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Beata ignoranza ovvero l’analfabetismo religioso in Italia

Autore: liberospirito 7 Set 2013, Comments (0)

Gli italiani sono ignoranti in materia religiosa. Oltre il 50% ha idee confuse sugli autori della Bibbia e soltanto il 16% è in grado di mettere in ordine cronologico Noè, Abramo, Mosè e Gesù. Meno di due italiani su dieci sono in grado di citare i dieci comandamenti e il 41% ne sa citare uno soltanto. È quanto emerge da un’indagine condotta da Gfk Eurisko per conto della Chiesa valdese, i cui dati sono stati presentati a Torre Pellice nel corso di una serata pubblica promossa nell’ambito del Sinodo delle chiese metodiste e valdesi dal titolo “Santa ignoranza. Gli italiani, il pluralismo delle fedi, l’analfabetismo religioso”. L’Agenzia Sir ne ha parlato con Paolo Naso, coordinatore della Commissione studi della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei). Riportiamo sotto l’intervista. Qui però vogliamo aggiungere alcune personali riflessioni. L’ignoranza religiosa è si cosa grave e indica responsabilità precise di tale situazione, ma questo è solo un aspetto e forse non il più grave. Più importante del saper collocare in ordine cronologico i vari Noè, Abramo, Mosè e Gesù è l’essere in grado di esprimere un comportamento religioso nei fatti. A tale scopo ricordiamo qui un esperimento di psicologia applicata al comportamento, compiuto nella prima metà degli anni Settanta. L’esperimento venne soprannominato del ‘buon samaritano’. In breve: ad alcuni studenti (di diverso orientamento religioso) di un seminario teologico viene chiesto di recarsi nel locale di un edificio distante pochi minuti di strada; là avrebbero dovuto esporre le proprie posizioni su un argomento assegnato. Solo alla metà degli studenti viene riferito che il tema era la parabola del buon samaritano (Luca 10,25-37). Solo a una parte di questi ultimi viene anche detto di affrettarsi, agli altri invece non viene detto nulla. Nei pressi dell’entrata dell’edificio in cui dovevano entrare i giovani trovano una persona che giace a terra, richiedente aiuto. Di fronte a ciò alcuni studenti si fermano per prestare soccorso, altri proseguono per la loro strada. L’esito dell’esperimento fu il seguente: solo il 10% degli studenti in ritardo si era fermato, contro il 64% degli studenti che avevano più tempo a disposizione. L’essere cattolici o protestanti, conoscere più o meno bene la parabola del buon samaritano, risultarono fattori poco significativi; l’unica discriminante era il tempo in avanzo. Risulta qui evidente una sfasatura fra le parole (l’appartenenza religiosa) e le cose (il comportamento tenuto). Qui il comportamento irreligioso è assai più preoccupante dell’ignoranza religiosa. Questo dovrebbe dare da pensare oggi.

santa ignoranza

Che cosa l’ha colpita di più della ricerca Eurisko?
“Abbiamo riscontrato un’elevata punta di persone che senza esitazione si definisce cattolica. Il problema è che a questa identità corrisponde un assoluto analfabetismo religioso. Alla domanda per esempio, capostipite di ogni catechismo, riguardo alle tre virtù teologali, ha saputo rispondere solo il 17%. Oppure, riguardo alla lettura della Bibbia, solo il 30% lo fa al di fuori delle celebrazioni liturgiche. Rarissime poi le persone in grado di citare tutti e dieci i comandamenti: il 41% ne sa citare solo uno, di solito il ‘non uccidere’ o il ‘non rubare’. Solo poi il 16% sa mettere in ordine cronologico Noè, Abramo, Mosè e Gesù. Siamo quindi di fronte ad un dato gravissimo di assoluto analfabetismo religioso”.

È un fenomeno che c’è sempre stato o è andato peggiorando negli anni?
“È un fenomeno che è andato peggiorando negli anni. Abbiamo per esempio posto la domanda su chi ha iniziato la riforma protestante. Il dato che emerge è che circa il 50 % degli italiani sa che è stato Lutero. Quando abbiamo posto la stessa domanda a giovani sotto i 30 anni, quelli cioè che dovrebbero essere più freschi di studi, il dato si abbassa al 31%. Emerge allora un dato ancora più grave che riguarda in particolare i giovani. C’è di che preoccuparsi”.

Che cosa preoccupa di più?
“Un dato oggi di analfabetismo religioso così alto ha una pessima funzione sociale. Oggi le religioni sono chiamate in causa dal più ampio tema della interculturalità. Ignorare o non disporre di chiavi di comprensione della realtà religiosa significa venire meno alla cittadinanza sociale, alle dinamiche delle integrazioni, della semplice convivenza nello spazio pubblico”.

Vuol dire che c’è un legame tra i fenomeni di razzismo e l’analfabetismo religioso?
“Esiste un rapporto stringente. La forza più percepibile di razzismo è la discriminazione nei confronti di chi ha una religione diversa. Negli ultimi quattro anni, per esempio, sono state fatte campagne scientifiche di delegittimazione della presenza islamica nel nostro Paese con la motivazione che il musulmano è portatore di valori e sistemi di pensiero e vita incompatibili con la società italiana”.

Perché l’appartenenza religiosa dà così fastidio?
“La prima ragione è che siamo in Italia. Siamo cioè in un contesto nel quale l’identificazione religiosa ha un peso che non si riscontra in altre società come quella americana, inglese o svizzera. Il secondo elemento è dato dal fatto che alcuni partiti politici hanno diffuso echi dozzinali e volgari dello scontro di civiltà che sono diventati categorie di scontro politico. Ci sono cioè in Italia forze politiche che hanno deciso di fare political marketing agendo su questo tema. E gli effetti negativi in termini di pregiudizio sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, quando le logiche discriminatorie ed esclusive diventano senso comune”.

Un’Italia che non sa decifrare il fenomeno del pluralismo religioso, che Paese diventerebbe?
“Da un lato un’Italia più povera culturalmente, perché non sa capire la sua storia di Paese multiculturale e non sa fare proprie le ricchezze e le tradizioni specifiche dell’altro. E dall’altro sarebbe un Paese più pronto all’implosione: il vettore religioso anziché essere un vettore di mediazione in funzione della coesione sociale diventerebbe un vettore di scontro. Se l’Italia quindi non mette seriamente mano ad una politica di alfabetizzazione religiosa in funzione della coesione sociale, a mio modo di vedere aggrava un percorso di implosione sociale: non ci capiamo, non dialoghiamo, non conviviamo serenamente e perpetriamo una logica di scontro. Certamente a basso conflitto, ma uno scontro lacerante del tessuto sociale”.

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