Crea sito

Categorie: dialogo religioso

Per un islam laico

Autore: liberospirito 4 Mar 2019, Comments (0)

E’ stata presentata domenica 24 febbraio a Berlino l’ “Iniziativa per un Islam laico”, promossa dall’avvocata Seyran Ates, fondatrice della prima moschea liberale tedesca. A seguire pubblichiamo il comunicato con cui l’associazione ha lanciato la sua iniziativa. Rispetto alle paranoie islamofobe che circolano a casa nostra e nel resto dell’Europa ci sembra un’iniziativa che meriti attenzione e ascolto. Non è l’unico segnale che va nella direzione di una costruzione di un islam occidentale. In precedenti post abbiamo dato notizie che seguono questo cammino. A cominciare dall’apertura a Berlino di una moschea paritaria (sempre ad opera di Seyran Ates), in cui il velo non è obbligatorio e dove le donne possono tenere prediche, al pari degli imam maschi, proponendo, inoltre, una lettura storico-critica del Corano (vedi qui). Così come abbiamo dato pure notizia della “Moschea inclusiva dell’unità”, a Parigi, la prima in Europa espressamente aperta ai gay (vedi qui). Infine chi desiderasse approfondire il tema rimandiamo a un’intervista a Seyran Ates in cui articola  con chiarezza il suo pensiero (vedi qui). Ecco il comunicato dell’ “Iniziativa per un Islam laico”:

«L’“Iniziativa per un Islam laico” è stata fondata in Germania in occasione della quarta Conferenza sull’islam per dare visibilità alle musulmane e ai musulmani laici, che finora non sono stati rappresentati nel dibattito pubblico. Laicità significa per noi sottolineare la positiva neutralità dello Stato e la separazione, che deve essere sempre maggiore, fra religione e politica (Stato) e considerare i musulmani pieni cittadini di una società democratica, che condividono con gli altri diritti e doveri. L’Iniziativa sostiene una maggiore partecipazione civile dei musulmani (per esempio attraverso offerte formative) ma è contro qualsiasi diritto speciale per i musulmani. La libertà di confessione religiosa e il diritto all’“indisturbato esercizio del culto” previsti dalla Costituzione tedesca non includono secondo noi il diritto di imporre le norme religiose nello spazio pubblico».

Le cose sono relazioni

Autore: liberospirito 29 Mag 2018, Comments (0)

Pubblichiamo questo contributo, anche per mettere un po’ fra parentesi tutte le discussioni, più meno sensate, sul destino post-elettorale dell’Italia. E’ un articolo di Carlo Rovelli, fisico teorico e divulgatore in campo scientifico (apparso tempo fa su Corriere.it). Introduce al pensiero di Nagarjuna, autore buddhista indiano, vissuto nei primi secoli dopo Cristo. Brevissimamente: le cose altro non sono che relazioni. Un pensiero: chissà se una riflessione che parte in modo radicale da simili premesse non ci possa aiutare a uscire dal vicolo cieco in cui ci troviamo. Potrebbe essere una via – come diceva Wittgenstein nelle sue Ricerche filosofiche  – per “indicare alla mosca la via d’uscita dalla bottiglia”. E in che razza di bottiglia ci siamo infilati!

220px-nagarjuna

Capita poche volte di incontrare un libro capace di influenzare nettamente il nostro modo di pensare. Ancora più raramente di incontrarne uno di cui non sapevamo nulla. Mi è capitato. Non è un testo sconosciuto: al contrario è famosissimo, commentato da secoli da generazioni di studiosi, addirittura venerato. Io non lo conoscevo, e penso che molti dei miei connazionali italiani, come me, non lo conoscano. L’autore si chiama Nagarjuna.

È un breve e asciutto testo filosofico scritto 18 secoli fa in India e divenuto classico di riferimento della filosofia buddhista. Il titolo è una di quelle interminabili parole indiane, Mulamadhyamakakarika, reso in vari modi, per esempio I versi fondamentali del cammino di mezzo. L’ho letto nella traduzione inglese di un filosofo, Jay Garfield, accompagnata da un ottimo commento che aiuta a penetrarne il linguaggio. Garfield conosce a fondo la tradizione orientale, ma viene dalla filosofia analitica anglosassone, e presenta le idee di Nagarjuna con la chiarezza e la concretezza che caratterizzano questa scuola, mettendole in relazione con il pensiero occidentale.

Non sono capitato su questo libro per caso. Persone disparate mi chiedevano: «Hai letto Nagarjuna?», soprattutto a seguito di discussioni sulla meccanica quantistica, o altri argomenti di fondamenti della fisica. Io non ho mai guardato con simpatia ai tentativi di legare scienza moderna e pensiero orientale antico: mi sono sempre sembrati tirati per i capelli, riduttivi da entrambi i lati. Ma all’ennesimo: «Hai letto Nagarjuna?», ho deciso di farlo, ed è stata una scoperta stupefacente.

Il pensiero di Nagarjuna è centrato sull’idea che nulla abbia esistenza in sé. Tutto esiste solo in dipendenza da qualcosa d’altro, in relazione a qualcosa d’altro. Il termine usato da Nagarjuna per descrivere questa mancanza di essenza propria è «vacuità» (sunyata): le cose sono «vuote» nel senso che non hanno realtà autonoma, esistono grazie a, in funzione di, rispetto a, dalla prospettiva di, qualcosa d’altro.

Se guardo un cielo nuvoloso — per fare un esempio ingenuo — posso vedervi un castello e un drago. Esistono veramente là nel cielo un drago e un castello? No, ovviamente: nascono dall’incontro fra l’apparenza delle nubi e sensazioni e pensieri nella mia testa, di per sé sono entità vuote, non ci sono. Fin qui è facile. Ma Nagarjuna suggerisce che anche le nubi, il cielo, le sensazioni, i pensieri, e la mia testa stessa, siano egualmente null’altro che cose che nascono dall’incontro fra altre cose: entità vuote.

E io che vedo una stella? Esisto? No, neppure io. Chi vede la stella allora? Nessuno, dice Nagarjuna. Vedere la stella è una componente di quell’insieme che convenzionalmente chiamo il mio essere io. «Quello che esprime il linguaggio non esiste. Il cerchio dei pensieri non esiste» (XVIII, 7). Non c’è nessuna essenza ultima o misteriosa da comprendere, che sia l’essenza vera del nostro essere. «Io» non è altro che l’insieme vasto e interconnesso dei fenomeni che lo costituiscono, ciascuno dipendente da qualcosa d’altro. Secoli di concentrazione occidentale sul soggettosvaniscono nell’aria come brina la mattina.

Nagarjuna distingue due livelli, come fanno tanta filosofia e scienza: la realtà convenzionale, apparente, con i suoi aspetti illusori o prospettici, e la realtà ultima. Ma porta questa distinzione in una direzione sorprendente: la realtà ultima, l’essenza, è assenza, vacuità. Non c’è. Ogni metafisica cerca una sostanza prima, un’essenza da cui tutto il resto possa dipendere: il punto di partenza può essere la materia, Dio, lo spirito, le forme platoniche, il soggetto, i momenti elementari di coscienza, energia, esperienza, linguaggio, circoli ermeneutici o quant’altro. Nagarjuna suggerisce che semplicemente la sostanza ultima… non c’è.

Ci sono intuizioni più o meno simili nella filosofia occidentale che vanno da Eraclito alla contemporanea metafisica delle relazioni, toccando Nietzsche, Whitehead, Heidegger, Nancy, Putnam… Ma quella di Nagarjuna è una prospettiva radicalmente relazionale. L’esistenza convenzionale quotidiana non è negata, è affermata in tutta la sua complessità, con i suoi livelli e sfaccettature. Può essere studiata, esplorata, analizzata, ma non ha senso cercarne il sostrato ultimo.

L’illusorietà del mondo, il Samsara, è tema generale del buddhismo; riconoscerla è raggiungere il nirvana, la liberazione e la beatitudine. Ma per Nagarjuna Samsara e Nirvana sono la stessa cosa: entrambi vuoti. Non esistenti.

Allora l’unica realtà è la vacuità? È questa la realtà ultima? No, scrive Nagarjuna, ogni prospettiva esiste solo in dipendenza da altro, non è mai realtà ultima, compresa la prospettiva di Nagarjuna: anche la vacuità è vuota di essenza: è convenzionale. Nessuna metafisica sopravvive. La vacuità è vuota.

Non prendete alla lettera questo mio impacciato tentativo di sintetizzare Nagarjuna. Ci mancherebbe. Ma da parte mia ho trovato questa prospettiva straordinaria e sorprendentemente efficace, e continuo a ripensarci.

In primo luogo perché aiuta a dare forma ai tentativi di pensare coerentemente la meccanica quantistica, dove gli oggetti sembrano misteriosamente esistere solo influenzando altri oggetti. Nagarjuna non sapeva nulla di quanti, ovviamente, ma nulla vieta che la sua filosofia possa offrire pinze utili per fare ordine in scoperte moderne. La meccanica quantistica non quadra con un realismo ingenuo, materialista o altro; ancora meno con ogni forma di idealismo. Come comprenderla? Nagarjuna offre uno strumento: si può pensare l’interdipendenza senza essenze autonome. Anzi l’interdipendenza — questo è il suo argomentare chiave — richiede di dimenticare essenze autonome. La fisica moderna pullula di nozioni relazionali, non solo nei quanti: la velocità di un oggetto non esiste in sé, esiste solo rispetto a un altro oggetto; un campo in sé non è elettrico o magnetico, lo è solo rispetto ad altro, e così via. La lunga ricerca della «sostanza ultima» della fisica è naufragata nella complessità relazionale della teoria quantistica dei campi e della relatività generale… Forse un antico pensatore indiano ci offre qualche strumento concettuale in più per districarci… È sempre dagli altri che si impara, dal diverso; e nonostante millenni di dialogo ininterrotto, Oriente e Occidente hanno ancora cose da dirsi. Come nei migliori matrimoni.

Ma il fascino di questo pensiero va al di là dei problemi della fisica moderna. La prospettiva di Nagarjuna ha qualcosa di vertiginoso. Sembra risuonare con il meglio di tanta filosofia occidentale, classica e recente. Con lo scetticismo radicale di Hume, con la dissoluzione delle domande mal poste di Wittgenstein. Nagarjuna non cade nelle trappole in cui si impiglia tanta filosofia postulando punti di partenza che finiscono sempre per rivelarsi a lungo andare insoddisfacenti. Parla della realtà e della sua complessità, schermandoci dalla trappola concettuale di volerne trovare il fondamento. È un linguaggio vicino all’anti-fondazionalismo contemporaneo. La sua non è stravaganza metafisica: è semplicemente sobrietà. E nutre un atteggiamento etico profondamente rasserenante: è comprendere che non esistiamo che ci può liberare dall’attaccamento e dalla sofferenza; è proprio per la sua impermanenza, per l’assenza di ogni assoluto, che la vita ha senso.

Questo è il Nagarjuna filtrato da Garfield. Esistono interpretazioni diverse del testo, commentato da secoli. Oggi se ne discutono di kantiane, pragmatiste, neoplatoniche, misticheggianti, zen… La molteplicità di possibili letture non è una debolezza del libro. Al contrario, è la testimonianza della vitalità e della capacità di parlare che può avere uno straordinario testo antico. Quello che davvero ci interessa non è cosa effettivamente pensasse il priore di un monastero nel Sud dell’India di quasi due millenni or sono — quelli sono affari suoi; ciò che ci interessa è la forza di idee che emana oggi dalle righe che lui ha scritto, e quanto queste, intersecandosi con la nostra cultura e il nostro sapere, possano aprirci spazi di pensieri nuovi. Perché questa è la cultura: un dialogo interminabile che ci arricchisce continuando a nutrirsi di esperienze, sapere e soprattutto scambi.

Carlo Rovelli

Sulla parola “mistero”

Autore: liberospirito 10 Mag 2018, Comments (0)

Quanto segue è un contributo di Edoardo Lombardi-Vallauri (studioso di linguistica) apparso sul sito di MicroMega. Viene presa in esame la parola “mistero”, vera e propria parola-chiave presente nell’universo religioso. Con semplicità e arguzia l’autore ci illustra i vari slittamenti di senso che questo termine subisce all’interno di molti discorsi religiosi fino a divenire dogma indiscutibile. A dimostrazione che se è vero che la ragione ha i suoi limiti, è altrettanto vero che a questi limiti bisogna arrivarci  – o almeno provarci …

leap_with_faith_by_lemmewinks

In certi ambienti questa parola è usata in modo truffaldino, mantenendone apparentemente il significato ma in realtà cambiando gli oggetti a cui la si riferisce, fino a farle designare cose che sono quasi il contrario.
L’esperienza di chi vive con attenzione è costellata di inconoscibili. Non sappiamo da che cosa si sia originato tutto ciò che è: può qualcosa, o addirittura un intero universo, prodursi dal nulla? E forse che l’unica alternativa facile da descrivere in parole, cioè che esista “da sempre”, è più realistica o comunque davvero immaginabile dalle nostre menti? Stiamo in mezzo all’incomprensibile, che si estende in tutte le direzioni. Anche senza andare così lontano, è misterioso perfino quello che accade nella nostra stessa testa. Processi (bio)chimici producono, cosa senza alcun parallelo nel resto del reale, entità non fisiche come la coscienza e il pensiero. Che rapporto di causa-effetto vi sia tra l’attività dei neuroni e la consapevolezza di esistere, continua ad essere da noi ignorato a dispetto di ogni progresso nella descrizione sia del cervello che della psicologia. E questi sono solo i fatti. Con i significati va ancora peggio. C’è un senso per come le cose stanno? C’è un profondo fine per il tutto? o almeno per la vita dell’uomo? Naturalmente a questo genere di domande non si può rispondere in modo scientifico, cioè deducendo conclusioni logiche da premesse empiriche.
Insomma, vi è un campo del mistero, del non conoscibile, del non spiegabile. E riguarda questioni così importanti, che noi non riusciamo ad accontentarci dell’inconoscibilità: vogliamo andare avanti, farcene comunque un’idea. Poiché lì la ragione non serve, o per lo meno non basta, in linea di principio non c’è abuso intellettuale nell’abbandonarla. E quando abbandoniamo la ragione per addentrarci in questi campi, attiviamo qualcosa che si può a buon diritto chiamare fede. Ad esempio, immaginiamo che vi debba essere qualche stato di cose misterioso  e incomprensibile alle nostre menti, che – se potessimo comprenderlo – spiegherebbe. Fin qui tutto bene.
Ma spesso ci spingiamo a tentare qualche forma di “sistemazione” del mistero, ad esempio supponendo che quello stato di cose sia un essere soprannaturale fatto proprio nel modo in cui alla nostra mente serve immaginarlo perché fornisca una risposta soddisfacente sull’origine dell’universo e della coscienza (un Dio creatore, e insufflatore di anima). Fin qui quasi benino. Ma poi gli attribuiamo alcune caratteristiche più precise: è uno e trino, si è incarnato in una vergine, è risorto dai morti, non vuole che usiamo preservativi. Ed ecco che mistero resta apparentemente la stessa parola, ma in realtà, sottobanco, cambia il tipo di cose a cui viene riferita. Quando si dice che a un certo punto la ragione ci abbandona e restiamo in balìa del mistero, stiamo ancora parlando di mistero in senso proprio. Quando si dice che la fede arriva dove non arriva la ragione, stiamo ancora parlando di mistero, a patto che con “fede” si intenda la generica ammissione che qualcosa ci sfugge e ci supera, e che questo qualcosa potrebbe anche essere immensamente più grande di noi. Ma quando si comincia a descrivere quel qualcosa in termini dettagliati, dov’è finito il mistero? Più che con una misteriosa immensità davanti a cui la ragione non è pertinente, ci ritroviamo con dei modesti dettagli che contraddicono la ragione.
L’operazione è interessante: prima ci si appella alla vera impotenza della ragione al cospetto dell’inconoscibile, e così si accredita l’idea che vi sia un terreno, il mistero, dove la ragione perde la sua autorità. Si attribuisce il diritto di marcia su quel terreno alla “fede”, inizialmente intesa come slancio della mente arresa al mistero. Ma poi, appena ottenuta la patente di frequentazione del mistero, la fede viene trasformata nella mera invenzione di carabattole per niente misteriose né ulteriori rispetto alla ragione, bensì semplicemente errate e smentite dalla ragione. Tuttavia la parola mistero è ancora lì, e viene usata proprio per proteggere quelle carabattole dalla legittima smentita. Se a qualcuno appare discutibile che esista un dio “persona”, dotato di volontà e di inclinazioni (ad es., sugli umani terrestri, preferenza per i poveri, no fecondazione assistita, matrimonio indissolubile), gli si dice che le sue obbiezioni razionali sono abusive perché quello è il campo del mistero, dove la ragione non può entrare. Se qualcuno sostiene che non si può essere uni e trini, umani e divini, vergini e madri, gli si obbietta che sta cercando di applicare la ragione al mistero. E che il mistero si deve accettare così com’è. Soltanto che quello non è il mistero così com’è: zitti zitti, anche se continuano a chiamarlo “mistero” per rendersi insindacabili, al suo posto hanno messo alcune loro credenze piuttosto provinciali.
Infatti il punto è che – lungi dall’essere il mistero – tutti quegli articoli di fede sono semplicemente delle invenzioni con cui si è riempito lo spazio che era del mistero. Anzi, con cui si è sloggiato il mistero. Invenzioni che di addentrarsi nel mistero non hanno più diritto di quanto ne abbia la ragione. Invenzioni che – a differenza del mistero – sono prodotte dalla mente umana tanto quanto lo è la ragione; ma al confronto della ragione sono molto meno rispettabili, perché sono arbitrarie, e la realtà osservabile le smentisce anziché confermarle. Infatti mentre la ragione scientifica è passabilmente condivisa da tutta l’umanità, le invenzioni di fede che le diverse religioni insinuano nello spazio del “mistero” sono tutte fantasiosamente diverse.
Naturalmente esiste un nome per i casi in cui una fede, anziché adombrare territori che vanno oltre la ragione, contraddice la ragione asserendo – come veri – fatti che la ragione semplicemente smentisce. Questo atteggiamento si chiama superstizione, e infatti nella storia ogni religione ha spesso chiamato così le altre.


Edoardo Lombardi Vallauri

Pubblichiamo la traduzione di una intervista rilasciata in Francia dal Dalai Lama. Vengono toccati, anche se a volo d’uccello, temi di grande interesse: la pratica religiosa, il rapporto tra politica e spiritualità, i segnali di un futuro post-religioso .

dalai-lama-1024x727

Intervista esclusiva con il maestro spirituale tibetano durante il suo soggiorno a Strasburgo. Sempre con la medesima ossessione: come evitare di cadere nella violenza?

Per una volta, la pressione del console cinese non ha avuto alcun effetto. A Strasburgo, il Dalai Lama è stato ricevuto a braccia aperte dal comune e dalle autorità europee. Il punto culminante del suo soggiorno nella capitale alsaziana, un fine-settimana da decifrare, davanti a un pubblico di ottomila persone riunite allo Zenith, un’ardua costruzione del nostro secolo. Lì ci ha ricevuti, in una piccola stanza senza finestre, all’interno del vasto edificio. Tra un pranzo veloce e un incontro con un bambino su una sedia a rotelle, ha risposto alle nostre domande, anche le più delicate, prima di salire sul palco e riprendere il filo delle sue spiegazioni metafisiche.

Quando evochiamo la tragedia ancora aperta del Tibet, in particolare la recente ondata di auto-immolazioni, il luccichio malizioso che di solito compare negli occhi del Dalai Lama all’improvviso sparisce. Dal 2009, centoquarantacinque tibetani si sono trasformati in torce viventi per protestare contro Pechino, convinti che il loro sacrificio rispettasse l’ingiunzione alla nonviolenza del loro leader spirituale.

L’impasse delle immolazioni

Questa domanda è estremamente difficile per me“, sospira. “Il suicidio, per i buddisti, è un atto violento. Non posso accettarlo. Ma se esprimessi il mio disaccordo, le famiglie, già ferite dalla perdita di un loro caro, verrebbero profondamente rattristate … Che cosa fare? Non c’è via d’uscita. Posso solo stare zitto”. Anche sul piano puramente politico, vede solo una situazione di stallo: “Qual è il beneficio di questi atti? Oltre al risalto pubblico, modifica ciò che pensano i ‘duri’ al potere? Ne dubito … “.

L’impazienza dei giovani tibetani, che sempre meno sopportano la morsa del giogo cinese, rappresenta un altro dilemma: “Un responsabile venuto da Lhasa mi ha spiegato che i vecchi erano piuttosto contenti della loro condizione attuale, ma che i giovani erano molto insoddisfatti. Mi ha assicurato che finché sono vivo non c’è rischio di violenza. Ma dopo? La mia risposta allora e ora è la stessa: il principio della nonviolenza deve essere rispettato, che io sia vivo o meno. Spero che i tibetani ricorderanno che questo principio è parte della loro cultura“. Il Dalai Lama respinge completamente l’idea che la violenza sia talvolta necessaria o utile. “Nulla di buono può mai venire dalla violenza“, insiste, ricordando la famosa frase del Buddha: “Se l’odio risponde all’odio, l’odio non si fermerà mai“.

Gusto del comico

Che fare quindi di fronte a un potere, come quello di Pechino, disposto a qualsiasi cosa per assicurarsi il suo perpetuarsi? “Innanzitutto dobbiamo ricordare che la Cina appartiene al popolo cinese, non al Partito comunista. Le persone saranno sempre lì. Si può dire lo stesso del Partito, tra dieci, venti o trenta anni? La nostra scelta è di mantenere i legami con i cinesi che sostengono la nostra causa, e fortunatamente ce ne sono sempre di più“.

Anche se è la guida spirituale di milioni di discepoli, il Nobel per la pace non esita a mostrare umorismo e dire buffonate degne di uno scolaro. Ora si copre la testa con un asciugamano bagnato per rinfrescare il suo cranio e, ovviamente, per scatenare l’ilarità generale. Tra il pericolo di prendersi troppo sul serio e quello di essere scambiato per un clown, ha chiaramente fatto la sua scelta.

Ma questo gusto del comico non gli impedisce di affermare con forza le sue convinzioni. Giudica il nostro mondo troppo radicato in valori ‘esterni’ – successo sociale, denaro, potere, comfort, ecc. – e, al contrario, privo di valori ‘interiori’ – senso del dialogo e del perdono, altruismo, ottimismo e soprattutto compassione. È, dice, questa cultura ‘materialistica’ che dà origine a comportamenti egoistici e genera i conflitti del nostro tempo. Per quanto riguarda i valori altruistici, questi non dovrebbero essere presi per desideri pii: “La scienza ha dimostrato che corrispondono alla natura profonda della specie umana“.

 

“Piuttosto marxista”

Un altro errore sarebbe quello di confinare tali valori nel regno della fede. È convinto che questi facciano parte di un’etica universale, che trascende le religioni e le culture. Per evitare di ripetere le tragedie del XX secolo, sostiene che questi valori andrebbero insegnati insieme alla scienza in tutte le scuole del mondo e presi sul serio, a cominciare dagli stati. Il 14° Dalai Lama ha deciso di dare l’esempio. Nel 2011, ha rinunciato a tutte le sue funzioni politiche. Ora vengono eletti dirigenti che presiedono al destino dei tibetani in esilio. “La democrazia è il miglior sistema politico, l’unico che in realtà permette il fiorire di questa etica universale. Anche se, in termini di economia, sono piuttosto marxista“, aggiunge, scoppiando a ridere. “Per quanto riguarda l’istituzione del Dalai Lama, nata secoli fa, l’ho completamente e felicemente abolita“, dice con un tocco di orgoglio. “Questo sistema che mescolava lo spirituale e il temporale era feudalesimo. È finito. Il mio successore, se ce ne sarà uno, non avrà alcun potere politico“.

Scienza della mente

Secondo il noto monaco buddhista francese Mathieu Ricard, il leader tibetano è fondamentalmente una sorta di rivoluzionario che non esita a distruggere le vecchie rovine per rivolgersi solo a concezioni e metodi che possono aiutarci oggi. “Sebbene sia un vero maestro buddhista, la religione e la cultura tibetana non sono, di per sé, ciò che più conta per lui. Se il buddhismo tibetano è prezioso, è soprattutto perché sembra essere l’erede di una vera scienza dello spirito sviluppata nell’antichità da una grande scuola filosofica indiana, la scuola Nalanda (la più importante università buddhista dell’India antica, n.d.t.)”. Questa ‘scienza della mente’ che descrive il nostro funzionamento mentale ed emotivo affascina anche i neurobiologi e gli psicologi, che hanno iniziato un insolito dialogo con gli studiosi tibetani.

A Strasburgo, il Dalai Lama ha partecipato a un convegno presso l’università sulla ricerca che sta studiando l’effetto di diversi metodi di meditazione sulla salute fisica e mentale. Il Dalai Lama riassume: “Il buddismo tibetano appare come un ponte tra scienza e spiritualità e consente di immaginare metodi per migliorare le relazioni tra gli umani“. “Think, think, think” (“pensa, pensa, pensa”), continua a ripetere, un dito sulla tempia, il Dalai Lama. “La preghiera, i rituali, il fervore verso un maestro spirituale sono buoni, ma non è ciò che porterà il cambiamento intimo di cui parla il buddhismo, né aiuta a cambiare il mondo. La fede cieca – inclusi i testi più sacri del buddhismo – è stupidità“. Quindi lasciamole, suggerisce, alle persone che non hanno avuto l’opportunità di sviluppare la propria intelligenza. Coloro che, al contrario, hanno questo ‘splendido strumento’, il cervello umano, devono usarlo per avanzare lungo il sentiero della conoscenza razionale. “Un miliardo di prostrazioni non vale un solo giorno di studio serio“.

Amore e compassione

Volentieri iconoclasta nei confronti del buddhismo, il Dalai Lama non risparmia le sue critiche alla pratica religiosa che si è allontanata dalla ‘essenza’, vale a dire l’amore e la compassione. “Quando vedo come alcuni leader religiosi, inclusi i buddhisti, difendono la loro fede, a volte mi chiedo se il mondo non sarebbe migliore senza religione“, esclama con quella famosa risata che risuona nel piccola stanza. Quanto all’islam, si rifiuta di renderlo un caso speciale: “Le azioni delle canaglie musulmane non provano nulla della natura dell’islam. Altrimenti, bisognerebbe dire che il buddhismo è una religione di odio a causa di alcuni monaci estremisti in Birmania. L’esistenza di versi che autorizzano la violenza nel Corano non dimostra nulla. Lo stesso tipo di fenomeno si trova in tutte le dottrine. Noi buddhisti abbiamo le famose ‘divinità adirate’ che uccidono nel nome del Dharma! Tutto questo, in fondo, non ha nulla a che fare con l’essenza della religione. È una questione di educazione, comprensione intellettuale, dialogo“. In breve, di una mentalità aperta. “Think, think, think!”

(traduzione di Federico Battistutta)

Che cos’è il post-teismo?

Autore: liberospirito 29 Gen 2018, Comments (0)

Quanto segue è un testo dello spagnolo (ma da anni cittadino latinoamericano) José María Vigil, uno degli intellettuali maggiormente impegnati nel rinnovamento in campo teologico. La prospettiva a cui questo breve testo introduce è quella post-teista, vale a dire una riflessione sulle cose ultime e sul fondamento della vita che va oltre le religioni e la nozione stessa di Dio. Il testo è di qualche anno fa, ma lo riproponiamo perché continua a rimanere quanto mai attuale.

jose-maria-vigil

Una lunga ma non eterna storia dell’idea “Dio” 

Gli antropologi insistono sul fatto che l’homo sapiens è stato homo religiosus sin dal principio. Questo primate iniziò a essere “umano”  quando giunse ad aver bisogno di un senso per vivere, arrivando con ciò a percepire una dimensione spirituale, sacra, misteriosa… Pensavamo che quella dimensione religiosa indicasse una relazione necessaria e indiscutibile con “Dio”. Ma oggi sappiamo che non è sempre stato così. Adesso abbiamo dati che indicano che durante tutto il Paleolitico (70.000-10.000 a.C) i nostri antenati adoravano la Grande Dea Madre, che non era un “Dio” femminile, ma la “Divinità”, confusamente e profusamente identificata con la Natura. L’idea concreta di “dio” tale a come poi è giunta a noi è di  molto posteriore, solo dell’epoca della rivoluzione agricola (10.000 anni fa). Il dio personale, maschile, guerriero, che abita nel cielo e si allea con la tribù per difenderla e lottare contro i suoi nemici… è un’idea relativamente recente, che si generalizzò e si impose prevalentemente nelle religioni “agrarie” . Il concetto greco di dio (theos) avrebbe marcato successivamente l’Occidente: è il “teismo”, un modo di concepire il religioso centrandolo interamente nella figura di “dio”. Gli dei vivono in un mondo al di sopra del nostro, e sono molto potenti, però, come noi, hanno passioni umane, molto umane. Gli stessi filosofi greci criticheranno quell’immagine troppo umana degli dei. Anche il cristianesimo purificherà l’immagine abituale di Dio, che continuerà a essere, tuttavia, piuttosto antropomorfica: Dio ama, crea, decide, si offende, reagisce, interviene, si pente, perdona, redime, salva, ha un progetto, si allea… come noi, che del resto siamo fatti a sua immagine e somiglianza. Quel Dio onnipotente, Creatore, Causa prima, Signore, Giudice… rimase infine al centro della cosmovisione religiosa occidentale, come la stella polare del firmamento religioso intorno a cui tutto gira. Di Dio non si poteva neanche dubitare: già il dubbio era un peccato, contro la fede. Credere o non credere in Dio: questa era la questione decisiva. Tutto il mistero dell’esistenza dell’umanità dipendeva da Dio, che, senza manifestarsi direttamente agli esseri umani, li sottopone alla prova di “credere” fermamente in lui, “fidandosi” di determinati segni o indizi lasciati nel mondo. La “prova” decisiva che Dio poneva all’umanità consisteva in questo, in “credere in Dio”, un Dio che non si vede.

La scienza e la modernità si scontrano con Dio

Però, a partire dal XVII secolo, l’evoluzione della scienza fa retrocedere “Dio” riguardo a tutto ciò che gli era stato attribuito fin’allora. Grotius l’ha formulato in maniera emblematica: tutto funziona autonomamente, etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. La scienza scopre le “leggi della natura”; i folletti e gli spiriti ormai non sono più necessari, i miracoli spariscono, e diventano persino incredibili. Bultmann dirà: “È impossibile far uso della luce elettrica e della radio, approfittare delle moderne scoperte mediche e chirurgiche e allo stesso tempo credere nel mondo testamentario degli spiriti e dei miracoli”. Non solo la scienza, ma anche la psicologia sociale ci trasforma: l’essere umano moderno adulto non si sente a suo agio di fronte a un Dio paternalista e tappabuchi (Pere Torras). Bonhoeffer dirà: “Dio si ritira, ci chiama a vivere senza di lui, come adulti, un cristianesimo senza religione, una santità laica”. Se nel XVIII secolo iniziò l’ateismo, nel XX si moltiplicò esponenzialmente: fu la scelta “religiosa” che ebbe maggior sviluppo. Aumentano gli a-theos, i “senza-Dio”, che non sono persone di cattiva volontà che vogliono combattere Dio, ma persone a cui questa immagine, questo concetto di Dio spesso non risulta credibile, e nemmeno intellegibile. L’idea di “dio” viene messa sempre più profondamente in questione.

Nuovi modi di impostare la questione

Il cristianesimo occidentale dei secoli XVIII-XIX interpretò l’ateismo come anticlericalismo, e in parte aveva ragione. Però più tardi avrebbe riconosciuto che i critici atei avevano un’altra gran parte di ragione: “noi cristiani abbiamo velato più che rivelato il volto di Dio” (Vaticano II, GS19). A partire dal Vaticano II, abbiamo riconosciuto di aver spesso difeso, predicato e sostenuto immagini inadeguate di Dio, e ora sono molti i cristiani che riconoscono che “nemmeno io credo in quel Dio in cui non credono gli atei” (Juan Arias e il patriarca Atenagora IV). Però oggi stiamo facendo un passo ulteriore. Ora stiamo arrivando a pensare che il concetto stesso di “Dio” non è un’ovvietà universale e indiscutibile. Oggi vediamo chiaramente che questo concetto è una costruzione umana. Come qualunque altro concetto. È un “modello” che utilizziamo per dare una forma accessibile a un mistero percepito con molta difficoltà. Un modello, uno strumento cognitivo, non una descrizione della realtà che vuole evocare, sempre al di là dello strumento creato dall’essere umano per darle una forma cognitiva. A questo punto siamo in grado di scoprire le sue limitazioni e di non restare legati alla sua mediazione obbligata. Di più: c’è chi crede che certi concetti di dio – di sicuro molto diffusi – sono persino dannosi, perché trasmettono idee profondamente sbagliate all’Umanità. Andrés Pérez Baltodano ritiene urgente cambiare l’immagine di Dio nel suo Paese, perché l’immagine comune che lì è diffusa risulta nociva per uno sviluppo sociale sano. La questione è nuova, e molto seria: che statuto diamo al concetto “dio”?

L ’idea di “theos” ha i suoi problemi

Cominciamo riconoscendone alcuni: – l’“oggettivizzazione” di dio: Dio diventa “un essere”, molto speciale, però un essere concreto, un “individuo”… che vive in cielo, “lassù, là fuori”… Ancora oggi l ’immensa maggioranza dei credenti di questo pianeta crede che sia letteralmente così; – è una “persona”: ama, perdona, ordina, ha un progetto… come noi… Non è antropomorfismo? – è onnipotente, Signore, patrone assoluto di tutto, da cui dipende interamente l’essere umano, un Giudice universale che premia e castiga… Una proiezione del sistema agrario? – si prende cura con la sua “provvidenza” della storia umana ed esercita e detiene la responsabilità ultima sul suo corso e sulla sua fine. Non ci deresponsabilizza? – è il Creatore che un giorno ha deciso di creare, invece di continuare a lasciar esistere il nulla. Essendo creatore, è assolutamente “trascendente”, totalmente diverso dal cosmo che avrebbe potuto non esistere mai se il Creatore non avesse deciso di farlo sorgere e di mantenerlo continuamente in essere… Siamo di fronte a un dualismo radicale che pone l’Assoluto da un lato e la realtà cosmica, spogliata da ogni valore, dall’altro? – tradizionalmente è stato un dio del mio paese o della mia religione, che “ci ha scelto” e ci protegge di fronte agli altri, ci ha rivelato la verità e ci dà una missione universale per salvare gli altri… Un dio tribale, particolarista, provinciale? A ben vedere, il concetto “Dio” è un modello che è stato utile, un modello geniale che ha conquistato per millenni l’umanità, ma che con l’avanzare della storia ha evidenziato i suoi limiti, le sue implicazioni inaccettabili, anche le sue gravi mancanze. È stata una maniera di modellare il Mistero che percepiamo e che vogliamo evocare, ma un modello che da tempo risulta inaccettabile per un numero crescente di persone, le quali non rifiutano la sacralità della vita e della realtà, la sua Divinità, ma non riescono a “modellarla” come un theos, che altro non è che il modo agrario di immaginare‑concepire la Divinità… Se esiste il mistero della Divinità ‑ e non sono molti a negarla ‑ deve essere qualcosa di più profondo di ciò che quella fede tradizionale ha immaginato come “Dio”. Stabiliamo una distinzione. Una cosa è intuire il Mistero, intuire con riverenza il Sacro della realtà, la Realtà ultima, inesprimibile e indescrivibile, e accoglierla in un riverente e rispettoso silenzio senza forme, e altro è credere che quel Mistero adotti concretamente il modello “Dio” (theos, un essere onnipotente che si trova lassù…). Oggi questa distinzione si accentua e salta più chiaramente alla vista. Il teismo viene visto sempre più come un modello, uno, non l’unico, non necessario.

Credere nella Realtà ultima, senza immagine di Dio

Sempre più esseri umani intuiscono e percepiscono che la Realtà ultima non può essere tanto semplice come quel-l’immagine del dio-theos… Non possiamo confondere ciò che è in verità la realtà ultima con la nostra idea “dio”. Il teismo è un “modello”, un modo concreto di immaginare-concepire il divino, uno strumento concettuale o cognitivo, un aiuto, ma non è l’unico modello, né un modello imprescindibile. – Il teismo è uno strumento culturale che si è mostrato sommamente utile, persino geniale; ma non è una “descrizione fedele” della Realtà ultima, che non possiamo “immaginare”. – È una creazione umana, perciò soggetta al cambiamento; ci è sembrato un’idea evidente, ma l’umanità ha trascorso molto tempo senza di esso e arriva il momento in cui molte persone non si trovano più a loro agio con questo modello: non riescono ad accettare quel modo di immaginare la Realtà ultima. Sentono che il “teismo”, l’immaginare la Realtà ultima come “dio”, non è l’unica maniera di relazionarsi con essa, né la migliore, né sempre positiva. Ma non c’è ragione di screditare il “teismo”, che per molte persone continua a risultare utile, anche imprescindibile. Quello che importa è che tutti, anche quelli per cui non è un problema, smettano di considerarlo imprescindibile e scoprano che è solo uno strumento, e che sempre di più altre persone cominciano ad aver necessità di un altro modello, non teista. Al teismo non si oppone più l’a‑teismo, ma il post‑teismo: l’atteggiamento profondo di chi crede nella Divinità di sempre ma senza considerarla theos. “Credere o non credere in Dio” non è più il centro della questione. Diciamo che si può credere in Dio senza credere in theos; si può alimentare la stessa posizione di fede di sempre, senza sacralizzare né accogliere un “modello” che oggi può sembrare superato. Ciò che ora è decisivo non è più accettare o no un modello, ma vivere la stessa esperienza spirituale dei nostri antenati con modelli che a noi possono non servire più.

José María Vigil

 

I monoteismi cambiano (il) sesso

Autore: liberospirito 31 Lug 2017, Comments (0)

Proponiamo la lettura di un intervento di Sara Hejazi (accademica, scrittrice, giornalista italo-iraniana) apparso di recente sul sito di “MicroMega”. Affronta la questione – quanto mai attuale – del rapporto tra comunità religiose e questioni di genere. Testo da leggere e discutere, pur non condividendolo in toto (in particolare laddove si parla della possibilità di riconciliazione con il monoteismo e con le religioni patriarcali).

o

Nel mondo sembra cambiare l’approccio delle religioni nei confronti dell’omosessualità, con conseguenze rivoluzionarie: i monoteismi, ormai, non sono più intenti a dare regole sessuali e a definire i ruoli maschili e femminili, ma sono impegnati a definire, di volta in volta, il rapporto tra il fedele e le innovazioni tecnologiche, sociali, culturali e ambientali.

Negli Stati Uniti, secondo i dati statistici raccolti dal Pew Research Center nel giugno del 2017, gli ultimi quindici anni hanno visto un forte aumento del favore con cui l’opinione pubblica accoglie, immagina e pensa alle unioni tra persone dello stesso sesso. Questa apertura è stata indagata anche in base all’appartenenza religiosa degli intervistati. L’84% dei buddhisti era a favore delle unioni omosessuali, seguiti dal 77% degli ebrei, dal 68% degli hinduisti, dal 57% dei cristiani cattolici e dal 42% dei musulmani.

A New York, la MCCNY (Metropolitan Community Church of New York) è solo una delle tante comunità religiose LGBTQ, la cui chiesa, durante i sermoni delle domenica tenuti dal reverendo Edgar che si autodefinisce “queer”, è gremita di fedeli.

Questo significa che negli ultimi due decenni l’omofobia è – in genere e in certe aree del Nord America e dell’Europa – diminuita a favore di una maggiore accettazione delle differenze negli orientamenti sessuali. La tendenza si riflette anche nella sfera del religioso, dove le comunità confessionali di fedeli LGBTQ sono strutturate in modo da adempiere tutte le funzioni sociali tradizionalmente svolte dalla parrocchia di quartiere: si prega, si interpretano le scritture, si dona cibo, si accolgono i rifugiati, si dà una mano a chi perde il lavoro e infine si celebrano matrimoni omosessuali secondo il rito religioso della tradizione.

Ma cos’è una comunità religiosa LGBTQ?

E’ un gruppo di persone che frequenta una chiesa, un tempio o una sinagoga e – in minor misura una sala di preghiera islamica – non solo in base al proprio credo, ma anche al proprio orientamento sessuale. Sono due, insomma, le identità a cui si fa riferimento: quella sessuale e quella spirituale.

Il binomio “religione e omosessualità” un tempo costituito da due termini in opposizione, si sta insomma, trasformando in qualcosa di nuovo: si può essere LGBTQ e praticanti, anche rimanendo dentro ai monoteismi tradizionalmente omofobi, come il Cristianesimo, l’Ebraismo e persino – seppur in forma minore- l’Islam, perché le religioni, che non sono sistemi fissi, cambiano come cambiano le culture.

1. Confini che si spostano. Religioso e secolare, pubblico e privato, monoteista e LGBTQ.

Cosa determina questo cambiamento? Il fatto che né la monogamia, né l’eterosessualità sono oggi comportamenti rilevanti economicamente e culturalmente per i nostri sistemi sociali complessi, nonostante lo siano stati per circa tredicimila anni, dalla rivoluzione del Neolitico in poi.

Antropologicamente parlando, la nostra è una specie promiscua per natura e nella preistoria la promiscuità è servita a tenere insieme le orde di ominidi prima ancora che fosse sviluppato un vero e proprio pensiero religioso.

Dal Neolitico in poi, la cui grande innovazione fu la nascita della proprietà privata insieme all’agricoltura, divenne strategico anche organizzarsi per mantenere, trasmettere e regolare questa proprietà: così nacquero le norme sessuali e sociali che regolavano il sesso; si assegnarono le persone ai generi, si assegnò ai generi un ruolo e una gerarchia precisa (gli uomini furono posizionati generalmente più in alto rispetto alle donne), i gruppi furono stratificati in classi sociali (guerrieri, sacerdoti e re furono posizionati più in alto rispetto a contadini e schiavi), progressivamente prese forma l’idea di una gerarchia divina e infine di un unico Dio sopra tutti, cioè il monoteismo.

Questa idea rispondeva a una serie di necessità materiali e immateriali delle società umane in quella precisa fase evolutiva:

– Quella di trovare un senso trascendentale a un’esistenza limitata economicamente, temporalmente, geograficamente.

– Quella di giustificare con la promessa di giustizia nell’Aldilà e nel divino le ingiustizie subite in vita, e in particolare le differenze di classe sociale e di genere, imprescindibili per mantenere l’agricoltura e la proprietà privata.

– Quella di addomesticare una natura altrimenti caotica attraverso norme, regole, discipline che derivavano dal sapere religioso ma che servivano per rendere omogenee e unite le società, scongiurando i conflitti interni.
Questo spiega perché, pur nascendo in contesti dove i rapporti omosessuali erano ampiamente praticati, i tre monoteismi hanno posto l’accento sul divieto di unirsi carnalmente a persone dello stesso sesso: l’omo-erotismo avrebbe rappresentato un problema di “sconfinamento” in società religiose che dei confini hanno fatto le proprie fondamenta: confini di genere, ma anche degli spazi. Confini tra sacro e profano, ma anche tra ciò che è giusto e sbagliato, tra ciò che è “halal”, “kosher”, “santo”, e ciò che invece è proibito, abominevole, diabolico.

Così, in ambito ebraico il Levitico ammoniva esplicitamente di “Non giacere con un uomo come faresti con una donna. E’ una cosa abominevole” (18:22); e ancora “Se un uomo giace con un altro uomo come farebbe con una donna, i due compirebbero un abominio. Dovrebbero sicuramente essere messi a morte e che il sangue si riversasse su di loro” (20:13).

Il Vangelo di Matteo è chiaro rispetto ai rapporti di coppia, che devono essere rigorosamente eterosessuali e per di più indissolubili: – Alcuni Farisei vennero da lui per metterlo alla prova. Chiesero “E’ corretto per un uomo divorziare dalla propria moglie per una ragione qualsiasi?”. “Non sapete,” rispose, “che all’inizio il creatore creò l’Uomo e la Donna e disse: per questa ragione un uomo lascerà suo padre e sua madre e sarà unito a sua moglie e i due diventeranno un’unica carne?’ Così essi non sono più due, ma uno. Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito”(19:3-6)

Nel Corano ci sono diverse allusioni all’omosessualità: la più esplicita è quella in cui si parla della città di Lot sulla quale Dio fece piovere fuoco, proprio perché trattavasi di un popolo dedito all’omosessualità. “Così abbiamo portato lui e i suoi seguaci, tranne sua moglie, che era tra quelli che rimasero indietro. E gli abbiamo piovuto addosso il fuoco; considera dunque che fine fece il colpevole” (7:84)

Le religioni, come le culture, sono in costante fermento. Se negli Stati Uniti i monoteismi sembrano essere ormai in grado di esprimersi anche attraverso un linguaggio apertamente LGBTQ, questo non significa che non vi sia chi contrasta fortemente l’innovazione culturale nella religione. In questa sede, però, non interessa tanto la diatriba sulla legittimità dell’omosessualità nei monoteismi, che lasciamo agli addetti ai lavori: Rabbini, Vescovi e Imam in primis. Piuttosto, è interessante notare una rivoluzione di termini e di posizionamento del discorso sessuale nello spazio pubblico e in quello religioso.

2. Rivoluzioni sessuali.

La percezione che l’opinione pubblica ha delle sessualità si è completamente stravolta negli ultimi 20-30 anni. Che cosa è successo? Per prima cosa, la morale sessuale – che un tempo fu pubblica- si è privatizzata. Chi non si ricorda, per esempio, l’importanza pubblica delle verginità femminile? La verginità (o la sua assenza) avrebbe avuto un tempo il potere di destabilizzare intere comunità.

Allo stesso modo, però, se la condotta sessuale delle persone non è più affare della comunità, gli orientamenti sessuali entrano invece, con forza, nel discorso pubblico. Diventano, cioè, politici.

Questo succede anche alle religioni: da un lato esse si privatizzano, trasformandosi in questioni non più collettive ma strettamente intime e personali; si può scegliere una religione come in quello che Rodney Stark ha chiamato “supermarket delle fedi”; si può appartenere a una comunità religiosa senza credere, e viceversa credere senza appartenere, come ha fatto notare brillantemente Grace Davie; si possono praticare varie forme sincretiche di religione, oppure si può scegliere beatamente di essere atei.

Dall’altro lato, però, alcune forme identitarie legate alla religione diventano tratti da portare nella sfera pubblica, con una certa dose di violenza. Religione e sessualità stanno dunque facendo un percorso simile. Si privatizzano come scelte personali, tra le tante possibili; ma diventano politiche, non appena entrano nella sfera pubblica. Hanno insomma perso il loro ruolo tradizionale di tenere insieme le persone e lo hanno sostituito con un ruolo più marcatamente ideologico e politico di rappresentazione.

E qui, in questo percorso parallelo, si inserisce un’altra novità: fino a qualche decennio fa esisteva una critica omosessuale ai monoteismi intesi come sistemi patriarcali; questo faceva sì che i movimenti LBGTQ si schierassero contro le istituzioni religiose e si posizionassero sul versante del secolare, portando avanti un pensiero critico e introspettivo sul proprio rapporto con la fede, come fecero, per intenderci, intellettuali del calibro di Pier Paolo Pasolini e Michel Foucault.
Oggi questo avviene sempre meno. I movimenti LGBTQ auspicano al contrario la riconciliazione con il monoteismo, che non è messo in discussione, ma ri-aggiustato e modellato proprio nei suoi confini: non è più l’omosessualità a escludere la religione patriarcale dal proprio orizzonte identitario, ma è la religione patriarcale a includere l’omosessualità tra i suoi possibili tratti identitari.

3. Scontri di civiltà o scontri di sessualità?

Per questa constante oscillazione tra pubblico e privato, sessualità e religione giocano una partita fondamentale ai giorni nostri: sono, in fondo, indicatori di quanto un Paese è democratico o meno. Più le identità possono fare riferimento a orientamenti sessuali LBGTQ che vengono inclusi nelle religioni monoteiste, più una società si considera ed è considerata democratica.

In altre parole, la linea che divide i contemporanei “scontri di civiltà”, come avrebbe voluto Samuel Huntington, per esempio tra gli immaginari spazi di “Oriente” / “Occidente”, non è formata dagli atteggiamenti che le culture religiose hanno nei confronti della democrazia, ma quello che esse hanno nei confronti degli orientamenti sessuali e delle relazioni di genere.

Così la cittadinanza democratica contemporanea si crea ed è creata anche secondo una crescente “tolleranza della diversità sessuale”, che d’altronde segue la tradizione democratica inclusivista della diversità tout court, a seconda di chi e cosa è “diverso” o è “minoranza” in un dato spazio e tempo: per esempio, il movimento delle minoranze afro americane segnò gli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, poi ci fu quello femminista, quello indigeno, e via dicendo, fino a quello LGBTQ dei giorni nostri. Per diventare politiche, queste identità hanno dovuto nel tempo costruirsi e definirsi in base a caratteristiche immediatamente riconoscibili pubblicamente.

Il Diciannovesimo secolo, come ha fatto notare proprio Foucault, ha creato la categoria sociale e culturale dell’”omosessuale” distinguendola dalle altre. Lo stesso processo hanno subito le categorie sociali “nuove” per la modernità quali appunto “le donne”, “i neri” ecc. Oggi quella dell’orientamento sessuale è una categoria facilmente assimilabile all’“etnia”: per questa ragione si trovano chiese, sinagoghe, moschee connotate etnicamente, e altre invece connotate sessualmente.

L’identità nazionale sembra però aver perso terreno rispetto a quella sessuale. Le società complesse, come avrebbe detto il filosofo Edgar Morin, sono in fondo il risultato di forze identitarie centripete e centrifughe che lottano, dialogano, negoziano, si alleano o si scontrano tra loro. Sempre più nuove comunità vengono immaginate su base sessuale e locale, invece che etnico e nazionale, come accadeva nel secolo scorso.

E’ il caso della Congregation Beit Simchat Torah (CBST), la sinagoga queer, sempre a New York, che si autodefinisce “una voce progressista all’interno dell’ebraismo” per l’inclusione delle minoranze sessuali. Se tra i punti della sua “mission” si trova solo all’ultimo posto il richiamo allo stato di Israele, al primissimo posto c’è l’offerta di servizi sia “tradizionali” sia “liberali”. Cosa significa? Che si tratta di uno spazio sia prettamente religioso, sia puramente sociale, dove si può – per esempio- pregare, e al contempo ricevere assistenza psicologica.

I matrimoni omosessuali tra fedeli musulmani sono più frequenti di quello che si pensa, specie in gran Bretagna, dopo che le unioni civili sono diventate legali nel 2014. L’attivista britannica transgender Asifa Lahore spiega di aver assistito a centinaia di unioni omosessuali con rito religioso islamico, negli ultimi anni. Per le comunità musulmane, tuttavia, vere e proprie sale di preghiera connotate come LGBTQ sono una questione più controversa anche negli Stati Uniti, rispetto agli altri due monoteismi.

Una delle ragioni di questo è, di nuovo, la narrazione di “scontro di civiltà” che fa da cornice nella costruzione della religione islamica nei Paesi Occidentali. In questo contesto è già difficile per i musulmani creare spazi di preghiera e culto nelle città. Ancora più complesso sarebbe creare luoghi ad hoc per i fedeli LGBTQ.

All’interno della religione islamica poi, l’omosessualità non è solo letta come “peccato” in termini di condotta del fedele musulmano; è anche, e forse soprattutto, un peccato di ordine culturale: l’omosessualità è spesso associata ad una deriva da contatto con l’Occidente per l’immigrato musulmano: una sorta di corruzione culturale post-colonialista.

4. I monoteismi del futuro saranno gay-friendly?

I monoteismi del futuro saranno altamente frammentati, più che gay-friendly. Questo è un passaggio evolutivo cruciale per la nostra specie. Man mano che più persone avranno accesso ai saperi religiosi che – ricordiamo- un tempo erano materia per pochissimi eletti, le religioni diverranno sistemi adattabili e flessibili su misura di ogni singolo fedele. Saranno dunque gay- friendly o estremamente omofobi; saranno inclusivisti o estremamente chiusi; sposeranno le cause più disparate; inneggeranno alla pace così come alla violenza. Smetteranno però – nei prossimi decenni- di essere ancorate ai generi sessuali come lo sono state per millenni.

Se, come dice Anna Rosin, l’era del maschio è finita, anche l’era della femmina non sta andando granché bene. Inizierà dunque un’Era religiosa a-sessuata, dove i monoteismi non saranno più intenti a dare regole sessuali e a definire i ruoli maschili e femminili, ma saranno piuttosto impegnati a definire, di volta in volta, il rapporto tra il fedele e le innovazioni tecnologiche, sociali, culturali, ambientali che sempre più si presenteranno come un’emergenza per la nostra specie.

 Sara Hejazi

Una moschea dove le donne possono predicare

Autore: liberospirito 17 Giu 2017, Comments (0)

Riportiamo un articolo uscito su “il manifesto” di oggi, a firma di Sebastiano Canetta, da Berlino. Si parla dell’apertura, nella città tedesca, di una moschea paritaria, in cui il velo non è più d’obbligo e le donne possono tenere prediche, al pari degli imam maschi; proponendo inoltre, così come avviene  da tempo in ambito cristiano, una lettura storico-critica del Corano. Questa nuova esperienza fa il paio con la “Moschea inclusiva dell’unità”, a Parigi, la prima in Europa espressamente aperta ai gay. Segni, questi, che i tempi stanno cambiando anche per l’islam: The Times They Are A-Changin’

image

 L’integrazione con le donne “svelate” nella prima moschea «liberale» di Berlino, e l’apartheid della più grande associazione islamica della Germania che a Colonia si smarca dalla manifestazione contro il terrorismo. Due mezzelune diametralmente opposte, distanti poche centinaia di chilometri quanto teologicamente inconciliabili. Due parti comunque dell’Islam che – secondo la cancelliera Angela Merkel – «appartiene alla Germania» e che proprio secondo le regole del federalismo, comincia a governarsi da sé.
Così, sospesi fra rivoluzione e restaurazione, diritti civili e doveri religiosi, cittadinanza attiva e sudditanza passiva i musulmani tedeschi cominciano a ripensare al loro ruolo nella Bundesrepublik. Indicando, nel bene e nel male, quale sarà il futuro con cui fare i conti. Ieri a Berlino nel quartiere di Moabit è stata inaugurata la prima moschea «paritaria» della Germania. Dedicata al filosofo medievale andaluso Ibn-Rushd (Averroè) e al padre della letteratura tedesca Wolfgang Goethe, messi uno accanto all’altro non solo sulla targhetta di ottone.
Da oggi tra le mura del centro di preghiera le donne possono tenere prediche esattamente come gli imam maschi e il velo non è obbligatorio. Una rivoluzione copernicana, per di più a pochi metri dall’altro centro religioso del quartiere, considerato tra i centri di appoggio al terrorista del mercatino di Natale di Charlottenburg Anis Amri.

Tutto merito della forza di volontà di Seyran Ates, 54 anni, avvocata e attivista per i diritti delle donne di origine turca, che aveva denunciato pubblicamente la «discriminazione sessista» nei centri di preghiera. «Abbiamo bisogno di una lettura storico-critica del Corano: una scrittura del settimo secolo non si può certo prendere alla lettera. Noi siamo per una lettura del libro sacro – che è molto concentrato sulla misericordia e l’amore di dio – prima di tutto per la pace. Così si cambia l’immagine pubblica dell’Islam».

Davvero un altro pianeta rispetto a Colonia, capitale tedesca dell’Islam «integrale» dove invece si consuma la guerra (non più sotterranea) tra il Consiglio centrale dei musulmani e la potentissima associazione Ditib, prima organizzazione islamica in Germania e mecca di chi segue il pensiero ortodosso. I suoi imam hanno deciso di non partecipare alla protesta contro il terrorismo e Daesh fissata per il fine-settimana a Colonia in nome della «non-ingerenza». L’esatto contrario di quanto prova a spiegare Lamya Kaddor, organizzatore della manifestazione, convinto che «bisogna prendere posizione, perché nelle nostre città sta succedendo qualcosa». Parole chiare, che piacciono anche alla cancelliera Merkel: attraverso il portavoce del governo Steffen Seibert ha fatto sapere di «apprezzare molto la manifestazione contro la violenza e il terrore». L’esclusione dell’associazione Ditib secondo lei «è semplicemente un peccato».

Sebastiano Canetta

Il contributo che pubblichiamo è parte dell’intervento sui femminismi postcoloniali e intersezionali tenutosi al Campo Politico Donne di Agape, il 25 luglio scorso. Lo presentiamo perché ci sembra che offra elementi interessanti su cui discutere. Senza cadere nelle varie chiacchiere ferragostane sui burkini in spiaggia. 

burk (1) copy

In questo momento, necessitiamo di strumenti utili per posizionarci in modo complesso di fronte alle differenze di etnia, classe, genere e religione, modalità che vanno oltre il multiculturalismo come semplice retorica di tolleranza, ma anche oltre semplici dualismi tradizione/progresso occidentale. Dobbiamo interrogarci su come adattare i nostri strumenti teorici e metodologici per evitare che i discorsi sulle identità sessuali e di genere finiscano per dare supporto, anche involontario, all’islamofobia.

Laura Fantone

Inizio col riprendere uno dei termini che ho indicato alla staff del Campo per presentarmi: islamo-gauschiste. Letteralmente si potrebbe tradurre come “islamo-sinistroide” o “sinistroide islamista”: si tratta di un appellativo considerato infamante e utilizzato in Francia verso quei militanti di sinistra che appoggiano le lotte delle persone musulmane e/o figlie dell’immigrazione postcoloniale. Come in molti altri casi, penso ai termini frocia o queer, anche islamo-gauchiste è stato rivendicato dalle e dai militanti francesi come descrittivo delle proprie identità e delle lotte politiche da loro intraprese. Per questo pure io, trovandomi a metà tra la ricerca accademica in studi islamici e la militanza politica radicale, ho deciso di riappropriarmi dell’identità di islamo-sinistroide.

Credo che sia fondamentale partire da qui, dal posizionamento, dai modi che scegliamo per definirci. Come ci ha insegnato Gramsci e molt* altr* dopo di lui, essere partigian* è necessario, perché l’imparzialità è sempre complice dell’ideologia dominante. Io ho deciso di schierarmi dopo che, ad appena tre mesi dal mio arrivo a Parigi, la capitale francese è stata colpita dai ben noti attentati rivendicati da Daesh. Come nei casi di Colonia e Orlando, da subito il discorso dominante ha assunto i toni del razzismo, dell’islamofobia e del neo-imperialismo. Mentre si contavano i morti del Carillon, del Bataclan e dello stadio di Saint Denis, il Presidente francese François Hollande in diretta nazionale parlava di guerra al cuore dell’Europa e decideva di instaurare uno stato d’emergenza che, a fine luglio, è stato prolungato di altri sei mesi.

Tra le misure che il governo francese voleva approvare in quei momenti, oltre al potere eccezionale conferito alla polizia e alla restrizione della libertà di stampa, si parlava della chiusura delle frontiere e della cosiddetta decheance de nationalité, ossia il ritiro della nazionalità francese a quelle persone che, aventi una doppia cittadinanza, venivano sospettate o incriminate per atti terroristici.

Da novembre, dunque, in Francia si è radicalizzato un clima islamofobico esistente già da tempo. Nel discorso politico e nei media mainstream si è rafforzata la retorica dello “scontro di civiltà”, che – in un’ottica dicotomica e neo-orientalista – vuole opporre a un Occidente moderno, democratico e laico un Islam arretrato, violento e liberticida. Così facendo è diventato di colpo chiaro che il nemico da combattere era non solo esterno (Daesh) ma soprattutto interno. “Bisogna mettere un freno alla radicalizzazione islamista dei giovani musulmani di quartiere”, “bisogna pretendere dall’Islam moderato, dalla comunità islamica francese o europea una presa di distanza dalle violenze terroristiche”: questi i discorsi comuni che, nel giro di qualche giorno, hanno valicato le frontiere, arrivando anche in Italia.

Ora, vorrei parlarvi di come queste ed altre retoriche abbiano colpito le vite delle ragazze e delle donne musulmane francesi, già marginalizzate e discriminate in quanto racisées e in quanto figlie dell’immigrazione post-coloniale. Prima, mi preme tuttavia illustrare rapidamente un paio di analisi, in risposta ai discorsi fin qui riportati: la modalità essenzialista che vuole etichettare come “identiche” e – in questo caso – come “colpevoli” tutte le persone appartenenti a una certa fede religiosa o in base all’origine è da ritenersi senza esitazione razzista e neo-colonialista. Una “comunità islamica”, globale o nazionale, inoltre, non esiste: a differenza del cattolicesimo, l’Islam – a cui pure andrebbe resa una certa complessità, dato che esiste un Islam sunnita e uno sciita, che a loro volta non sono monoliti invariabili ma griglie che si delineano e si strutturano in base alle scuole giuridiche di interpretazione, ai momenti storici di riferimento, alle specificità locali e a molto altro – non ha dei leader spirituali e/o politici di riferimento; soprattutto, le persone che noi identifichiamo in un unico blocco come “musulmane”, spesso, a parte la fede (che, come abbiamo velocemente ricordato, non è unica né monolitica), non hanno nulla in comune: vivono in, o provengono da, paesi con storie e culture anche diversissime fra loro (dal Marocco all’Indonesia), appartengono a classi sociali diverse, abitano in contesti diversi (rurali o cittadini), hanno età, generi e posizionamenti individuali diversi.

In Europa, tuttavia, la storia comune che queste persone spesso hanno è quella di provenire da stati occupati fino a meno di sessant’anni fa dai grandi imperi coloniali europei. La Francia, in particolare, ha una storia di immigrazione che risale al secondo dopoguerra, quando furono chiamati a lavorare nel territorio metropolitano soprattutto uomini magrebini. Oggi, pertanto, un/una musulmano/a francese è nato/a e cresciuto/a in Francia, o meglio, nelle banlieues francesi, le grandi periferie operaie e ghettizzate, soprattutto intorno a Parigi.

Dunque, come accennavo all’inizio di questa lunga premessa, gli attentati del novembre scorso a Parigi non hanno creato ex-novo il clima islamofobico che ho tentato di descrivervi, ma si sono inseriti in un processo di razzismo istituzionale lungo più di trent’anni. In particolare, per quanto riguarda le donne musulmane, si è parlato di islamophobie genrée (“gendered”, “genderizzata”). Se, in generale, il discorso eurocentrico ha sempre considerato il modo in cui le Altre società trattavano le donne un termometro della loro arretratezza, con l’Islam, in particolare, questa retorica è decuplicata: La donna musulmana, rinchiusa tra mura e veli, è L’OPPRESSO da salvare. Le donne musulmane (al plurale) velate, in particolare, urtano la sensibilità repubblicana e universalista perché rendono visibili, con i loro corpi, le contraddizioni post-coloniali altrimenti dimenticate o completamente rimosse. Le donne velate rendono visibile la loro fede in uno spazio pubblico che l’universalismo francese vorrebbe neutro e laico – ossia, bianco e di cultura cattolico-europea.

Proprio per tali motivi, contro le donne musulmane iniziò una lotta all’invisibilizzazione, una crociata laica e repubblicana che aveva come fine l’esclusione. Risale al 1989 la prima esclusione da una scuola pubblica di due ragazze velate. In quell’anno, il Consiglio di Stato ritenne tuttavia che il foulard islamico fosse compatibile con la legge francese sulla laicità del 1905. Il Ministero dell’Istruzione emanò, pertanto, una circolare che rimetteva agli insegnanti la possibilità di decidere, caso per caso, se le ragazze velate potessero essere accettate o escluse dall’insegnamento pubblico.

Tra il 1989 e il 2004, anno in cui venne approvata la legge contro i “simboli religiosi ostentatori nelle scuole pubbliche” vi fu una vera e propria costruzione mediatica dell’“affare del velo”. Con la legge del 15 marzo, che teoricamente avrebbe voluto tutelare la laicità dello stato francese, in realtà vennero colpite centinaia e centinaia di giovani ragazze musulmane: i numeri esatti non sono disponibili, ma diversi studi hanno stimato a quasi un migliaio le ragazze che al rientro a scuola, nel settembre del 2004, o non si presentarono direttamente in classe, o vennero espulse in seguito al rifiuto di togliere il velo, o vennero obbligate a firmare delle dichiarazioni di “abbandono volontario” della scuola.

In un dibattito pubblico che escluse completamente le dirette interessate, il discorso si incancrenì – di nuovo – su posizioni dicotomiche: velo sì, velo no. O si era a favore della legge contro il velo, e dunque a favore della laicità di stato e del primato dei valori repubblicani, o si era considerati islamisti (o islamo-sinistroidi) e quindi “complici” dell’oppressione imposta dall’Islam alle donne: insomma, una nuova legittimazione della retorica dello scontro di civiltà, del “o sei con noi o sei contro di noi”. La legge del 2004 divenne pertanto prova concreta del fatto che l’universalismo alla francese non fosse per nulla universale, e che alle categoria di “umano” – sventolata come una bandiera dal paese culla dell’umanesimo – vi si accedesse, in realtà, solo sulla base di una serie di caratteristiche: essere uomo, essere bianco, essere di origine francese, provenire dalla classe media o media superiore, essere laico. Le ragazze musulmane velate, non facendo parte di nessuna di queste categorie, subirono pertanto le ingenti ricadute psicologiche e sociali di una legge escludente.

Non solo: per approvare la legge del 15 marzo, in un modo tanto subdolo quanto accettato e/o appoggiato dalla stragrande maggioranza delle femministe francesi, il governo strumentalizzò il discorso femminista, dichiarandosi difensore dei diritti delle donne ma, nella realtà dei fatti, riproponendo lo schema già applicato nelle colonie francesi, in particolare in Algeria, del cosiddetto “svelamento” delle donne indigene, le quali avevano la fortuna di essere liberate dai coloni che si dichiaravano portatori di una “missione civilizzatrice” verso le popolazione arretrate.

La Francia, dal 2004 in avanti, fece pertanto ricorso a quella che potremmo definire una cruenta retorica femo-nazionalista, di cui fu sostenitore, tra gli altri, l’allora Ministro dell’Interno e successivamente Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy. Basti citare il discorso da neo-eletto presidente, nel maggio 2007, in cui Sarkozy si rivolse alle “donne oppresse del mondo intero” promettendo loro la cittadinanza francese, nel caso in cui avessero voluto fuggire dalle oppressioni che vivevano nei loro paesi natali. Naturalmente Sarkozy non fece in quel momento, né prima, né dopo, riferimento alle oppressioni e alle violenze che le donne francesi già subivano in patria – sessismo e maschilismo quotidiani, gap salariali, femminicidi, legge contro il velo, che certo colpiva solo le ragazze musulmane le quali, tuttavia, erano anche cittadine francesi.

In un panorama di accecamento generale non solo dei collettivi e delle associazioni femministe, ma anche di gruppi di sinistra e di associazioni antirazziste, si sono per fortuna verificate diverse esperienze di lotta intersezionale: tra queste, il collettivo “Une école pour tou.te.s”, che accusava apertamente la legge del 15 marzo 2004 e rivendicava il diritto di tutte e tutti le/gli studenti a un’istruzione pubblica. La peculiarità di questo movimento fu il suo carattere trasversale ed eclettico: se fino a quel momento solo le associazioni musulmane si erano apertamente schierate contro la legge, esso, invece, era composto da gruppi musulmani, da organizzazioni antirazziste, da partiti di sinistra, da associazioni LGBT, da femministe storiche e da attori delle lotte dell’immigrazione e delle banlieues. Il collettivo permise in questo modo di estrarre la lotta contro l’esclusione delle ragazze velate dal terreno religioso per ancorarla in quello dell’antirazzismo e del femminismo.

Nel maggio del 2004 nacque inoltre il Collectif des Féministes pour l’égalité, che aveva allora come presidenti Christine Delphy (storica femminista materialista, fondatrice, insieme a Simone de Beauvoir, della rivista Nouvelles Questions Féministes) e Zahra Ali (allora liceale di Rennes, poi curatrice del volume Féminismes Islamiques). Il collettivo, composto di donne francesi, migranti, figlie dell’immigrazione, credenti e atee, dichiarava di agire «in nome di un femminismo meticcio, che cerchi innanzitutto di chiarire i rapporti complessi che esistono in Francia tra il passato coloniale, il razzismo, l’islamofobia e l’essenzializzazione dell’islam». Adottando una critica postcoloniale del femminismo francese maggioritario, il CFPE si è posto in continuità con il black feminism statunitense, aprendo la strada a una critica radicale di alcuni fondamenti del femminismo egemone. Tra questi: la messa in discussione del carattere “universalista” della categoria “donna”, in nome della pluralità delle esperienze, delle priorità e dei percorsi attraversabili, oltre che dei diversi modi di emancipazione.

Da queste esperienze il panorama femminista francese ha visto nascere molte altre realtà tra le quali, fra le più interessanti, troviamo il collettivo “8 Mars pour Tou.te.s”, coalizione di gruppi, associazioni e collettivi che dal 2012 organizza una manifestazione indipendente da quella istituzionale per la giornata internazionale di lotte per i diritti delle donne. Con la volontà di creare uno spazio femminista intersezionale e non escludente, il collettivo ha preso posizione su tutti quei temi che attraversano, dividono e contraddicono il femminismo bianco e occidentale contemporaneo (diritti/lotte delle/dei sex workers, delle donne musulmane, procreazione medicalmente assistita e gestazione per altri), producendo un nuovo clima di alleanze intra-locali trasversali.

Per concludere, se le teorie femministe postcoloniali e intersezionali possono arricchire le nostre analisi con moltissimi strumenti, i femminismi musulmani e le lotte delle donne musulmane sono senz’altro portatrici di una carica di de-essenzializzazione che può davvero svoltare le nostre pratiche quotidiane, di vita e di lotta. Non solo i femminismi musulmani riescono a de-essenzializzare in modo potentissimo l’islam e la visione dell’islam che abbiamo in occidente, ma riescono anche a de-essenzializzare, mettere in crisi ma al contempo riempire di nuova linfa vitale lo stesso femminismo.

In che modo tutto ciò può giovare ai femminismi italiani, e come le femministe italiane possono inserirsi in questa riflessione? Innanzitutto, attraverso il riconoscimento – necessario – dei propri privilegi, ma non solo: la necessità di posizionarsi, di superare l’ideologia e il binarismo che spesso strutturano le forme mentis delle femministe anche più “decostruite”; la necessità di svincolare i propri discorsi dalle retoriche colonialiste e dominanti (chiedendoci, ogni tanto: “le posizioni che prendo/che appoggio sono in linea con quelle di Bush, Sarkozy, Renzi o possono sostenerne i progetti neo-imperialisti? Meglio che mi fermi un attimo a riflettere”); la necessità non solo di decostruire ma proprio di disimparare (unlearn, come suggerisce Spivak) le categorie dentro cui ci muoviamo, aprendoci al potenziamento che le teorie e le pratiche post/de-coloniali e intersezionali possono portarci.

Marta Panighel

 

 

Islam e omosessualità. Un’intervista

Autore: liberospirito 16 Dic 2015, Comments (0)

Può esistere un islam europeo del terzo millennio? E ancora: è possibile coniugare fede islamica e sensibilità queer? Sembrano questioni letteralmente paradossali, impossibili da affrontare, soprattutto dopo le stragi di Parigi. Proprio per questo merita leggere questa intervista a Ludovic-Mohamed Zahed, imam gay – di provenienza algerina, ma residente a Parigi – che ha fondato proprio a Parigi la “Moschea inclusiva dell’unità”, la prima moschea in Europa espressamente aperta ai gay: “un luogo di protezione e adorazione, con preghiere comuni praticate in un contesto egualitario e senza alcuna forma di discriminazione basata sul genere, e basata su una interpretazione progressista dell’Islam”, secondo la sua definizione. Quanto segue sono ampi stralci di un’intervista su questi temi apparsa sul sito di “Micromega”.

Zahed

Lei è un coacervo di stigmi. In quale delle identità si sente più a suo agio? Quale comunità la accetta di più? 

Tutto è difficile. Ma è paradossale: è più facile quando sei discriminato su più fronti, perché sei più forte e sei capace di superare ogni stigma. Lo stigma può spazzarti via dalla faccia della terra o farti più forte. Dopo che hai affrontato la prima discriminazione, poi la seconda, la terza… cominci a capire cosa c’è alla base di ogni discriminazione. Il meccanismo è sempre lo stesso, solo la facciata cambia.

Come è diventato imam? Chi l’ha scelto?

Ho fondato la prima moschea inclusiva in Europa a Parigi, e avevo studiato teologia islamica cinque anni in Algeria. La mia comunità e l’organizzazione di omosessuali musulmani di cui ero parte mi hanno detto: abbiamo bisogno di un imam, e io ho detto: d’accordo, ma solo se studierete con me per diventare anche voi imam. Poi si sono aggiunte molte persone che volevano pregare con noi, anche etero che volevano sapere di che parlavamo. Perché, quando si parla di islam, si parla di cose che vogliamo applicare alla nostra vita. E quindi eravamo gay e transessuali che curiosamente eravamo la avanguardia del nuovo islam riformato in Francia. Oggi comunque non sono più l’imam principale. Io volevo solo istruire altre persone e dire loro: ora siete liberi di fare quello che pensate sia meglio per voi. Io ora mi concentro più sulla ricerca.

Si può smettere di essere imam?

Ci sono diversi tipi di imam. L’imam che guida le preghiere, l’imam che fa le fatwā – quindi ricerca, pubblicazioni, eccetera: un teologo – e infine l’imam che insegna ad altri imam nella madrasa. Prima guidavo più le preghiere, oggi faccio più ricerca e insegnamento.

La moschea dell’unità che ha fondato è realmente significativa nel mondo musulmano o è un’eccezione?

Mi piacerebbe dire che ogni moschea è un’eccezione perché come noto non esiste un clero nell’islam. C’è piena libertà, con tanti svantaggi: ciascuno può dire di essere un imam e che ucciderà tutti perché gliel’ha detto Dio. Ma allo stesso tempo, se invece vuoi riformare la visione dell’islam, è molto semplice. Basta avere una comunità alle spalle.

Sembra che la posizione dell’Islam sull’omosessualità sia abbastanza chiara: incompatibilità assoluta. Come riesce a far convivere le sue due identità?

Spesso si indicano Sodoma e Gomorra, nell’antica Mesopotamia. Secondo lo storico Erodoto, la gente di quelle città adorava una dea dell’amore e della guerra, che era una rappresentazione molto violenta della loro religione. Le offrivano la verginità e la sessualità dei loro figli e delle loro figlie per fertilizzare i campi. A quei tempi, i preti usavano già il loro potere per controllare le identità della gente. La vera gente di Sodoma e Gomorra non era omosessuale. Gli uomini, le donne e i bambini erano interessi da sacrificare.

C’è un verso importante nel Corano: Dio parla agli abitanti di Sodoma e Gomorra attraverso la bocca degli angeli. Non c’è alcuna referenza all’omosessualità nel Corano. Menziona soltanto lo stupro di uomini, donne e bambini nel nome di un’ideologia. Esattamente quello che fanno i leader musulmani fascisti e immorali oggi nel nome dell’islam. Sono loro i veri sodomiti, non gli omosessuali.

Nonostante le dichiarazioni di molti accademici musulmani, la posizione dell’islam sull’omosessualità è molto complicata. Benché molti musulmani credano che Allah abbia una netta preferenza a che i fedeli si impegnino in matrimoni eterosessuali date le lodi che ne fa, in realtà né Allah né il Profeta (che la pace discenda su di lui) hanno mai apertamente bandito le relazioni omosessuali per i musulmani, né Allah ha mai condannato identità sessuali alternative.

Alcuni accademici musulmani invece bandiscono del tutto l’omosessualità basandosi sulla loro interpretazione dei versi 4:15-16 del Corano [che condannano uomini e donne che hanno relazioni fuori dal matrimonio, ndr] e sulla loro lettura sbagliata della storia di Lot [che nella Bibbia scappa da Sodoma e Gomorra e la cui moglie si trasforma in statua di sale, ndr].

La posizione del Corano e dell’Hadíth [l’insieme dei racconti sulla vita di Maometto che costituisce la Sunna, parte integrante del diritto islamico assieme al Corano,ndr] sull’omosessualità è molto più complessa di quanto si immaginino molti musulmani. Tra i compagni del Profeta, c’erano i mukhannathun, gruppo di omosessuali travestiti, talvolta mal tradotti con la parola “eunuchi”, ermafroditi o uomini effeminati. Anche se è chiaro che molti dei compagni erano loro fortemente ostili, il Profeta ne protesse almeno uno da un linciamento. Non solo li tollerava, ma – secondo un verso del Corano – ne impiegò uno in casa. Dopo la morte del Profeta, molti mukhannathun ebbero un ruolo molto importante nella vita e nella cultura della città di Medina. I mukhannathun, che il Profeta si rifiutò di eliminare nonostante le pressioni dei suoi compagni, sopravvivono ancora oggi nei paesi musulmani.

Lei sostiene spesso che se oggi fosse vivo, Maometto sposerebbe le coppie gay. Come può esserne tanto certo? 

Ne sono certo perché era una persona pragmatica che rispettava il benessere delle persone, secondo la tradizione. Cinque anni fa fondai l’organizzazione degli Omosessuali musulmani di Francia perché non volevo rifiutare né la mia omosessualità né il mio islam. Quando scoprii che potevo essere entrambe le cose, trovai pace. La Fratellanza salafita era molto importante in Algeria negli anni Novanta. Quando ero adolescente, ero molto affascinato dall’islam, e fu per questo che mi unii a loro nelle moschee, e diventai salafista. Allora era l’unico islam disponibile. È così che imparai l’arabo e a leggere il corano a memoria. Sfortunatamente tutta la filosofia di vita bellissima di rispetto contenuta nell’islam era macchiata da un’ideologia che era il contrario della spiritualità religiosa. Oggi rifiuto totalmente una rappresentazione fascista o politica della mia tradizione spirituale che so essere ispirata dalla pace.

Per lei l’islam sociologicamente non esiste. L’islam sono i suoi fedeli, come lei. Per cui dice che chiunque voglia escludere per esempio gay o donne si mette fuori dall’islam. Come possiamo essere sicuri che non sia lei a essere fuori dalla fede?

Sociologicamente, l’islam non è vivo e non parla. La nostra relazione con il divino è unica per ciascun essere umano, senza maestri fra Dio e ciascuno di noi. In arabo lo chiamiamo Tawhid: unicità di Dio che rispecchia l’unità umana, attraverso il pluralismo e la diversità. Questa è la mia rappresentazione dell’islam: “essere in pace”, come dicevo. La sfida maggiore di oggi nelle società arabo-musulmane è il fascismo, che è una minaccia comune a tutte le società che vivono una crisi economica e politica. Ma questo non ha nulla a che fare con l’islam o la cultura araba in sé. Alcuni vogliono imporre un’ideologia fascista attraverso l’islam. Purtroppo questo succede continuamente in molte culture e religioni. Loro cercano di mostrare una facciata di bontà e felicità, ma pensano solo a se stessi, sono concentrati sulle loro paure e fobie. E hanno bisogno di trovare capri espiatori, e di solito sono le minoranze religiose o etniche. Il vero problema è che la società islamica è perduta. Un giorno forse troveremo il modo di risolvere questo problema, Insh’Allah, con la volontà di Dio. Io sono sicuro che Dio rispetta la mia scelta perché per me l’islam aiuta ciascuno di noi nella sua ricerca della felicità, mentre il fascismo pretende solo di normalizzare e poi controllare le sessualità.

Torniamo alla Francia. Come crede che stia gestendo la convivenza con il mondo musulmano? Crede che il modello laicista francese possa essere esportato?

Sono trent’anni che in Francia stiamo cercando un rinnovato equilibro stabile tra la laicità e il cosiddetto “islam francese”: non un islam importato, ma una rappresentazione del nostro background adattato alle nostre leggi e al nostro contesto culturale qui e ora. Abbiamo ancora questioni aperte come può immaginare.


Le vedute senza fine di Hokusai

Autore: liberospirito 16 Giu 2015, Comments (0)

Presi dall’offrire spazio adeguato alle numerose emergenze del nostro tempo, ci siamo accorti che su questo blog – un po’ in contrasto con l’intenzione di partenza – scarseggiano materiali dedicati al dialogo Oriente /Occidente, solcando quell’asse che crea ponti fra esperienze culturali e religiose differenti. Di tanto in tanto proviamo a colmare tale mancanza. Lo facciamo, in questo caso, segnalando una mostra molto interessante presente a Lodi. Il contributo che proponiamo proviene da un altro blog di cui abbiamo già parlato – artenatura.altervista.org – che esplora, con senso critico e adeguata passione, le esperienze artistiche del presente come del passato.

img439

«Anche se fantasma me ne andrò per diletto sui prati d’estate»

L’arte occidentale, perlomeno da quando è in uso questo termine, ha posto al centro della sua attenzione l’essere umano. La visione antropocentrica è stato il perno intorno al quale ha ruotato – quando più, quando meno, tutta la cultura occidentale, portando questa visione fino alle sue estreme conseguenze, positive e negative. Anche se non siamo grandi conoscitori d’arte orientale crediamo di poterci permettere di dire che questo stesso atteggiamento non ha caratterizzato l’espressione artistica del mondo  orientale dove uomini e donne sono parte delle tante creature che compongono la grande natura.

Introduciamo così una bella mostra del grande pittore e incisore giapponese Katsushika Hokusai (Edo, 1760 – 1849) le cui opere furono fonte d’ispirazione per molti  artisti europei – Claude Monet, Vincent Van Gogh, Paul Gauguin … – che certamente cercavano nella leggerezza dell’arte giapponese un giusto contrappeso.

La raccolta Cento vedute del Monte Fuji fu il suo ultimo incompiuto lavoro, quasi un testamento spirituale, a proposito del quale scrisse: « Dall’età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, e sono cinquant’anni che pubblico disegni; tra quel che ho raffigurato non c’è nulla degno di considerazione. A settantatré anni ho a malapena intuito l’essenza della struttura di animali ed uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante e perciò a ottantasei progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor più il senso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso. Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria. Se posso esprimere un desiderio, prego quelli tra lor signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato. Dichiarato da Manji il vecchio pazzo per la pittura».

100 vedute del Fuji – 100 modi di parlare di Dio senza mai nominarlo è la mostra- curata con estrema competenza da Bruno Gallotta – visitabile fino al 24 giugno presso la ex “chiesa dell’Angelo” in via Fanfulla a Lodi.

All’esposizione delle cento vedute riprodotte sono affiancati gli interessanti scritti di Bruno Gallotta che accompagnano il visitatore, immagine dopo immagine, in un affascinante viaggio interpretativo dell’opera di Hokusai. Questa sorta di “voce fuori campo” guida il nostro sguardo a osservare con attenzione, a non tralasciare nessun particolare, perché nulla era casuale nell’opera del grande maestro, e ci propone una interessante esegesi del testamento spirituale per immagini composto dall’artista giapponese.

L’opera originale si presenta sotto forma di tre volumetti xilografici di cm. 23 X16, rilegati alla maniera dei libri popolari giapponesi di quel periodo e la si può vedere in mostra in una bacheca al centro dello spazio espositivo.

Grande pregio di questa operazione culturale, assolutamente degna di nota, è quello di accompagnare per mano il visitatore lungo un percorso  che, passo dopo passo, apre alla visione di un mondo che ci si mostra nella sua grande poesia.

Il 9 di maggio ha preso avvio la Biennale Arte di Venezia. Per l’occasione un artista di nazionalità svizzera (Cristoph Büchel) ha preparato un’installazione che ha subito suscitato una serie di polemiche. Büchel non è nuovo a operazioni del genere: il suo obiettivo, infatti, è quello di denunciare – attraverso un lavoro di satira e di demistificazione – le contraddizioni presenti nelle forze ideologiche dominanti. Ma che cosa c’entra tutto ciò con la religione e la libertà? Per capirlo ecco un articolo proveniente dal sito www.italialaica.it, a firma di Luigi Urettini. 

chiesa_della_misericordia_trasformata_in_moschea

L’artista svizzero Christoph Buchel è stato incaricato dall’Islanda di gestire il suo Padiglione per la Biennale d’Arte di Venezia.

Buchel ha preso in affito la chiesa di Santa Maria della Misericordia, di proprietà privata e chiusa dal 1969, per farne un’istallazione: “The Mosque: the first mosque in the historic city of Venice” (La prima moschea nella città storica di Venezia). Installazione che, come ha detto il presidente della comunità islamica di Venezia, Amin Al Adhab, è riuscita a “scaldare i cuori di 20 musulmani”.

All’interno c’è il mihrab che indica la direzione della Mecca, il pulpito per l’iman, tappeti e iscrizioni coi versetti del Corano. Chiunque può entrare, togliendosi le scarpe, come d’uso.

C’è stata una provocazione: un visitatore, leghista, non ha voluto togliersi le scarpe, dicendo che quello era un padiglione della Biennale e non una moschea. Subito i leghisti e i neofascisti del Fronte Nazionale hanno inscenato una manifestazione contro i musulmani.

La Curia ha protestato perché non è stato chiesto il suo permesso per trasformare una Chiesa cattolica in una Moschea. Da notare che nella Chiesa della Misericordia non si celebrano più dal 1969 riti della religione cattolica, e, anzi,  è stata venduta a privati. Nessuno è in grado di dire se sia ancora consacrata!

Il Comune, commissariato dopo i fatti del Mose, ha tirato fuori un cavillo giuridico: non è stato chiesto il “cambio d’uso”! Il Prefetto si appella a questioni di sicurezza: il luogo, aperto al pubblico, si presta a provocazioni di estremisti!

Si dà tempo all’artista svizzero di sgombrare entro il 20 maggio. Conoscendo il gusto per la provocazione di Christoph Buchel, si dovrà ricorrere ai celerini!

La realtà è che tra poche settimane ci saranno le elezioni regionali e per il Comune di Venezia l’antislamismo paga sempre! Stupisce invece la posizione della Curia che si oppone all’uso religioso, islamico, di una Chiesa chiusa da quarant’anni e venduta a privati. Come se a Venezia mancassero le chiese. Ma l’attuale patriarca, successore del ciellino Scola, è un tradizionalista, ben lontano dalle idealità ecumeniche di Papa Francesco.

Certo, sarebbe vergognoso che una città cosmopolita come Venezia, dove ci sono ben tre sinagoghe, una chiesa ortodossa e una armena, si vietasse l’uso temporaneo di una moschea: occorrevano gli islandesi per far scoppiare una simile contraddizione!

Luigi Urettini

Dalla parte di Giuda

Autore: liberospirito 13 Mag 2015, Comments (0)

Le ultime elezioni politiche in Israele hanno visto naufragare definitivamente l’utopia sionista: il sogno è divenuto un incubo da cui è difficile risvegliarsi. Tutto ciò non solo per i palestinesi, ma anche per gli stessi israeliani. Che distanza da quanto, a suo tempo, sosteneva con forza Martin Buber – Israele come communitas communitatum, federazione di esperienze sociali, nel riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti dei popoli arabo ed ebraico. O da quello che scriveva Gershom Scholem al suo arrivo in terra di Palestina: “Vogliamo la rivoluzione nell’ebraismo. Vogliamo rivoluzionare il sionismo e diffondere l’anarchia, ovvero l’assenza di dominio”. Quanto segue è una intelligente riflessione di Franco Berardi (apparsa su urgeurge.net) a partire dalla vittoria di Netaniahu alle ultime elezioni israeliane.

welcome-to-israel (1)

 “E’ inverno a Gaza, in ogni maledetto senso della parola. Decine di migliaia di senza casa spesso ammucchiati in mezzo ai detriti di edifici bombardati. I bambini muoiono di freddo, secondo le Nazioni Unite… Quasi tutti quelli con cui ho parlato dicono che le condizioni sono più miserabili di quanto siano mai state, esacerbate dalla sensazione che presto ci sarà un’altra guerra.” (Nicholas Kristoff, Winds of war in Gaza, “New York Times”).

E una nuova guerra è diventata più probabile dal giorno in cui Netaniahu ha vinto le elezioni dopo avere detto che per lui non ci sarà mai uno stato palestinese. Un bambino con cui ha parlato il giornalista del NYT dice:“Forse riusciremo ad ammazzare tutti gli israeliani e la vita sarà migliore” e il giornalista gli chiede se davvero lo pensa, e lui dice di sì con la testa. “Darei via l’anima pur di ammazzare tutti gli israeliani.”

Un amico che insegna in un’università americana mi disse a metà degli anni ’90: “Stanno rientrando in America molti ebrei che erano emigrati in Israele. Si rendono conto del fatto che il sogno sionista si è trasformato in un incubo, che le nuove leve dell’emigrazione sono fatte di gente aggressiva disposta ad uccidere pur di portar via terreno ai palestinesi, e così gli intellettuali, i democratici tornano nelle città americane”. Stava iniziando l’emigrazione dalla Russia e dagli altri paesi in cui ogni legame con la cultura ebraica è stata sommersa da tempo. Qualcuno se ne deve essere accorto quando all’interno di una caserma israeliana vennero rinvenute svastiche dipinte sul muro da qualcuna delle nuove reclute. Netaniahu vince le elezioni, perché Israele è oggi un paese fascista.

Ma soprattutto è un paese suicida. La recente dichiarazione con cui il vincitore delle elezioni cancellava definitivamente l’ambiguità sulla questione dei due stati significa che Israele ha deciso di andare alla guerra totale.
Un tempo Israele vinceva le guerre. Ha vinto quella del 1948, poi ha vinto quella del 1967, poi ha vinto quella del 1973. Poi ha assediato, perseguitato, deportato, massacrato i palestinesi fino a spingere quel popolo che era il più laico e il più colto dei popoli arabi a votare per Hamas. Ma da un certo momento in poi Israele ha cominciato a non vincere più le guerre in modo così netto come accadeva in passato. Sconfisse gli eserciti nazionali, ma è più difficile vincere una guerra quando il nemico è disgregato, molteplice, disperato, suicida. Netaniahu sta portando il popolo ebraico verso la catastrofe. E’ solo questione di tempo, poi qualcuno disporrà di armi letali da opporre alle armi letali di cui Israele dispone. E’ solo questione di tempo, poi dall’immensa distesa di umiliazione, miseria, rabbia, violenza che circonda Israele un nuovo Hitler rischia di sorgere.

Amos Oz racconta la storia di Israele come il venir meno di una speranza. Storia di amore e di tenebra, il romanzo del 2002, era la storia la sua vita sullo sfondo della storia d’Israele. La notte in cui diviene ufficiale la nascita dello stato sionista sente il padre piangere nel buio per la commozione e la gioia. Poi sottovoce ricorda “quel che avevano fatto a lui e a suo fratello dei teppisti al liceo polacco di Vilna, e anche le ragazze avevano partecipato, e l’indomani quando suo padre era venuto a scuola a protestare per quell’offesa, invece di restituirgli i pantaloni strappati quei bulli si erano avventati su suo padre, l’avevano scaraventato per terra, e gli avevano levato giacca e pantaloni in mezzo al cortile mentre le ragazze ridevano e dicevano sconcezze e gli insegnanti avevano visto tutto ma erano rimasti zitto e forse anche loro avevano riso.” Dunque la nascita di Israele è un sogno che si realizza: il sogno di avere una terra in cui nessuno potrà più trattarti come un animale. Ma quel sogno è diventato un incubo, e Amos Oz mette in scena l’incubo di un popolo di vittime che si trasforma in un popolo di carnefici. Quando nel 1967 Aisha, la ragazzina palestinese cui Amos si è affezionato, deve andarsene da Gerusalemme con la famiglia, perché Israele ha vinto la guerra dei sei giorni, allora lui si chiede: “E i loro pappagalli? E Aisha? E il fratellino zoppo? In quale punto del mondo suonerà adesso il suo pianoforte, sempre che ne abbia ancora uno, sempre che non sia invecchiata e deperita tra le baracche sporche e la canicola di un campo profughi con la fogna che scorre a vista giù per le strade sterrate? E chi saranno i fortunati ebrei che ora abitano nella casa della famiglia di Aisha, nel quartiere di Talbiyeh, tutto costruito di pietra celeste e rosa a volte di pietra?”

Dieci anni dopo, nel nuovo romanzo Giuda, Oz mette in scena la storia di uno studente che nei primi anni ‘60 fa la sua tesi dottorale sulla figura di Giuda Iscariota, cui la tradizione cristiana attribuisce il ruolo del traditore di Cristo. Rivendicando per sé il ruolo del traditore (che poi fu sempre quello dei profeti), Amos Oz va al cuore della questione: la storia del popolo ebraico non poteva e non doveva essere ridotta entro i confini concettuali e geografici di uno stato nazionale, perché questa scelta ha messo in moto una reazione a catena che inevitabilmente porta alla escalation di violenza cui abbiamo assistito negli ultimi decenni e cui assistiamo ogni giorno. E che ne sarà del popolo ebreo nel futuro?

“Chaim Weizmann ha detto una volta, per disperazione, che uno stato ebraico non sarebbe mai potuto sorgere perché sarebbe stata una contraddizione: se fosse stato uno stato, non sarebbe stato ebraico, e se fosse stato ebraico non sarebbe potuto essere uno stato.”

La riduzione della storia culturale del popolo ebraico alla forma di uno stato territoriale ha condotto alla nascita di uno stato confessionale, lo stato degli ebrei: un paradosso orribile che contrasta e sovverte l’eredità della cultura ebraica.
La separazione della politica dall’appartenenza rese possibili le forme moderne della Ragione, della Democrazia. Ora l’appartenenza ritorna, con le sue mostruose conseguenze politiche: esclusione, violenza, persecuzione di una comunità di appartenenza contro l’altra.

La scelta di territorializzarsi, di chiudersi dentro i confini di uno stato minuscolo, militarizzato, perennemente assediato ha trasformato Israele in uno stato fascista. Ma per quanta forza militare questo stato possegga ora il popolo ebreo è destinato ad attendere un futuro che si può rinviare ma non scongiurare indefinitamente. La pace è ora impossibile.

“Tutta la forza del mondo non basta per trasformare l’odio in amore. Colui che odia lo si può trasformare in servo, ma non in uno che ama. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare un fanatico in illuminato. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare in amico chi ha sete di vendetta. Proprio queste sono le questioni esistenziali dello stato d’Israele: trasformare il nemico in sodale, il fanatico in moderato, il vendicatore in amico.”

Accanto allo studente che si identifica in Giuda, c’è la figura di Atalia, la figlia di un intellettuale ebreo (Abrabanel) che negli anni precedenti alla catastrofe dei palestinesi, aveva predicato una pacifica coabitazione, e aveva cercato in tutti i modi di opporsi alla creazione di uno stato ebraico.

Tra Atalia e lo studente Shemuel si svolge un dialogo che riassume il pensiero di Oz:

“Volevate uno stato. Volevate l’indipendenza. Avete sparso fiumi di sangue innocente. Avete sepolto un’intera generazione. Avete cacciato centinaia di migliaia di arabi dalle loro case. Avete spedito navi intere di immigrati sopravvissuti a Hitler diritto dal capannone di accoglienza ai campi di battaglia. Tutto per avere qui uno stato di ebrei. E guardate cosa avete ottenuto.”  Shemuel disse mestamente:“Non credi che nel ’48 abbiamo combattuto davvero perché avevamo le spalle al muro? No, non avevate le spalle al muro. Il muro eravate voi… Nostro padre non era entusiasta dell’idea di stato. Per nulla. Non gli piaceva per nulla un mondo suddiviso in centinaia di stati nazionali. Come le file delle gabbie separate al giardino zoologico.”

La questione ebraica pone un problema che la politica moderna non è preparata ad affrontare: l’obsolescenza della forma-stato, la miseria della forma nazionale rispetto alla ricchezza di un’esperienza globalizzante e cosmopolita che la diaspora ebraica ha per prima anticipato. L’impensabile violenza che il nazismo scatenò contro il popolo ebraico spinse – comprensibilmente – le forze sioniste che avevano potuto sottrarsi all’Olocausto a iniziare un esperimento di territorializzazione.

Non permetteremo mai più a nessuno di fare quello che Hitler ha fatto contro un popolo indifeso, questa fu la determinazione su cui il sionismo si affermò come forza territorializzante. Avremo uno stato, avremo un esercito, ci difenderemo, attaccheremo, distruggeremo chi vuole distruggerci.

La riterritorializzazione del popolo ebraico divenne allora una scelta quasi inevitabile.

Ma questa scelta ha portato il popolo ebreo in una condizione di pericolo estremo: per quanto potente, per quanto armato, lo stato di Israele non può vincere tutte le guerre dei prossimi cento anni. L’aggressione contro il popolo palestinese ha prodotto una situazione di violenza crescente che nel lungo periodo non può che rivolgersi contro Israele. Ma nelle condizioni di isolamento accerchiamento e insicurezza, in cui il sionismo ha posto Israele ha finito per prevalere la politica provocatoria degli insediamenti, la chiusura paranoica delle frontiere, l’accentuazione del carattere “ebraico” dello stato, e quindi una fascistizzazione di cui la vittoria di Netaniahu sembra essere la sanzione definitiva.

Franco Berardi Bifo

Dell’islam e dell’anarchia

Autore: liberospirito 6 Mar 2015, Comments (0)

Ancora sull’islam. Questa volta affrontando un caso-limite: il rapporto tra islam e anarchia. Vero e proprio paradosso, eresia delle eresie, vera e propria sfida per il pensiero. Contro chi vuole vedere tutto in maniera univoca, tagliando via il campo dell’esperienza viva, della singolarità e della messa in gioco di ogni visione dogmatica: ecco come un suggerimento di lettura un paio di materiali (entrambi provenienti dal ns. sito www.liberospirito.org) su cui riflettere.

Il primo ripercorre le testimonianze di tre figure fra loro molto diverse, ma accomunate dalla sfida volta a coniugare islam e anarchia: si tratta di Henri-Gustave Jossot, Leda Rafanelli e, più vicino a noi, Hakim Bey (alias Peter Lamborn Wilson). L’articolo (apparso sul mensile “A”) lo si può leggere qui.

L’altro contributo consta in una lunga conversazione con Enrico Ferri (apparsa, in formato cartaceo, su “Umanità Nova” nel mese di dicembre). Qui è possibile leggere il testo integrale. Di seguito ci limitiamo a offrirne l’incipit.

islam & anarchy

Ti occupi da anni della filosofia e della visione del mondo tipica dell’anarchismo, ma allo stesso tempo del pensiero religioso. C’è a tuo avviso un punto d’incontro tra queste due dimensioni?

La ricerca filosofica, la riflessione sull’uomo e sulle sue relazioni non hanno confini. Ogni filosofia , ogni civiltà, ogni “visione del mondo” pone al centro l’uomo, le sue scelte, le sue risposte ai problemi esistenziali e materiali tipici della condizione umana. Un confronto tra le più diverse prospettive serve anche a chiarire le proprie.

Ma anarchismo e dimensione religiosa sono agli antipodi, hanno due visioni dell’uomo incompatibili!

Forse, ma Hegel dice che “con il Cristianesimo ci è divenuta familiare l’idea di un uomo perfetto”. Alla base dell’anarchismo c’è la convinzione che sia possibile un’ “Umanità nova”, un mondo nuovo senza guerre e prevaricazioni, un mondo “perfetto” che non è mai esistito, ma che si ritiene non solo possibile, ma il solo degno di essere vissuto. La formula un pò bislacca,“nella storia ma contro la storia”, vuole proprio indicare questa presenza/assenza del movimento anarchico nel tempo storico, in attesa e in preparazione di un mondo più “umano”, veramente umano: il mondo nuovo o, per usare il linguaggio degli hegeliani, “il regno di Dio in terra”.

Preti e anarchici, prospettiva libertaria e dogma religioso mirano ad uno stesso fine: il paradiso in cielo o il paradiso in terra? Non è una visione ottocentesca e un pò datata?

Anche in ambito libertario ci sono quanti, come Onfray e Berti, sostengono che la prospettiva di una radicale trasformazione dell’uomo e del mondo , la “conciliazione” tra la sua “natura” –io preferisco dire le sue “potenzialità”- e la sua esistenza è una prospettiva religiosa e superata. Non si capisce bene quale sia la “soluzione”: quella liberale/libertaria o quella dell’anarchismo qui e adesso tra pochi intimi? Occorre intendersi poi su cosa si intende per religione, mi sembra che nel mondo libertario ci sia un pò di confusione. (continua…)

 

Arabi senzadio?

Autore: liberospirito 24 Feb 2015, Comments (0)

Parliamo qui di un libro a venire. O meglio un libro già esistente e in attesa di pubblicazione in Italia. Il libro in questione è Arabs Without God (Arabi senza Dio) ed è uscito a metà 2014 in formato ebook, autopubblicato dall’autore, Brian Whitaker, già caporedattore per il Medio Oriente del “Guardian” dal 2000 al 2007. Attualmente è giornalista freelance, pur continuando a collaborare con il quotidiano britannico.

arabs-without-god-brian-whitaker-cover

Il tema della libertà di pensiero nei Paesi arabi, e in quelli del Medio Oriente in particolare, è di particolare importanza e interesse soprattutto alla luce del sempre più frequente incontro/scontro fra tradizioni e fedi diverse, dentro e fuori l’Europa. In questi Paesi, dichiarare apertamente di non credere in Dio significa compiere un atto clamoroso e talvolta pericoloso, a volte significa firmare la propria condanna a morte. Eppure sempre più persone, incoraggiate dalle rivolte delle passate “primavere arabe” e dalla diffusione dei social media, trovano la forza di esprimere le loro idee. Scopriamo che nei luoghi di origine di una delle più diffuse religioni del mondo c’è molto più fermento e diversità di vedute di quello che siamo abituati a pensare in Occidente. Governi e autorità religiose si trovano di fronte a una sfida radicale alla loro autorità divina. Per questo è importante conoscere il fermento in atto in quei luoghi. Promuove la pubblicazione in Italia la casa editrice Corpo60 (www.corpo60.it).

Di seguito la sintesi di un paio di testimoninaze raccolte nel volume:

Nella città palestinese di Qalqilya, il venticinquenne Waleed al-Husseini era stato folgorato da un’idea stravagante anche se irriverente. Decise che era ora che Dio avesse una pagina su Facebook – e si accinse a crearne una. L’ha chiamata Ana Allah (“Io sono Dio”) e il primo post annunciava scherzosamente che in futuro Dio avrebbe comunicato direttamente con le persone tramite Facebook poiché, pur avendo inviato profeti secoli fa, il suo messaggio non era ancora stato recepito. Waleed è stato incarcerato e sottoposto a un interminabile processo perché il suo ateismo era una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Oggi vive in Francia.

Tareq Rajab Sayed de Montfort, invece, è un giovane artista nato in Kuwait, gay dichiarato. Si definisce devoto, anche se in modo non convenzionale. Afferma che la sua omosessualità non lo ha mai portato a dubitare della sua fede o del senso del divino, anche se riconosce che i traumi che altri subiscono possono fare disintegrare ogni forma di fede. Questo problema non si porrebbe, ha suggerito Tareq, se i musulmani ascoltassero il consiglio del Profeta di “pensare da sé”.

Anche sulle pagine di questo blog diamo spazio a una dichiarazione che sta circolando da un paio giorni sulla rete. Si tratta di un comunicato stampa congiunto dei rappresentati di alcuni culti minoritari presenti nella regione Lombardia, diramato in occasione del voto del Consiglio regionale in merito a nuove norme relative alla “Pianificazione delle attrezzature per i servizi religiosi”, ribattezzato provvedimento “anti-moschee”, un provvedimento fortemente voluto dalla Lega Nord. Qui non si sta parlando di dialogo interreligioso o interculturale, ma di elementare tolleranza.
mosche-protesta-genova-pp
Già ieri il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), il pastore Massimo Aquilante, con un comunicato stampa aveva espresso il suo fermo “no” al provvedimento dai profili anti-costituzionali.
Di seguito il testo a firma di Reas Syed, Responsabile Legale Coordinamento Associazioni Islamiche Milano-Monza Brianza (CAIM); Samuele Bernardini, Presidente del Concistoro Chiesa Evangelica Valdese di Milano; Carlo De Michelis, presidente della Chiesa Evangelica Metodista di Milano; Vittorio Bellavite, Coordinatore del movimento cattolico “Noi Siamo Chiesa”; Riccardo Tocco, Presidente Nazionale della Conferenza Evangelica Nazionale; Luisa Bordiga, Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni; Valeria Rosini, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR):
“La Regione Lombardia non sia fuori dai tempi”: questo l’invito di numerose comunità religiose lombarde che congiuntamente richiedono ai consiglieri lombardi della maggioranza di non approvare le proposte di modifica tutte peggiorative alla già ingiusta Legge Regionale urbanistica 12/2005 che limita di fatto la possibilità di costruire nuovo luoghi di culto non cattolici. Gli ulteriori restringimenti normativi preoccupano infatti le comunità religiose non cattoliche che vedono compromesso il diritto di religione, costituzionalmente garantito, attraverso un utilizzo strumentale della legge urbanistica.
Ormai nota come le legge “anti-moschee”, se approvata, la normativa intaccherebbe la libertà di culto non solo dei musulmani ma di tutte le minoranze religiose. In particolare rendendo quasi impossibile la costruzione dei nuovi luoghi di culto per chi non confessa la religione cattolica.
Per questo le comunità religiose lanciano congiuntamente un invito ai singoli consiglieri regionali affinché esprimano voto contrario non schierandosi contro la libertà di culto.
Per Reas Syed, responsabile legale CAIM “si tratta di una legge non anti-moschee ma anti-culto in generale e che presenta numerosi profili di incostituzionalità ai consiglieri che la votano regaleremo la Costituzione Italiana”.
Samuele Bernardini, presidente della Chiesa Evangelica Valdese di Milano e Carlo De Michelis, presidente della Chiesa Evangelica Metodista di Milano dichiarano: “La proposta di legge regionale voluta dalla maggioranza dimostra ancora una volta che in Italia la tutela della libertà di religione e di pensiero non è un dato acquisto. Non basta la Costituzione, non bastano i principi di uguaglianza tra le comunità di fede presenti in Italia. Si riconosce alla Chiesa Cattolica quello che non si è disponibili a riconoscere alle altre fedi perché con questa legge si discriminano proprio i cittadini appartenenti alle confessioni religiose diverse dalla cattolica. Con ogni evidenza si tratta di norme anticostituzionali che vanno contro la libertà di culto e che saranno certamente bocciate dai ricorsi che inevitabilmente seguiranno l’eventuale approvazione del progetto di legge”.
La Conferenza Evangelica Nazionale (COEN), per mezzo del suo Presidente pastore Riccardo Tocco, evidenzia che “il progetto di legge che verrà sottoposto al voto, frutto del lavoro in Commissione, non ha per nulla considerato le numerose audizioni contrarie nella sostanza e nella forma al PDL, compresa quella della COEN che ha stigmatizzato come nell’ottobre scorso, la Commissione per i diritti umani dell’ONU abbia inviato tre raccomandazioni contro l’Italia sulla libertà religiosa ed una di queste riguarda proprio la legislazione lombarda sui luoghi di culto. Ciò dimostra la gravità della situazione lombarda in materia di libertà di culto”.
La gravità della situazione risulta peraltro lampante perché il Consiglio Regionale dimostra di non avere una prospettiva sul futuro, ma nemmeno un adeguato rispetto per la storia. Emblematico il fatto che la votazione in Consiglio sia stata fissata proprio nel giorno della memoria della Shoah, funestandone le celebrazioni con una legge che impedirà in futuro anche agli ebrei di costruire nuovi luoghi di culto.
E’ opinione condivisa che la Lega non potrà garantire maggiore sicurezza spingendo i musulmani a rinchiudersi negli scantinati. Stupisce la posizione del NCD che nonostante si sia sempre a favore delle libertà dei cristiani nel Medio Oriente, vuole negare in Lombardia gli stessi diritti a tutte le altre minoranze religiose. E sorprende anche l’atteggiamento di Forza Italia che in quest’occasione sembra essersi dimenticata del concetto di “libertà” che è sempre stato il suo baluardo politico.
Le comunità religiose si ritrovano a fare appello alla coscienza dei singoli consiglieri regionali e richiedono loro di non votare una legge che non è al passo coi tempi e che compromette il godimento del libero esercizio del culto.
Per conto dei vari fedeli viene così richiesto alla Regione Lombardia di tenere conto della tutela dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione e dai Trattati internazionali e, in particolare, del principio di libertà dei diversi culti.
Dalla preoccupazione delle comunità nasce la volontà di rafforza il dialogo interreligioso, invitando anche il cardinale Scola e la comunità cattolica che in ogni caso non sarebbe colpita dal provvedimento.
Le minoranze religiose si auspicano infatti che anche la diocesi di Milano e le altre diocesi lombarde si esprimano esplicitamente contro questo progetto di legge illiberale, in coerenza con i propositi più volte espressi per un dialogo interreligioso che favorisca la coesione sociale e il rispetto dei valori costituzionali.
Ciò per testimoniare che i principi di tolleranza e fratellanza sono valori condivisi da tutte le fedi presenti in Lombardia.
Aderiscono all’appello il movimento “Noi siamo Chiesa”, la Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzione e il circolo di Milano dell’UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti denuncia la gravità di una legge che discrimina tra cittadini cattolici e non cattolici, e aderisce alla richiesta fatta dalle comunità religiose perché i consiglieri regionali lombardi non si attengano alla disciplina di partito, ma votino secondo coscienza in difesa della libertà di religione e di pensiero, così come voluta dalla Costituzione della Repubblica in modo uguale per tutti i cittadini.

Abolire ogni tutela legale del sacro

Autore: liberospirito 9 Gen 2015, Comments (0)

In questi giorni, anzi in queste ore, i commenti su quanto è accaduto (e sta accadendo) a Parigi si sprecano. Così come si spreca la retorica, i distinguo fin troppo prudenti e l’unanimismo forzato, a denti stretti. Quello che preoccupa invece è il risultato che lascerà, alla fine, tutto ciò, oltre la scia di sangue e di morte. Come fece Bush dopo l’11 settembre, con il Patriot Act, anche in Europa si preannunciano già, in nome della tutela dei cittadini, misure atte a limitare ulteriormente le libertà. Quello che è accaduto, affinchè non sia accaduto invano, dovrebbe offrire l’opportunità per una campagna per difendere e affermare (proprio ora!) la libertà, ovunque. Ad esempio, esigendo l’abolizione di ogni tutela e protezione legale riguardante la sfera del sacro e del cosiddetto “sentimento religioso”. Anche questo sarà il risultato di un dialogo religioso divenuto finalmente adulto. Riportiamo, a questo proposito, l’intervento di Raffaele Carcano, segretario Uaar (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), apparso sul sito di Micromega.

kissing_hebdo

Soltanto un mese fa il rapporto sulla libertà di pensiero mostrava quanto criticare la religione fosse un’attività a rischio, nel mondo. Specialmente nei paesi a maggioranza musulmana.

Ieri, la repressione della libertà di espressione è arrivata anche sul continente europeo. In maniera terrificante. Jihadisti reduci da esperienze di guerra in Medio Oriente hanno assaltato la sede del Charlie Hebdo compiendo una strage. Vigliacchi incapaci di argomentazioni, ma in assetto paramilitare, hanno trucidato bestialmente dodici persone inermi, che armate soltanto di una matita si battevano per la libertà di tutti.

Il Financial Times li ha definiti “giornalisti stupidi”, gente che se l’è andata a cercare. Stupidi. Stupidi come i partigiani di fronte all’esercito nazi-fascista, stupidi come le vittime della mafia. Stupidi come le centinaia di migliaia di cittadini che ieri sera hanno riempito le piazze francesi, manifestando per un’idea di libertà che è enormemente più ampia di quella di mercato. I vignettisti e i giornalisti di Charlie Hebdo lottavano per la libertà di espressione di tutti, per poter dire “no” a qualunque potere e a qualunque ideologia totalitaria, religiosa o non religiosa che sia. L’autocensura è sempre una rinuncia alla propria libertà e, nel contempo, un invito a tutti gli altri a fare altrettanto per mera convenienza personale, ed è impressionante che siano stati altri giornalisti a scriverlo.

Un mese fa avevamo invitato le associazioni islamiche italiane a un’azione comune, basata sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, contro le discriminazioni commesse in nome o contro la religione. Non c’è stata risposta. Il mondo musulmano, purtroppo, sta facendo decisamente troppo poco per fronteggiare un fenomeno ormai planetario. Anche ieri le reazioni sono state deboli, talvolta addirittura offensive. L’imam di Drancy ha sostenuto che gli attentatori non hanno nulla a che fare con l’islam, sono soltanto “l’impersonificazione del diavolo”.

Dalil Boubakeur, rettore della grande moschea di Parigi e presidente del Consiglio francese del culto musulmano, ha detto che si tratta di un “colpo portato all’insieme dei musulmani”.

Ma l’insieme dei musulmani comprende anche coloro che hanno assaltato la redazione gridando “Dio è grande” e “abbiamo vendicato il profeta”! Non si può addurre alcuna scusa: è stato un atto di guerra compiuto in nome di Dio e della religione. Contro un giornale che era stato denunciato per vilipendio, esso sì, dall’insieme delle organizzazioni musulmane francesi. Quale messaggio hanno trasmesso in questo modo ai loro fedeli più esagitati? Quanto incitamento alla jihad, non stigmatizzato, è stato pubblicato su internet nei mesi scorsi?

Una tradizione islamica riconduce a Maometto la decisione di far uccidere una poetessa, Asma bint Marwan, che lo aveva deriso: non è forse il caso di prendere le distanze da certi retaggi, da certi passaggi contenuti nei testi sacri che costituiscono modelli comportamentali incompatibili con qualunque religione si pretenda “di pace”?

Non può esserci civiltà democratica laddove la critica alla religione (e anche all’ateismo, ovviamente) non è libera. Le comunità religiose abbiano dunque il coraggio di rinunciare per prime a ogni protezione legale riservata al “sacro”, “al sentimento religioso”. Dio, se esiste, non ha certo bisogno di qualche legge per proteggersi. I leader religiosi invece sì, perché servono a immunizzarsi dalle critiche, a dotarsi di uno strumento utile alla conservazione del proprio potere. Ora devono scegliere da che parte stare: dalla parte della libertà di tutti o dalla parte del privilegio per sé.

Nei giorni scorsi tante voci, in Francia, hanno evidenziato un certo affanno nel comunicare l’importanza di avere istituzioni neutrali. L’assalto al Charlie Hebdo, proprio perché è una dichiarazione di guerra a un diritto umano fondamentale, può rappresentare uno di quegli eventi decisivi nella storia umana. Una risposta laica non può certo essere una reazione uguale e contraria a quella dei barbari assalitori, non può essere costituita dal rigurgito identitarista del “se ne ritornino tutti a casa loro, la nostre radici sono e resteranno cristiane” che possiamo trovare in troppi commenti. Una risposta laica non si dovrà mai abbassare al livello di selvaggi istinti tribali, ma dovrà far capire che la libertà è un bene così prezioso che, per difenderla, siamo disposti a batterci fino in fondo.

La libertà di espressione tutela tutti: atei, musulmani, cristiani. Se tutti, a cominciare dai legislatori, ci impegnassimo a rafforzarla, daremmo la risposta più potente a ogni terrorismo oscurantista. E i dodici caduti di Parigi non saranno morti invano.

Raffaele Carcano

Scuola: quale alternativa all’IRC?

Autore: liberospirito 2 Giu 2014, Comments (0)

Riprendiamo a parlare di scuola e religione, riportando una notizia proveniente dal Servizio stampa della Federazione della chiese evangeliche in Italia (NEV – Notizie Evangeliche). L’argomento è il solito: l’insegnamento della Religione cattolica (tecnicamente denominata IRC), previsto dagli accordi concordatari, e la pressoché totale latitanza di attività alternative a tale insegnamento. Per approfondimenti si può andare direttamente al sito www.associazione31ottobre.it.

scuola

Si è concluso con l’intenzione di richiedere un’audizione al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (MIUR), il Convegno nazionale dell’associazione “31 Ottobre, per una scuola laica e pluralista”, tenutosi a Roma lo scorso 17 maggio. “Al Ministero vorremmo presentare alcune proposte concrete riguardanti le attività alternative all’insegnamento della religione cattolica (IRC) a scuola, raccolte nel documento finale del nostro convegno, incentrato proprio su questo tema”, ha spiegato Silvana Ronco, presidente della 31 Ottobre. A conclusione di una giornata di dibattito con esponenti del mondo sindacale, di quello della politica e dell’associazionismo, è stato infatti presentato un testo che ribadisce la pari dignità tra lRC e le materie ad essa alternative, rilevando al tempo stesso le tante criticità che rendono problematica tanto l’attivazione quanto la scelta di queste ultime. “La prima delle nostre richieste è che il Ministero pubblichi una circolare che riassuma l’intera normativa”, precisa Ronco.

Gli altri punti riguardano l’inserimento delle attività alternativa nel piano di offerta formativa delle scuole; l’informazione sulla possibile adozione di un libro di testo; un’adeguata informazione da parte delle segreterie degli istituti; la nomina di un referente presso gli Uffici scolastici regionali; la realizzazione di un apposito capitolo di spesa dedicato esclusivamente alla copertura dell’attivazione e gestione delle attività alternative.

Vedere il testo su: www.associazione31ottobre.it.

Una riforma del cristianesimo?

Autore: liberospirito 28 Mar 2014, Comments (0)

Riportiamo un passaggio importante della relazione di Vito Mancuso tenuta il 24 febbraio scorso a Napoli, presso la Facoltà Teologica San Luigi. Il testo integrale dell’intervento è possibile scaricarlo in formato pdf cliccando qui. In queste righe (si tratta del quarto paragrafo dell’intervento) si sostiene la necessità di una rivisitazione radicale del cristianesimo stesso. Non si può non condividere queste parole.

vito_Mancuso

Il punto è quale riforma. Riforma della Chiesa oppure dello stesso cristianesimo? Riformare il contenitore oppure lo stesso contenuto? Il dato di fatto fotografato da Martini dicendo “la Chiesa è rimasta indietro 200 anni” riguarda solo la Chiesa oppure segnala il problema del cristianesimo nella sua configurazione ufficiale?
Il Vaticano II vive dell’idea che per il cristianesimo sia necessario un “aggiornamento”, ma ritiene che tale aggiornamento debba riguardare i modi dell’annuncio cristiano, non la sostanza. Così Giovanni XXIII nel Discorso di apertura del Concilio l’11 ottobre 1962: “È necessario che questa dottrina certa e immutabile, chedeve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata
in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute
nella nostra dottrina, è altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate”.
Io non penso che si tratti di una distinzione che regge fino in fondo. Essa è stata utile per iniziare a smuovere le acque, ma ora occorre procedere oltre e giungere a riformare non più solo i modi ma anche la stessa sostanza del cristianesimo. Non esiste infatti nessuna “dottrina che sia certa e immutabile”, per il semplice motivo che nulla di ciò che vive, idee comprese, è esente da mutazione. Solo ciò che non vive è immutabile. Vita = mutazione; viceversa, immutabilità = morte.
Se il cristianesimo vuole essere veramente all’altezza delle “esigenze del nostro tempo”, occorre prendere atto che la visione del mondo coltivata nel nostro tempo è talmente mutata rispetto ai secoli in cui veniva formulato il depositum fidei da rendere necessaria una mutazione dello stesso depositum fidei. Questa è la condizione perché il cristianesimo torni a essere rilevante in quanto buona-notizia e quindi veramente se stesso.

Vito Mancuso

Cambiare l’Islam

Autore: liberospirito 9 Mar 2014, Comments (0)

Abbiamo letto su “Tempi di Fraternità” (www.tempidifraternita.it) questo intervento sull’islam contemporaneo, che proponiamo ai lettori per la sua immediatezza. E’ anche un piccolo contributo alla giornata dell’8 marzo, appena trascorsa. In fondo, anche una religione come quella islamica non può non risentire dell’impatto con il mondo occidentale, con quel fenomeno denominato secolarizzazione. Si tratta di un discorso, questo, qui solo accennato, quindi da riprendere con respiro più ampio.

muslimwomensrights

Pochi giorni sono passati dalla festa degli innamorati. In Italia si vedono coppie giovani e meno giovani girare per la città regalandosi un sorriso e un fiore, ma in altre parti del mondo non solo è proibita ogni espressione d’affetto, anzi ci sono sempre nuove prescrizioni per sottomettere le donne.

È proprio di questi giorni la notizia, che arriva dall’Arabia Saudita, secondo cui la suprema autorità religiosa ha imposto una nuova fatwa che vieta alle donne di andare da sole da un medico, senza essere accompagnate dal marito o da un parente stretto. Anche se questo divieto era precedente, le donne lo ignoravano facilmente e quindi c’è stato un giro di vite che ha portato anche a tragedie come quella della studentessa universitaria che non ha potuto essere soccorsa da medici uomini ed è morta per un attacco al cuore. Questo accade in un Paese ormai diventato economicamente ricco, grazie al petrolio, ma che dimentica facilmente il proprio passato di popolo di pastori itineranti con i propri cammelli, vestiti di bianco con i turbanti, che gli uomini portano ancora con fierezza, dimenticando però il passato. Oggi la politica di questo Paese è molto legata ai Paesi occidentali, ma la mentalità è anacronistica, perché certi divieti e chiusure non sono legati alle origini dell’Islam, ma a sue successive interpretazioni e soprattutto all’uso che i poteri dei potentati hanno fatto e fanno della religione.

Io da piccolo, cresciuto in una famiglia islamica, ho sempre conosciuto il rispetto delle persone, la religiosità delle donne che era sincera e non conosceva oppressioni e divieti. Provo quindi un senso di sdegno e di vergogna di fronte alla grande ingiustizia che in Paesi che si vantano di essere islamici le donne siano tanto oppresse. Le associazioni islamiche nel mondo dovrebbero reagire e prendere le distanze di fronte a certe leggi e comportamenti. Si rizzano i capelli a leggere certe notizie: possibile che i giovani musulmani sul nostro territorio non reagiscano? Non sentano vilipesa la loro religione che dall’opinione pubblica è superficialmente identificata con quelle leggi?

Faccio quindi un appello: per migliorare la religione, come la politica, come la società, bisogna anche criticarla. Le donne sono esseri umani come noi uomini, non quindi proprietà di uno sceicco come i cammelli da sfruttare. Hanno gli stessi diritti di muoversi in autonomia, di accedere ad una professione, di vivere in libertà. Non si può interpretare il Corano in modo restrittivo, questi errori appartengono al passato, noi dobbiamo cambiare, com’ è successo per altre religioni e culture. La parola “ermeneutica”, nata nell’antica Grecia, voleva dire concretamente critica alla politica che era marcia e poi si è estesa alle religioni monoteistiche nel bacino del Mediteranno, interpretando i testi sacri dell’Ebraismo e del Cristianesimo. Così la situazione è migliorata molto rispetto ai secoli passati. Sarebbe necessario che anche il Corano fosse interpretato, tenendo presente il periodo storico in cui è stato scritto e la trasformazione della società di oggi. Un testo può essere letto in modi diversi. Nella festa di San Valentino una lettera d’amore per noi uomini e donne del ventunesimo secolo, credenti di una qualunque religione o non credenti, ha un significato particolare quando siamo innamorati, ma non ha lo stesso significato se l’ amata ci ha lasciato. Credo che anche l’Islam ha bisogno di un cambiamento forte che venga dalla base, per vedere il testo sacro in un modo nuovo e per condannare i poteri politici che usano a modo loro la religione. Questo però vuol dire aprirsi a una mentalità nuova, al dialogo con altre religioni, al rispetto dei diritti delle donne, a nuovi modelli di vita, pur conservando i grandi valori della tradizione che sono i rispetto, la solidarietà e l’ospitalità del diverso.

Alidad Shiri