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Categorie: critica del potere

Per Paolo Finzi

Autore: liberospirito 21 Lug 2020, Comments (0)

Stamattina dopo aver aperto il computer ho appreso dall’e-mail di un amico della morte tragica di Paolo Finzi. Per chi non lo sapesse Paolo è stato tra i fondatori, nel lontano 1971, di “A/Rivista anarchica”, sorta in quegli anni per dare risonanza alle voci e alla controinformazione nei riguardi delle accuse contro gli anarchici per la strage di piazza Fontana e per la morte di Giuseppe Pinelli nei locali della questura di Milano. Mi capitava in quegli anni di leggerla, anche se saltuariamente. Aveva un formato e una grafica assai diversa da quelli odierni. Attualmente ne era direttore responsabile, vero e proprio factotum della rivista.

Iniziai a collaborare ad “A” relativamente tardi, il mio primo articolo comparve nel 2007 ed era dedicato a Ferdinando Tartaglia, prete eretico (fra l’altro subì la scomunica più grave prevista dal codice di diritto canonico) che, nell’immediato dopoguerra, tentò di avviare insieme a Aldo Capitini un movimento di religione in grado di raccogliere le varie voci dissidenti sia in campo religioso che politico e per questo entrò in contatto (anche se per un breve periodo) con l’ambiente anarchico e libertario. La mia collaborazione andò avanti per un po’ di anni con contributi quasi sempre inerenti l’anarchismo religioso. Rimasi lusingato della sua disponibilità a dare spazio a questo genere di argomenti che, si sa, risultano abitualmente ostici a un pubblico anarchico, anche se sapevo bene che Paolo era amico di don Gallo.

Sia chiaro, non sempre si andava d’accordo. Ad esempio ricordo che disapprovò la mia proposta di tradurre e commentare un testo di Hakim Bey sulla religiosità anarchica (non amava molto l’autore di TAZ), anche se alla fine venne regolarmente pubblicato tutto. Trovo che l’enorme sforzo di Paolo in tutti questi anni è stato proprio quello di rigenerare e ricollocare una rivista, nata nel clima e nelle aspettative degli anni Settanta, in un contesto completamente differente, sapendo scrollarsi da tanti ideologismi che purtroppo allignano nel mondo anarchico (e non solo) per aprirsi alle suggestioni, agli stimoli e alle novità del presente. E, in questi anni di torvo conformismo, non è cosa da poco…

Federico Battistutta

 

Di seguito la lettera che Frei Betto (frate domenicano, saggista, consigliere della FAO e di movimenti sociali) ha recentemente pubblicato, con l’invito a diffonderlo il più possibile. Cosa che stiamo provvedendo a fare. Riguarda il genocidio in atto in Brasile come esito della pianificazione necropolitica di Bolsonaro e del suo governo.

In Brasile è in atto un genocidio! Nel momento in cui scrivo, 16/07, il Covid-19, apparso qui nel febbraio scorso, ha già ucciso 76 mila persone. I contagi sono quasi due milioni. Domenica prossima, 19/07 arriveremo a 80 mila vittime fatali. E probabile che ora mentre leggi questo appello drammatico, siano già 100 mila.

Quando ricordo che nei vent’anni di guerra del Vietnam, sono state sacrificate 58 mila vite di soldati americani, si fa chiara la gravità di quello che avviene nel mio paese. Questo orrore causa indignazione e turbamento. E tutti sappiamo che le misure di precauzione e restrizione adottate in tanti altri paesi, avrebbero potuto evitare una mortalità così grande.

Questo genocidio non risulta dall’indifferenza del governo Bolsonaro. È intenzionale. Bolsonaro si compiace della morte altrui. Nel 1999, in qualità di deputato federale, durante un’intervista televisiva dichiarò: “attraverso le elezioni, in questo paese, non si cambierà mai niente, niente, assolutamente niente! Potrà cambiare qualcosa soltanto, purtroppo, se un giorno cominceremo una guerra civile,  per completare il lavoro che il regime militare non ha fatto: uccidere per lo meno 30 mila persone”.

Durante la votazione per impeachment della presidente Dilma Rousseff, dedicò il suo voto alle memoria del più noto torturatore dell’Esercito, il colonnello Brilhante Ustra.

È talmente attratto dalla morte, che una delle sue principali politiche di governo è la liberazione del commercio di armi e munizioni. Quando, davanti al palazzo presidenziale, gli venne chiesto come si sentisse in relazione alle vittime della pandemia, rispose: “In questi dati io non ci credo” (27/03, 92 morti); “Tutti noi un giorno dobbiamo morire” (29/03, 136 morti); “E allora? cosa vuoi che faccia?” (28/04, 5017 morti).

Perché questa politica necrofila? Fin dall’inizio dichiarava che l’importante non era salvare vite umane, ma l’economia. Da ciò deriva il suo rifiuto di decretare il lockdown, osservare le indicazioni della OMS e importare respiratori e dispositivi di protezione individuale. É stato necessario che la Corte Suprema delegasse questa responsabilità ai governatori di ogni singolo stato e ai sindaci di ogni città.

Bolsonaro non ha  rispettato neppure l’autorità dei suoi stessi ministri della salute. Dal febbraio scorso il Brasile di ministri ne ha avuti due, entrambi licenziati per rifiutarsi di adottare lo stesso atteggiamento del presidente. Ora a dirigere il ministero è il generale Pazuello, totalmente ignorante in questioni sanitarie; ha cercato di occultare i dati sulla evoluzione dei numeri delle vittime del coronavirus; si è circondato di 38 militari primi di ogni qualifica, assegnando loro importanti funzioni ministeriali; ha eliminato le conferenza stampa giornaliera attraverso la quala la popolazione avrebbe potuto ricevere importanti informazioni e consigli.

Sarebbe troppo lungo elencare in questa sede quante misure di elargizione di fondi per l’aiuto alle vittime e alle famiglie di bassa rendita (più di 100 mila brasiliani) sono state negate.

Le ragioni delle intenzioni criminali del governo Bolsonaro sono evidenti. Lasciare morire gli anziani per risparmiare sui fondi della Previdenza Sociale. Lasciare morire i portatori di malattie pregresse, per risparmiare i fondi del SUS, il sistema nazionale di salute. Lasciare morire i poveri, per risparmiare i fondi del “Bolsa Família” e degli altri programmi sociali destinati a 52,5 milioni di brasiliani che vivono sotto la soglia della povertà, e ai 13,5 milioni che si trovano in situazione di miseria estrema (sono dati del governo federale).

E ancora insoddisfatto di queste misure mortali, nel progetto di legge sanzionato il 3/07, il presidente ha vetato l’articolo che obbligava l’uso di mascherine negli stabilimenti commerciali, nei templi religiosi e nelle scuole. Ha vetato altresì l’imposizione di sanzioni e multe a chi non rispetti le regole; ha vietato l’obbligo del governo di distribuire mascherine alla popolazione più povera e vulnerabile, principale vittima del Covid-19, e ai carcerati (750 mila). Questo tipo di veto non annulla però le leggi locali che prevedono l’obbligatorietà dell’uso della mascherina.

Il giorno 8/07, Bolsonaro ha abrogato alcuni articoli di legge, già approvati al Senato, che obbligavano il governo a fornire acqua potabile, materiale di igiene e pulizia, installazione di internet e la distribuzione di ceste alimentari, sementi e utensili per la coltivazione della terra ai villaggi indigeni. Il veto presidenziale si è esteso anche ai fondi di emergenza destinati alla salute di quelle popolazioni, e parimenti alla facilitazione dell’accesso all’ausilio di emergenza di 600 reais (circa 100 euro) per tre mesi.

Ha vietato inoltre l’obbligo del governo di garantire assistenza ospedaliera, l’uso dei macchinari di respirazione e di ossigenazione sanguigna ai popoli indigeni e agli abitanti delle comunità afro-brasiliane “Quilombos”.

Gli indigeni e gli abitanti dei “Quilombos” sono stati decimati dalla crescente devastazione socio-ambientale, soprattutto in Amazzonia.

Per favore, divulgate al massimo questo crimine contro l’umanità. È necessario che le denunce di quello che accade in Brasile arrivino ai mass-media dei vostri paesi, ai social, al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, al Tribunale Internazionale di Haia, così come alle banche e alle imprese che raggruppano gli investitori, tanto desiderati dal governo Bolsonaro.

Molto prima che The Economist lo facesse, nelle mie reti digitali chiamo il presidente con il soprannome di BolsoNero ( in portoghese “Nero” è il nome dell’imperatore Nerone, ndt ) che mentre Roma brucia suona la lira e fa pubblicità alla Clorochina, una medicina senza alcuna prova scientifica di efficacia contro il nuovo coronavirus. Ma i suoi fabbricanti sono alleati politici del presidente…

Ringrazio il vostro solidale interesse nel divulgare questa lettera. Solamente la pressione proveniente dall’estero sarà capace di fermare il genocidio che martirizza il nostro “querido e maravilhoso” Brasil.

Fraternalmente

Frei Betto

Pubblichiamo l’appassionato intervento di don Paolo Farinella, tratto dal blog che tiene sul sito del Fatto Quotidiano, a proposito della recente intervista del cardinale Ruini, nella quale quest’ultimo si è espresso a favore di Salvini e della Lega. Con linguaggio vivace e diretto Farinella tratteggia con chiarezza le fattezze di questo personaggio e del suo “bieco stile clericale”.

Il lupo perde il pelo – quasi sempre -, ma il cardinale Ruini, don Camillo per gli amici di destra, non perde mai il vizietto di “parlare a nuora perché suocera intenda”. Qui la nuora è il Corriere della Sera, giornale dei salotti che contano, che pubblica una intervista di Ruini; mentre la suocera è Papa Francesco. L’endorsement di Ruini a Matteo Salvini, espresso nel più bieco stile clericale, fatto di sorrisetti, ammiccamenti, parole piane e mai gridate – sullo stile manzoniano del “sopire troncare padre molto reverendo…” – , fanno del cardinale Camillo Ruini un individuo più pericoloso di ogni altro che attacca direttamente il Papa.

L’”eminenz” ottantottenne, per 18 anni dominus assoluto della Cei, sotto il pontificato del Re di Polonia prima e del Pastore Tedesco poi, come Farinata degli Uberti, sorge “dalla cintola in su”, vispo e garrulo come un corvo serale. Egli, che a buon diritto, fu definito doctor sottilis fa finta di essere ossequioso verso Papa (“Il mio Papa”), si genuflette anche di fronte all’autorità papale, ma la svuota con una staffilata che vende, da clericale dannato, come un innocuo consiglio: “Spero che il Papa non approvi i viri probati” (cioè i preti sposati a determinate condizioni).

Con questa intervista pensata e calcolata anche nelle virgole, il cardinale che sussurra a Salvini è uscito dal suo antro romano e si propone come convergenza di tutti i rivoli che per ora vanno per conto proprio contro il Vescovo di Roma, Papa Francesco. Ruini non è un cardinale qualsiasi, ma è il già presidente della Cei che ha impedito alla Chiesa italiana di realizzare il Concilio Vaticano II, sequestrato e messo in prigione. Oggi ne paghiamo le conseguenze.

Egli è il cardinale che ha invitato gli italiani a disertare le urne nel referendum sulla legge 40/2004 sulla procreazione assistita, in combutta con Silvio Berlusconi e la destra, riuscendo a fare fallire la consultazione popolare. Allora egli non esitò a mettere in atto un vulnus al concordato perché s’intromise come un elefante in un atto supremo della democrazia di uno Stato estero, l’Italia. I politici baciapile di allora e la sinistra, che cominciava già a rinnegare se stessa, non latrarono nemmeno e il referendum non raggiunse il quorum.

Oggi, a distanza di 15 anni, il garante della destra berlusconista di allora si fa garante della destra odierna, peggiore di quella, frutto anche della sua politica di clericuscompromesso con chiunque ha il potere, dimostrando che gli importa poco del Vangelo e della profezia cui dovrebbe essere votato. Quest’uomo viene in veste di agnello, ma colpisce come un lupo rapace.

Di lui e della sua esplicita avversione a Papa Francesco parla il profeta Geremia (sec. VII a.C.) che lo conosceva bene: “’Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo’. Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: ‘Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta’”(Ger 20,10).

Ruini il vendicatore, gli undici cardinali che scrissero il libello anonimo contro il Papa e poi quello dei “quattro dell’Ave Maria” (Brandmueller, Burke, Caffarra e Meisner), cinque con il cardinale Saràh, che nel 2017 criticarono ferocemente l’enciclica Amoris Laetitia sul matrimonio e la possibilità dei divorziati di accedere all’eucaristia: tutti avevano l’obiettivo di screditare il Papa per costringerlo alle dimissioni.

Siamo dentro un film, del genere “Camillo Ruini, la Vendetta”. Perché come previde il profeta Geremia, proprio di vendetta di tratta e di nient’altro. Costoro vedono che Francesco, silente e paziente, va avanti per la strada per cui fu eletto e non vacilla; urge farlo fuori. Non si può avvelenarlo perché bisognerebbe avvelenare tutti i residenti in Santa Marta, visto che il Papa mangia alla mensa comune e non beve caffè.

Non resta che la strada maestra della calunnia: come cani rabbiosi, lanciano insinuazioni, moniti, consigli, minacce di scisma per raccogliere la sua testa come quella di Giovanni il Battista. Questi non esiteranno davanti a niente perché in gioco è il loro potere sotterraneo e la loro corruzione incontrollata. Sono senza Dio e quindi senza scrupoli.

L’uscita di Ruini è la manna emersa per quel mondo senza tempo e senza storia, inchiodato al passato immutabile, che poi è il loro piccolo pensiero, fino a oggi disperso. Ora può compattarsi a testuggine dentro le mura leonine e fuori, la destra può brindare, anche perché il cardinale di Sassuolo che tifa Salvini ha messo la propria ipoteca sulle prossime elezioni nella sua regione, l’Emilia Romagna. Il salvinismo-ruinismo ha preso il posto del ruinismo-berlusconista con una caduta in basso che nessuno si aspettava.

Anche io do un consiglio gratuito e non richiesto al Papa: visto che codesta gente non ha il coraggio dirle le critiche in faccia, ma è inaffidabile, compia un gesto semplice e lineare: abolisca il collegio dei cardinali, abolisca Ruini e i suoi complici e visto che c’è, scomunichi Salvini e poi insieme stiamo a vedere che succede. Sicuramente non ci annoieremo.

Paolo Farinella

Le ragioni cattoliche in favore del comunismo

Autore: liberospirito 19 Set 2019, Comments (0)

Quanto segue è la traduzione di un articolo di Dean Dettloff apparso sulla rivista dei gesuiti degli Stati Uniti “America” (qui – se si vuole – l’articolo originale: https://www.americamagazine.org/faith/2019/07/23/catholic-case-communism). Il direttore della rivista, p. Matt Malone, chiarisce che l’intervento è stato pubblicato per alimentare il dibattito, non perché esprima l’opinione della rivista, né tantomeno dell’ordine dei gesuiti. Viene citato frequentemente – motivo per cui abbiamo scelto di pubblicare il testo – il pensiero libertario di Dorothy Day, fondatrice dei Catholic Worker. Vogliamo anche intendere che nell’articolo quando si parla di comunismo l’autore non abbia inteso celebrare gli ormai dissolti regimi dell’Europa orientale, che ben poco hanno avuto a che vedere con l’utopia concreta di Marx e di tanti altri. Riportiamo un passaggio significativo: “Quello che i comunisti desiderano è un’autentica vita comune, e pensano che essa si possa ottenere relativizzando la proprietà alla luce del bene di tutti. Visione radicale infatti ma non così scioccante per chi ricorda che la vergine Maria ha cantato che Dio ha colmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote.” (Luca 1:53). Forse siano solo all’inizio di un lungo e inedito cammino che ci condurrà al di là del cristianesimo e al di là del comunismo…

Le ragioni cattoliche in favore del comunismo
“E’ quando i comunisti sono buoni che sono pericolosi”
È così che Dorothy Day comincia un articolo su “America”, pubblicato poco prima del lancio del Catholic Worker il Primo maggio del 1933. Contrariamente alle reazioni di molti cattolici del tempo, la Day tracciò un quadro comprensivo, sebbene critico, dei comunisti che aveva incontrato a New York, nell’epoca della depressione. Il suo profondo personalismo le aveva permesso di intravedere le storie umane attraverso la lotta ideologica; e, tuttavia, concluse che il cattolicesimo e il comunismo non solo erano incompatibili, ma anche reciproche minacce. Dal tempo della sua riflessione è passata un’intera Guerra fredda, e vale oggi la pena chiarire alcuni punti.
I comunisti sono attratti dal comunismo per via della loro bontà, sosteneva la Day, quell’incancellabile qualità del bene che può essere trovata, in egual misura, all’interno e al di fuori della Chiesa, intrecciata nella nostra stessa natura. Deve essere stata una cosa semplice da dire nel 1933, quando i comunisti americani erano ben noti all’opinione pubblica per essersi esposti in prima persona a favore dei lavoratori in sciopero, ma era anche quel tipo di cosa che poteva metterti in gravi difficoltà, anche all’interno della Chiesa cattolica.
Affermando che la bontà guida molti comunisti di ieri e di oggi, la Day mirava ad ammorbidire la percezione dei cattolici, i quali si trovavano più a loro agio con le perfide caricature dei comunisti della loro epoca, rispetto alle più impegnative rappresentazioni che li ritraevano come lavoratori per la pace e per la giustizia economica. La maggior parte delle persone che aderiscono ai partiti e ai movimenti comunisti, rilevava giustamente la Day, non sono motivate da una qualche forma di odio profondo nei confronti di Dio o da uno spumeggiante anti-teismo, ma dall’aspirazione a un mondo libero da un’economia politica che esige lo sfruttamento di molti per il benessere di pochi.
Ma nel tentativo di suscitare simpatia per le persone attratte dal comunismo e sconfiggere un istintivo pregiudizio nei loro confronti, la Day non fece altro che perpetuare inutilmente altri due pregiudizi contro il comunismo. Innanzitutto, affermò che al di sotto di tutta la bontà che attrae le persone verso il comunismo, il movimento è, in ultima analisi, “un programma distintamente orientato alla demolizione della Chiesa.”
In secondo luogo, riferendosi all’uccisione nel suo quartiere di un giovane comunista colpito dal lancio di un mattone da parte di un trotskista, concluse constatando che i giovani che seguono la bontà dei loro cuori approdando al comunismo, non sono del tutto consapevoli di ciò a cui stanno aderendo – inclusi i rischi per la loro incolumità. In altre parole, dovremmo odiare il comunismo, ma amare i comunisti.
Sebbene la comprensiva critica della Day nei confronti del comunismo sia lodevole sotto molti punti di vista, quasi un secolo di storia ci dimostra che, al di là di quanto suggeriscono questi due giudizi, c’è ben altro da aggiungere. I movimenti politici comunisti di tutto il mondo sono stati densi di personaggi sorprendenti, di strani sviluppi e di motivazioni più complesse rispetto al semplice voler disfare la Chiesa; e persino attraverso le sfide del 20° secolo, cattolici e comunisti hanno trovato ragioni naturali per offrirsi reciprocamente un segno di pace.
Una storia complicata
Ovviamente, il Cristianesimo e il comunismo hanno intrattenuto un rapporto complicato. L’aggettivo “complicato” sicuramente farà alzare gli occhi a molti lettori. Gli stati e i movimenti comunisti hanno infatti perseguitato i fedeli in svariati momenti della storia. Al tempo stesso, i cristiani sono stati con passione presenti nei movimenti comunisti e socialisti di tutto il mondo. E questi cristiani, così come i loro compagni atei, sono comunisti non perché hanno frainteso gli obiettivi finali del comunismo, ma perché hanno compreso in modo autentico l’ambizione comunista di una società senza classi.
“Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”, riassume Marx nella Critica del programma di Gotha, quasi un’eco della descrizione, fornita da Luca negli Atti 4:35 e 11:29, della Chiesa primitiva. Forse è stata la Day, e non il suo giovane vicino comunista, ad aver frainteso il comunismo.
È vero che Marx, Engels, Lenin e altri grandi comunisti erano convinti pensatori illuministi, atei che talvolta ritenevano che la religione si sarebbe dissolta nella luce splendente della ragione scientifica, e altre volte ne caldeggiavano una propaganda contraria (tuttavia non, come argomentò Lenin, in modo tale da dividere il movimento contro il capitalismo, vero nemico). Non dovrebbe risultare così scandaloso di per sé. Da atei moderni, non sono affatto soli, e il loro ateismo è comprensibile dato che spesso il cristianesimo è stata una forza alleata con i poteri dominanti che sfruttavano i poveri. I cattolici hanno trovato un mucchio di risorse filosofiche nelle fonti non cristiane del passato; perché non nei moderni?
Nonostante e al di là delle differenze teoriche, preti come Herbert McCabe, O.P., Ernesto e Fernando Cardenal, S.J., Frei Betto, O.P., Camilo Torres e molti altri cattolici – membri del clero, religiosi e laici – sono stati ispirati dai comunisti e, in numerose circostanze, hanno fornito il loro contribuito in qualità di membri ai movimenti comunisti e affini. Alcuni lo fanno tutt’ora – nelle Filippine, ad esempio, dove il “Christians for National Liberation”, un gruppo di attivisti dapprima organizzato da suore, preti e cristiani sfruttati, si colloca politicamente all’interno del Fronte nazionale democratico, una coalizione di movimenti con all’interno un filone fortemente comunista che, al momento, sta lottando contro il leader autoritario di estrema destra Rodrigo Duterte.
Più vicini a casa e al di fuori delle lotte armate, oggi i cristiani sono presenti anche nei movimenti comunisti degli Stati Uniti e del Canada. Qualunque ostilità possa essere esistita in passato, alcuni di questi movimenti sono ora abbastanza aperti alla partecipazione cristiana. Molti dei miei amici del Partito per il socialismo e la liberazione, ad esempio, un partito marxista-leninista, sono cristiani che vanno in chiesa o persone senza rancore contro la loro educazione cristiana, così come lo sono molte persone nell’ala radicale dei Democratic  Socialisti of America.
Il Partito Comunista degli Stati Uniti d’America ha pubblicato saggi che confermano le connessioni tra cristianesimo e comunismo e che incoraggiano i marxisti a non considerare i cristiani come irrimediabilmente persi a vantaggio della destra (il giornale CPUSA, People’s World, ha persino fornito un resoconto su suor Simone Campbell e la campagna del network Nuns on the Bus, finalizzata a fare pressione per la riforma dell’immigrazione). In Canada, Dave McKee, ex leader del Partito comunista canadese in Ontario, una volta era uno studente di teologia anglicana in un seminario cattolico, radicalizzato in parte dal suo contatto con le comunità di base in Nicaragua. Da parte mia, ho parlato più di Karl Rahner, SJ, di St. Óscar Romero e della teologia della liberazione durante le celebrazioni del Primo Maggio e gli incontri comunisti che non nella mia parrocchia cattolica.
In altre parole, sebbene alcuni comunisti preferirebbero senza dubbio un mondo senza cristianesimo, il comunismo non è semplicemente un programma per distruggere la Chiesa. Molti di coloro che hanno dedicato la propria vita alla Chiesa si sono sentiti in dovere di lavorare al fianco dei comunisti come parte della loro vocazione cristiana. La storia del comunismo, qualunque altra cosa possa essere, conterrà sempre una storia del Cristianesimo e viceversa, che piaccia o meno ai membri di entrambe le fazioni.
Il comunismo nella sua espressione sociopolitica ha talvolta causato grandi sofferenze umane ed ecologiche. Qualsiasi buon comunista lo ammette con facilità, anche perché il comunismo è un progetto incompiuto che dipende dal riconoscimento dei suoi errori reali e tragici.
Ma i comunisti non sono gli unici a dover rispondere della sofferenza umana causata. Lungi dall’essere un gioco amichevole di competizione mondiale, il capitalismo, sosteneva Marx, emerse attraverso la privatizzazione di quello che una volta era pubblico, come la terra condivisa, un processo imposto prima con la violenza fisica e poi proseguito attraverso la legge. Col passare del tempo, gli stessi esseri umani sarebbero diventati proprietà privata di altri esseri umani.
Il capitalismo coloniale, insieme alle tesi della supremazia bianca, inaugurò secoli di terrorismo sfrenato contro le popolazioni di tutto il mondo, creando un sistema in cui le persone potevano essere acquistate e vendute come merci. Anche dopo l’abolizione ufficiale della schiavitù nelle maggiori economie mondiali – che rese necessaria una guerra civile che costò cara agli Stati Uniti – gli effetti di quel sistema continuano a vivere, e le nazioni capitaliste e le società transnazionali continuano a sfruttare i poveri e i lavoratori in patria e all’estero. Oggi, per molte persone in tutto il mondo, essere dalla parte sbagliata del capitalismo può ancora fare la differenza tra la vita e la morte.
Cosa motiva un comunista?
Il comunismo ha fornito una delle poche opposizioni sostenibili al capitalismo, un ordine politico globale responsabile dell’ininterrotta sofferenza di milioni di persone. È quella sofferenza, riprodotta da schemi economici che Marx e altri hanno cercato di spiegare, che motiva i comunisti; non la congiura segreta contro l’ateismo (come ha sostenuto la Day una volta).
Secondo un rapporto della Oxfam pubblicato nel 2018, la disuguaglianza globale è sconcertante e ancora in aumento. La Oxfam, che non è gestita da comunisti, ha osservato che “l’82% della ricchezza creata [nel 2017] è andata all’uno per cento più ricco della popolazione globale, mentre i 3,7 miliardi di persone che costituiscono la metà più povera dell’umanità non hanno ottenuto nulla”.
Mentre imprenditori come Elon Musk e Jeff Bezos investono nei viaggi nello spazio, i loro lavoratori sono radicati nella lotta economica quotidiana qui sulla terra. Nelle fabbriche di Tesla del signor Musk, i lavoratori subiscono gravi infortuni più del doppio della media industriale e dichiarano di essere così esausti da crollare sul pavimento della fabbrica.
Un giornalista sotto copertura riferisce che i lavoratori, in un magazzino di Amazon nel Regno Unito, urinano in bottiglie per paura di essere puniti per il “tempo di inattività” e la società ha una lunga lista di precedenti reati. In Pennsylvania, i lavoratori di Amazon avevano bisogno di cure mediche sia per l’esposizione al freddo in inverno che per l’esaurimento del calore in estate. Ma queste cure sembrano a malapena prezzi che vale la pena pagare, quindi alcuni miliardari possono andare in vacanza nella distesa nera dello spazio. Come diceva un lavoratore di Tesla, a Detroit: “Tutto sembra il futuro, tranne noi”.
Per i comunisti, la disuguaglianza globale e lo sfruttamento dei lavoratori nelle corporations altamente redditizie non sono solo il risultato di datori di lavoro poco gentili o regolamenti sleali sul lavoro. Sono sintomi di un modo specifico di organizzare la ricchezza, un modo che non esisteva ai primordi dell’umanità e che rappresenta una parte della “cultura della morte”, per prendere in prestito una frase familiare. Viviamo già in un mondo in cui la ricchezza viene ridistribuita, ma va verso l’alto, non verso il basso o orizzontalmente.
Sebbene i sondaggi mostrino che i cittadini statunitensi sono diventati sempre più scettici sul capitalismo – un sondaggio di Gallup riporta persino che i democratici considerano in maniera più positiva il socialismo rispetto al capitalismo – tale atteggiamento non è molto popolare tra i rappresentanti elettorali. Le reazioni alla candidatura alle primarie di Bernie Sanders nel 2016 e il successo elettorale di Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, membri dei Democratici Socialisti d’America, un partito co-fondato da un ex Catholic Worker, Michael Harrington, sono state caratterizzate da un revival dell’isteria socialista. I politici repubblicani e democratici avevano detto chiaramente che qualunque fossero state le loro differenze, entrambi avrebbero concordato sul fatto che nella cultura politica americana il sostegno al capitalismo non è negoziabile, come sostenuto anche da Nancy Pelosi durante un’assemblea della CNN.
I comunisti non si accontentano dell’alternanza dei partiti capitalisti, che si puntano il dito a vicenda mantenendo, congiuntamente, un sistema che sfrutta moltitudini di persone, compresi i propri elettori. I comunisti pensano che possiamo costruire modi migliori di stare insieme nella società.
Contrariamente alla paura che i comunisti desiderino semplicemente le “cose” di tutti, l’abolizione della proprietà privata, per la quale Marx ed Engels fecero appello, significa l’abolizione dei modi privati di generare ricchezza, non degli abiti che hai sulle spalle o della collezione di cravatte di tuo padre. Come dice il detto popolare nei circoli comunisti, i comunisti non vogliono il tuo spazzolino da denti. Alcune delle proposte standard nei programmi dei partiti comunisti includono cose come fornire assistenza sanitaria gratuita, abolire il profitto privato dall’affitto di proprietà e la creazione di istituzioni veramente democratiche in cui i politici non sono milionari e sono soggetti a richiamo.
Infatti, sebbene la Chiesa cattolica insegni ufficialmente che la proprietà privata è un diritto naturale, questo insegnamento ci giunge a condizione che la proprietà privata sia sempre subordinata al bene comune. Così subordinato, afferma Papa Francesco in un momento veramente profondo del “Laudato Si”, che “La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto il diritto alla proprietà privata come assoluto o inviolabile, e ha sottolineato lo scopo sociale di tutte le forme di proprietà privata”.
C’è una sorta di parallelismo con il Manifesto del Partito Comunista, laddove Marx ed Engels sottolineano che abolire la proprietà privata non significa abolire la proprietà personale o il tipo di cose che un artigiano o un agricoltore potrebbe possedere, ma la proprietà accumulata detenuta dai ricchi, che divide gli esseri umani in classi antagoniste di persone – in altre parole, il tipo di proprietà privata che la maggior parte di noi non ha.
“Il fatto che noi intendiamo eliminare la proprietà privata vi inorridisce”, affermano Marx ed Engels ai loro detrattori borghesi. “Ma nella vostra società esistente, la proprietà privata è già stata eliminata per nove decimi della popolazione; la sua esistenza per pochi è dovuta esclusivamente alla sua non esistenza nelle mani di quei nove decimi.”
Invece, scrivono che la proprietà dovrebbe essere trasformata. In un passaggio non troppo lontano dall’audace frase di Papa Francesco riportata sopra, Marx ed Engels affermano: “Quando, quindi, il capitale viene convertito in proprietà comune, nella proprietà di tutti i membri della società, la proprietà personale non viene così trasformata in proprietà sociale. È solo il carattere sociale della proprietà che viene modificato. Perde il suo carattere di classe.”
Ciò che i comunisti desiderano è una vita autenticamente comune insieme, e pensano che ciò possa avvenire solo relativizzando la proprietà alla luce del bene di tutti. Davvero radicale, ma certamente non così scioccante per le persone che ricordano quando la Vergine Maria cantò che Dio ricolmò di beni gli affamati e rimandò a mani vuote i ricchi vuoti (Lc 1, 53).
Dorothy Day e il comunismo cristiano
Dorothy Day sembrò riconoscere in seguito le motivazioni più profonde del comunismo, e mutò il suo giudizio sui comunisti buoni suggerendo che forse esiste anche un buon comunismo. Il suo articolo su America fu scritto all’inizio della Grande Depressione. Venti anni dopo, Fidel Castro e compagni fondarono il Movimento del 26 luglio che, nel 1959, estromise Fulgencio Batista, il cui regime era noto per la tortura e l’uccisione di migliaia di cubani con il sostegno degli Stati Uniti.
Riflettendo sulla rivoluzione cubana sul Catholic Worker del 1961, la Day offrì una prospettiva complessa sulla persecuzione di alcuni cattolici in seguito alla rivoluzione. Tuttavia, scrisse, “È difficile… dire che il posto del Catholic Worker è con i poveri e che, essendo lì, ci troviamo spesso dalla parte dei persecutori della Chiesa. Questo è un fatto tragico.”
La Day ricordò ai suoi lettori che Castro aveva sottolineato il fatto che non fosse contro la Chiesa o i cattolici in quanto tali (conosceva i cattolici della rivoluzione, dopo tutto) ma contro quelle fazioni all’interno di Cuba che avrebbero preferito aggrapparsi al vecchio regime, costruito sull’oppressione del popolo di Cuba. Castro non solo permise a sacerdoti e suore di rimanere a Cuba, scrisse la Day, ma affermò che la Chiesa resistette a monarchie, repubbliche e stati feudali. “Perché non può esistere sotto uno stato socialista?”, chiese. Aveva notato che molti gesuiti sarebbero rimasti a Cuba per lavorare nelle parrocchie e aggiunse che i gesuiti avevano già avuto esperienze di persecuzioni e repressioni.
Ma Dorothy Day non era aperta solo alla possibilità a malincuore che la Chiesa cubana non potesse essere spazzata via dal socialismo. Andò oltre: “Siamo dalla parte della rivoluzione. Riteniamo che debbano esserci nuovi concetti di proprietà, propri dell’umanità, e che il nuovo concetto non sia così nuovo. C’è un comunismo cristiano e un capitalismo cristiano.
“Dio benedica i sacerdoti e il popolo di Cuba. Dio benedica Castro e tutti coloro che vedono Cristo nei poveri”, disse. Un anno dopo, la Day visitò Cuba per vedere da sé la società rivoluzionaria. In una serie di comunicati al Catholic Worker, riportò brillantemente, anche se non senza notare le molte difficoltà a cui la giovane società doveva porre rimedio, i problemi che sperava potessero effettivamente essere risolti con un po’ di ingegnosità comunista.
Ormai da oltre un secolo, i comunisti – cristiani e non cristiani – combattono contro una violenta economia capitalista, mettendo a repentaglio le loro vite e la libertà, sopportando assassini, la prigione e la guerra. Indipendentemente dal fatto che uno sia o meno convinto dalla speranza comunista di abolire la proprietà privata, è innegabile che i comunisti abbiano fornito una vera e propria sfida materiale a un sistema globale che i più potenti governi del mondo hanno tutte le intenzioni di perpetuare. La perdita di un movimento comunista di massa, dovuta in gran parte a un’aggressiva persecuzione legale e politica da parte degli Stati Uniti e di altri governi, ha reso difficile l’organizzazione dell’opposizione al capitalismo stesso; ma anche in sua assenza, la maggioranza dei millennial respinge il capitalismo.
Come dicevano Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista: “Al posto della società borghese, con le sue classi e gli antagonismi di classe, avremo un’associazione, in cui il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione per il libero sviluppo di tutti.” È con quella speranza di libero sviluppo, al di là della concorrenza dei capitalisti, che molti cattolici, me compreso, si annoverano tra i comunisti.
Quindi Dorothy Day aveva ragione quando diceva che è quando i comunisti sono bravi che sono pericolosi. I comunisti perseguono il bene quando sono pericolosi; si oppongono a un sistema economico basato sull’avarizia, sullo sfruttamento e sulla sofferenza umana, affliggendo il benestante e confortando l’afflitto. E in un mondo legato a un’economia della morte, che sta danneggiando la nostra “casa comune”, come ci dice Papa Francesco, e affermandosi come la fine della storia, dobbiamo anche aggiungere: è quando i comunisti sono pericolosi che sono buoni.
Dean Dettloff

Poveri di tutto il mondo, unitevi!

Autore: liberospirito 17 Lug 2019, Comments (0)

Pubblichiamo un articolo di Aboubakar Soumahoro (sindacalista della USB, impegnato nella lotta per i diritti dei braccianti), apparso sull’ultimo numero dell'”Espresso”. Si parla di miseria materiale, ma anche di miseria immateriale e della necessità di dare vita a “una rivoluzione spirituale capace di accendere le luci della speranza oltre il presentismo ed il suo cannibalismo”. Sono parole che risuonano con la sensibilità del liberospirito. Da leggere …

 

Nel corso degli ultimi anni, a letteratura accademica ha trattato approfonditamente il tema della povertà materiale declinandolo in povertà assoluta o estrema, che fa riferimento alla condizione nella quale versano le persone impossibilitate a soddisfare i bisogni di base, e in povertà relativa, che esprime l’incapacità e le difficoltà economiche nella fruizione di beni e servizi in rapporto al livello economico medio di un paese.

Questi due parametri della povertà materiale si manifestano anche attraverso “carestia, malnutrizione, accesso limitato all’istruzione e ai servizi di base, discriminazione sociale, esclusione e mancanza di partecipazione al processo decisionale. Oggi, più di 780 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà internazionale. Più dell’Il per cento della popolazione mondiale vive ín condizioni di estrema povertà e lotta per soddisfare i bisogni di base come la salute, l’istruzione, l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari. Oltre 160 milioni di bambini rischiano di rimanere in condizioni di estrema povertà entro il 2030” secondo le Nazioni Unite.

La povertà materiale, che sia essa relativa o assoluta, interessa anche milioni dí lavoratori e di lavoratrici per la natura precaria del lavoro e dei bassi salari che li confina al contempo in una precarietà socio esistenziale. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), in Italia la povertà assoluta interessa circa 5 milioni di persone mentre quella relativa riguarda quasi 9 milioni di individui. Secondo questo dato, la povertà materiale colpisce 14 milioni di persone in Italia, ovvero circa il 23,4 per cento dell’intera popolazione.

Il dramma della povertà materiale insieme alla sua intensità divora, in modo sistematico, ogni giorno milioni di persone ai quattro angoli del mondo. Purtroppo, le società odierne tendono a stigmatizzare le persone impoverite per la loro condizione di povertà subita. Queste persone, definite “parassiti della società”, vengono ghettizzate urbanisticamente e relegate nelle periferie che diventano luoghi di solitudini parallele e che non consentono di trasformare il sentimento di disperazione in una condivisa consapevolezza politica. In questo contesto diventa più facile indirizzare la frustrazione verso chi sta peggio. Tutto ciò favorisce di fatto il sorgere dì una povertà delle coscienze.

La povertà materiale dei nostri giorni è accompagnata da una povertà immateriale che continua a erodere valori e principi indispensabili alla nostra comunità. Per uscire dalla povertà immateriale serve un risveglio delle coscienze anche attraverso una indispensabile rivoluzione spirituale e politica. Questo processo, oltre ad analizzare il presente, dovrebbe avere come principale vocazione la messa in discussione dello stesso con la finalità di cambiarlo. La crisi che viviamo, caratterizzata dalla decadenza di civiltà, va affrontata nelle dimensioni materiali ed immateriali.

Oggi abbiamo più che mai bisogno di una rivoluzione spirituale capace di accendere le luci della speranza andando oltre il presentismo ed il suo cannibalismo. Se oggi non riusciamo a definire chi siamo, chi vogliamo essere e in quale tipo di contesto vogliamo vivere non possiamo proiettarci verso una società più giusta ed equa. Definire un orizzonte migliore vuol dire innanzitutto entrare in relazione con i sentimenti delle persone che vivono in povertà, in precarietà lavorativa e socio-esistenziale, in umiliazioni e in privazioni. Questo processo susciterebbe la costruzione di una solidarietà intesa come condivisione di bisogni comuni tra soggetti simili e diversi. La solidarietà è la spina dorsale dell’umanità in una prospettiva umana e per una società più sociale. Questa solidarietà umana, che va difesa e tutelata, permetterebbe un’equa ridistribuzione delle ricchezze indispensabile a fronteggiare la povertà. Rinunciare alla solidarietà equivale a soccombere alla disumanità e ad abdicare alla nostra umanità.

In questa prospettiva, si dovrebbe stigmatizzare la povertà e non i poveri con l’ambizione di una più ampia e diffusa prosperità per tutti gli esseri umani. Tuttavia sarebbe abbastanza irrealistico pensare che i sostenitori degli odierni processi di accumulazione, proprio dell’attuale paradigma economico, possano farsi promotori di soluzioni volte a contrastare la povertà. Solamente, una salda unione tra le persone immiserite e impoverite in rivolta, resistendo agli stratagemmi di divisione adoperati dalle classi dominanti per continuare a esercitare la loro egemonia, sarebbe capace di avviare un percorso per sconfiggere ogni forma di povertà, sia essa materiale che immateriale.

Aboubakar Soumahoro

Sulla Chiesa: rileggendo Pasolini corsaro

Autore: liberospirito 11 Apr 2019, Comments (0)

E’ capitato di rileggere, come per caso, alcune pagine di Pasolini sulla Chiesa. Nello specifico si tratta di una sua recensione di un libro pubblicato dalla casa editrice del Vaticano. Il testo proviene dagli Scritti corsari (Milano, Garzanti, 1975), anche se è un breve articolo apparso sul “Tempo” il 1° marzo 1970. Parlare della lungimiranza di Pasolini sembra quasi un luogo comune, ma che dire di queste righe risalenti a cinquant’anni fa?

La Chiesa non può che essere reazionaria; la Chiesa non può che essere dalla parte del Potere; la Chiesa non può che accettare le regole autoritarie e formali della convivenza; la Chiesa non può che approvare le società gerarchiche in cui la classe dominante garantisca l’ordine; la Chiesa non può che detestare ogni forma di pensiero anche timidamente libero; la Chiesa non può che essere contraria a qualsiasi innovazione anti-repressiva (ciò non significa che non possa accettare forme, programmate dall’alto, di tolleranza: praticata, in realtà, da secoli, a-ideologicamente, secondo i dettami di una «Carità» dissociata – ripeto, a-ideologicamente – dalla Fede); la Chiesa non può che agire completamente al di fuori dell’insegnamento del Vangelo; la Chiesa non può che prendere decisioni pratiche riferendosi solo formalmente al nome di Dio, e qualche volta magari dimenticandosi di farlo; la Chiesa non può che imporre verbalmente la Speranza, perché la sua esperienza dei fatti umani le impedisce di nutrire alcuna specie di speranza; la Chiesa non può (per venire a temi di attualità) che considerare eternamente valido e paradigmatico il suo concordato col fascismo. Tutto questo risulta chiaro da una ventina di sentenze «tipiche» della Sacra Rota, antologizzate dai 55 volumi delle Sacrae Romanae Rotae Decisiones, pubblicati presso la Libreria Poliglotta Vaticana dal 1912 al 1972.

Non c’era bisogno certo della lettura di questo florilegio per sapere le cose che ho qui sopra sommariamente elencato. Tuttavia le conferme concrete – in questo caso la «vivacità involontaria dei documenti – ridà forza a vecchie convinzioni tendenti all’inerzia. Per quel che riguarda una lettura letteraria, queste «sentenze» hanno poi notevoli elementi oggettivi di interesse (come osserva il prefatore del volume, Giorgio Zampa). Esse alludono con la violenza dell’oggettività – ossia dei riferimento alla matrice comune a tutta una serie di situazioni romanzesche: Balzac («Emilio Raulier aveva deciso di associarsi a tale Giuseppe Zwingestein, ma non aveva il capitale a ciò necessario…», «Se papà Planchut mi desse la somma…»), Bernanos, o Piovene («Frida… rimase orfana di entrambi i genitori ancora bambina e fu mandata dal nonno, che le faceva da padre, nel collegio delle suore di N. N., ove rimase sin quando ebbe quindici anni…»), Sologub («Essendo molto ricca, non appena ebbe superata la pubertà, venne chiesta in sposa al nonno da molti, alcuni dei quali di vecchia e nobile famiglia…»), Puškin («A bocca aperta i contadini ammirarono da lontano la pompa notturna delle nozze celebrate nella cappella privata della tenuta, tra Maria e il sottotenente Michele verso la mezzanotte dell’8 giugno 19..»), Pirandello, Brancati e Sciascia (“Affascinata dall’avvenenza di Giovanni, giovane di ventotto anni, cattolicamente e piamente allevato, Renata, minore di lui di otto anni e allevata secondo princìpi e abitudini liberali, se ne invaghì…», «Quindi ella contrasse matrimonio per soddisfare la propria libidine, né poteva fare diversamente, giacché lui almeno dal punto di vista formale era cattolico e praticante»).

Confesso che è da romanziere che ho letto questo libro, o forse anche da regista. La casistica è tale, da non potersi considerare cibo di tutti i giorni. Sono rimasto invece scandalizzato (in una lettura cosi professionale) da ciò che la Chiesa appare attraverso questo libro. Per la prima volta, essa si rivela anche formalmente del tutto staccata dall’insegnamento del Vangelo. Non dico una pagina, ma nemmeno una riga, una parola, in tutto il libro, ricorda, sia pure attraverso una citazione retorica o edificante, il Vangelo. Cristo vi è lettera morta. Viene nominato Dio, è vero: ma solo attraverso una formula (“avendo innanzi agli occhi soltanto Dio, invocato il nome di Cristo”), o poco più, ma sempre con inerte solennità liturgica, che non distingue per nulla queste «sentenze» da un testo sacerdotale faraonico o da un rotolo coranico. Il riferimento è semplicemente autoritario, e, appunto, nominale. Dio non entra mai all’interno dei ragionamenti che portano gli «Uditori» a annullare o a confermare un matrimonio, e quindi nel giudizio pronunciato a proposito dell’uomo e della donna che chiedono il «divorzio» e della folla dei testimoni e dei parenti che riempiono la loro vita sociale e familiare. Ciò che i giudici hanno in mano è il codice; e va bene. Questo si può giustificare col fatto che il codice è specifico e specialistico. Ma, intanto, quel codice non è mai letto e applicato cristianamente: ciò che contano in esso sono le sue norme, e si tratta di norme puramente pratiche, che traducono in termini dal senso unico concetti irriducibili come, per esempio, «sacramento». (…)

Pubblichiamo questa lettera aperta, invitando non solo a leggerla ma anche a sottoscrivere e diffondere. Riguarda il triste convegno sulla famiglia “tradizionale” che si deve svolgere a Verona.  Il sito della petizione (su Change.org) è: http://chng.it/jdfnyY8n9P

Siamo un gruppo di insegnanti, di ogni ordine e grado, della scuola pubblica e privata. Viviamo e insegniamo in Italia e quanto vediamo ogni giorno, nel nostro Paese, desta non poche preoccupazioni. Tra le cose che ci indignano profondamente, in questo ultimo periodo, c’è il Congresso delle famiglie che si terrà a Verona nell’ultimo week end di marzo.

La presenza di certi relatori, certe loro dichiarazioni passate – contro la libertà delle donne, contro l’interruzione volontaria di gravidanza, contro le persone Lgbt, contro le famiglie omogenitoriali, ecc – e gli stessi temi trattati ci sembrano violare il nostro Dettato Costituzionale, nell’articolo 3 soprattutto.

Grave, ancora, ci sembra che questo evento venga patrocinato con le insegne delle istituzioni e che veda – tra gli altri – la partecipazione del ministro dell’Istruzione, Bussetti, che dovrebbe invece rappresentare tutta la popolazione scolastica, insegnanti e allievi/e, nel rispetto delle nostre famiglie e delle nostre situazioni affettive e personali. Tutte, indistintamente.

Ribadiamo che noi viviamo la Scuola in quella che è la sua quotidianità. Quella di ragazze e ragazzi per i quali diventiamo un punto di riferimento oltre le loro famiglie. E vediamo tante diversità, di lingua, di religione, di usi e costumi, di identità sessuali, di realizzazioni familiari… l’elenco non si esaurisce qui. Nella tutela di queste persone, dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, noi ci muoviamo.

Riteniamo che il Congresso che si terrà a Verona voglia proporre una visione della donna e della società che ci porta nel passato più oscurantista. Noi, invece, agiamo nel presente e ci proiettiamo nel futuro. Per questo motivo, abbiamo deciso di chiamare questo gruppo “Futuro, semplice!”. Un gruppo apartitico, che crede nell’uguaglianza per tutti e tutte. Un’iniziativa dal basso a cui chiunque può aderire, sottoscrivendo il nostro Manifesto e firmando la petizione su Change.org.

Sito della petizione: http://chng.it/jdfnyY8n9P

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/ManifestoFuturoSemplice/

Armi: tradimento di Stato

Autore: liberospirito 16 Gen 2019, Comments (0)
Riportiamo un intervento di Alex Zanotelli in merito alle recenti decisioni belliciste dell’attuale governo e al pericolo a livello globale per la presenza di vari “dottor Stranamore” in diverse parti del mondo (per dirne soltanto una: siamo davanti a due blocchi armati con 15.000 bombe atomiche a disposizione).
Il 1 gennaio la Chiesa celebra la Giornata Mondiale della Pace, una pace mai come in questo momento minacciata, nell’indifferenza generale.
“Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che potrebbe condurre alla fine della civiltà umana,” ha affermato il presidente russo Putin nella conferenza stampa di fine anno. E questo per due nuovi elementI. Il primo, è rappresentato dalla “tendenza ad abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari, creando cariche nucleari tattiche a basso impatto che possono portare a un disastro nucleare globale.” Purtroppo, a questa categoria , appartengono le nuove bombe nucleari, B61-12 che il prossimo anno gli USA piazzeranno in Italia , in sostituzione di una settantina di vecchie ogive atomiche. L’altro pericolo viene dalla “disintegrazione del sistema internazionale di controllo degli armamenti,” espresso dal recente ritiro degli USA dal Trattato INF (1987) che permette a Trump di schierare in Europa missili a raggio intermedio con base a terra. Ora il nostro governo gialloverde ha approvato in sede NATO tale piano e ha dato la disponibilità a installarli in Italia come quelli che erano stati installati a Comiso negli anni ’80. E’ ormai una vera corsa fra USA e Russia al riarmo nucleare. Gli USA , già con Obama ed ora con Trump, hanno messo a disposizione oltre mille miliardi di dollari per modernizzare il loro arsenale atomico. La Russia sta tentando di tenere testa agli USA (Putin ha appena annunciato di aver testato il nuovo missile intercontinentale ipersonico!) cercando di avvicinarsi alla nuova potenza , la Cina, che nel 2017 ha speso ben 228 miliardi di dollari in difesa. Trump, che nel 2017 ha speso un’enorme cifra in armi, ben 660 miliardi di dollari, sta sferzando i suoi alleati europei perché tutti investano in armi almeno il 2% del PIL. Se l’Italia obbedisse agli ordini di Trump spenderebbe cento milioni di euro al giorno in armi (già oggi ne spende settanta milioni al giorno!). Siamo ormai davanti ai due blocchi armati fino ai denti con 15.000 bombe atomiche a disposizione e un enorme armamentario. Siamo alla follia collettiva: nel 2017 abbiamo raggiunto a livello planetario l’astronomica cifra di 1.739 miliardi di dollari, pari a oltre 4,5 miliardi di dollari che spendiamo ogni giorno in armi. E’ una polveriera che potrebbe scoppiarci fra le mani. Gli scienziati dell’Orologio dell’Apocalisse a New York hanno puntato l’orologio a due minuti dalla mezzanotte. Davanti a questo pauroso scenario, rimango sbalordito dal silenzio dei cittadini italiani. Perché il grande movimento per la pace non scende unitariamente in piazza per contestare il “governo del cambiamento” che, nonostante le promesse, è diventato guerrafondaio come gli altri? E dovremmo chiedere le ragioni per cui questo governo giallo-verde :
– non si oppone agli USA che vogliono piazzare in Italia una settantina delle nuove bombe nucleari B61-12;
– si rifiuta di firmare il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari;
– ha accettato che vengano collocati in Italia i nuovi missili nucleari;
– ha deciso di comperare gli F -35, definiti oggi ‘irrinunciabili’, mentre durante la campagna elettorale erano “strumenti di morte”;
– continua a vendere le bombe all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen in violazione della legge 185/90, che vieta la vendita di armi ai paesi in guerra( i 5 Stelle durante la campagna elettorale ne avevano chiesto “ l’embargo totale”);
– ha deciso di lasciare i soldati in Afghanistan, mentre il ritiro dei nostri soldati da quel paese era stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle.
Abbiamo scritto, a nome dei centomila che hanno marciato alla Perugia –Assisi, sia al Governo che al Parlamento perché riceva due delegazioni alle quali dare risposte a queste domande. A tutt’oggi , silenzio! E’ il tradimento di questo governo!
Mi appello altresì alle comunità cristiane che facciano tesoro delle forti prese di posizione di Papa Francesco sulla guerra e sulle armi. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Mi auguro che questo venga presto percepito dai sacerdoti e dai fedeli.
“Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo”, afferma Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019.
E allora mettiamoci insieme, credenti e non, per un impegno serio contro la folle corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, foriera di nuove e micidiali guerre.
Che il 2019 sia un anno di mobilitazione popolare per la Pace!
Alex Zanotelli

Amos Oz : in memoriam (1939 – 2018)

Autore: liberospirito 30 Dic 2018, Comments (0)

Ora mi torna in mente una vecchia storiella, dove uno dei personaggi – ovviamente siamo a Gerusalemme e dove sennò – è seduto in un piccolo caffè, e c’è una persona anziana seduta vicino a lui, così i due cominciano a chiacchierare. E poi salta fuori che il vecchio è Dio in persona. D’accordo, il personaggio non ci crede subito lì per lì, però grazie ad alcuni indizi si convince che è seduto al tavolino con Dio. Ha una domanda da fargli, ovviamente molto pressante. Dice: “Caro Dio, per favore dimmi una volta per tutte, chi possiede la vera fede? I cattolici o i protestanti o forse gli ebrei o magari i musulmani? Chi possiede la vera fede?” Allora Dio, in questa storia, risponde: “A dirti la verità, figlio, mio, non sono religioso, non lo sono mai stato, la religione nemmeno m’interessa”.

Amos Oz, Contro il fanatismo, Milano, Feltrinelli, 2004, p. 16-17

Arrivederci Saigon

Autore: liberospirito 1 Nov 2018, Comments (0)

Quanto segue è la recensione di un film in uscita. Un film che, da parte di chi sta scrivendo queste poche righe di presentazione, non è stato ancora visto. Anzi, a dirla bene non si tratta di una segnalazione di film in programmazione. O meglio: parlare del film è un pretesto, un’occasione per fare una riflessione sui nostri tempi. Come sintetizzare il discorso? Mala tempora currunt! Il testo è di Franco Berardi “Bifo” (proviene dal sito di Effimera), mentre il film di cui si parla è di Wilma Labate.

Cinque ragazze toscane formano un gruppo musicale che si chiama “Le Stars” (proprio così). La più giovane ha sedici anni, la più grande ventuno, Rossella, la cantante, ha una passione per la black music. 

Un impresario musicale, forse un idiota o forse un mascalzone, le ingaggia, le porta in tournée in varie città italiane, in Calabria, in Lombardia. Poi gli fa firmare un contratto che prevede tournée nell’estremo oriente. 

Siamo nell’estate del 1968. Si parte per una tournée in Oriente, anzi per la precisione per il Vietnam del sud. Nessuna di loro sa niente di quel che sta accadendo nel mondo. Hanno studiato a Piombino, a Livorno, non hanno sentito parlare delle manifestazioni che in tutto il mondo sfilano contro la sporca guerra. Oppure, se ne hanno sentito parlare non ci hanno fatto caso, sono ragazzine di famiglie povere della provincia toscana.

Sbarcano all’aeroporto di Saigon e si rendono conto del fatto che non è proprio tutto normale: bombe accatastate in un angolo, crateri tutt’intorno alle piste, uomini armati balzano giù dagli elicotteri. 

Le Stars iniziano i concerti per tenere su il morale delle truppe americane, dapprima intorno a Saigon, poi più a nord, verso il fronte. Più si sale, più la guerra si fa violenta, più numerosi sono gli afro-americani. Incredule, sbigottite, ma anche ipnotizzate da quello spettacolo inimmaginabile, Rossella, Franca, Daniela e le altre di cui non ricordo il nome, fanno tre spettacoli al giorno per quel pubblico di ragazzi che hanno press’a poco la loro stessa età, quei ragazzi che provano la loro stessa angoscia, e sanno che ogni giorno può essere l’ultimo, e sono spinti a uccidere, a devastare, a torturare dalla potenza americana, malattia terminale dell’umanità.

Tre mesi nell’inferno del Vietnam. Poi finalmente il ritorno. E al ritorno quelli del partito comunista, gli amici dei genitori, i vicini di casa non le accolgono certo come si accolgono gli eroi.  Siete andate in Vietnam per tenere su il morale agli assassini. gli dicono. 

Poi basta. Per cinquanta anni di questa storia nessuno ha saputo niente. La band si sciolse, le stars si spensero, ciascuna visse la sua vita, insegnarono musica ai ragazzi. Fin quando Wilma Labate, in maniera del tutto casuale, venne a sapere della loro storia e fece il film più bello che si possa immaginare a proposito del 1968. Arrivederci Saigon.

Dentro c’è tutto, credetemi. Non solo la guerra, e le dimostrazioni pacifiste o guerrigliere. Non solo il Vietnam e le strade del quartiere latino. Ma soprattutto c’è l’innocenza di quelle ragazze e di quei giovanissimi afro-americani mandati a morire e a uccidere per la potenza che ha distrutto ogni possibilità di sperare nel futuro, e ora, cinquant’anni dopo quell’esplosione di innocente speranza che fu il movimento mondiale degli studenti e degli operai, si prepara a cancellare la stessa possibilità di sopravvivenza del genere umano.

Quello di Wilma Labate è un film sull’infinita violenza del nazismo americano e sull’insostenibile innocenza di un’umanità che ora, cinquant’anni dopo, si avvia verso la fine perché non aveva capito, allora, quando eravamo tanti, che non ci può essere pace, che non ci può essere speranza, che non ci può essere futuro, che non ci può essere umanità se non si cancella con tutti i mezzi necessari la razza predatrice. Eravamo innocenti e non abbiamo fatto quel che si doveva fare e ora la storia non può che concludersi come si sta concludendo.

Scritto il 29 ottobre 2018, giorno in cui uno degli innumerevoli imitatori di Hitler che sono al governo del mondo si impadronisce della foresta amazzonica, con il voto della maggioranza dei brasiliani e in particolare degli afro-brasiliani, e si prepara, inarrestabile, a soffocare definitivamente l’umanità

Franco Berardi “Bifo”

La questione dei migranti, sotto il giogo dell’odierno governo, ripropone con urgenza la questione del diritto all’esistenza. Tale diritto è stato declinato recentemente nei termini di “ius soli” – espressione giuridica che sta a indicare l’acquisizione della cittadinanza di un dato stato come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla provenienza dei genitori. Come è andata a finire la discussione intorno allo “ius soli” in Italia lo sappiamo. Qui riproponiamo la riflessione che fece a suo tempo Giorgio Agamben, secondo il quale, pur consapevole dell’importanza del problema, riteneva che l’attribuzione della cittadinanza non fosse la soluzione migliore all’emergenza migranti: “Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore. In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere. Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza”. E oggi – aggiungiamo – la lotta per lo “ius soli”, con tutto quello che sta accadendo, rischia paradossalmente di essere una battaglia di retroguardia. Come dire: al peggio non c’è mai limite. A seguire il testo integrale di Agamben.

A quanto pare, benché io abbia dichiarato espressamente che non intendevo firmare l’appello sullo ius soli, il mio nome vi è stato in qualche modo illegittimamente inserito. Le ragioni del mio rifiuto non riguardano ovviamente il problema sociale ed economico della condizione dei migranti, di cui comprendo tutta l’importanza e l’urgenza, ma l’idea stessa di cittadinanza. Noi siamo così abituati a dare per scontato l’esistenza di questo dispositivo, che non ci interroghiamo nemmeno sulla sua origine e sul suo significato. Ci sembra ovvio che ciascun essere umano al momento della nascita debba essere iscritto in un ordinamento statuale e in questo modo trovarsi assoggettato alle leggi e al sistema politico di uno Stato che non ha scelto e da cui non può più svincolarsi. Non è qui il caso di tracciare una storia di questo istituto, che ha raggiunto la forma che ci è familiare soltanto con gli Stati moderni. Questi Stati si chiamano anche Stati-Nazione perché fanno della nascita il principio dell’iscrizione degli esseri umani al loro interno. Non importa quale sia il criterio procedurale di questa iscrizione, la nascita da genitori già cittadini (ius sanguinis) o il luogo della nascita (ius soli). Il risultato è in ogni caso lo stesso: un essere umano si trova necessariamente soggetto di un ordine giuridico-politico, quale che sia in quel momento: la Germania nazista o la Repubblica italiana, la Spagna falangista o gli Stati Uniti d’America, e dovrà da quel momento rispettarne le leggi e riceverne i diritti e gli obblighi corrispondenti.
Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore. In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere. Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza. Secondo le parole del poeta: “la patria sarà quando tutti saremo stranieri”.

Giorgio Agamben

La caduta del cielo (secondo gli yanomani)

Autore: liberospirito 18 Giu 2018, Comments (0)

A seguire la recensione del libro La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami, recentemente tradotto in italiano. L’autrice dell’articolo è Loretta Emiri, che ha vissuto per diversi anni nell’Amazzonia brasiliana, collaborando con il popolo yanomani, occupandosi a vari livelli di questioni relative all’educazione. Si tratta di un libro di notevoli dimensioni: un’autobiografia, ma al tempo stesso un’enciclopedia yanomami, con informazioni che spaziano dalla lingua alla  mitologia, dalla botanica, alla zoologia e tutta la cultura materiale.

Nel settembre del 1984 venne pubblicato a Torino il libro intitolato Gli ultimi Yanomami. Nella copertina figura anche il sottotitolo “Un tuffo nella preistoria”. All’epoca avevo già vissuto per quattro anni nell’area del Catrimâni, operando con e a favore degli indios Yanomami, vivendo con loro gli anni più felici della mia vita. Poiché i miei sforzi professionali derivavano dall’esigenza di contribuire alla sopravvivenza fisica e culturale degli Yanomami, la parola “ultimi” mi indignò alquanto. Nel luglio del 2017 il Corriere della sera ha pubblicato un reportage, uno dei sottotitoli del quale è “La preghiera degli ultimi Yanomami”. Dal 1984 al 2017 sono trascorsi trentatré anni, eppure in Italia, riferendosi a questa etnia, si utilizzano le stesse banali, stereotipate parole. Nel gennaio del 2018 è andata in onda su RAI-TRE l’intervista fattami da Sveva Sagramola. Un’amica, sessantottina e giornalista, mi ha scritto: “Certo, il fatto che si siano raddoppiati, che si salvaguardano da soli (bene!) ha tolto un po’ di carica emotiva… che cosa possiamo fare noi per loro? O loro per noi?”.

Cosa possono fare gli yanomami per noi? Possono aiutarci a guarire dall’etnocentrismo, che è proprio una tremenda, contagiosa malattia. È recente l’uscita del libro di Davi Kopenawa e Bruce Albert, La caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami (edizione Nottetempo). Pubblicata in francese e inglese nel 2010, in portoghese nel 2015 e ora in italiano, l’opera è destinata a raggiungere il mondo intero, come il coautore Davi Kopenawa, sciamano yanomami, si augura. Nel dicembre del 1989 l’etnologo francese Bruce Albert ha iniziato a registrare le parole di Davi, e lo ha fatto per più di dieci anni; poi, grazie allo straordinario dominio che ha della stessa lingua parlata da Davi, le ha tradotte in francese. Il libro è il risultato della complicità fra i due uomini e della loro preoccupazione con le sorti del popolo yanomami, sempre sistematicamente minacciato dai fronti di espansione della società occidentale. È un’autobiografia che, al tempo stesso, l’etnologo converte in biografia. È un’enciclopedia yanomami, data la mole delle informazioni che riguardano habitat, lingua, mitologia, botanica, zoologia, cultura materiale.

La lettura dell’opera ci permette di penetrare nella cosmogonia yanomami; di conoscere su quali valori questo popolo ha costruito la propria struttura sociale; ci fa meditare su modi diversi di vedere, sentire, agire; mette a confronto la società cosiddetta “civilizzata” con quella cosiddetta “primitiva”. Per gli occidentali “ecologia” è una parola alla moda, per gli yanomami è uno stile di vita. Accumulo, consumismo, aggressione alla natura, sfruttamento selvaggio delle risorse naturali hanno trasformato la terra in un immondezzaio. Non riusciamo più a smaltire i rifiuti. Quelli tossici avvelenano l’aria, l’acqua, il sottosuolo, tutto ciò che mangiamo, e noi moriamo di cancro. I pesci muoiono soffocati dalla plastica; in mare muoiono i “diversi” che il nostro egoismo respinge. Concepite da menti malate, faraoniche centrali idroelettriche e nucleari si sono trasformate in catastrofi ambientali, arrivando a devastare territori anche molto lontani dai luoghi in cui sono state costruite. Tutto avviene in nome del cosiddetto progresso, che, aumentando, non fa altro che svuotare l’animo degli uomini, rendendoli individualisti e sconsolatamente soli.

Le parole di Davi e Bruce ci mettono di fronte a tutto questo. Davi e così generoso da preoccuparsi anche per gli uomini bianchi: suggerendo di fare in modo che il cielo non cada, sta dicendoci che insieme agli Yanomami ci salveremmo anche noi. D’altronde, la generosità è il valore più grande per gli Yanomami. Secondo loro, solo chi è stato generoso in vita raggiungerà la “terra di sopra”, cioè la dimensione che noi chiamiamo cielo. Alla fine degli anni settanta, io e gli altri membri dell’equipe di lavoro dell’area del Catrimâni, portavamo avanti un progetto denominato Piano di Coscientizzazione, che doveva servire per coadiuvare gli Yanomami nel capire cosa stava minacciando, all’epoca, il loro territorio (apertura di strade, segherie, colonizzazione). All’inizio non fu per niente facile, perché gli indigeni obiettavano che la foresta è grande e c’è posto per tutti. Quando epidemie e morti hanno ridotto tredici villaggi in otto piccoli gruppi di sopravvissuti, sulla pelle hanno capito cosa l’uomo bianco portava con sé.

Tra le rivendicazioni degli ultimi anni degli indios brasiliani, e gli Yanomami non fanno eccezione, c’è quella di non parlare di loro al passato remoto, di smetterla di collocarli nella preistoria. Ci sono. Esistono. Resistono all’invasione delle proprie terre da oltre cinquecento anni. Sono nostri contemporanei. Le loro culture e società non sono inferiori, sono solo differenti. Hanno molto da insegnarci, se solo avessimo l’umiltà di ascoltarli per quello che sono: esseri umani con conoscenze, esperienze, diritti, sentimenti, sogni, proprio come lo siamo noi. Nonostante le continue, estenuanti aggressioni al loro territorio e al loro modo di vivere, in questi ultimi anni gli Yanomami sono considerevolmente aumentati, si sono organizzati in associazioni, hanno maestri, infermieri, leader che percorrono il mondo per tenere alta l’attenzione sulla loro situazione, denunciando violazioni, rivendicando diritti.

No, proprio no: a essere gli ultimi non sono né saranno gli Yanomami. Se il cielo cadrà, ad avere chance di sopravvivenza saranno proprio loro e gli altri popoli indigeni, perché sanno come trattare la terra, come godere con lei senza violentarla, come metterla incinta e perpetuare la discendenza. In occasione di un soggiorno nel villaggio di Davi, Bruce scattò una foto che mi ritrae con la figlia di Davi in braccio: per me è più preziosa di tutto l’oro e minerali preziosi che i depredatori bianchi hanno già abusivamente estratto dal territorio yanomami. Associato all’immagine della foto è l’augurio che la piccola società yanomami continui a crescere forte e sana, a dispetto di tutti e tutto.

Loretta Emiri

 

Pubblichiamo l’appello lanciato dai missionari comboniani sulla situazione in cui versa la Repubblica Democratica del Congo. Definirla drammatica è poco, ma il fatto è che la stampa (internazionale e italiana) sceglie di non parlarne. Stiamo parlando di uno dei paesi potenzialmente più ricchi di tutta l’Africa, soprattutto per i metalli utilizzati per le tecnologie più avanzate (coltan, tantalio, litio, cobalto). Come scrivono i comboniani nell’appello: “La maledizione di questo paese è proprio la sua immensa ricchezza”.
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Il popolo congolese sta vivendo un’altra pagina insaguinata della sua tragica storia nel silenzio vergognoso dei media sia italiani che internazionali. La ragione di questo silenzio sta nel fatto che nella Repubblica democratica del Congo (Rd Congo) si concentrano troppi ed enormi interessi internazionali sia degli Stati Uniti come della Unione europea, della Russia come della Cina (la società China Molybdenum lo scorso anno ha comprato la miniera di Tenke che produce il 65% del cobalto del mondo).
L’Rd Congo infatti è uno dei paesi potenzialmente più ricchi d’Africa, soprattutto per i metalli utilizzati per le tecnologie più avanzate: coltan, tantalio, litio, cobalto. La maledizione di questo paese è proprio la sua immensa ricchezza. Per questo, oggi, il Congo è un paese destabilizzato in preda a massacri, uccisioni, violenze, soprusi, malnutrizione e fame.
Particolarmente grave è la situazione nel Nord Kivu (vicino all’Uganda) che ha Goma come capoluogo. Lì operano i “ribelli” delle Forze democratiche alleate (Adf) che hanno contatti con Boko Haram (Nigeria), al-Shabaab (Somalia) e al-Qaida. Sono dei veri e propri tagliagole in stile jihadista (basta vedere le allucinanti riprese di tali atti su internet!) che terrorizzano la popolazione. A farne le spese sono migliaia di congolesi innocenti, tra cui laici cristiani, sacerdoti e missionari. Don Étienne Sengiyuma parroco di Kitchanga (diocesi di Goma), ucciso l’8 aprile scorso, è l’ultima vittima di una lunga serie.
Drammatico l’appello del vescovo di Goma, mons.Théophile Kaboy Ruboneka: «La situazione della diocesi è insostenibile. Qui nel Nord Kivu viviamo nel caos totale. Siamo abbandonati da tutti». Tutto questo avviene nonostante la massiccia presenza di truppe Onu e dell’esercito nazionale. Sempre nel Nord Kivu è altrettanto grave la situazione nella diocesi di Butembo-Beni dove i ribelli dell’Adf massacrano per costringere la gente ad abbandonare le proprie terre. Un rapporto della società civile di Beni afferma che sono più di un migliaio le persone uccise dal 2014 ad oggi e cinque i sacerdoti rapiti. Il 20 marzo del 2016 è stato ucciso il religioso Vincent Machozi, molto impegnato nella difesa dei diritti umani.
Grave è anche la situazione nel Sud Kivu dove gruppi armati controllano le miniere di coltan per non far entrare altri minatori e tenere il prezzo del minerale basso, sfruttando il lavoro dei bambini (secondo l’Unicef si tratta di 40.000 bambini!).
Anche in altre aree del paese la situazione è al limite. Nell’estremo nord, nella zona Bunia-Ituri, sono in atto saccheggi e massacri. E in due regioni del Sud, nel Kasai, ricco di diamanti, e nel Katanga, ricco di cobalto, si parla di massacri con migliaia di morti. I dati dell’Alto commissariato per i rifugiati Onu dicono che questi conflitti hanno prodotto quattro milioni di rifugiati interni, 750mila bambini malnutriti, 400mila a rischio morte per fame.
Tutto questo disastro non sembra disturbare il presidente Joseph Kabila che anzi ne approfitta per continuare a posticipare le elezioni nonostante il suo mandato (il secondo) sia scaduto a fine 2016! Kabila, al potere da 17 anni, anche se la Costituzione lo vieta, dà l’impressione di volersi presentare nuovamente alle elezioni fissate (forse) per il 23 dicembre di quest’anno.
Tale comportamento politico ha portato a gravi disordini anche nella capitale Kinshasa. Il Comitato laico di coordinamento dei cattolici (Clc), sostenuto dal cardinale di Kinshasa, Laurent Monsengwo, ha promosso in tutto il paese il 31 gennaio 2017, il 21 gennaio e il 25 febbraio 2018 “processioni” di fedeli, accompagnate da sacerdoti, perché Kabila non si ricandidi ed esca di scena. La repressione è stata feroce: 134 chiese accerchiate dalle forze armate, chiese invase da poliziotti (compresa la cattedrale di Kinshasa), parecchi preti arrestati e alcune decine persone uccise.
L’Rd Congo, oggi, sta vivendo il suo Venerdì Santo nel silenzio della stampa internazionale e nell’indifferenza del mondo.
Per questo ci appelliamo con forza ai giornalisti italiani perché rompano il silenzio sull’Rd Congo raccontando gli orrori che vi sono perpetrati, ma soprattutto spiegando la ragione di tale silenzio: gli enormi interessi internazionali in quel paese.
E ci appelliamo anche ai vescovi italiani ed europei perché sostengano i vescovi congolesi e le comunità cristiane con la preghiera, ma soprattutto con il sostegno concreto in questo loro impegno per la giustizia e i diritti umani. Perché non pensare a una delegazione di vescovi italiani ed europei che vada a visitare le comunità cristiane più provate? Non possiamo rimanere inermi di fronte a una così immane tragedia.
Direzione generale dei missionari comboniani
Missionarie comboniane – Provincia italiana
Commissione giustizie e pace – Missionari comboniani Italia
p. Efrem Tresoldi – direttore di Nigrizia
p. Alex Zanotelli – direttore di Mosaico di Pace
p. Eliseo Tacchella – già provinciale dei missionari comboniani in Rd Congo

Tutti armati fino ai denti

Autore: liberospirito 4 Mag 2018, Comments (0)

“Non ci sono soldi”, “Dobbiamo tirare la cinghia”: queste e altre frasi simili costituiscono il mantra che governi, esperti e media continuano a recitare. E poi vai a leggere l’ultimo rapporto del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) sul commercio di armi e scopri che in quel settore non esiste crisi, in tutti gli Stati gli stanziamenti di denaro publico in armi e armamenti sono in sensibile aumento. Lì gli affari vanno a gonfie vele, tanto che verrebbe voglia pure a noi di cantare “Ma così questa crisi?”; se non fosse che il panorama che ci circonda appare tutt’altro che allegro e roseo…

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L’orologio della guerra, la celebre timeline del Doomsday Clock, che segna il cronometro che ci separa dell’apocalisse atomica, bellica o climatica, fissata dagli scienziati dell’Università di Chicago segnala che nel 2016 la lancetta era distante tre minuti dalla «mezzanotte» cioè dalla fine del mondo, nel 2017 si era spostata a due minuti e mezzo e nel 2018 è andata ulteriormente avanti, a due minuti dal disastro.

Più o meno lo stesso andamento della spesa mondiale per gli armamenti e i sistemi d’arma, sempre più tecnologici e sempre più automatizzati, tanto che adesso si sperimentano droni bellici a riconoscimento facciale, micro soldati-robot.

Il rapporto 2018 del Sipri, cioè dello Stockholm international Peace Research Institute, pubblicato ieri, segnala come il Medioriente (+ 6,2% di spesa la regione, + 19 l’Iran e + 22% l’Iraq) sia il vero pozzo di San Patrizio per le industrie armiere anche in questa fase di ribassi dei prezzi petroliferi. «A livello planetario il peso della spesa militare si sta chiaramente spostando dalla regione euro-atlantica», sintetizza Nan Tian, ricercatrice del Sipri.

Le nuove rotte dei commerci di strumentazioni militari si dirigono sempre più verso Cina e Arabia saudita. Il regno guidato da MbS, con l’abbreviazione con cui viene chiamato il giovane e spigliato rampollo della famiglia Saud, il principe ereditario Mohammad bin Salman ha aumentato la spesa militare nel 2017 del 9,2 % e portato Riyad d’un balzo al terzo posto nel mondo per produzione e acquisti di armi. Un valore tra l’altro sottostimato, visto che una parte di questa spesa – quella stimata è pari a 69,4 miliardi di dollari – come quella che serve a finanziare le milizie jihadiste, passa per canali non del tutto tracciabili.

Gli Stati Uniti di Donald Trump – che di recente ha omaggiato il suo principale alleato MbS di una accoglienza principesca a Washington – si attestano per il momento al vertice della top ten. Gli Usa restano leader mondiali almeno della spesa bellica, con investimenti pari a 610 miliardi di dollari. La quota risulta invariata rispetto al 2016 ma «la tendenza al ribasso delle spese militari statunitensi iniziata nel 2010, si è conclusa», certifica Aude Fleurant, direttrice del programma Sipri-Amex.

E nel 2018 le cifre aumenteranno significativamente per sostenere gli aumenti nel personale militare e la modernizzazione delle armi convenzionali e nucleari. In più c’è da considerare che disinvestendo sulla Nato, gli Usa hanno «cartolarizzato» agli alleati europei una parte degli oneri.

La Francia in effetti è già in pieno riarmo, nel 2017 è diventata il sesto paese al mondo in questo campo, come sottolinea Le Monde, anche se è stata superata dall’India, che è quinta. Ma è solo l’inizio per entrambi i Paesi. Parigi con un plafond attuale di 57,8 miliardi di dollari di budget per la difesa, pari al 2,3 per cento del suo Pil, ha intrapreso piani di ammodernamento tecnico per il 2025 che la porteranno a mantenere gli stanziamenti al 2% del Pil, come la Nato vorrebbe facessero tutti gli alleati.

L’Europa, complessivamente, ha una parte imponente della spesa armiera: nei 29 Paesi l’anno scorso hanno impiegato così 900 miliardi di dollari, il 52% della torta mondiale. Il trend è più accentuato nell’ Europa centrale, dove la crescita è pari al 12 %, con l’alibi della minaccia russa in Ucraina e nella zona danubiana. Minaccia che però al momento non c’è. Il Sipri avverte i che Mosca ha diminuito il budget per il suo esercito per la prima volta dal 1998, una decrescita del 20 per cento fino a 66,3 miliardi di dollari a causa – spiega il ricercatore senior Siemon Wezenam – «dei problemi economici che il Paese vive dal 2014».

L’Italia questa volta purtroppo non è fanalino di coda. Vede un rialzo del2,1 per cento, come aveva certificato il rapporto Milex della Rete Disarmo. E la Germania una crescita del 3,5 per cento.

La Cina ha raggiunto la vetta della classifica, è seconda per volumi dopo gli Usa, con 228 miliardi di dollari, e intende investire ancora con “buona pace” dei venti di pace tra le due Coree. Mentre l’India ha piani molto ambiziosi. Il nuovo regime ultra induista di Narendra Modi, come segnala l’Agenzia Nova, intende passare da essere il principale importatore – deriva dall’estero il 65 per cento delle armi in dotazione all’esercito indiano, in gran parte da Usa e Israele – a esportatore di componenti e prodotti finiti attraverso joint venture e una rete di fornitori, subfornitori, micro fornitori della sua industria bellica principale, statale, attraverso il programma governativo Make in India per l’innovazione del suo sistema produttivo. Per il momento secondo l’Institute for Defence Studies and Analysis la spesa bellica va quasi tutta in stipendi e pensioni e tolte quelle dal 2,1 si passa all’1,6 per cento del Pil in spese per la difesa.

Rachele Gonnelli

Riportiamo armi stralci di una lunga conversazione  con Bruno Latour, noto sociologo, antropologo e filosofo francese, da molto tempo attento alle questioni ecologiche. E’ apparsa sul numero di gennaio-febbraio della rivista Esprit. La traduzione è a opera di Salvatore Palidda e proviene dal sito effimera.

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Lei ha pubblicato nel 2015 Face à Gaïa. che prolungava una riflessione cominciata con il suo Enquête sur les modes d’existence. Il titolo del suo ultimo libro, Où atterrir? Comment s’orienter en politique  fa pensare a Kant e al suo «Cosa significa orientarsi nel pensiero?» (1786), scritto occasionale che proponeva di orientarsi senza Dio come riferimento. Con la sua opera, si tratta di orientarsi senza la natura come riferimento?

Si torna piuttosto un secolo e mezzo prima di Kant, cioè al momento in cui ci si rende conto che occorre rifare tutta la cosmologia che legava insieme, all’epoca, religione, geografia, scienze e politica a causa della scoperta del Nuovo Mondo. Il parallelo, se si può fare, rinvia a chiedersi cosa sia successo con la rivoluzione scientifica, che ha diviso queste diverse figure cosmologiche, con ciò che ci succede oggi a causa della scoperta di un “nuovo” Nuovo Mondo. Il mio ultimo libro è piuttosto una nona conferenza di Face à Gaïa che prende in conto l’uscita di Donald Trump dall’accordo di Parigi [la COP21 del 2015].

Sinora, nessun capo di stato aveva avuto la faccia tosta di rivelare chiaramente ciò che era evidente: la questione del clima è una questione di guerra e di pace che da trent’anni riorganizza tutta la geopolitica. Prima di tale abbandono [dell’accordo COP21], l’opinione era immersa ancora in una specie d’irenismo generale, tipico dello spirito ONU e delle Conferenze per il clima da Rio in poi. Si pensava di trovare la soluzione a forza di buona volontà. Il presidente Trump ha chiaramente detto che gli Stati Uniti dichiarano guerra agli altri paesi e che questi avevano dei problemi di mutamento ecologico che non riguarda minimamente gli USA. È la prima volta che un paese abbandona il mondo comune. È ammettere infine chiaramente che l’ambiente è la grande questione geopolitica. Prima, alcuni potevano dire : «Noi non abbiamo gli stessi valori, né gli stessi interessi sociali o economici», ma nessuno aveva ancora detto: «Il mondo materiale nel quale voi vivete non è il mio». Il presidente Macron se n’è subito appropriato, mentre non era particolarmente interessato a tali questioni. Ha visto che poteva farne della politica.

 

Il progetto che animava le nazioni nel dopoguerra era la mondializzazione: si trattava di abbandonare il locale, l’attaccamento a una patria, a una nazione. Questo struttura il progetto moderno su una negazione della natura. Péguy diceva che la modernità aveva voluto sopprimere i mondi arretrati, ma essa ha soppresso questo mondo costruendone un altro, modellizzato secondo i parametri d’ordine e di misura. Durante tre secoli, la natura ci ha lasciati tranquilli ma essa ritorna, come un attore politico a parte intera che ci obbliga a orientarci diversamente.

Abbiamo capito a che punto, stranamente, i Moderni erano poco materialisti e avevano una visione molto idealista della materia, un intasamento di clichés molto vaghi su un mondo comune molto mal definito. Uno dei pilastri di tale ordine comune era la condivisione di un vettore che andava dal locale e dall’arcaico verso il globale e il futuro. Tale cliché permetteva di distinguere ciò che è reazionario da ciò che è progressista. Il disorientamento attuale rende questa distinzione più difficile nella misura in cui si ritorna, in tutti i paesi del mondo, a una definizione regressiva dello Stato-nazione nel migliore dei casi, alle radici etniche nel peggiore: l’orizzonte comune é stato esplicitamente abbandonato. Questa non era certo la principale preoccupazione dei governi da dopo la guerra, ma nessuno l’aveva esplicitamente abbandonata, in particolare gli Stati Uniti, che avevano preso la responsabilità di proteggerci, dando agli Europei la sensazione di essere coperti sotto il loro ombrello, atomico quanto morale. Chi scriverà ancora, come Jacques Maritain poteva farlo nell’Encyclopædia universalis, che «l’America dà un’immagine dell’uomo generico»? Più nessuno dirà questo. Tale abbandono dell’universalità da parte degli Stati Uniti per mantenere una vita offshore è una novità storica.

Di fronte alla nuova sfida che ci attende, la nostra maniera di strutturare la vita politica non è adeguata: tutti i problemi che ci attendono – la crisi migratoria, il populismo, le diseguaglianze – sono legati e lei ritiene che sia questo stesso legame, cioè il cambiamento climatico, che è negato.

Sinora, la questione dell’appartenenza al suolo e al territorio non è stata sistematicamente capita/elaborata dalla sinistra. È per questo che la sinistra ha sempre avuto un problema con l’ecologia: vi ha trovato un lato reazionario che l’obbligava a parlare di questioni materiali e quindi di suolo, di animali, di piante, di vita, di clima – dalle quali essa pensava di essersi infine distaccata diventando moderna. L’orizzonte dell’emancipazione che proponeva non era mai nella direzione dell’appartenenza al suolo. Lo stesso uso delle parole suolo e appartenenza, sino a tempi recenti, era considerato come tipicamente reazionario. Bruscamente, ci si rende conto che la questione dell’appartenenza a un suolo deve essere presa in conto e che diventa quella di una Terra da curare. Evidentemente, non è lo stesso territorio nazionale o etnico verso il quale si sta regredendo da quando l’orizzonte della modernizzazione è diventato impossibile.

La congiuntura forma un triangolo: per prima cosa, l’orizzonte della mondializzazione continua, sotto la forma barocca di una super-modernizzazione futurista e post-umana, che immagina di non dover trattare i problemi di miliardi di persone diventate semplicemente sovrannumero; in secondo luogo, una regressione massiccia, in tutti i paesi, verso delle appartenenze etniche o nazionali; e infine, la questione di un altro modo di stare al mondo, un ancoraggio al suolo mondiale, che non è il suolo di Barrès (politico nazionalista francese del primo Novecento, ndr) fatto di sangue, morti, cimiteri e chiese. È là che bisogna tracciare una nuova opposizione tra l’orizzonte utopico del ritorno al suolo natale e la nuova questione del terrestre. Non si tratta più di sapere se si è di sinistra o di destra, ma se si è terrestri o no: Avete pensato alla materialità di un suolo sul quale noi ci ritroveremo in nove o dieci miliardi? È a questo livello che la questione delle migrazioni diventa centrale e si confonde con la questione climatica. Le persone che non pensano che la questione climatica sia importante, o che la negano, vedono molto bene la questione delle migrazioni; è questa che trascina tutti i paesi, elezioni dopo elezioni, e spinge a tornare alle frontiere nazionali quando sono le meno adatte alla questione climatica come a quella dei rifugiati.

Finché non sarà presa in conto la questione del terrestre, si resta nell’alternativa tra la fuga in avanti super moderna e il ripiegamento identitario. La sua via politica potrebbe essere quella del centro?

Piuttosto quella di un decentramento. La politica si definisce in base a un’opposizione, ma anche attraverso un luogo, un territorio. La destra e la sinistra oggi non funzionano più perché non hanno precisato il quadro materiale nel quale esse andavano a differenziarsi. Il mutamento ecologico obbliga a riproporre delle questioni politiche materiali: quanti siamo? A quale temperatura? Che cosa mangiamo? Dove abitiamo? Come ci sfruttiamo gli uni con gli altri? Come limitare lo sfruttamento? Tali interrogativi rilevano rispetto a ciò che si chiamava la questione sociale, ma con una definizione talmente ristretta del sociale che si dimenticava tutti gli altri elementi che compongono necessariamente il collettivo. È stata mal definita anche dagli stessi ecologisti, che non sono arrivati a tracciare il legame tra la questione sociale nel senso ristretto e la nuova questione sociale in senso esteso.

Come interpreta il fallimento dell’ecologia politica?

La nozione di natura ha fuorviato gli ecologisti, che non hanno voluto analizzare le sue proprietà politiche. C’è una specie di divisione assai tragica, a partire dalla fine della guerra del 1940, tra la questione sociale, nella sua definizione socialista, e una natura esterna. Ci si è interessati al sociale e non alla natura. Si è caduti nella trappola che sta nella Costituzione moderna, tratteggiata nel XVIII secolo, quella che distingueva la politica degli umani da quella della natura. I sociologi condividevano questa distinzione e da trent’anni cerco di convincerli che gli esseri non umani non formano una natura esterna alla società, ma fanno parte anch’essi del collettivo. L’ecologia ha accettato tale esteriorità della natura. Ora, il partito ecologista è scomparso, non è poi un male perché i partiti, in ogni caso, non sembrano più capaci di fare il loro lavoro di composizione delle denunce e rivendicazioni politiche. Ma la questione ecologica ritorna attraverso quella del territorio e delle migrazioni: come e dove andremo a vivere? Su quale Terra?

Lei critica anche la negazione della politica da parte dell’ecologia, che si è basata su una certa ideologia e ha fatto ricorso direttamente alla scienza e ai suoi risultati incontestabili per affermare l’esistenza del riscaldamento climatico.

Nel novembre 2017, Le Monde titolava: «Domani, sarà troppo tardi» a caratteri 60, cioè i titoli che si usavano se si doveva annunciare: «La Corea del Nord bombarda Washington». Eppure, tale genere di titoli non hanno alcun effetto: il giorno seguente si parlava di altre cose. È una situazione da pazzi: da un lato, la minaccia gravissima annunciata a gran voce da quindicimila ricercatori, dall’altro lato, un’inazione paralizzante. Mi interessa sempre più l’aspetto psicosociale di tale indifferenza: siamo bombardati d’informazioni, ma non abbiamo la dote affettiva, estetica e mentale per trattarle. Questa è la ragione principale del ritorno verso una definizione mitica dell’appartenenza alla nazione. Da un lato si apprende che è la fine del mondo e, dall’altro lato, che bisogna ritornare in modo rabbioso e brutale allo Stato nazionale, vedi etnico. Al fondo, tale attitudine si capisce: se si deve vivere una catastrofe, almeno restiamo alla gated community che conosciamo proteggendoci dietro un muro. D’altronde, il grosso come i piccoli fanno la stessa cosa: i ricchi fuggono nell’offshore, i piccoli nello Stato-nazione di una volta.

Come atterrare, trovare un suolo, orientarsi verso il polo terrestre, sapendo che se ne respinge più di uno?

In fondo, tutti i movimenti ecologisti puntano in tale direzione da centocinquant’anni. Le forze che chiamiamo progressiste già hanno cambiato la propria logica. Ci troviamo nella situazione tragica di perdita dei poli creati dalla mondializzazione e dalla nazione, ma la questione climatica è diventata centrale. Dalla geopolitica alle esperienze multiple delle femministe, passando per il ritorno dell’antropologia come forma contemporanea di resistenza, la moltiplicazione di opere sulla nuova materialità dei suoli, lo sviluppo assolutamente sorprendente delle arti del suolo e le esperienze agricole alternative, il paesaggio è già cambiato. Ma non c’è rappresentazione politica unificata, per mancanza di un orizzonte condiviso.

Lei propone una nuova opposizione: essere moderni o essere terreni.

Direi piuttosto terrestri; “terreni” fa un po’ contadini del Danubio. Il problema è che la definizione del mondo della modernità è molto astratta. Quando si elaborò il progetto moderno, non si conosceva la temperatura che avrebbe avuto il mondo moderno, né che si poteva arrivare a essere 9 o 12 miliardi di persone. Tali questioni fondamentali d’organizzazione della vita comune erano lasciate nella nebbia più completa, come nelle utopie classiche però derise. Bruscamente ci siamo accorti che la modernità è un’utopia e che i Moderni sono inadatti al futuro. Non siamo capaci di cambiare rapidamente nel momento stesso in cui le minacce si moltiplicano. Perché il mondo moderno ha una cattiva concezione del materialismo, richiede lungo tempo giungere ad una situazione d’allerta. Cosa divertente: si hanno esattamente le caratteristiche di ciò che si chiamavano «le società chiuse arcaiche», che si supponeva fossero incapaci d’adattarsi rapidamente alla modernità. Ora è questa, sembra, che è la più incapace di muoversi.

Lei propone che delle lamentele e denunce siano rivolte all’Europa per passare in rassegna i problemi attorno ai quali un popolo potrebbe costituirsi.

La procedura pratica che propongo consiste in effetti in dei cahiers de doléances [quaderni delle lamentele e denunce, ndr] nel senso del 1789, che facciano una descrizione precisa, rapida e condivisa dei territori in lotta gli uni con gli altri, cioè delle classi geo-sociali installate e definite su un territorio. Ciò che delle persone senza molta istruzione erano capaci di fare due secoli fa dovrebbe essere fattibile oggi. Ognuno può definire dove atterrare. Non si può fare politica senza popolo e non si può avere popolo se non si ha territorio.

Evoco quindi l’Europa, a titolo personale, perché non si può chiedere dove atterrare, se non si dice dove si vuole atterrare. La questione europea mostra l’ambiguità delle appartenenze: l’Europa è allo stesso tempo nazionale, post-nazionale e regionale. Questa patria europea ha una buona scala: né troppo piccola, né troppo grande. Se alcune persone sono state sorprese da quella parte sull’Europa del mio libro, è perché ritengono che non si abbia il diritto di parlare dell’Europa come patria vissuta. Ora, anche se non la si valorizza positivamente, va riconosciuto che essa si trova definita negativamente per effetto dell’abbandono simultaneo degli Stati Uniti e del Regno Unito, senza dimenticare la Turchia, l’ostilità sempre pressante della Russia e la concorrenza della Cina. Non è forse questo che disegna l’Europa come zona da difendere?

Sul movimento #churchtoo

Autore: liberospirito 9 Mar 2018, Comments (0)

Ieri era l’8 marzo. Per non dimenticare troppo in fretta questa giornata proponiamo la lettura di un’intervista a Letizia Tomassone, pastora valdese a Firenze, all’interno del programma radiofonico di RAI Radio1 “Culto evangelico”. La conversazione verte sul movimento #churchtoo, nato sull’esempio di #metoo, per favorire la denuncia degli abusi e delle molestie sessuali all’interno delle chiese. L’agenzia evangelica NEV ne ha pubblicato la trascrizione, che noi qui riproduciamo.

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Come dobbiamo considerare la nascita del movimento #churchtoo? È la dimostrazione che sta crescendo la consapevolezza che anche le chiese possono essere luoghi di abuso verso le persone più vulnerabili? O, al contrario, mostra che questo problema rimane ancora un tabù?

Ciò che secondo me il movimento #churchtoo fa emergere è che le chiese possono e devono essere luoghi di denuncia dell’abuso. Luoghi in cui poter dire la verità proprio a partire dalle molestie e gli abusi subiti dentro le chiese e che invece sono talvolta legittimati da un pensiero, ancora oggi ben presente, che afferma l’inferiorità delle donne.

Si tratta di superare una cultura sessista che è appoggiata teologicamente con l’idea che la donna è stata creata seconda rispetto all’uomo, con l’idea che la donna è in funzione del maschio. E che spesso si associa a una cultura omofoba anch’essa ben presente nelle chiese. Il movimento #churchtoo intende portare avanti una battaglia, che ormai ha alcuni decenni alle spalle, contro la violenza sulle donne, per fare chiarezza, dire la verità su ciò che avviene dentro le chiese e recuperare la dignità, l’integrità delle donne e dei soggetti sessualmente più deboli.

Quali storie emergono dai tweet di chi racconta di abusi subiti?

Emergono soprattutto storie di persone non credute che quando vanno a parlare di ciò che hanno subito sono invitate al silenzio, alla pazienza, all’accettazione, quasi ad un’idea antica di sacrificio. E poi emerge molto forte una cultura della purità in base alla quale se tu sei stata molestata o abusata, da bambina o da bambino, è come se tu fossi impura e spettasse quindi a te recuperare la tua integrità, la tua purezza. Al contrario la posizione di chi abusa non è mai mesa in questione. Queste storie mostrano che le chiese sono ancora strutturalmente misogine.

Nella sua esperienza di pastora e di teologa come si può affrontare efficacemente la questione degli abusi nelle Chiese?

Certamente parlandone, come donne, ma coinvolgendo molto anche gli uomini affinché riflettano sulle loro esperienze, sulle violenze subite e vissute. Riflettendo anche sulla violenza diffusa nelle famiglie. Quindi il primo punto è non considerare questo tema un tabù ma portarlo in primo piano.

Mi ha colpito molto anche la riflessione delle chiese della Nuova Zelanda sulla crocifissione come un momento in cui Gesù vien denudato e abusato sessualmente. Ricordo un discorso di questo genere, emotivamente molto forte, proposto qualche anno fa in Italia da Giovanni Franzoni rispetto al fatto che la tortura che Gesù subisce nel momento della spogliazione poteva sicuramente comprendere anche l’abuso sessuale.

Vorrei inoltre ricordare altri due strumenti che le chiese italiane hanno a disposizione: l’appello ecumenico contro la violenza sulle donne del 2015, firmato da tutte le chiese italiane; e l’Osservatorio che il Segretariato attività ecumeniche (SAE) ha messo in piedi proprio sui temi della violenza contro le donne e della violenza sessuale.

 

Teologia e femminicidio

Autore: liberospirito 13 Feb 2018, Comments (0)

Pubblichiamo un recente intervento di Augusto Cavadi (proveniente dal sito http://livesicilia.it) in cui viene istituita una relazione tra violenza maschile sulle donne, struttura sociale a base patriarcale e teismo. Il testo è ricco di numerosi spunti che invitano alla riflessione e al dibattito nella prospettiva di poter costruire una religiosità su base post-patriarcale. Augusto Cavadi oltre a essere docente, filosofo, studioso e scrittore, è anche ispiratore e componente del “Gruppo Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”.

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Per molto tempo si è supposto che la mafia esista quando spara, solo tardi ci si è chiarito che essa emerge quando trova ostacoli sulla sua escalation e tace, sommersa, quando può dominare incontrastata. Quando cesseremo di ripetere l’errore a proposito della violenza maschile sulle donne?

Neppure in questo caso si tratta di un’emergenza. I casi di cronaca sono solo la spia di una condizione stabile, strutturale, di oppressione sistemica: i maschi uccidono quando questa dominazione psicologica e sociologica viene messa in dubbio dalla ribellione di questa o di quella donna. Se ciò non accade, il maschilismo patriarcale vige e si diffonde come un cancro silenzioso, asintomatico. Potremmo dire che esso è più forte quando, incontrastato, non ha neppure bisogno di alzare la clava sulla testa delle donne.

Una prevalenza così radicata e diffusa si spiega con ragioni fisiche, psichiche, economiche, sociali e politiche: ma anche culturali. Basta interrogare i miti religiosi, le fiabe popolari, le leggende tradizionali per capire quali “archetipi” (diceva Jung) abitano l’immaginario collettivo dell’umanità. E’ senza significato, ad esempio, che nel Mediterraneo siano prevalse tre religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo, islamismo) secondo le quali il Divino si è configurato come Padre, onnipotente, dai voleri imperscrutabili e indiscutibili? Nelle quali il ruolo della donna è nettamente inferiore ai ruoli riservati ai maschi? Il sistema patriarcale vigente in terra è stato, per così dire, proiettato in cielo: ma, a sua volta, il patriarcato celeste è servito da legittimazione ideologica del patriarcato terrestre.

La teologa Hanna Wolff (alla cui valorizzazione ho dedicato il mio libretto Tenerezza) ha notato come Gesù di Nazareth abbia tentato di rivedere criticamente questa idea di Dio-patriarca mettendo in evidenza i caratteri femminili-materni del Divino; ma come, alla sua morte, da san Paolo in poi, l’antica prospettiva maschile-maschilista sia riemersa in tutta la sua pesantezza. Ecco perché oggi non è solo la teologia femminista a riesaminare le concezioni tradizionali di Dio per restituire al Mistero quella assoluta incomprensibilità che lo sottragga a rappresentazioni infantili, primitive. Come scrive qualche teologa, sino a quando Dio viene concepito sempre e solo come Maschio, il maschio avvertirà la tentazione di concepirsi come dio. E queste dinamiche – sia specificato per chiarezza – riguardano credenti, non-credenti e agnostici: sia che lo professa sia chi lo nega, è comunque prigioniero di un’idea del Divino antropomorfica e sessista. Liberarsene a livello di riflessione critica personale, ma anche nell’orizzonte di senso collettivo, sarebbe un modo molto concreto di indebolire alle radici la visione della supremazia maschile di cui le violenze quotidiane e i femminicidi sono soltanto l’effetto terminale.

Augusto Cavadi

Salvator mundi

Autore: liberospirito 9 Gen 2018, Comments (0)

Dal blog arte e natura pubblichiamo una riflessione post-natalizia. Il punto d’avvio riguarda un quadro attribuito a Leonardo da Vinci, battuto per una cifra stratosferica presso una celebre casa d’aste inglese.

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Siamo al nove di gennaio e, come si dice, son finite le feste. E’ finito quel periodo dell’anno che, per i più, si risolve in grandi mangiate e, nonostante tutto, corse agli acquisti. Periodo in cui la vittoria del consumo su ogni altro senso – ottundere i sensi si dice – la fa da padrone fino ai minimi termini.

Nella tradizione religiosa cristiano-cattolica – sorretta da una chiesa che da millenni recita la sua parte di comodo per mantenere intatto il potere che si è conquistata – questo sarebbe il tempo in cui, ricordando la nascita di un profeta chiamato Gesù, si riflette sulla nascita, cioè sulla venuta alla luce. Si potrebbe riflettere anche sull’abitudine che la vita ha di morire e rinascere, dunque sulla ciclicità e infatti non è casuale se questo periodo, alle nostre latitudini, coincide con le feste sostiziali di pagana memoria.

Ma, secondo chi scrive, mai come oggi, nei tempi a cui siamo giunti, il messaggio di quell’uomo così importante nella nostra tradizione occidentale, è reso pura apparenza, bellezza di facciata atta a nascondere ben altro dio: quel denaro su cui ormai si gioca la vita e la morte.

Questo breve pensiero “post-natalizio” va a rinfrescare un fatto accaduto circa alla metà di novembre dell’anno appena terminato: si tratta della vendita, organizzata dalla britannica casa d’aste Christie’s, per 450 milioni di dollari (circa 380 milioni di euro) di una tela attribuita alla mano di Leonardo da Vinci che raffigura il salvatore del mondo. Salvator mundi – recita il titolo in latino – che pare abbia battuto ogni record di vendita.

Intorno all’opera e alla sua autenticità – cioè a dire: è stato realmente dipinto solo da Leonardo oppure il grande maestro ci ha messo mano insieme ai pittori che lo aiutavano a bottega? Se non addirittura: non è possibile invece che sia stato eseguito completamente dalla sua bottega che, come è risaputo, quando ancora il maestro era in vita, poteva rilasciare riproduzioni degli originali del maestro e talvolta anche spacciare qualche quadro come autografo? – c’è stata a quanto pare una certa diatriba perché la tela risulta alquanto rovinata e quindi più difficile da autenticare con certezza.

L’operazione di mercato congeniata intorno a questo quadro – l’opera d’arte diventa un prodotto; quindi anche un capolavoro conta solo se riesce a fare rumore mediatico – l’ha presentato come un nuovo riscoperto capolavoro leonardesco (pare che in realtà fosse conosciuto già da tempo) e la sua apparizione è stata studiata con cura attraverso una massiccia campagna pubblicitaria che ha previsto esposizioni in giro per il mondo (con un totale di circa 27.000 visitatori) compresa la National Gallery di Londra in una recente mostra su Leonardo da Vinci a cui è seguito il gran finale della vendita all’asta.

Lasciamo perdere questo aspetto della questione sul quale, per chi fosse interessato, c’è molto materiale reperibile nel web, e veniamo al dunque. A noi interessa mettere insieme il soggetto rappresentato nel quadro e quell’esorbitante quantità di denaro. Ci interessa rendere evidente come questo accadimento mostri la sostituzione che si è lentamente operata e che oramai trionfa nella nostra società portandola allo sfacelo: colui che ha indicato la strada della salvezza e, con l’esempio di vita, mostrato il modo per percorrerla (che sia realmente esistito ormai pare acclarato, ma anche se fosse personaggio mitico, le cose non cambierebbero) ha smesso da tempo di influire sulle coscienze e la sua immagine/oggetto viene venduta per una cifra con la quale noi gente comune non sappiamo nemmeno fare i conti.

In questo caso si tratta del Messia ma è ogni immagine o idea che abbiamo chiamato dio – mettendo lì dentro il meglio della nostra capacità di esistere in relazione tra noi e il resto del mondo – che ormai da tempo è stata sostiuita dalla divinità denaro che tutti noi adoriamo anche senza accorgercene.

Siamone consapevoli, poi sciegliamo come proseguire. Quella sfera, in fondo, è nelle nostre mani.

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Pubblichiamo un intervento di Alex Zanotelli: si tratta di una denuncia riguardante l’incalzante economia di guerra che, proprio qui in Italia, sta passando nel silenzio generale. Con quale coraggio si vuole celebrare un Natale di pace quando domina un’economia di guerra?

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Sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando. Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria(parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa , che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, così vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti. Ad Amendola (Foggia) è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi (Trapani) è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosidetto MUOS. Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio. (Non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!)
Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare. Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al Ministero della Difesa : 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma).
L’Italia infatti sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo ed internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta di 14 miliardi di euro!
Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.
Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’ 8° posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015! Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi. E abbiamo venduto armi a tanti paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU. (Tutto questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!) L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!). Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait.
Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere : siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.
Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione della UE. E’ stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che a regime svilupperà 5,5 miliardi di investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare. Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la” PESCO-Cooperazione strutturata permanente” della UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!). “Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE, per gli Affari Esteri- rafforza anche la NATO”.
La NATO, di cui la UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia destina oggi 1,2 % del Pil per la Difesa. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di Sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere100 milioni al giorno in armi. Così la NATO trionfa,mentre è in forse il futuro della UE. Infatti è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia. La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili.” E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.
Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12 . Il Ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi solo a Ghedi potremo avere sessantina di B61-12 , il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima! Nel silenzio più totale!
Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al ‘baratro atomico’. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo.E’ una vergogna nazionale.
Siamo grati a papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.
Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace. Ma purtropo ognuno fa la sua strada.
E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire della parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?”
“Siamo vicini al Natale – ci ammonisce papa Francesco – ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi…tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!”
Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

Alex Zanotelli

Di cosa parliamo quando parliamo di specie?

Autore: liberospirito 30 Set 2017, Comments (0)

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Il 5 ottobre è la Giornata mondiale degli animali. Per riflettere e discutere su tale tema si svolgerà a Piacenza un incontro con Massimo Filippi, ordinario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, il quale si occupa da anni della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. Questo il titolo dell’incontro: Di cosa parliamo quando parliamo di specie?, nel corso del quale verrà anche presentato il suo ultimo libro, Questioni di specie (Eleuthera).

Dopo aver considerato gli aspetti fondamentali della cosiddetta “questione animale”, in cui lo sfruttamento e la messa a morte dei corpi animali divengono parte integrante dell’ideologia e delle prassi di potere attuali, si cercherà di prendere in esame la nozione di “specie”, mostrandone tutta l’ambiguità, per proporre delle strategie antispeciste. L’antispecismo deve farsi politico, capace di ibridarsi con le acquisizioni teoriche e pratiche degli altri movimenti di liberazione e, al contempo, guadagnare credibilità per smascherare le varie forme di antropocentrismo in grado di insinuarsi e annidarsi anche all’interno degli stessi movimenti di liberazione.

Introduce e modera Federico Battistutta.

Quando: giovedì 5 ottobre, alle ore 17.

Dove: Salone Monumentale
 c/o Biblioteca Passerini-Landi, Via Carducci, 14, Piacenza

Info: tel: 0523 492410 – email: [email protected]