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Categorie: cattolicesimo

Pubblichiamo l’appassionato intervento di don Paolo Farinella, tratto dal blog che tiene sul sito del Fatto Quotidiano, a proposito della recente intervista del cardinale Ruini, nella quale quest’ultimo si è espresso a favore di Salvini e della Lega. Con linguaggio vivace e diretto Farinella tratteggia con chiarezza le fattezze di questo personaggio e del suo “bieco stile clericale”.

Il lupo perde il pelo – quasi sempre -, ma il cardinale Ruini, don Camillo per gli amici di destra, non perde mai il vizietto di “parlare a nuora perché suocera intenda”. Qui la nuora è il Corriere della Sera, giornale dei salotti che contano, che pubblica una intervista di Ruini; mentre la suocera è Papa Francesco. L’endorsement di Ruini a Matteo Salvini, espresso nel più bieco stile clericale, fatto di sorrisetti, ammiccamenti, parole piane e mai gridate – sullo stile manzoniano del “sopire troncare padre molto reverendo…” – , fanno del cardinale Camillo Ruini un individuo più pericoloso di ogni altro che attacca direttamente il Papa.

L’”eminenz” ottantottenne, per 18 anni dominus assoluto della Cei, sotto il pontificato del Re di Polonia prima e del Pastore Tedesco poi, come Farinata degli Uberti, sorge “dalla cintola in su”, vispo e garrulo come un corvo serale. Egli, che a buon diritto, fu definito doctor sottilis fa finta di essere ossequioso verso Papa (“Il mio Papa”), si genuflette anche di fronte all’autorità papale, ma la svuota con una staffilata che vende, da clericale dannato, come un innocuo consiglio: “Spero che il Papa non approvi i viri probati” (cioè i preti sposati a determinate condizioni).

Con questa intervista pensata e calcolata anche nelle virgole, il cardinale che sussurra a Salvini è uscito dal suo antro romano e si propone come convergenza di tutti i rivoli che per ora vanno per conto proprio contro il Vescovo di Roma, Papa Francesco. Ruini non è un cardinale qualsiasi, ma è il già presidente della Cei che ha impedito alla Chiesa italiana di realizzare il Concilio Vaticano II, sequestrato e messo in prigione. Oggi ne paghiamo le conseguenze.

Egli è il cardinale che ha invitato gli italiani a disertare le urne nel referendum sulla legge 40/2004 sulla procreazione assistita, in combutta con Silvio Berlusconi e la destra, riuscendo a fare fallire la consultazione popolare. Allora egli non esitò a mettere in atto un vulnus al concordato perché s’intromise come un elefante in un atto supremo della democrazia di uno Stato estero, l’Italia. I politici baciapile di allora e la sinistra, che cominciava già a rinnegare se stessa, non latrarono nemmeno e il referendum non raggiunse il quorum.

Oggi, a distanza di 15 anni, il garante della destra berlusconista di allora si fa garante della destra odierna, peggiore di quella, frutto anche della sua politica di clericuscompromesso con chiunque ha il potere, dimostrando che gli importa poco del Vangelo e della profezia cui dovrebbe essere votato. Quest’uomo viene in veste di agnello, ma colpisce come un lupo rapace.

Di lui e della sua esplicita avversione a Papa Francesco parla il profeta Geremia (sec. VII a.C.) che lo conosceva bene: “’Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo’. Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: ‘Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta’”(Ger 20,10).

Ruini il vendicatore, gli undici cardinali che scrissero il libello anonimo contro il Papa e poi quello dei “quattro dell’Ave Maria” (Brandmueller, Burke, Caffarra e Meisner), cinque con il cardinale Saràh, che nel 2017 criticarono ferocemente l’enciclica Amoris Laetitia sul matrimonio e la possibilità dei divorziati di accedere all’eucaristia: tutti avevano l’obiettivo di screditare il Papa per costringerlo alle dimissioni.

Siamo dentro un film, del genere “Camillo Ruini, la Vendetta”. Perché come previde il profeta Geremia, proprio di vendetta di tratta e di nient’altro. Costoro vedono che Francesco, silente e paziente, va avanti per la strada per cui fu eletto e non vacilla; urge farlo fuori. Non si può avvelenarlo perché bisognerebbe avvelenare tutti i residenti in Santa Marta, visto che il Papa mangia alla mensa comune e non beve caffè.

Non resta che la strada maestra della calunnia: come cani rabbiosi, lanciano insinuazioni, moniti, consigli, minacce di scisma per raccogliere la sua testa come quella di Giovanni il Battista. Questi non esiteranno davanti a niente perché in gioco è il loro potere sotterraneo e la loro corruzione incontrollata. Sono senza Dio e quindi senza scrupoli.

L’uscita di Ruini è la manna emersa per quel mondo senza tempo e senza storia, inchiodato al passato immutabile, che poi è il loro piccolo pensiero, fino a oggi disperso. Ora può compattarsi a testuggine dentro le mura leonine e fuori, la destra può brindare, anche perché il cardinale di Sassuolo che tifa Salvini ha messo la propria ipoteca sulle prossime elezioni nella sua regione, l’Emilia Romagna. Il salvinismo-ruinismo ha preso il posto del ruinismo-berlusconista con una caduta in basso che nessuno si aspettava.

Anche io do un consiglio gratuito e non richiesto al Papa: visto che codesta gente non ha il coraggio dirle le critiche in faccia, ma è inaffidabile, compia un gesto semplice e lineare: abolisca il collegio dei cardinali, abolisca Ruini e i suoi complici e visto che c’è, scomunichi Salvini e poi insieme stiamo a vedere che succede. Sicuramente non ci annoieremo.

Paolo Farinella

Le ragioni cattoliche in favore del comunismo

Autore: liberospirito 19 Set 2019, Comments (0)

Quanto segue è la traduzione di un articolo di Dean Dettloff apparso sulla rivista dei gesuiti degli Stati Uniti “America” (qui – se si vuole – l’articolo originale: https://www.americamagazine.org/faith/2019/07/23/catholic-case-communism). Il direttore della rivista, p. Matt Malone, chiarisce che l’intervento è stato pubblicato per alimentare il dibattito, non perché esprima l’opinione della rivista, né tantomeno dell’ordine dei gesuiti. Viene citato frequentemente – motivo per cui abbiamo scelto di pubblicare il testo – il pensiero libertario di Dorothy Day, fondatrice dei Catholic Worker. Vogliamo anche intendere che nell’articolo quando si parla di comunismo l’autore non abbia inteso celebrare gli ormai dissolti regimi dell’Europa orientale, che ben poco hanno avuto a che vedere con l’utopia concreta di Marx e di tanti altri. Riportiamo un passaggio significativo: “Quello che i comunisti desiderano è un’autentica vita comune, e pensano che essa si possa ottenere relativizzando la proprietà alla luce del bene di tutti. Visione radicale infatti ma non così scioccante per chi ricorda che la vergine Maria ha cantato che Dio ha colmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote.” (Luca 1:53). Forse siano solo all’inizio di un lungo e inedito cammino che ci condurrà al di là del cristianesimo e al di là del comunismo…

Le ragioni cattoliche in favore del comunismo
“E’ quando i comunisti sono buoni che sono pericolosi”
È così che Dorothy Day comincia un articolo su “America”, pubblicato poco prima del lancio del Catholic Worker il Primo maggio del 1933. Contrariamente alle reazioni di molti cattolici del tempo, la Day tracciò un quadro comprensivo, sebbene critico, dei comunisti che aveva incontrato a New York, nell’epoca della depressione. Il suo profondo personalismo le aveva permesso di intravedere le storie umane attraverso la lotta ideologica; e, tuttavia, concluse che il cattolicesimo e il comunismo non solo erano incompatibili, ma anche reciproche minacce. Dal tempo della sua riflessione è passata un’intera Guerra fredda, e vale oggi la pena chiarire alcuni punti.
I comunisti sono attratti dal comunismo per via della loro bontà, sosteneva la Day, quell’incancellabile qualità del bene che può essere trovata, in egual misura, all’interno e al di fuori della Chiesa, intrecciata nella nostra stessa natura. Deve essere stata una cosa semplice da dire nel 1933, quando i comunisti americani erano ben noti all’opinione pubblica per essersi esposti in prima persona a favore dei lavoratori in sciopero, ma era anche quel tipo di cosa che poteva metterti in gravi difficoltà, anche all’interno della Chiesa cattolica.
Affermando che la bontà guida molti comunisti di ieri e di oggi, la Day mirava ad ammorbidire la percezione dei cattolici, i quali si trovavano più a loro agio con le perfide caricature dei comunisti della loro epoca, rispetto alle più impegnative rappresentazioni che li ritraevano come lavoratori per la pace e per la giustizia economica. La maggior parte delle persone che aderiscono ai partiti e ai movimenti comunisti, rilevava giustamente la Day, non sono motivate da una qualche forma di odio profondo nei confronti di Dio o da uno spumeggiante anti-teismo, ma dall’aspirazione a un mondo libero da un’economia politica che esige lo sfruttamento di molti per il benessere di pochi.
Ma nel tentativo di suscitare simpatia per le persone attratte dal comunismo e sconfiggere un istintivo pregiudizio nei loro confronti, la Day non fece altro che perpetuare inutilmente altri due pregiudizi contro il comunismo. Innanzitutto, affermò che al di sotto di tutta la bontà che attrae le persone verso il comunismo, il movimento è, in ultima analisi, “un programma distintamente orientato alla demolizione della Chiesa.”
In secondo luogo, riferendosi all’uccisione nel suo quartiere di un giovane comunista colpito dal lancio di un mattone da parte di un trotskista, concluse constatando che i giovani che seguono la bontà dei loro cuori approdando al comunismo, non sono del tutto consapevoli di ciò a cui stanno aderendo – inclusi i rischi per la loro incolumità. In altre parole, dovremmo odiare il comunismo, ma amare i comunisti.
Sebbene la comprensiva critica della Day nei confronti del comunismo sia lodevole sotto molti punti di vista, quasi un secolo di storia ci dimostra che, al di là di quanto suggeriscono questi due giudizi, c’è ben altro da aggiungere. I movimenti politici comunisti di tutto il mondo sono stati densi di personaggi sorprendenti, di strani sviluppi e di motivazioni più complesse rispetto al semplice voler disfare la Chiesa; e persino attraverso le sfide del 20° secolo, cattolici e comunisti hanno trovato ragioni naturali per offrirsi reciprocamente un segno di pace.
Una storia complicata
Ovviamente, il Cristianesimo e il comunismo hanno intrattenuto un rapporto complicato. L’aggettivo “complicato” sicuramente farà alzare gli occhi a molti lettori. Gli stati e i movimenti comunisti hanno infatti perseguitato i fedeli in svariati momenti della storia. Al tempo stesso, i cristiani sono stati con passione presenti nei movimenti comunisti e socialisti di tutto il mondo. E questi cristiani, così come i loro compagni atei, sono comunisti non perché hanno frainteso gli obiettivi finali del comunismo, ma perché hanno compreso in modo autentico l’ambizione comunista di una società senza classi.
“Da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”, riassume Marx nella Critica del programma di Gotha, quasi un’eco della descrizione, fornita da Luca negli Atti 4:35 e 11:29, della Chiesa primitiva. Forse è stata la Day, e non il suo giovane vicino comunista, ad aver frainteso il comunismo.
È vero che Marx, Engels, Lenin e altri grandi comunisti erano convinti pensatori illuministi, atei che talvolta ritenevano che la religione si sarebbe dissolta nella luce splendente della ragione scientifica, e altre volte ne caldeggiavano una propaganda contraria (tuttavia non, come argomentò Lenin, in modo tale da dividere il movimento contro il capitalismo, vero nemico). Non dovrebbe risultare così scandaloso di per sé. Da atei moderni, non sono affatto soli, e il loro ateismo è comprensibile dato che spesso il cristianesimo è stata una forza alleata con i poteri dominanti che sfruttavano i poveri. I cattolici hanno trovato un mucchio di risorse filosofiche nelle fonti non cristiane del passato; perché non nei moderni?
Nonostante e al di là delle differenze teoriche, preti come Herbert McCabe, O.P., Ernesto e Fernando Cardenal, S.J., Frei Betto, O.P., Camilo Torres e molti altri cattolici – membri del clero, religiosi e laici – sono stati ispirati dai comunisti e, in numerose circostanze, hanno fornito il loro contribuito in qualità di membri ai movimenti comunisti e affini. Alcuni lo fanno tutt’ora – nelle Filippine, ad esempio, dove il “Christians for National Liberation”, un gruppo di attivisti dapprima organizzato da suore, preti e cristiani sfruttati, si colloca politicamente all’interno del Fronte nazionale democratico, una coalizione di movimenti con all’interno un filone fortemente comunista che, al momento, sta lottando contro il leader autoritario di estrema destra Rodrigo Duterte.
Più vicini a casa e al di fuori delle lotte armate, oggi i cristiani sono presenti anche nei movimenti comunisti degli Stati Uniti e del Canada. Qualunque ostilità possa essere esistita in passato, alcuni di questi movimenti sono ora abbastanza aperti alla partecipazione cristiana. Molti dei miei amici del Partito per il socialismo e la liberazione, ad esempio, un partito marxista-leninista, sono cristiani che vanno in chiesa o persone senza rancore contro la loro educazione cristiana, così come lo sono molte persone nell’ala radicale dei Democratic  Socialisti of America.
Il Partito Comunista degli Stati Uniti d’America ha pubblicato saggi che confermano le connessioni tra cristianesimo e comunismo e che incoraggiano i marxisti a non considerare i cristiani come irrimediabilmente persi a vantaggio della destra (il giornale CPUSA, People’s World, ha persino fornito un resoconto su suor Simone Campbell e la campagna del network Nuns on the Bus, finalizzata a fare pressione per la riforma dell’immigrazione). In Canada, Dave McKee, ex leader del Partito comunista canadese in Ontario, una volta era uno studente di teologia anglicana in un seminario cattolico, radicalizzato in parte dal suo contatto con le comunità di base in Nicaragua. Da parte mia, ho parlato più di Karl Rahner, SJ, di St. Óscar Romero e della teologia della liberazione durante le celebrazioni del Primo Maggio e gli incontri comunisti che non nella mia parrocchia cattolica.
In altre parole, sebbene alcuni comunisti preferirebbero senza dubbio un mondo senza cristianesimo, il comunismo non è semplicemente un programma per distruggere la Chiesa. Molti di coloro che hanno dedicato la propria vita alla Chiesa si sono sentiti in dovere di lavorare al fianco dei comunisti come parte della loro vocazione cristiana. La storia del comunismo, qualunque altra cosa possa essere, conterrà sempre una storia del Cristianesimo e viceversa, che piaccia o meno ai membri di entrambe le fazioni.
Il comunismo nella sua espressione sociopolitica ha talvolta causato grandi sofferenze umane ed ecologiche. Qualsiasi buon comunista lo ammette con facilità, anche perché il comunismo è un progetto incompiuto che dipende dal riconoscimento dei suoi errori reali e tragici.
Ma i comunisti non sono gli unici a dover rispondere della sofferenza umana causata. Lungi dall’essere un gioco amichevole di competizione mondiale, il capitalismo, sosteneva Marx, emerse attraverso la privatizzazione di quello che una volta era pubblico, come la terra condivisa, un processo imposto prima con la violenza fisica e poi proseguito attraverso la legge. Col passare del tempo, gli stessi esseri umani sarebbero diventati proprietà privata di altri esseri umani.
Il capitalismo coloniale, insieme alle tesi della supremazia bianca, inaugurò secoli di terrorismo sfrenato contro le popolazioni di tutto il mondo, creando un sistema in cui le persone potevano essere acquistate e vendute come merci. Anche dopo l’abolizione ufficiale della schiavitù nelle maggiori economie mondiali – che rese necessaria una guerra civile che costò cara agli Stati Uniti – gli effetti di quel sistema continuano a vivere, e le nazioni capitaliste e le società transnazionali continuano a sfruttare i poveri e i lavoratori in patria e all’estero. Oggi, per molte persone in tutto il mondo, essere dalla parte sbagliata del capitalismo può ancora fare la differenza tra la vita e la morte.
Cosa motiva un comunista?
Il comunismo ha fornito una delle poche opposizioni sostenibili al capitalismo, un ordine politico globale responsabile dell’ininterrotta sofferenza di milioni di persone. È quella sofferenza, riprodotta da schemi economici che Marx e altri hanno cercato di spiegare, che motiva i comunisti; non la congiura segreta contro l’ateismo (come ha sostenuto la Day una volta).
Secondo un rapporto della Oxfam pubblicato nel 2018, la disuguaglianza globale è sconcertante e ancora in aumento. La Oxfam, che non è gestita da comunisti, ha osservato che “l’82% della ricchezza creata [nel 2017] è andata all’uno per cento più ricco della popolazione globale, mentre i 3,7 miliardi di persone che costituiscono la metà più povera dell’umanità non hanno ottenuto nulla”.
Mentre imprenditori come Elon Musk e Jeff Bezos investono nei viaggi nello spazio, i loro lavoratori sono radicati nella lotta economica quotidiana qui sulla terra. Nelle fabbriche di Tesla del signor Musk, i lavoratori subiscono gravi infortuni più del doppio della media industriale e dichiarano di essere così esausti da crollare sul pavimento della fabbrica.
Un giornalista sotto copertura riferisce che i lavoratori, in un magazzino di Amazon nel Regno Unito, urinano in bottiglie per paura di essere puniti per il “tempo di inattività” e la società ha una lunga lista di precedenti reati. In Pennsylvania, i lavoratori di Amazon avevano bisogno di cure mediche sia per l’esposizione al freddo in inverno che per l’esaurimento del calore in estate. Ma queste cure sembrano a malapena prezzi che vale la pena pagare, quindi alcuni miliardari possono andare in vacanza nella distesa nera dello spazio. Come diceva un lavoratore di Tesla, a Detroit: “Tutto sembra il futuro, tranne noi”.
Per i comunisti, la disuguaglianza globale e lo sfruttamento dei lavoratori nelle corporations altamente redditizie non sono solo il risultato di datori di lavoro poco gentili o regolamenti sleali sul lavoro. Sono sintomi di un modo specifico di organizzare la ricchezza, un modo che non esisteva ai primordi dell’umanità e che rappresenta una parte della “cultura della morte”, per prendere in prestito una frase familiare. Viviamo già in un mondo in cui la ricchezza viene ridistribuita, ma va verso l’alto, non verso il basso o orizzontalmente.
Sebbene i sondaggi mostrino che i cittadini statunitensi sono diventati sempre più scettici sul capitalismo – un sondaggio di Gallup riporta persino che i democratici considerano in maniera più positiva il socialismo rispetto al capitalismo – tale atteggiamento non è molto popolare tra i rappresentanti elettorali. Le reazioni alla candidatura alle primarie di Bernie Sanders nel 2016 e il successo elettorale di Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, membri dei Democratici Socialisti d’America, un partito co-fondato da un ex Catholic Worker, Michael Harrington, sono state caratterizzate da un revival dell’isteria socialista. I politici repubblicani e democratici avevano detto chiaramente che qualunque fossero state le loro differenze, entrambi avrebbero concordato sul fatto che nella cultura politica americana il sostegno al capitalismo non è negoziabile, come sostenuto anche da Nancy Pelosi durante un’assemblea della CNN.
I comunisti non si accontentano dell’alternanza dei partiti capitalisti, che si puntano il dito a vicenda mantenendo, congiuntamente, un sistema che sfrutta moltitudini di persone, compresi i propri elettori. I comunisti pensano che possiamo costruire modi migliori di stare insieme nella società.
Contrariamente alla paura che i comunisti desiderino semplicemente le “cose” di tutti, l’abolizione della proprietà privata, per la quale Marx ed Engels fecero appello, significa l’abolizione dei modi privati di generare ricchezza, non degli abiti che hai sulle spalle o della collezione di cravatte di tuo padre. Come dice il detto popolare nei circoli comunisti, i comunisti non vogliono il tuo spazzolino da denti. Alcune delle proposte standard nei programmi dei partiti comunisti includono cose come fornire assistenza sanitaria gratuita, abolire il profitto privato dall’affitto di proprietà e la creazione di istituzioni veramente democratiche in cui i politici non sono milionari e sono soggetti a richiamo.
Infatti, sebbene la Chiesa cattolica insegni ufficialmente che la proprietà privata è un diritto naturale, questo insegnamento ci giunge a condizione che la proprietà privata sia sempre subordinata al bene comune. Così subordinato, afferma Papa Francesco in un momento veramente profondo del “Laudato Si”, che “La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto il diritto alla proprietà privata come assoluto o inviolabile, e ha sottolineato lo scopo sociale di tutte le forme di proprietà privata”.
C’è una sorta di parallelismo con il Manifesto del Partito Comunista, laddove Marx ed Engels sottolineano che abolire la proprietà privata non significa abolire la proprietà personale o il tipo di cose che un artigiano o un agricoltore potrebbe possedere, ma la proprietà accumulata detenuta dai ricchi, che divide gli esseri umani in classi antagoniste di persone – in altre parole, il tipo di proprietà privata che la maggior parte di noi non ha.
“Il fatto che noi intendiamo eliminare la proprietà privata vi inorridisce”, affermano Marx ed Engels ai loro detrattori borghesi. “Ma nella vostra società esistente, la proprietà privata è già stata eliminata per nove decimi della popolazione; la sua esistenza per pochi è dovuta esclusivamente alla sua non esistenza nelle mani di quei nove decimi.”
Invece, scrivono che la proprietà dovrebbe essere trasformata. In un passaggio non troppo lontano dall’audace frase di Papa Francesco riportata sopra, Marx ed Engels affermano: “Quando, quindi, il capitale viene convertito in proprietà comune, nella proprietà di tutti i membri della società, la proprietà personale non viene così trasformata in proprietà sociale. È solo il carattere sociale della proprietà che viene modificato. Perde il suo carattere di classe.”
Ciò che i comunisti desiderano è una vita autenticamente comune insieme, e pensano che ciò possa avvenire solo relativizzando la proprietà alla luce del bene di tutti. Davvero radicale, ma certamente non così scioccante per le persone che ricordano quando la Vergine Maria cantò che Dio ricolmò di beni gli affamati e rimandò a mani vuote i ricchi vuoti (Lc 1, 53).
Dorothy Day e il comunismo cristiano
Dorothy Day sembrò riconoscere in seguito le motivazioni più profonde del comunismo, e mutò il suo giudizio sui comunisti buoni suggerendo che forse esiste anche un buon comunismo. Il suo articolo su America fu scritto all’inizio della Grande Depressione. Venti anni dopo, Fidel Castro e compagni fondarono il Movimento del 26 luglio che, nel 1959, estromise Fulgencio Batista, il cui regime era noto per la tortura e l’uccisione di migliaia di cubani con il sostegno degli Stati Uniti.
Riflettendo sulla rivoluzione cubana sul Catholic Worker del 1961, la Day offrì una prospettiva complessa sulla persecuzione di alcuni cattolici in seguito alla rivoluzione. Tuttavia, scrisse, “È difficile… dire che il posto del Catholic Worker è con i poveri e che, essendo lì, ci troviamo spesso dalla parte dei persecutori della Chiesa. Questo è un fatto tragico.”
La Day ricordò ai suoi lettori che Castro aveva sottolineato il fatto che non fosse contro la Chiesa o i cattolici in quanto tali (conosceva i cattolici della rivoluzione, dopo tutto) ma contro quelle fazioni all’interno di Cuba che avrebbero preferito aggrapparsi al vecchio regime, costruito sull’oppressione del popolo di Cuba. Castro non solo permise a sacerdoti e suore di rimanere a Cuba, scrisse la Day, ma affermò che la Chiesa resistette a monarchie, repubbliche e stati feudali. “Perché non può esistere sotto uno stato socialista?”, chiese. Aveva notato che molti gesuiti sarebbero rimasti a Cuba per lavorare nelle parrocchie e aggiunse che i gesuiti avevano già avuto esperienze di persecuzioni e repressioni.
Ma Dorothy Day non era aperta solo alla possibilità a malincuore che la Chiesa cubana non potesse essere spazzata via dal socialismo. Andò oltre: “Siamo dalla parte della rivoluzione. Riteniamo che debbano esserci nuovi concetti di proprietà, propri dell’umanità, e che il nuovo concetto non sia così nuovo. C’è un comunismo cristiano e un capitalismo cristiano.
“Dio benedica i sacerdoti e il popolo di Cuba. Dio benedica Castro e tutti coloro che vedono Cristo nei poveri”, disse. Un anno dopo, la Day visitò Cuba per vedere da sé la società rivoluzionaria. In una serie di comunicati al Catholic Worker, riportò brillantemente, anche se non senza notare le molte difficoltà a cui la giovane società doveva porre rimedio, i problemi che sperava potessero effettivamente essere risolti con un po’ di ingegnosità comunista.
Ormai da oltre un secolo, i comunisti – cristiani e non cristiani – combattono contro una violenta economia capitalista, mettendo a repentaglio le loro vite e la libertà, sopportando assassini, la prigione e la guerra. Indipendentemente dal fatto che uno sia o meno convinto dalla speranza comunista di abolire la proprietà privata, è innegabile che i comunisti abbiano fornito una vera e propria sfida materiale a un sistema globale che i più potenti governi del mondo hanno tutte le intenzioni di perpetuare. La perdita di un movimento comunista di massa, dovuta in gran parte a un’aggressiva persecuzione legale e politica da parte degli Stati Uniti e di altri governi, ha reso difficile l’organizzazione dell’opposizione al capitalismo stesso; ma anche in sua assenza, la maggioranza dei millennial respinge il capitalismo.
Come dicevano Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista: “Al posto della società borghese, con le sue classi e gli antagonismi di classe, avremo un’associazione, in cui il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione per il libero sviluppo di tutti.” È con quella speranza di libero sviluppo, al di là della concorrenza dei capitalisti, che molti cattolici, me compreso, si annoverano tra i comunisti.
Quindi Dorothy Day aveva ragione quando diceva che è quando i comunisti sono bravi che sono pericolosi. I comunisti perseguono il bene quando sono pericolosi; si oppongono a un sistema economico basato sull’avarizia, sullo sfruttamento e sulla sofferenza umana, affliggendo il benestante e confortando l’afflitto. E in un mondo legato a un’economia della morte, che sta danneggiando la nostra “casa comune”, come ci dice Papa Francesco, e affermandosi come la fine della storia, dobbiamo anche aggiungere: è quando i comunisti sono pericolosi che sono buoni.
Dean Dettloff

Sulla Chiesa: rileggendo Pasolini corsaro

Autore: liberospirito 11 Apr 2019, Comments (0)

E’ capitato di rileggere, come per caso, alcune pagine di Pasolini sulla Chiesa. Nello specifico si tratta di una sua recensione di un libro pubblicato dalla casa editrice del Vaticano. Il testo proviene dagli Scritti corsari (Milano, Garzanti, 1975), anche se è un breve articolo apparso sul “Tempo” il 1° marzo 1970. Parlare della lungimiranza di Pasolini sembra quasi un luogo comune, ma che dire di queste righe risalenti a cinquant’anni fa?

La Chiesa non può che essere reazionaria; la Chiesa non può che essere dalla parte del Potere; la Chiesa non può che accettare le regole autoritarie e formali della convivenza; la Chiesa non può che approvare le società gerarchiche in cui la classe dominante garantisca l’ordine; la Chiesa non può che detestare ogni forma di pensiero anche timidamente libero; la Chiesa non può che essere contraria a qualsiasi innovazione anti-repressiva (ciò non significa che non possa accettare forme, programmate dall’alto, di tolleranza: praticata, in realtà, da secoli, a-ideologicamente, secondo i dettami di una «Carità» dissociata – ripeto, a-ideologicamente – dalla Fede); la Chiesa non può che agire completamente al di fuori dell’insegnamento del Vangelo; la Chiesa non può che prendere decisioni pratiche riferendosi solo formalmente al nome di Dio, e qualche volta magari dimenticandosi di farlo; la Chiesa non può che imporre verbalmente la Speranza, perché la sua esperienza dei fatti umani le impedisce di nutrire alcuna specie di speranza; la Chiesa non può (per venire a temi di attualità) che considerare eternamente valido e paradigmatico il suo concordato col fascismo. Tutto questo risulta chiaro da una ventina di sentenze «tipiche» della Sacra Rota, antologizzate dai 55 volumi delle Sacrae Romanae Rotae Decisiones, pubblicati presso la Libreria Poliglotta Vaticana dal 1912 al 1972.

Non c’era bisogno certo della lettura di questo florilegio per sapere le cose che ho qui sopra sommariamente elencato. Tuttavia le conferme concrete – in questo caso la «vivacità involontaria dei documenti – ridà forza a vecchie convinzioni tendenti all’inerzia. Per quel che riguarda una lettura letteraria, queste «sentenze» hanno poi notevoli elementi oggettivi di interesse (come osserva il prefatore del volume, Giorgio Zampa). Esse alludono con la violenza dell’oggettività – ossia dei riferimento alla matrice comune a tutta una serie di situazioni romanzesche: Balzac («Emilio Raulier aveva deciso di associarsi a tale Giuseppe Zwingestein, ma non aveva il capitale a ciò necessario…», «Se papà Planchut mi desse la somma…»), Bernanos, o Piovene («Frida… rimase orfana di entrambi i genitori ancora bambina e fu mandata dal nonno, che le faceva da padre, nel collegio delle suore di N. N., ove rimase sin quando ebbe quindici anni…»), Sologub («Essendo molto ricca, non appena ebbe superata la pubertà, venne chiesta in sposa al nonno da molti, alcuni dei quali di vecchia e nobile famiglia…»), Puškin («A bocca aperta i contadini ammirarono da lontano la pompa notturna delle nozze celebrate nella cappella privata della tenuta, tra Maria e il sottotenente Michele verso la mezzanotte dell’8 giugno 19..»), Pirandello, Brancati e Sciascia (“Affascinata dall’avvenenza di Giovanni, giovane di ventotto anni, cattolicamente e piamente allevato, Renata, minore di lui di otto anni e allevata secondo princìpi e abitudini liberali, se ne invaghì…», «Quindi ella contrasse matrimonio per soddisfare la propria libidine, né poteva fare diversamente, giacché lui almeno dal punto di vista formale era cattolico e praticante»).

Confesso che è da romanziere che ho letto questo libro, o forse anche da regista. La casistica è tale, da non potersi considerare cibo di tutti i giorni. Sono rimasto invece scandalizzato (in una lettura cosi professionale) da ciò che la Chiesa appare attraverso questo libro. Per la prima volta, essa si rivela anche formalmente del tutto staccata dall’insegnamento del Vangelo. Non dico una pagina, ma nemmeno una riga, una parola, in tutto il libro, ricorda, sia pure attraverso una citazione retorica o edificante, il Vangelo. Cristo vi è lettera morta. Viene nominato Dio, è vero: ma solo attraverso una formula (“avendo innanzi agli occhi soltanto Dio, invocato il nome di Cristo”), o poco più, ma sempre con inerte solennità liturgica, che non distingue per nulla queste «sentenze» da un testo sacerdotale faraonico o da un rotolo coranico. Il riferimento è semplicemente autoritario, e, appunto, nominale. Dio non entra mai all’interno dei ragionamenti che portano gli «Uditori» a annullare o a confermare un matrimonio, e quindi nel giudizio pronunciato a proposito dell’uomo e della donna che chiedono il «divorzio» e della folla dei testimoni e dei parenti che riempiono la loro vita sociale e familiare. Ciò che i giudici hanno in mano è il codice; e va bene. Questo si può giustificare col fatto che il codice è specifico e specialistico. Ma, intanto, quel codice non è mai letto e applicato cristianamente: ciò che contano in esso sono le sue norme, e si tratta di norme puramente pratiche, che traducono in termini dal senso unico concetti irriducibili come, per esempio, «sacramento». (…)

Gesù e/è Dio?

Autore: liberospirito 14 Set 2018, Comments (0)

Riprendiamo dal sito di MicroMega un intervento del pastore valdese Alessandro Esposito riguardante la natura divina di Gesù, il rabbi di Nazareth. Tale intervento prende spunto da un precedente articolo già apparso su MicroMega, nonché dalla traduzione italiana di un saggio del biblista e filologo statunitense Bart Ehrman.  

In data 30 agosto 2018 è stato pubblicato sul sito internet di questa rivista un interessante articolo a cura di Michele Martelli, nel quale l’autore commentava in maniera piana e lineare le tesi contenute nel libro di Bart D. Ehrman How Jesus Became God, tradotto l’anno scorso in lingua italiana dalla casa editrice Nessun Dogma. Poiché sia l’articolo che il libro al quale esso fa riferimento trattano di una questione piuttosto ignota ai non addetti ai lavori e decisamente controversa per coloro che si occupano di studi storici e teologici, vorrei provare a mettere in rilievo alcuni aspetti fondamentali, in merito ai quali, ritengo, la riflessione andrebbe approfondita.

La questione nevralgica, in ultima istanza, può essere riassunta mediante l’interrogativo: “Ma Gesù è Dio”? Secondo la maggior parte delle chiese cristiane (inclusa quella valdese) sì. Vi sono, effettivamente, dei passi del Secondo Testamento che possono far propendere per questa risposta. Il problema, però, è un altro. Vi sono infatti altri passi neotestamentari attraverso i quali si comprende chiaramente che Gesù non è presentato né predicato come Dio. È un dato di fatto, non un’ipotesi di lavoro. Procediamo, allora, ad alcuni chiarimenti, che mi paiono quanto mai opportuni.

Le testimonianze del Secondo Testamento non sono affatto concordi circa la nostra questione; e questo per un motivo assai semplice: i testi che vengono a comporre il canone neotestamentario sorgono in luoghi e periodi tra loro assai distinti e distanti. La teologia sottesa dal vangelo secondo Marco, non è la stessa che si può ricavare dalla lettura attenta del vangelo secondo Giovanni o dallo studio dell’epistolario paolino. In estrema sintesi, si può riscontrare che non vi è alcuna testimonianza riconducibile ai cosiddetti “vangeli sinottici” (Marco, Matteo, Luca) attraverso ci si possa asserire in maniera univoca e inequivocabile che Gesù è Dio; tutte le affermazioni che consentono di avallare questa interpretazione sono rinvenibili esclusivamente nell’evangelo giovanneo o nelle epistole paoline e deutero-paoline (ovverosia attribuite a Paolo di Tarso ma, in verità, redatte posteriormente). Questo, lo ripeto, per il semplice fatto che non si può parlare di una “teologia” del Secondo Testamento ma, soltanto, di “teologie”, al plurale, le quali restituiscono riflessioni, sensibilità, percorsi comunitari tra loro diversi.

La cosiddetta “confessione di fede trinitaria”, nella quale si asserisce la duplice natura del nazareno, al contempo umana e divina, non è biblica, ma ecclesiastica: la stabilirono i concili del cristianesimo tardo-antico, in particolare quello di Nicea (nel 325) e, in maniera (per così dire) definitiva, il concilio di Calcedonia (nel 451). Come si può notare, siamo in date assai distanti dalla predicazione di Gesù e dalla nascita del movimento cristiano delle origini. Ma, ancora una volta, il problema è un altro: quello di ordine cronologico, infatti, è secondario rispetto a quello di natura politica. Le decisioni assunte dai primi concili ecumenici, di fatto, beneficiarono dell’appoggio dei poteri costituiti e rivestirono la chiara funzione di strumenti di controllo sociale. Ciò che venne deciso in ambito conciliare, pertanto, non si afferma a motivo della sua verità (argomento sempre discutibile e molto spesso abusato), ma a causa del prevalere in senso squisitamente politico di una delle due tesi nei riguardi di quella opposta: l’eresia, del resto, è sempre definita tale dalla posizione che storicamente si afferma e che si autoproclama, in tal modo, “ortodossa”.

Inoltre, il fatto che si tratti di una vexata quaestio è testimoniato dalla constatazione che le decisioni conciliari non riuscirono in alcun modo a tacitare il dissenso, il quale continuò ad esprimersi in seno a correnti ritenute eterodosse e ad alimentare il dibattito dei secoli successivi: difatti, una decisione dogmatica non può rappresentare se non la conclusione arbitraria di una discussione che, per quel che attiene ai suoi contenuti, rimane inevitabilmente aperta, poiché in ultima istanza impossibile da dirimere mediante il ricorso ad argomentazioni irrefutabili.

Per questo, e concludo, la questione cosiddetta dell’antitrinitarismo (ma meglio sarebbe chiamarla unitariana, in modo tale da evitare di utilizzare il nome affibbiatole dai suoi detrattori) risorge sempre in seno al cristianesimo, ed è destinata a non estinguersi mai del tutto. Le ragioni fondamentali di questo destino ineluttabile, come ho provato ad illustrare, sono basicamente due: in primo luogo, la tesi unitariana ha un fondamento biblico; in secondo luogo le argomentazioni portate a suffragio della tesi cosiddetta “ortodossa”, che sancì il dogma trinitario e la divinità di Gesù, non possono in alcun modo ritenersi conclusive.

Alessandro Esposito 

Teologia e femminicidio

Autore: liberospirito 13 Feb 2018, Comments (0)

Pubblichiamo un recente intervento di Augusto Cavadi (proveniente dal sito http://livesicilia.it) in cui viene istituita una relazione tra violenza maschile sulle donne, struttura sociale a base patriarcale e teismo. Il testo è ricco di numerosi spunti che invitano alla riflessione e al dibattito nella prospettiva di poter costruire una religiosità su base post-patriarcale. Augusto Cavadi oltre a essere docente, filosofo, studioso e scrittore, è anche ispiratore e componente del “Gruppo Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne”.

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Per molto tempo si è supposto che la mafia esista quando spara, solo tardi ci si è chiarito che essa emerge quando trova ostacoli sulla sua escalation e tace, sommersa, quando può dominare incontrastata. Quando cesseremo di ripetere l’errore a proposito della violenza maschile sulle donne?

Neppure in questo caso si tratta di un’emergenza. I casi di cronaca sono solo la spia di una condizione stabile, strutturale, di oppressione sistemica: i maschi uccidono quando questa dominazione psicologica e sociologica viene messa in dubbio dalla ribellione di questa o di quella donna. Se ciò non accade, il maschilismo patriarcale vige e si diffonde come un cancro silenzioso, asintomatico. Potremmo dire che esso è più forte quando, incontrastato, non ha neppure bisogno di alzare la clava sulla testa delle donne.

Una prevalenza così radicata e diffusa si spiega con ragioni fisiche, psichiche, economiche, sociali e politiche: ma anche culturali. Basta interrogare i miti religiosi, le fiabe popolari, le leggende tradizionali per capire quali “archetipi” (diceva Jung) abitano l’immaginario collettivo dell’umanità. E’ senza significato, ad esempio, che nel Mediterraneo siano prevalse tre religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo, islamismo) secondo le quali il Divino si è configurato come Padre, onnipotente, dai voleri imperscrutabili e indiscutibili? Nelle quali il ruolo della donna è nettamente inferiore ai ruoli riservati ai maschi? Il sistema patriarcale vigente in terra è stato, per così dire, proiettato in cielo: ma, a sua volta, il patriarcato celeste è servito da legittimazione ideologica del patriarcato terrestre.

La teologa Hanna Wolff (alla cui valorizzazione ho dedicato il mio libretto Tenerezza) ha notato come Gesù di Nazareth abbia tentato di rivedere criticamente questa idea di Dio-patriarca mettendo in evidenza i caratteri femminili-materni del Divino; ma come, alla sua morte, da san Paolo in poi, l’antica prospettiva maschile-maschilista sia riemersa in tutta la sua pesantezza. Ecco perché oggi non è solo la teologia femminista a riesaminare le concezioni tradizionali di Dio per restituire al Mistero quella assoluta incomprensibilità che lo sottragga a rappresentazioni infantili, primitive. Come scrive qualche teologa, sino a quando Dio viene concepito sempre e solo come Maschio, il maschio avvertirà la tentazione di concepirsi come dio. E queste dinamiche – sia specificato per chiarezza – riguardano credenti, non-credenti e agnostici: sia che lo professa sia chi lo nega, è comunque prigioniero di un’idea del Divino antropomorfica e sessista. Liberarsene a livello di riflessione critica personale, ma anche nell’orizzonte di senso collettivo, sarebbe un modo molto concreto di indebolire alle radici la visione della supremazia maschile di cui le violenze quotidiane e i femminicidi sono soltanto l’effetto terminale.

Augusto Cavadi

Che cos’è il post-teismo?

Autore: liberospirito 29 Gen 2018, Comments (0)

Quanto segue è un testo dello spagnolo (ma da anni cittadino latinoamericano) José María Vigil, uno degli intellettuali maggiormente impegnati nel rinnovamento in campo teologico. La prospettiva a cui questo breve testo introduce è quella post-teista, vale a dire una riflessione sulle cose ultime e sul fondamento della vita che va oltre le religioni e la nozione stessa di Dio. Il testo è di qualche anno fa, ma lo riproponiamo perché continua a rimanere quanto mai attuale.

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Una lunga ma non eterna storia dell’idea “Dio” 

Gli antropologi insistono sul fatto che l’homo sapiens è stato homo religiosus sin dal principio. Questo primate iniziò a essere “umano”  quando giunse ad aver bisogno di un senso per vivere, arrivando con ciò a percepire una dimensione spirituale, sacra, misteriosa… Pensavamo che quella dimensione religiosa indicasse una relazione necessaria e indiscutibile con “Dio”. Ma oggi sappiamo che non è sempre stato così. Adesso abbiamo dati che indicano che durante tutto il Paleolitico (70.000-10.000 a.C) i nostri antenati adoravano la Grande Dea Madre, che non era un “Dio” femminile, ma la “Divinità”, confusamente e profusamente identificata con la Natura. L’idea concreta di “dio” tale a come poi è giunta a noi è di  molto posteriore, solo dell’epoca della rivoluzione agricola (10.000 anni fa). Il dio personale, maschile, guerriero, che abita nel cielo e si allea con la tribù per difenderla e lottare contro i suoi nemici… è un’idea relativamente recente, che si generalizzò e si impose prevalentemente nelle religioni “agrarie” . Il concetto greco di dio (theos) avrebbe marcato successivamente l’Occidente: è il “teismo”, un modo di concepire il religioso centrandolo interamente nella figura di “dio”. Gli dei vivono in un mondo al di sopra del nostro, e sono molto potenti, però, come noi, hanno passioni umane, molto umane. Gli stessi filosofi greci criticheranno quell’immagine troppo umana degli dei. Anche il cristianesimo purificherà l’immagine abituale di Dio, che continuerà a essere, tuttavia, piuttosto antropomorfica: Dio ama, crea, decide, si offende, reagisce, interviene, si pente, perdona, redime, salva, ha un progetto, si allea… come noi, che del resto siamo fatti a sua immagine e somiglianza. Quel Dio onnipotente, Creatore, Causa prima, Signore, Giudice… rimase infine al centro della cosmovisione religiosa occidentale, come la stella polare del firmamento religioso intorno a cui tutto gira. Di Dio non si poteva neanche dubitare: già il dubbio era un peccato, contro la fede. Credere o non credere in Dio: questa era la questione decisiva. Tutto il mistero dell’esistenza dell’umanità dipendeva da Dio, che, senza manifestarsi direttamente agli esseri umani, li sottopone alla prova di “credere” fermamente in lui, “fidandosi” di determinati segni o indizi lasciati nel mondo. La “prova” decisiva che Dio poneva all’umanità consisteva in questo, in “credere in Dio”, un Dio che non si vede.

La scienza e la modernità si scontrano con Dio

Però, a partire dal XVII secolo, l’evoluzione della scienza fa retrocedere “Dio” riguardo a tutto ciò che gli era stato attribuito fin’allora. Grotius l’ha formulato in maniera emblematica: tutto funziona autonomamente, etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. La scienza scopre le “leggi della natura”; i folletti e gli spiriti ormai non sono più necessari, i miracoli spariscono, e diventano persino incredibili. Bultmann dirà: “È impossibile far uso della luce elettrica e della radio, approfittare delle moderne scoperte mediche e chirurgiche e allo stesso tempo credere nel mondo testamentario degli spiriti e dei miracoli”. Non solo la scienza, ma anche la psicologia sociale ci trasforma: l’essere umano moderno adulto non si sente a suo agio di fronte a un Dio paternalista e tappabuchi (Pere Torras). Bonhoeffer dirà: “Dio si ritira, ci chiama a vivere senza di lui, come adulti, un cristianesimo senza religione, una santità laica”. Se nel XVIII secolo iniziò l’ateismo, nel XX si moltiplicò esponenzialmente: fu la scelta “religiosa” che ebbe maggior sviluppo. Aumentano gli a-theos, i “senza-Dio”, che non sono persone di cattiva volontà che vogliono combattere Dio, ma persone a cui questa immagine, questo concetto di Dio spesso non risulta credibile, e nemmeno intellegibile. L’idea di “dio” viene messa sempre più profondamente in questione.

Nuovi modi di impostare la questione

Il cristianesimo occidentale dei secoli XVIII-XIX interpretò l’ateismo come anticlericalismo, e in parte aveva ragione. Però più tardi avrebbe riconosciuto che i critici atei avevano un’altra gran parte di ragione: “noi cristiani abbiamo velato più che rivelato il volto di Dio” (Vaticano II, GS19). A partire dal Vaticano II, abbiamo riconosciuto di aver spesso difeso, predicato e sostenuto immagini inadeguate di Dio, e ora sono molti i cristiani che riconoscono che “nemmeno io credo in quel Dio in cui non credono gli atei” (Juan Arias e il patriarca Atenagora IV). Però oggi stiamo facendo un passo ulteriore. Ora stiamo arrivando a pensare che il concetto stesso di “Dio” non è un’ovvietà universale e indiscutibile. Oggi vediamo chiaramente che questo concetto è una costruzione umana. Come qualunque altro concetto. È un “modello” che utilizziamo per dare una forma accessibile a un mistero percepito con molta difficoltà. Un modello, uno strumento cognitivo, non una descrizione della realtà che vuole evocare, sempre al di là dello strumento creato dall’essere umano per darle una forma cognitiva. A questo punto siamo in grado di scoprire le sue limitazioni e di non restare legati alla sua mediazione obbligata. Di più: c’è chi crede che certi concetti di dio – di sicuro molto diffusi – sono persino dannosi, perché trasmettono idee profondamente sbagliate all’Umanità. Andrés Pérez Baltodano ritiene urgente cambiare l’immagine di Dio nel suo Paese, perché l’immagine comune che lì è diffusa risulta nociva per uno sviluppo sociale sano. La questione è nuova, e molto seria: che statuto diamo al concetto “dio”?

L ’idea di “theos” ha i suoi problemi

Cominciamo riconoscendone alcuni: – l’“oggettivizzazione” di dio: Dio diventa “un essere”, molto speciale, però un essere concreto, un “individuo”… che vive in cielo, “lassù, là fuori”… Ancora oggi l ’immensa maggioranza dei credenti di questo pianeta crede che sia letteralmente così; – è una “persona”: ama, perdona, ordina, ha un progetto… come noi… Non è antropomorfismo? – è onnipotente, Signore, patrone assoluto di tutto, da cui dipende interamente l’essere umano, un Giudice universale che premia e castiga… Una proiezione del sistema agrario? – si prende cura con la sua “provvidenza” della storia umana ed esercita e detiene la responsabilità ultima sul suo corso e sulla sua fine. Non ci deresponsabilizza? – è il Creatore che un giorno ha deciso di creare, invece di continuare a lasciar esistere il nulla. Essendo creatore, è assolutamente “trascendente”, totalmente diverso dal cosmo che avrebbe potuto non esistere mai se il Creatore non avesse deciso di farlo sorgere e di mantenerlo continuamente in essere… Siamo di fronte a un dualismo radicale che pone l’Assoluto da un lato e la realtà cosmica, spogliata da ogni valore, dall’altro? – tradizionalmente è stato un dio del mio paese o della mia religione, che “ci ha scelto” e ci protegge di fronte agli altri, ci ha rivelato la verità e ci dà una missione universale per salvare gli altri… Un dio tribale, particolarista, provinciale? A ben vedere, il concetto “Dio” è un modello che è stato utile, un modello geniale che ha conquistato per millenni l’umanità, ma che con l’avanzare della storia ha evidenziato i suoi limiti, le sue implicazioni inaccettabili, anche le sue gravi mancanze. È stata una maniera di modellare il Mistero che percepiamo e che vogliamo evocare, ma un modello che da tempo risulta inaccettabile per un numero crescente di persone, le quali non rifiutano la sacralità della vita e della realtà, la sua Divinità, ma non riescono a “modellarla” come un theos, che altro non è che il modo agrario di immaginare‑concepire la Divinità… Se esiste il mistero della Divinità ‑ e non sono molti a negarla ‑ deve essere qualcosa di più profondo di ciò che quella fede tradizionale ha immaginato come “Dio”. Stabiliamo una distinzione. Una cosa è intuire il Mistero, intuire con riverenza il Sacro della realtà, la Realtà ultima, inesprimibile e indescrivibile, e accoglierla in un riverente e rispettoso silenzio senza forme, e altro è credere che quel Mistero adotti concretamente il modello “Dio” (theos, un essere onnipotente che si trova lassù…). Oggi questa distinzione si accentua e salta più chiaramente alla vista. Il teismo viene visto sempre più come un modello, uno, non l’unico, non necessario.

Credere nella Realtà ultima, senza immagine di Dio

Sempre più esseri umani intuiscono e percepiscono che la Realtà ultima non può essere tanto semplice come quel-l’immagine del dio-theos… Non possiamo confondere ciò che è in verità la realtà ultima con la nostra idea “dio”. Il teismo è un “modello”, un modo concreto di immaginare-concepire il divino, uno strumento concettuale o cognitivo, un aiuto, ma non è l’unico modello, né un modello imprescindibile. – Il teismo è uno strumento culturale che si è mostrato sommamente utile, persino geniale; ma non è una “descrizione fedele” della Realtà ultima, che non possiamo “immaginare”. – È una creazione umana, perciò soggetta al cambiamento; ci è sembrato un’idea evidente, ma l’umanità ha trascorso molto tempo senza di esso e arriva il momento in cui molte persone non si trovano più a loro agio con questo modello: non riescono ad accettare quel modo di immaginare la Realtà ultima. Sentono che il “teismo”, l’immaginare la Realtà ultima come “dio”, non è l’unica maniera di relazionarsi con essa, né la migliore, né sempre positiva. Ma non c’è ragione di screditare il “teismo”, che per molte persone continua a risultare utile, anche imprescindibile. Quello che importa è che tutti, anche quelli per cui non è un problema, smettano di considerarlo imprescindibile e scoprano che è solo uno strumento, e che sempre di più altre persone cominciano ad aver necessità di un altro modello, non teista. Al teismo non si oppone più l’a‑teismo, ma il post‑teismo: l’atteggiamento profondo di chi crede nella Divinità di sempre ma senza considerarla theos. “Credere o non credere in Dio” non è più il centro della questione. Diciamo che si può credere in Dio senza credere in theos; si può alimentare la stessa posizione di fede di sempre, senza sacralizzare né accogliere un “modello” che oggi può sembrare superato. Ciò che ora è decisivo non è più accettare o no un modello, ma vivere la stessa esperienza spirituale dei nostri antenati con modelli che a noi possono non servire più.

José María Vigil

 

Salvator mundi

Autore: liberospirito 9 Gen 2018, Comments (0)

Dal blog arte e natura pubblichiamo una riflessione post-natalizia. Il punto d’avvio riguarda un quadro attribuito a Leonardo da Vinci, battuto per una cifra stratosferica presso una celebre casa d’aste inglese.

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Siamo al nove di gennaio e, come si dice, son finite le feste. E’ finito quel periodo dell’anno che, per i più, si risolve in grandi mangiate e, nonostante tutto, corse agli acquisti. Periodo in cui la vittoria del consumo su ogni altro senso – ottundere i sensi si dice – la fa da padrone fino ai minimi termini.

Nella tradizione religiosa cristiano-cattolica – sorretta da una chiesa che da millenni recita la sua parte di comodo per mantenere intatto il potere che si è conquistata – questo sarebbe il tempo in cui, ricordando la nascita di un profeta chiamato Gesù, si riflette sulla nascita, cioè sulla venuta alla luce. Si potrebbe riflettere anche sull’abitudine che la vita ha di morire e rinascere, dunque sulla ciclicità e infatti non è casuale se questo periodo, alle nostre latitudini, coincide con le feste sostiziali di pagana memoria.

Ma, secondo chi scrive, mai come oggi, nei tempi a cui siamo giunti, il messaggio di quell’uomo così importante nella nostra tradizione occidentale, è reso pura apparenza, bellezza di facciata atta a nascondere ben altro dio: quel denaro su cui ormai si gioca la vita e la morte.

Questo breve pensiero “post-natalizio” va a rinfrescare un fatto accaduto circa alla metà di novembre dell’anno appena terminato: si tratta della vendita, organizzata dalla britannica casa d’aste Christie’s, per 450 milioni di dollari (circa 380 milioni di euro) di una tela attribuita alla mano di Leonardo da Vinci che raffigura il salvatore del mondo. Salvator mundi – recita il titolo in latino – che pare abbia battuto ogni record di vendita.

Intorno all’opera e alla sua autenticità – cioè a dire: è stato realmente dipinto solo da Leonardo oppure il grande maestro ci ha messo mano insieme ai pittori che lo aiutavano a bottega? Se non addirittura: non è possibile invece che sia stato eseguito completamente dalla sua bottega che, come è risaputo, quando ancora il maestro era in vita, poteva rilasciare riproduzioni degli originali del maestro e talvolta anche spacciare qualche quadro come autografo? – c’è stata a quanto pare una certa diatriba perché la tela risulta alquanto rovinata e quindi più difficile da autenticare con certezza.

L’operazione di mercato congeniata intorno a questo quadro – l’opera d’arte diventa un prodotto; quindi anche un capolavoro conta solo se riesce a fare rumore mediatico – l’ha presentato come un nuovo riscoperto capolavoro leonardesco (pare che in realtà fosse conosciuto già da tempo) e la sua apparizione è stata studiata con cura attraverso una massiccia campagna pubblicitaria che ha previsto esposizioni in giro per il mondo (con un totale di circa 27.000 visitatori) compresa la National Gallery di Londra in una recente mostra su Leonardo da Vinci a cui è seguito il gran finale della vendita all’asta.

Lasciamo perdere questo aspetto della questione sul quale, per chi fosse interessato, c’è molto materiale reperibile nel web, e veniamo al dunque. A noi interessa mettere insieme il soggetto rappresentato nel quadro e quell’esorbitante quantità di denaro. Ci interessa rendere evidente come questo accadimento mostri la sostituzione che si è lentamente operata e che oramai trionfa nella nostra società portandola allo sfacelo: colui che ha indicato la strada della salvezza e, con l’esempio di vita, mostrato il modo per percorrerla (che sia realmente esistito ormai pare acclarato, ma anche se fosse personaggio mitico, le cose non cambierebbero) ha smesso da tempo di influire sulle coscienze e la sua immagine/oggetto viene venduta per una cifra con la quale noi gente comune non sappiamo nemmeno fare i conti.

In questo caso si tratta del Messia ma è ogni immagine o idea che abbiamo chiamato dio – mettendo lì dentro il meglio della nostra capacità di esistere in relazione tra noi e il resto del mondo – che ormai da tempo è stata sostiuita dalla divinità denaro che tutti noi adoriamo anche senza accorgercene.

Siamone consapevoli, poi sciegliamo come proseguire. Quella sfera, in fondo, è nelle nostre mani.

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Domani – 25 di dicembre – è il giorno di Natale, dopo tutti gli stordimenti delle celebrazioni consumistiche che il mega-mercato odierno elargisce in questi giorni e dopo la retorica, per lo più irrigidita e povera di senso per le donne e gli uomini di oggi, che la Chiesa si rassegna a proporre con sempre minore convinzione. Qui invece suggeriamo la lettura di una considerazione, teologicamente laica, di Augusto Cavadi, filosofo di strada palermitano, proveniente dal suo blog http://www.augustocavadi.com. Tempo fa abbiamo anche segnalato l’uscita di un interessante libro di John Spong (teologo statunitense) dedicato proprio al tema della natività; chi fosse interessato può andare qui.

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I biblisti sono ormai unanimi: natale non è il centro dei quattro vangeli. Questi testi sono stati costruiti intorno a ciò che i primi cristiani ritenevano il fulcro della propria fede: la resurrezione di Gesù (e non è un caso che della nascita del Redentore parlano solo Matteo e Luca, redatti successivamente a Marco che ne tace). Eppure…Eppure natale è la festa più emozionalmente avvertita dai cristiani e, per molti versi, dagli abitanti del pianeta. Come mai?

La chiesa dei primi secoli è stata strategicamente geniale nell’adottare come ricorrenza della nascita di Cristo non la sua data cronologica  (per altro impossibile da determinare per mancanza di registri anagrafici all’epoca), ma la festa del dio Sole: un modo semplice, immediato, ma efficace di esprimere la convinzione che il  Maestro fosse la nuova Luce apparsa sulla terra per diradare il buio di quei tempi (e non solo di quelli!).

La rilevanza del natale è sottolineata dal cammino che lo precede e dalle tappe che lo seguono. Lo precedono, infatti, quattro settimane di preparazione interiore e comunitaria: l’Avvento. Sono i giorni di attesa dell’Arrivo (Ad-venire) del Messia. Ma in che senso se ne può parlare? Con i Padri della chiesa, e oltre loro, si potrebbe rispondere: in quattro sensi.

Il Verbo di Dio è venuto una prima volta nella persona storica di Gesù; viene ogni giorno nel cuore di ogni uomo e di ogni donna che si aprano con sincera disponibilità alla Luce; viene ogni giorno nella carne dei deprivati (in questi anni sbarcando fisicamente, sulle nostre spiagge, da barconi stracarichi di disperati); verrà per l’ultima volta alla fine dei tempi – o, per lo meno – alla fine del tempo mortale della nostra mortale umanità.

Se le cose stanno così – almeno nella fede tradizionale dei cristiani – essi fanno molto bene a festeggiare la prima venuta del Salvatore a Betlemme (o a Nazareth o dovunque sia effettivamente avvenuta); ma non fanno altrettanto bene a dimenticare di celebrare le altre due venute (nella propria interiorità e nei propri fratelli più sfruttati dai meccanismi del capitalismo internazionale) e a prepararsi alla fine (prossima o lontana, comunque certa) di questo pianetino sperduto nell’universo.

Il vangelo di Cristo è un patrimonio etnico limitato all’Occidente, che lo ha gelosamente impacchettato in  trattati teologici, dizionari e catechismi , o non piuttosto un evento a cui ogni civiltà ha diritto di attingere liberamente, se necessario traducendo nella propria lingua (nelle proprie categorie culturali) un messaggio comunicato in aramaico venti secoli fa?

La risposta più chiara l’hanno data, da mille anni, le chiese autocefale dell’Oriente cristiano-ortodosso (greche, slave, russe): esse celebrano il natale il 6 gennaio. Non quando il bimbo viene partorito nel guscio di una famigliola mononucleare, ma quando viene esposto al pubblico e offerto ad estranei vicini e lontani. Vicini come i pastori, gente semplice che non ha bisogno di molte spiegazioni: corre in soccorso di chi ha bisogno, a dare latte e paglia a chi soffre fame e freddo. E lontani come i magi che come personaggi storici non hanno le carte in regola, ma come figure simboliche sono insostituibili: la loro presenza attesta, fin dai primordi, che il vangelo non è un affare provinciale ma una proposta potenzialmente universale, destinata non a soppiantare le sapienze già fiorenti (di cui i magi sono, appunto, esponenti) bensì a integrarsi con esse in tensione verso sintesi inedite  da aggiornare in continuazione.  La poesia dell’Epifania (o Manifestazione) va fruita in tutta la sua ricchezza, senza ridurla a quadretti bucolici da presepe. Essa, infatti, veicola una novità talmente dirompente che oggi, dopo venti secoli, sta davanti a noi come un traguardo utopico più che indietro come un residuo archeologico: la novità proclamata dall’ebreo-romano Paolo di Tarso a proposito di un popolo, vasto quanto l’umanità, in cui sarebbero diventate irrilevanti le differenze fra ebrei e pagani, uomini e donne, nobili e proletari.

Augusto Cavadi

Religione a scuola: lezioni lussemburghesi

Autore: liberospirito 23 Set 2017, Comments (0)

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Nuove interessanti, una volta tanto, dall’Unione Europea, in particolare dal Lussemburgo. Il piccolo Granducato del Lussemburgo ha deciso che a partire dal corrente anno scolastico non sarà più possibile, per gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, seguire le lezioni di religione cattolica. La nuova convenzione voluta dal governo in carica (una coalizione di verdi-sinistra-liberali) stabilisce che al posto del tradizionale corso di religione cattolica, verrà introdotto un corso sui valori (chiamato “Vita e società”), incentrato su tematiche relative alla convivenza; all’interno di queste nuove attività saranno anche presentate le religioni ma su di un piano paritario.

Questa la notizia. Pensare a una soluzione del genere anche in Italia appartiene purtroppo alla fantascienza. I dati in proposito sono tristemente eloquenti. In breve: attualmente nelle scuole italiane vi sono più di 25.000 insegnanti di religione cattolica, i quali al pari degli altri insegnanti, sono retribuiti dal MIUR (Ministero dell’Istruzione). Il costo annuo a carico dello Stato per la loro retribuzione (dati del 2008) è stato di circa 800 milioni di euro, pari a circa il 2% della spesa complessiva della scuola italiana. Ma – dato curioso – il reclutamento di questi insegnanti non avviene ad opera del Ministero, ma tramite la curia diocesana (per poter insegnare, infatti, si deve essere in possesso di titoli di qualificazione professionale riconosciuti dalla C.E.I. – Conferenza Episcopale Italiana), la quale si riserva anche il diritto di revocare l’idoneità dell’insegnante per vari motivi, tra i quali una condotta morale non coerente con l’insegnamento .

Questo, è bene ricordarlo, è l’eredità che ancora stiamo scontando del Concordato fascista del 1929 (l’allora papa Pio XI inneggiò a Mussolini come “uomo della Provvidenza”), in cui si introduceva e rendeva (allora) obbligatoria l’ora di religione cattolica, quale «fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica».

Scriblerus

A seguire un articolo (apparso ieri su “Il manifesto”, a firma di Alessandro Santagata) dedicato alla figura di Dorothy Day, esponente anarco-cristiana e fondatrice del Catholic Worker Movement. Viene giustamente definita come una delle coscienze critiche della società americana e purtroppo si tratta di un personaggio alquanto sconosciuto e poco indagato in Italia. La casa editrice Jaca Book ha di recente proposto una nuova edizione di un saggio dedicato appunto a Dorothy Day.

A picture of Dan Berrigan, et al.

Quella di Dorothy Day è stata una vita di frontiera, al confine tra la rivoluzione sociale e la profezia. Nel 2015 papa Francesco, parlando al Congresso degli Stati Uniti, l’ha indicata, insieme a Lincoln, Luther King e Thomas Merton, come una delle figure più importanti della storia americana. In Italia è probabilmente meno conosciuta; risulta quindi particolarmente preziosa questa nuova edizione di Jaca Book del lavoro storico di William D. Miller, Dorothy Day e il Catholic Worker Movement, riveduta e ampliata con l’aggiunta di un breve saggio dell’editore statunitense Robert Ellsberg. Si tratta di una ricostruzione appassionata, scritta da uno studioso che ha conosciuto da vicino il movimento negli anni del Vietnam e dello scontro interno alla Chiesa americana con la frangia militarista guidata dal card. Francis Spellman. Le pagine più interessanti però sono quelle dedicate alle origini e all’incontro tra l’allora giovane giornalista di orientamento socialista e l’eccentrico filosofo francese Peter Maurin. La fondazione del bollettino, il The Catholic Worker, diffuso per la prima volta in un corteo organizzato dai comunisti nella Union Square di New York, risale al 1 maggio 1933 ancora nel ciclo Grande Depressione.

Maurin è un pensatore errante che vive di espedienti. Figlio della cultura personalista francese, intende mettere in pratica il messaggio cristiano di emancipazione sociale. La sua filosofia risente, in particolare, del pensiero radicale di Emmanuel Mounier e di Nikolaj Berdjaev. Il secondo polo d’ispirazione è l’umanesimo di Dostoevskij, a cui i due ideatori del Worker si rifanno nella loro ricerca di una terza via tra il capitalismo e il socialismo sovietico. Siamo di fronte a un’esperienza quasi del tutto estranea ai caratteri della società statunitense. Dal punto di vista teorico, il Worker si dichiara «socialista cristiano» con venature anarchiche, derivate da Proudhon e Kropotkin, che riguardano la decentralizzazione del potere e il comunitarismo. Nella prassi, il gruppo, che riuscirà a diffondere oltre 100mila copie, è impegnato nel sostenere gli scioperi e offrire un appoggio ai lavoratori rimasti senza tetto. Tornando a Dorothy Day, Miller illustra i passaggi che porteranno alla sua conversione al cattolicesimo e che sono indispensabili per comprendere la natura del movimento. Nei primi anni Trenta collabora con il quotidiano di orientamento radicale «The Masses» e partecipa ai picchetti delle suffragette e dei sindacati. È una figura romantica, immersa nella letteratura e alla ricerca di un’emancipazione che passa per una separazione dolorosa e una figlia da crescere senza un posto fisso.

Dorothy conosce il carcere, vive a stretto contatto con le miserie del suo tempo, ma non si nega le felicità della vita con i compagni. Emerge una personalità tormentata, segnata da un anelito di libertà, ma lacerata da un senso di oppressione interiore che si esprime nella ricerca di un orizzonte religioso. Nel 1927 si battezza e inizia un percorso accidentato, fatto di scontri con l’intelligencija cattolica e nell’incomprensione dei militanti di un tempo. Il Catholic Worker prende posizioni contro le simpatie franchiste dell’episcopato, il diffondersi dell’antisemitismo cattolico e, anche dopo Pearl Harbor, contro l’intervento in guerra. Tale pacifismo radicale viene giustificato alla luce della dottrina della Chiesa, che Maurin propone come alternativa alla società secolarizzata. È un integrismo eterodosso che si alimenta di Vangelo e di anticapitalismo. Nel dopoguerra le campagne per l’obiezione alla leva proseguono all’interno di una visione che rifiuta le logiche della guerra fredda e, nel pieno della rivolta studentesca, esprime vicinanza a Castro e Ho Chi Minh, ma rimane distante dalla rivoluzione sessuale e consumista. Dorothy morirà nel 1980 lasciando in eredità quel movimento, che è stato definito una delle coscienze critiche della società americana.

Alessandro Santagata

Lettera di Bifo al Papa su reddito e lavoro

Autore: liberospirito 5 Giu 2017, Comments (0)
Riprendiamo dal sito della casa editrice DeriveApprodi la lettera che Franco Berardi Bifo ha inviato al papa in cui affronta il tema del lavoro e dl non-lavoro oggi. Merita leggerlo per la sua attualità (prende avvio dal discorso del papa ai lavoratori dell’ILVA). Va ricordato che per la sensibilità biblica il non-lavoro lo troviamo esemplificato dal sabato, così come dall’anno giubilare. Entrambi sono stati creati per amore della vita: il riposo non esiste per accrescere l’efficienza produttiva (come sosteneva Aristotele e con lui buona parte del pensiero dominante occidentale), ma per realizzare il culmine del vivere. Cose importanti in merito sono state scritte da Jacques Ellul (v. Lavoro e religione, pubblicato nel 2015 dal Centro Studi Campostrini).
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Santità,
pur sapendo quanto prezioso è il Suo tempo, mi permetto di rivolgermi a Lei perché da quando una sera di marzo ho sentito la sua voce augurarci buonasera, ho intravisto una luce di speranza, nell’oscurità che da alcuni anni sembra scesa sul mondo.
Non essendo credente non pretendo di capire il senso più profondo delle Sue parole, ma so che sono il cibo di cui ha fame l’umanità contemporanea, condotta a un punto estremo di smarrimento e disperazione dalla violenza e dallo sfruttamento.
Forse perché Lei viene dalla fine del mondo, nei pochi anni del Suo Magistero ha detto la parola carità in modo così persuasivo che anche chi non ha la fede può capirla: nelle mie orecchie spiritualmente sorde è risuonata come l’eco della parola solidarietà cancellata da tempo dall’aggressione del capitalismo che mette gli umani l’uno contro l’altro.
Attento come sono a ogni Suo messaggio, giorni fa ho letto il suo discorso agli operai dell’ILVA, e per qualche minuto mi sono arrabbiato molto con Lei. Com’è possibile (ho pensato) che l’uomo che viene dalla fine del mondo, colui che ha visto da vicino quali effetti produca la violenza del capitale finanziario, si accomodi al conformismo dominante, proprio quel conformismo che ha costretto le donne e gli uomini a vendere la loro vita in cambio di un salario miserabile. Sempre più miserabile da quando di lavoro non ce n’è più bisogno.
Lei sa benissimo che la scienza e la tecnologia, il prodotto più alto del lavoro e della cooperazione umana, stanno rendendo inutile il lavoro salariato, particolarmente quello più degradante e più pericoloso. Grazie al sapere non è più un’utopia la parola di Gesù che ci invita a vivere come i gigli nel campo e come gli uccelli nel cielo. L’idea secondo cui occorre lavorare in cambio di salario è una moderna superstizione.
Questa superstizione ha permesso e permette a una piccola minoranza di sfruttatori di accumulare ricchezze sempre più ingenti, mentre milioni di persone perdono il loro tempo, che andrebbe liberato non certo per oziare ma per educare i ragazzi, per curare il corpo e la mente. Infatti oggi le macchine sono in grado di sostituire l’umana fatica: ma il tempo degli umani costa meno che l’applicazione di congegni tecnici di cui pure abbiamo la disponibilità.
Mi perdoni se mi permetto di rivolgermi a Lei così irrispettosamente: non è vero che lavorare in miniera o in mezzo ai fumi mortiferi delle acciaierie è fonte di dignità. Gli operai dell’ILVA (e i loro figli) soffrono e muoiono per malattie polmonari. Come possiamo dirgli che il lavoro è la sola dignità?
A un giornalista che le chiedeva se bisogna accettare l’inquinamento, una donna di Taranto rispose qualche anno fa con parole che sono rimaste, terribili, nella mia memoria: «Meglio morire di cancro che di fame».
A tal punto gli umani hanno subito il ricatto del capitalismo, che pur di dargli pane accettano che il cancro colpisca i loro figli. A tal punto gli umani sono stati defraudati del tempo e della comunità che solo nel luogo dello sfruttamento hanno potuto ricostituire un senso del comune. A tal punto gli umani sono stati costretti ad azzuffarsi per salario, che la guerra dilaga, i migranti sono visti come nemici da affogare in mare, e il fascismo ritorna dovunque più orrendo che mai.
La dignità consiste nel non piegare il capo a questo ricatto. E non piegare il capo è possibile, oggi, perché grazie all’attività libera e intelligente di lavoro salariato c’è n’è sempre meno bisogno.
Le porgo i miei saluti con gratitudine immensa per l’orizzonte di speranza che il Suo magistero apre al mondo.
Francesco Berardi Bifo

Un papa…

Autore: liberospirito 30 Mar 2017, Comments (0)

Lidia Menapace, classe 1924, già staffetta partigiana, già nel nucleo dei fondatori del movimento Cristiani per il Socialismo, già esponente del movimento femminista, di quello antimilitarista e dell’ANPI, già senatrice della repubblica, è ad oggi una delle poche voci fuori dal coro all’interno del mondo cattolico rispetto il pontificato di Bergoglio. Il suo pensiero in merito lo troviamo sintetizzato in maniera eccellente in queste poche righe. Il testo proviene da www.italialaica.it.

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… re dello stato assoluto,  più assoluto che esiste,  batte circa tutti gli altri capi dei paesi d’Europa, rafforzando l’assolutismo, non mutando in nulla la definizione dei diritti delle donne, nè la condanna dell’aborto e il sostegno ai medici antiabortisti violenti USA, appoggiati durante la campagna elettorale di Trump, e diffondendo il linguaggio, il simbolico, l’alta forma di gusto dei riti che caratterizza il cattolicesimo detto costantiniano, già rifiutato dal dimenticato Concilio Vaticano II. La cultura politica italiana non è mai laica nemmeno nei laici, perchè la cultura di Chiesa è nel nostro paese egemone, così anche sullo Ior il papa re non dice nulla e perciò, essendo un evasore fiscale, non può  condannare la cospicua evasione fiscale che caratterizza il nostro paese. Chiedo scusa, so di  colpire molti innamorati/e della affascinante personalità di  Bergoglio, ma sento di non poter tacere. Ciao Lidia

Il papa a Monza: pop-star o gattopardo?

Autore: liberospirito 26 Mar 2017, Comments (0)

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Che il pontificato di papa Francesco rappresenti un segno di discontinuità rispetto ai suoi predecessori è cosa ben nota su cui non c’è motivo di ritornare. Ciò che importa però è comprendere la portata di tale new deal vaticano; detto altrimenti: che rapporto intercorre tra le parole e i dati di realtà? Proponiamo perciò una sorta di “lettura sintomale” (a dir la verità un po’ rapsodica) della visita del papa a Monza, in cui possano emergere alla superficie del testo (qui: dell’evento) i lapsus, i silenzi, i sintomi che raccontano più delle parole pronunciate (a parlar bene, in maniera edificante, in fondo siamo bravi tutti).

Partiamo dai freddi numeri riguardanti i costi dell’evento. Tre milioni e 235mila euro. A quanto pare tanto è costata alla diocesi di Milano la visita di papa Francesco a Monza. Il solo palco, lungo 80 metri e profondo trenta, è costato un milione e 300mila (a sua volta dotato di impianti video del valore di 300mila euro). Giusto per avere un’idea delle cifre: la struttura sulla quale si è esibito lo scorso settembre la rockstar Luciano Ligabue è costata 750mila euro ed è stata utilizzata per due serate; quella che ha accolto il pontefice per poche ore valeva quasi il doppio.

A contribuire a tutte queste ingenti spese troviamo un elenco di vari istituti bancari (cioè le stesse banche che ogni giorno dicono di non avere i fondi per sostenere i risparmiatori) e anche quella Regione Lombardia che è da sempre in prima fila nell’elargire soldi pubblici a una sola confessione religiosa.

Facendo dei rapidi conti i tre milioni di euro sono stati spesi per un’ora e mezza di presenza nella cittadina brianzola, con un costo di circa 35.944 euro al minuto.

Ora, tornando alla domanda iniziale, che relazione c’è tra le parole e le cose? Come conciliare la celebrazione dell’umiltà, della sobrietà se non della povertà e le spese sostenute per un evento di così breve durata e, in fondo, effimero? O, detto in altra forma, che rapporto c’è tra l’attuale papa e il poverello di Assisi a cui il pontefice costantemente dichiara di richiamarsi? Il sintomo emergente, quello che alla fine si ricava dall’evento in questione è che, nonostante tutta la buona fede, il pontificato di Francesco I presenta sempre più i tratti non di un radicale new deal, ma di una studiata operazione di restyling o di make up dell’elefantiaca – e sempre meno presentabile – istituzione cattolica. («Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», sosteneva il nipote del principe di Salina, nel Gattopardo).

Di fronte a simili fatti, da tempo noi preferiamo volgere lo sguardo altrove, all’esodo lento e silenzioso, quanto inesorabile, dai vecchi apparati religiosi verso una sensibilità religiosa veramente rinnovata, un novum radicale, rispondente ai tempi in cui viviamo e di cui se ne avverte sempre più l’urgenza.

Scriblerus

 

 

I conti in tasca: tra Dio e Mammona

Autore: liberospirito 17 Mar 2017, Comments (0)

IL CARDINALE AGOSTINO CASAROLI CON BETTINO CRAXI ALLA FIRMA DELL' ACCORDO DI REVISIONE DEL CONCORDATO D' ITALIA (Umberto Roazzi / Giacominofoto, ROMA - 1984-02-18) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

«Non potete servire Dio e Mammona»

(Mt 6,24; Lc 16,13)

Il sistema di sostentamento del clero attualmente in funzione è quello scaturito dagli accordi firmati nel 1984 dall’allora premier Bettino Craxi (poi coinvolto nell’inchiesta “Mani Pulite”) e dal cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato vaticano. Ora, i dati attualmente a disposizione mostrano come la Chiesa italiana veda assottigliarsi sempre di più i suoi introiti. Le offerte fiscalmente deducibili finalizzate direttamente al sostentamento del clero sono in netta caduta: oltre un terzo in meno in dieci anni, passando dai 18 milioni del 2005 agli 11 del 2014. Osserva amareggiato monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei: “Sono diminuite progressivamente sia la somma complessiva raccolta, sia il numero delle offerte sia il valore medio”.

Come è noto, le offerte deducibili  (fino a duemila euro) dall’Irpef vanno ad aggiungersi alla quota dell’otto per mille dello stesso gettito destinata alla Chiesa. Ma sono parimenti negativi anche i dati relativi all’8 per mille il cui andamento, partito nel 1990 con il 76 per cento,  è stato in salita dal 2005, quando superò l’89 per cento delle firme, per poi cominciare a scendere fino all’81 per cento del 2013. Segni dei tempi, anche questi. Detto ciò, seppure in calo, la somma relativa all’otto per mille assegnata alla Chiesa Cattolica per il 2016 non è uno scherzo, risulta pari a un miliardo e diciotto milioni  di euro.

Su tutte questi problemi l’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) ha deciso di dar vita alla piattaforma I costi della Chiesa (http://www.icostidellachiesa.it): l’obiettivo è di presentare una stima di massima che sia la più attendibile e accurata possibile, citando le fonti e utilizzando metodologie trasparenti. L’UAAR parte dall’assunto che tutte le religioni dovrebbero essere sostenute da chi le professa. Ciò non accade perchè Italia ci sono un numero considerevole di leggi e normative emanate in favore delle comunità di fede. Nessuno è al corrente dell’entità dei fondi pubblici e delle esenzioni di cui, annualmente, beneficia la religione che ne gode incomparabilmente più delle altre, cioè la Chiesa cattolica. Pertanto l’impresa è improba. Altri negli anni passati ci hanno provato: Piergiorgio Odifreddi (in Perché non possiamo essere cristiani, del 2007) l’ha stimata in 9 miliardi di euro l’anno, Curzio Maltese (ne: La questua, del 2008) in 4,5 miliardi. Secondo l’UAAR la stima aggiornata dei costi annui della Chiesa cattolica è di € 6.448.569.808. Serve forse un commento?

 

Fare posto all’altro

Autore: liberospirito 21 Dic 2016, Comments (0)

Oggi 21 dicembre cade il solstizio d’inverno in cui, pressoché da sempre, si celebra il passaggio dalle tenebre alla luce. Aggiungiamo anche che il giorno di Natale – il 25 di dicembre – si innesta proprio dentro questo genere di festività ed è bene non scordare questo legame profondo con feste ancestrali. Vogliamo qui ricordare l’approssimarsi di questa giornata con le parole attualissime di don Alessandro Santoro, delle Comunità delle Piagge a Firenze. 

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Nel Vangelo ci viene raccontato il viaggio che Maria e Giuseppe, con la loro famiglia povera e irregolare, fanno da Nazareth nella Galilea fino alla Giudea per essere censiti dall’impero, e arrivati là scoprono che “non c’è posto per loro”. Ho sempre sentito questa frase come un invito a riflettere sull’incapacità, nelle nostre città, nelle nostre relazioni, nelle nostre azioni a fare posto, a fare spazio a ciò che sorprende e “sovverte” la nostra vita. Tutti i giorni ci affanniamo per riempirci di cose, per riempire le nostre case, il nostro tempo; spendiamo energie per accumulare, per crescere, per accaparrare fino a non avere più posto… ciò che rimane poi di tutto questo è quasi sempre vuoto, malessere, solitudine. Ci scordiamo l’arte sapiente, semplice e vitale di fare posto, di fare spazio; ci dimentichiamo di dare la precedenza allo spostare, all’eliminare, al togliere ciò che copre e nasconde, per liberare l’inedito, il Mistero, le attese dense di speranza, il camminare lento ma tenace verso la liberazione e la pace,  verso gli incontri senza infingimenti con la vita e la storia dell’altro. In questa notte, giorno e tempo di Natale, l’invito che mi faccio e che vi faccio è quello di lasciarsi “disturbare” da questo richiamo a fare posto e a fare spazio, a farlo davvero… forse solo così potrà nascere qualcosa di nuovo nella nostra vita, forse solo così potremo riconoscere davvero quel piccolo bambino palestinese di nome Gesù come il sogno di liberazione di Dio che si fa carne, si fa possibile dentro la storia di  ognuno di noi e del nostro sogno comune di umanità nuova e di “terra e cieli nuovi”. Allora buon “fare posto” perché tu viva e sia felice.  Buon Natale

don Alessandro Santoro – Comunità delle Piagge, Firenze

Qualche giorno fa è apparso un intervento di Eugenio Scalfari sul quotidiano da lui fondato – “La Repubblica” – dedicato alla figura di Francesco I. Scalfari può essere annoverato all’interno della folta schiera di laici folgorati dalle parole del nuovo papa. L’unica pecca di questo bizzarro cenacolo laicista risiede nel fatto che tutti quanti, incluso l’anziano opinionista con la sua prosa ridondante e supponente, celano una modesta conoscenza in materia di storia della cristianesimo. Non è certo su tali premesse che si può pensare di costruire un dialogo tra pensiero laico e pensiero religioso. Pubblichiamo a questo proposito la lettera che Daniela Di Carlo, pastora valdese in Milano, ha inviato come risposta al sopracitato quotidiano.

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Egregio Direttore,

mi chiamo Daniela di Carlo, sono pastora presso la Chiesa Valdese a Milano, e sono rimasta sconcertata dopo aver letto l’articolo a firma del fondatore del vostro giornale, di cui sono da tempo lettrice. Raramente si sono visti tali e tanti errori sulla Riforma protestante e sulla Chiesa Valdese, in un solo articolo su un quotidiano nazionale prestigioso come il vostro, e da parte di una firma eccellente quale quella di Eugenio Scalfari che dice peraltro di averla studiata a fondo.

A cominciare dal cinquecentenario della Riforma, che ricorre tra un anno e non ora, come è evidente dalla data (31/10/1517), fino al fatto che noi valdesi saremmo dei cripto-cattolici (e pertanto sommati a ortodossi, anglicani e copti, in contrasto con le vere chiese protestanti) e gli unici risparmiati “fisicamente e religiosamente” dalle persecuzioni della chiesa cattolica: da più di 600 anni, fino al 1848 anno delle “Lettere Patenti” di Carlo Alberto (che davano per la prima volta i diritti civili a valdesi ed ebrei, ma non quelli religiosi!), l’Inquisizione e le truppe pontificie, spesso alleate ai Savoia e altri sovrani, hanno fatto di tutto per farci sparire dal suolo italiano. Episodi storici documentati come Pasque piemontesi, strage dei valdesi in Calabria, “Sacro Macello” dei riformati in Valtellina non sono evidentemente – e tristemente – abbastanza noti al dott. Scalfari…

Vorrei anche sottolineare che la chiesa valdese è sì minoritaria, ma è presente in tutta Italia – e non solo a Roma e in Piemonte come dice lui: tanto per fare un esempio, solo la mia comunità di Milano conta un migliaio di membri e simpatizzanti (quasi 1500 se sommiamo la chiesa metodista sorella).

Per non parlare poi della figura di Lutero, totalmente stravolta nel racconto dello storico Scalfari (tra i peccati, oltre a essere diventato “prepotente” e lui stesso “sovrano assoluto”, il fatto che “si sposò”), e di una cosiddetta “religione luterana”, una denominazione, da lui evidentemente confusa con la confessione protestante in senso generale.

Quando poi si arriva a dire che il problema dell’unificazione dei Cristiani sarebbe costituito solo da liturgia e canone, e che Francesco sarebbe il vero difensore della Riforma oggi, si tocca il fondo.
La mia chiesa – come molte delle chiese protestanti storiche  è orgogliosa di non avere potere politico né temporale (né banche come lo IOR o possedimenti miliardari, mi verrebbe da aggiungere), di credere nel solo messaggio salvifico della Bibbia – senza intermediari terreni che ci assolvano o condannino, perché ci basta Gesù Cristo.

Non cerchiamo inoltre privilegi dallo Stato (come prova anche il nostro utilizzo dell’otto per mille, molto diverso dalla sostituzione della “congrua” da parte della chiesa cattolica), e da sempre ci impegniamo nelle battaglie di civiltà, per la libertà religiosa, di pensiero e di opinione di tutti – e non solo dei cristiani; per un diritto all’autodeterminazione in campo bioetico – testamento biologico in primis -, per un diritto delle coppie dello stesso sesso a vivere il loro amore, benedetto da Dio, e per i diritti delle donne, come dimostra – en passant – anche la mia professione, ancora del tutto sconosciuta nella chiesa sorella di Francesco.

Mi spiace davvero molto dover riscontrare la banalità e l’imprecisione con la quale il dott. Scalfari ha trattato tutti i protestanti, e in particolare noi valdesi, nel suo articolo di lodi sperticate a papa Francesco in occasione della giornata della Riforma, che è la nostra festa. E’ un suo diritto farlo – certo – ma, non a detrimento della storia e della verità, davanti ai vostri lettori e lettrici.
Grazie per l’attenzione,

pastora  Daniela Di Carlo

Della paranoia e dell’umana compassione

Autore: liberospirito 19 Set 2016, Comments (0)

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Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. (Matteo 23,28)

La paranoia, anche in politica, è pessima consigliera. Abbiamo visto l’altro giorno sulla rete un’intervista al sindaco di Piacenza, Paolo Dosi (il quale ha fama di provenire dall’area dei cattolici impegnati), in attesa della manifestazione di sabato 17 settembre per la morte di Abd Elsalam, travolto e ucciso da un tir davanti ai cancelli della GLS, mentre era in corso una vertenza sindacale, nel settore della logistica alle porte della città.

Abbiamo sentito la vibrata preoccupazione del sindaco per l’eventuale sorte dei parabrezza delle auto e le vetrine dei negozi piacentini di fronte alla minaccia di qualche barbarica invasione; non una parola, invece, di commozione, di cordoglio, di dolore per la persona morta, tanto meno una sia pur minima comprensione per le ragioni della manifestazione. In breve: la paranoia ha preso il sopravvento sull’umana compassione.

Per chi non lo sapesse la manifestazione si è poi snodata per le vie cittadine, numerosa, colorata, piena anche di donne e bambini, molto arrabbiata, ma indubbiamente pacifica. A quel punto al sindaco e a tutti i suoi collaboratori è rimasta solo la brutta figura (per non dir peggio).

La santa mediatica

Autore: liberospirito 4 Set 2016, Comments (0)

Da molti è considerato uno degli eventi principali – sia per numero di pellegrini, sia dal punto di vista dei contenuti – del Giubileo straordinario della Misericordia voluto da papa Francesco. Ci stiamo riferendo alla canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta che, a quanto si prevede, radunerà oggi in piazza San Pietro centomila fedeli con i biglietti d’ingresso già acquisiti, mentre i restanti potranno usufruire della mondovisione, con oltre 120 enti televisivi collegati. In sintesi: è al lavoro la società dello spettacolo religioso, della santificazione mediatica, ecc. Si dirà che, a questo punto, è inutile perdere ulteriore tempo dietro a simili cose, lasciando (evangelicamente) che i morti seppelliscano i propri morti. Ma sulla rete circolano anche interventi che aiutano a inquadrare il personaggio in questione. Noi qui riproponiamo l’articolo di Christopher Hitchens apparso sul sito dell’Internazionale. Giusto per capire un po’ come stanno le cose…

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Ai brutti bei tempi andati la procedura per trasformare un ex essere umano in un santo era chiara. Dovevano passare almeno sette anni dalla morte prima che la beatificazione, la prima tappa verso la santità, potesse anche solo essere proposta. Così ci si cautelava dall’eventuale entusiasmo popolare per figure locali che in seguito potevano rivelarsi degli impostori. Bisognava che all’intercessione del defunto si potessero attribuire almeno due miracoli. E ci doveva essere un processo, in cui un advocatus diaboli (avvocato del diavolo) nominato dalla chiesa doveva sollevare contro il candidato tutte le obiezioni possibili. Stranamente nessuna di queste regole è stata seguita nel caso della donna neobeatificata che si faceva chiamare “Madre” Teresa di Calcutta. La sua beatificazione è stata proposta ad appena quattro anni dalla morte. È bastato solo un miracolo, subito debitamente attestato. E anziché nominare un avvocato del diavolo, il Vaticano mi ha invitato a essere uno dei testimoni del Male, e si aspettava pure che accettassi l’incarico gratuitamente.

L’invito si deve al mio documentario L’angelo dell’inferno e al libro intitolato La posizione della missionaria, in cui ho ricostruito la carriera di Madre Teresa come se fosse stata una persona ordinaria. Ho scoperto che aveva preso soldi da ricchi dittatori, come la cricca dei Duvalier ad Haiti, era stata amica della povertà anziché dei poveri, non aveva mai dato conto delle enormi somme di denaro che le erano state donate, si era opposta al controllo delle nascite nella città più sovrappopolata del pianeta ed era stata portavoce dei dogmi più estremi del fondamentalismo religioso. In realtà è esagerato affermare che “l’ho scoperto”: era sotto gli occhi di tutti. Ma nessuno si era preso la briga di chiedersi se la sua reputazione era meritata o era semplicemente il risultato di brillanti relazioni pubbliche.

“Aspetti un momento!”, mi ha detto alcune sere fa un conduttore televisivo mentre discutevo di tutto ciò con John Donahue, della Catholic Defence League. “Ha costruito degli ospedali”. No, amico, aspetta tu un momento. Madre Teresa ha ricevuto sicuramente svariate decine di milioni di sterline, ma non ha mai costruito nessun ospedale. Affermava di aver creato quasi 150 conventi, per le suore del suo ordine, in parecchi paesi. Ma era proprio qui che i suoi donatori si aspettavano che finissero i loro soldi?

Eppure lo sanno tutti che Madre Teresa passava il tempo a baciare le piaghe dei lebbrosi e a guarire i malati. Eh, ma quello che sanno tutti non sempre è vero. Madre Teresa appariva più facilmente in foto con Nancy Reagan o in posa con la principessa Diana, o nella cabina di prima classe dei voli Air India (dove aveva una prenotazione permanente). La vedevi in Irlanda a contestare la legge sul divorzio civile e il diritto a risposarsi (anche se poi difendeva pubblicamente il divorzio della principessa Diana). La trovavi a Stoccolma alla cerimonia dei Nobel, dove accettava un altro assegno cospicuo e dichiarava che la più grande minaccia alla pace mondiale era… il divorzio (e siccome aggiungeva che la contraccezione moralmente era sbagliata quanto l’aborto, in concreto pensava che preservativi e spirali fossero una minaccia mortale alla pace nel mondo; nemmeno la chiesa arriva a questo livello di fondamentalismo). E quando si ammalava andava a curarsi alla Mayo Clinic o in qualche altro tempio della medicina americana. Dopo aver visitato il suo primitivo “ospedale” per i moribondi a Calcutta, direi che era una saggia decisione: nessuno vorrebbe entrarci se non per uscirne, in un modo o nell’altro. “Date a un uomo la reputazione di uno che si alza presto”, diceva Mark Twain, “e potrà dormire fino a mezzogiorno”. Date a una donna una reputazione di santità e compassione e nulla potrà fargliela perdere.

Di origine albanese e fortemente nazionalista, Madre Teresa visitò il paese, che sotto una dittatura brutale era “il primo stato ateo del mondo”, per rendere omaggio al suo truce leader staliniano. Adulava la sua scaltra protettrice Indira Gandhi quando il governo indiano imponeva la sterilizzazione forzata. Soprattutto, invitava i poveri a considerare le loro sofferenze come un dono di Dio. E si opponeva all’unica cosa che da sempre, si sa, può curare la povertà: rafforzare le donne dei paesi poveri, dando loro voce in capitolo sulle nascite.

Ora ci dicono che una donna del Bengala è guarita da un tumore dopo aver pregato Madre Teresa. I familiari della donna e i medici che l’hanno avuta in cura dicono che è stato solo merito di una buona terapia medica. Quando in televisione hanno chiesto a Donahue se si aspettava il secondo miracolo necessario alla canonizzazione, ha detto di sì. E me l’aspetto anch’io. Ma intorno a Madre Teresa ho già visto un’allucinazione collettiva, anche se prodotta con il metodo moderno – e poco soprannaturale – degli acritici mass media.

Christopher Hitchens

Radici spirituali della festa di ferragosto

Autore: liberospirito 15 Ago 2016, Comments (0)

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Oggi 15 agosto è la festa del Ferragosto. Le radici religiose di questa festività sono decisamente precristiane, si perdono nella notte dei tempi e sono legate ai cicli della natura, in particolare ai doni raccolti dalla terra. Momento culmine dell’estate, questo periodo porta la consapevolezza di trovarsi nella parte dell’anno in cui si può riposare, ringraziare dei frutti e celebrare la ricchezza elargita dalla terra.  In un clima di gratitudine e gioia ci si dedicava non più al lavoro, ma a giocare, banchettare, celebrare e ringraziare per i beni ricevuti. Dunque è una festività relativa alla connessione tra la vita e il nutrimento che si trae dalla terra, da una parte, e il riposo festoso dopo averla lavorata con saggezza, traendo da lei doni preziosi. Oggi, è inutile dirlo, questa connessione non si vede, innanzitutto per coloro che vivono nei centri urbani e non partecipano ai ritmi naturali della campagna. Non solo: la modalità con cui avviene oggi la produzione agricola è così cambiata rispetto al passato che il ciclo agricolo è ormai snaturato, i ritmi stagionali sono vissuti in maniera superficiale, senza consapevolezza.

Ma le radici sacre di questa festa affondano nel profondo, stanno nella percezione dell’uomo preistorico del legame con la natura di cui si sentiva parte integrante e dell’importanza delle elargizioni della terra per la vita, dell’essere umano e di tutti. Pertanto il riferimento più antico di questa festività, va certamente fatto risalire alle culture della Grande Dea. Pensiamo in particolare a quell’Europa antica, matrifocale, ampiamente studiata dalla mito-archeologa Marija Gimbutas. Si tratta di popolazioni non gerarchiche e egalitarie che ponevano la vita al centro del loro sistema di valori e quindi della loro spiritualità. Le forme divine erano per lo più al femminile e spesso venivano raffigurate nell’atto di partorire la vita. Quest’ultima era concepita come un armonioso ciclo naturale di vita, morte e rigenerazione. Dalle loro tombe emerge l’assenza di gerarchie, di disparità sociali o di genere. Per migliaia di anni questa cultura preistorica della Dea ha praticato l’uguaglianza e una vita armoniosa tra gli esseri umani e tra questi e la natura. Pertanto i nostri avi, tra cui le popolazioni dell’Europa antica, vivendo in simbiosi con la natura, sentivano il bisogno di celebrare questi momenti.

Questa festa antica in onore della prosperità elargita dalla Dea attraverso il raccolto dei frutti della terra, e in seguito rappresentata da varie divinità femminili e maschili pagane, acquisisce in epoca moderna un significato completamente diverso, centrato solo sull’essere umano, slegato da qualsivoglia relazione con la natura, divenuta ormai oggetto da sfruttare e predare. Il 15 di agosto secondo il dogma della Chiesa cattolica è il giorno dell’assunzione in cielo della Vergine Maria. Questo è avvenuto in epoca molto, ma molto recente: nel 1950 l’assunzione in paradiso della Madonna fu riconosciuta come dogma dal papa Pio XII. Si tratta dell’unico dogma proclamato da un Papa nel XX secolo e, a dirla tutta, non se ne sentiva la necessità.

Il silenzio degli innocenti a Pasqua

Autore: liberospirito 22 Mar 2016, Comments (0)

pasqua

Mancano oramai pochi giorni alla domenica di Pasqua. Tra le tante usanze legate a questa ricorrenza c’è il consumo dell’agnello pasquale. In Italia, a Pasqua, centinaia di migliaia di agnelli e capretti vengono macellati, per poter finire sulle tavole imbandite. Sebbene nella nostra società la sistematica uccisione degli animali è una triste pratica quotidiana, in questo caso assume un connotato ancora più perturbante in quanto legato a una festa religiosa. Anche se, di tanto in tanto, capita di sentire qualche voce controcorrente. Ad esempio, l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, Michele Castoro, ha di recente pubblicamente dichiarato che “la Pasqua cristiana non ha nulla a che fare con la strage di milioni di agnellini“, aggiungendo che, chi ha davvero a cuore il bene del Creato, non può che prodigarsi affinché “questa mattanza abbia fine, non avendo nulla a che fare con la celebrazione della Pasqua cristiana“.

A questo proposito riportiamo sotto la dichiarazione delle Chiese Tedesche Evangeliche, pronunciata a Clamberg nel 1988, con l’augurio che alle parole possano seguire fatti concreti:  Noi confessiamo davanti a Dio creatore degli animali e davanti ai nostri umani compagni che abbiamo fallito come cristiani perché abbiamo dimenticato gli animali nella nostra fede. Abbiamo tradito la missione di Gesù e non abbiamo servito i nostri fratelli ultimi, gli animali. Come pastori abbiamo avuto paura di dare spazio agli animali nelle nostre chiese, come chiesa siamo stati sordi al genere in travaglio a motivo del maltrattamento, dello sfruttamento dei nostri fratelli animali”.