esistenza è una prospettiva religiosa e superata. Non si capisce bene quale sia la “soluzione”: quella liberale/libertaria o quella dell’anarchismo qui e adesso tra pochi intimi? Occorre intendersi poi su cosa si intende per religione, mi sembra che nel mondo libertario ci sia un pò di confusione. (continua…)

 

Arabi senzadio?

Autore: liberospirito 24 Feb 2015, Comments (0)

Parliamo qui di un libro a venire. O meglio un libro già esistente e in attesa di pubblicazione in Italia. Il libro in questione è Arabs Without God (Arabi senza Dio) ed è uscito a metà 2014 in formato ebook, autopubblicato dall’autore, Brian Whitaker, già caporedattore per il Medio Oriente del “Guardian” dal 2000 al 2007. Attualmente è giornalista freelance, pur continuando a collaborare con il quotidiano britannico.

arabs-without-god-brian-whitaker-cover

Il tema della libertà di pensiero nei Paesi arabi, e in quelli del Medio Oriente in particolare, è di particolare importanza e interesse soprattutto alla luce del sempre più frequente incontro/scontro fra tradizioni e fedi diverse, dentro e fuori l’Europa. In questi Paesi, dichiarare apertamente di non credere in Dio significa compiere un atto clamoroso e talvolta pericoloso, a volte significa firmare la propria condanna a morte. Eppure sempre più persone, incoraggiate dalle rivolte delle passate “primavere arabe” e dalla diffusione dei social media, trovano la forza di esprimere le loro idee. Scopriamo che nei luoghi di origine di una delle più diffuse religioni del mondo c’è molto più fermento e diversità di vedute di quello che siamo abituati a pensare in Occidente. Governi e autorità religiose si trovano di fronte a una sfida radicale alla loro autorità divina. Per questo è importante conoscere il fermento in atto in quei luoghi. Promuove la pubblicazione in Italia la casa editrice Corpo60 (www.corpo60.it).

Di seguito la sintesi di un paio di testimoninaze raccolte nel volume:

Nella città palestinese di Qalqilya, il venticinquenne Waleed al-Husseini era stato folgorato da un’idea stravagante anche se irriverente. Decise che era ora che Dio avesse una pagina su Facebook – e si accinse a crearne una. L’ha chiamata Ana Allah (“Io sono Dio”) e il primo post annunciava scherzosamente che in futuro Dio avrebbe comunicato direttamente con le persone tramite Facebook poiché, pur avendo inviato profeti secoli fa, il suo messaggio non era ancora stato recepito. Waleed è stato incarcerato e sottoposto a un interminabile processo perché il suo ateismo era una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Oggi vive in Francia.

Tareq Rajab Sayed de Montfort, invece, è un giovane artista nato in Kuwait, gay dichiarato. Si definisce devoto, anche se in modo non convenzionale. Afferma che la sua omosessualità non lo ha mai portato a dubitare della sua fede o del senso del divino, anche se riconosce che i traumi che altri subiscono possono fare disintegrare ogni forma di fede. Questo problema non si porrebbe, ha suggerito Tareq, se i musulmani ascoltassero il consiglio del Profeta di “pensare da sé”.

Auguri eretici

Autore: liberospirito 1 Gen 2015, Comments (0)

Di eresia ne abbiamo parlato spesso, su questo blog, sia in senso lato che in quello più letterale. Sul sito collegato (www.liberospirito.org) c’è una sezione appositamente dedicata a cosa vuol dire essere eretici oggi (http://www.liberospirito.org/Essere%20eretici.html). Pertanto quale augurio migliore per questo 2015 appena iniziato che riportare le parole pronunciate ai giovani da don Luigi Ciotti.

don_ciotti_don_galloVi auguro di essere eretici.

Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso è colui che più della verità ama la ricerca della verità.

E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia. Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, l’eresia che sta nell’etica prima che nei discorsi.

Vi auguro l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno.

Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri. Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.

Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano, chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.

Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, chi non si rassegna alle ingiustizie. Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.

Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.

Chi crede che solo nel noi, l’io possa trovare una realizzazione.

Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio.

Luigi Ciotti

Natale è passato. Viva il Natale

Autore: liberospirito 26 Dic 2014, Comments (0)

Natale è trascorso da meno di ventiquattro ore, con i suoi riti, per lo più profani. In questo trascorrere proponiamo la riflessione di Erri De Luca sul Natale e il suo senso smarrito. Una meditazione sommessa, meritevole di attenzione, qualcuno la potrà definire laica; comunque sia assai più religiosa di tante omelie che hanno risuonato ieri nelle pareti di molte chiese.

Erri De Luca

Il Natale

Nello scasso profondo dei nuclei familiari Natale arriva come un faro sui cocci e fa brillare i frantumi. Si aggiungono intorno alla tavola apparecchiata sedie vuote da tempo.Per una volta all’anno, come per i defunti, si va in visita al cerchio spezzato.
Natale è l’ultima festa che costringe ai conti. Non quelli degli acquisti a strascico, fino a espiare la tredicesima, fino a indebitarsi. Altri conti e con deficit maggiori si presentano puntuali e insolvibili.
I solitari scontano l’esclusione dalle tavole e si danno alla fuga di un viaggio se possono permetterselo, o si danno al più rischioso orgoglio d’infischiarsene. Ma la celebrazione non dà tregua: vetrine, addobbi, la persecuzione della pubblicità da novembre a febbraio preme a gomitate nelle costole degli sparpagliati.
Natale è atto di accusa. Perfino Capodanno è meno perentorio, con la sua liturgia di accatastati intorno a un orologio con il bicchiere in mano. Natale incalza a fondo i disertori.
Ma è giorno di nascita di chi? Del suo contrario, spedito a dire e a lasciare detto, a chi per ascoltarlo si azzittiva. Dovrebbe essere festa del silenzio, di chi tende l’orecchio e scruta con speranza dentro il buio.
Converge non sopra i palazzi e i centri commerciali, ma sopra una baracca, la cometa. Porta la buona notizia che rallegra i modesti e angoscia i re.
La notizia si è fatta largo dentro il corpo di una ragazza di Israele, incinta fuorilegge, partoriente dove non c’è tetto, salvata dal mistero di amore del marito che l’ha difesa, gravida non di lui.
Niente di questa festa deve lusingare i benpensanti. Meglio dimenticare le circostanze e tenersi l’occasione commerciale.
Non è di buon esempio la sacra famiglia: scandalo il figlio della vergine, presto saranno in fuga, latitanti per le forze dell’ordine di allora.
Lì, dentro la baracca, che oggi sgombererebbero le ruspe, lontano dalla casa e dai parenti a Nazareth, si annuncia festa per chi non ha un uovo da sbattere in due. Per chi è finito solo, per il viandante, per la svestita sul viale d’inverno, per chi è stato messo alla porta e licenziato, per chi non ha di che pagarsi il tetto, per i malcapitati è proclamata festa. Natale con i tuoi: buon per te se ne hai. Ma non è vero che si celebra l’agio familiare. Natale è lo sbaraglio di un cucciolo di redentore privo pure di una coperta.
Chi è in affanno, steso in una corsia, dietro un filo spinato, chi è sparigliato, sia stanotte lieto. È di lui, del suo ingombro che si celebra l’avvento.
È contro di lui che si alza il ponte levatoio del castello famiglia, che, crollato all’interno, mostra ancora da fuori le fortificazioni di Natale.

Erri De Luca

Liberospirito corre sul web

Autore: liberospirito 17 Nov 2014, Comments (0)

Dicono di noi sulla rete. Riportiamo una breve intervista apparsa sul sito www.margutte.com – “non-rivista on line di letteratura e altro” (confezionata a Mondovì) – sul “progetto liberospirito”. A testimonianza che la frequentazione del blog e del sito sa suscitare interesse.

federico battistutta

Federico Battistutta e l’anarchismo religioso ( a cura di Attilio Ianniello).

Puoi presentarti?
Sono nato a Catania, nel 1956, da genitori friulani, migranti in direzione contraria rispetto ai flussi umani che in quegli anni si accalcavano verso il nord. Ero poco meno che bambino quando pure noi ci siamo trasferiti a Milano, città dove mi sono formato (laurea in filosofia alla Statale; diploma in lingue orientali all’Is.M.E.O.; formazione psicologica secondo la psicosintesi di R. Assagioli). Insofferente alla cosiddetta “Milano da bere”, da circa vent’anni ho lasciato la città. Attualmente vivo con la mia famiglia sui colli dell’Appennino emiliano. Mi riproduco socialmente come insegnante di Lettere nella scuola secondaria.
 
Quando ti sei avvicinato a tematiche spirituali e religiose?
Risale ai primi anni Ottanta. Gli anni Settanta, come molti, li ho vissuti proiettato all’esterno, nell’impegno politico e sociale. Con la fine di quel ciclo di lotte, negli anni reaganiani e tatcheriani del riflusso, la cosa migliore da fare mi sembrava fosse elaborare e riflettere su quanto accaduto. Nell’area politica a cui facevo riferimento si era data particolare enfasi al ruolo della soggettività. Allora mi son chiesto cosa fosse questa soggettività: era un dato non ulteriormente analizzabile o un costrutto da esplorare e conoscere? Mi sono rivolto allora al “lavoro su di sé” (è un’espressione dello scrittore francese René Daumal) attraverso pratiche psicologiche (perlopiù a base esperienziale e corporea) e meditative (iniziando con lo yoga e approdando allo zen). Si è allora spalancato un mondo, quello dell’esperienza religiosa. Anni dopo, leggendo Psicologia e religione di Jung, trovai conferma di ciò, laddove si afferma che per l’uomo moderno non c’è altra via d’accesso alla religione se non attraverso la psicologia. Comunque sia, per me, è andata così.
 
Quali sono le categorie centrali del tuo pensiero religioso?
Sono convinto che stiamo attraversando un “periodo assiale” (il termine venne usato da K. Jaspers) in cui ha luogo una rottura epocale dove si dissolvono i punti di riferimento rimasti in vigore per secoli. Questo non riguarda solo i paradigmi della religione, ma taglia trasversalmente ogni campo del sapere (politica, economia, arte, ecc.), così come le nostre stesse vite. Per quanto riguarda il mio rapporto con la religione sono convinto che il ruolo delle istituzioni religiose, per quanto riguarda l’Occidente (ma un Occidente che sta ormai inglobando tutto il pianeta!), si stia esaurendo. Ma con la fine delle Chiese (che altro non sono se non fenomeni storici, contingenti) non finisce la religione, anzi si aprono possibilità nuove. L’homo religiosus viene prima e dopo le religioni. Mi piace chiamare questa prospettiva “anarchismo religioso” per indicare un’esperienza religiosa libera, senza gerarchie, senza dogmi, magari senza Dio…


Qual è l’obiettivo del sito “Liberospirito”?
L’idea che orienta il sito (http://www.liberospirito.org) è quella di coniugare religione con libertà, in un campo dove l’obbedienza (finanche la cieca obbedienza) è reputata ancora una virtù. Il cuore del sito è la sezione “Archivio futuro” che è una sorta di piccola biblioteca on line. Si possono consultare e scaricare materiali su autori e tematiche centrali per l’esperienza religiosa contemporanea. Fra cui: l’anarchismo religioso, il rapporto tra mistica e politica, il pluralismo e il dialogo interreligioso, l’ecoteologia (la relazione tra religione e ambiente), la teologia animale (la religione in una prospettiva animalista e antispecista), le teologie di genere (da quelle femministe alle più recenti teorie queer), gli stati modificati di coscienza (un settore chiamato da alcuni antropologi “enteogenesi” – trovare dio entro sé –, e da altri “teologia clinica”, come nel caso di F. Lake, psichiatra e pioniere del counseling pastorale). Il sito ha oltre cinque anni di vita. Ad esso si affianca da alcuni anni un blog (http://liberospirito.altervista.org/) in cui si cerca di dibattere su questioni di attualità, come, ad esempio, la crisi economico-finanziaria, le guerre in corso, la questione dell’eutanasia, l’insegnamento delle religione a scuola, le iniziative alternative che stanno sorgendo in giro per il mondo.

Siamo tutti yazidi: dalla parte degli eretici

Autore: liberospirito 12 Ago 2014, Comments (0)

Yazidi_Peacock_Angel

“Siamo tutti palestinesi”, ha scritto qualcuno, giorni fa, durante l’assedio del territorio palestinese. Ma negli stessi giorni un cui l’esercito israeliano bombardava Gaza, poco più oltre, in Irak, l’esercito dell’Isis (lo stato islamico jihadista in terra irakena) attuava il massacro degli yazidi. Da una parte il nazionalismo israeliano, dall’altra il più truce fondamentalismo arabo: in entrambi i casi ideologie violente, alimentate e sostenute dalle religioni.

Chi sono gli yazidi contro cui si accanisce la violenza e la crudeltà dell’intolleranza religiosa? Si tratta di un piccolo popolo che vive nell’area mesopotamica, spesso accusato dall’ortodossia islamica di praticare culti eretici e per questo duramente perseguitato prima dagli Ottomani,  poi dal governo turco e da Saddam Hussein che li emarginò e li discriminò socialmente e culturalmente.

Vengono anche chiamati dai tradizionalisti “adoratori del diavolo” poiché nel loro culto vi è l’adorazione  di Melek Tā’ūs, l’Angelo Pavone, figura dominante della religiosità yazidica; si tratta dell’angelo caduto, ma non divenuto come in altre religioni Satana, quindi non adorato in quanto diavolo, ma per la sua natura buona e la sua potenza di creatore. La religiosità degli Yazidi sarebbe antica di oltre 4.000 anni; in esso sarebbero confluiti nel corso del tempo elementi gnostici, zoroastriani, del cristianesimo nestoriano, della qabbalah ebraica e del sufismo islamico.

Le notizie di agenzia riportano che nei giorni scorsi 500 yazidi sono stati uccisi dai miliziani dell’Isis. Tra loro – come accade sempre in ogni guerra – ci sarebbero donne e bambini Si parla anche di persone bruciate vive e di altre sepolte vive.

“Siamo tutti palestinesi”, ha scritto qualcuno, giorni addietro. “Siamo tutti yazidi”, aggiungiamo noi oggi. Per smontare ogni fondamentalismo, dalla parte degli eretici.

Per un nuovo credo

Autore: liberospirito 22 Ott 2013, Comments (0)

Quella che segue (ripresa dal blog Parresia/Teologia e Liberazione – http://teologiaeliberazione.blogspot.it/) è la professione di fede pronunciata da Frei Betto, teologo e scrittore brasiliano, esponente di rilievo – insieme a Leonardo Boff e altri – della Teologia della Liberazione (fra l’altro venne imprigionato e subì torture durante la dittatura miltare nel suo Paese). Le righe che seguono – affrancate da gioghi dogmatici – ci sembrano elementi più che interessanti da cui partire e su cui riflettere.

Frei-Betto

Credo nel Dio liberato dal Vaticano e da tutte le religioni esistenti e che esisteranno. Il Dio che è antecedente a tutti i battesimi, pre-esistente ai sacramenti e che va oltre tutte le dottrine religiose. Libero dai teologi, si dirama gratuitamente nel cuore di tutti, credenti e atei, buoni e cattivi, di quelli che si credono salvati e di quelli che si credono figli della perdizione, e anche di quelli che sono indifferenti al mistero di ciò che sarà dopo la morte.

Credo nel Dio che non ha religione, creatore dell’universo, donatore della vita e della fede, presente in pienezza nella natura e nell’essere umano. Dio orefice di ogni piccolo anello delle particelle elementari, dalla raffinata architettura del cervello umano fino al sofisticato tessuto dei quark.

Credo nel Dio che si fa sacramento in tutto ciò che cerca, attrae, collega e unisce: l’amore. Tutto l’amore è Dio e Dio è il reale. E trattandosi di Dio, non si tratta dell’assetato che cerca l’acqua ma dell’acqua che cerca l’assetato.

Credo nel Dio che si fa rifrazione nella storia umana e riscatta tutte le vittime di tutti i poteri capaci di far soffrire gli altri. Credo nella teofania permanente e nello specchio dell’anima che mi fa vedere gli altri diversi dal mio io. Credo nel Dio, che come il calore del sole, sento sulla pelle, anche se non riesco a contemplare la stella che mi riscalda.

Credo nel Dio della fede di Gesù, Dio che si fa bambino nel ventre vuoto della mendicante e si accosta nell’amaca per riposarsi dalle fatiche del mondo. Il Dio dell’arca di Noé, dei cavalli di fuoco di Elia, della balena di Giona. Il Dio che sorpassa la nostra fede, dissente dei nostri giudizi e ride delle nostre pretese; che si infastidisce dei nostri sermoni moralisti e si diverte quando il nostro impeto ci fa proferire blasfemie.
Credo nel Dio che, nella mia infanzia, piantò una acacia in ogni stella e, nella mia giovinezza, si mise in ombra quando mi vide baciare la mia prima innamorata. Dio festeggiatore e bisboccione, lui che creò la luna per adornare la notte della delizia e l’aurora per incorniciare la sinfonia del volo degli uccelli all’albeggiare.
Credo nel Dio dei maniaci-depressi, dell’ossessione psicotica, della schizofrenia allucinata. Il Dio dell’arte che denuda il reale e fa risplendere la bellezza pregna di densità spirituale. Dio ballerino che, sulla punta dei piedi, entra in silenzio sul palcoscenico del cuore e, cominciata la musica, ci afferra fino alla sazietà.
Credo nel Dio dello stupore di Maria, del camminare laborioso delle formiche e dello sbadiglio siderale dei fiorellini neri. Dio spogliato, montato su un asino, senza una pietra dove appoggiare il capo, atterrato dalla sua stessa debolezza.
Credo nel Dio che si nasconde nel rovescio nella ragione atea, che osserva l’impegno degli scienziati per decifrare il suo gioco, che si incanta con la liturgia amorosa dei corpi che giocano per ubriacare lo spirito.
Credo nel Dio intangibile all’odio più crudele, alle diatribe esplosive, al cuore disgustoso di quelli che si alimentano con la morte altrui. Dio, misericordioso, si fa quatto fino alla nostra piccolezza, supplica un soave messaggio e chiede una ninna nanna, esausto davanti alla profusione delle idiozie umane.
Credo, soprattutto, che Dio crede in me, in ognuno di noi, in tutti gli esseri generati per il mistero abissale di tre persone unite per amore e la cui sufficienza traboccò in questa creazione sostenuta, in tutto il suo splendore, dal filo fragile del nostro atto di fede.
Frei Betto

La rivolta che non crede nel futuro

Autore: liberospirito 27 Ago 2013, Comments (0)

Questo articolo di Franco Berardi “Bifo” (scrittore e agitatore culturale) è apparso su “Alfabeta2” all’incirca alla metà di luglio, quindi ben prima che riesplodesse la polveriera egiziana in seguito all’arresto del presidente Morsi da parte dell’esercito. Ciononostante lo pubblichiamo perché resta ancora attuale. Il tema è quello della possibilità di una trasformazione reale della società egiziana (e di quella nordafricana in generale) stretta tra fondamentalismo religioso da una parte e ingerenza delle potenze occidentali dall’altra. Pur nella difficoltà (o impossibilità) di intravedere un “altro mondo possibile”, molti, soprattutto giovani, non si rassegnano e continuano a scendere in piazza e a protestare. La rivolta e la protesta divengono la sospensione temporanea di una condizione sempre più intollerabile. Qui l’autore sembra evocare l’idea della costruzione di “zone temporaneamente autonome”, elaborata anni addietro da Peter Lamborn Wilson (alias Hakim Bey), un profondo conoscitore della cultura islamica. Non a caso. Proprio il concetto della TAZ (zona temporaneamente autonoma) resta strettamente connesso a quello – da noi pressoché sconosciuto – di qiyamat (la “grande resurrezione” che conduce all’abrogazione delle norme religiose e dei poteri vigenti), elaborato all’interno di una corrente eretica shita e a suo tempo analizzata proprio da Lamborn Wilson. Come dire, tout se tient

 egypt protests

Verso la fine degli anni Novanta, a un giornalista che gli chiedeva se non fosse stato un errore armare gli islamisti afghani, Zbigniew Brzezinski, consulente della presidenza Carter, rispondeva, con l’arroganza di chi ha non capito l’essenziale: «Cos’è più importante nella storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Qualche esaltato musulmano o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?»

Adesso sappiamo che la fine della guerra fredda non ha aperto un’epoca di armonia universale con qualche marginale disturbatore esaltato, ma ha inaugurato un’epoca di aggressività identitaria e di follia suicida. Il suicidio non faceva parte dell’armamentario dei sovietici, mentre è un elemento essenziale dell’islamismo contemporaneo. Perciò la guerra che Bush dichiarò infinita ha caratteri di asimmetria e d’imprevedibilità che non si possono ricondurre ad alcun pensiero strategico. L’illuminismo protestante che sta a fondamento dell’episteme strategica americana è incapace di interpretare i segni della cultura islamica, e la nozione formale di democrazia è inadatta per interpretare l’evoluzione attuale della guerra che si va diffondendo nel continente euroasiatico. Nessuna potenza militare pare in grado di ridurre la violenza contemporanea perché questa sfugge alle categorie della politica.

«La disperazione non è una categoria della scienza politica ma il movimento islamista non è pensabile se non lo si comprende come testimonianza di disperazione delle masse» , scrive Fethi Benslama, nel suo libro La psychanalyse face à l’Islam, un’indagine sulle origini psicoanalitiche dell’infelicità congenita alla cultura degli arabi, discendenti di Agar, la madre ripudiata e rimossa nella memoria dei suoi figli. L’islamismo contemporaneo è una sfida al razionalismo della politica moderna e della democrazia: interpretare quel che accade tra Kabul a Bengasi con la terminologia della democrazia e dell’illuminismo protestante è un modo per andare incontro alla sconfitta.

Nello scacchiere del mondo islamico si combattono diverse guerre, e nessuna di queste ha molto a che fare con la democrazia, questo feticcio che, svuotato di contenuto e di efficacia in Occidente, viene pubblicizzato con insistenza come un prodotto di scarto che gli occidentali sperano di rifilare a chi non l’ha mai visto.

Sullo sfondo, naturalmente, la guerra che Israele non può vincere. Ma quella guerra promessa per un futuro in(de)finito è il premio per il vincitore delle guerre che intanto si combattono. Anzitutto la guerra religiosa che oppone Islam sciita e Islam sunnita. Il disegno strategico dell’emirato sunnita che appariva una follia quando Osama Bin Laden lo dichiarò all’inizio del secolo, è oggi in piena sanguinosa realizzazione. Intere zone dell’Asia centrale sono militarmente governate dalla logica dell’Emirato: da Falluja ad Aleppo l’emirato sunnita è forza dominante, come nell’area che copre larga parte del territorio afghano ed intere regioni pachistane. La guerra civile siriana è ormai soltanto una guerra per il predominio sunnita, cui la minoranza alawita oppone una resistenza insormontabile.

Vi è poi la guerra sociale: la ricchezza è concentrata nelle mani dei padroni del petrolio (integrati al ciclo della finanza globale), e la miseria di massa che ne consegue alimenta in paesi come l’Egitto o come il Pakistan una conflittualità disperata perché incapace di aggredire il nodo essenziale della distribuzione della ricchezza e delle risorse. Democrazia non significherà niente fin quando la proprietà del petrolio, principale risorsa dell’area, rimarrà nelle mani di una minoranza culturalmente retriva e finanziariamente globalizzata. La rivoluzione egiziana del 2011 è stata preparata da un quinquennio di lotte operaie intense e vaste, ma dopo la rivoluzione del 2011 le condizioni di vita degli operai sono peggiorate e l’economia egiziana non dà segni di ripresa. Le rivolte arabe non cambieranno la realtà di quell’area fin quando non aggrediranno il forziere saudita.

Vi è infine la guerra culturale che il lavoro cognitivo cosmopolita conduce contro l’autoritarismo politico e contro l’oscurantismo religioso. Milioni di studenti, di lavoratori della rete globale, di blogger giornalisti e artisti hanno messo in contatto la dimensione culturale della rete con la strada provocando un cortocircuito che ha rimesso tutto in movimento. Ma questo terzo fronte è per il momento minoritario, e scatena processi che non è in grado di governare. A Tunisi come al Cairo come a Istanbul come a Damasco i movimenti sono iniziati da lavoratori precari ad alto grado di scolarizzazione e di integrazione nel lavoro cognitivo globale. Ma questi movimenti sono stati utilizzati ed emarginati dalle forze islamiste, oppure repressi dall’islamismo al governo, come nel caso della Turchia, dove l’esercito è, almeno per il momento, integrato e sottomesso al neoliberismo islamista di Erdogan. Questi movimenti continueranno a produrre rivolte che rimarranno subalterne sul piano politico, ma serviranno per consolidare ed estendere l’autonomia di una parte crescente della nuova generazione dall’oscurantismo e religioso e dalla violenza militare.

Ero al Cairo in aprile, quando è uscito in alcune sale della  città il film di Ibrahim El Batout El sheita elli fat (Winter of discontent), presentato a Venezia l’anno scorso. Sono andato a vederlo con gruppo di amici che lavorano nel mondo dell’arte e che viaggiano molto spesso nei paesi occidentali. Il film non è piaciuto a nessuno. Tutti lo trovavano ipocrita perché presentava la rivoluzione come l’inizio di un tempo nuovo in cui finalmente il popolo egiziano potrà prendere in mano il suo destino nella libertà.

I miei amici avevano tutti partecipato alle rivolte dell’inverno 2011 come attivisti, giornalisti o come media-artisti, ma nessuno di loro sembrava attendersi un mutamento positivo né (certamente) dal governo islamo-liberista della Fratellanza islamica, né da alcun altro rivolgimento possibile nel prossimo futuro.

Ciò mi ha fatto riflettere su questa generazione che si ribella con forza e radicalità senza nutrire alcuna speranza, senza attendersi alcun miglioramento. Come se la rivolta fosse, in sé, la sospensione temporanea di una condizione intollerabile – e il momento di riconoscimento di tutti coloro (e il numero cresce) che non vogliono più condividere nulla, credere in nulla, né partecipare a nulla. Solo vivere, inventando un altro mondo, non importa quanto impossibile.

Franco Berardi Bifo

www.alfabeta2.it

franco berardi bifo

Don Gallo: elogio di un rompiscatole

Autore: liberospirito 15 Giu 2013, Comments (0)

Ritorniamo a parlare di don Gallo. Della sua eredità. Un’eredità lasciata non a qualcuno in particolare, ma a chiunque sente vivo il richiamo a una vita un po’ meno dominata dal principio della miseria (e non ci riferiamo solo a quella economica). L’intervento di Pier Aldo Rovatti che riportiamo (proveniente da www.psychiatryonline.it) ragione proprio su ciò: al di là delle enfasi celebrative, proviamo a individuare alcune possibili, concrete tracce da percorrere, con partecipazione, passione e possibilmente minore incoerenza.

funerali_don_gallo

“Sono un rompiscatole”, aveva detto di sé don Gallo, il “prete di strada” più amato d’Italia, una vita intera dedicata concretamente ai deboli e ai diversi, ai tossicodipendenti, alle prostitute e a tutti quelli che stanno ai bordi della società o ne vengono rifiutati.

E chissà quante volte questa espressione è stata pensata e usata nei suoi confronti anche dall’istituzione cui apparteneva, ovvero la Chiesa, che di fatto lo ha emarginato e ignorato.
Non è l’unico, né si tratta solo di preti battaglieri: il “rompiscatole” è una figura emblematica del mondo in cui viviamo, uno che sa rompere gli equilibri e non si presta mai a essere disciplinato, perciò diventa un corpo estraneo, temuto sia da chi ha il compito di governare e raffreddare le istituzioni, sia dalla massa opaca di coloro che credono di poter barattare la propria servitù volontaria con il mantenimento di privilegi acquisiti e pallide promesse di carriera.

Quando un grande e produttivo rompiscatole muore, l’istituzione tira finalmente un sospiro di sollievo che maschera a fatica con onoranze postume e perfino riti di beatificazione. Quando, invece, sono i tanti piccoli rompiscatole a lasciare il terreno, il cinismo ovunque trionfante non ha neppure bisogno di cerimonie riparatrici e fa calare in fretta un pesante sipario di silenzio. L’etica minima, in questi casi, è surclassata da una convinta e completa assenza di moralità civile.

Avrei voluto esserci, sabato scorso, dentro la chiesa del Carmine a Genova, durante le esequie di don Gallo, in mezzo a quel popolo che ringraziava, insieme dolente e battagliero. Si era mosso perfino, a officiarle, il cardinal Bagnasco, il capo dei vescovi; e poiché l’encomio riparatore da lui pronunciato aveva evitato qualunque accenno di autocritica, allora qualcuno ha cominciato a tossire e in breve la tosse pur sommessa ha prodotto una cascata assordante e la cerimonia si è bloccata diventando un caloroso e irrituale omaggio. Il funerale si è così trasformato in un inno alla vita.

Si parla tanto dello spirito critico di cui avvertiamo distintamente la mancanza. Ognuno di noi vorrebbe averne un poco o magari di più, ma poi quasi sempre ci si arresta ai buoni propositi, ci si appaga di parole e discorsi gratificanti. Questi ultimi, sì, non mancano e in essi circola soprattutto la lamentazione.
Ci lamentiamo di continuo delle storture e delle ingiustizie, stigmatizziamo i comportamenti dei potenti, i cattivi modelli dei politici, e abbiamo un’imponente materia per farlo. Ma non basta. Infatti, bisognerebbe superare la linea e osare rischiare qualcosa. Lo spirito critico avvista innumerevoli “scatole” che imprigionano i comportamenti individuali e sociali, inanella denunce su denunce, ma finché non tenta di “rompere” questi involucri ingabbianti, non comincia davvero a farlo, resta solo la voce di un’anima bella, intellettualistica e inerte. Ciascuno, là dove vive, nell’ambiente che gli è proprio, in quel pezzo di sociale che frequenta, può scendere giù tra la gente. Uno spirito critico che rinuncia a “questa” politica è un falso spirito critico, addormentato, già cadaverizzato.

L’esempio dei grandi rompiscatole – cui dedico questo modestissimo elogio – ci insegna che ciascuno di noi può incrinare, dovunque e in qualsiasi momento, la pellicola delle convenienze che continuiamo ad accettare per quieto vivere o per qualche astuta viltà.

Il rompiscatole è il contrario del furbo, cioè di quello che sembra essere ormai diventato il nostro abituale stile di vita. Il furbo calcola cosa è più profittevole per lui, misura vantaggi e svantaggi personali di ogni suo minimo atto. Il rompiscatole se si limitasse a calcolare, non esisterebbe neppure. Così, ciascuno di noi, se non fosse anche un po’ rompiscatole (nei confronti degli altri ma anche di se stesso), non agirebbe mai.

I grandi rompiscatole (come don Gallo) sono molto rari, forse inimitabili. Noi, normalmente, siamo un misto in cui la furbizia conserva la sua parte e dove, però, il rischio di rompere le uova nel paniere del “così fan tutti” potrebbe avere – sempre – uno spazio proprio.
Quello che possiamo fare, quotidianamente, è cercare di comprimere al massimo la parte dell’egoismo individuale e di dare una dimensione sempre più ampia alla parte di noi che si avventura a infastidire l’accettazione acritica di ogni scatola sociale, dai luoghi di educazione dei bambini alle case di riposo, dal mercato del lavoro alle forme del welfare, per non parlare di tutti gli scomparti in cui viene rinchiusa normalmente ogni diversità.

Pier Aldo Rovatti

pier-aldo-rovatti

Per la libertà religiosa, sempre

Autore: liberospirito 17 Feb 2013, Comments (0)

Il 17 febbraio 1848 l’allora re di Sardegna Carlo Alberto poneva fine a secoli di discriminazione nei confronti dei valdesi e degli ebrei riconoscendo ai sudditi del regno i diritti civili e politici. Poco più di un editto di tolleranza che concedeva una libertà assai limitata, restando in vigore le restrizioni dell’età controriformista. Ripensando quella giornata, la Chiesa Valdese ha proposto la data del 17 febbraio come occasione per ricordare e rivendicare la pratica della libertà religiosa in Italia. Tale data, almeno fino ad ora, non è stata ancora investita dai crismi dell’ufficialità ed è bene – così pensiamo – che tale rimanga, al di fuori quindi di paludate e retoriche celebrazioni istituzionali, le quali finiscono per snaturare quanto di vivo e presente sa risuonare ancora dal passato. Diverse iniziative sono state pensate. In molte valli valdesi (a cominciare dalla Val Pellice) vengono accesi falò in memoria di quel giorno.

A Roma, invece, l’associazione nazionale di libero pensiero “Giordano Bruno”  (www.periodicoliberopensiero.it) ha indetto , in Campo dei Fiori, alle ore 17, un convegno dal titolo “Nel nome di Giordano Bruno. Il diritto alla dignità”. Infatti  il 17 febbraio è anche la data del rogo del filosofo nolano da parte del tribunale dell’inquisizione.

Riportiamo di seguito – dal sito della Chiesa Valdese (www.chiesavaldese.org)  – il testo con le riflessioni sul 17 febbraio.


Il 17 febbraio

E’ da sempre presente nella società umana l’abitudine di segnare il tempo con scansioni precise, date significative: l’inizio dell’anno, festività religiose e in tempi moderni ricordo di avvenimenti del passato che hanno segnato l’identità nazionale, da noi il XX settembre, il 25 aprile, il 2 giugno.

Di recente si è introdotto nei nostri passi una nuova categoria di date significative: i giorni della memoria. Momenti che dovrebbero costituire punti fermi nella presa di coscienza della nostra identità collettiva perché fissano avvenimenti che hanno segnato le generazioni passate, di cui è essenziale mantenere il ricordo.

Mentre le feste nazionali del passato rinnovavano ricordi di vittorie o di gloria (sia pur glorie effimere come tutto ciò che è umano) i giorni della memoria rievocano sofferenze, dolore. Forse perché il nostro secolo è stato segnato da tragedie immani e ha assistito ad un salto di qualità nel male di tipo quantitativo e qualitativo? O perché inconsciamente reagisce all’immagine falsa e irreale del benessere che il consumismo diffonde attorno a noi? Tutti belli, giovani, ricchi, sportivi, aitanti e sorridenti figli però dell’Olocausto e delle foibe?

Anche la nostra piccola comunità evangelica ha elaborato nel corso degli ultimi anni il suo giorno della memoria: la giornata della libertà. A metà febbraio, non a caso, perché la data viene da lontano, ha un secolo e mezzo di vita. Il 17 febbraio, giorno a cui si fa riferimento, ricorda le Lettere Patenti con cui Carlo Alberto, nel 1848, poneva fine a secoli di discriminazione riconoscendo ai suoi sudditi valdesi i diritti civili e politici. Un editto di tolleranza che concedeva libertà molto limitata, per quanto concerne infatti quella religiosa “nulla era innovato” e restavano perciò in vigore tutte le restrizioni dell’età controriformista.

Quella che è stata per decenni la festa dei valdesi è diventata, a ragione, la giornata degli evangelici per due motivi.

Anzitutto per ricordare un problema, quello della libertà, in questo caso religiosa, di coscienza, il fatto che la espressione della religione deve essere libera in una società moderna e il potere civile, lo Stato, non ha alcuna competenza in questo campo e tanto meno ha da privilegiarne una. La libertà religiosa non è l’appendice delle libertà civili ma la matrice, prima c’è la coscienza religiosa poi viene la politica, l’economia, il lavoro e il pensiero.

In secondo luogo per ricordare che la tolleranza è una concessione del Potere, la libertà è una conquista della coscienza. Lo Stato può concedere spazi controllati ma il vivere da uomini liberi, non solo di dire e fare liberamente ma di essere liberi è il risultato di una lunga battaglia. Gli uomini infatti, ed anche quelli che hanno responsabilità nella gestione della comunità civile, dello Stato, troppo spesso portati a identificare la libertà con il proprio interesse sono, per natura, restii a riconoscere la libertà altrui. La liberà religiosa nel nostro paese è stata una lunga conquista che dalle Lettere Patenti del 1848 è giunta sino alla Costituzione del dopo guerra e permane impegno attuale.
Un giorno della memoria positivo dunque, quello degli evangelici, che ricorda fatti lontani ma proiettati sul presente, impegni costruttivi, battaglie vinte, pagine ricche di umanità. Memoria non tanto di se sessi quanto di ideali, di conquiste, come il Vangelo.

 

 

 

L’albero indica che tutto è vita

Autore: liberospirito 25 Nov 2012, Comments (0)

Il mese scorso è transitato in Italia Jacques Camatte, tenendo due incontri pubblici (alla Libreria Calusca di Milano e alla Libreria Anomalia di Roma). E’ stata un’occasione importante per poter incontrare un eretico dei nostri giorni, una figura schiva e appartata rispetto all’attuale mondo dell’immagine e dello spettacolo culturale. Fondatore nel ’68 della rivista “Invariance” (presente ora on line: http://revueinvariance.pagesperso-orange.fr, con testi anche in italiano, oltre che in francese e in russo). Di Camatte in italiano sotto stati tradotti diversi saggi, tra cui: Verso la comunità umana (Jaca Book), Il disvelamento (La Pietra), Dialogando con la vita (Colibrì) e Comunità e divenire (Colibrì). Di quest’ultimo lavoro – al fine di offrire un’idea generale dello stato dell’attuale ricerca di Camatte – riproduciamo un suo breve testo (collocato nel risvolto di copertina).

L’albero testimonia  l’unione del cielo e della terra-suolo ove brulicano molteplici forme di vita. Testimonia la comunità, in quanto non è un’entità separata ed esiste solo attraverso l’unione con le altre forme di vita come i batteri, i funghi, ecc.

Testimonia la foresta (che è essa stessa una comunità), la più potente forma di manifestazione della vita per proteggere il suolo, il quale, a sua volta, protegge la roccia-madre – fenomeno che rallenta  grazie all’irradiazione dell’energia del nucleo!

Testimonia l’unione, così come il nostro rifiuto della separazione in quanto tale ma anche di ogni unione artificiale illusoria (comunità astratta, Stato sotto ogni forma, racket), che si realizza mediante il dominio di un gruppo umano su di un altro: gli uomini sulle donne, i patrizi sui plebei, i feudali sui borghesi e i contadini, i borghesi e in seguito i capitalisti sui proletari…

Spesso l’unione è stata posta come riconciliazione tra uomini e donne, dimenticando la separazione fondamentale e fondatrice, quella da tutti gli esseri viventi.

Difatti, solo se c’è riconciliazione con tutti gli esseri viventi può aversi una vera comunità, dove non esista più il problema del potere e dell’amore, ma in cui regni la partecipazione radiante.

Rimettersi in continuità, come l’albero nella natura di cui è parte integrante, è l’unica via per rigenerare la natura e rigenerare noi stessi. Potrà allora realizzarsi il pieno godimento della partecipazione al cosmo cui è possibile accedere fin da ora abbandonando il mondo del capitale.

Jacques Camatte