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Umanesimo, antropocentrismo e covid

Autore: liberospirito 9 Apr 2021, Comments (0)

Poiché presenta numerosi spunti di riflessione interessanti, riproponiamo un’intervista, apparsa alcuni giorni fa sul “Corriere della sera”, a Rosi Braidotti, famosa in tutto il mondo per i suoi studi di genere e le sue teorie sul post-umano (nel 2014 è uscito presso DeriveApprodi il saggio Il postumano).

«Il nomadismo nasce come modello concettuale di critica al capitalismo avanzato degli Anni’70, in generale per cercare di salvare qualcosa dalla rivoluzione mancata o solo parzialmente riuscita del ‘68. Il nomadismo, come l’ho trattato nel mio lavoro di ricerca, è un sistema mutuato dalla filosofia francese e dalle grandi critiche al marxismo, ma anche l’idea di un contro movimento rispetto alla velocità furiosa del progresso capitalista. Un’idea, tutta da costruire e pensare, della ricerca di alternative graduali o anarchiche, magari connesse alla lentezza come valore o ad altre filosofie del tempo, in cui gli intervalli di stabilità sono più importanti della rapidità fine a sé stessa. Momenti di stasi, garantiti magari anche da un’altra idea della scienza su cui del resto aveva già lavorato Michel Foucault, e anche Michel Serres, volta a far respirare il pianeta, ma anche noi stessi, minimizzando gli effetti atroci del post-capitalismo avanzato».

C’è una relazione specifica, nella sua ricerca filosofica, tra il concetto di progresso e quello di antropocentrismo?
«Più che di progresso parlerei della ideologia del progresso. Contro questa ideologia si è sviluppata molta filosofia di cui anche io sono, in un certo senso, un’erede. L’idea della cultura occidentale come Homo Faber traslata entro un sistema valoriale ha fatto sì che la colonna portante della modernità sia stata l’antropocentrismo cosa che, in altre culture anche avanzatissime da un punto di vista tecnico e scientifico come la Cina o l’India, non è certamente successo. Vorrei però essere precisa: io non amo le critiche postmoderne contro l’Occidente o contro l’umanesimo come fine a sé stesse, qui si tratta di operare una dialettica della coppia umanesimo-antropocentrismo capendone i limiti e non semplicemente demonizzandone cause ed effetti».Perché umanesimo e antropocentrismo lavorano in tandem, ma non sono la stessa cosa.
«Certo, dal 1492 a oggi, cannoni, bibbia e scienza sono stati esportati insieme come un unico grande sistema ma bisogna essere sottili e pazienti nell’analisi. Come filosofa mi ha sempre stupito, e su questo stupore ho organizzato molta della mia ricerca, come le critiche radicali post-coloniali o femministe classiche siano state in grado di decostruire questo modello senza toccare a fondo il nocciolo della questione. Mi riferisco all’idea di ecologia o di specismo. L’ecofemminismo radicale lo ha analizzato, ma è rimasto piuttosto isolato all’interno dell’orizzonte critico del femminismo politico. Esiste una critica all’antropocentrismo molto poco riflessiva, che poi in parte è anche la ragione strutturale per cui oggi la sinistra in giro per il mondo è in realtà così poco connessa alle questioni ecologiche e ambientaliste. C’è poi, dicevo, anche un femminismo classico, di stampo marxista, contro il patriarcato come sistema economico e sociale, piuttosto indifferente dinnanzi a animalismo e ambientalismo. Come si fa a non capire che il problema è lo stesso e riguarda una messa in discussione più profonda dell’idea di dominio o di alterità? Del resto, se si eredita l’illuminismo senza destrutturarlo, la storia si riproduce con nuove forme. Pensiamo al recente atterraggio su Marte; sappiamo tutti benissimo che dietro questa nuova corsa spaziale ci sono Elon Musk, Amazon, Virgin Airlines, Google… In fondo ciò che sta accadendo nello spazio è transumanesimo puro che riproduce le logiche del colonialismo del 1500. Come dice Musk stesso, questa è la più grande opportunità commerciale dalla scoperta dell’America a oggi. Pur di non prenderci cura del pianeta, degli animali, delle relazioni con la diversità, stiamo già lavorando per la fine della vita sulla Terra e l’inizio di quella su Marte».

Tuttavia anche il femminismo più radicale che lei difende sembra connesso al progresso. Che femminismo esisterebbe senza progresso tecnologico? Senza aver potuto liberare gli schiavi, grazie alle macchine, dalla loro condizione di corpi usati.
«Dice bene, l’emancipazione è il grande dono della visione umanista del progresso. Ma si tratta ancora una volta di fare sottili distinguo concettuali e anche politici. Penso all’astronauta italiana, Samantha Cristoforetti, che per criticare l’idea delle colonie eterosessuali e patriarcali da “uomo nello spazio” che Musk vorrebbe costruire ha detto, con il sostegno dell’Agenzia Spaziale Europea, “mandiamo allora anche donne disabili nello spazio per completare l’idea di umanità”. In sostanza: bisogna operare rivoluzioni dentro gli strumenti offerti dal progresso. Il femminismo della differenza contesta l’idea di uguaglianza tra i generi che era obiettivo del primo femminismo, pur sostenendo le misure in difesa delle donne e degli LBGTQ+. Dobbiamo far emergere l’idea delle alternative, dei diversi modelli di vita, un po’ come succede studiando il femminismo indigeno che è stato così importante per la mia formazione in Australia. Dunque sì, certo, che il femminismo è debitore al progresso ma è vero anche che vuole ripensarlo: esistono altri modi di convivere con la Terra».

Ha scritto e lavorato molto anche sul Covid-19 da un punto di vista filosofico. Ha avuto anche un’esperienza di lutto complessa e si è messa in gioco non solo concettualmente, ma anche umanamente. Molti filosofi si sono espressi sul tema, eppure – penso a Giorgio Agamben o a Badiou, ma anche a Zizek – non sono stati molto attenti alle cause strutturali del Covid (ambiente, rapporto con gli animali, ecc.) ma si sono concentrati sugli effetti (biopolitica, ruolo coercitivo del potere, ecc). Penso male se dico che è sembrata una grande corsa a certificare le proprie vecchie teorie attraverso un fatto nuovo, invece che una comprensione del fatto per la produzione di nuove teorie?
«Il panorama della filosofia in generale e specialmente in Europa non è proprio entusiasmante. Domina tuttora la figura patriarcale del filosofo re – inevitabilmente maschio e bianco – che tiene poco conto delle differenze sia di genere che di etnicità e cultura e di specie: è come se i movimenti politici e sociali degli ultimi 40 anni non avessero ripercussioni filosofiche alcune. Confesso di essere in disaccordo profondo con moltissime delle cose che sono state dette dai filosofi che ha citato in relazione al Covid ma sono anche affranta dal silenzio assordante di molti di loro sul dolore collettivo, i lutti, il senso di disorientamento di cui soffrono i nostri co-cittadini. Hanno fatto prova di una mancanza totale di solarità e compassione. Quest’indifferenza profonda contribuisce a spostare l’attenzione dai problemi reali – rapporto con l’ambiente, con le altre specie, la nostra responsabilità verso questo pianeta, verso i giovani – a implicazioni abbastanza sbiadite di vecchie teorie sul dispotismo e sul potere».

Schemi filosofici alternativi ci sarebbero.
«La ricezione dell’unità della materia vivente di Spinoza, come eco-filosofo, per esempio, l’idea di immanenza che ci permette di capire anche che Covid o capitalismo o crisi climatica non sono trascendentali ma causati da noi, è stata completamente marginalizzata. Il femminismo filosofico in quanto teoria del materialismo corporeo, dei saperi situati, dell’immanenza radicale, in questo è molto utile. Bisogna immergersi nel mondo, capire profondamente cosa significa che siamo parte del problema e smetterla di osservarlo da fuori e criticarlo come se fossimo esterni al dramma. Dovremmo capire più profondamente una filosofia della natura derivante da Spinoza e meno da Hegel, riprendere in mano il dibattito tra Guattari e Lacan su come funzioni l’inconscio collettivo, rileggere Irigaray come eco-filosofa delle differenze, imparare dalle filosofie indigene e non-europee, cambiare letture del mondo per generare diverse aperture di mondo. Per essere più precisa, penso alla famosa idea di Virginia Woolf, alla capacità di essere esterni e interni contemporaneamente».

Su cosa sta lavorando ora?
«Sto per andare in pensione… questo mi fornisce uno sguardo alternativo sul concetto e la pratica di istituzioni. Voglio lavorare sui risultati della meritocrazia nel mondo angloamericano, su cosa significhi “istituzione”. L’università, per esempio, sopravviverà alla tecnologia e alla svolta postumana? E poi sogno di fare apicoltura, ma questa è un’altra storia di stabilità (forse) e di linee di fuga»