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Categorie: diritti umani

L’altro giorno a LaPaz, in Bolivia, David Choquehuanca, vicepresidente boliviano ha tenuto un importante discorso di insediamento. Riportiamo il testo integrale. Lo potremmo definire un discorso misticopolitico, perché troviamo riferimenti alla spiritualità dei popoli amerindi, ma anche un esplicito e articolato programma politico. Per chi desidera leggerlo nella versione originale o guardare il video con il discorso qui c’è il link: emigrazione-notizie.org. Un avvertenza: non facciamoci scoraggiare dai termini delle culture andine che compaiono qua e là nel discorso; rimandano tutti alle loro cosmovisioni, il cui significato lo si può in buona parte ricavare intuitivamente dal contesto in cui sono inseriti.

Con il permesso dei nostri dei, dei nostri fratelli maggiori e della nostra Pachamama, dei nostri antenati, dei nostri achachila, con il permesso del nostro Patujú, del nostro arcobaleno, della nostra sacra foglia di coca. Con il permesso dei nostri popoli, con il permesso di tutti i presenti e non presenti in questo emiciclo. Oggi voglio condividere i nostri pensieri in pochi minuti. È un obbligo di comunicazione, un obbligo di dialogo, è un principio del vivere bene. I popoli delle culture antiche, della cultura della vita, mantengono le nostre origini sin dagli albori dei tempi antichi. Noi bambini abbiamo ereditato una cultura antica che comprende che tutto è correlato, che niente è diviso e che niente è fuori.

Ecco perché ci dicono che andiamo tutti insieme, che nessuno è lasciato indietro, che tutti hanno tutto e nessuno manca di niente. E il benessere di tutti è benessere di sé stessi, che aiutare è motivo per crescere ed essere felici, che rinunciare a beneficio dell’altro ci fa sentire rafforzati, che unirsi e riconoscersi in tutto è il cammino di ieri, oggi domani e sempre da dove non ci siamo mai smarriti. L’ayni, il minka, la tumpa, la nostra colka e altri codici di antiche culture sono l’essenza della nostra vita, del nostro ayllu. Ayllu non è solo un’organizzazione della società degli esseri umani, ayllu è un sistema di organizzazione della vita di tutti gli esseri, di tutto ciò che esiste, di tutto ciò che scorre in equilibrio sul nostro pianeta o Madre Terra. Per secoli i canoni civilizzatori degli Abya Yala furono destrutturati e molti di loro sterminati, il pensiero originario fu sistematicamente sottoposto al pensiero coloniale. Ma non potevano spegnerci, siamo vivi, siamo di Tiwanaku, siamo forti, siamo come la pietra, siamo cholke, siamo sinchi, siamo Rumy, siamo Jenecherú, fuoco che non si è mai spento, siamo di Samaipata, siamo giaguaro, siamo Katari, siamo Comanches, siamo Maya, siamo Guarani, siamo Mapuche, Mojeño, siamo Aymara, siamo Quechua, siamo Jokis, e siamo tutti i popoli della cultura della vita che risvegliano larama, uguali, ribelli con saggezza.

Oggi la Bolivia e il mondo vivono una transizione che si ripete ogni 2000 anni, nel quadro della ciclicità del tempo, passiamo dal non tempo al tempo, iniziando la nuova alba, un nuovo Pachakuti nella nostra storia. Un nuovo sole e una nuova espressione nel linguaggio della vita dove l’empatia per l’altro o per il bene collettivo sostituisce l’individualismo egoistico. Dove i boliviani si guardano tutti allo stesso modo e sappiamo che uniti valiamo di più, siamo di nuovo in un’epoca in cui siamo di nuovo Jiwasa, non sono io, siamo noi. Jiwasa è la morte dell’egocentrismo, Jiwasa è la morte dell’antropocentrismo ed è la morte del teolocentrismo.
Siamo in tempo per tornare a essere Iyambae, è un codice che i nostri fratelli Guarani hanno protetto, e Iyambae è lo stesso di una persona che non ha proprietario, nessuno al mondo deve sentirsi proprietario di nessuno e di niente. Dal 2006 in Bolivia abbiamo iniziato un duro lavoro per collegare le nostre radici individuali e collettive, per tornare ad essere noi stessi, per tornare al nostro centro, a taypi, a pacha, all’equilibrio da cui viene la saggezza delle civiltà più importanti del nostro pianeta. Siamo in procinto di recuperare le nostre conoscenze, i codici della cultura della vita, i canoni civilizzatori di una società che ha vissuto in intima connessione con il cosmo, con il mondo, con la natura e con la vita individuale e collettiva, per costruire il nostro suma kamaña, dal nostro suma akalle, che è garantire il bene individuale e il bene collettivo o comunitario.

Siamo in tempi di recupero della nostra identità, delle nostre radici culturali, del nostro bene, abbiamo radici culturali, abbiamo filosofia, storia, abbiamo tutto, siamo persone e abbiamo diritti. Uno dei canoni incrollabili della nostra civiltà è la saggezza ereditata attorno al Pacha, garantire equilibrio in ogni tempo e spazio è saper gestire tutte le energie complementari, quella cosmica che viene dal cielo con quella della la terra, che emerge da sotto terra. Queste due forze cosmiche telluriche interagiscono creando ciò che chiamiamo vita come totalità visibile (Pachamama) e spirituale (Pachakama). Comprendendo la vita in termini di energia abbiamo la possibilità di modificare la nostra storia, materia e vita come convergenza della forza chacha-warmi, quando ci riferiamo alla complementarità degli opposti. Il nuovo tempo che stiamo iniziando sarà sostenuto dall’energia degli ayllu, della comunità, del consenso, dell’orizzontalità, degli equilibri complementari e del bene comune. Storicamente, la rivoluzione è intesa come un atto politico per cambiare la struttura sociale, al fine di trasformare la vita dell’individuo, nessuna delle rivoluzioni è riuscita a modificare la conservazione del potere, per mantenere il controllo sulle persone.

Non è stato possibile cambiare la natura del potere, ma il potere è riuscito a distorcere le menti dei politici, il potere può corrompere ed è molto difficile modificare la forza del potere e le sue istituzioni, ma è una sfida che assumeremo dalla saggezza dei nostri popoli. La nostra rivoluzione è la rivoluzione delle idee, è la rivoluzione degli equilibri, perché siamo convinti che per trasformare la società, il governo, la burocrazia e le leggi e il sistema politico dobbiamo cambiare come individui. La nostra verità è molto semplice, il condor prende il volo solo quando la sua ala destra è in perfetto equilibrio con la sua ala sinistra, il compito di formarci come individui equilibrati è stato brutalmente interrotto secoli fa, non lo abbiamo concluso e il tempo dell’era ayllu, della comunità, è già con noi. Richiede che siamo individui liberi ed equilibrati per costruire relazioni armoniose con gli altri e con il nostro ambiente, è urgente essere esseri capaci di mantenere l’equilibrio per noi stessi e per la comunità. Siamo ai tempi dei fratelli degli Apanaka Pachakuti, fratelli del cambiamento, dove la nostra lotta non era solo per noi stessi, ma anche per loro e non contro di loro. Cerchiamo il mandato, non cerchiamo il confronto, cerchiamo la pace, non siamo della cultura della guerra o del dominio, la nostra lotta è contro ogni tipo di sottomissione e contro il singolo pensiero coloniale, patriarcale, da qualunque parte provenga. L’idea dell’incontro tra spirito e materia, cielo e terra di Pachamama e Pachakama ci permette di pensare che una donna e un uomo nuovi potranno guarire l’umanità, il pianeta e la bella vita che è in esso e restituire la bellezza alla nostra madre terra.
Difenderemo i sacri tesori della nostra cultura da ogni interferenza, difenderemo i nostri popoli, le nostre risorse naturali, le nostre libertà e i nostri diritti.

Torneremo al nostro Qhapak Ñan, il nobile sentiero dell’integrazione, il sentiero della verità, il sentiero della fratellanza, il sentiero dell’unità, il sentiero del rispetto per le nostre autorità, le nostre sorelle, il sentiero del rispetto per il fuoco, il percorso del rispetto per la pioggia, il percorso del rispetto per le nostre montagne, il percorso del rispetto per i nostri fiumi, il percorso del rispetto per la nostra madre terra, il percorso del rispetto per la sovranità dei nostri popoli. Fratelli, per concludere, i boliviani devono superare la divisione, l’odio, il razzismo, la discriminazione tra i compatrioti, non più la persecuzione della libertà di espressione, non più la giuridicalizzazione della politica. Niente più abuso di potere, il potere deve essere di aiuto, il potere deve circolare, il potere, così come l’economia, deve essere ridistribuito, deve circolare, deve fluire, proprio come il sangue scorre nel nostro corpo, niente più impunità, giustizia fratelli.
Ma la giustizia deve essere veramente indipendente, mettiamo fine all’intolleranza dell’umiliazione dei diritti umani e della nostra madre terra. Il nuovo tempo significa ascoltare il messaggio dei nostri popoli che arriva dal profondo del loro cuore, significa curare le ferite, guardarsi con rispetto, recuperare la patria, sognare insieme, costruire fratellanza, armonia, integrazione, speranza di garantire la pace e la felicità delle nuove generazioni. Solo così potremo vivere bene e governarci.

David Choquehuanca

 

Di seguito la lettera che Frei Betto (frate domenicano, saggista, consigliere della FAO e di movimenti sociali) ha recentemente pubblicato, con l’invito a diffonderlo il più possibile. Cosa che stiamo provvedendo a fare. Riguarda il genocidio in atto in Brasile come esito della pianificazione necropolitica di Bolsonaro e del suo governo.

In Brasile è in atto un genocidio! Nel momento in cui scrivo, 16/07, il Covid-19, apparso qui nel febbraio scorso, ha già ucciso 76 mila persone. I contagi sono quasi due milioni. Domenica prossima, 19/07 arriveremo a 80 mila vittime fatali. E probabile che ora mentre leggi questo appello drammatico, siano già 100 mila.

Quando ricordo che nei vent’anni di guerra del Vietnam, sono state sacrificate 58 mila vite di soldati americani, si fa chiara la gravità di quello che avviene nel mio paese. Questo orrore causa indignazione e turbamento. E tutti sappiamo che le misure di precauzione e restrizione adottate in tanti altri paesi, avrebbero potuto evitare una mortalità così grande.

Questo genocidio non risulta dall’indifferenza del governo Bolsonaro. È intenzionale. Bolsonaro si compiace della morte altrui. Nel 1999, in qualità di deputato federale, durante un’intervista televisiva dichiarò: “attraverso le elezioni, in questo paese, non si cambierà mai niente, niente, assolutamente niente! Potrà cambiare qualcosa soltanto, purtroppo, se un giorno cominceremo una guerra civile,  per completare il lavoro che il regime militare non ha fatto: uccidere per lo meno 30 mila persone”.

Durante la votazione per impeachment della presidente Dilma Rousseff, dedicò il suo voto alle memoria del più noto torturatore dell’Esercito, il colonnello Brilhante Ustra.

È talmente attratto dalla morte, che una delle sue principali politiche di governo è la liberazione del commercio di armi e munizioni. Quando, davanti al palazzo presidenziale, gli venne chiesto come si sentisse in relazione alle vittime della pandemia, rispose: “In questi dati io non ci credo” (27/03, 92 morti); “Tutti noi un giorno dobbiamo morire” (29/03, 136 morti); “E allora? cosa vuoi che faccia?” (28/04, 5017 morti).

Perché questa politica necrofila? Fin dall’inizio dichiarava che l’importante non era salvare vite umane, ma l’economia. Da ciò deriva il suo rifiuto di decretare il lockdown, osservare le indicazioni della OMS e importare respiratori e dispositivi di protezione individuale. É stato necessario che la Corte Suprema delegasse questa responsabilità ai governatori di ogni singolo stato e ai sindaci di ogni città.

Bolsonaro non ha  rispettato neppure l’autorità dei suoi stessi ministri della salute. Dal febbraio scorso il Brasile di ministri ne ha avuti due, entrambi licenziati per rifiutarsi di adottare lo stesso atteggiamento del presidente. Ora a dirigere il ministero è il generale Pazuello, totalmente ignorante in questioni sanitarie; ha cercato di occultare i dati sulla evoluzione dei numeri delle vittime del coronavirus; si è circondato di 38 militari primi di ogni qualifica, assegnando loro importanti funzioni ministeriali; ha eliminato le conferenza stampa giornaliera attraverso la quala la popolazione avrebbe potuto ricevere importanti informazioni e consigli.

Sarebbe troppo lungo elencare in questa sede quante misure di elargizione di fondi per l’aiuto alle vittime e alle famiglie di bassa rendita (più di 100 mila brasiliani) sono state negate.

Le ragioni delle intenzioni criminali del governo Bolsonaro sono evidenti. Lasciare morire gli anziani per risparmiare sui fondi della Previdenza Sociale. Lasciare morire i portatori di malattie pregresse, per risparmiare i fondi del SUS, il sistema nazionale di salute. Lasciare morire i poveri, per risparmiare i fondi del “Bolsa Família” e degli altri programmi sociali destinati a 52,5 milioni di brasiliani che vivono sotto la soglia della povertà, e ai 13,5 milioni che si trovano in situazione di miseria estrema (sono dati del governo federale).

E ancora insoddisfatto di queste misure mortali, nel progetto di legge sanzionato il 3/07, il presidente ha vetato l’articolo che obbligava l’uso di mascherine negli stabilimenti commerciali, nei templi religiosi e nelle scuole. Ha vetato altresì l’imposizione di sanzioni e multe a chi non rispetti le regole; ha vietato l’obbligo del governo di distribuire mascherine alla popolazione più povera e vulnerabile, principale vittima del Covid-19, e ai carcerati (750 mila). Questo tipo di veto non annulla però le leggi locali che prevedono l’obbligatorietà dell’uso della mascherina.

Il giorno 8/07, Bolsonaro ha abrogato alcuni articoli di legge, già approvati al Senato, che obbligavano il governo a fornire acqua potabile, materiale di igiene e pulizia, installazione di internet e la distribuzione di ceste alimentari, sementi e utensili per la coltivazione della terra ai villaggi indigeni. Il veto presidenziale si è esteso anche ai fondi di emergenza destinati alla salute di quelle popolazioni, e parimenti alla facilitazione dell’accesso all’ausilio di emergenza di 600 reais (circa 100 euro) per tre mesi.

Ha vietato inoltre l’obbligo del governo di garantire assistenza ospedaliera, l’uso dei macchinari di respirazione e di ossigenazione sanguigna ai popoli indigeni e agli abitanti delle comunità afro-brasiliane “Quilombos”.

Gli indigeni e gli abitanti dei “Quilombos” sono stati decimati dalla crescente devastazione socio-ambientale, soprattutto in Amazzonia.

Per favore, divulgate al massimo questo crimine contro l’umanità. È necessario che le denunce di quello che accade in Brasile arrivino ai mass-media dei vostri paesi, ai social, al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, al Tribunale Internazionale di Haia, così come alle banche e alle imprese che raggruppano gli investitori, tanto desiderati dal governo Bolsonaro.

Molto prima che The Economist lo facesse, nelle mie reti digitali chiamo il presidente con il soprannome di BolsoNero ( in portoghese “Nero” è il nome dell’imperatore Nerone, ndt ) che mentre Roma brucia suona la lira e fa pubblicità alla Clorochina, una medicina senza alcuna prova scientifica di efficacia contro il nuovo coronavirus. Ma i suoi fabbricanti sono alleati politici del presidente…

Ringrazio il vostro solidale interesse nel divulgare questa lettera. Solamente la pressione proveniente dall’estero sarà capace di fermare il genocidio che martirizza il nostro “querido e maravilhoso” Brasil.

Fraternalmente

Frei Betto

Leggo sul sito del “Fatto quotidiano” un articolo sugli effetti che potrebbe produrre la diffusione del corona virus. Il coordinamento delle terapie intensive della Lombardia, al momento la regione maggiormente colpita dal virus, scrive al governatore Fontana: “In assenza di tempestive ed adeguate disposizioni da parte dell’autorità saremo costretti ad affrontare un evento che potremo solo qualificare come una disastrosa calamità sanitaria”. Ma dove sta la disastrosa calamità che potrebbe verificarsi? Porre un limite d’età per l’accesso alla terapia intensiva, in base alle maggiori possibilità di sopravvivenza. Questo è ciò che ipotizza la Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva in un documento tecnico in quindici punti in cui scrive che “può rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in terapia intensiva. Non si tratta di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza.”

A mali estremi, estremi rimedi, dunque. In parole povere si tratterebbe di applicare il principio della selezione naturale, vigente in tutto il mondo animale (e illustrato a suo tempo da Darwin), consistente nel favorire i più adatti, conferendo loro un vantaggio di sopravvivenza. E’ questo dunque ciò che può garantire ai propri cittadini uno degli stati economicamente più avanzati, culla della cultura e delle arti a livello mondiale?

Se a breve si dovesse giungere a una tale situazione di emergenza tra i provvedimenti necessari non potrebbe rientrarne uno che requisisce mezzi e strutture sanitarie private per metterli a disposizione del servizio pubblico? Come dire: è più importante salvaguardare la proprietà privata o la vita di un essere umano?

Tra gli interventi che si leggono in questi giorni diversi riflettono sull’impatto che il paradigma biopolitico sta avendo. Infatti è proprio ciò che sta dietro la denuncia del coordinamento delle terapie intensive: vita e politica risultano indissolubilmente intrecciate, chi gestisce il potere gestisce la disciplina dei corpi e regola le popolazioni. A chi la decisione sul destino del nostro corpo e della nostra vita?

Scriblerus

Le ragioni cattoliche in favore del comunismo

Autore: liberospirito 19 Set 2019, Comments (0)

Quanto segue è la traduzione di un articolo di Dean Dettloff apparso sulla rivista dei gesuiti degli Stati Uniti “America” (qui – se si vuole – l’articolo originale: https://www.americamagazine.org/faith/2019/07/23/catholic-case-communism). Il direttore della rivista, p. Matt Malone, chiarisce che l’intervento è stato pubblicato per alimentare il dibattito, non perché esprima l’opinione della rivista, né tantomeno dell’ordine dei gesuiti. Viene citato frequentemente – motivo per cui abbiamo scelto di pubblicare il testo – il pensiero libertario di Dorothy Day, fondatrice dei Catholic Worker. Vogliamo anche intendere che nell’articolo quando si parla di comunismo l’autore non abbia inteso celebrare gli ormai dissolti regimi dell’Europa orientale, che ben poco hanno avuto a che vedere con l’utopia concreta di Marx e di tanti altri. Riportiamo un passaggio significativo: “Quello che i comunisti desiderano è un’autentica vita comune, e pensano che essa si possa ottenere relativizzando la proprietà alla luce del bene di tutti. Visione radicale infatti ma non così scioccante per chi ricorda che la vergine Maria ha cantato che Dio ha colmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote.” (Luca 1:53). Forse siano solo all’inizio di un lungo e inedito cammino che ci condurrà al di là del cristianesimo e al di là del comunismo…

Le ragioni cattoliche in favore del comunismo
“E’ quando i comunisti sono buoni che sono pericolosi”
È così che Dorothy Day comincia un articolo su “America”, pubblicato poco prima del lancio del Catholic Worker il Primo maggio del 1933. Contrariamente alle reazioni di molti cattolici del tempo, la Day tracciò un quadro comprensivo, sebbene critico, dei comunisti che aveva incontrato a New York, nell’epoca della depressione. Il suo profondo personalismo le aveva permesso di intravedere le storie umane attraverso la lotta ideologica; e, tuttavia, concluse che il cattolicesimo e il comunismo non solo erano incompatibili, ma anche reciproche minacce. Dal tempo della sua riflessione è passata un’intera Guerra fredda, e vale oggi la pena chiarire alcuni punti.
I comunisti sono attratti dal comunismo per via della loro bontà, sosteneva la Day, quell’incancellabile qualità del bene che può essere trovata, in egual misura, all’interno e al di fuori della Chiesa, intrecciata nella nostra stessa natura. Deve essere stata una cosa semplice da dire nel 1933, quando i comunisti americani erano ben noti all’opinione pubblica per essersi esposti in prima persona a favore dei lavoratori in sciopero, ma era anche quel tipo di cosa che poteva metterti in gravi difficoltà, anche all’interno della Chiesa cattolica.
Affermando che la bontà guida molti comunisti di ieri e di oggi, la Day mirava ad ammorbidire la percezione dei cattolici, i quali si trovavano più a loro agio con le perfide caricature dei comunisti della loro epoca, rispetto alle più impegnative rappresentazioni che li ritraevano come lavoratori per la pace e per la giustizia economica. La maggior parte delle persone che aderiscono ai partiti e ai movimenti comunisti, rilevava giustamente la Day, non sono motivate da una qualche forma di odio profondo nei confronti di Dio o da uno spumeggiante anti-teismo, ma dall’aspirazione a un mondo libero da un’economia politica che esige lo sfruttamento di molti per il benessere di pochi.
Ma nel tentativo di suscitare simpatia per le persone attratte dal comunismo e sconfiggere un istintivo pregiudizio nei loro confronti, la Day non fece altro che perpetuare inutilmente altri due pregiudizi contro il comunismo. Innanzitutto, affermò che al di sotto di tutta la bontà che attrae le persone verso il comunismo, il movimento è, in ultima analisi, “un programma distintamente orientato alla demolizione della Chiesa.”
In secondo luogo, riferendosi all’uccisione nel suo quartiere di un giovane comunista colpito dal lancio di un mattone da parte di un trotskista, concluse constatando che i giovani che seguono la bontà dei loro cuori approdando al comunismo, non sono del tutto consapevoli di ciò a cui stanno aderendo – inclusi i rischi per la loro incolumità. In altre parole, dovremmo odiare il comunismo, ma amare i comunisti.
Sebbene la comprensiva critica della Day nei confronti del comunismo sia lodevole sotto molti punti di vista, quasi un secolo di storia ci dimostra che, al di là di quanto suggeriscono questi due giudizi, c’è ben altro da aggiungere. I movimenti politici comunisti di tutto il mondo sono stati densi di personaggi sorprendenti, di strani sviluppi e di motivazioni più complesse rispetto al semplice voler disfare la Chiesa; e persino attraverso le sfide del 20° secolo, cattolici e comunisti hanno trovato ragioni naturali per offrirsi reciprocamente un segno di pace.
Una storia complicata
Ovviamente, il Cristianesimo e il comunismo hanno intrattenuto un rapporto complicato. L’aggettivo “complicato” sicuramente farà alzare gli occhi a molti lettori. Gli stati e i movimenti comunisti hanno infatti perseguitato i fedeli in svariati momenti della storia. Al tempo stesso, i cristiani sono stati con passione presenti nei movimenti comunisti e socialisti di tutto il mondo. E questi cristiani, così come i loro compagni atei, sono comunisti non perché hanno frainteso gli obiettivi finali del comunismo, ma perché hanno compreso in modo autentico l’ambizione comunista di una società senza classi.
“Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”, riassume Marx nella Critica del programma di Gotha, quasi un’eco della descrizione, fornita da Luca negli Atti 4:35 e 11:29, della Chiesa primitiva. Forse è stata la Day, e non il suo giovane vicino comunista, ad aver frainteso il comunismo.
È vero che Marx, Engels, Lenin e altri grandi comunisti erano convinti pensatori illuministi, atei che talvolta ritenevano che la religione si sarebbe dissolta nella luce splendente della ragione scientifica, e altre volte ne caldeggiavano una propaganda contraria (tuttavia non, come argomentò Lenin, in modo tale da dividere il movimento contro il capitalismo, vero nemico). Non dovrebbe risultare così scandaloso di per sé. Da atei moderni, non sono affatto soli, e il loro ateismo è comprensibile dato che spesso il cristianesimo è stata una forza alleata con i poteri dominanti che sfruttavano i poveri. I cattolici hanno trovato un mucchio di risorse filosofiche nelle fonti non cristiane del passato; perché non nei moderni?
Nonostante e al di là delle differenze teoriche, preti come Herbert McCabe, O.P., Ernesto e Fernando Cardenal, S.J., Frei Betto, O.P., Camilo Torres e molti altri cattolici – membri del clero, religiosi e laici – sono stati ispirati dai comunisti e, in numerose circostanze, hanno fornito il loro contribuito in qualità di membri ai movimenti comunisti e affini. Alcuni lo fanno tutt’ora – nelle Filippine, ad esempio, dove il “Christians for National Liberation”, un gruppo di attivisti dapprima organizzato da suore, preti e cristiani sfruttati, si colloca politicamente all’interno del Fronte nazionale democratico, una coalizione di movimenti con all’interno un filone fortemente comunista che, al momento, sta lottando contro il leader autoritario di estrema destra Rodrigo Duterte.
Più vicini a casa e al di fuori delle lotte armate, oggi i cristiani sono presenti anche nei movimenti comunisti degli Stati Uniti e del Canada. Qualunque ostilità possa essere esistita in passato, alcuni di questi movimenti sono ora abbastanza aperti alla partecipazione cristiana. Molti dei miei amici del Partito per il socialismo e la liberazione, ad esempio, un partito marxista-leninista, sono cristiani che vanno in chiesa o persone senza rancore contro la loro educazione cristiana, così come lo sono molte persone nell’ala radicale dei Democratic  Socialisti of America.
Il Partito Comunista degli Stati Uniti d’America ha pubblicato saggi che confermano le connessioni tra cristianesimo e comunismo e che incoraggiano i marxisti a non considerare i cristiani come irrimediabilmente persi a vantaggio della destra (il giornale CPUSA, People’s World, ha persino fornito un resoconto su suor Simone Campbell e la campagna del network Nuns on the Bus, finalizzata a fare pressione per la riforma dell’immigrazione). In Canada, Dave McKee, ex leader del Partito comunista canadese in Ontario, una volta era uno studente di teologia anglicana in un seminario cattolico, radicalizzato in parte dal suo contatto con le comunità di base in Nicaragua. Da parte mia, ho parlato più di Karl Rahner, SJ, di St. Óscar Romero e della teologia della liberazione durante le celebrazioni del Primo Maggio e gli incontri comunisti che non nella mia parrocchia cattolica.
In altre parole, sebbene alcuni comunisti preferirebbero senza dubbio un mondo senza cristianesimo, il comunismo non è semplicemente un programma per distruggere la Chiesa. Molti di coloro che hanno dedicato la propria vita alla Chiesa si sono sentiti in dovere di lavorare al fianco dei comunisti come parte della loro vocazione cristiana. La storia del comunismo, qualunque altra cosa possa essere, conterrà sempre una storia del Cristianesimo e viceversa, che piaccia o meno ai membri di entrambe le fazioni.
Il comunismo nella sua espressione sociopolitica ha talvolta causato grandi sofferenze umane ed ecologiche. Qualsiasi buon comunista lo ammette con facilità, anche perché il comunismo è un progetto incompiuto che dipende dal riconoscimento dei suoi errori reali e tragici.
Ma i comunisti non sono gli unici a dover rispondere della sofferenza umana causata. Lungi dall’essere un gioco amichevole di competizione mondiale, il capitalismo, sosteneva Marx, emerse attraverso la privatizzazione di quello che una volta era pubblico, come la terra condivisa, un processo imposto prima con la violenza fisica e poi proseguito attraverso la legge. Col passare del tempo, gli stessi esseri umani sarebbero diventati proprietà privata di altri esseri umani.
Il capitalismo coloniale, insieme alle tesi della supremazia bianca, inaugurò secoli di terrorismo sfrenato contro le popolazioni di tutto il mondo, creando un sistema in cui le persone potevano essere acquistate e vendute come merci. Anche dopo l’abolizione ufficiale della schiavitù nelle maggiori economie mondiali – che rese necessaria una guerra civile che costò cara agli Stati Uniti – gli effetti di quel sistema continuano a vivere, e le nazioni capitaliste e le società transnazionali continuano a sfruttare i poveri e i lavoratori in patria e all’estero. Oggi, per molte persone in tutto il mondo, essere dalla parte sbagliata del capitalismo può ancora fare la differenza tra la vita e la morte.
Cosa motiva un comunista?
Il comunismo ha fornito una delle poche opposizioni sostenibili al capitalismo, un ordine politico globale responsabile dell’ininterrotta sofferenza di milioni di persone. È quella sofferenza, riprodotta da schemi economici che Marx e altri hanno cercato di spiegare, che motiva i comunisti; non la congiura segreta contro l’ateismo (come ha sostenuto la Day una volta).
Secondo un rapporto della Oxfam pubblicato nel 2018, la disuguaglianza globale è sconcertante e ancora in aumento. La Oxfam, che non è gestita da comunisti, ha osservato che “l’82% della ricchezza creata [nel 2017] è andata all’uno per cento più ricco della popolazione globale, mentre i 3,7 miliardi di persone che costituiscono la metà più povera dell’umanità non hanno ottenuto nulla”.
Mentre imprenditori come Elon Musk e Jeff Bezos investono nei viaggi nello spazio, i loro lavoratori sono radicati nella lotta economica quotidiana qui sulla terra. Nelle fabbriche di Tesla del signor Musk, i lavoratori subiscono gravi infortuni più del doppio della media industriale e dichiarano di essere così esausti da crollare sul pavimento della fabbrica.
Un giornalista sotto copertura riferisce che i lavoratori, in un magazzino di Amazon nel Regno Unito, urinano in bottiglie per paura di essere puniti per il “tempo di inattività” e la società ha una lunga lista di precedenti reati. In Pennsylvania, i lavoratori di Amazon avevano bisogno di cure mediche sia per l’esposizione al freddo in inverno che per l’esaurimento del calore in estate. Ma queste cure sembrano a malapena prezzi che vale la pena pagare, quindi alcuni miliardari possono andare in vacanza nella distesa nera dello spazio. Come diceva un lavoratore di Tesla, a Detroit: “Tutto sembra il futuro, tranne noi”.
Per i comunisti, la disuguaglianza globale e lo sfruttamento dei lavoratori nelle corporations altamente redditizie non sono solo il risultato di datori di lavoro poco gentili o regolamenti sleali sul lavoro. Sono sintomi di un modo specifico di organizzare la ricchezza, un modo che non esisteva ai primordi dell’umanità e che rappresenta una parte della “cultura della morte”, per prendere in prestito una frase familiare. Viviamo già in un mondo in cui la ricchezza viene ridistribuita, ma va verso l’alto, non verso il basso o orizzontalmente.
Sebbene i sondaggi mostrino che i cittadini statunitensi sono diventati sempre più scettici sul capitalismo – un sondaggio di Gallup riporta persino che i democratici considerano in maniera più positiva il socialismo rispetto al capitalismo – tale atteggiamento non è molto popolare tra i rappresentanti elettorali. Le reazioni alla candidatura alle primarie di Bernie Sanders nel 2016 e il successo elettorale di Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, membri dei Democratici Socialisti d’America, un partito co-fondato da un ex Catholic Worker, Michael Harrington, sono state caratterizzate da un revival dell’isteria socialista. I politici repubblicani e democratici avevano detto chiaramente che qualunque fossero state le loro differenze, entrambi avrebbero concordato sul fatto che nella cultura politica americana il sostegno al capitalismo non è negoziabile, come sostenuto anche da Nancy Pelosi durante un’assemblea della CNN.
I comunisti non si accontentano dell’alternanza dei partiti capitalisti, che si puntano il dito a vicenda mantenendo, congiuntamente, un sistema che sfrutta moltitudini di persone, compresi i propri elettori. I comunisti pensano che possiamo costruire modi migliori di stare insieme nella società.
Contrariamente alla paura che i comunisti desiderino semplicemente le “cose” di tutti, l’abolizione della proprietà privata, per la quale Marx ed Engels fecero appello, significa l’abolizione dei modi privati di generare ricchezza, non degli abiti che hai sulle spalle o della collezione di cravatte di tuo padre. Come dice il detto popolare nei circoli comunisti, i comunisti non vogliono il tuo spazzolino da denti. Alcune delle proposte standard nei programmi dei partiti comunisti includono cose come fornire assistenza sanitaria gratuita, abolire il profitto privato dall’affitto di proprietà e la creazione di istituzioni veramente democratiche in cui i politici non sono milionari e sono soggetti a richiamo.
Infatti, sebbene la Chiesa cattolica insegni ufficialmente che la proprietà privata è un diritto naturale, questo insegnamento ci giunge a condizione che la proprietà privata sia sempre subordinata al bene comune. Così subordinato, afferma Papa Francesco in un momento veramente profondo del “Laudato Si”, che “La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto il diritto alla proprietà privata come assoluto o inviolabile, e ha sottolineato lo scopo sociale di tutte le forme di proprietà privata”.
C’è una sorta di parallelismo con il Manifesto del Partito Comunista, laddove Marx ed Engels sottolineano che abolire la proprietà privata non significa abolire la proprietà personale o il tipo di cose che un artigiano o un agricoltore potrebbe possedere, ma la proprietà accumulata detenuta dai ricchi, che divide gli esseri umani in classi antagoniste di persone – in altre parole, il tipo di proprietà privata che la maggior parte di noi non ha.
“Il fatto che noi intendiamo eliminare la proprietà privata vi inorridisce”, affermano Marx ed Engels ai loro detrattori borghesi. “Ma nella vostra società esistente, la proprietà privata è già stata eliminata per nove decimi della popolazione; la sua esistenza per pochi è dovuta esclusivamente alla sua non esistenza nelle mani di quei nove decimi.”
Invece, scrivono che la proprietà dovrebbe essere trasformata. In un passaggio non troppo lontano dall’audace frase di Papa Francesco riportata sopra, Marx ed Engels affermano: “Quando, quindi, il capitale viene convertito in proprietà comune, nella proprietà di tutti i membri della società, la proprietà personale non viene così trasformata in proprietà sociale. È solo il carattere sociale della proprietà che viene modificato. Perde il suo carattere di classe.”
Ciò che i comunisti desiderano è una vita autenticamente comune insieme, e pensano che ciò possa avvenire solo relativizzando la proprietà alla luce del bene di tutti. Davvero radicale, ma certamente non così scioccante per le persone che ricordano quando la Vergine Maria cantò che Dio ricolmò di beni gli affamati e rimandò a mani vuote i ricchi vuoti (Lc 1, 53).
Dorothy Day e il comunismo cristiano
Dorothy Day sembrò riconoscere in seguito le motivazioni più profonde del comunismo, e mutò il suo giudizio sui comunisti buoni suggerendo che forse esiste anche un buon comunismo. Il suo articolo su America fu scritto all’inizio della Grande Depressione. Venti anni dopo, Fidel Castro e compagni fondarono il Movimento del 26 luglio che, nel 1959, estromise Fulgencio Batista, il cui regime era noto per la tortura e l’uccisione di migliaia di cubani con il sostegno degli Stati Uniti.
Riflettendo sulla rivoluzione cubana sul Catholic Worker del 1961, la Day offrì una prospettiva complessa sulla persecuzione di alcuni cattolici in seguito alla rivoluzione. Tuttavia, scrisse, “È difficile… dire che il posto del Catholic Worker è con i poveri e che, essendo lì, ci troviamo spesso dalla parte dei persecutori della Chiesa. Questo è un fatto tragico.”
La Day ricordò ai suoi lettori che Castro aveva sottolineato il fatto che non fosse contro la Chiesa o i cattolici in quanto tali (conosceva i cattolici della rivoluzione, dopo tutto) ma contro quelle fazioni all’interno di Cuba che avrebbero preferito aggrapparsi al vecchio regime, costruito sull’oppressione del popolo di Cuba. Castro non solo permise a sacerdoti e suore di rimanere a Cuba, scrisse la Day, ma affermò che la Chiesa resistette a monarchie, repubbliche e stati feudali. “Perché non può esistere sotto uno stato socialista?”, chiese. Aveva notato che molti gesuiti sarebbero rimasti a Cuba per lavorare nelle parrocchie e aggiunse che i gesuiti avevano già avuto esperienze di persecuzioni e repressioni.
Ma Dorothy Day non era aperta solo alla possibilità a malincuore che la Chiesa cubana non potesse essere spazzata via dal socialismo. Andò oltre: “Siamo dalla parte della rivoluzione. Riteniamo che debbano esserci nuovi concetti di proprietà, propri dell’umanità, e che il nuovo concetto non sia così nuovo. C’è un comunismo cristiano e un capitalismo cristiano.
“Dio benedica i sacerdoti e il popolo di Cuba. Dio benedica Castro e tutti coloro che vedono Cristo nei poveri”, disse. Un anno dopo, la Day visitò Cuba per vedere da sé la società rivoluzionaria. In una serie di comunicati al Catholic Worker, riportò brillantemente, anche se non senza notare le molte difficoltà a cui la giovane società doveva porre rimedio, i problemi che sperava potessero effettivamente essere risolti con un po’ di ingegnosità comunista.
Ormai da oltre un secolo, i comunisti – cristiani e non cristiani – combattono contro una violenta economia capitalista, mettendo a repentaglio le loro vite e la libertà, sopportando assassini, la prigione e la guerra. Indipendentemente dal fatto che uno sia o meno convinto dalla speranza comunista di abolire la proprietà privata, è innegabile che i comunisti abbiano fornito una vera e propria sfida materiale a un sistema globale che i più potenti governi del mondo hanno tutte le intenzioni di perpetuare. La perdita di un movimento comunista di massa, dovuta in gran parte a un’aggressiva persecuzione legale e politica da parte degli Stati Uniti e di altri governi, ha reso difficile l’organizzazione dell’opposizione al capitalismo stesso; ma anche in sua assenza, la maggioranza dei millennial respinge il capitalismo.
Come dicevano Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista: “Al posto della società borghese, con le sue classi e gli antagonismi di classe, avremo un’associazione, in cui il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione per il libero sviluppo di tutti.” È con quella speranza di libero sviluppo, al di là della concorrenza dei capitalisti, che molti cattolici, me compreso, si annoverano tra i comunisti.
Quindi Dorothy Day aveva ragione quando diceva che è quando i comunisti sono bravi che sono pericolosi. I comunisti perseguono il bene quando sono pericolosi; si oppongono a un sistema economico basato sull’avarizia, sullo sfruttamento e sulla sofferenza umana, affliggendo il benestante e confortando l’afflitto. E in un mondo legato a un’economia della morte, che sta danneggiando la nostra “casa comune”, come ci dice Papa Francesco, e affermandosi come la fine della storia, dobbiamo anche aggiungere: è quando i comunisti sono pericolosi che sono buoni.
Dean Dettloff

Poveri di tutto il mondo, unitevi!

Autore: liberospirito 17 Lug 2019, Comments (0)

Pubblichiamo un articolo di Aboubakar Soumahoro (sindacalista della USB, impegnato nella lotta per i diritti dei braccianti), apparso sull’ultimo numero dell'”Espresso”. Si parla di miseria materiale, ma anche di miseria immateriale e della necessità di dare vita a “una rivoluzione spirituale capace di accendere le luci della speranza oltre il presentismo ed il suo cannibalismo”. Sono parole che risuonano con la sensibilità del liberospirito. Da leggere …

 

Nel corso degli ultimi anni, a letteratura accademica ha trattato approfonditamente il tema della povertà materiale declinandolo in povertà assoluta o estrema, che fa riferimento alla condizione nella quale versano le persone impossibilitate a soddisfare i bisogni di base, e in povertà relativa, che esprime l’incapacità e le difficoltà economiche nella fruizione di beni e servizi in rapporto al livello economico medio di un paese.

Questi due parametri della povertà materiale si manifestano anche attraverso “carestia, malnutrizione, accesso limitato all’istruzione e ai servizi di base, discriminazione sociale, esclusione e mancanza di partecipazione al processo decisionale. Oggi, più di 780 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà internazionale. Più dell’Il per cento della popolazione mondiale vive ín condizioni di estrema povertà e lotta per soddisfare i bisogni di base come la salute, l’istruzione, l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari. Oltre 160 milioni di bambini rischiano di rimanere in condizioni di estrema povertà entro il 2030” secondo le Nazioni Unite.

La povertà materiale, che sia essa relativa o assoluta, interessa anche milioni dí lavoratori e di lavoratrici per la natura precaria del lavoro e dei bassi salari che li confina al contempo in una precarietà socio esistenziale. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), in Italia la povertà assoluta interessa circa 5 milioni di persone mentre quella relativa riguarda quasi 9 milioni di individui. Secondo questo dato, la povertà materiale colpisce 14 milioni di persone in Italia, ovvero circa il 23,4 per cento dell’intera popolazione.

Il dramma della povertà materiale insieme alla sua intensità divora, in modo sistematico, ogni giorno milioni di persone ai quattro angoli del mondo. Purtroppo, le società odierne tendono a stigmatizzare le persone impoverite per la loro condizione di povertà subita. Queste persone, definite “parassiti della società”, vengono ghettizzate urbanisticamente e relegate nelle periferie che diventano luoghi di solitudini parallele e che non consentono di trasformare il sentimento di disperazione in una condivisa consapevolezza politica. In questo contesto diventa più facile indirizzare la frustrazione verso chi sta peggio. Tutto ciò favorisce di fatto il sorgere dì una povertà delle coscienze.

La povertà materiale dei nostri giorni è accompagnata da una povertà immateriale che continua a erodere valori e principi indispensabili alla nostra comunità. Per uscire dalla povertà immateriale serve un risveglio delle coscienze anche attraverso una indispensabile rivoluzione spirituale e politica. Questo processo, oltre ad analizzare il presente, dovrebbe avere come principale vocazione la messa in discussione dello stesso con la finalità di cambiarlo. La crisi che viviamo, caratterizzata dalla decadenza di civiltà, va affrontata nelle dimensioni materiali ed immateriali.

Oggi abbiamo più che mai bisogno di una rivoluzione spirituale capace di accendere le luci della speranza andando oltre il presentismo ed il suo cannibalismo. Se oggi non riusciamo a definire chi siamo, chi vogliamo essere e in quale tipo di contesto vogliamo vivere non possiamo proiettarci verso una società più giusta ed equa. Definire un orizzonte migliore vuol dire innanzitutto entrare in relazione con i sentimenti delle persone che vivono in povertà, in precarietà lavorativa e socio-esistenziale, in umiliazioni e in privazioni. Questo processo susciterebbe la costruzione di una solidarietà intesa come condivisione di bisogni comuni tra soggetti simili e diversi. La solidarietà è la spina dorsale dell’umanità in una prospettiva umana e per una società più sociale. Questa solidarietà umana, che va difesa e tutelata, permetterebbe un’equa ridistribuzione delle ricchezze indispensabile a fronteggiare la povertà. Rinunciare alla solidarietà equivale a soccombere alla disumanità e ad abdicare alla nostra umanità.

In questa prospettiva, si dovrebbe stigmatizzare la povertà e non i poveri con l’ambizione di una più ampia e diffusa prosperità per tutti gli esseri umani. Tuttavia sarebbe abbastanza irrealistico pensare che i sostenitori degli odierni processi di accumulazione, proprio dell’attuale paradigma economico, possano farsi promotori di soluzioni volte a contrastare la povertà. Solamente, una salda unione tra le persone immiserite e impoverite in rivolta, resistendo agli stratagemmi di divisione adoperati dalle classi dominanti per continuare a esercitare la loro egemonia, sarebbe capace di avviare un percorso per sconfiggere ogni forma di povertà, sia essa materiale che immateriale.

Aboubakar Soumahoro

La questione dei migranti, sotto il giogo dell’odierno governo, ripropone con urgenza la questione del diritto all’esistenza. Tale diritto è stato declinato recentemente nei termini di “ius soli” – espressione giuridica che sta a indicare l’acquisizione della cittadinanza di un dato stato come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla provenienza dei genitori. Come è andata a finire la discussione intorno allo “ius soli” in Italia lo sappiamo. Qui riproponiamo la riflessione che fece a suo tempo Giorgio Agamben, secondo il quale, pur consapevole dell’importanza del problema, riteneva che l’attribuzione della cittadinanza non fosse la soluzione migliore all’emergenza migranti: “Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore. In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere. Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza”. E oggi – aggiungiamo – la lotta per lo “ius soli”, con tutto quello che sta accadendo, rischia paradossalmente di essere una battaglia di retroguardia. Come dire: al peggio non c’è mai limite. A seguire il testo integrale di Agamben.

A quanto pare, benché io abbia dichiarato espressamente che non intendevo firmare l’appello sullo ius soli, il mio nome vi è stato in qualche modo illegittimamente inserito. Le ragioni del mio rifiuto non riguardano ovviamente il problema sociale ed economico della condizione dei migranti, di cui comprendo tutta l’importanza e l’urgenza, ma l’idea stessa di cittadinanza. Noi siamo così abituati a dare per scontato l’esistenza di questo dispositivo, che non ci interroghiamo nemmeno sulla sua origine e sul suo significato. Ci sembra ovvio che ciascun essere umano al momento della nascita debba essere iscritto in un ordinamento statuale e in questo modo trovarsi assoggettato alle leggi e al sistema politico di uno Stato che non ha scelto e da cui non può più svincolarsi. Non è qui il caso di tracciare una storia di questo istituto, che ha raggiunto la forma che ci è familiare soltanto con gli Stati moderni. Questi Stati si chiamano anche Stati-Nazione perché fanno della nascita il principio dell’iscrizione degli esseri umani al loro interno. Non importa quale sia il criterio procedurale di questa iscrizione, la nascita da genitori già cittadini (ius sanguinis) o il luogo della nascita (ius soli). Il risultato è in ogni caso lo stesso: un essere umano si trova necessariamente soggetto di un ordine giuridico-politico, quale che sia in quel momento: la Germania nazista o la Repubblica italiana, la Spagna falangista o gli Stati Uniti d’America, e dovrà da quel momento rispettarne le leggi e riceverne i diritti e gli obblighi corrispondenti.
Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore. In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere. Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza. Secondo le parole del poeta: “la patria sarà quando tutti saremo stranieri”.

Giorgio Agamben

La caduta del cielo (secondo gli yanomani)

Autore: liberospirito 18 Giu 2018, Comments (0)

A seguire la recensione del libro La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami, recentemente tradotto in italiano. L’autrice dell’articolo è Loretta Emiri, che ha vissuto per diversi anni nell’Amazzonia brasiliana, collaborando con il popolo yanomani, occupandosi a vari livelli di questioni relative all’educazione. Si tratta di un libro di notevoli dimensioni: un’autobiografia, ma al tempo stesso un’enciclopedia yanomami, con informazioni che spaziano dalla lingua alla  mitologia, dalla botanica, alla zoologia e tutta la cultura materiale.

Nel settembre del 1984 venne pubblicato a Torino il libro intitolato Gli ultimi Yanomami. Nella copertina figura anche il sottotitolo “Un tuffo nella preistoria”. All’epoca avevo già vissuto per quattro anni nell’area del Catrimâni, operando con e a favore degli indios Yanomami, vivendo con loro gli anni più felici della mia vita. Poiché i miei sforzi professionali derivavano dall’esigenza di contribuire alla sopravvivenza fisica e culturale degli Yanomami, la parola “ultimi” mi indignò alquanto. Nel luglio del 2017 il Corriere della sera ha pubblicato un reportage, uno dei sottotitoli del quale è “La preghiera degli ultimi Yanomami”. Dal 1984 al 2017 sono trascorsi trentatré anni, eppure in Italia, riferendosi a questa etnia, si utilizzano le stesse banali, stereotipate parole. Nel gennaio del 2018 è andata in onda su RAI-TRE l’intervista fattami da Sveva Sagramola. Un’amica, sessantottina e giornalista, mi ha scritto: “Certo, il fatto che si siano raddoppiati, che si salvaguardano da soli (bene!) ha tolto un po’ di carica emotiva… che cosa possiamo fare noi per loro? O loro per noi?”.

Cosa possono fare gli yanomami per noi? Possono aiutarci a guarire dall’etnocentrismo, che è proprio una tremenda, contagiosa malattia. È recente l’uscita del libro di Davi Kopenawa e Bruce Albert, La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami (edizione Nottetempo). Pubblicata in francese e inglese nel 2010, in portoghese nel 2015 e ora in italiano, l’opera è destinata a raggiungere il mondo intero, come il coautore Davi Kopenawa, sciamano yanomami, si augura. Nel dicembre del 1989 l’etnologo francese Bruce Albert ha iniziato a registrare le parole di Davi, e lo ha fatto per più di dieci anni; poi, grazie allo straordinario dominio che ha della stessa lingua parlata da Davi, le ha tradotte in francese. Il libro è il risultato della complicità fra i due uomini e della loro preoccupazione con le sorti del popolo yanomami, sempre sistematicamente minacciato dai fronti di espansione della società occidentale. È un’autobiografia che, al tempo stesso, l’etnologo converte in biografia. È un’enciclopedia yanomami, data la mole delle informazioni che riguardano habitat, lingua, mitologia, botanica, zoologia, cultura materiale.

La lettura dell’opera ci permette di penetrare nella cosmogonia yanomami; di conoscere su quali valori questo popolo ha costruito la propria struttura sociale; ci fa meditare su modi diversi di vedere, sentire, agire; mette a confronto la società cosiddetta “civilizzata” con quella cosiddetta “primitiva”. Per gli occidentali “ecologia” è una parola alla moda, per gli yanomami è uno stile di vita. Accumulo, consumismo, aggressione alla natura, sfruttamento selvaggio delle risorse naturali hanno trasformato la terra in un immondezzaio. Non riusciamo più a smaltire i rifiuti. Quelli tossici avvelenano l’aria, l’acqua, il sottosuolo, tutto ciò che mangiamo, e noi moriamo di cancro. I pesci muoiono soffocati dalla plastica; in mare muoiono i “diversi” che il nostro egoismo respinge. Concepite da menti malate, faraoniche centrali idroelettriche e nucleari si sono trasformate in catastrofi ambientali, arrivando a devastare territori anche molto lontani dai luoghi in cui sono state costruite. Tutto avviene in nome del cosiddetto progresso, che, aumentando, non fa altro che svuotare l’animo degli uomini, rendendoli individualisti e sconsolatamente soli.

Le parole di Davi e Bruce ci mettono di fronte a tutto questo. Davi e così generoso da preoccuparsi anche per gli uomini bianchi: suggerendo di fare in modo che il cielo non cada, sta dicendoci che insieme agli Yanomami ci salveremmo anche noi. D’altronde, la generosità è il valore più grande per gli Yanomami. Secondo loro, solo chi è stato generoso in vita raggiungerà la “terra di sopra”, cioè la dimensione che noi chiamiamo cielo. Alla fine degli anni settanta, io e gli altri membri dell’equipe di lavoro dell’area del Catrimâni, portavamo avanti un progetto denominato Piano di Coscientizzazione, che doveva servire per coadiuvare gli Yanomami nel capire cosa stava minacciando, all’epoca, il loro territorio (apertura di strade, segherie, colonizzazione). All’inizio non fu per niente facile, perché gli indigeni obiettavano che la foresta è grande e c’è posto per tutti. Quando epidemie e morti hanno ridotto tredici villaggi in otto piccoli gruppi di sopravvissuti, sulla pelle hanno capito cosa l’uomo bianco portava con sé.

Tra le rivendicazioni degli ultimi anni degli indios brasiliani, e gli Yanomami non fanno eccezione, c’è quella di non parlare di loro al passato remoto, di smetterla di collocarli nella preistoria. Ci sono. Esistono. Resistono all’invasione delle proprie terre da oltre cinquecento anni. Sono nostri contemporanei. Le loro culture e società non sono inferiori, sono solo differenti. Hanno molto da insegnarci, se solo avessimo l’umiltà di ascoltarli per quello che sono: esseri umani con conoscenze, esperienze, diritti, sentimenti, sogni, proprio come lo siamo noi. Nonostante le continue, estenuanti aggressioni al loro territorio e al loro modo di vivere, in questi ultimi anni gli Yanomami sono considerevolmente aumentati, si sono organizzati in associazioni, hanno maestri, infermieri, leader che percorrono il mondo per tenere alta l’attenzione sulla loro situazione, denunciando violazioni, rivendicando diritti.

No, proprio no: a essere gli ultimi non sono né saranno gli Yanomami. Se il cielo cadrà, ad avere chance di sopravvivenza saranno proprio loro e gli altri popoli indigeni, perché sanno come trattare la terra, come godere con lei senza violentarla, come metterla incinta e perpetuare la discendenza. In occasione di un soggiorno nel villaggio di Davi, Bruce scattò una foto che mi ritrae con la figlia di Davi in braccio: per me è più preziosa di tutto l’oro e minerali preziosi che i depredatori bianchi hanno già abusivamente estratto dal territorio yanomami. Associato all’immagine della foto è l’augurio che la piccola società yanomami continui a crescere forte e sana, a dispetto di tutti e tutto.

Loretta Emiri

 

Pubblichiamo l’appello lanciato dai missionari comboniani sulla situazione in cui versa la Repubblica Democratica del Congo. Definirla drammatica è poco, ma il fatto è che la stampa (internazionale e italiana) sceglie di non parlarne. Stiamo parlando di uno dei paesi potenzialmente più ricchi di tutta l’Africa, soprattutto per i metalli utilizzati per le tecnologie più avanzate (coltan, tantalio, litio, cobalto). Come scrivono i comboniani nell’appello: “La maledizione di questo paese è proprio la sua immensa ricchezza”.
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Il popolo congolese sta vivendo un’altra pagina insaguinata della sua tragica storia nel silenzio vergognoso dei media sia italiani che internazionali. La ragione di questo silenzio sta nel fatto che nella Repubblica democratica del Congo (Rd Congo) si concentrano troppi ed enormi interessi internazionali sia degli Stati Uniti come della Unione europea, della Russia come della Cina (la società China Molybdenum lo scorso anno ha comprato la miniera di Tenke che produce il 65% del cobalto del mondo).
L’Rd Congo infatti è uno dei paesi potenzialmente più ricchi d’Africa, soprattutto per i metalli utilizzati per le tecnologie più avanzate: coltan, tantalio, litio, cobalto. La maledizione di questo paese è proprio la sua immensa ricchezza. Per questo, oggi, il Congo è un paese destabilizzato in preda a massacri, uccisioni, violenze, soprusi, malnutrizione e fame.
Particolarmente grave è la situazione nel Nord Kivu (vicino all’Uganda) che ha Goma come capoluogo. Lì operano i “ribelli” delle Forze democratiche alleate (Adf) che hanno contatti con Boko Haram (Nigeria), al-Shabaab (Somalia) e al-Qaida. Sono dei veri e propri tagliagole in stile jihadista (basta vedere le allucinanti riprese di tali atti su internet!) che terrorizzano la popolazione. A farne le spese sono migliaia di congolesi innocenti, tra cui laici cristiani, sacerdoti e missionari. Don Étienne Sengiyuma parroco di Kitchanga (diocesi di Goma), ucciso l’8 aprile scorso, è l’ultima vittima di una lunga serie.
Drammatico l’appello del vescovo di Goma, mons.Théophile Kaboy Ruboneka: «La situazione della diocesi è insostenibile. Qui nel Nord Kivu viviamo nel caos totale. Siamo abbandonati da tutti». Tutto questo avviene nonostante la massiccia presenza di truppe Onu e dell’esercito nazionale. Sempre nel Nord Kivu è altrettanto grave la situazione nella diocesi di Butembo-Beni dove i ribelli dell’Adf massacrano per costringere la gente ad abbandonare le proprie terre. Un rapporto della società civile di Beni afferma che sono più di un migliaio le persone uccise dal 2014 ad oggi e cinque i sacerdoti rapiti. Il 20 marzo del 2016 è stato ucciso il religioso Vincent Machozi, molto impegnato nella difesa dei diritti umani.
Grave è anche la situazione nel Sud Kivu dove gruppi armati controllano le miniere di coltan per non far entrare altri minatori e tenere il prezzo del minerale basso, sfruttando il lavoro dei bambini (secondo l’Unicef si tratta di 40.000 bambini!).
Anche in altre aree del paese la situazione è al limite. Nell’estremo nord, nella zona Bunia-Ituri, sono in atto saccheggi e massacri. E in due regioni del Sud, nel Kasai, ricco di diamanti, e nel Katanga, ricco di cobalto, si parla di massacri con migliaia di morti. I dati dell’Alto commissariato per i rifugiati Onu dicono che questi conflitti hanno prodotto quattro milioni di rifugiati interni, 750mila bambini malnutriti, 400mila a rischio morte per fame.
Tutto questo disastro non sembra disturbare il presidente Joseph Kabila che anzi ne approfitta per continuare a posticipare le elezioni nonostante il suo mandato (il secondo) sia scaduto a fine 2016! Kabila, al potere da 17 anni, anche se la Costituzione lo vieta, dà l’impressione di volersi presentare nuovamente alle elezioni fissate (forse) per il 23 dicembre di quest’anno.
Tale comportamento politico ha portato a gravi disordini anche nella capitale Kinshasa. Il Comitato laico di coordinamento dei cattolici (Clc), sostenuto dal cardinale di Kinshasa, Laurent Monsengwo, ha promosso in tutto il paese il 31 gennaio 2017, il 21 gennaio e il 25 febbraio 2018 “processioni” di fedeli, accompagnate da sacerdoti, perché Kabila non si ricandidi ed esca di scena. La repressione è stata feroce: 134 chiese accerchiate dalle forze armate, chiese invase da poliziotti (compresa la cattedrale di Kinshasa), parecchi preti arrestati e alcune decine persone uccise.
L’Rd Congo, oggi, sta vivendo il suo Venerdì Santo nel silenzio della stampa internazionale e nell’indifferenza del mondo.
Per questo ci appelliamo con forza ai giornalisti italiani perché rompano il silenzio sull’Rd Congo raccontando gli orrori che vi sono perpetrati, ma soprattutto spiegando la ragione di tale silenzio: gli enormi interessi internazionali in quel paese.
E ci appelliamo anche ai vescovi italiani ed europei perché sostengano i vescovi congolesi e le comunità cristiane con la preghiera, ma soprattutto con il sostegno concreto in questo loro impegno per la giustizia e i diritti umani. Perché non pensare a una delegazione di vescovi italiani ed europei che vada a visitare le comunità cristiane più provate? Non possiamo rimanere inermi di fronte a una così immane tragedia.
Direzione generale dei missionari comboniani
Missionarie comboniane – Provincia italiana
Commissione giustizie e pace – Missionari comboniani Italia
p. Efrem Tresoldi – direttore di Nigrizia
p. Alex Zanotelli – direttore di Mosaico di Pace
p. Eliseo Tacchella – già provinciale dei missionari comboniani in Rd Congo

Migranti: sono indignato!

Autore: liberospirito 4 Apr 2018, Comments (0)
Pubblichiamo la denuncia di Alex Zanotelli sull’indegno comportamento che sempre più si sta affermando in tutta Europa rispetto all’arrivo di uomini e donne migranti: “in un prossimo futuro, i popoli del Sud del mondo diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti”. C’è poco o nulla da aggiungere…
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Sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi verso i migranti,nell’indifferenza generale. Stiamo assistendo a gesti e a situazioni inaccettabili sia a livello giuridico, etico ed umano.
E’ bestiale che Destinity, donna nigeriana incinta, sia stata respinta dalla gendarmeria francese. Lasciata alla stazione di Bardonecchia, nella notte, nonostante il pancione di sei mesi e nonostante non riuscisse quasi a respirare perché affetta da linfoma. E’ morta in ospedale dopo aver partorito il bimbo:un raggio di luce di appena 700 grammi!
E’inammissibile che la Procura di Ragusa abbia messo sotto sequestro la nave spagnola Open Arms per aver soccorso dei migranti in acque internazionali, rifiutandosi di consegnarli ai libici che li avrebbero riportati nell’inferno della Libia.
E’ disumano vedere arrivare a Pozzallo sempre sulla nave Open Arms Resen, un eritreo di 22 anni che pesava 35 kg, ridotto alla fame in Libia, morto poche ore dopo in ospedale. Il sindaco che lo ha accolto fra le sue braccia , inorridito ha detto :”Erano tutti pelle e ossa, sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti”.
E’ criminale quello che sta avvenendo in Libia, dove sono rimasti quasi un milione di rifugiati che sono sottoposti-secondo il il Rapporto del segretario generale dell’ONU, A. Guterres – a “detenzione arbitraria e torture, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale, a lavori forzati e uccisioni illegali.” E nel Rapporto si condanna anche ”la condotta spregiudicata e violenta da parte della Guardia Costiera libica nei salvataggi e intercettazioni in mare.”
E’ scellerato, in questo contesto, l’accordo fatto dal governo italiano con l’uomo forte di Tripoli, El- Serraj (non c’è nessun governo in Libia!) per bloccare l’arrivo dei migranti in Europa.
E’ illegale l’invio dei soldati italiani in Niger deciso dal Parlamento italiano, senza che il governo del Niger ne sapesse nulla e che ora protesta.
E’ immorale anche l’accordo della UE con la Turchia di Erdogan con la promessa di sei miliardi di euro, per bloccare soprattutto l’arrivo in Europa dei rifugiati siriani, mentre assistiamo a sempre nuovi naufragi anche nell’Egeo: l’ultimo ha visto la morte di sette bambini!
E’ disumanizzante la condizione dei migranti nei campi profughi delle isole della Grecia. “Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi – ha detto l’arcivescovo Hyeronymous di Grecia a Lesbos – è in grado di riconoscere immediatamente, nella sua interezza la “bancarotta dell’umanità.”
E’ vergognoso che una guida alpina sia stata denunciata dalle autorità francesi e rischi cinque anni di carcere per aver aiutato una donna nigeriana in preda alle doglie  insieme al marito e agli altri due figli, trovati a 1.800 m , nella neve.
Ed è incredibile che un’Europa che ha fatto una guerra per abbattere il nazi-fascismo stia ora generando nel suo seno tanti partiti xenofobi, razzisti o fascisti.
“Europa , cosa ti è successo?”, ha chiesto ai leader della UE Papa Francesco. E’ questo anche il mio grido di dolore. Purtroppo non naufragano solo i migranti nel Mediterraneo, sta naufragando anche l’Europa come “patria dei diritti”.
Ho paura che, in un prossimo futuro, i popoli del Sud del mondo diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti. Per questo mi meraviglio del silenzio dei nostri vescovi che mi ferisce come cristiano, ma soprattutto come missionario che ha sentito sulla sua pelle cosa significa vivere dodici anni da baraccato con i baraccati di Korogocho a Nairobi (Kenya). Ma mi ferisce ancora di più il quasi silenzio degli Istituti missionari e delle Curie degli Ordini religiosi che operano in Africa. Per me è in ballo il Vangelo di quel povero Gesù di Nazareth :”Ero affamato, assetato, forestiero…” E’ quel Gesù crocifisso, torturato e sfigurato che noi cristiani veneriamo in questi giorni nelle nostre chiese, ma che ci rifiutiamo di riconoscere nella carne martoriata dei nostri fratelli e sorelle migranti. E’ questa la carne viva di Cristo oggi.
Alex Zanotelli

Sul movimento #churchtoo

Autore: liberospirito 9 Mar 2018, Comments (0)

Ieri era l’8 marzo. Per non dimenticare troppo in fretta questa giornata proponiamo la lettura di un’intervista a Letizia Tomassone, pastora valdese a Firenze, all’interno del programma radiofonico di RAI Radio1 “Culto evangelico”. La conversazione verte sul movimento #churchtoo, nato sull’esempio di #metoo, per favorire la denuncia degli abusi e delle molestie sessuali all’interno delle chiese. L’agenzia evangelica NEV ne ha pubblicato la trascrizione, che noi qui riproduciamo.

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Come dobbiamo considerare la nascita del movimento #churchtoo? È la dimostrazione che sta crescendo la consapevolezza che anche le chiese possono essere luoghi di abuso verso le persone più vulnerabili? O, al contrario, mostra che questo problema rimane ancora un tabù?

Ciò che secondo me il movimento #churchtoo fa emergere è che le chiese possono e devono essere luoghi di denuncia dell’abuso. Luoghi in cui poter dire la verità proprio a partire dalle molestie e gli abusi subiti dentro le chiese e che invece sono talvolta legittimati da un pensiero, ancora oggi ben presente, che afferma l’inferiorità delle donne.

Si tratta di superare una cultura sessista che è appoggiata teologicamente con l’idea che la donna è stata creata seconda rispetto all’uomo, con l’idea che la donna è in funzione del maschio. E che spesso si associa a una cultura omofoba anch’essa ben presente nelle chiese. Il movimento #churchtoo intende portare avanti una battaglia, che ormai ha alcuni decenni alle spalle, contro la violenza sulle donne, per fare chiarezza, dire la verità su ciò che avviene dentro le chiese e recuperare la dignità, l’integrità delle donne e dei soggetti sessualmente più deboli.

Quali storie emergono dai tweet di chi racconta di abusi subiti?

Emergono soprattutto storie di persone non credute che quando vanno a parlare di ciò che hanno subito sono invitate al silenzio, alla pazienza, all’accettazione, quasi ad un’idea antica di sacrificio. E poi emerge molto forte una cultura della purità in base alla quale se tu sei stata molestata o abusata, da bambina o da bambino, è come se tu fossi impura e spettasse quindi a te recuperare la tua integrità, la tua purezza. Al contrario la posizione di chi abusa non è mai mesa in questione. Queste storie mostrano che le chiese sono ancora strutturalmente misogine.

Nella sua esperienza di pastora e di teologa come si può affrontare efficacemente la questione degli abusi nelle Chiese?

Certamente parlandone, come donne, ma coinvolgendo molto anche gli uomini affinché riflettano sulle loro esperienze, sulle violenze subite e vissute. Riflettendo anche sulla violenza diffusa nelle famiglie. Quindi il primo punto è non considerare questo tema un tabù ma portarlo in primo piano.

Mi ha colpito molto anche la riflessione delle chiese della Nuova Zelanda sulla crocifissione come un momento in cui Gesù vien denudato e abusato sessualmente. Ricordo un discorso di questo genere, emotivamente molto forte, proposto qualche anno fa in Italia da Giovanni Franzoni rispetto al fatto che la tortura che Gesù subisce nel momento della spogliazione poteva sicuramente comprendere anche l’abuso sessuale.

Vorrei inoltre ricordare altri due strumenti che le chiese italiane hanno a disposizione: l’appello ecumenico contro la violenza sulle donne del 2015, firmato da tutte le chiese italiane; e l’Osservatorio che il Segretariato attività ecumeniche (SAE) ha messo in piedi proprio sui temi della violenza contro le donne e della violenza sessuale.

 

Che genere di violenze

Autore: liberospirito 7 Mar 2018, Comments (0)

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Segnaliamo il calendario di un’iniziativa che si svolgerà tra marzo e giugno a Albugnano (Asti) sulla violenza di genere, organizzato dalla Comunità di Base di Torino e dalla Fraternità Emmaus di Albugnano. Il titolo dell’intero ciclo è Che genere di violenze. Questo il programma:

domenica 18 marzo: Giorgia Reiser, psicologa, associazione rete donna – Perchè le donne spesso tollerano la violenza? Nelle relazioni interpersonali fra uomo e donna esiste una “normale violenza quotidiana” iscritta nel sistema di valori patriarcale che interroga gli uomini ma anche le donne ed il significato stesso dell’amore.

domenica 8 aprile (mattino): Stefano Ciccone, associazione Maschile Plurale – Spunti di confronto per il cambiamento dei modelli sessisti e patriarcali. Percorsi di ricerca maschili fuori dalla violenza.

domenica 8 aprile (pomeriggio): Anna Avidano, CISV Onlus  – Lotta alla violenza di genere. Dal Guatemala qualche idea per un processo integrale.

domenica 3 giugno: Maria Bonafede, pastora valdese – “Se Dio è Maschio i maschi si credono dio”: come l’immagine maschile costruita su Dio ha condizionato l’identità e le relazioni, e posto le fondamenta del patriarcato.

Gli incontri si svolgeranno presso la Cascina Penseglio ad Albugnano, dalle 10 alle 17. Per il pranzo è necessario prenotarsi direttamente in cascina al n. tel. 011 9920841.

Alle ore 15,30 si celebrerà l’Eucarestia. Per altre info tel: 011 8981510, 011 733724, 011 9573272

 

In principio era il femminile

Autore: liberospirito 16 Feb 2018, Comments (0)

Tanto per rimanere in tema di teologia e femminicidio (di cui si è parlato nel precedente post): quanto segue è un articolo del teologo brasiliano Leonardo Boff (tratto da https://leonardoboff.wordpress.com – la traduzione è a cura di Romano Baraglia e Lidia Arato). Qui la riflessione prende avvio dall’esposizione di alcuni dati provenienti da vari campi delle scienze, per estendere poi l’attenzione alle potenzialità espresse e inespresse dell’essere umano, offrendo così un contributo al dibattito in corso sul femminile, “profondamente distorto dalla cultura patriarcale dominante”.

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Il presente testo vuol essere un piccolo contributo al dibattito sul femminile, profondamente distorto dalla cultura patriarcale dominante. E tanto per cominciare, affermiamo fin da adesso che il femminile è venuto prima. Vediamo come è nato nel processo di sesso-genesi. Varie sono state le tappe.

La vita esisteva sulla Terra già 3,8 miliardi di anni fa. L’antenato comune di tutti i viventi è stato probabilmente un batterio unicellulare senza nucleo che si moltiplicava per divisione interna, a una velocità spaventosa. Questo durò circa un miliardo di anni.

Due miliardi di anni fa, nasceva una cellula con membrana e due nuclei, dentro i quali si trovavano i cromosomi. In questa si identifica l’origine del sesso. Quando avveniva lo scambio di nuclei tra due cellule binucleate, si generava un unico nucleo, con cromosomi appaiati. Prima, erano le cellule che si suddividevano, adesso avviene lo scambio tra due cellule differenti e i loro nuclei. La cellula si riproduce sessualmente a partire dall’incontro con un’altra cellula. Avviene cosi la simbiosi – composizione di differenti elementi – che insieme con la selezione naturale rappresenta la forza più importante dell’evoluzione. Tale fatto ha delle conseguenze filosofiche: la vita è intessuta più di scambi, di cooperazione e simbiosi che di lotta competitiva per la sopravvivenza.

Nei primi due miliardi di anni, negli oceani, da dove la vita aveva fatto irruzione in terra ferma, non esistevano organi sessuali specifici, ma solo un’esistenza femminile generalizzata che nel grande utero degli oceani, dei laghi e dei fiumi generava vita. In questo senso possiamo dire che il principio femminile è stato primo e originario.

Soltanto quando esseri vivi lasciarono il mare, lentamente nacque il pene, qualcosa di maschile, che toccando la cellula passava ad essa parte del suo DNA, dove stanno i geni.

Circa 370 milioni di anni fa con l’apparizione dei vertebrati (come i rettili) questi misero in essere l’uovo amniotico pieno di nutrienti e consolidarono la vita sulla terra ferma. Con l’apparizione dei mammiferi, circa 125 milioni di anni fa nasceva ormai una sessualità definita in termini di maschio e femmina. E’ qui che compaiono i comportamenti di cura, di amore e difesa della prole. Circa 70 milioni di anni fa apparve il nostro antenato mammifero che viveva tra il fogliame degli alberi, nutrendosi di gemme e fiori. Con la scomparsa dei dinosauri, 67 milioni di anni fa poterono scendere al suolo e svilupparsi fino ai nostri giorni.

C’è anche il sesso genetico-cellulare umano che presenta il quadro seguente: la donna si caratterizza per 22 paia di cromosomi somatici più due cromosomi X (XX). Quello dell’uomo consta pure di 22 paia di cromosomi ma appena un cromosoma X (XY). Da qui si capisce che il sesso base è femminile (XX) essendo che quello maschile (XY) rappresenta una derivazione sua per un unico cromosoma (Y). Pertanto non c’è un sesso assoluto, ma solo uno dominante. In ciascuno di noi uomini e donne “esiste un secondo sesso”.

Ancora. In riferimento al sesso gonadico è importante notare che nelle prime settimane, l’embrione si presenta come androgino, vale a dire che possiede tutte e due le possibilità sessuali, femminile o maschile. A partire dall’ottava settimana, se un cromosoma maschile Y penetra nell’uovo femminile durante la fecondazione, mediante l’ormone androgeno la definizione sessuale sarà maschile.

Se non succede niente, prevale la base comune femminile. In termini di sesso gonadico possiamo dire che il cammino femminile è primordiale. A partire dal femminile avviene la differenziazione, il che non autorizza il fantasioso “principio di Adamo”. La rotta del maschile è una modificazione della matrice femminile, a causa della secrezione dell’androgeno attraverso i testicoli.

In fine esiste il sesso ormonale. Tutte le ghiandole sessuali nell’uomo e nella donna sono governate dall’ipofisi, sessualmente neutra e dall’ipotalamo che è sessuato. Queste ghiandole secernono nell’ uomo e nella donna i due ormoni: androgeno (maschile) e estrogeno (femminile). Sono responsabili per le caratteristiche secondarie della sessualità. La predominanza di uno o dell’altro ormone produrrà una configurazione e un comportamento con caratteristiche femminili o maschili. Se nell’uomo c’è un impregnazione maggiore di estrogeno, avrà alcuni tratti femminili; la stessa cosa succede in riferimento all’androgeno.

È opportuno notare che la sessualità possiede una dimensione ontologica. L’essere umano non possiede sesso. E’ sessuato in tutte le sue dimensioni corporali, mentali e spirituali. Fino all’emersione della sessualità, il mondo è degli stessi e degli identici. Con la sessualità emerge la differenziazione per lo scambio tra differenti.

Sono differenti per poter inter-relazionarsi e stabilire legami di convivenza. E’ quel che avviene con la sessualità umana: ognuno, oltre la forza istintiva che sente dentro di sé, sente pure la necessità di canalizzare tale forza. Vuole amare e essere amato, non per imposizioni ma per libertà. La sessualità sboccia nell’amore, la forza più importante “che muove il cielo e le stelle” (Dante) e anche i nostri cuori. E’ la suprema realizzazione che l’essere umano può desiderare. Ma, attenzione: il femminile è venuto prima, è la base.

Leonardo Boff

Atwood, Benetton e la Patagonia

Autore: liberospirito 5 Set 2017, Comments (0)
Ritorniamo a parlare del conflitto da tempo in corso in Patagonia, tra il popolo indigeno dei Mapuche e il gruppo Benetton (ne abbiamo già detto qui). L’intervento è per mano di Mimmo Limongiello ed è apparso su www.ildialogo.org. Tutto parte da una mostra veneziana promossa dalla Fondazione Benetton, in cui si dà spazio ai popoli nativi, laddove da decenni i Mapuche argentini in Patagonia si stanno battendo per difendere i propri diritti contro la pesante ingerenza del gruppo veneto. Nell’articolo si parla anche della scrittrice canadese Margaret Atwood – da sempre a favore dei diritti delle popolazioni indigene – e del suo improvvido coinvolgimento nell’iniziativa veneziana.
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L’altro giorno leggendo su “La Lettura-Corriere della Sera” della mostra Great and North (“Grande e Nord”), organizzata a Venezia dalla Fondazione Benetton, abbiamo fatto un salto sulla sedia.
L’esposizione, che si apre oggi a Palazzo Loredan, coinvolge 759 artisti statunitensi e canadesi, con ben due sezioni dedicate, udite, udite, all’arte delle popolazioni native nord-americane: Land of Artic Ice (“La terra del ghiaccio artico”), in cui sono esposte opere degli Inuit, e Native Art Visual Visions (“Visioni dell’arte visiva dei nativi”), sull’arte degli indigeni del Nord America. E già basterebbe a farci venire l’orticaria, pensando alle vicende che da decenni in Patagonia contrappongono i Mapuche argentini al gruppo veneto, i cui proprietari, cosiddetti “imprenditori illuminati”, evidentemente sanno bene che gli indiani canadesi non possono dare fastidio alle loro pecore – troppo distanti! – ma solo a chi costruisce oleodotti.
Come se non bastasse, nello stesso foglio trova largo spazio la notizia che all’iniziativa prende parte, con un piccolo autoritratto, anche la celebre scrittrice canadese Margaret Atwood, che nell’intervista della pagina accanto, dal titolo “C’è un altro Nord”, si diffonde in una appassionata e giusta analisi dell’America trumpiana.
Dice di non essere certa di che cosa significhi lo slogan Make America Great Again, “A quale parte della storia americana ci si riferisce? Alla schiavitù? Alla guerra civile? Al massacro della popolazione nativa, come in California? …O a che cos’altro? Cosa significa “grande”? Grande dovrebbe essere un luogo dove tutti possono vivere insieme in un modo o nell’altro, senza che ciò implichi che l’uno calpesti e sottometta l’altro. Giusto?”. Continua dicendo che pur non considerandosi una vera artista ha contribuito con un autoritratto ironico alla mostra dei Benetton.
Restiamo basiti. La Atwood è universalmente conosciuta come attivista di Amnesty International e intellettuale impegnata da sempre a favore dei diritti delle donne e degli indigeni. Nel suo celebre romanzo Alias Grace, che racconta una storia vera da sempre nella memoria collettiva del Canada, tocca temi sensibilissimi e drammatici di stretta attualità: la convivenza delle culture; il fallimento dell’ideologia del pioniere americano, metaforizzato dal fallimento esistenziale del personaggio maschi- le, il dottor Jordan, incapace di accettare la diversità. E utilizza persino la forza simbolica delle riproduzioni di trapunte tradizionali degli indigeni dell’Ontario poste all’inizio di ogni capitolo del libro.
E allora? Come si concilia tutto questo con la partecipazione all’iniziativa veneziana?
Facciamo un rapido giro di telefonate e ci rendiamo conto che non se ne sa molto. Contattiamo la redazione de “il manifesto”, vedremo se almeno loro vorranno occuparsene.
La Benetton possiede 900mila ettari di territorio ancestrale dei Mapuche nella Patagonia argentina. L’immensa proprietà – grande all’incirca come le Marche – fu acquistata dalla società veneta nel 1991 per 50 milioni di dollari dal colosso Tierras de Sur Argentino. Poco dopo, come nella migliore prassi neo-colonialista, iniziò lo sfruttamento dell’area completamente disboscata, e coltivata per sfamare le 260mila pecore che producono 1 milione 300 mila chili di lana all’anno con destinazione Italia, dove vengono trasformati in maglioni. Tutto questo comportò l’espulsione dei Mapuche dalla terra che abitavano da millenni. Il loro diritto all’autodeterminazione fu, al solito, biecamente calpestato. Migliaia di famiglie indigene disperate, senza più mezzi di sussistenza, violate, come sempre, nella loro identità culturale, iniziarono una lunga lotta nonviolenta a difesa dei loro diritti. Ancora nel gennaio scorso, dietro denuncia della Benetton, la gendarmeria argentina ha di nuovo attaccato con estrema violenza gruppi di Mapuche, colpevoli soltanto di aver ripreso possesso di alcuni dei loro territori. Attivisti indios sono stati brutalmente picchiati, legati e trascinati; le loro abitazioni sono state incendiate senza pietà, e i loro animali abbattuti.
Negli anni molte sono state le controversie giudiziarie che hanno contrapposto questo popolo coraggiosissimo al colosso italiano. E a nulla sono valse le proteste internazionali, le lettere aperte del Nobel Perez Esquivel, gli appelli alla ragionevolezza. Più volte il presidente della Benetton ha dichiarato che “il diritto di proprietà rappresenta il fondamento stesso della società civile”. Vorremmo ricordare, ancora una volta, al potente imprenditore che esistono documenti ONU che sanciscono il diritto per tutti i popoli a perseguire in piena libertà il loro sviluppo economico, sociale e culturale, e che inoltre per i Mapuche, che vivono in una cultura comunitaria, è incomprensibile il concetto di proprietà privata, con buona pace dei neo-colonizzatori del terzo millennio.
La Atwood sicuramente ignora, in buona fede, tutto questo. Certamente non sa che già in passato la Benetton ha cercato di cambiare le carte in tavola con altre iniziative simili alla mostra allestita a Venezia. Come quando decise di donare alla cittadina di Leleque, nella provincia argentina del Chubut, un museo delle tradizioni e della storia locali.
Informeremo di tutto questo la scrittrice canadese. Siamo sicuri che, come noi, sa quanto sbagliano tutti quelli che ancora credono di potersi liberare di 400 milioni di nativi del mondo – combattivi difensori delle loro identità e grandi custodi della Terra – riducendoli a reperti culturali di un insignificante passato.
Mimmo Limongiello

Endlösung (la soluzione finale)

Autore: liberospirito 30 Ago 2017, Comments (0)

Sempre sulla questione-migranti. Per forza di cose, con tutto quello che sta accadendo, con l’ipocrisia di politici e media. Questa volta si tratta di un intervento di Franco Berardi Bifo (apparso su http://effimera.org) in cui si dice, in modo chiaro e semplice, in cosa consistono gli accordi del vertice UE di Parigi appena concluso e quali conseguenze porteranno. Tutt’altro che buone, sia per i migranti, ma anche per noi europei, che alla fine ne pagheremo le conseguenze (“chi semina vento, raccoglie tempesta”, Osea 8,7).

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Finalmente l’Europa ritrova l’unità: uno stalinista convertito al nazismo, di nome Marco Minniti, ha indicato la linea della nuova Unione: la soluzione finale diviene legge europea. Pagheremo (poco) perché i nostri Gauleiter africani impediscano ai migranti di raggiungere il mare. Come faranno non ha importanza per i nazisti europei. Ma non ci vuole molta fantasia per immaginarlo.

Il piano d’azione elaborato ieri all’Eliseo prevede “un’identificazione nei Paesi di transito” attraverso “una cooperazione con i Paesi africani con una presenza anche militare sul campo”, ha aggiunto Macron. Noi forniremo le armi e un po’ di spiccioli, i militari di Libia, Ciad, Mali e Niger provvederanno a impedire che milioni di uomini e donne, che il colonialismo e il riscaldamento globale hanno ridotto alla fame, possano emigrare.

Dal 1940 il nazionalsocialismo usò l’espressione “soluzione finale” per definire gli spostamenti forzati e le deportazioni (“evacuazioni”) della popolazione ebraica che si trovava allora nei territori controllati dalla Wehrmacht. A partire dall’agosto del 1941, questo governo degli spostamenti si trasformò nello sterminio sistematico della popolazione indesiderata.

Mi dispiace insistere, ma l’Europa è tornata esattamente allo stesso punto, anche se le vittime di quello che Minniti chiama governo della migrazione sono enormemente più numerose.
Ma esiste ancora l’Unione europea?

Non so, ditemelo voi: l’Austria manda le truppe al Brennero per bloccare gli arrivi dall’Italia, il presidente francese che qualche mese fa tutti salutavano come l’anti-Trump nazionalizza i cantieri di Saint Nazaire per impedire che un paese straniero possa acquisire la maggioranza in un’azienda di interessa nazionale, dichiarando coi fatti che il globalismo della finanza si sposa al protezionismo dell’economia. 

Nel frattempo in Libia si svolge una guerra tra Haftar e Serraj che in effetti è una proxy war tra Italia e Francia per il controllo delle risorse petrolifere.

Come unione va detto: non è proprio gran che. Ma su qualcosa l’Europa è unita. 

Negli ultimi dieci anni è stata unita nell’imporre misure finanziarie rivolte al trasferimento delle risorse dalla società al sistema bancario, col risultato di devastare la vita sociale in molti paesi, soprattuto quelli del sud.

La società è impoverita al punto che i cittadini europei, impotenti a fermare la violenza di chi è più forte di loro (il sistema finanziario) cercano un capro espiatorio, qualcuno più debole di loro da perseguitare, rinchiudere, sterminare.

Non è esattamente quello che accadde negli anni ’20 e ’30 in Germania? Dopo la prima guerra mondiale Maynard Keynes lo aveva scritto in un libro intitolato Le conseguenze economiche della guerra. Alle potenze vincitrici riunite a Versailles aveva detto: non imponete alla Germania misure punitive che provochino l’umiliazione e l’impoverimento, il popolo tedesco potrebbe reagire in modo violento.

Non lo ascoltarono. Le decisioni del Congresso di Versailles portarono alla rovina dell’economia tedesca e il popolo tedesco si riconobbe in un un uomo e in un partito che proponevano l’eliminazione dei rom, dei comunisti e degli ebrei.

Similmente negli ultimi anni molti hanno detto: non distruggete i servizi sociali e la vita quotidiana degli europei, altrimenti il popolo europeo cercherà un modo per vendicarsi contro qualcuno che non possa reagire.

Il momento è giunto. L’Unione è stata in questi anni uno strumento per lo spostamento di risorse dalla società al sistema bancario, ora l’Unione si trasforma in macchina per lo sterminio. I nazisti la chiamarono soluzione finaleIl vertice europeo di Parigi di ieri ha deciso che lo stalino-nazista Minniti è la sua guida. Finanzieremo (poco ma abbastanza) i militari libici e africani perché incarcerino, affamino, violentino, torturino e sterminino chi vorrebbe raggiungere il mare. Puniremo le Ong che si permettono di salvare la vita a chi ha osato superare il muro militare.

Credo che possiamo chiamarla soluzione finaleC’è modo di fermare questo orrore? Non lo so.

Quel che so per certo è che la guerra che gli europei hanno scatenato contro l’umanità è destinata a diffondersi nelle nostre città che nei prossimi anni diverranno sempre più teatro del terrore scatenato. E quella guerra si trasformerà in guerra civile europea.

L’Unione è morta da un pezzo.  Ora è morta anche la pietà, pietà l’è morta, e nei prossimi anni assisteremo all’estinzione della civiltà europea in ogni luogo di vita collettiva. 

Come a piazza San Carlo di Torino ben presto avremo paura di ogni botto, di ogni urlo e di ogni sussurro, perché sappiamo di essere criminali nazisti, e sappiamo che prima o poi chi semina vento raccoglie tempesta, come in Texas stanno imparando in queste ore.

Requiem.

Franco Berardi Bifo

Quanto riportiamo sotto è un intervento di Mussie Zerai, prete cattolico eritreo, da tempo impegnato nel sostegno ai migranti provenienti dal Mediterraneo. Nel 2015 è stato anche nominato al Nobel per la pace; più recentemente invece è stato sottoposto a indagine da parte dell’autorità giudiziaria italiana per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nel testo si parla delle decisioni politiche ipocrite e disumane prese dall’Italia e dagli altri paesi dell’Unione Europea.

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l blocco per le navi delle Ong a 97 miglia dalle coste africane, ordinato dal Governo di Tripoli con il nulla osta ed anzi il plauso dell’Italia e dell’Unione Europea, chiude il cerchio di quella che appare quasi una guerra contro i migranti nel Mediterraneo. La situazione dei soccorsi ai battelli carichi di profughi che chiedono asilo e rifugio in Europa, viene riportata a quella creatasi all’indomani dell’abolizione del progetto Mare Nostrum quando, dovendo partire le navi da centinaia di chilometri di distanza per rispondere alle richieste di aiuto, ci fu immediatamente una moltiplicazione delle vittime e delle sofferenze. Non a caso, prima Medici Senza Frontiere e poi anche Save the Children e Sea Eye, hanno deciso di sospendere le operazioni di salvataggio in mare: troppo lunga la distanza da percorrere per fronteggiare con efficacia emergenze nelle quali anche un solo minuto di ritardo può risultare decisivo e, soprattutto, troppo rischioso – per sé ma ancora di più per i migranti – sfidare le minacce della Guardia Costiera libica, la quale non esita a sparare contro le unità dei soccorritori, come dimostra tutta una serie di episodi, incluso quello denunciato proprio in questi giorni dalla Ong spagnola Proactiva Open Arms.
La decisione di dare “mano libera” alla Libia purché, attuando veri e propri respingimenti di massa, si addossi il lavoro sporco di fermare profughi e migranti prima ancora che possano imbarcarsi o a poche miglia dalla riva, è il capitolo conclusivo della politica che, iniziata con il Processo di Rabat (2006) e proseguita con il Processo di Khartoum (novembre 2014), con gli accordi di Malta (novembre 2015) e il patto con la Turchia (marzo 2016), mira a esternalizzare fino al Sahara le frontiere della Fortezza Europa, confinando al di là di quella barriera migliaia di disperati in cerca solo di salvezza da guerre, persecuzioni, fame, carestia, e intrappolando nel caos della Libia quelli che riescono ad entrare o sono intercettati in mare e riportati di forza in Africa. Tutto ciò a prescindere dalla libertà, dalla volontà e dalle storie individuali dei migranti, calpestandone i diritti sanciti dalle norme internazionali e dalla Convenzione di Ginevra e senza tener conto della sorte che li aspetta, in Libia, nei centri di detenzione governativi, nelle prigioni- lager dei trafficanti, lungo la faticosa marcia dal deserto alla costa del Mediterraneo. Una sorte orrenda, come denunciano da anni, in decine di rapporti, la missione Onu in Libia, l’Unhcr, l’Oim, l’Oxfam, Ong come Amnesty, Human Rigts Watch, Medici Senza Frontiere, Medici per i Diritti Umani, numerose associazioni umanitarie, diplomatici, giornalisti, volontari. Rapporti che parlano di uccisioni, riduzione in schiavitù, stupri sistematici, lavoro forzato, maltrattamenti e violenze di ogni genere come diffusa pratica quotidiana. Non a caso il procuratore Fatu Bensouda ha annunciato sin dal maggio scorso, di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che la Corte Penale Internazionale ha aperto un’inchiesta su quanto sta accadendo ai migranti in Libia nei cosiddetti “centri di accoglienza” e su certi episodi che riguardano la stessa Guardia Costiera, avanzando l’ipotesi anche di “crimini contro l’umanità”.
Chiunque sia artefice di questa politica di respingimento e chiusura totale e chiunque la sostenga – sorvolando, tra l’altro, sul fatto che la Libia si è sempre rifiutata di firmare la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati – si rende complice di tutti questi orrori e prima o poi sarà chiamato a risponderne. Domani sicuramente di fronte alla Storia ma oggi, c’è da credere, anche di fronte a una corte di giustizia. Non mancano, infatti, diversi ricorsi a varie corti europee promossi da giuristi, associazioni, Ong, mentre anche il Tribunale permanente dei popoli, nella sessione convocata a Barcellona il 7 luglio, ha posto al centro della sua istruttoria il rapporto di causa-effetto tra le politiche europee sull’immigrazione e la strage in atto.
Alla luce di tutto questo, l’agenzia Habeshia fa appello alla comunità internazionale e alla società civile dell’intera Europa perché contestino le scelte effettuate dalle istituzioni politiche dell’Unione e dei singoli Stati e le inducano a un radicale ripensamento, revocando tutti i provvedimenti di blocco, istituendo canali legali di immigrazione e riformando il sistema di accoglienza, oggi diverso da Paese a Paese, per arrivare a un programma unico con quote obbligatorie, condiviso, accettato e applicato da tutti gli Stati Ue.
A tutti i media e ai singoli giornalisti, in particolare, l’Agenzia Habeshia fa appello perché raccontino giorno per giorno le morti e gli orrori che avvengono nell’inferno ai quali i migranti sono condannati, in Libia e negli altri paesi di transito o di prima sosta, dalla politica della Fortezza Europa, preoccupata solo di blindare sempre di più i propri confini, senza offrire alcuna alternativa di salvezza ai disperati che bussano alle sue porte. Serve come non mai, oggi, una informazione precisa, dettagliata, puntuale, continua perché nessuno possa dire: “Non sapevo…”.
Mussie Zerai

Pubblichiamo (riprendendolo dal sito www.ilgrandecolibri.com) la traduzione di un interessante articolo di Candida Moss, docente di Nuovo Testamento e Cristianesimo delle origini all’Università di Notre Dame (Indiana, USA). Il tema è quello dell’intersessualità visto come aspetto particolare di un più vasto discorso riguardante il rapporto tra identità di genere e religione.

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E’ di questa settimana la notizia che il Vaticano starebbe invitando rappresentanti delle religioni di tutto il mondo ad una conferenza a fine novembre sulla “complementarietà tra l’uomo e la donna”. Arriveranno da ventitré paesi i partecipanti alla conferenza, tra i quali ci saranno relatori ebrei, induisti, musulmani e anche protestanti conservatori, come il pastore Rick Warren, fondatore di una megachurch [The Washington Post; anche BiJew Bijou]. Dopo la recente tempesta mediatica sull’”ammorbidimento” della posizione della Chiesa cattolica sui matrimoni tra persone dello stesso sesso e sul divorzio, l’annuncio di una conferenza sui ruoli “complementari” (leggi: differenti e non necessariamente uguali) degli uomini e delle donne è passato quasi completamente inosservato. Semplicemente non si adatta all’immagine che il pubblico ha di papa Francesco.

Le femministe dovrebbero preoccuparsi perché vengono invocati i ruoli tradizionali, ma in questa discussione c’è un problema ancora più grave: i gruppi religiosi quando parleranno di intersessualità?

L’ignoranza circa l’esistenza di persone con condizioni di intersessualità non è sicuramente limitata ai religiosi. Nota anche come ermafroditismo o variazioni della differenziazione sessuale (differences of sex development; DSD), intersessualità è un termine generico usato per descrivere tutta una serie di condizioni in cui l’anatomia sessuale di una persona non rientra nelle definizioni convenzionali di “maschio” e “femmina”. A volte l’intersessualità è già evidente dalla nascita, ma altre volte si manifesta più tardi nella vita, soprattutto durante la pubertà.

Non avete mai dedicato grandi riflessioni all’intersessualità? Non siete solamente voi a non averlo fatto. Anche se circa una persona ogni 20mila [Intersex Society of North America] nasce intersessuale (più o meno la stessa quantità di persone che nascono con la fibrosi cistica o con la sindrome di Down), se ne parla raramente, anche perché i medici hanno adottato un modus operandi incentrato sull’occultamento e che punta a normalizzare i corpi attraverso interventi chirurgici e farmaceutici e spesso addirittura a nascondere l’intersessualità del paziente.

Inoltre è sorprendente quanto anche tra i medici manchi il consenso su una definizione precisa dell’intersessualità. E’ sufficiente la presenza di organi genitali atipici e “ambigui”? Si tratta di una questione di ormoni o di DNA? Perché una persona sia considerata intersessuale, è necessaria la compresenza di tessuti ovarici e testicolari? I medici hanno dibattuto vivacemente su domande di questo tipo per più di 150 anni, in parte anche perché l’intersessualità è, come afferma la Società intersessuale del Nordamerica [Intersex Society of North America], “una categoria costruita socialmente”. Abbiamo diviso il mondo in maschi e femmine e qualsiasi varietà biologica che non rientrava a sufficienza in questo schema è stata etichettata come “intersessualità”.

La verità è che, da un punto di vista biologico, ci sono tantissime forme di diversità: l’intersessualità non è una terza categoria, ma un insieme di configurazioni biologiche che rivelano quanto fluido sia davvero il genere.

Alice Domurat Dreger, autrice di Hermaphrodites and the Medical Invention of Sex, ha detto al Daily Beast che il binarismo maschio/femmina è accurato solo “se si considerano alcuni metodi di misurazione: le toilette, la maggior parte dei moduli di registrazione dei pazienti, le cerimonie dei matrimoni tra repubblicani. Ma in termini di natura quasi tutti i tratti biologici si mischiano lungo uno spettro che unisce le due estremità attorno alle quali la maggioranza di noi è raggruppata. Quindi, anche se sembriamo ammassati su queste due estremità, i nostri sessi possono variare in moltissimi modi”.

Mentre gli attivisti intersessuali hanno fatto un eccellente lavoro di rieducazione della professione medica circa i pericoli di una indiscriminata assegnazione del genere che non tenga conto della volontà della persona, il nostro impegno culturale nei confronti del binarismo maschio/femmina è collegato alle regole maggioritarie, alla tradizione, alla cultura e al potere. E una parte rilevante di questa tradizione riguarda il cristianesimo. Secondo la Genesi, quando Dio creò l’umanità, creò “l’essere umano a sua immagine” e “maschio e femmina li creò”. L’idea che gli esseri umani siano stati creati a immagine di Dio e divisi in due elementi complementari all’interno di una coppia ha lasciato una traccia profonda nel nostro modo di analizzare il mondo.

L’idea che i corpi intersessuali siano “aberranti” o che siano il risultato di “difetti alla nascita” è perpetuata da una mancanza di familiarità con l’intersessualità. Oggi anche i cristiani intersessuali che scelgono la castità e che si impegnano a seguire i modelli familiari tradizionali affrontano lo stigma e il giudizio sociale dei loro pari.

Ma non è sempre stato così. La variabilità biologica era celebrata nel pantheon degli dei. Il dio Ermafrodito era rappresentato nell’arte greco-romana come una figura femminile dotata contemporaneamente di seni e organi genitali maschili e nel mondo antico molti avevano familiarità con il mito dell’androgino: un’entità primordiale bi-personale con due organi genitali (a volte entrambi maschili, a volte entrambi femminili, a volte uno maschile e uno femminile) che finì divisa in due. L’idea è immortalata nel discorso di Aristofane nel Simposio di Platone ed è riemersa nella cultura popolare nella canzone The origins of love nel film Hedwig – La diva con qualcosa in più.

Anche le radici bibliche del genere sono più ambigue di quanto pensi la gente. Le stesse storie della creazione sono suscettibili di interpretazione. Gli interpreti più antichi delle storie della creazione nella Genesi hanno notato come Dio abbia creato gli esseri umani due volte: la prima quando ha creato l’umanità a sua immagine e somiglianza e la seconda quando ha plasmato Adamo e ha usato una sua costola per plasmare Eva. Affrontando questa stranezza, Genesi Rabba, la raccolta classica dell’antica esegesi ebraica sul primo libro della Bibbia, suggerisce che Dio prima abbia creato un androgino a sua immagine e solo più tardi lo abbia diviso in maschio e femmina. Secondo questa interpretazione, soltanto le persone intersessuali sarebbero state create a immagine di Dio.

Anche la famosa affermazione di Paolo nella lettera ai Galati secondo cui “non c’è più uomo né donna […] in Cristo Gesù” può essere facilmente letta come una dichiarazione di sostegno divino nei confronti di coloro che sono sia maschio che femmina o che non sono né maschio né femmina. Le definizioni di sesso e genere, infatti, furono contestate nella Chiesa delle origini.

Come mi ha detto Benjamin Dunning, professore di teologia, di letteratura comparata e di women’s studies all’università Fordham di New York, “le polemiche religiose contro i fedeli lesbiche, gay, bisessuali e transgender tendono a far proprio un concetto di divisione sessuale univoco, fisso e immutabile (maschile e femminile) e poi ricorrono all’autorità della tradizione come sostegno. Ma un attento lavoro storiografico sulle fonti cristiane antiche dimostra come in realtà stiamo abbandonando la tradizione quando sosteniamo in quanto cristiani che sesso e genere siano auto-evidenti”.

Nonostante tutte le antiche figure religiose che non rientravano nel binarismo di genere, nel periodo pre-moderno gli ermafroditi erano spesso considerati come dei mostri, ma la loro era una condizione con cui convivere. Solo con lo sviluppo della tecnologia medica i chirurghi riuscirono a eliminare l’ansia sociale sul genere tagliando via, in senso letterale, l’ambiguità dal corpo umano. Praticate per la prima volta nel 1779, le operazioni di assegnazione del sesso divennero sempre più popolari dall’Ottocento in avanti. A partire dagli anni Cinquanta del Novecento la rapida assegnazione del genere al neonato con un genere ambiguo è diventata routine.

Mentre alcune forme di variazione della differenziazione sessuale (DSD) richiedono un’attenzione medica accurata, la maggior parte dei casi non richiede un intervento chirurgico violento, però le pressioni sociali per mettere sotto controllo le norme del genere hanno alimentato la pratica diffusa di assegnare chirurgicamente un genere alla nascita. E questo, a sua volta, ha rafforzato la visione religiosa di un binarismo imposto da Dio.

Stranamente, e nonostante migliaia di anni di teorie su sesso e genere, nel dibattito religioso moderno ci si occupa molto raramente di intersessualità. E quando ce ne si occupa, la maggior parte delle volte lo si fa in chiave strumentale per rimproverare le persone transessuali e per promuovere la castità.

Una delle ragioni di questa situazione è l’alta posta in gioco. Se si riconoscesse che il mondo non è nettamente diviso in uomini e donne, allora alcune questioni politiche fortemente sensibili come il matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’identità transessuale diventerebbero punti aperti al dibattito. Su quali basi possiamo fare obiezioni contro la riassegnazione del genere voluta dal paziente quando l’assegnazione del genere non voluta dal paziente è praticata come routine? Se ci si rendesse conto che i tratti biologici usati per determinare il sesso ricadono all’interno di uno spettro, allora la patologizzazione dell’intersessualità non sarebbe più praticabile. E sarebbe difficile opporsi ai matrimoni omosessuali quando sono già state celebrate così tante unioni che sfidano il binarismo.

Il potere dei corpi intersessuali risiede nella loro capacità di perturbare le norme sociali. Nel fare pressioni per arginare la marea degli interventi chirurgici sui bambini, gli attivisti intersessuali hanno rassicurato l’establishment medico sul fatto di non essere interessati a rompere lo status quo. La verità è che l’intersessualità potrebbe essere l’asso nella manica nella battaglia culturale su sesso e genere.

Candida Moss

Riportiamo alcune dichiarazioni rilasciate da Alex Zanotelli nella puntata trasmessa venerdì 4 agosto di ‘In onda’, su La 7 (noi riprendiamo il testo da http://it.blastingnews.com).  L’intervista riguardava gli sviluppi di questi ultimi giorni circa gli sbarchi dei profughi e la campagna in corso contro le ONG. Ecco alcune parti salienti di ciò che è stato detto.

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Sui migranti un giorno diranno di noi quello che noi diciamo dei nazisti e della Shoah 

Alex Zanotelli ha esordito dicendo: “Mi dispiace vedere che questo attacco alle ONG che si sta ripetendo in tutta Europa è funzionale a tutto un discorso che ha il sottofondo del razzismo. C’è tutto un sottofondo che sta emergendo e non ho problemi a dire che il razzismo sta crescendo. Questo fa chi si esprime mettendo sospetti sulle ONG, le quali invece tentano di fare un lavoro che gli Stati europei dovrebbero fare. In questo Mediterraneo ci sono seppellite più 50.000 persone. Penso che un giorno diranno di noi di quello che noi diciamo della Shoah e dei nazisti, perché abbiamo assistito a questo scempio incredibile. E’ ora che ci svegliamo e prendiamo un’iniziativa”.

Abbiamo costretto l’Africa ad accordi che porteranno ancora più fame: ci saranno altri 50 milioni di profughi

Poi Zanotelli ha proseguito, commentando una recente dichiarazione di Matteo Renzi: “A me è spiaciuto leggere che Renzi sia andato a prendere dalla Lega la frase ‘aiutiamolo a casa loro’. Ma magari li aiutassimo a casa loro, ma come può un governo come quello italiano dire questo dopo aver tagliato i fondi alla cooperazione, che è ai minimi termini. Non solo: facciamo una politica che è quella dei nostri affari, delle banche, dell’ENI e di Finmeccanica. Il problema è politico: noi come Italia ed Europa stiamo strozzando l’Africa con gli EPA (Economic Partnership Agreement), ovvero accordi forzati sull’Africa, che non li voleva, con i quali obbligheremo i paesi africani a togliere i dazi, mentre la nostra agricoltura è sovvenzionata da 50 miliardi di euro all’anno. Saremo capaci di svendere i nostri prodotti in Africa, ma gli africani non potranno competere e faranno la fame. Dopo ci sarà certamente molta più fame di prima. Io cito l’ONU e dico che entro il 2050 i 3/4 dell’Africa sarà non abitabile e l’ONU si aspetta 250 milioni di profughi climatici, di cui 50 milioni dalla sola Africa. Queste sono le prospettive che dobbiamo aspettarci. O il mondo diventa più solidale o saremo destinati a sbranarci vicendevolmente”.

Vogliono screditare le ONG, non possiamo fermare migranti consegnandoli a carnefici: è da criminali

“L’obiettivo è screditare le ONG e fa parte di un clima generale che c’è in Europa di chi non vuole accogliere i migranti, sono mesi e mesi che ciò sta accadendo. Eppure su 70 milioni di migranti nel mondo buona parte neanche viene da noi, l’86% resta nel sud del mondo. Dovremmo vergognarci. Un passaggio importante è quello libico: non abbiamo ancora imparato come Italia che dobbiamo starcene lontani dalla Libia? I libici ci odiano a morte, noi abbiamo sulla coscienza un colonialismo terribile, durante l’occupazione abbiamo fucilato e impiccato 100.000 libici, poi abbiamo fatto una guerra contro Gheddafi che doveva essere amico di Berlusconi. Ma davvero dobbiamo inviare navi adesso e pensare che possiamo fermare i migranti consegnandoli a dei carnefici? A me viene in mente la parola ‘criminali’. Dobbiamo solo vergognarci come europei e come italiani per quello che sta accadendo”.

L’Italia ha le sue responsabilità: sta vendendo armi a tutti

Infine Zanotelli ha precisato: “Il fatto che si salga su una nave e si controlli è normale, uno Stato fa il suo dovere, il problema non è quello. Ma dobbiamo difendere assolutamente la gente che muore in mare. E non illudiamoci che si fermeranno, perché continueranno ad arrivare da tutte le parti. Abbiamo dato 6 milioni di euro ad Erdogan per fermare 3 milioni di siriani, ma loro, finita la guerra, vorranno tornare nella loro patria: non è che scappano a cuor leggero. Ma perché noi come italiani non ci domandiamo quali sono le nostre responsabilità in queste guerre visto che stiamo vendendo le armi a tutti?”. Zanotelli ha poi concluso: “Io sono perplesso perché stanno cercando di screditare chi prova a dare una mano del Mediterraneo”.

I monoteismi cambiano (il) sesso

Autore: liberospirito 31 Lug 2017, Comments (0)

Proponiamo la lettura di un intervento di Sara Hejazi (accademica, scrittrice, giornalista italo-iraniana) apparso di recente sul sito di “MicroMega”. Affronta la questione – quanto mai attuale – del rapporto tra comunità religiose e questioni di genere. Testo da leggere e discutere, pur non condividendolo in toto (in particolare laddove si parla della possibilità di riconciliazione con il monoteismo e con le religioni patriarcali).

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Nel mondo sembra cambiare l’approccio delle religioni nei confronti dell’omosessualità, con conseguenze rivoluzionarie: i monoteismi, ormai, non sono più intenti a dare regole sessuali e a definire i ruoli maschili e femminili, ma sono impegnati a definire, di volta in volta, il rapporto tra il fedele e le innovazioni tecnologiche, sociali, culturali e ambientali.

Negli Stati Uniti, secondo i dati statistici raccolti dal Pew Research Center nel giugno del 2017, gli ultimi quindici anni hanno visto un forte aumento del favore con cui l’opinione pubblica accoglie, immagina e pensa alle unioni tra persone dello stesso sesso. Questa apertura è stata indagata anche in base all’appartenenza religiosa degli intervistati. L’84% dei buddhisti era a favore delle unioni omosessuali, seguiti dal 77% degli ebrei, dal 68% degli hinduisti, dal 57% dei cristiani cattolici e dal 42% dei musulmani.

A New York, la MCCNY (Metropolitan Community Church of New York) è solo una delle tante comunità religiose LGBTQ, la cui chiesa, durante i sermoni delle domenica tenuti dal reverendo Edgar che si autodefinisce “queer”, è gremita di fedeli.

Questo significa che negli ultimi due decenni l’omofobia è – in genere e in certe aree del Nord America e dell’Europa – diminuita a favore di una maggiore accettazione delle differenze negli orientamenti sessuali. La tendenza si riflette anche nella sfera del religioso, dove le comunità confessionali di fedeli LGBTQ sono strutturate in modo da adempiere tutte le funzioni sociali tradizionalmente svolte dalla parrocchia di quartiere: si prega, si interpretano le scritture, si dona cibo, si accolgono i rifugiati, si dà una mano a chi perde il lavoro e infine si celebrano matrimoni omosessuali secondo il rito religioso della tradizione.

Ma cos’è una comunità religiosa LGBTQ?

E’ un gruppo di persone che frequenta una chiesa, un tempio o una sinagoga e – in minor misura una sala di preghiera islamica – non solo in base al proprio credo, ma anche al proprio orientamento sessuale. Sono due, insomma, le identità a cui si fa riferimento: quella sessuale e quella spirituale.

Il binomio “religione e omosessualità” un tempo costituito da due termini in opposizione, si sta insomma, trasformando in qualcosa di nuovo: si può essere LGBTQ e praticanti, anche rimanendo dentro ai monoteismi tradizionalmente omofobi, come il Cristianesimo, l’Ebraismo e persino – seppur in forma minore- l’Islam, perché le religioni, che non sono sistemi fissi, cambiano come cambiano le culture.

1. Confini che si spostano. Religioso e secolare, pubblico e privato, monoteista e LGBTQ.

Cosa determina questo cambiamento? Il fatto che né la monogamia, né l’eterosessualità sono oggi comportamenti rilevanti economicamente e culturalmente per i nostri sistemi sociali complessi, nonostante lo siano stati per circa tredicimila anni, dalla rivoluzione del Neolitico in poi.

Antropologicamente parlando, la nostra è una specie promiscua per natura e nella preistoria la promiscuità è servita a tenere insieme le orde di ominidi prima ancora che fosse sviluppato un vero e proprio pensiero religioso.

Dal Neolitico in poi, la cui grande innovazione fu la nascita della proprietà privata insieme all’agricoltura, divenne strategico anche organizzarsi per mantenere, trasmettere e regolare questa proprietà: così nacquero le norme sessuali e sociali che regolavano il sesso; si assegnarono le persone ai generi, si assegnò ai generi un ruolo e una gerarchia precisa (gli uomini furono posizionati generalmente più in alto rispetto alle donne), i gruppi furono stratificati in classi sociali (guerrieri, sacerdoti e re furono posizionati più in alto rispetto a contadini e schiavi), progressivamente prese forma l’idea di una gerarchia divina e infine di un unico Dio sopra tutti, cioè il monoteismo.

Questa idea rispondeva a una serie di necessità materiali e immateriali delle società umane in quella precisa fase evolutiva:

– Quella di trovare un senso trascendentale a un’esistenza limitata economicamente, temporalmente, geograficamente.

– Quella di giustificare con la promessa di giustizia nell’Aldilà e nel divino le ingiustizie subite in vita, e in particolare le differenze di classe sociale e di genere, imprescindibili per mantenere l’agricoltura e la proprietà privata.

– Quella di addomesticare una natura altrimenti caotica attraverso norme, regole, discipline che derivavano dal sapere religioso ma che servivano per rendere omogenee e unite le società, scongiurando i conflitti interni.
Questo spiega perché, pur nascendo in contesti dove i rapporti omosessuali erano ampiamente praticati, i tre monoteismi hanno posto l’accento sul divieto di unirsi carnalmente a persone dello stesso sesso: l’omo-erotismo avrebbe rappresentato un problema di “sconfinamento” in società religiose che dei confini hanno fatto le proprie fondamenta: confini di genere, ma anche degli spazi. Confini tra sacro e profano, ma anche tra ciò che è giusto e sbagliato, tra ciò che è “halal”, “kosher”, “santo”, e ciò che invece è proibito, abominevole, diabolico.

Così, in ambito ebraico il Levitico ammoniva esplicitamente di “Non giacere con un uomo come faresti con una donna. E’ una cosa abominevole” (18:22); e ancora “Se un uomo giace con un altro uomo come farebbe con una donna, i due compirebbero un abominio. Dovrebbero sicuramente essere messi a morte e che il sangue si riversasse su di loro” (20:13).

Il Vangelo di Matteo è chiaro rispetto ai rapporti di coppia, che devono essere rigorosamente eterosessuali e per di più indissolubili: – Alcuni Farisei vennero da lui per metterlo alla prova. Chiesero “E’ corretto per un uomo divorziare dalla propria moglie per una ragione qualsiasi?”. “Non sapete,” rispose, “che all’inizio il creatore creò l’Uomo e la Donna e disse: per questa ragione un uomo lascerà suo padre e sua madre e sarà unito a sua moglie e i due diventeranno un’unica carne?’ Così essi non sono più due, ma uno. Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito”(19:3-6)

Nel Corano ci sono diverse allusioni all’omosessualità: la più esplicita è quella in cui si parla della città di Lot sulla quale Dio fece piovere fuoco, proprio perché trattavasi di un popolo dedito all’omosessualità. “Così abbiamo portato lui e i suoi seguaci, tranne sua moglie, che era tra quelli che rimasero indietro. E gli abbiamo piovuto addosso il fuoco; considera dunque che fine fece il colpevole” (7:84)

Le religioni, come le culture, sono in costante fermento. Se negli Stati Uniti i monoteismi sembrano essere ormai in grado di esprimersi anche attraverso un linguaggio apertamente LGBTQ, questo non significa che non vi sia chi contrasta fortemente l’innovazione culturale nella religione. In questa sede, però, non interessa tanto la diatriba sulla legittimità dell’omosessualità nei monoteismi, che lasciamo agli addetti ai lavori: Rabbini, Vescovi e Imam in primis. Piuttosto, è interessante notare una rivoluzione di termini e di posizionamento del discorso sessuale nello spazio pubblico e in quello religioso.

2. Rivoluzioni sessuali.

La percezione che l’opinione pubblica ha delle sessualità si è completamente stravolta negli ultimi 20-30 anni. Che cosa è successo? Per prima cosa, la morale sessuale – che un tempo fu pubblica- si è privatizzata. Chi non si ricorda, per esempio, l’importanza pubblica delle verginità femminile? La verginità (o la sua assenza) avrebbe avuto un tempo il potere di destabilizzare intere comunità.

Allo stesso modo, però, se la condotta sessuale delle persone non è più affare della comunità, gli orientamenti sessuali entrano invece, con forza, nel discorso pubblico. Diventano, cioè, politici.

Questo succede anche alle religioni: da un lato esse si privatizzano, trasformandosi in questioni non più collettive ma strettamente intime e personali; si può scegliere una religione come in quello che Rodney Stark ha chiamato “supermarket delle fedi”; si può appartenere a una comunità religiosa senza credere, e viceversa credere senza appartenere, come ha fatto notare brillantemente Grace Davie; si possono praticare varie forme sincretiche di religione, oppure si può scegliere beatamente di essere atei.

Dall’altro lato, però, alcune forme identitarie legate alla religione diventano tratti da portare nella sfera pubblica, con una certa dose di violenza. Religione e sessualità stanno dunque facendo un percorso simile. Si privatizzano come scelte personali, tra le tante possibili; ma diventano politiche, non appena entrano nella sfera pubblica. Hanno insomma perso il loro ruolo tradizionale di tenere insieme le persone e lo hanno sostituito con un ruolo più marcatamente ideologico e politico di rappresentazione.

E qui, in questo percorso parallelo, si inserisce un’altra novità: fino a qualche decennio fa esisteva una critica omosessuale ai monoteismi intesi come sistemi patriarcali; questo faceva sì che i movimenti LBGTQ si schierassero contro le istituzioni religiose e si posizionassero sul versante del secolare, portando avanti un pensiero critico e introspettivo sul proprio rapporto con la fede, come fecero, per intenderci, intellettuali del calibro di Pier Paolo Pasolini e Michel Foucault.
Oggi questo avviene sempre meno. I movimenti LGBTQ auspicano al contrario la riconciliazione con il monoteismo, che non è messo in discussione, ma ri-aggiustato e modellato proprio nei suoi confini: non è più l’omosessualità a escludere la religione patriarcale dal proprio orizzonte identitario, ma è la religione patriarcale a includere l’omosessualità tra i suoi possibili tratti identitari.

3. Scontri di civiltà o scontri di sessualità?

Per questa constante oscillazione tra pubblico e privato, sessualità e religione giocano una partita fondamentale ai giorni nostri: sono, in fondo, indicatori di quanto un Paese è democratico o meno. Più le identità possono fare riferimento a orientamenti sessuali LBGTQ che vengono inclusi nelle religioni monoteiste, più una società si considera ed è considerata democratica.

In altre parole, la linea che divide i contemporanei “scontri di civiltà”, come avrebbe voluto Samuel Huntington, per esempio tra gli immaginari spazi di “Oriente” / “Occidente”, non è formata dagli atteggiamenti che le culture religiose hanno nei confronti della democrazia, ma quello che esse hanno nei confronti degli orientamenti sessuali e delle relazioni di genere.

Così la cittadinanza democratica contemporanea si crea ed è creata anche secondo una crescente “tolleranza della diversità sessuale”, che d’altronde segue la tradizione democratica inclusivista della diversità tout court, a seconda di chi e cosa è “diverso” o è “minoranza” in un dato spazio e tempo: per esempio, il movimento delle minoranze afro americane segnò gli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, poi ci fu quello femminista, quello indigeno, e via dicendo, fino a quello LGBTQ dei giorni nostri. Per diventare politiche, queste identità hanno dovuto nel tempo costruirsi e definirsi in base a caratteristiche immediatamente riconoscibili pubblicamente.

Il Diciannovesimo secolo, come ha fatto notare proprio Foucault, ha creato la categoria sociale e culturale dell’”omosessuale” distinguendola dalle altre. Lo stesso processo hanno subito le categorie sociali “nuove” per la modernità quali appunto “le donne”, “i neri” ecc. Oggi quella dell’orientamento sessuale è una categoria facilmente assimilabile all’“etnia”: per questa ragione si trovano chiese, sinagoghe, moschee connotate etnicamente, e altre invece connotate sessualmente.

L’identità nazionale sembra però aver perso terreno rispetto a quella sessuale. Le società complesse, come avrebbe detto il filosofo Edgar Morin, sono in fondo il risultato di forze identitarie centripete e centrifughe che lottano, dialogano, negoziano, si alleano o si scontrano tra loro. Sempre più nuove comunità vengono immaginate su base sessuale e locale, invece che etnico e nazionale, come accadeva nel secolo scorso.

E’ il caso della Congregation Beit Simchat Torah (CBST), la sinagoga queer, sempre a New York, che si autodefinisce “una voce progressista all’interno dell’ebraismo” per l’inclusione delle minoranze sessuali. Se tra i punti della sua “mission” si trova solo all’ultimo posto il richiamo allo stato di Israele, al primissimo posto c’è l’offerta di servizi sia “tradizionali” sia “liberali”. Cosa significa? Che si tratta di uno spazio sia prettamente religioso, sia puramente sociale, dove si può – per esempio- pregare, e al contempo ricevere assistenza psicologica.

I matrimoni omosessuali tra fedeli musulmani sono più frequenti di quello che si pensa, specie in gran Bretagna, dopo che le unioni civili sono diventate legali nel 2014. L’attivista britannica transgender Asifa Lahore spiega di aver assistito a centinaia di unioni omosessuali con rito religioso islamico, negli ultimi anni. Per le comunità musulmane, tuttavia, vere e proprie sale di preghiera connotate come LGBTQ sono una questione più controversa anche negli Stati Uniti, rispetto agli altri due monoteismi.

Una delle ragioni di questo è, di nuovo, la narrazione di “scontro di civiltà” che fa da cornice nella costruzione della religione islamica nei Paesi Occidentali. In questo contesto è già difficile per i musulmani creare spazi di preghiera e culto nelle città. Ancora più complesso sarebbe creare luoghi ad hoc per i fedeli LGBTQ.

All’interno della religione islamica poi, l’omosessualità non è solo letta come “peccato” in termini di condotta del fedele musulmano; è anche, e forse soprattutto, un peccato di ordine culturale: l’omosessualità è spesso associata ad una deriva da contatto con l’Occidente per l’immigrato musulmano: una sorta di corruzione culturale post-colonialista.

4. I monoteismi del futuro saranno gay-friendly?

I monoteismi del futuro saranno altamente frammentati, più che gay-friendly. Questo è un passaggio evolutivo cruciale per la nostra specie. Man mano che più persone avranno accesso ai saperi religiosi che – ricordiamo- un tempo erano materia per pochissimi eletti, le religioni diverranno sistemi adattabili e flessibili su misura di ogni singolo fedele. Saranno dunque gay- friendly o estremamente omofobi; saranno inclusivisti o estremamente chiusi; sposeranno le cause più disparate; inneggeranno alla pace così come alla violenza. Smetteranno però – nei prossimi decenni- di essere ancorate ai generi sessuali come lo sono state per millenni.

Se, come dice Anna Rosin, l’era del maschio è finita, anche l’era della femmina non sta andando granché bene. Inizierà dunque un’Era religiosa a-sessuata, dove i monoteismi non saranno più intenti a dare regole sessuali e a definire i ruoli maschili e femminili, ma saranno piuttosto impegnati a definire, di volta in volta, il rapporto tra il fedele e le innovazioni tecnologiche, sociali, culturali, ambientali che sempre più si presenteranno come un’emergenza per la nostra specie.

 Sara Hejazi

Rompiamo il silenzio sull’Africa

Autore: liberospirito 24 Lug 2017, Comments (0)
Circa una settimana fa Alex Zanotelli ha reso pubblico questo appello, rivolto ai giornalisti/e italiani/e affinché si rompesse il muro di silenzio che pesa sul continente africano. Non pare che nel frattempo sia cambiato molto. Tale comportamento silenzioso e omertoso dei media impedisce di comprendere le cause che si celano dietro le ondate migratorie che dall’Africa si dirigono verso l’Europa. Infatti questo silenzio non fa altro che alimentare “la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi”. Da leggere.
migrantilibia
Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.
Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)
E’ inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa),
ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba ,il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
E’ inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’ Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano:”Aiutiamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.
Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alle grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.
Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.
Alex Zanotelli

A proposito di “ius soli”

Autore: liberospirito 26 Giu 2017, Comments (0)
Proponiamo la lettura di un recente editoriale di Domenico Stimolo, apparso su http://www.ildialogo.org. Utile lettura per comprendere come questa proposta di legge, con un percorso alquanto sofferto, sia di fatto un “ius soli” assai moderato, con diversi vincoli, differente rispetto a quello in vigore in molti Paesi, dove viene attuato senza condizioni.
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Dopo quasi venti mesi dall’approvazione alla Camera dei Deputati – ottobre 2015 – ( il disegno di legge era stato presentato nel corso del 2013), finalmente la deliberazione sullo “Ius soli temperato” è approdata al Senato. Bontà del Governo, ieri presieduto da Renzi , oggi da Gentiloni. Le novità altre prodotte lungo questo percorso temporale, considerate assolutamente prioritarie sono sonoramente fallite: riforma costituzionale (battuta con grande maggioranza al referendum), tentativo di intesa su una nuova legge elettorale di stampo “centralista”, avevano determinato un potente rallentamento dell’iter legislativo della proposta di legge.
Da parte dei “manovratori” I diritti di cittadinanza erano stati messi abbandonatamente in coda.  Ora, improvvisamente, la fase politica è cambiata. Sembra proprio che le elezioni non siano più alle porte, quindi lo “ius soli”, che correva il grandissimo rischio di essere definitivamente accantonato ( elezioni anticipate!?), è stato ripescato e messo in buona e giusta evidenza.
Ovviamente, bene così!
Ci sono le potenziali condizioni, finalmente, riguardo fondamentali diritti di civiltà democratica, di fare uscire il nostro Paese dai vincoli di rilevante oscurantismo che lo caratterizzano nell’ambito del contesto europeo, specie per il riconoscimento della cittadinanza ai minorenni nati in Italia da genitori non italiani. Si tratta alfine di modificare in maniera strutturale una regola di stampo antico, plateale nel richiamo linguistico, rimasta in auge, pur nel procedere dei secoli. Tecnicamente identificata in maniera astrattamente naturalista “ ius sanguinis”, letteralmente diritto di sangue. L’ultima legge in materia, n°92 del 5 febbraio 1992, sancisce che il riconoscimento della cittadinanza Italiana è dovuta solo se si  fa parte dell’intreccio contenente il “prezioso” liquido comune. Una vera e propria discendenza di sangue, quasi un retaggio della famosa fascista  stirpe italica, di non lontana memoria, procacciatrice di enormi devastazioni umane e materiali.
Stante i requisiti delle vigente normativa all’atto di nascita acquisiscono il diritto di cittadinanza i bambini i cui genitori sono italiani, con l’esclusiva eccezione di genitori apolidi ( privi di qualunque cittadinanza) o ignoti.
La legge in oggetto prevede inoltre lo “ ius domicilii”.  La cittadinanza italiana viene concessa a coloro che raggiungono il 18° anno di età, sul presupposto che abbiano maturato 10 anni di residenza continuativa ( persone non comunitarie); l’ istanza deve essere effettuata entro 1 anno, pena la decadenza. La richiesta di cittadinanza per naturalizzazione ( adulti e residenti) è vincolata dagli anni di residenza ( almeno 10 per extra comunitari, 4 comunitari, 5 per apolidi e rifugiati; etc. ), con adeguato livello di integrazione e conoscenza della lingua italiana, reddito idoneo, senza carichi penali. In ogni caso, pur avendo i requisiti ( eccetto per matrimonio)  il riconoscimento può essere rifiutato.
Sul piano generale con lo “ius soli” ( diritto del suolo) si intende l’acquisizione della cittadinanza  vigente nel luogo della nascita, senza altre condizioni. Nei fatti, nel contesto territoriale  a noi più vicino, cioè l’ambito degli Stati europei, si distingue il riconoscimento alla nascita o dopo la nascita. Nell’Unione Europea costituita dai 15 Stati di adesione storica: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia, vengono applicate normative che complessivamente riconoscono la cittadinanza ( adulti e minori) in un quadro articolato e differenziato di condizioni.
Nell’area cosiddetta occidentale lo “ius soli” senza condizioni viene applicato negli Stati Uniti, Canada, e nella quasi totalità degli Stati del Sud America.
Nel nostro paese  i progetti di merito di cambiamento della legge 92/1992, riconoscimento della cittadinanza, sono al confronto del Parlamento già dal lontano 2003.  Il testo di proposta di legge in discussione al Senato è derivante dalle ampie modifiche precedentemente apportate dalla Camera dei Deputati. Nella versione originaria si individuava la “residenza legale”. Quindi, la proposta prevedeva il riconoscimento della cittadinanza italiana ai nati in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno fosse residente legalmente nel territorio italiano da almeno cinque anni, senza interruzioni, antecedenti alla nascita.
Il testo in discussione prevede esclusivamente lo “ius soli temperato” e lo “ius soli culturae”.
Nella prima condizione il diritto di cittadinanza viene riconosciuto ai figli degli immigrati nati in Italia da genitori ( almeno uno) con permesso di soggiorno permanente/tempo indeterminato ( per extracomunitari) o se comunitari con permesso di lungo periodo, residente in maniera continuativa da almeno 5 anni . Nell’ipotesi “ culturae”  la cittadinanza viene concessa ai minori arrivati in Italia prima dei 12 anni di età e che abbiano frequentato un corso formativo scolastico per almeno 5 anni, oppure chi, venuto in Italia minorenne, residente da almeno sei anni, abbia acquisito titolo di studio/qualifica da ciclo scolastico/ istruzione professionale.
Uno studio della fondazione Leone Moresca prevede che i soggetti interessati siano circa ottocentomila, di cui  oltre seicentomila in quando nati in Italia.
E’ utile aggiungere che nel 2015 i cittadini extracomunitari che, stante i requisiti della legge 92/1992,  hanno ottenuto la cittadinanza italiana sono 159.000 ( dati Istat); i comunitari sono stati 19.000. Le cittadinanze italiane ottenute per matrimonio sono complessivamente marginali, poco meno del 10 per cento.
E’ questa, pur in una forma riduttiva, una primaria “battaglia” sui diritti civili. Una legge sulla cittadinanza, per riconoscere operativamente l’articolazione complessiva dei fondamentali diritti di libertà individuali e democratici espressi dai valori fondamentali costituenti il nucleo vitale della Costituzione.  Vitali, così come avvenuto con l’approvazione del divorzio, dell’interruzione della gravidanza, delle Unioni civili.
Quindi, come già verificatosi in quegli eventi, serve chiarezza e piena condivisione, senza distorsioni e mascheramenti. Le valutazioni dei Soggetti politici e le motivazioni ideologiche sono bene chiare nelle dichiarazioni di voto contrarie o di astensione; quest’ultime per i meccanismi di voto al Senato sono chiara espressione di rifiuto per l’estensione dei diritti civili.
Come già avvenuto in quelle occasioni serve una forte e decisa mobilitazione della società civile, a supporto di questa prioritaria evoluzione dei diritti civili. Le differenziazioni non si possono misurare solo nell’Aula parlamentare o lasciando le iniziative esterne solo ai razzisti o a chi ancora si richiama ai dettami della dittatura fascista.
Quindi, giù le maschere che da lungo tempo ormai offuscano la chiarezza civile e politica in Italia……e a ciascuno il suo, per trasparenza e incisività, antirazzismo e pratiche di libertà e giustizia. I cittadini sono tutti eguali tra loro, senza discriminazioni contro gli odi verso gli Umani che inquinano la nostra comune Società.
Domenico Stimolo