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Categorie: diritti umani

Taglia le ali alle armi

Autore: liberospirito 18 feb 2012, Comments (0)

Ne abbiamo già parlato su questo blog, riprendendo l’appello di Alex Zanotelli. Volentieri ritorniamo sul discorso, sostenendo la campagna “Taglia le ali alle armi!” promossa da Rete Disarmo, Sbilanciamoci e Tavola della Pace per contrastare l’acquisto del caccia Joint Strike Fighter.

Quindici miliardi di euro per i cacciabombardieri F-35, prima della riduzione prevista dal Ministro. Ma saranno ancora un sacco di soldi spesi male. A cui occorre davvero rispondere con un “terremoto” di indignazione, con un coro di proteste. É quello che la società civile è chiamata, ora più che mai, ad esprimere visto che l’attuale governo
sembra deciso a non cambiare idea di fondo sul “Programma pluriennale relativo all’acquisizione del sistema d’arma Joint Strike Fighter JSF”, il faraonico progetto di aereo militare (il più costoso della storia) a cui partecipa anche l’Italia. Forse non compreremo più 131 cacciabombardieri JSF completi di relativi equipaggiamenti, supporto logistico e basi operative come inizialmente previsto. Ma per quanto possano ridurre l’acquisto, saranno sempre di troppo. Anche uno solo equivale a 180 asili nido. E con l’ovvia crescita del costo per singolo aereo anche questo taglio ci potrebbe fare spendere (solo per la fattura) almeno dodici miliardi.

In un momento di tagli drastici agli stipendi, alla sanità, alla scuola, al supporto per il lavoro, etc., occorre eliminare del tutto le spese per gli armamenti che servono solo a produrre lutti e distruzioni di cui l’umanità non ha proprio alcun bisogno.

Per ulteriori info: www.disarmo.org/nof35 e www.facebook.com/taglialealiallearmi

 

Ontonomia

Autore: liberospirito 5 feb 2012, Comments (0)

Proponiamo un contributo di Fabrice Olivier Dubosc, tratto dal blog da lui stesso curato (http://quelcherestadelmondo.wordpress.com), dove, prendendo spunto dal pensiero di Raimon Panikkar, viene proposta una riflessione sulle possibilità riguardanti la coscienza collettiva (e individuale). E’ un tema pregnante per il nostro vivere interculturale e interreligioso e quanto mai vicino all’ordine di considerazioni del blog e del sito del liberospirito.

Raimon Panikkar ha proposto una griglia che permette di contestualizzare i ‘sintomi’ psicosociali in relazione a tre dimensioni della coscienza collettiva e in una prospettiva che aspira a una costruzione dell’umano. Panikkar definisce questi momenti come kairologici più che cronologici. Detto altrimenti si tratta di qualità della coscienza che non coincidono linearmente con mere fase ‘evolutive’ della storia anche se nei ‘sintomi storici’ si esprimono.

La griglia di Panikkar include dunque molteplici differenze a partire da un vertice di osservazione che distingue tre momenti della coscienza collettiva (e individuale): eteronomia, autonomia e ontonomia.

Per eteronomia si intende un livello antropologico della coscienza che contempla il mondo secondo una struttura monarchica o piramidale della società. In questa prospettiva si suppone che le leggi che regolano le varie dimensioni della vita procedono dall’alto verso il basso secondo narrazioni religiose o secolari fortemente gerarchizzate. Una supposta ‘entità superiore’ (o un discorso interpretativo ‘superiore’) darebbe conto del funzionamento di tutto ciò che esiste. È la narrazione dell’ordine e del ‘pensiero unico’ ed è quella delle prospettive monoteiste, moniste, monoculturali, monodisciplinari. Un buon esempio del fatto che la questione non è cronologica si coglie da  un bell’articolo di Barbara Spinelli sulla rivoluzione in corso nel mondo arabo.

«Tutti i Paesi europei sono sconvolti dai turbini nordafricani, ma è in Italia che lo sgomento s’accoppia a quell’inettitudine, radicale, di interrogare sé stessi. È come se ci fossimo abituati, lungo gli anni, a pensare la democrazia in maniera monistica: come se il dominio , anche da noi fosse, di uno solo. Come se una fosse la fonte della sovranità: il popolo elettore. Una la legge, quella del capo. Una l’opinione, anche quando essa coincide con il parere di una parte soltanto (la maggioranza) della collettività. Monismo e pensiero unico cadono a pazzi oltre il Mediterraneo ma da noi hanno messo radici e vantano trionfi.» [2011]

L’autonomia è l’altra faccia della medaglia: è il momento dell’auto-determinazione in cui ognuno fa da sé la propria legge. E’ anche il momento di una necessaria differenziazione individuale delle personalità e delle coscienze. Ogni precetto che viene da fuori o dall’ ‘alto’ viene considerato un’imposizione illecita. Ogni disciplina, come ogni sfera dell’esistenza, definisce le proprie regole e non vuole interferenze: le nazioni sono sovrane, la ragione è arbitro supremo, nessun individuo può avere più autorità di un altro e deve essere maestro del proprio destino. Il fare dell’uomo diventa centrale. La metodologia scientifica stabilisce paradigmi di democratica replicabilità, ma tende a ignorare le eccezioni. La narrazione storica e sociologica si afferma in contrasto a quella religiosa. La secolarità afferma come valore la vita vissuta da ogni uomo senza cedimenti all’immaginario. L’autonomia è in effetti una reazione contro le incongruenze della concezione eteronoma e tuttavia è animata dalla medesima forza assolutizzante perché tende ancora al monismo della propria ragione superiore, proietta facilmente il ‘male’ sugli altri e tende, all’interno di ogni singola sfera, alla monocultura.

Un piano ulteriore è l’ontonomia, un livello di coscienza in cui si è andati oltre le visioni eteronome della realtà ma anche oltre l’atteggiamento individualista. Panikkar la chiama anche la fase dell’ inter-in-dipendenza. Ognuno prende parte a partire dalla sua libera singolarità ma con attenzione alla processualità emergente nella comunità. Cominciamo ad accorgerci dell’altro. Il cuore della prospettiva ontonomica è per certi versi la comunicazione. In questa fase si riconosce che l’esperienza umana è contingente e relazionale, che la realtà è un intricata rete di relazioni e interdipendenze a cui ognuno contribuisce aderendo alla propria intrinseca vocazione, ma scoprendo che l’ordine emergente non deriva né da una mera imposizione superiore, né dalle leggi che un individuo ha stabilito per sé ma da una processualità in cui il sistema e gli individui che ne fanno parte gradualmente scoprono la realtà mentre la immaginano e mentre inventano insieme il loro destino. L’ontonomia equivale insomma a pensare che esista una relazione costituiva in fieri tra ogni elemento della realtà. Panikkar dice esplicitamente che l’ontonomia è la realizzazione del nómos (la legge) dell’ón (essere) su quel piano profondo in cui l’unità non nega né la diversità né il pluralismo ma in cui l’una è manifestazione dell’altra. L’ontonomia  descrive quella caratteristica speculare della realtà per cui ogni aspetto rispecchia – senza saperlo -  il tutto in una forma particolare.

La categoria dell’ontonomia ci permetterebbe dunque di ragionare su temi che ci stanno a cuore in una prospettiva che rifonda in termini inediti una terapia dell’umano. La dimensione ontonomica ci consente  inoltre di dar conto delle creolizzazioni inaspettate nell’incontro tra sistemi e culture. Se la contaminazione è sempre stata un tratto costitutivo delle culture, in un’epoca in cui l’ibridazione è in gran parte animata dal bisogno di circolazione e consumo delle merci e dal prevalere di istituzioni mortifere, la capacità di ritrovare sentimenti autentici di partecipazione alla vita sociale diventa un fattore cruciale.

Fabrice Olivier Dubosc

http://quelcherestadelmondo.wordpress.com

Al di là della natura

Autore: liberospirito 20 gen 2012, Comments (1)

Ci troviamo nuovamente a sottolineare – e non ci stanchiamo di farlo – l’importanza religiosa, sociale, etica e politica di un corretto ed equilibrato rapporto tra la nostra e le altre specie viventi.

E’ uscito di recente il libro di Marco Maurizi, Al di là della natura – Gli animali, il capitale e la libertà  (Novalogos), che ci sembra interessante segnalare.

In questo testo l’autore fa un’importante riflessione sottolineando come l’animalismo, nella nostra società, sia considerato una scelta etica individuale mentre invece è un problema politico-economico, perché “l’uomo è un animale ridotto in schiavitù dalla stessa civiltà che ha assoggettato la natura non umana”.

Questo è il punto fondamentale del suo libro in quanto per Maurizi i fenomeni di schiavitù degli esseri umani (anche quella ipocritamente mediata da qualche legge) e della schiavitù animale non sono altro che la doppia faccia dello stesso dispositivo economico e ideologico. Quello che trasforma qualunque entità, senza fermarsi davanti a nulla, in mezzo per accrescere il  valore del capitale.

In termini più diretti: TUTTO va bene se produce denaro. E tutto significa proprio tutto. I corpi di noi esseri umani, anche bambini, nei campi di pomodori o alle catene di montaggio,  quelli degli animali destinati alla macellazione, come pure – aggiungiamo noi – l’intero Corpo della Terra (è recente l’ipotesi di via libera alle liberalizzazioni che permetteranno lo sfruttamento totale da parte delle multinazionali, per mare e per terra, fin nelle più intime profondità, delle risorse fossili del nostro pianeta).

Se il sentire religioso significa, come  crediamo, sentirsi parte, unita e partecipe, della vita sul nostro pianeta, nel nostro sistema solare, nell’insieme di sistemi che compongono l’universo, non esiste separazione nemmeno in tutto questo male e in questo dolore. Rendiamocene conto. Invece fa comodo sostenere il concetto di separazione, non piace paragonare il corpo umano a quello di un animale, figuriamoci considerare Corpo Vivente la massa terrestre intera.

Marco Maurizi sostiene, inoltre, come ciò che è necessario spezzare sia un ordine economico-sociale basato sulla messa a profitto della natura, quindi dei corpi, umani, suini, bovini…(e non solo,  aggiungiamo nuovamente), perché in questo modo viene ribaltato un forte pregiudizio antropocentrico: l’animale non è più sfruttato dall’uomo perché inferiore ma, al contrario, è considerato inferiore proprio perché lo sfruttiamo. La liberazione degli animali  viene a coincidere con la liberazione degli umani perché “solo quando l’uomo ha cominciato a rendere schiava la natura ha realizzato la ricchezza sociale necessaria a rendere schiavo l’uomo”.

Crediamo sia importante, proprio in ambito religioso, avere chiaro come di questi ordini economico-sociali siamo tutti con-partecipi e quindi quanto siano fondamentali la nostra consapevolezza e le scelte sociali e politiche che ne conseguono.

E’ proprio un  giusto sentire religioso che spinge alla necessità di non nascondersi nell’alto dei cieli perché non si è capaci di stare correttamente col corpo sulla terra. C’è già stato qualcuno più di 2000 anni fa che, se non ci confondiamo, accennava a tutto questo.

L’invito, da parte nostra, alla lettura di questo libro sottende dunque anche la continua domanda su cosa significhi essere autenticamente religiosi, in tutte le sue sfaccettature e con la complessità che essere incarnati in un’epoca storica comporta.

 (Rimandiamo inoltre, sul sito de “il manifesto”, all’articolo di Felice Cimatti Un mondo di eguali oltre i confini della specie, apparso, in recensione al libro, il 19 gennaio scorso). 

 S.P.

Quale cristianesimo per le donne?

Autore: liberospirito 21 nov 2011, Comments (0)

Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Proponiamo come elemento di riflessione sul tema un contributo della storica e teologa Adriana Valerio apparso su “NEV – Notizie Evangeliche”, pubblicazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ripreso successivamente  sul web. Certamente il tema dovrebbe essere riaffrontato e ulteriormente articolato, indagando come l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle donne sia un tratto che accomuna diverse confessioni religiose. Ben vengano dunque segnalazioni e apporti dalle lettrici e dai lettori di questo blog.

La tradizione cristiana per secoli ha legittimato un’asimmetrica visione antropologica: infatti, ha affermato l’uguaglianza tra uomini e donne solo davanti a Dio e non nei loro compiti familiari e sociali, perché ha considerato i due sessi sottoposti alle differenze della “natura” (biologiche e psicologiche). Tutto ciò ha comportato, da una parte, la difesa delle differenze e dunque delle contrapposte identità tra uomo e donna, da un’altra, la gerarchizzazione della società e la subordinazione della donna, relegata, per “natura”, a ruoli privati e condannata a invisibilità istituzionale e politica. Per natura le donne sono state ritenute inferiori in tre aspetti: inferiorità fisica: il corpo delle donne è stato considerato imperfetto ed impuro, inadeguato a rappresentare Dio, del quale è immagine riflessa; inferiorità morale: la donna è stata giudicata incapace di operare scelte eticamente autonome; inferiorità giuridica: la donna è stata posta sotto la tutela maschile: del padre, del marito, del confessore.

Queste tre inferiorità non hanno consentito alle donne né di svolgere all’interno del cristianesimo ruoli autorevoli, né di vivere a pieno nella società e nella Chiesa quello che oggi si definisce “cittadinanza”. (…).

Oggi, alla luce delle riflessioni portate avanti dalle donne, cristiane e laiche, ci si interroga su questioni di fondo. Cosa si intende per natura? Un concetto astorico, immutabile, che gode di uno status ontologico o, piuttosto, un criterio etico che guida il comportamento del singolo? Si intende la fissità biologica nella quale sono iscritte le identità del maschile e del femminile e, dunque, i loro rispettivi ruoli, o, piuttosto, una costruzione storica, sociale, culturale? E ancora: uguaglianza e differenze sono principi inconciliabili e incompatibili?

Riteniamo che la differenza non debba escludere i diritti dovuti all’uguaglianza. L’uguaglianza è un principio, non una descrizione fattuale: non dice che uomini e donne siano uguali, ma che, pur nella loro diversità, essi godono di uguale dignità umana e di uguali diritti. Inoltre, e qui entriamo nell’ambito di quello che oggi viene definita “cittadinanza”, il riconoscimento di tale differenza comporta anche la visibilità nello spazio pubblico che è il luogo in cui si diventa visibili, perché l’agire politico è visibile e definisce il soggetto politico: chi non c’è non può esprimersi.

Ora, riprendendo il pensiero di Kari Boeresen, che condivido,  mi domando: «se il cristianesimo si è innestato in culture patriarcali e androcentriche caratterizzate dai ruoli bio-sociali differenti, dobbiamo ritenere che esista incompatibilità tra donne – diritti umani – e Chiese?”. Mi soffermo su talune considerazioni che possono aiutare a chiarire e a superare questo conflitto.

PRIMA QUESTIONE. LA FONDAZIONE BIBLICA

Spesso si è caduti nel rischio di far dire alla Bibbia tutto e il contrario di tutto: contro la democrazia e per la democrazia, contro i diritti umani e a favore dei diritti umani, contro le donne e a favore delle donne. Per superare questo pericolo, occorre operare una rilettura critica dei testi sacri, che li veda nel loro dinamico costituirsi all’interno dei tanti contesti culturali nei quali hanno preso parola – “parola di uomini” – e interrogarsi sul senso da dare al loro essere canonici e normativi. In molte pagine della Scrittura sono presenti episodi che sembrano autorizzare la violazione di diritti elementari, come il votare allo sterminio i nemici, la vendita degli schiavi e la violenza sulle donne.

Tra i due estremi – usare la Bibbia per giustificare tutto, rifiutarla perché contraria alle nostre sensibilità -  va percorsa un’altra via, una via che porti all’uso delle fonti bibliche e della Tradizione conferendo ad esse un carattere fondativo o rivelativo, ma non giustificativo: esse (Bibbia e tradizione) orientano una fede in cammino e non dogmaticamente definita. In tal modo si eviterebbero, da una parte, proiezioni anacronistiche di problemi odierni su testi antichi e, dall’altra, si opererebbe una importante differenza tra l’ideale messaggio della fede salvifica e i limiti contingenti umani, legati alle specifiche epoche storiche nelle quali quei testi sono stati elaborati.

SECONDA QUESTIONE. LE TESTIMONIANZE STORICHE

Alexandre Faivre chiama «la istituzionalizzazione per inferiorizzazione» la forma che si è affermata nel cristianesimo attraverso un lungo processo di assimilazione e di adattamento con le categorie gerarchiche e politiche delle culture che lo hanno attraversato (giudaismo, filosofia greca, diritto romano). Le dimensioni istituzionali che le Chiese hanno assunto quanto devono alle culture patriarcali che hanno incontrato e che hanno assimilato? La struttura androcentrica, seppur storicamente legittima, è l’unica scelta possibile di organizzazione ecclesiale? 

Queste domande spingono verso una rilettura delle testimonianze storiche relative ai tentativi di “democratizzazione” della Chiesa da parte dei cristiani, uomini e donne, chierici e laici, teologi e semplici battezzati. Penso alle posizioni “eretiche medievali”, che spingevano verso una più egualitaria distribuzione di compiti fra tutti i credenti – ad esempio, i montanisti, i guglielmiti, i valdesi -; alle teorie conciliariste, indirizzate verso una collegialità nell’esercizio dell’autorità; alla riscrittura delle regole monastiche nel senso di partecipazione fraterna; a tutte quelle esigenze di renovatio che attraversano la storia cristiana – cattolica e riformata (evangelismo, movimento quacchero, i vetero cattolici …) – come istanze di quella che oggi chiameremmo “partecipazione democratica”. Potremmo e dovremmo ripercorrere la storia cristiana dalle origini ai giorni nostri, evidenziando la ricerca di soluzioni proposte più attinenti a un’ispirazione di fondo legata alla uguale dignità di tutti i battezzati, uomini e donne, chiamati tutti alla sequela e al servizio reciproco.

TERZA QUESTIONE. IL MODELLO ECCLESIOLOGICO

Quale Chiesa? La comunità cristiana si è declinata diversamente nella storia e non tutti i modelli hanno uguale valore. L’opzione del modello che è stato assunto dalle singole Chiese non comporta necessariamente che esso sia da considerarsi assoluto; si tratta, infatti, di un modello analogico e, pertanto, inadeguato e perfettibile. La Chiesa cattolica è stata considerata immutabile e permanente, dalla forma stabile e monolitica. Oggi assistiamo, però, alla rottura dei sistemi rigidi. Ci muoviamo in contesti fluidi, segnati da fragilità, debolezza, limite, vulnerabilità, cambiamento. L’orizzonte ecclesiale è variegato. I modelli ecclesiologici sono diversamente modulati.

Occorre considerare le interconnessioni tra organizzazione istituzionale, visione di Dio e presupposto antropologico. Bisogna chiedersi se, cambiando lo spazio culturale o il paradigma antropologico, si possano rivisitare tanto i testi sacri quanto la Tradizione (o le tradizioni) e la vita delle stesse Chiese, non limitandosi a meri adattamenti di superficie, ma aprendo i tradizionali modelli ecclesiologici secondo i principi della comunione e della corresponsabilità apostolica, inclusiva delle donne.

LE ASIMMETRIE TRA VANGELO, DEMOCRAZIA E DIRITTI UMANI

Troppo spesso le religioni hanno fatto ricorso a Dio per legittimare diseguaglianze. Come conciliare l’annuncio del Vangelo e la codificazione dei diritti umani?

Non ci dovrebbe essere opposizione tra diritti umani e Vangelo: l’annuncio di salvezza è rivolto indistintamente a tutti gli esseri umani, legati da comunione di amore fraterno. Tuttavia, voglio spingere oltre la mia riflessione.

Diritti e Vangelo sono due realtà asimmetriche: l’etica della fratellanza, infatti, non è riducibile alla democrazia e lo stile di vita evangelico non è modulato su di un criterio di pura giustizia retributiva. Ci troviamo in presenza di due diversi piani concettuali.

Se è vero, per fare un esempio, che la giustizia non dovrebbe escludere i valori della solidarietà, e della benevolenza, è altrettanto vero che l’etica dell’amore proposta nei Vangeli segue la regola dell’asimmetria nello spingersi al di là delle esigenze della giustizia: pensiamo all’amore gratuito che si spinge fino all’amore per i nemici. Il Vangelo è motore di trasformazione e di promozione di diritti sempre nuovi.

Le Beatitudini si pongono al di sopra della Legge, in quanto poste ad un livello diverso da quello giuridico; esse sollecitano diritti “altri”. Le convinzioni derivanti dalla Rivelazione – l’essere stati creati ad immagine di Dio, l’annuncio della salvezza rivolto a tutti senza distinzione, l’appello alla responsabilità – hanno spinto e spingono verso una ricerca dinamica di modi di attuazione concreta dei valori annunciati.

Il cristianesimo è a fondamento dei diritti umani, ma non si esaurisce in essi, in quanto fa riferimento a un universo normativo situato al di fuori delle norme giuridiche, le quali non riescono a regolare tutta la ricchezza delle relazioni umane. In tal senso l’annuncio evangelico, attento alle singolarità incarnate, interpella tutte le politiche di uguaglianza, senza ridurle all’assimilazione o all’omologazione; spinge a contestualizzare la soggettività etica del credente senza fare discriminazioni circa la sua identità sessuale o la sua appartenenza etnica.

Dobbiamo riformulare le domande sul rapporto tra lo stile di vita radicale e alternativo di Gesù e la costruzione della religione cristiana e delle Chiese e chiederci se non dobbiamo superare le sedimentazioni storiche per recuperare, attraverso quell’annuncio del Regno che trasforma la vita, un modo diverso di vivere la vita nella comunità ecclesiale. Questa, al di là dell’organizzazione democratica, non dovrebbe, infatti, separare i laici dal clero, né gli uomini dalle donne. Il messaggio di Gesù è rivolto in egual modo a tutti gli esseri umani. Centrando l’essenzialità della fede nei rapporti di amore e di condivisione che si instaurano tra le persone, Gesù esce dall’ambito del sacro e riconsegna a ciascuno un’identità aperta che è chiamata, nella sequela della sua persona, ad una umanità integrale. Il sovvertimento delle gerarchie e dei poteri del mondo, il rifiuto del sistema di puro/impuro, la centralità della persona chiamata a rispondere in prima persona all’annuncio del Regno, il superamento di caste e discriminazioni, tutto ciò ha innestato ineludibili dinamiche di trasformazione nella storia della società occidentale, che hanno contribuito all’affermarsi dei diritti umani e della democrazia, al riconoscimento della dignità della donna,  nonostante le spinte contrarie presenti all’interno dello stesso cristianesimo. Per questo il cristianesimo può contribuire ad allargare gli orizzonti delle società contemporanee e diventare un arricchimento per il pluralismo e per la vitalità culturale degli ordinamenti democratici.

INFINE: UNA CHIESA PER QUALI DONNE?

Voglio chiudere con una riflessione che nasce dallo studio e dall’esperienza di vita. Mi sono occupata di un caso di monacazione forzata, esattamente di Enrichetta Caracciolo, monaca in S. Gregorio Armeno, uno dei più antichi e prestigiosi monasteri napoletani. Alla morte del padre, Enrichetta rimase sotto la tutela della madre che, desiderosa di risposarsi, la costrinse ad entrare in monastero. Lei non voleva vivere in monastero e fece di tutto per uscirne finché non riuscì a scappare, a unirsi a Giuseppe Garibaldi e a combattere per l’Unità d’Italia. Enrichetta racconta la sua storia in un libro, Misteri del chiostro napoletano, pubblicato nel 1864, dove esprime giudizi molto severi contro gli uomini di Chiesa (confessori, padri spirituali, vescovo) che la tengono prigioniera e che non comprendono la sua ansia di libertà.

Ma mi chiedo: siamo sicure che le tutte le colpe siano degli uomini? Non è stata forse la madre a metterla in monastero contro la sua volontà? E non sono forse le consorelle monache ad ostacolarla con le loro gelosie e inimicizie, come lei stessa ci racconta nel suo libro denuncia?

Le donne sono spesso nemiche delle donne. È una riflessione che dobbiamo fare con serenità e impegno e che tocca anche noi donne, teologhe dell’Afert. Sono a conoscenza delle fratture all’interno del gruppo spagnolo, di inimicizie nel gruppo di lingua tedesca, di tensioni nel gruppo italiano. Se non riusciamo a creare reti di solidarietà, di condivisione, di aiuto reciproco, di comprensione, di sostegno, di appoggio… e l’elenco può continuare ancora, non potremmo difendere i nostri diritti, costruire la democrazia, vivere la comunità dei redenti in Cristo.

Aiutiamoci. Non cerchiamo solo di inventare “parole nuove”, come disse Virginia Woolf (nell’opera Le tre Ghinee) nell’opporsi alla guerra, ma mettiamo in atto “pratiche nuove”. Non ripetiamo dinamiche di potere, ma, con un nuovo spirito creativo, attuiamo modi veri di convivialità. Fondiamo “Ordini della Sororità”, come ha fatto in Italia Ivana Ceresa, una laica, amica della filosofa Luisa Muraro, che nel 2002 ha dato vita a una esperienza di sororità, «per mettere al mondo la Chiesa madre». Cerchiamo di avere, infine, una grande visione utopica, che dia respiro a questo mondo asfittico, che apra orizzonti a questa miopia dei cuori, che sappia trascinare le nostre passioni nella costruzione di società e di Chiese dove regnino giustizia e diritto, ma anche misericordia e comunione, tra donne e uomini, tra uomini, tra donne.

Adriana Valerio

Occupy Wall Street

Autore: liberospirito 23 ott 2011, Comments (0)

Questa volta ci sembra giusto occuparci del “movimento degli indignati” che si sta sviluppando in tutto il mondo. Non occorre spiegarne la ragione: l’urgenza del momento lo richiede. Lo facciamo pubblicando la traduzione italiana dell’intervento di Ken Knabb a proposito dell’esperienza – tuttora in corso – Occupy Wall Street, su cui tanto si parla, ma poco si conosce. Il testo proviene dal sito web Bureau of Public Secrets (www.bopsecrets.org). Dello stesso autore – un attivista radical americano e al contempo un praticante zen – sono già apparsi alcuni interventi sul sito www.liberospirito.org, collegato al presente blog.

Il risveglio in America

Ken Knabb

Il movimento “Occupy Wall Street”, che si è propagato in tutto il paese nelle ultime quattro settimane, è già la svolta radicale più importante che l’America abbia conosciuto dagli anni Sessanta. Ed è solo l’inizio.

Ha preso il via il 17 settembre scorso, quando circa 2000 persone si sono radunate a New York per “occupare Wall Street” in segno di protesta contro il sempre più evidente dominio di una piccola élite economica sull’ “altro 99%”. I partecipanti hanno costruito una sorta di tendopoli permanente, occupando un parco pubblico (ribattezzato Liberty Plaza in omaggio all’occupazione di Piazza Tahrir in Egitto) nei pressi di Wall Street, e hanno formato un’assemblea generale che ha continuato a riunirsi quotidianamente. Anche se all’inizio i grandi media l’hanno pressoché ignorata, l’azione ha ben presto ispirato altre occupazioni simili in centinaia di città del paese e in molte altre nel resto del mondo.

L’élite al potere ignora che cosa le sia caduto addosso, ed è stata improvvisamente costretta a mettersi sulla difensiva, mentre i guru mediatici, che non hanno la minima idea di che cosa stia succedendo, cercano di screditare il movimento in quanto privo di un programma coerente o di un elenco di richieste. Naturalmente i partecipanti hanno espresso numerose lamentele, piuttosto ovvie per chiunque abbia seguito con attenzione ciò che è accaduto e accade nel mondo. Hanno però saggiamente evitato di limitarsi a un’unica richiesta, o anche a poche richieste, perché appare sempre più chiaro che il sistema è problematico in ogni suo aspetto, e che tutti i problemi sono correlati. Al contrario, riconoscendo che la partecipazione popolare è di per se stessa elemento essenziale di ogni soluzione che sia realmente tale, hanno lanciato una proposta, di una semplicità disarmante e allo stesso tempo oltremodo sovversiva: sollecitare la gente in tutto mondo affinché “eserciti il suo diritto a riunirsi pacificamente; a occupare gli spazi pubblici; a creare un percorso che permetta di affrontare i problemi che ci stanno dinanzi e di creare soluzioni accessibili a tutti… Unitevi a noi e fate sentire le vostre voci!” (Dichiarazione per l’Occupazione della città di New York).

Altrettanto ignari, o quasi, sono quegli ideologi radicali che se ne stanno defilati, profetizzando cupamente che il movimento finirà per essere cooptato, oppure lamentano che non abbia sposato fin da subito le posizioni più radicali. Loro meglio di chiunque dovrebbero sapere che la dinamica dei movimenti sociali è molto più importante delle loro apparenti posizioni ideologiche. Le rivoluzioni nascono da complicati processi di dibattito e di interazione sociale che a un certo punto raggiungono una massa critica e innescano una reazione a catena — processi molto simili a quello a cui stiamo assistendo in questo momento. Lo slogan del “99%” può anche non essere un’ “analisi di classe” molto precisa, ma è un’approssimazione sufficiente per i principianti, un ottimo meme che va al di là di molta terminologia sociologica tradizionale, per evidenziare come la stragrande maggioranza delle persone sia soggetta a un sistema governato da e per una piccola élite dirigente. E giustamente pone l’accento sulle istituzioni economiche piuttosto che sui politici, che di quelle non sono altro che i lacchè. Le innumerevoli lagnanze possono anche non costituire un programma coerente ma, nel loro insieme, comportano un fondamentale mutamento di sistema. La natura di questa trasformazione diverrà più chiara con l’evolversi della lotta. Se il movimento finirà per forzare il sistema a inventarsi qualche riforma significativa, in stile New Deal, tanto meglio — la situazione migliorerà temporaneamente, e questo ci permetterà di spingerci oltre con maggiore facilità. Se il sistema si rivela incapace di mettere in atto riforme significative, allora la gente sarà costretta a valutare alternative più radicali.

Quanto alla cooptazione, ci saranno in effetti molti tentativi di assumere il controllo del movimento e di manipolarlo. Ma non credo che chi tenterà di farlo avrà vita facile. Fin dal principio il movimento di occupazione è stato risolutamente anti-gerarchico e partecipativo. Le decisioni uscite dalle Assemblee generali sono scrupolosamente democratiche e la gran parte è presa all’unanimità — procedimento che può a volte risultare inefficiente, ma che ha il vantaggio di rendere praticamente impossibile ogni manipolazione. In realtà la vera minaccia è l’opposto: l’esempio della democrazia partecipativa, in ultima analisi, è una minaccia per tutte le gerarchie e le divisioni sociali, comprese quelle fra i lavoratori di base e le loro burocrazie sindacali, e fra i partiti politici e i loro elettori. Questo è il motivo per cui tanti politici e sindacalisti stanno cercando di salire sul carro della protesta. È un riflesso della nostra forza, non della nostra debolezza. (La cooptazione avviene quando noi veniamo indotti a salire sul loro carro). Le assemblee ovviamente possono accettare di collaborare con alcuni gruppi politici per una manifestazione, o con qualche sindacato per uno sciopero, ma gran parte di esse fa attenzione a mantenere una netta distinzione, e praticamente tutte hanno preso chiaramente le distanze dai due maggiori partiti politici.

Se da un lato il movimento è eclettico e aperto a chiunque, si può dire con certezza che il suo spirito profondo è fortemente anti-autoritario, e si ispira non solo agli ultimi movimenti popolari nati in Argentina, Tunisia, Egitto, Grecia, Spagna e in altri paesi, ma anche a teorie e strategie anarchiche e situazioniste. Come ha osservato il direttore editoriale di “Adbusters” (uno dei gruppi che hanno contribuito a far nascere il movimento):

Non ci ispiriamo solamente a quanto è accaduto recentemente nella Primavera Araba, ma siamo studenti del movimento situazionista. Furono loro, infatti, gli iniziatori di ciò che per molti è stata la prima rivoluzione globale, scoppiata nel 1968, quando alcune insurrezioni a Parigi ne provocarono istantaneamente altre in tutto il mondo. Di colpo le università e le città iniziarono a esplodere. Tutto questo fu opera di un piccolo gruppo di persone, i situazionisti, che costituivano la spina dorsale filosofica del movimento. Una delle figure chiave fu Guy Debord, l’autore del libro La società dello spettacolo. L’idea è che se hai un meme, cioè un’idea, molto potente e i tempi sono maturi, questo è sufficiente a far scoppiare una rivoluzione. È questo il background da cui veniamo.

La rivolta del maggio 1968 in Francia è stata in realtà un “movimento di occupazione”: una delle sue caratteristiche più notevoli fu l’occupazione della Sorbona e di altri edifici pubblici, che ha in seguito ispirato l’occupazione delle fabbriche in tutto il paese da parte di oltre 10 milioni di operai. (Inutile dire che siamo ancora molto lontani da un fenomeno del genere, che difficilmente potrà verificarsi se gli operai americani non scavalcheranno le loro burocrazie sindacali e intraprenderanno azioni collettive autonome, come accadde in Francia).

Man mano che il movimento si estende a centinaia di città, è importante osservare che ogni nuova occupazione e la relativa assemblea restano totalmente autonome. Benché ispirate dalla prima occupazione di Wall Street, tutte sono state create da persone appartenenti alla comunità locale. Nessuna figura o gruppo esterno ha il minimo controllo su alcuna di queste assemblee. E proprio così dev’essere. Quando le assemblee locali avvertiranno un’esigenza pratica di coordinamento, procederanno in tal senso; nel frattempo, il proliferare di gruppi e azioni autonome è più sicuro e fertile dell’ “unità” creata dall’alto e sempre invocata dai burocrati. Più sicuro perché contrasta la repressione: se l’occupazione viene soffocata (oppure cooptata) in una città, il movimento continuerà a vivere e a prosperare in altre cento città. Più fertile perché questa diversità permette alla gente di condividere e confrontare una più ampia gamma di strategie e di idee.

Ogni assemblea lavora con procedure proprie. Alcune decidono all’unanimità, altre con voto di maggioranza, altre ancora con una combinazione dei due metodi (es. un sistema di “unanimità modificata” che richiede solo il 90% dei voti). Alcune si muovono rigorosamente entro i limiti della legge, altre praticano varie forme di disobbedienza civile. Si stanno formando diversi tipi di comitati, o “gruppi di lavoro”, con lo scopo di affrontare questioni particolari, e si sperimentano vari metodi per garantire la responsabilità dei delegati o dei portavoce. Si stanno prendendo decisioni differenti su come interagire con i media, con la polizia e con i provocatori, e si adottano modalità diverse di collaborazione con altri gruppi o cause. Molte sono le tipologie di organizzazione possibili; l’essenziale è che le cose restino trasparenti, democratiche e partecipative, e che ogni tendenza alla gerarchizzazione o alla manipolazione venga immediatamente denunciata e respinta.

Un’altra novità di questo movimento è che, in contrasto con i movimenti radicali precedenti, che tendevano ad aggregarsi intorno a una questione particolare in un dato giorno, e poi si disperdevano, le attuali occupazioni si sono insediate nei rispettivi luoghi senza limiti di tempo. La loro presenza è la lungo termine, e c’è quindi tempo per mettere radici e sperimentare ogni sorta di nuova possibilità.

Solo partecipando si può capire che cosa sta succedendo veramente. Non tutti sono disposti a pernottare nei luoghi occupati, ma di fatto chiunque può prendere parte alle assemblee generali. Sul sito Occupy Together si possono trovare informazioni sulle occupazioni (o sui progetti di occupazione) in oltre mille città degli Stati Uniti e in diverse centinaia di altre città in tutto il mondo.

Le occupazioni stanno riunendo persone di tutti i tipi, di ogni cultura ed estrazione. Per alcuni può essere un’esperienza nuova e forse destabilizzante, ma è incredibile la rapidità con cui le barriere possono cadere quando si lavora insieme, a un progetto collettivo entusiasmante. Il metodo dell’unanimità può apparire tedioso all’inizio, specialmente se si utilizza il sistema del “microfono umano” (in cui l’assemblea ripete ogni frase del relatore così che tutti possano sentire). Ma ha il vantaggio di stimolare le persone a parlare in modo sintetico e pertinente; dopo un po’ si prende il ritmo e si inizia ad apprezzare il fatto di concentrarsi tutti insieme su ciascuna frase, e che tutti abbiano l’opportunità di dire la loro e vedere le proprie istanze ascoltate con rispetto da tutti gli altri.

Stiamo già assaggiando una nuova vita: la vita come potrebbe essere se non ci trovassimo invischiati in un sistema sociale così assurdo e anacronistico. Gli avvenimenti sono così tanti e si succedono a un ritmo tale che non sappiamo quasi come descriverli. Sensazioni del tipo: “Non posso crederci! Finalmente! È arrivato il momento! O almeno potrebbe arrivare — quello che abbiamo aspettato per tanto tempo, quel risveglio dell’umanità che abbiamo sognato ma che non sapevamo se avremmo visto nel corso della nostra vita.” Adesso è qui, e so di non essere l’unico ad avere le lacrime agli occhi per la gioia. Una donna che ha parlato alla prima assemblea generale Occupy Oakland ha detto “Sono venuta qui, oggi, non solo per cambiare il mondo, ma per cambiare me stessa.” Penso che tutti i presenti sapessero che cosa intendeva. In questo mondo nuovo siamo tutti principianti. Tutti commetteremo un sacco di errori. Possiamo tranquillamente aspettarcelo, e va bene così. Siamo nuovi a questo. Ma in questa nuova situazione impareremo presto.

In quella stessa assemblea qualcun altro aveva un cartello che diceva: “Ci sono più ragioni per entusiasmarsi che per spaventarsi”.

www.bopsecrets.org  

Per la pace e l’incontro delle genti

Autore: liberospirito 27 set 2011, Comments (0)
Pubblichiamo la mozione finale redatta in conclusione della marcia Perugia-Assisi svoltasi il presente anno. Ci pare una buona piattaforma su cui riflettere e discutere di fronte alle varie emergenze che colpiscono, sia a livello locale che globale, il pianeta e i suoi abitanti.
 
 
A conclusione della Perugia-Assisi, che abbiamo convocato a cinquant’anni dalla prima Marcia organizzata il 24 settembre 1961 da Aldo Capitini, vogliamo lanciare un nuovo appello per la pace e la fratellanza dei popoli.
Lo facciamo richiamando il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che proclama: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.
La fratellanza dei popoli si basa sulla dignità, sugli eguali diritti fondamentali e sulla cittadinanza universale delle persone che compongono i popoli. I diritti umani sono il nome dei bisogni vitali di cui è portatrice ogni persona. Essi interpellano l’agenda della politica la quale deve farsi carico di azioni concrete per assicurare “tutti i diritti umani per tutti” a livello nazionale e internazionale. La sfida è tradurre in pratica il principio dell’interdipendenza e indivisibilità dei diritti umani – civili, politici, economici, sociali e culturali – e ridefinire la cittadinanza nel segno dell’inclusione. L’agenda politica dei diritti umani comporta che nei programmi dei partiti e dei governi ciascun diritto umano deve costituire il capoverso di un capitolo articolato concretamente in politiche pubbliche e misure positive.
Il nostro appello per la pace e la fratellanza dei popoli contiene alcuni principi, proposte e impegni:
Principi

Primo. Il mondo sta diventando sempre più insicuro. Se continuiamo a spendere 1.6 trilioni di dollari all’anno per fare la guerra non riusciremo a risolvere nessuno dei grandi problemi del nostro tempo: la miseria e la morte per fame, il cambio climatico, la disoccupazione, le mafie, la criminalità organizzata e la corruzione. Se vogliamo uscire dalla crisi dobbiamo smettere di fare la guerra e passare dalla sicurezza militare alla sicurezza umana, dalla sicurezza nazionale alla sicurezza comune.

Secondo. Se vogliamo la pace dobbiamo rovesciare le priorità della politica e dell’economia. Dobbiamo mettere al centro le persone e i popoli con la loro dignità, responsabilità e diritti.

Terzo. La nonviolenza è per l’Italia, per l’Europa e per tutti via di uscita dalla difesa di posizioni insufficienti, metodo e stile di vita, strumento di liberazione, strada maestra per contrastare ogni forma d’ingiustizia e costruire persone, società e realtà migliori.

Quarto. Se vogliamo la pace dobbiamo investire sulla solidarietà e sulla cooperazione a tutti i livelli, a livello personale, nelle nostre comunità come nelle relazioni tra i popoli e gli stati. La logica perversa dei cosiddetti “interessi nazionali”, del mercato, del profitto e della competizione globale sta impoverendo e distruggendo il mondo. La solidarietà tra le persone, i popoli e le generazioni, se prima era auspicabile, oggi è diventata indispensabile.

Quinto. Non c’è pace senza una politica di pace e di giustizia. L’Italia, l’Europa e il mondo hanno bisogno urgente di una politica nuova e di una nuova cultura politica nonviolenta fondata sui diritti umani. Quanto più si aggrava la crisi della politica, tanto più è necessario sviluppare la consapevolezza delle responsabilità condivise. Serve un nuovo coraggio civico e politico.
Sesto. Se davvero vogliamo la pace dobbiamo costruire e diffondere la cultura della pace positiva. Una cultura che rimetta al centro della nostra vita i valori della nostra Costituzione e che sappia generare comportamenti personali e politiche pubbliche coerenti. Per questo, prima di tutto, è necessario educare alla pace. Educare alla pace è responsabilità di tutti ma la scuola ha una responsabilità e un compito speciali.
Proposte e impegni
1. Garantire a tutti il diritto al cibo e all’acqua
E’ intollerabile che ancora oggi più di un miliardo di persone sia privato del cibo e dell’acqua necessaria per sopravvivere mentre abbiamo tutte le risorse per evitarlo. Ed è ancora più intollerabile che queste atroci sofferenze siano aumentate dalla speculazione finanziaria sul cibo, dall’accaparramento delle terre fertili, dalla devastazione dell’agricoltura e dalla privatizzazione dell’acqua.
2. Promuovere un lavoro dignitoso per tutti
Un miliardo e duecento milioni di persone lavorano in condizioni di sfruttamento. Altri 250 milioni non hanno un lavoro. 200 milioni devono emigrare per cercarne uno. Oltre 12 milioni sono vittime della criminalità e sono costrette a lavorare in condizioni disumane. 158 milioni di bambine e di bambini sono costretti a lavorare. Occorre ridare dignità al lavoro e ai lavoratori, giovani e anziani, di tutto il mondo.
3. Investire sui giovani, sull’educazione e la cultura
Un paese che non investe, non valorizza e non dà spazio ai giovani è un paese senza futuro. La lotta alla disoccupazione giovanile deve diventare una priorità nazionale. Investire sulla scuola, sull’università, sulla ricerca e sulla cultura vuol dire investire sulla crescita sociale, politica ed economica del proprio paese.
4. Disarmare la finanza e costruire un’economia di giustizia
La finanza, priva di ogni controllo internazionale, sta mettendo in crisi l’Europa politica e provoca un drammatico aumento della povertà. Bisogna togliere alla finanza il potere che ha acquisito e ripristinare il primato della politica sulla finanza. Occorre tassare le transazioni finanziarie, lottare contro la corruzione e l’evasione fiscale e ridistribuire la ricchezza per ridurre le disuguaglianze sociali.
5. Ripudiare la guerra, tagliare le spese militari
La guerra è sempre un’inutile strage e va messa al bando come abbiamo fatto con la schiavitù. Anche quando la chiamiamo con un altro nome è incapace di risolvere i problemi che dice di voler risolvere e finisce per moltiplicarli. Promuovere e difendere sistematicamente i diritti umani, investire sulla prevenzione dei conflitti e sulla loro soluzione nonviolenta, promuovere il disarmo, contrastare i traffici e il commercio delle armi, tagliare le spese militari e riconvertire l’industria bellica è il miglior modo per aumentare la nostra sicurezza.
6. Difendere i beni comuni e il pianeta.
Se non impariamo a difendere e gestire correttamente i beni comuni globali di cui disponiamo, beni come l’aria, l’acqua, l’energia e la terra, non ci sarà né pace né sicurezza per nessuno. Nessuno si deve più appropriare di questi beni che devono essere tutelati e condivisi con tutti. Urgono istituzioni, politiche nazionali e internazionali democratiche capaci di operare in tal senso. Occorre ridurre la dipendenza dai fossili, introdurre nuove tecnologie verdi e nuovi stili di vita non più basati sull’individualismo, la mercificazione e il consumismo.
7. Promuovere il diritto a un’informazione libera e pluralista
Un’informazione obiettiva, completa, imparziale, plurale che mette al centro la vita delle persone e dei popoli è condizione indispensabile per la libertà e la democrazia. Sollecita la partecipazione alla vita e alle scelte della collettività; favorisce la comprensione dei fenomeni più complessi che attraversano il nostro tempo, promuovere il dialogo e il confronto, costruisce ponti fra le civiltà, avvicina culture diverse, diffonde e consolida la cultura della pace e dei diritti umani.
8. Fare dell’Onu la casa comune dell’umanità.
Tutti nelle Nazioni Unite, le Nazioni Unite per tutti. Se vogliamo costruire un argine al disordine internazionale, i governi devono accettare di democratizzare e rafforzare le Nazioni Unite mettendo in comune le risorse e le conoscenze per fronteggiare le grandi emergenze sociali e ambientali mondiali.
9. Investire sulla società civile e sullo sviluppo della democrazia partecipativa
Senza una società civile attiva e responsabile e lo sviluppo della cooperazione tra la società civile e le istituzioni a tutti i livelli non sarà possibile risolvere nessuno dei grandi problemi del nostro tempo. Rafforzare la società civile responsabile e promuovere la democrazia partecipativa è uno dei modi più concreti per superare la crisi della politica, della democrazia e delle istituzioni.
10. Costruire società aperte e inclusive.
Il futuro non è nella chiusura in comunità sempre più piccole, isolate e intolleranti che perseguono ciecamente i propri interessi ma nell’apertura all’incontro con gli altri e nella costruzione di relazioni improntate ai principi dell’uguaglianza e alla promozione del bene comune. Praticare il rispetto e il dialogo tra le fedi e le culture arricchisce e accresce la coesione delle nostre comunità. I rifugiati e i migranti sono persone e come tali devono vedere riconosciuti e rispettati i diritti fondamentali.
Queste priorità devono essere portate avanti da ogni persona, a livello locale, nazionale e globale, in Europa come nel Mediterraneo.
Per realizzarle abbiamo innanzitutto bisogno di agire insieme con una strategia comune e la consapevolezza di avere un obiettivo comune.
Per realizzarle abbiamo bisogno di dare all’Italia un governo di pace e una nuova politica, coerente in ogni ambito, e di investire con grande determinazione sulla costruzione di un’Europa dei cittadini, federale e democratica, aperta, solidale e nonviolenta e di una Comunità del Mediterraneo che, raccogliendo la straordinaria domanda di libertà e di giustizia della primavera araba, trasformi finalmente quest’area di grandi crisi e tensioni in un mare di pace e benessere per tutti.
 
Assisi, 25 settembre 2011

Se non ora, quando?

Autore: liberospirito 15 giu 2011, Comments (0)

…siete per sempre coinvolti

Fabrizio De Andrè

 Un capitolo, all’interno del libro del teologo tedesco Eugen Drewermann Il messaggio delle donne (pubblicato da Queriniana) fa riferimento al venerdì santo, giorno della passione di Gesù, con parole che, in questi tempi di “guerre umanitarie”, “gente clandestina”, di ipocrisie e corruzione per ogni dove, val la pena ascoltare e su cui merita riflettere. Ne riporto alcuni passi:

 “In questo mondo è mille volte meglio morire come un bambino che uccidere come un adulto. (…) Perché ci risulta così pesante fare semplicemente ciò che crediamo essere la verità? E perché ci lasciamo costantemente ficcare in testa dai giornali, dalle trasmissioni radiotelevisive, dalla propaganda che la verità non ha alcuna possibilità di successo e che non è lecito viverla – per senso di responsabilità?  Anche un uomo come Pilato non voleva giustiziare Gesù; ma credette di avere il dovere di farlo. Bisogna arrivare a capire questo freddo sadismo del calcoloAnche un uomo come Caifa non voleva eliminare Gesù, credeva semplicemente di sapere che non ci si poteva più permettere quel profeta di Nazaret. Bisogna arrivare a capire questo cinismo pragmatico. Altrimenti il venerdì santo non avrà mai fine su questa terra intrisa di sangue. (…) Ogni ordine, anche se sbagliato, ha il suo esecutore materiale. (…) I peggiori delitti non vengono compiuti per il desiderio di uccidere; è più diabolica l’obbedienza, che ha paura di riflettere per conto suo sul contenuto di determinati ordini. Il predatore più terribile di questo mondo non è la pantera o il leone bensì un tipo umano che ha rinunciato a pensare, delegando la sua responsabilità ai sistemi, ai gradi, alle gerarchie. Quelli che sono sempre innocenti, questi cronici della coscienza pura, questi notissimi attivisti del dovere, sono loro i più tremendi; hanno sempre pronto il loro pretesto, portano sempre con sé il loro bravo certificato attestante che la loro coscienza è candida come il bucato, e alla fine dei conti non sono mai stati loro. (…) Non portate il cervello all’ammasso; diventate responsabili delle vostre azioni! Se non si rischia la propria libertà, la propria competenza, la propria responsabilità, il venerdì santo tornerà sempre.”

 A queste parole desidero fare un’aggiunta, perche credo sia importante non  tirarsi fuori dal gioco e cercare di sviluppare la capacità di vedere, presenti al proprio interno, tutte le caratteristiche del nostro essere umani, comprese le peggiori.

La vita della maggior parte di noi scorre ai margini dei giochi di potere, lontanissima dai luoghi decisionali, indaffarata nel lavoro quotidiano. In questa condizione – meri osservatori dell’andar del mondo – è facile tirarsi fuori e pensare se stessi come quelli buoni e bravi che mai e poi mai…

Di questa certezza ho paura, mi inquieta il non riconoscere in sé l’ombra del male che, messi alle strette, in situazioni differenti, buie, di pericolo, può agire come non avremmo mai pensato e cambiare la nostra fisionomia. Sento importante chiamarsi in causa, fare sforzo di immedesimazione, comprensione delle ragioni dell’altro, anche se assurde. Questo non per giustificare ma perché comprendere aiuta noi stessi ad essere autenticamente noi stessi, con tutto ciò di cui siam fatti, e prendere posizione, opporsi, ribellarsi – o qualsiasi atteggiamento si ritenga giusto nel momento preciso che lo richiede – senza schieramenti fanaticamente ideologici e pericolosi, in senso magari opposto, ma uguale, a quello per cui vorremmo alzar la voce.

A questo proposito Etty Hillesum nel suo diario, scritto tra il 1941 e il ’43, diceva:

 ”Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. E’ l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove. (… ) La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell’uomo. Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l’arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com’è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. (…) E fa poi gran differenza se in un secolo è l’Inquisizione a far soffrire gli uomini, o la guerra e i pogrom in un altro? Assurdo, come dicono loro? Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell’altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita. (…) Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro (…) Molti di coloro che oggi s’indignano per certe ingiustizie, a ben guardare s’indignano solo perché quelle ingiustizie toccano proprio a loro: quindi non è un’indignazione veramente radicata e profonda”.

 E’ arrivato il tempo in cui indispensabile è chiamarci in causa tutti, nessuno escluso, domandarci come e iniziare a rimboccarsi le maniche perché, come recita una frase, molto usata ultimamente ma efficace: se non ora, quando?

S.P.

Civiltà della vita e/o civiltà della morte?

Autore: liberospirito 11 mag 2011, Comments (0)

 

Dissidio cosmico e dualismo psichico

Risale agli anni Venti del secolo trascorso la delineazione da parte di Freud della presenza di due tendenze – pulsioni, per la precisione – presenti nell’animo umano: eros e thanatos. La prima, il cui nome deriva da quello della divinità greca dell’amore, mira a creare – secondo il fondatore della psicoanalisi – organizzazioni della realtà sempre più complesse o armonizzate. La seconda, invece, esprime una tendenza regressiva, tendente a far tornare ciò che è vivente a una forma di esistenza inorganica. Analoghi concetti (ma non identici) saranno poi quelli di destrudo, vale a dire l’energia della distruzione, e di libido, la pulsione sessuale; quest’ultima nell’interpretazione che fornirà successivamente C.G. Jung perderà il primitivo significato di pulsione sessuale, per acquisire quello assai più ampio di “energia psichica” e di “trasformazione spirituale”.

Ma ben prima degli esiti raggiunti dalla psicologia contemporanea, altri avevano notato la presenza di una sorta di dualismo psichico nell’essere umano. Lo stesso Freud riconobbe il suo debito nei confronti del filosofo presocratico Empedocle. Quest’ultimo parlava dell’esistenza di un dissidio cosmico fra i principi di philìa (amore o amicizia) e di neikos (odio o discordia).

Non solo: Eros, nelle religioni dell’antica Grecia, è il nome del dio dell’amore, anche se originariamente non era una divinità ma una pura forza di attrazione. In seguito, nell’opera di Esiodo ad esempio, prende le sembianze di una divinità primordiale, antica come Gea stessa (la terra). Il potere di Eros diventerà illimitato, rappresentando un elemento attivo fin dai tempi primordiali. Eros, in quel capolavoro che è il Simposio di Platone, viene descritto come figlio di Penia (la mancanza) e di Poros (l’ingegno). In questo modo egli incarna la ricerca di completezza che connota l’amore, con le mille astuzie a cui sono pronti coloro che amano per raggiungere i loro scopi; in chiave filosofica, la sua natura ingegnosa, porta Eros ad essere la via calda verso la conoscenza.

Viceversa, Thanatos, nella mitologia greca era una divinità che personificava la morte. Veniva descritto come figlio di Erebo (l’oscurità) e della Notte, nonché fratello gemello di Hypnos, il sonno. Era rappresentato come un uomo barbuto ed alato, insensibile alle preghiere perché dal cuore di ferro e dalle viscere di bronzo.

E fermiamoci qui, per quanto riguarda i rimandi ai miti e a gli dei della Grecia antica. Ci sarebbe da perdersi in quei labirinti di genealogie, di saghe, di avventure (un buon viatico per chi volesse inoltrarsi in quel mondo è costituito dai manuali di Károly Kerényi e di Robert Graves). Ora, questo ampio preambolo intende semplicemente illustrare come sia ben radicato nella percezione dell’umana cultura, fin dalle epoche più lontane,  la co-presenza di due tendenze che albergano all’interno dell’essere umano: una, aggregante, incline ad affermare – con forza, con esuberanza e passione – il valore della vita; l’altra, volta a negare e a respingere con pari intensità questo principio. Siamo tutti abitati dalla luce e dalle ombre, in noi esistono le potenzialità che hanno animato i personaggi più sublimi che la storia abbia mai conosciuto, così come quelle oscure e inquietanti che non vorremmo mai conoscere.   

 Il dentro è fuori

Questo dualismo non resta confinato nel foro interiore della vita psichica individuale, ma attraverso di essa si esprime nel sociale, in ogni momento e in ogni frangente. E’ lì, nelle decisioni che prendiamo, negli atti comunicativi, nei comportamenti individuali e nelle interazioni collettive. E ancora: è nelle città e nelle case che edifichiamo, nell’organizzazione sociale che siamo in grado di costruire.

Ecco, proviamo a questo punto a declinare un simile discorso con quello che sta accadendo in Giappone. In breve: tutto ciò è l’espressione di una cultura della vita o di una cultura della morte? I dati ignorati o sottaciuti dai vertici della Tepco e del governo giapponese – precedenti al terremoto e allo tsunami – che hanno condotto a mantenere in essere la centrale (mentre altri Paesi decidevano di adottare un nuovo approccio del risk management) come li collochiamo? Quali saranno state le ragioni per cui le autorità di Tokyo hanno deliberatamente ignorato i pericoli denunciati, due anni prima, da un funzionario dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica? Per difendere e tutelare la vita dei cittadini o per il suo contrario?

Le domande andrebbero ulteriormente estese. Ad esempio: che senso ha ricorrere ad una forma di energia che si è rivelata estremamente pericolosa per l’impatto sull’ambiente e la sicurezza delle persone (dal rischio di contaminazione, ai problemi irrisolti circa lo smaltimento delle scorie radioattive)? E ancora: associamo spontaneamente l’energia nucleare al pericolo di morte o alla pulsione di vita?

Ma non basta, non è solo la questione nucleare ad essere investita. Lo è innanzitutto l’economia che ad essa vuole con folle ostinazione ricorrere e il sistema sociale da essa prodotto. Cosa si propone e di chi è al servizio l’attuale dominio economico?

Non si possono non ricordare a tale proposito le allarmanti parole di Serge Latouche, che compaiono nuovamente nel volume L’invenzione dell’economia (tradotto l’anno passato per Bollati-Boringhieri), sull’odierna affermazione del mito totalitario dell’economia e del lavoro. Il dominio del discorso dell’economia comporta una scelta che rischia di portare a morte l’umanità stessa, volendo monetizzare ogni cosa, creando e modellando un mondo in cui l’economia è tutto – al contempo è il mezzo e il fine -, e la vita, la nuda vita degli uomini, delle donne, degli animali e delle piante è un nulla da manipolare al servizio dei pianificatori di turno.

E’ invece possibile pensare a una prospettiva in cui si possa affermare una civiltà in cui la vita sia affermata, così com’è, semplicemente? E’ così assurdo ripensare una storia in cui sono assenti le ossessioni di questi sistemi produttivi e finanziari, i quali ignorano programmaticamente i bisogni e i desideri dei viventi?

 Una benedizione originaria

Per finire. Qui, proprio qui, vanno ripensate le eredità che ci hanno lasciato le grandi tradizioni spirituali e religiose, le quali possono soccorrerci quando sanno mettere al centro della propria riflessione la “benedizione originaria” (per adoperare un’espressione di Matthew Fox, di cui si è già parlato in un precedente intervento), in grado di abbracciare ogni forma che abita e vive su questa terra. Forse per gli esseri umani non è possibile affrontare integralmente una questione così ampia, di dimensioni cosmiche, come quella che ci troviamo drammaticamente dinanzi, senza una sensibilità religiosa e una spiritualità anch’esse di portata cosmica. Così, alla fine, dopo tanto discorrere, ci troviamo riportati all’interno e nel vivo di quel conflitto cosmico tra vita e morte di cui parlavano e su cui si interrogavano, secoli e secoli fa, gli antichi greci. E, come sempre, è nelle nostre mani decidere quale strada imboccare.

Federico Battistutta

www.ilcambiamento.it

 

L’angelo della liberazione

Autore: liberospirito 25 apr 2011, Comments (0)

Cercando di ricordare il 25 aprile di sessantasei anni fa in maniera non retorica, declinando al presente (e al futuro) gli avvenimenti di quegli anni, riproduciamo un breve intervento della filosofa Roberta De Monticelli apparso proprio ieri sul quotidiano “Il Fatto”. E’ anche un tentativo di coniugare impegno civile e sensibilità religiosa, politica e spiritualità.

Quest’anno il 25 aprile cade in contemporanea con il lunedì dell’Angelo, il che dà a questo 66esimo anniversario un significato particolare e simbolico. L’Angelo annuncia il risorto. Dobbiamo quindi celebrare non solo la fine da un regime dispotico, ma anche la liberazione della coscienza critica di ognuno, la liberazione della mente come luogo di veglia per vedere la verità, che nel nostro stato democratico, nato dalla Resistenza, è riassunta dalla prima parte della Costituzione. Qui sono contenuti i princìpi che non possono essere lasciati all’agone politico, perché al di fuori di questi princìpi, che sono prepolitici, vige la legge del più forte. Festeggiare il 25 aprile il lunedì dell’Angelo è una buona occasione per incontrare personalmente i valori e il divino, per coniugare una ricorrenza storica alla liberazione dai presupposti mentali del fascismo.

Guerra libica. Di nuovo

Autore: liberospirito 20 mar 2011, Comments (0)

L’altro giorno sono iniziati i bombardamenti contro la Libia. Anche l’Italia è della partita. C’è chi ha parlato (il presidente Napolitano) di offrire il nostro aiuto a un popolo che sta vivendo il suo personale “Risorgimento”: l’azione umanitaria (sic!) dovrebbe avere come obiettivo quello di liberare il popolo libico dal despota Gheddafi, che sta tiranneggiando e trucidando la sua stessa gente. Ma più di una voce ha sollevato la domanda: perché, tra tutti Paesi in cui vengono regolarmente violati i diritti umani, interveniamo soltanto in Libia e proprio adesso? Forse la risposta sta nel provare a mettere in relazione la crisi della centrale nucleare in Giappone con questo intervento militare: cioè, la necessità di avere sempre più energia a disposizione hic et nunc, considerando i rischi connessi alla produzione di quella nucleare; ma anche la volontà di sovradeterminare le recenti rivolte scoppiate nelle aree geopolitiche ricche di petrolio, di cui il “caso Libia” è l’esempio più attuale e drammatico. Non si può restare zitti di fronte a tali avvenimenti. Anche questo blog prende parola, riportando di seguito l’appello scritto da Giulietto Chiesa, Alex Zanotelli, Massimo Fini e altri, apparso un paio di giorni fa.

No all’intervento militare contro la Libia

Mi proponevo di scadenzare i miei interventi a ritmi più lunghi, ma la crisi mondiale galoppa a tale velocità che non si può restare indietro. Poiché temo che siamo alla vigilia di una guerra, questa volta alle nostre porte, ritengo mio dovere dire cosa sta succedendo. Lo faccio non da solo, ma insieme ad altre persone che stimo. Forse contiamo poco, ma, per quel poco, abbiamo deciso di far sentire la nostra voce. Per un dovere non solo politico ma soprattutto morale. Noi non usiamo due pesi e due misure. E ricordiamo, per esempio, il silenzio che accompagnò l’eccidio dei palestinesi della striscia di Gaza. Allora nessuno gridò all’intervento militare contro i massacratori e contro uno stato sovrano quale Gaza era già divenuto.
Adesso ci risiamo con gl’interventi “umanitari”. Stare zitti non si può. Quello che segue è il parere comune di un gruppo di privati cittadini. Altri, se vorranno, potranno aggiungersi.
Dopo il voto, inaccettabile, del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha autorizzato, insieme alla no-flight zone, il ricorso a “tutte le misure necessarie” (di fatto il via libera ai bombardamenti), si moltiplicano le notizie di un imminente intervento militare anglo-francese (con una misera foglia di fico araba) sulla Libia.
Noi, che siamo cittadini di un paese che porta responsabilità grandi per la situazione che storicamente si è creata in Libia, ci dichiariamo disponibili a sostenere ogni azione legittima che contribuisca a fermare lo spargimento di sangue e a trovare una soluzione politica alla crisi, mentre dichiariamo la nostra ferma contrarietà ad ogni azione bellica condotta dall’esterno contro un paese sovrano.
Quale che sia il regime, quale l’ordinamento che lo regge, la Libia resta un paese sovrano. Un paese diviso, in preda a una guerra civile assai grave, che ha già prodotto migliaia di vittime, ma non vi sono tribunali esterni, tanto meno armati, che potranno sciogliere legittimamente i nodi che vi si sono aggrovigliati. Non c’è alcuna legittimità in questa impresa, se verrà tentata.
L’obiettivo dei sostenitori dell’intervento è consegnare la Libia a un partner affidabile in qualità di fornitore di materie prime energetiche.
Sappiamo già che la no-flight zone sarà presa come pretesto per bombardamenti, come al solito “chirurgici”, di cui altri morti, militari e civili, saranno il prezzo che il popolo libico dovrà pagare.
Ironia della sorte, toccherà di nuovo a Francia e Inghilterra il ruolo infausto che assunsero nella lontana crisi di Suez. Allora agirono apertamente nel loro interesse. Oggi fingono di farlo per “ragioni umanitarie”.

Giulietto Chiesa, Marino Badiale, Maria Bonafede, Gennaro Carotenuto, Angelo Del Boca, Tommaso Di Francesco, Massimo Fini, Maurizio Pallante, Fernando Rossi, Alex Zanotelli.