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Categorie: cattolicesimo

Tra don Milani e don Verzè

Autore: liberospirito 4 gen 2012, Comments (0)

“Più si invecchia, più si ama l’indecenza”. Questo detto, a quanto pare attribuito a Virginia Woolf, è tornato l’altro giorno alla mente leggendo sui quotidiani della partecipazione di Massimo Cacciari al funerale di don Verzè. Sempre a quanto riportano i giornali Cacciari nella sua difesa ad oltranza del boss del S. Raffaele avrebbe scomodato anche don Milani. In questi termini: riporto dal Corriere della sera: “Cacciari cita don Milani: le mani veramente pulite le ha solo chi le ha tenute sempre in tasca”. Vi è in primo luogo un lapsus,  un’inesattezza della citazione, che quantomeno sta ad indicare una mediocre frequentazione degli scritti del priore di Barbiana. Infatti la frase esatta così recita: “che senso ha avere le mani pulite se si tengono in tasca?” e, a rileggerla attentamente, non è solo questione di pedanti sfumature.  Le mani-che-si-sporcano a cui la citazione di don Milani rimanda sono quelle di chi ha compiuto una scelta di vita radicale, collocandosi dalla parte degli ultimi e condividendo fino in fondo la loro sorte, contro i danni di una società malata. Non è la prima volta che il filosofo veneziano si abbandona ad elogi nei confronti di don Verzè. Ma non è questo il punto: ognuno è libero di scegliere i propri padri protettori e gli amici che più gli aggradano. C’è chi, come Cacciari, ha optato per don Verzè, altri invece per don Milani. Ma difendere l’uno (don Verzè) ricorrendo all’altro (don Milani) è un’indecenza, è una vera e propria indecenza che offende.

Scriblerus

Troppo silenzio

Autore: liberospirito 22 dic 2011, Comments (0)

Mentre vivo la vita di questi tempi, mi confronto con i miei simili, leggo i giornali e cerco di comprendere quel che accade, mi capita di leggere anche un bel racconto di Lev Tolstoj (“Il Natale di Martin”) – per l’appunto siamo in periodo d’Avvento – dove si fa riferimento al noto brano evangelico: “Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me”.

Dentro di me tutte le informazioni si mischiano e così mi domando dove stia la coscienza di tutti quei milioni – centinaia di milioni  – di persone, me compresa, che – cattoliche, protestanti o altro che siano – fanno riferimento al Libro, il libro che narra a tutti noi la buona novella della nascita di un uomo chiamato Gesù che, da duemila anni a questa parte, non ha mai smesso di essere quotidianamente crocifisso.

Credo che dovremmo vergognarci (e non parlo degli alti prelati delle varie chiese, che non prendo nemmeno in considerazione tanta è la falsità), tacere e prendere coscienza – non ci diciamo forse religiosi? – della nostra meschinità e delle paure che ci sovrastano.

Non dovrebbe la parola evangelica essere per noi fonte di forza, invito alla riflessione e all’azione conseguente? 

Come possiamo tacere invece di alzare in coro la voce di fronte alle ingiustizie (distruzione dei beni comuni, ingiustizia sociale, razzismo, disuguaglianza…) che si susseguono giorno dopo giorno?

Allora diamo fuoco a quel libro che ci fa solo comodo quando vogliamo sentirci buoni perché arriva il Natale, ipocritamente migliori di altri.

Diamogli fuoco perchè quelle parole non hanno messo alcuna radice nei nostri cuori e intorno c’è troppo silenzio.

S.P.

In ricordo di Enzo Mazzi

Autore: liberospirito 6 nov 2011, Comments (0)

Per ricordare don Mazzi, il “prete dissidente” dell’Isolotto recentemente scomparso, pubblichiamo un suo intervento critico riguardante il libro scritto dall’attuale pontefice su Gesù. Il testo è apparso sul quotidiano “Il manifesto” ed è stato poi riportato sul web. Noi l’abbiamo recuperato dal sito di “Tempi di Fraternità”. Tra i suoi testi ricordiamo Il valore dell’eresia (2010) e Cristianesimo ribelle (2008), entrambi pubblicati da Manifestolibri.

Il nuovo libro di Ratzinger. Il Gesù «storico» e le verità della Chiesa
Enzo Mazzi

Rivela un affanno il nuovo libro su Gesù con cui papa Ratzinger si adopera a mostrare e dimostrare la storicità di Cristo e in particolare della morte-resurrezione di lui. Lo ammette chiaramente quando scrive: “la barca della Chiesa … spesso si ha l’impressione che debba affondare”. Ed ecco l’importanza della realtà pienamente divina e pienamente umana del Salvatore Gesù.
E’ Gesù Cristo l’unico salvatore e la chiave della salvezza universale. Ed è la Chiesa cattolica governata dal papa e dai vescovi uniti al papa la custode unica e universale per tutti i secoli della chiave affidatale da Gesù. Tutta la ricerca umana di senso della vita e di salvezza materiale e morale sarebbe completamente inutile senza il Dio che si fa uomo e offre in sacrificio la sua vita.

Sono due millenni che queste “verità”, questi assoluti, vengono ripetuti identici, declinati in codici espressivi diversi tradotti in tutte le lingue del mondo ma sempre nella sostanza uguali a se stessi: è Gesù l’unico salvatore universale attraverso il suo sacrificio perenne.
Di fatto del Gesù storico non si sa quasi nulla. Ormai è un dato acquisito nella teologia biblica non servile. I Vangeli non sono la storia di Gesù ma la riflessione teologica in forme narrative o rituali delle comunità cristiane del primo secolo in ambiente pagano. Inoltre è accertato ormai che le più antiche testimonianze scritte non sono i Vangeli canonici. Sono le tradizioni dei cosiddetti “loghia”, cioè dei “detti” di Gesù.
Che prima sono stati tramandati oralmente nell’ambiente palestinese e poi sono stati inseriti nei Vangeli. Quei “detti” di Gesù sono “il Vangelo prima dei Vangeli”. Poi il Vangelo dei detti di Gesù è andato perso perché gli scribi smisero di farne copie in conseguenza della fissazione autoritativa del canone. Oggi si direbbe sbrigativamente che ha subito una censura.

E’ stato recuperato o riscoperto nel 1838, attraverso un delicato lavoro di filologia, incastonato nei Vangeli canonici. E’ stato pubblicato solo nel 2007 in italiano dalla Queriniana in un volume a cura di un grande specialista, James M. Robinson: I detti di Gesù. Questo ritardo di quasi due secoli la dice lunga sulle resistenze poste dall’autorità ecclesiastica alla pubblicazione di un testo storico che mette in crisi le certezze dogmatiche.

Perché è importante questo “Proto-Vangelo”? Perché l’immagine di Gesù che se ne ricava è molto diversa da quella fissata nelle narrazioni canoniche dei Vangeli. E soprattutto è diversa l’immagine che si ricava del cristianesimo nascente. Non ci sono che nel sottofondo racconti di miracoli e soprattutto non c’è notizia dei fatti della nascita, della morte e della resurrezione. Questa assenza di eventi così fondamentali per i Vangeli canonici e poi per il dogma è impressionante.

L’accento è posto non sulla persona di Gesù ma sul messaggio e sul movimento messianico di impegno per la realizzazione del “Regno di Dio”. Il quale tradotto in termini moderni si potrebbe definire come movimento per un “mondo nuovo possibile”. Il Gesù del “Proto-Vangelo” è soprattutto un “figlio dell’uomo” che alla lettera può significare “Figlio dell’umanità”, parte di un movimento storico di liberazione radicale.
C’è in quel documento solo un’eco flebile del processo di mitizzazione della persona di Gesù che è appena agli inizi e che però presto sfocerà nella divinizzazione. E’ assente l’essere divino-umano, il dio incarnato che si sacrifica per redimere l’umanità peccatrice. Il quale invece sarà poi offerto soprattutto dalla Chiesa di Paolo al mondo pagano avido di sacro e di salvezza mistica.

Ovviamente le persone all’origine di questo Proto-Vangelo, che di bocca in bocca si tramandavano i detti di Gesù, conoscevano la morte di Gesù. Ma per loro la morte del profeta non aveva il significato di sacrificio. Non si sentivano impegnati ad annunciare la morte. “Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti” – è un’affermazione fondamentale del Proto-Vangelo.

Non la morte né il sacrificio né il miracolo aveva cambiato la loro vita. Ma il messaggio culturalmente rivoluzionario di Gesù aveva dato un senso nuovo alla loro esistenza; in quello e non nel miracolo trovavano il senso della resurrezione; quel messaggio e l’esperienza di vita che c’era dietro si sentivano impegnati ad annunciare perché cambiasse la vita di molti e trasformasse radicalmente la società dando vita a un mondo nuovo.
La teologia sacrificale del Cristo che salva in quanto Figlio di Dio morto e risorto verrà dopo, quando il cristianesimo dovrà rivolgersi al mondo pagano. Sarà tale teologia la carta vincente, il fulcro del trionfo della nuova religione. Un trionfo però contestato da persone, anche sinceramente credenti, con senso critico, lungo tutta la storia, dall’antichità fino ad oggi, quale tradimento e devitalizzazione del Dna generativo del movimento di Gesù.

www.tempidfraternita.it

Paradiso fiscale

Autore: liberospirito 21 ago 2011, Comments (1)

In questi giorni di crisi del nostro Belpaese a rischio di recessione (a quanto pare è solo questione di tempo) e di manovre più o meno avvedute per fare fronte o meglio per tamponare provvisoriamente il problema, è scesa in campo anche la Chiesa nella persona autorevole del cardinale Bagnasco. Il meno che si possa dire del suo intervento è che ha peccato della classica contraddizione tra il dire e il fare. Anche stavolta c’è di mezzo il mare: non una parola, nel suo accorato monito, alla disponibilità della Chiesa a rinunciare a qualche previlegio, quando tutti – soprattutto quelli che meno hanno - sono invitati o costretti a farlo. Peccato (appunto), sarebbe stata una buona occasione per la Chiesa per liberarsi dal giogo del denaro e del potere! Ma è solo un sogno, nulla più: il paradiso fiscale oggi, paga più di quello celeste…

A questo proposito riproponiamo l’editoriale apparso sabato 20 agosto sul quotidiano “Il manifesto”.

Il Cardinale e la preghiera che non paga

Come direbbe l’on. Andreotti, uno che di affari di chiesa se ne intende, sicuramente si fa peccato a pensare che l’invito, rivolto ieri al governo italiano dal cardinale Bagnasco, di far pagare le tasse agli evasori, abbia come profano retropensiero l’ammontare dell’8 per mille. Ma è quel che succede nel Belpaese: più tasse paghiamo, più soldi finiscono nelle casse vaticane. E si tratta di «cifre impressionanti» per dirla con le parole usate ieri dal sacro pulpito. In ogni caso a pensar male spesso s’indovina. Una Chiesa che vive di privilegi fiscali non sembra la cattedra più imparziale, né la più accreditata, nel dispensare consigli in proposito. Se solo il Vaticano pagasse la tassa sugli immobili (l’Ici), molte e grandi opere di bene potrebbero essere intestate ai ministri di Dio. Il severo monito spedito all’indirizzo della manovra economica di Palazzo Chigi, ha il sapore di chi prega ma non paga. E nell’epoca della grande crisi, quando lavoro e salari non riescono nemmeno a svolgere la funzione ottocentesca di riprodurre la forza lavoro, l’accorato pensiero del cardinale alle sorti amare della famiglia italiana sarebbe più credibile se, intanto, facesse la grazia di rinunciare, per esempio, ai finanziamenti della scuola privata (cattolica). Specialmente quando alla scuola pubblica vengono sottratti miliardi (otto negli ultimi tre anni).
In fondo quella clericale, benché ispirata dalla divina provvidenza, è una casta che siamo costretti a sovvenzionare senza neppure averla eletta come legittima rappresentante dei nostri interessi. Per l’esigua e dannata razza del contribuente italiano non fa nessuna differenza sapere che i quattromila euro di pensione sono percepiti dal cappellano militare, seppur con molte stellette, anziché dall’ultimo parlamentare. Pregare bene e razzolare malissimo è una abitudine diffusa del malcostume nazionale, ma almeno chi ci malgoverna, pur se unto dal signore, non è eterno.

www.ilmanifesto.it

Don Milani e la “servitù volontaria”

Autore: liberospirito 22 mag 2011, Comments (0)

La filosofa Roberta De Monticelli è l’autrice di un’ampia premessa al volume (in uscita per Chiarelettere)  A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca, in cui sono raccolti alcuni scritti di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, relativi alla vicenda che nel 1965 lo coinvolse in un processo per apologia di reato, per avere difeso l’obiezione di coscienza alla leva militare. Una parte di questo contributo è apparsa questa settimana sul quotidiano “La Stampa”. Noi qui la riportiamo poichè ci sembra di estrema attualità riproporre la testimonianza di don Milani sulla libertà della coscienza umana, sul ruolo della sensibilità religiosa e sulla “servitù volontaria” mascherata come common sense e obbedienza alla legge.

“E poiché sei venuto al mondo, sei stato allevato e educato, come puoi dire di non essere, prima di tutto, creatura nostra, in tutto obbligato a noi, tu e i tuoi avi?». Questo dicono le leggi a Socrate, secondo un celeberrimo passo del platonico Critone. Più di un padre e una madre sono per Socrate le leggi, senza le quali non esiste Città dove ragione si oppone a ragione, ma solo la ragione del più forte, la guerra o il dispotismo. Perciò Socrate accetta la morte e non fugge, pur sapendo che la condanna è ingiusta.

Antigone, nella più celebre tragedia di Sofocle, disobbedisce invece alla legge di Tebe e di Creonte: la giovane donna è «fuorilegge, devota» a una legge non scritta e «misteriosamente eterna», che a quella positiva si oppone.

Nelle figure di Socrate e di Antigone si incarnano i modi dell’obbedienza e della disobbedienza in quanto entrambi espressioni della libertà. Perché c’è obbedienza e obbedienza. Obbedire a una legge cui si consente – e non a un uomo che si pone al di sopra di essa – è esercizio di libertà come autonomia, sovranità su se stessi. E don Milani si rivolge ai ragazzi della sua scuola come ai «sovrani di domani». Come ai cittadini che saranno, il cui esercizio di libertà è anche esprimere la volontà di leggi più giuste, e dunque anche obiettare, accettando socraticamente le conseguenze penali, a quelle ingiuste. Invece l’obbedienza che «non è più una virtù», se mai lo è stata, non è un modo della libertà, ma del suo contrario: dell’asservimento, prigionia della mente e servitù del cuore. Può essere l’obbedienza a un uomo e non a una norma legittima, o può essere l’obbedienza cieca, o indifferente. Servitù è il vero nome di quell’obbedienza che non è virtù. Questo è il cuore del pensiero di don Lorenzo Milani, cittadino e cristiano, che si esprime in questi testi pubblicati nel 1965 in difesa dei primi obiettori di coscienza alla coscrizione militare e in risposta all’accusa di apologia di reato, per la quale don Milani subì un processo.

L’orrore della servitù volontaria è il punto di fusione – al calor bianco – fra il demone di Socrate, che libera dalla prigionia della mente, e la divinità nell’uomo di Cristo, figlio e non servo, che libera dalla sudditanza del cuore. Don Milani lo sa: lo dice nella Lettera ai Giudici, la sua fiammante, socratica apologia, che ogni ragazzo dovrebbe leggere appena si sveglia al dubbio e all’esistenza. Il Critone e l’Apologia di Socrate, insieme con i quattro Vangeli: ecco le prime due fonti di quella «tecnica di amore costruttivo per la legge» di cui il maestro di Barbiana si fa apprendista, insieme con i suoi ragazzi. [...]

È importante capirlo: non è la «legge divina» che suggerisce a don Milani il suo «costruttivo amore» per la legalità repubblicana, o se lo è, lo è solo in quanto questa legge divina non decreta affatto il primato, sulla legge dello Stato, di un’altra Sovranità, di una Chiesa, di un Libro o di una Dottrina, ma solo il primato della coscienza individuale; e con questa limpida affermazione, come nella difesa di quei testimoni solitari che erano gli obiettori, sfugge anche alla banalizzazione di chi lo classifica come catto-comunista.

«La dottrina del primato della coscienza sulla legge dello Stato» è certamente, scrive con candore don Milani, «dottrina di tutta la Chiesa». Era il 1965. E quello fu anche l’anno della Dignitatis humanae, che in coda al Concilio Vaticano II dichiarava: «Gli imperativi della legge divina l’uomo li coglie e li riconosce attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente… Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza». Ecco: quell’anno fu pensata fino in fondo, e dimostrata possibile, la radicale laicità di un cattolicesimo che veramente avesse voluto rinnovarsi al fuoco dello spirito, o meglio del Vangelo. Se questo pensiero avesse vinto, la storia del nostro paese sarebbe stata diversa, e – per l’influenza della Chiesa – anche la storia del mondo. Perciò è importante capire fino in fondo questo pensiero, che fu invece sconfitto, e poi calunniato, e poi sepolto.

Che la legge divina consista qui nel liberare da ogni nome di Dio la legge terrena, quella che istituisce e protegge il pubblico confronto delle volontà e delle ragioni; che la legge divina stessa induca il sacerdote a ritirarsi, in primo luogo, per lasciar posto al maestro, che deve risvegliare la libertà e la coscienza critica dei futuri cittadini: perché questo è tanto importante? Perché porta alla luce il cuore dell’intuizione cristiana della vita, quel cuore che – se davvero ancora pulsasse – riscatterebbe la religione dalla sua vergogna, la vergogna di avere nei secoli legato la libertà e reso infante la coscienza. La riscatterebbe, mostrando che Cristo libera l’anima da questa religio. Le chiede di svegliarsi alla verifica personale dei valori e delle loro relazioni delicate, di superiorità e inferiorità. Talitha kumi: «svegliati, ragazza». Dietrich Bonhoeffer l’aveva capito, ma quanto più arduo sarà stato capirlo per un sacerdote cattolico, quale don Milani voleva essere? Questo pensiero nutre quella radicalità anti-idolatrica, o anti-ideologica, per la quale la coscienza parla, certamente, di fronte all’assoluto, ma non in nome dell’assoluto.[...]

Non in nome di Dio dunque don Milani difende la disobbedienza alla legge umana, benché indubbiamente lo faccia al cospetto del suo Dio. Ecco perché a differenza di quanto abbiamo fatto noi, per introdurre le due grandi figure della coscienza in relazione alle quali comprendiamo l’obbedire e il disobbedire come modi della libertà, don Milani non parla di Antigone. Che pure sarebbe la figura che rappresenta la legge divina. No, tutto socratico resta il suo ragionare, anche quando cita Gandhi o altri. Certo, il passaggio potrebbe essere anche più immediato: non può servire un uomo chi serve un dio, e la legge di questo dio, non scritta, vale più di quella scritta da un re. Ma non è il passaggio che fa don Milani. Perché non è in nome di un particolare ethos, fosse pure quello della propria fede, che si può volere una legge dello Stato.

Una legge dello Stato, che vincola tutti, è giusta soltanto se la coscienza di chiunque – o almeno di chiunque riconosca la pari dignità di ciascun essere umano – può consentirvi indipendentemente dalla fede che ha, e che obbliga solo chi ce l’ha. Ecco perché l’ulteriore ragionamento di don Milani è tutto fatto di ragione umana: parla della Costituzione, del suo articolo 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli»; delle guerre di aggressione fatte e subite in passato, dei gerarchi nazisti che si giustificarono con «la virtù dell’obbedienza». Parla di doveri e diritti, che stanno alla libertà dei cittadini come la sudditanza al potere illimitato sta alla libertà dei servi. L’opposizione è la stessa che corre fra «I care» e «Me ne frego», scrive il sacerdote.

Roberta De Monticelli

Chi è il tuo Dio?

Autore: liberospirito 14 mar 2011, Comments (0)

L’immagine che possiamo osservare qui sopra è opera di William Blake. Si tratta di un’incisione del grande visionario inglese che ha come tema Dio. Sul numero di febbraio di quest’anno del mensile “Tempi di Fraternità” (http://www.tempidifraternita.it/) è apparso un questionario dal titolo Chi è il tuo Dio? rivolto ad alcuni collaboratori della rivista. Si tratta di cinque domande a bruciapelo (quanto meno impegnative) a cui veniva chiesta una risposta sintetica (pure questo esercizio impegnativo). Nel numero precedente erano state rese pubbliche le risposte al medesimo questionario fornite da un gruppo di studenti.

Proponiamo di seguito gli interrogativi posti e le risposte formulate da Federico Battistutta. Il lettore interessato alle questioni potrà considerare il tutto come un invito e, a sua volta, provare a entrare nel vortice delle domande, rispondendo e coniugando le domande in prima persona: potrà essere un’occasione per confrontarsi con quesiti mai incontrati o che non si è mai voluto toccare o, se ci si è misurati, si è rimasti magari ancorati a formule prefabbricate. Buon viaggio.

1) Che idea hai di Dio?

Non posso dire di avere un’idea di Dio. Al contrario, quello che con gli anni si è venuto formando in me è una sorta di ‘ateismo religioso’, che non significa l’affermazione della non esistenza di Dio, tutt’altro, cerca di essere un tentativo di purificare il sentire religioso da ogni ombra di idolatria (“Non ti farai idolo né immagine alcuna…”). A questo proposito, il silenzio di Buddha in materia teologica è davvero un grande insegnamento. L’idea di fondo è che in ogni teismo espresso si annidi il pericolo di idolatria. (E, pensando a tutta la tradizione apofatica, sento di trovarmi in buona compagnia).

 2) Come te lo raffiguri?

“Dio nessuno l’ha mai visto”. Così come cerco di non avere un’idea di Dio, ugualmente tendo a non raffigurarmelo. Su ciò condivido l’opinione che espresse il vecchio Max Horkheimer: Dio non può essere oggetto di dimostrazione o rappresentazione, ma solo di una nostalgia sconfinata verso un senso di piena e perfetta giustizia. Sento che qualsiasi tipo di raffigurazione sia – volente o nolente – una forma di antropomorfismo culturalmente determinato (come diceva Feuerbach: volta la carta e dietro ogni teologia trovi un’antropologia).

 3) E’ presente nei tuoi pensieri?

Nel buddhismo zen si parla di meditare su di un kōan, vale a dire trovare la soluzione a un’affermazione paradossale che contrasta con i più comuni principi della logica. Per me dire-Dio significa più o meno questo: andare alla radice di quelle domande di senso e di quei problemi per i quali sembra non esserci soluzione alcuna, e sostare, rimanendo con costanza, in silenzio, di fronte ad essi, proprio nella loro insolubilità.

 4) Interviene nella tua vita quotidiana?

Come disse una volta Jack Kerouac – il quale non era certo teologo, ma era comunque abitato da una forte tensione di ricerca – “voglio vedere Dio in faccia”. E’ stato coniato ormai da diversi anni, in campo psicologico, il termine ‘transpersonale’ che nella sua neutralità vuole indicare un’esperienza concreta che eccede i confini abituali dell’io e della persona. Ecco, più che avere un’idea o una rappresentazione di Dio trovo sia importante fare esperienza di Dio (senza per questo essere necessariamente mistici di professione) e comportarsi conseguentemente all’oltrepassamento della sfera del proprio piccolo io, nelle azioni verso i propri simili e verso gli altri viventi, affinché “Dio sia tutto in tutti”. 

 5) Che cosa puoi dire a proposito di Dio?

Prestiamo attenzione al secondo comandamento del decalogo che dice: non nominare il nome di Dio invano. Giacché il più delle volte lo facciamo proprio invano (quante guerre e carneficine sono state combattute in nome di Dio, per scopi umani, fin troppo umani!), forse sarebbe il caso se non lo nominassimo del tutto. Potremmo così autoinvitarci ad un piccolo esercizio di ascesi, astenendoci dal nominarlo per un certo periodo di tempo; sarebbe una sorta di moratoria rispetto ai pericoli di qualsivoglia appropriazione indebita del nome di Dio.

Addio al Piccolo Cesare

Autore: liberospirito 20 gen 2011, Comments (0)

E’ di oggi la notizia sui quotidiani della decisione da parte del Vaticano di provare a scaricare Berlusconi a causa del sexy-gate che lo vedo coinvolto. ”La Santa Sede sta seguendo con attenzione e con particolare preoccupazione queste vicende italiane”, ha dichiarato il segretario di Stato Vaticano, cardinale Tarcisio Bertone. E’ lo stesso personaggio che all’incirca un mese fa si è congratulato con il premier per aver pienamente recepito le indicazioni della Santa Sede su temi definiti “eticamente sensibili” (famiglia, istruzione, difesa della vita), definendo come eccellente lo stato delle relazioni tra le due sponde del Tevere. Con quelle parole Bertone confermava, suo malgrado, quanto riportava sulla rivista “Rocca” Giancarlo Zizola a proposito del pensiero dei vertici vaticani, il quale, stando alla sintesi di un osservatore anonimo, ”non importa se il potere sia di destra o di sinistra, importa chi ci dà di più”.

Staremo a vedere se l’intervento del Vaticano contribuirà alla messa in liquidazione del “piccolo cesare” di Arcore e se saprà essere minimamente coerente su ciò. Staremo a vedere, appunto. Intanto riportiamo qui sotto le parole di Enrico Peyretti (intellettuale e ricercatore impegnato nel movimento per la nonviolenza e la pace), apparse sulla rete tempo fa, che costituiscono una sana denuncia.

 Una gerarchia insensata

 Enrico Peyretti

Sento, insistente, fra i cattolici seri e pensosi, non più disagio ma ripugnanza per queste ripetute prese di posizione di una gerarchia insensata a favore del governo Berlusconi. Non si tratta di destra o sinistra: si tratta di un governo che è “fuori” da tutte le parti: fuori dalla Costituzione, fuori dalla giustizia verso i più poveri (tanto all’interno quanto fra i migranti in cerca di vita respinti in mano a dittatori e predoni), fuori dalla legalità, fuori dalla parola veritiera e onesta, fuori dalla minima onestà civile.

Cosa vedono e cosa vogliono questi gerarchi di una organizzazione ecclesiastica fine a se stessa, con ogni mezzo? Con quale responsabilità parlano? Con quale conoscenza della realtà? Con quale coscienza dei primari valori umani e civili? Ma sanno a chi vendono la chiesa? I cristiani cattolici coscienti si facciano sentire, con voce forte. È il nostro dovere.

www.cdbchieri.it

Il Natale di Nicodemo

Autore: liberospirito 9 gen 2011, Comments (0)

Sono trascorse oramai le feste natalizie. Proprio in occasione di questo trascorrere desideriamo proporre un intervento di Pasquale Iannamorelli sul Natale, a partire dall’episodio riguardante l’incontro tra Nicodemo, membro del sinedrio, e Gesù. E’ una riflessione spiazzante rispetto a numerosi discorsi a cui siamo stati, nostro malgrado, abituati nelle giornate passate.

Il Natale di Nicodemo

Pasquale Iannamorelli 

Nicodemo non è un pastore di Betlemme, non è Giuseppe, non è Erode, non è uno dei magi. Cosa c’entra allora con il Natale?

Mi ha sempre incuriosito e attratto, questo personaggio secondario del Vangelo di Giovanni, un’ombra che si muove nel buio, ma comunque una figura molto moderna per i suoi mille interrogativi e titubanze.

Nicodemo è l’uomo della paura, l’uomo del dubbio, l’uomo in ricerca, l’uomo della rinascita.

In Giovanni l’oscurità coincide spesso con l’ambiguità, il turbamento. È notte quando si scatena la tempesta sul mare e Gesù raggiunge i suoi camminando sulle acque (6,16); è notte quando Giuda esce dal cenacolo per andare a consegnare il Maestro (13,30); è notte quando Maria di Magdala scopre la tomba vuota (20,1). È notte quando Nicodemo va a parlare con Gesù (3, 1-21) o quando aiuta a dare sepoltura al suo corpo (19,39).

Nicodemo è uno scettico, non perché rinuncia alla verità, ma perché è un uomo che si pone delle domande. Anche la fede, nel suo nucleo più genuino, è una proposta sempre messa in discussione dal dubbio. Altrimenti assume un carattere fondamentalista nel senso più volgare della parola ed usa la religione come illusione.

Le persone che mi fanno più paura sono quelle che non dubitano mai, che non si interrogano mai, che non sono aperte al nuovo, che sono incapaci di guardare fuori del ghetto, partito, gruppo, squadra, movimento, religione… Non sta forse nel dubbio la tipicità dell’uomo? Imparare a vivere positivamente il dubbio, osare rimettere in discussione ogni mattina le certezze acquisite ieri per inserirle meglio nella vita quotidiana che passa, aprire gli occhi sia sul grigiore cupo di certe giornate che sugli stupori di fronte a una gemma in primavera, sperare che ciò che mi affligge oggi possa essere portatore di slancio domani, non è forse questo un atteggiamento di fede nella vita, in un chicco di grano che muore per portare frutto?

Solo quando non abbiamo più nulla, scompare la paura. E non si tratta solo di oggetti, di denaro, di immobili, di cose preziose. Nicodemo aveva paura di perdere la sua onorabilità, la sua autorità facendosi sorprendere con un poco di buono come Gesù. Ma al tempo stesso non rimane immobile, non gli basta approfondire con i suoi colleghi dottori della legge i temi che gli stanno a cuore, si avventura in mare aperto, pur usando una prudente e impaurita circospezione; vuole confrontarsi con quel Maestro tanto avversato dai farisei suoi amici. Questo perché è un uomo in ricerca, alla ricerca della luce. È confuso, crede in Gesù ma nello stesso tempo non riesce a decidere di seguirlo. Passerà gradatamente dalla titubanza figlia della paura dell’altrui opinione, all’esperienza umile della ricerca incessante e ostinata che farà di lui un testimone.

Nicodemo, durante quel colloquio serrato, partecipato, anche duro con Gesù, non capisce che è essenziale rinascere. Cosa significhi rinascere dall’alto forse lo comprende e ne fa esperienza proprio nel giorno della morte di quel Maestro che ha voluto incontrare di notte. È a partire da questa esperienza di morte e di vita che Nicodemo, da discepolo incredulo, diviene credente: si rinasce veramente quando non si ha più nulla da perdere.

Nella nostra tradizione cattolica abbiamo posto in relazione la parola rinascita con due sacramenti, il battesimo e la confessione, intesi come purificazione dal peccato: parola questa relegata nella sfera religiosa, ma che si traduce in parole umanissime e laiche: menzogna, ingiustizia, prepotenza, violenza, indifferenza, egoismo, viltà, complicità, tradimento, disumanità.

Nel Vangelo c’è una pagina che non cesserà mai di mettere lo scompiglio nei facili e comodi allineamenti dei cristiani con la mentalità mondana di ogni società e cultura: la lavanda dei piedi. Quando chi è posto in autorità, tradendo anzitutto la sua libera coscienza responsabile, pretende di sovrapporsi e di violentare la libertà di un suddito – bisognerebbe dire meglio di un corresponsabile – squalifica la sua autorevolezza. Non può esigere più né ossequio né obbedienza. È anarchia? Sì, ma per “rovesciare i potenti dai loro troni e innalzare gli umili” (Luca 1,52).

Nicodemo credeva di avere davanti a sé un qualsiasi maestro, un suo collega; invece incontra la luce, nonostante sia notte fonda. È come se la sua figura camminasse ai margini, attento alla vicenda di Gesù, ma da lontano e assaporando l’ambiguità, il disorientamento, il dubbio. Egli ora deve scegliere se stare nella notte in cui si muove o se scegliere la luce, rinascere.

Dall’impaurito, indeciso, dubbioso Nicodemo ho imparato che nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno. Rinascere più liberi, rinascere più vivi, rinascere più vigili, rinascere più resistenti, rinascere più appassionati, rinascere più entusiasti, rinascere più ricchi di gioia, rinascere più capaci di tenerezza…

Ecco perché Nicodemo è, a pieno titolo, un personaggio natalizio. Rinascere continuamente è il mio augurio di Natale. Per me e per voi.

GUERRA IN AFGHANISTAN: MISSIONE DI PACE ?

Autore: liberospirito 12 ott 2010, Comments (0)

4 ottobre 2010 – Festa di s. Francesco  d’Assisi                                    

Stiamo entrando nel decimo anniversario della guerra contro l’Afghanistan: è un momento importante per porci una serie di domande.

In quel lontano e tragico  7 ottobre 2001 il governo USA , appoggiato dalla Coalizione Internazionale contro il terrorismo, ha lanciato un attacco aereo contro l’Afghanistan. Questa guerra continua nel silenzio e nell’indifferenza, nonostante l’infinita processione di poco meno di 2.000 bare dei nostri soldati morti. Che si tratti di guerra è ormai certo, sia perché tutti gli eserciti coinvolti la definiscono tale, sia perché il numero dei soldati che la combattono e le armi micidiali che usano non lasciano spazio agli eufemismi della propaganda italiana che continua a chiamarla“missione di pace. Si parla di 40.000 morti afghani (militari e civili), e il meccanismo di odio che si è scatenato non ha niente a che vedere con la pace. Come si può chiamare pace e desiderare la pace, se con una mano diciamo di volere offrire aiuti e liberazione e con l’altra impugniamo le armi e uccidiamo?

La guerra in Afghanistan ha trovato in Italia in questi quasi dieci anni unanime consenso da parte di tutti i partiti – soprattutto quando erano nella maggioranza – e di tutti i governi. Rileggere le dichiarazioni di voto in occasione dei ricorrenti finanziamenti della missione” rivela, oltre devastanti luoghi comuni e diffuso retorico patriottismo, un’unanimità che il nostro Parlamento non conosce su nessun argomento e problema. Perché solo la guerra trova la politica italiana tutta d’accordo? Chi ispira questo patriottismo guerrafondaio che rigetta l’articolo 11 della nostra Costituzione?

L’elenco degli strumenti di morte utilizzati  è tanto lungo quanto quello dei cosiddetti “danni collaterali”, cioè 10.000 civili, innocenti ed estranei alla stessa guerriglia, uccisi per errore. Ma la guerra non fa errori, poiché è fatta per uccidere e basta.

Noi vogliamo rompere le mistificazioni, le complicità e le false notizie di guerra che condannano i cittadini alla disinformazione, che orientano l’opinione pubblica a giustificare la guerra e a considerare questa guerra in Afghanistan come inevitabile e buona. La guerra in Iraq, i suoi orrori e la sua ufficiale conclusione hanno confermato negli ultimi giorni la totale inutilità di queste “missioni di morte”. Le sevizie compiute nel carcere di Abu Ghraib e in quello di Guantanamo, i bombardamenti al fosforo della città di Falluja nella infame operazione Phantom Fury non hanno costruito certo né pace né democrazia, ma hanno moltiplicato in Iraq il rancore e la vendetta. Altrimenti perché sono orami centinaia i soldati degli Stati Uniti, del Canada e del Regno Unito che si suicidano, dopo essere tornati dall’Iraq e dall’Afghanistan? Cosa tormenta la coscienza e la memoria di questi veterani? Cosa hanno visto e cosa hanno fatto che non possono più dimenticare? Dall’inizio della guerra in Afghanistan ci sono più morti fra i soldati tornati a casa che tra quelli al fronte: si susseguono i suicidi dei veterani  negli USA.

Tutto il XX secolo ha visto la nostra nazione impegnata a combattere guerre micidiali ed inutili nelle quali i cattolici hanno offerto un decisivo sostegno ideologico. Ancora troppo peso grava sulla coscienza dei cattolici italiani per avere esaltato, pregato e partecipato alla I guerra mondiale e tanto più ancora all’omicida guerra coloniale in Abissinia.”Ci presentavano l’Impero come gloria della patria! - scriveva don Milani nella celebre  lettera ai giudici L’obbedienza non è più una virtùAvevo tredici anni. Mi pare oggi. Saltavo di gioia per l’Impero. I nostri maestri si erano dimenticati di dirci che gli Etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini, mentre loro non ci avevano fatto proprio nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non lo so, preparava gli orrori di tre anni dopo. E dopo essere stato così volgarmente mistificato dai miei maestri, vorreste che non sentissi l’obbligo non solo morale, ma  anche civico, di demistificare tutto?”

Forse conoscere la storia dei tanti eccidi criminali compiuti dai militari, dagli industriali, dai servizi segreti nella nostra storia contemporanea aiuterà i giovani a formarsi una coscienza politica e un senso critico. Tanto da renderli immuni dalla propaganda che vuole soltanto carpire consenso e impegnarli in imprese di morte come la guerra in Afghanistan, nella quale facciamo parte di una coalizione che applica sistematicamente la tortura  – come nel carcere di Bagram e nelle prigioni clandestine delle basi Nato – e le esecuzioni sommarie. 

Chi dunque ha voluto e vuole questa guerra afghana che ci costa quasi due milioni di euro al giorno? Chi decide di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 veicoli? Come facciamo tra poco ad aggiungere al nostro contingente altri 700 militari? Quante scuole e ospedali si potrebbero costruire? Chi sono i fabbricanti italiani di morte e di mutilazioni che vendono le armi per fare questa guerra? Chi sono gli ex generali italiani che sono ai vertici di queste industrie? Che pressioni fanno le industrie militari sul Parlamento per ottenere commesse di armi e di sistemi d’arma? Quanto lucrano su queste guerre la Finmeccanica, l’Iveco-Fiat, la Oto Melara, l’Alenia Aeronautica e le banche che le finanziano? E come fanno tante associazioni cattoliche ad accettare da queste industrie e da queste banche elargizioni e benefici? Può una nazione come l’Italia che per presunte carenze economiche riduce i posti letto negli ospedali, blocca gli stipendi, tiene i carcerati in condizioni abominevoli e inumane, licenzia gli insegnanti, aumenta gli studenti per classe fino al numero di 35, riduce le ore di scuola, accetta senza scomporsi che una parte sempre più grande di cittadini viva nell’indigenza e nella povertà, impegnare in armamenti e sistemi d’arma decine di miliardi di euro? A cosa serviranno per il nostro benessere e per la pace i cacciabombardieri JSF che ci costano 14 miliardi di euro (quanto ricostruire tutto l’Abruzzo terremotato)? E le navi FREM da 5,7 miliardi di euro? E la portaerei Cavour – costata quasi 1,5 miliardi e per il cui esercizio sprechiamo in media circa 150.000 euro al giorno – come contribuirà a costruire la pace? E come è possibile che il Parlamento abbia stanziato 24 miliardi di euro per la difesa nel bilancio 2010?

Chi sottoscrive questo appello vuole soltanto che in Italia si risponda a queste domande.

Rispondano i presidenti del Consiglio di questi ultimi dieci anni, i ministri della difesa e tutti parlamentari che hanno approvato i finanziamenti a questa guerra.  

Dicano con franchezza che questa guerra si combatte perché l’Afghanistan è un nodo strategico per il controllo delle energie, per il profitto di alcuni gruppi industriali italiani, per una egemonia economica internazionale, per una volontà di potenza che rappresenta un neocolonialismo mascherato da intenti umanitari e democratici, poiché questi non si possono mai affermare con armi e violenza.

Facciamo nostre le parole profetiche di una grande donna indiana, Arundathi Roy, scritte in quel tragico 7 ottobre 2001: Il bombardamento dell’Afghanistan non è una vendetta per New York e Washington. E’ l’ennesimo atto di terrorismo contro il popolo del mondo. Ogni persona innocente che viene uccisa deve essere aggiunta, e non sottratta, all’orrendo bilancio di civili morti a New York e Washington. La gente raramente vince le guerre, i governi raramente le perdono. La gente viene uccisa. I governi si trasformano e si ricompongono come teste di idra. Usano la bandiera prima per cellofanare la mente della gente e soffocare il pensiero e poi, come sudario cerimoniale, per avvolgere i cadaveri straziati dei loro morti volenterosi. “

Mons. Raffaele Nogaro, Vescovo Emerito di Caserta

P. Alex Zanotelli; P. Domenico Guarino – Missionari Comboniani- Sanità, Napoli

Suor Elisabetta Pompeo; Suor Daniela Serafin; Suor  Anna Insonia, Missionarie Comboniane Torre Annunziata

Suor Rita Giaretta; Suor Silvana Mutti; Suor Maria Coccia; Suor Lorenza Dal Santo –Comunità Rut- Suore Orsoline

P. Mario Pistoleri; P. Pierangelo Marchi; P. Giorgio Ghezzi – Sacramentini – Caserta

P. Antonio Bonato – missionario Comboniano – Castelvolturno (Caserta)

Don Giorgio Pisano, Diocesano – Portici (Napoli)

 

pubblicato su www.mosaicodipace.it alla pagina: http://www.peacelink.it/mosaico/a/32507.html

Omaggio a Raimon Panikkar

Autore: liberospirito 30 ago 2010, Comments (0)

E’ morto il 26 agosto Raimon Panikkar, filosofo e teologo spagnolo di origini indiane (era nato a Barcellona da madre catalana e padre indiano), all’età di 91 anni. Tutti i quotidiani italiani ne hanno dato ampia notizia sulle pagine culturali. Qui, si può solo ribadire come sia stato a tutti gli effetti un personaggio-chiave (pur con tutte le umane contraddizioni) dell’ampliamento degli orizzonti filosofico-religiosi, in senso stretto, e culturali, nell’accezione più ampia del termine. Ci resta in eredità  la sua vasta opera, come fonte e materiale per la meditazione e la discussione a venire.

Sul “Corriere della sera” del 28 agosto è stato pubblicato anche un estratto di un testo inedito a cui Panikkar stava lavorando. Lo riproduciamo come omaggio a questa importante figura del nostro tempo. Leggere le sue parole è il modo migliore per ricordarlo.

 

Unire cielo e terra serve a ridare un senso al mondo

Raimon Panikkar

Nel corso dei millenni l’uomo è stato attratto, spesso ossessionato e talvolta affascinato, da due forze che i mistici chiamerebbero trascendenza e immanenza, i poeti cielo e terra, i filosofi spirito e materia. L’uomo si è dibattuto tra questi due poli attribuendo di volta in volta più importanza all’uno o all’altro, disprezzando, trascurando o magari negando realtà all’uno dei due (la materia è male, il corpo è schiavitù, il tempo è illusione) oppure viceversa (il cielo non esiste, lo spirito è mera proiezione, l’eternità un sogno).

La religione, intesa quale dimensione umana che potremmo chiamare religiosità, messa di fronte al problema del significato della vita ha oscillato tra questi due poli senza riuscire a dimenticare completamente l’altro. Carpe diem: la terra è troppo attraente per non godere dei suoi piaceri. Fuga mundi: il mondo è troppo fugace per riporvi la nostra fiducia.

Non v’è dubbio, tuttavia, che molte delle principali religioni ai nostri giorni hanno decisamente spostato la bilancia verso il trascendente, lo spirituale, l’ultraterreno. «Come andare in cielo» è il compito della religione; «come vanno i cieli» è l’incombenza della scienza: è stata questa la materia di discussione tra uno scienziato (Galileo Galilei) e un teologo (Roberto Bellarmino).

La dicotomia è stata letale per entrambi. La religione è bandita dagli affari umani e la scienza diventa una specialità astratta, avulsa dalla vita umana. La religione diventa un’ideologia e la scienza un’astrazione. In entrambi i casi il corpo è praticamente irrilevante. Compito della nostra generazione, se non vogliamo contribuire all’estinzione dell’homo sapiens, è di tornare a celebrare l’unione tra cielo e terra, quello hieros gamos o sacra unione di cui parlano tante tradizioni, non esclusa la cristiana.

Lo studio delle tradizioni religiose dell’umanità ci mostra che «scienza» (per non usare altri termini) ha voluto dire qualcosa più che descrizione empirica di comportamenti «religiosi» e delle loro interpretazioni «scientifiche» e che religione non è riducibile a pratiche o credenze definite «religiose» dal punto di vista della razionalità intesa nel senso in cui l’ha interpretata il cosiddetto illuminismo. Dicendo «scienze» non vogliamo escludere alcuna forma di coscienza né di saggezza.

Nel dire «religioni» non vogliamo cadere nel monopolio di questa parola da parte di istituzioni («religiose»); ci riferiamo invece a quel nucleo ultimo di ogni cultura, e anche di ogni vita umana, che si crede dia un certo senso alla vita.

È molto significativo che la parola polisemica «religione» sia stata ritenuta poco meno che sconveniente in alcuni ambienti e che si sia voluto sostituirla con «spiritualità». Ciò però dimostra che l’allergia alla parola «religione» è solo superficiale, dato che la parola «spirito» potrebbe farci cadere a sua volta in un altro «ghetto» esclusivo degli «spiritualisti». Se si critica la religione in quanto oasi chiusa che esclude i cosiddetti non-credenti, la spiritualità a sua volta potrebbe essere intesa come la confederazione di religioni in antitesi a coloro che negano ciò che è spirituale.

Sin dai tempi di Confucio si sa che esiste una politica delle parole.