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Categorie: ecoteologia

Al di là della natura

Autore: liberospirito 20 gen 2012, Comments (1)

Ci troviamo nuovamente a sottolineare – e non ci stanchiamo di farlo – l’importanza religiosa, sociale, etica e politica di un corretto ed equilibrato rapporto tra la nostra e le altre specie viventi.

E’ uscito di recente il libro di Marco Maurizi, Al di là della natura – Gli animali, il capitale e la libertà  (Novalogos), che ci sembra interessante segnalare.

In questo testo l’autore fa un’importante riflessione sottolineando come l’animalismo, nella nostra società, sia considerato una scelta etica individuale mentre invece è un problema politico-economico, perché “l’uomo è un animale ridotto in schiavitù dalla stessa civiltà che ha assoggettato la natura non umana”.

Questo è il punto fondamentale del suo libro in quanto per Maurizi i fenomeni di schiavitù degli esseri umani (anche quella ipocritamente mediata da qualche legge) e della schiavitù animale non sono altro che la doppia faccia dello stesso dispositivo economico e ideologico. Quello che trasforma qualunque entità, senza fermarsi davanti a nulla, in mezzo per accrescere il  valore del capitale.

In termini più diretti: TUTTO va bene se produce denaro. E tutto significa proprio tutto. I corpi di noi esseri umani, anche bambini, nei campi di pomodori o alle catene di montaggio,  quelli degli animali destinati alla macellazione, come pure – aggiungiamo noi – l’intero Corpo della Terra (è recente l’ipotesi di via libera alle liberalizzazioni che permetteranno lo sfruttamento totale da parte delle multinazionali, per mare e per terra, fin nelle più intime profondità, delle risorse fossili del nostro pianeta).

Se il sentire religioso significa, come  crediamo, sentirsi parte, unita e partecipe, della vita sul nostro pianeta, nel nostro sistema solare, nell’insieme di sistemi che compongono l’universo, non esiste separazione nemmeno in tutto questo male e in questo dolore. Rendiamocene conto. Invece fa comodo sostenere il concetto di separazione, non piace paragonare il corpo umano a quello di un animale, figuriamoci considerare Corpo Vivente la massa terrestre intera.

Marco Maurizi sostiene, inoltre, come ciò che è necessario spezzare sia un ordine economico-sociale basato sulla messa a profitto della natura, quindi dei corpi, umani, suini, bovini…(e non solo,  aggiungiamo nuovamente), perché in questo modo viene ribaltato un forte pregiudizio antropocentrico: l’animale non è più sfruttato dall’uomo perché inferiore ma, al contrario, è considerato inferiore proprio perché lo sfruttiamo. La liberazione degli animali  viene a coincidere con la liberazione degli umani perché “solo quando l’uomo ha cominciato a rendere schiava la natura ha realizzato la ricchezza sociale necessaria a rendere schiavo l’uomo”.

Crediamo sia importante, proprio in ambito religioso, avere chiaro come di questi ordini economico-sociali siamo tutti con-partecipi e quindi quanto siano fondamentali la nostra consapevolezza e le scelte sociali e politiche che ne conseguono.

E’ proprio un  giusto sentire religioso che spinge alla necessità di non nascondersi nell’alto dei cieli perché non si è capaci di stare correttamente col corpo sulla terra. C’è già stato qualcuno più di 2000 anni fa che, se non ci confondiamo, accennava a tutto questo.

L’invito, da parte nostra, alla lettura di questo libro sottende dunque anche la continua domanda su cosa significhi essere autenticamente religiosi, in tutte le sue sfaccettature e con la complessità che essere incarnati in un’epoca storica comporta.

 (Rimandiamo inoltre, sul sito de “il manifesto”, all’articolo di Felice Cimatti Un mondo di eguali oltre i confini della specie, apparso, in recensione al libro, il 19 gennaio scorso). 

 S.P.

Equoiniziative

Autore: liberospirito 10 gen 2012, Comments (0)

 Indignati dal silenzio di chi si dice religioso rispetto alla situazione di ingiustizia sociale e distruzione ambientale in corso, in data 22 dicembre dell’anno appena passato abbiamo scritto un post che  siamo contenti di poter leggermente smentire.

All’interno delle chiese evangeliche esiste già da tempo il sito http://www.equomanuale.org/ con l’obiettivo di iniziare un processo di informazione sui fenomeni di ingiustizia economica che provocano più vittime di qualsiasi guerra in atto; di interrogazione delle coscienze sulla corrispondenza delle pratiche economiche con la nostra teologia; di coinvolgimento per “non conformarsi a questo mondo” e favorire le buone pratiche.

 L’equomanuale guarda anche fuori dalle chiese evangeliche per attivare la collaborazione con altre comunità cristiane o fedi, in una rete di protesta e di azione alternativa. Presenta iniziative provenienti dal mondo delle religioni o dal mondo civile anche internazionale che possono avere delle ricadute e applicazioni nel concreto delle nostre realtà locali.

Invitando chi frequenta il nostro blog a prendere visione del materiale contenuto sul sito e magari anche partecipare attivamente a qualche attività, cogliamo l’occasione per riportare una loro proposta su un argomento (da loro denominata equoiniziativa) che ci sta molto a cuore, quello dell’utilizzo degli animali come carne da macello.

Meno carne  neni piatti

Gli allevamenti contano l’80% delle emissioni di gas serra dall’agricoltura e il 18% delle emissioni totali mondiali provenienti da attività umane, e fra questi il 23% di metano (che ha 23 volte il potenziale di riscaldamento globale dell’anidride carbonica su 100 anni) e il 65% dell’ossido di azoto (265 volte il potenziale di riscaldamento globale dell’anidride carbonica su 10 anni).

Produrre un chilogrammo di carne bovina porta a emissioni di gas serra equivalenti a 36,4 kg di CO2, ovvero quanto emette un’automobile media europea percorrendo 250 km. Senza contare poi la refrigerazione, il trasporto, lo stoccaggio, l’imballaggio e la cottura, e il fatto che gran parte del prodotto va in discarica o inceneritori.

Con un ettaro ben coltivato a vegetali, frutti, cereali e oli si possono nutrire 30 persone , ma solo un numero fra 5 e 10 se il cibo sono carne o formaggio o uova.

Come ci ricorda “Vital Signs 2010″, (http://vitalsigns.worldwatch.org) nel 2008 abbiamo consumato 280 milioni di tonnellate di carne (bovina, suina e pollame) con una previsione 2009 di 285 milioni di tonnellate. Il consumo di carne è raddoppiato dalla metà degli anni Settanta e quintuplicato dagli anni ’50. Il 30% della superficie terrestre è già utilizzata in modo diretto o indiretto per il bestiame.

Molti esperti prevedono che, se i trend dovessero proseguire con questi ritmi, potremmo avere un consumo al 2050, di 465 milioni di tonnellate. Nel 2010 con la crisi il Nord ha leggermente ridotto i propri consumi. Attualmente abbiamo un consumo medio annuale pro capite di 42 chilogrammi, per un abitante: nei paesi cosiddetti in via di sviluppo si tratta di 32 kg pro capite annui e per un abitante dei paesi sviluppati sono, invece, 81 kg pro capite annui.

Dei quasi 800 kg di cereali consumati individualmente ogni anno negli Stati Uniti, circa 100 kg sono assunti direttamente sotto forma di pane, pasta e cereali per la colazione, mentre la restante parte diventa cibo per allevamenti. Al contrario in India, dove la popolazione consuma poco meno di 200 kg di cereali all’anno, quasi tutti i cereali vengono assunti direttamente per soddisfare le necessità alimentari energetiche basilari. Solo una minima quantità viene destinata alla conversione in prodotti di origine animale.

Decrescita a cominciare dagli stili di vita

Meno carne nei piatti

Mangiare meno carne e ridurre la sofferenza animale

Per la pace e l’incontro delle genti

Autore: liberospirito 27 set 2011, Comments (0)
Pubblichiamo la mozione finale redatta in conclusione della marcia Perugia-Assisi svoltasi il presente anno. Ci pare una buona piattaforma su cui riflettere e discutere di fronte alle varie emergenze che colpiscono, sia a livello locale che globale, il pianeta e i suoi abitanti.
 
 
A conclusione della Perugia-Assisi, che abbiamo convocato a cinquant’anni dalla prima Marcia organizzata il 24 settembre 1961 da Aldo Capitini, vogliamo lanciare un nuovo appello per la pace e la fratellanza dei popoli.
Lo facciamo richiamando il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che proclama: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.
La fratellanza dei popoli si basa sulla dignità, sugli eguali diritti fondamentali e sulla cittadinanza universale delle persone che compongono i popoli. I diritti umani sono il nome dei bisogni vitali di cui è portatrice ogni persona. Essi interpellano l’agenda della politica la quale deve farsi carico di azioni concrete per assicurare “tutti i diritti umani per tutti” a livello nazionale e internazionale. La sfida è tradurre in pratica il principio dell’interdipendenza e indivisibilità dei diritti umani – civili, politici, economici, sociali e culturali – e ridefinire la cittadinanza nel segno dell’inclusione. L’agenda politica dei diritti umani comporta che nei programmi dei partiti e dei governi ciascun diritto umano deve costituire il capoverso di un capitolo articolato concretamente in politiche pubbliche e misure positive.
Il nostro appello per la pace e la fratellanza dei popoli contiene alcuni principi, proposte e impegni:
Principi

Primo. Il mondo sta diventando sempre più insicuro. Se continuiamo a spendere 1.6 trilioni di dollari all’anno per fare la guerra non riusciremo a risolvere nessuno dei grandi problemi del nostro tempo: la miseria e la morte per fame, il cambio climatico, la disoccupazione, le mafie, la criminalità organizzata e la corruzione. Se vogliamo uscire dalla crisi dobbiamo smettere di fare la guerra e passare dalla sicurezza militare alla sicurezza umana, dalla sicurezza nazionale alla sicurezza comune.

Secondo. Se vogliamo la pace dobbiamo rovesciare le priorità della politica e dell’economia. Dobbiamo mettere al centro le persone e i popoli con la loro dignità, responsabilità e diritti.

Terzo. La nonviolenza è per l’Italia, per l’Europa e per tutti via di uscita dalla difesa di posizioni insufficienti, metodo e stile di vita, strumento di liberazione, strada maestra per contrastare ogni forma d’ingiustizia e costruire persone, società e realtà migliori.

Quarto. Se vogliamo la pace dobbiamo investire sulla solidarietà e sulla cooperazione a tutti i livelli, a livello personale, nelle nostre comunità come nelle relazioni tra i popoli e gli stati. La logica perversa dei cosiddetti “interessi nazionali”, del mercato, del profitto e della competizione globale sta impoverendo e distruggendo il mondo. La solidarietà tra le persone, i popoli e le generazioni, se prima era auspicabile, oggi è diventata indispensabile.

Quinto. Non c’è pace senza una politica di pace e di giustizia. L’Italia, l’Europa e il mondo hanno bisogno urgente di una politica nuova e di una nuova cultura politica nonviolenta fondata sui diritti umani. Quanto più si aggrava la crisi della politica, tanto più è necessario sviluppare la consapevolezza delle responsabilità condivise. Serve un nuovo coraggio civico e politico.
Sesto. Se davvero vogliamo la pace dobbiamo costruire e diffondere la cultura della pace positiva. Una cultura che rimetta al centro della nostra vita i valori della nostra Costituzione e che sappia generare comportamenti personali e politiche pubbliche coerenti. Per questo, prima di tutto, è necessario educare alla pace. Educare alla pace è responsabilità di tutti ma la scuola ha una responsabilità e un compito speciali.
Proposte e impegni
1. Garantire a tutti il diritto al cibo e all’acqua
E’ intollerabile che ancora oggi più di un miliardo di persone sia privato del cibo e dell’acqua necessaria per sopravvivere mentre abbiamo tutte le risorse per evitarlo. Ed è ancora più intollerabile che queste atroci sofferenze siano aumentate dalla speculazione finanziaria sul cibo, dall’accaparramento delle terre fertili, dalla devastazione dell’agricoltura e dalla privatizzazione dell’acqua.
2. Promuovere un lavoro dignitoso per tutti
Un miliardo e duecento milioni di persone lavorano in condizioni di sfruttamento. Altri 250 milioni non hanno un lavoro. 200 milioni devono emigrare per cercarne uno. Oltre 12 milioni sono vittime della criminalità e sono costrette a lavorare in condizioni disumane. 158 milioni di bambine e di bambini sono costretti a lavorare. Occorre ridare dignità al lavoro e ai lavoratori, giovani e anziani, di tutto il mondo.
3. Investire sui giovani, sull’educazione e la cultura
Un paese che non investe, non valorizza e non dà spazio ai giovani è un paese senza futuro. La lotta alla disoccupazione giovanile deve diventare una priorità nazionale. Investire sulla scuola, sull’università, sulla ricerca e sulla cultura vuol dire investire sulla crescita sociale, politica ed economica del proprio paese.
4. Disarmare la finanza e costruire un’economia di giustizia
La finanza, priva di ogni controllo internazionale, sta mettendo in crisi l’Europa politica e provoca un drammatico aumento della povertà. Bisogna togliere alla finanza il potere che ha acquisito e ripristinare il primato della politica sulla finanza. Occorre tassare le transazioni finanziarie, lottare contro la corruzione e l’evasione fiscale e ridistribuire la ricchezza per ridurre le disuguaglianze sociali.
5. Ripudiare la guerra, tagliare le spese militari
La guerra è sempre un’inutile strage e va messa al bando come abbiamo fatto con la schiavitù. Anche quando la chiamiamo con un altro nome è incapace di risolvere i problemi che dice di voler risolvere e finisce per moltiplicarli. Promuovere e difendere sistematicamente i diritti umani, investire sulla prevenzione dei conflitti e sulla loro soluzione nonviolenta, promuovere il disarmo, contrastare i traffici e il commercio delle armi, tagliare le spese militari e riconvertire l’industria bellica è il miglior modo per aumentare la nostra sicurezza.
6. Difendere i beni comuni e il pianeta.
Se non impariamo a difendere e gestire correttamente i beni comuni globali di cui disponiamo, beni come l’aria, l’acqua, l’energia e la terra, non ci sarà né pace né sicurezza per nessuno. Nessuno si deve più appropriare di questi beni che devono essere tutelati e condivisi con tutti. Urgono istituzioni, politiche nazionali e internazionali democratiche capaci di operare in tal senso. Occorre ridurre la dipendenza dai fossili, introdurre nuove tecnologie verdi e nuovi stili di vita non più basati sull’individualismo, la mercificazione e il consumismo.
7. Promuovere il diritto a un’informazione libera e pluralista
Un’informazione obiettiva, completa, imparziale, plurale che mette al centro la vita delle persone e dei popoli è condizione indispensabile per la libertà e la democrazia. Sollecita la partecipazione alla vita e alle scelte della collettività; favorisce la comprensione dei fenomeni più complessi che attraversano il nostro tempo, promuovere il dialogo e il confronto, costruisce ponti fra le civiltà, avvicina culture diverse, diffonde e consolida la cultura della pace e dei diritti umani.
8. Fare dell’Onu la casa comune dell’umanità.
Tutti nelle Nazioni Unite, le Nazioni Unite per tutti. Se vogliamo costruire un argine al disordine internazionale, i governi devono accettare di democratizzare e rafforzare le Nazioni Unite mettendo in comune le risorse e le conoscenze per fronteggiare le grandi emergenze sociali e ambientali mondiali.
9. Investire sulla società civile e sullo sviluppo della democrazia partecipativa
Senza una società civile attiva e responsabile e lo sviluppo della cooperazione tra la società civile e le istituzioni a tutti i livelli non sarà possibile risolvere nessuno dei grandi problemi del nostro tempo. Rafforzare la società civile responsabile e promuovere la democrazia partecipativa è uno dei modi più concreti per superare la crisi della politica, della democrazia e delle istituzioni.
10. Costruire società aperte e inclusive.
Il futuro non è nella chiusura in comunità sempre più piccole, isolate e intolleranti che perseguono ciecamente i propri interessi ma nell’apertura all’incontro con gli altri e nella costruzione di relazioni improntate ai principi dell’uguaglianza e alla promozione del bene comune. Praticare il rispetto e il dialogo tra le fedi e le culture arricchisce e accresce la coesione delle nostre comunità. I rifugiati e i migranti sono persone e come tali devono vedere riconosciuti e rispettati i diritti fondamentali.
Queste priorità devono essere portate avanti da ogni persona, a livello locale, nazionale e globale, in Europa come nel Mediterraneo.
Per realizzarle abbiamo innanzitutto bisogno di agire insieme con una strategia comune e la consapevolezza di avere un obiettivo comune.
Per realizzarle abbiamo bisogno di dare all’Italia un governo di pace e una nuova politica, coerente in ogni ambito, e di investire con grande determinazione sulla costruzione di un’Europa dei cittadini, federale e democratica, aperta, solidale e nonviolenta e di una Comunità del Mediterraneo che, raccogliendo la straordinaria domanda di libertà e di giustizia della primavera araba, trasformi finalmente quest’area di grandi crisi e tensioni in un mare di pace e benessere per tutti.
 
Assisi, 25 settembre 2011

Segnaliamo la seguente iniziativa. Domenica 18 settembre a Gropparello (PC), in Località Iachini, presso il Cenobio Cristico, si terrà un incontro di dialogo, di riflessione e di festa sul tema della eco-teologia. La partecipazione è libera. A seguire il programma dell’iniziativa:

h. 9,30: introduzione alla giornata

- Intervento di Antonello Bazzan: Integrazione personale e connessione cosmica

- Intervento di Elizabeth Green: Tra gemiti e speranza. Spunti per una teologia eco-femminista

h. 11,15: dibattito libero

h. 12,00: momento musicale

h.12,30: pranzo bio-vegetariano

h.14,45: ripresa dei lavori

- Intervento di don Ezio Molinari: L’uomo coscienza della Terra

- Intervento di Federico Battistutta: Per una teologia degli animali

h. 16,00: dibattitto libero e conclusione

Per info: cenobio@alice.it  – tel. 0523856028 – 3205556922

Quale era per l’uomo contemporaneo?

Autore: liberospirito 28 lug 2011, Comments (0)

Ere geologiche: lezione di ripasso

Conosciamo le ere geologiche che ha attraversato, e ancora sta attraversando, la Terra che ci ospita? Si parla di momenti enormi, quanto a dimensioni temporali, che è pressoché impossibile raffigurarseli nella mente. Forse qualcuno si ricorderà questi nomi ripescandoli nella memoria dei propri trascorsi scolastici. Sono l’era precambriana, paleozoica, mesozoica, cenozoica e neozoica. Seppur brevemente, proviamo a rivederle insieme.

Il Precambriano è la prima grande era che ebbe inizio all’incirca quattro miliardi e mezzo di anni fa. Si conosce veramente poco di quest’epoca. I mari iniziarono poco alla volta a popolarsi di forme di vita molto semplici, poi via via più complesse.

L’era paleozoica deve il suo nome alla scoperta delle prime forme di vita biologica e, anche se successivamente si risalì a forme di vita più antiche, rimase il nome che originariamente le era stato attribuito. Il Paleozoico giunge fino a 271 milioni di anni fa.

L’era mesozoica è l’età di mezzo della terra, che dura 180 milioni di anni; in quest’era prevalgono come specie animali i rettili ed il Mesozoico sarà, fra le altre cose, caratterizzato dalla comparsa e scomparsa dei dinosauri (qualcuno si ricorda di Jurassic Park di Steven Spielberg?).

Poi c’è l’era cenozoica, l’era dei mammiferi. A causa dell’abbassamento della temperatura e della profondità oceanica avvengono le migrazioni di alcune di queste specie verso vaste distese erbose, le praterie, con la conseguente diffusione di animali erbivori, come  gli equini, e dei suoi predatori, i felini. Successivamente si avrà la comparsa delle prime scimmie e il seguente sviluppo di scimmie antropomorfe che condurrà alla specie homo. Infatti, tra i sette e i cinque milioni di anni fa dall’albero evolutivo dei primati si formò il ramo che diede origine ai nostri antenati. Se paragoniamo a un giorno la storia della Terra, ecco che l’orologio sta per battere la mezzanotte: proprio in questo momento l’uomo fa il suo ingresso sul pianeta.

A questo punto entriamo nell’era Neozoica (dal greco vita nuova) o Quaternaria – che deve il nome alla comparsa e alla diffusione dell’uomo – un’età che va da 1,8 milioni di anni fa fino ad oggi. L’arco di tempo caratterizzato dalla presenza umana viene poi suddiviso in periodi i cui nomi sono correlati allo sviluppo della conoscenza, della scienza e della tecnica da parte dell’uomo. Questi periodi sono: il Paleolitico, il Mesolitico, il Neolitico, il Calcolitico (o età del Rame), l’Eneolitico (o età del Bronzo), l’Età del Ferro, sino a giungere all’Età del Silicio, vale a dire l’epoca odierna, caratterizzata dall’uso di materiali elettronici e dall’informatizzazione del sapere e della cultura.

 L’era ecozoica

Giunti fin qui, il discorso si può ritenere concluso o si possono intravedere già nuovi esiti possibili? Proponiamo, accostandoli, i punti di vista di due importanti ecoteologi: Thomas Berry e Leonardo Boff, i quali con spirito affatto profetico squarciano il velo che ottenebra la capacità di comprendere e di vedere oltre le crisi in cui ci troviamo.

Thomas Berry, discepolo e prosecutore del pensiero di Teilhard de Chardin, storico delle culture, bioregionalista, ha dedicato gran parte della sua attività nel propugnare un cambiamento della società occidentale in chiave ecocentrica, in grado di riconoscere la storia della Terra come un unico testo sacro di una visione spirituale (meglio: ecospirituale) del mondo, in base alla quale ciascuno si impegna a vivere con consapevolezza nel proprio territorio, nella propria bioregione. Egli ha anche tratteggiato i lineamenti di una futura era ecozoica, rispetto ai quali proponiamo alcune interessanti articolazioni.

Secondo Th. Berry, se i principali sviluppi del Cenozoico avvennero, per forza di cose, interamente al di fuori di ogni intervento umano, nell’Ecozoico noi umani avremo invece un’influenza determinante pressoché in quasi tutti i processi evolutivi: “anche se non sappiamo come produrre un filo d’erba, questo non potrà crescere se non è accettato, protetto e sostenuto da noi”. Pertanto nell’Ecozoico si imporrà un nuovo ruolo sia per la scienza che per la tecnologia. Le prime dovrebbero provvedere a una comprensione integrale della Terra e delle modalità in cui le attività umane e terrestri possono vicendevolmente potenziarsi. Dal canto loro le scienze biologiche svilupperanno un “sentimento per tutto ciò che vive”, un rispetto più profondo della soggettività presente nei vari esseri viventi della Terra. E, per finire, le tecnologie umane si armonizzeranno finalmente con quelle del mondo naturale. Ma questa era ecozoica potrà diventare una realtà solo mediante il riconoscimento della dimensione femminile della Terra e mediante l’assunzione di una responsabilità comune – sia maschile che femminile – per stabilire una comunità terrestre integrata.

Sempre lungo la medesima linea si collocano le riflessioni di Leonardo Boff, teologo brasiliano, già esponente di punta della teologia della liberazione. Egli definisce la fase attuale nei termini di era tecnozoica. Oggi, qui, domina la tecnoscienza, al servizio della megamacchina produttiva, con la quale si sfruttano in forma sistematica e sempre più accelerata tutte le risorse, per lo più a beneficio di una minoranza della popolazione mondiale, lasciando ai margini il resto dell’umanità. A tale scopo, tutta la Terra viene occupata, dominata e sfruttata, saturandola di elementi tossici al punto che essa rischia di perdere ogni capacità di metabolizzarli.

Anche secondo Boff l’alternativa sta nel passaggio all’era ecozoica. Da oltre tredici miliardi di anni l’universo esiste e si espande, spinto da una insondabile energia di fondo; è un processo unitario, articolato e complesso che ha prodotto le galassie, il nostro Sole, i pianeti, compresa la Terra; ha dato inoltre origine alle prime cellule viventi, agli organismi multicellulari, al proliferare della fauna e della flora, fino all’autocoscienza umana che consente di percepirci come parte di un tutto. Ma il futuro di questo vasto processo si giocherà proprio nel passaggio da un’era tecnozoica, con i tremendi rischi che contiene, a quella ecozoica, la quale ambisce a mantenere i ritmi della Terra, producendo e consumando dentro i limiti necessari, ponendo la persistenza e il benessere dell’uomo unitamente a quelli di tutta la comunità terrestre come interesse precipuo. Qui si gioca il futuro prossimo venturo, qui scienza, politica, cultura e religione possono e debbono incontrarsi e collaborare.

Federico Battistutta

www.ilcambiamento.it

 

Civiltà della vita e/o civiltà della morte?

Autore: liberospirito 11 mag 2011, Comments (0)

 

Dissidio cosmico e dualismo psichico

Risale agli anni Venti del secolo trascorso la delineazione da parte di Freud della presenza di due tendenze – pulsioni, per la precisione – presenti nell’animo umano: eros e thanatos. La prima, il cui nome deriva da quello della divinità greca dell’amore, mira a creare – secondo il fondatore della psicoanalisi – organizzazioni della realtà sempre più complesse o armonizzate. La seconda, invece, esprime una tendenza regressiva, tendente a far tornare ciò che è vivente a una forma di esistenza inorganica. Analoghi concetti (ma non identici) saranno poi quelli di destrudo, vale a dire l’energia della distruzione, e di libido, la pulsione sessuale; quest’ultima nell’interpretazione che fornirà successivamente C.G. Jung perderà il primitivo significato di pulsione sessuale, per acquisire quello assai più ampio di “energia psichica” e di “trasformazione spirituale”.

Ma ben prima degli esiti raggiunti dalla psicologia contemporanea, altri avevano notato la presenza di una sorta di dualismo psichico nell’essere umano. Lo stesso Freud riconobbe il suo debito nei confronti del filosofo presocratico Empedocle. Quest’ultimo parlava dell’esistenza di un dissidio cosmico fra i principi di philìa (amore o amicizia) e di neikos (odio o discordia).

Non solo: Eros, nelle religioni dell’antica Grecia, è il nome del dio dell’amore, anche se originariamente non era una divinità ma una pura forza di attrazione. In seguito, nell’opera di Esiodo ad esempio, prende le sembianze di una divinità primordiale, antica come Gea stessa (la terra). Il potere di Eros diventerà illimitato, rappresentando un elemento attivo fin dai tempi primordiali. Eros, in quel capolavoro che è il Simposio di Platone, viene descritto come figlio di Penia (la mancanza) e di Poros (l’ingegno). In questo modo egli incarna la ricerca di completezza che connota l’amore, con le mille astuzie a cui sono pronti coloro che amano per raggiungere i loro scopi; in chiave filosofica, la sua natura ingegnosa, porta Eros ad essere la via calda verso la conoscenza.

Viceversa, Thanatos, nella mitologia greca era una divinità che personificava la morte. Veniva descritto come figlio di Erebo (l’oscurità) e della Notte, nonché fratello gemello di Hypnos, il sonno. Era rappresentato come un uomo barbuto ed alato, insensibile alle preghiere perché dal cuore di ferro e dalle viscere di bronzo.

E fermiamoci qui, per quanto riguarda i rimandi ai miti e a gli dei della Grecia antica. Ci sarebbe da perdersi in quei labirinti di genealogie, di saghe, di avventure (un buon viatico per chi volesse inoltrarsi in quel mondo è costituito dai manuali di Károly Kerényi e di Robert Graves). Ora, questo ampio preambolo intende semplicemente illustrare come sia ben radicato nella percezione dell’umana cultura, fin dalle epoche più lontane,  la co-presenza di due tendenze che albergano all’interno dell’essere umano: una, aggregante, incline ad affermare – con forza, con esuberanza e passione – il valore della vita; l’altra, volta a negare e a respingere con pari intensità questo principio. Siamo tutti abitati dalla luce e dalle ombre, in noi esistono le potenzialità che hanno animato i personaggi più sublimi che la storia abbia mai conosciuto, così come quelle oscure e inquietanti che non vorremmo mai conoscere.   

 Il dentro è fuori

Questo dualismo non resta confinato nel foro interiore della vita psichica individuale, ma attraverso di essa si esprime nel sociale, in ogni momento e in ogni frangente. E’ lì, nelle decisioni che prendiamo, negli atti comunicativi, nei comportamenti individuali e nelle interazioni collettive. E ancora: è nelle città e nelle case che edifichiamo, nell’organizzazione sociale che siamo in grado di costruire.

Ecco, proviamo a questo punto a declinare un simile discorso con quello che sta accadendo in Giappone. In breve: tutto ciò è l’espressione di una cultura della vita o di una cultura della morte? I dati ignorati o sottaciuti dai vertici della Tepco e del governo giapponese – precedenti al terremoto e allo tsunami – che hanno condotto a mantenere in essere la centrale (mentre altri Paesi decidevano di adottare un nuovo approccio del risk management) come li collochiamo? Quali saranno state le ragioni per cui le autorità di Tokyo hanno deliberatamente ignorato i pericoli denunciati, due anni prima, da un funzionario dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica? Per difendere e tutelare la vita dei cittadini o per il suo contrario?

Le domande andrebbero ulteriormente estese. Ad esempio: che senso ha ricorrere ad una forma di energia che si è rivelata estremamente pericolosa per l’impatto sull’ambiente e la sicurezza delle persone (dal rischio di contaminazione, ai problemi irrisolti circa lo smaltimento delle scorie radioattive)? E ancora: associamo spontaneamente l’energia nucleare al pericolo di morte o alla pulsione di vita?

Ma non basta, non è solo la questione nucleare ad essere investita. Lo è innanzitutto l’economia che ad essa vuole con folle ostinazione ricorrere e il sistema sociale da essa prodotto. Cosa si propone e di chi è al servizio l’attuale dominio economico?

Non si possono non ricordare a tale proposito le allarmanti parole di Serge Latouche, che compaiono nuovamente nel volume L’invenzione dell’economia (tradotto l’anno passato per Bollati-Boringhieri), sull’odierna affermazione del mito totalitario dell’economia e del lavoro. Il dominio del discorso dell’economia comporta una scelta che rischia di portare a morte l’umanità stessa, volendo monetizzare ogni cosa, creando e modellando un mondo in cui l’economia è tutto – al contempo è il mezzo e il fine -, e la vita, la nuda vita degli uomini, delle donne, degli animali e delle piante è un nulla da manipolare al servizio dei pianificatori di turno.

E’ invece possibile pensare a una prospettiva in cui si possa affermare una civiltà in cui la vita sia affermata, così com’è, semplicemente? E’ così assurdo ripensare una storia in cui sono assenti le ossessioni di questi sistemi produttivi e finanziari, i quali ignorano programmaticamente i bisogni e i desideri dei viventi?

 Una benedizione originaria

Per finire. Qui, proprio qui, vanno ripensate le eredità che ci hanno lasciato le grandi tradizioni spirituali e religiose, le quali possono soccorrerci quando sanno mettere al centro della propria riflessione la “benedizione originaria” (per adoperare un’espressione di Matthew Fox, di cui si è già parlato in un precedente intervento), in grado di abbracciare ogni forma che abita e vive su questa terra. Forse per gli esseri umani non è possibile affrontare integralmente una questione così ampia, di dimensioni cosmiche, come quella che ci troviamo drammaticamente dinanzi, senza una sensibilità religiosa e una spiritualità anch’esse di portata cosmica. Così, alla fine, dopo tanto discorrere, ci troviamo riportati all’interno e nel vivo di quel conflitto cosmico tra vita e morte di cui parlavano e su cui si interrogavano, secoli e secoli fa, gli antichi greci. E, come sempre, è nelle nostre mani decidere quale strada imboccare.

Federico Battistutta

www.ilcambiamento.it

 

Donne che guardano le donne/2

Autore: liberospirito 16 feb 2011, Comments (1)

Anche noi siamo parte della storia

I disastri ecologici si susseguono uno all’altro, devastano i mari e la terra, distruggono la nostra sorgente di vita. Dal petrolio nell’oceano al largo della Louisiana alle coste calabresi, a quelle di Napoli e della Liguria, i rifiuti tossici seppelliti ovunque, la siccità nella foresta amazzonica. Si avvicina, e nemmeno tanto lentamente, uno scenario di devastazione che ricorda le drammatiche pagine narrate da Corman McCarthy nel suo libro The Road (vedi recensione al film tratto dallo stesso libro nella sezione Lumiere del nostro sito). Sembra essersi innescata una folle volontà suicida a cui nessuno vuole porre rimedio.

Nelle strade d’Italia dei giorni scorsi migliaia di donne (e uomini) sono scesi in piazza per rivendicare il diritto alla dignità dell’essere donna, ma non solo. Mi ricollego al post di qualche giorno fa e mi rimetto in causa, insieme alle altre donne, che invito a parlare e ad agire perché il sentimento d’angoscia e di impotenza che tutto questo sfacelo induce non mi piace. Voglio sforzarmi di guardare il male in faccia e cercare di trovare in me la forza che si sa opporre, che sa reagire, proteggere, costruire alternative.

Oltre a credere nell’importanza della denuncia, dell’adesione a tutte le forme possibili di opposizione sociale a questa follia, credo sia importante agire sul proprio comportamento quotidiano, per quanto microscopico possa sembrarci in confronto a tutto quel che ci sovrasta, mettendo in atto i propri sentimenti migliori. Partire dai piccoli gesti virtuosi e stra-detti (riciclo, riutilizzo, non inquino, consumo poco), ma anche grandi, come ridurre drasticamente il consumo di carne ad esempio, ancor meglio diventare vegetariani e non solo per salute, ma per rispetto verso gli animali e la terra. La produzione di foraggio causa disboscamenti e l’allevamento è una delle maggiori fonti di inquinamento del pianeta. (Senza parlare della violenza sugli animali e della tossicità della carne perché si aprirebbe un capitolo a parte. Vedi a questo proposito: Se niente importa di J. S. Foer, edito da Guanda,  e  La vita degli animali del grande J. Coetzee, pubblicato da Adelphi).

Tutto incomincia dal niente e dal piccolo, è la vita che procede in questo modo, ma bisogna iniziare.  Penso che chiunque senta in sé un bisogno religioso autentico, la necessità di partecipare alla vita, di averne cura e rispettarla, chiunque si interroghi sul senso profondo e ultimo del proprio e altrui esistere, così come sul senso del dolore, pur senza aderire ad alcuna confessione religiosa istituzionale, si senta responsabile per le sue azioni, per ciò che  insegna ai propri figli, per  ciò che testimonia e per quello che lascerà.

Se il sentire religioso ha in sè avere a cuore l’altro da me (non solo umano), ciò vuol dire che implica scelte di libertà per tutti e per ognuno e che quindi un sentire religioso autentico non può essere disgiunto dal bisogno di giustizia sociale e dalla comprensione che le nostre scelte sono anche scelte politiche. Non è proprio a questo sentire che il sottotitolo di questo blog e del sito ad esso collegato – religione e libertà  – allude,  declinandolo attraverso le molteplici voci che hanno provato a realizzarlo?

Noi donne dove stiamo in questo spazio? Andiamo indietro nel tempo a conoscere e ricordare la nostra storia di donne d’occidente che, se ci ha visto in larga parte vittime di soprusi e violenze, ci ha trovato anche resistenti, combattive, ribelli e propositive (1). Domandiamoci dov’è in noi quello spirito che fu delle donne del maggio francese, delle partigiane, ma, più indietro nei secoli, anche di tutte quelle donne autonome e ribelli che bruciarono sui roghi del tardo Medio evo ?

 Siamo parte della Storia e di una storia e in queste possiamo ritrovare forza e capacità di inventare i modi contemporanei per non subire passivamente.

Per questo invito ad arricchire le mie parole con le vostre, ad ampliare il mio discorso, controbattere, inviare materiale e poi far circolare queste pagine, in modo che le voci femminili possano risuonare partecipi su queste pagine.

 S.P.

 (1) Per una rapida carrellata sulla storia delle donne in occidente vedi: Michela Zucca, Storia delle donne, Napoli, Simone, 2010, che con i numerosi riferimenti bibliografici può consentire una conoscenza approfondita.

In un fiocco di neve

Autore: liberospirito 2 dic 2010, Comments (0)

 

Questi sono giorni, almeno nel nord dell’Italia, di freddo e di neve. Ci stiamo avvicinando al momento solstiziale, tema di numerosi riti presso diverse civiltà (oltre al Natale cristiano, al Sol invictus romano, ve ne sono nelle Americhe, in India, in Estremo Oriente, in Oceania, così come sono state rinvenute tracce risalenti all’epoca megalitica).

Proponiamo per queste algide giornate alcuni versi del poeta e monaco zen Daigū Ryōkan, vissuto fra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento. Sono versi che colpiscono per la loro semplicità e profondità.

In un fiocco di neve,

che presto si scioglie,

c’è tutto l’universo;

da tutto l’universo

scende un fiocco di neve.

(Tratto da Daigū Ryōkan, Poesie, a cura di Luigi Soletta, Milano, La Vita Felice, 1994).

Nel mese francescano

Autore: liberospirito 4 ott 2010, Comments (0)

 

Ottobre è considerato il mese francescano (egli morì il 3 ottobre 1226). Fra le diverse iniziative che si tengono in questo periodo vogliamo segnalare la presentazione del volume di Federico Battistutta, Il cantico delle creature. Fedeltà alla terra e salvezza dell’uomo, pubblicato proprio quest’anno dall’editore Pazzini. Gli appuntamenti sono i seguenti:

 

  • Giovedì 14 ottobre, ore 21, presso Associazione Culturale “Il Cipresso”, Villa Verucchio (RN)
  • Domenica 17 ottobre, ore 17.00, presso Associazione Culturale Do-Go, Galgagnano (LO)

 

Il testo in questione è un invito a riprendere in mano il Cantico di Francesco d’Assisi, per leggerlo e rileggerlo, lasciando che il suo italiano arcaico riesca a risuonare nella mente e nel cuore di chi lo legge, affinché quelle semplici e potenti parole possano prendere corpo e vita, risvegliando la nostalgia per una condizione che pare lontana o perduta, nutrendo così la speranza che quelle parole diventino anche il mio canto, siano il nostro canto: il canto di ogni essere. Come diceva Eihei Dōgen Zenji, uno dei capiscuola del buddhismo zen giapponese, il quale visse nella medesima epoca di Francesco: “Ogni cosa canta la verità senza aggiungere nulla”.