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Archivi: settembre 2017

Di cosa parliamo quando parliamo di specie?

Autore: liberospirito 30 Set 2017, Comments (0)

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Il 5 ottobre è la Giornata mondiale degli animali. Per riflettere e discutere su tale tema si svolgerà a Piacenza un incontro con Massimo Filippi, ordinario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, il quale si occupa da anni della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. Questo il titolo dell’incontro: Di cosa parliamo quando parliamo di specie?, nel corso del quale verrà anche presentato il suo ultimo libro, Questioni di specie (Eleuthera).

Dopo aver considerato gli aspetti fondamentali della cosiddetta “questione animale”, in cui lo sfruttamento e la messa a morte dei corpi animali divengono parte integrante dell’ideologia e delle prassi di potere attuali, si cercherà di prendere in esame la nozione di “specie”, mostrandone tutta l’ambiguità, per proporre delle strategie antispeciste. L’antispecismo deve farsi politico, capace di ibridarsi con le acquisizioni teoriche e pratiche degli altri movimenti di liberazione e, al contempo, guadagnare credibilità per smascherare le varie forme di antropocentrismo in grado di insinuarsi e annidarsi anche all’interno degli stessi movimenti di liberazione.

Introduce e modera Federico Battistutta.

Quando: giovedì 5 ottobre, alle ore 17.

Dove: Salone Monumentale
 c/o Biblioteca Passerini-Landi, Via Carducci, 14, Piacenza

Info: tel: 0523 492410 – email: [email protected]

 

 

Religione a scuola: lezioni lussemburghesi

Autore: liberospirito 23 Set 2017, Comments (0)

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Nuove interessanti, una volta tanto, dall’Unione Europea, in particolare dal Lussemburgo. Il piccolo Granducato del Lussemburgo ha deciso che a partire dal corrente anno scolastico non sarà più possibile, per gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, seguire le lezioni di religione cattolica. La nuova convenzione voluta dal governo in carica (una coalizione di verdi-sinistra-liberali) stabilisce che al posto del tradizionale corso di religione cattolica, verrà introdotto un corso sui valori (chiamato “Vita e società”), incentrato su tematiche relative alla convivenza; all’interno di queste nuove attività saranno anche presentate le religioni ma su di un piano paritario.

Questa la notizia. Pensare a una soluzione del genere anche in Italia appartiene purtroppo alla fantascienza. I dati in proposito sono tristemente eloquenti. In breve: attualmente nelle scuole italiane vi sono più di 25.000 insegnanti di religione cattolica, i quali al pari degli altri insegnanti, sono retribuiti dal MIUR (Ministero dell’Istruzione). Il costo annuo a carico dello Stato per la loro retribuzione (dati del 2008) è stato di circa 800 milioni di euro, pari a circa il 2% della spesa complessiva della scuola italiana. Ma – dato curioso – il reclutamento di questi insegnanti non avviene ad opera del Ministero, ma tramite la curia diocesana (per poter insegnare, infatti, si deve essere in possesso di titoli di qualificazione professionale riconosciuti dalla C.E.I. – Conferenza Episcopale Italiana), la quale si riserva anche il diritto di revocare l’idoneità dell’insegnante per vari motivi, tra i quali una condotta morale non coerente con l’insegnamento .

Questo, è bene ricordarlo, è l’eredità che ancora stiamo scontando del Concordato fascista del 1929 (l’allora papa Pio XI inneggiò a Mussolini come “uomo della Provvidenza”), in cui si introduceva e rendeva (allora) obbligatoria l’ora di religione cattolica, quale «fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica».

Scriblerus

A seguire un articolo (apparso ieri su “Il manifesto”, a firma di Alessandro Santagata) dedicato alla figura di Dorothy Day, esponente anarco-cristiana e fondatrice del Catholic Worker Movement. Viene giustamente definita come una delle coscienze critiche della società americana e purtroppo si tratta di un personaggio alquanto sconosciuto e poco indagato in Italia. La casa editrice Jaca Book ha di recente proposto una nuova edizione di un saggio dedicato appunto a Dorothy Day.

A picture of Dan Berrigan, et al.

Quella di Dorothy Day è stata una vita di frontiera, al confine tra la rivoluzione sociale e la profezia. Nel 2015 papa Francesco, parlando al Congresso degli Stati Uniti, l’ha indicata, insieme a Lincoln, Luther King e Thomas Merton, come una delle figure più importanti della storia americana. In Italia è probabilmente meno conosciuta; risulta quindi particolarmente preziosa questa nuova edizione di Jaca Book del lavoro storico di William D. Miller, Dorothy Day e il Catholic Worker Movement, riveduta e ampliata con l’aggiunta di un breve saggio dell’editore statunitense Robert Ellsberg. Si tratta di una ricostruzione appassionata, scritta da uno studioso che ha conosciuto da vicino il movimento negli anni del Vietnam e dello scontro interno alla Chiesa americana con la frangia militarista guidata dal card. Francis Spellman. Le pagine più interessanti però sono quelle dedicate alle origini e all’incontro tra l’allora giovane giornalista di orientamento socialista e l’eccentrico filosofo francese Peter Maurin. La fondazione del bollettino, il The Catholic Worker, diffuso per la prima volta in un corteo organizzato dai comunisti nella Union Square di New York, risale al 1 maggio 1933 ancora nel ciclo Grande Depressione.

Maurin è un pensatore errante che vive di espedienti. Figlio della cultura personalista francese, intende mettere in pratica il messaggio cristiano di emancipazione sociale. La sua filosofia risente, in particolare, del pensiero radicale di Emmanuel Mounier e di Nikolaj Berdjaev. Il secondo polo d’ispirazione è l’umanesimo di Dostoevskij, a cui i due ideatori del Worker si rifanno nella loro ricerca di una terza via tra il capitalismo e il socialismo sovietico. Siamo di fronte a un’esperienza quasi del tutto estranea ai caratteri della società statunitense. Dal punto di vista teorico, il Worker si dichiara «socialista cristiano» con venature anarchiche, derivate da Proudhon e Kropotkin, che riguardano la decentralizzazione del potere e il comunitarismo. Nella prassi, il gruppo, che riuscirà a diffondere oltre 100mila copie, è impegnato nel sostenere gli scioperi e offrire un appoggio ai lavoratori rimasti senza tetto. Tornando a Dorothy Day, Miller illustra i passaggi che porteranno alla sua conversione al cattolicesimo e che sono indispensabili per comprendere la natura del movimento. Nei primi anni Trenta collabora con il quotidiano di orientamento radicale «The Masses» e partecipa ai picchetti delle suffragette e dei sindacati. È una figura romantica, immersa nella letteratura e alla ricerca di un’emancipazione che passa per una separazione dolorosa e una figlia da crescere senza un posto fisso.

Dorothy conosce il carcere, vive a stretto contatto con le miserie del suo tempo, ma non si nega le felicità della vita con i compagni. Emerge una personalità tormentata, segnata da un anelito di libertà, ma lacerata da un senso di oppressione interiore che si esprime nella ricerca di un orizzonte religioso. Nel 1927 si battezza e inizia un percorso accidentato, fatto di scontri con l’intelligencija cattolica e nell’incomprensione dei militanti di un tempo. Il Catholic Worker prende posizioni contro le simpatie franchiste dell’episcopato, il diffondersi dell’antisemitismo cattolico e, anche dopo Pearl Harbor, contro l’intervento in guerra. Tale pacifismo radicale viene giustificato alla luce della dottrina della Chiesa, che Maurin propone come alternativa alla società secolarizzata. È un integrismo eterodosso che si alimenta di Vangelo e di anticapitalismo. Nel dopoguerra le campagne per l’obiezione alla leva proseguono all’interno di una visione che rifiuta le logiche della guerra fredda e, nel pieno della rivolta studentesca, esprime vicinanza a Castro e Ho Chi Minh, ma rimane distante dalla rivoluzione sessuale e consumista. Dorothy morirà nel 1980 lasciando in eredità quel movimento, che è stato definito una delle coscienze critiche della società americana.

Alessandro Santagata

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John S. Spong  è un noto teologo statunitense. E’ stato vescovo della Chiesa Eposcopale, a Newark, nel New Jersey (vedi qui info su Spong da Wikipedia). Il suo pensiero teologico si caratterizza per una radicale proposta di un rinnovamento profondo della fede cristiana che l’ha condotto ad allontanarsi dal teismo e dalle dottrine religiose tradizionali. Secondo Spong il teismo, inteso come concetto che definisce Dio, ha definitivamente esaurito la sua funzione e, di conseguenza, la maggior parte del linguaggio teologico riferito al divino perde significato. Bisogna quindi elaborare un modo nuovo per pensare e parlare del divino. Spong sostiene che, se da un lato si è definitivamente consumata l’immagine tradizionale di una divinità trascendente/onnipotente/soprannaturale, esistente al di fuori e distinta dalla “creazione” (su cui occasionalmente interviene compiendo miracoli), resta però in piedi l’immagine del divino inteso come rapporto costante con la vita, con l’amore e con l’essere: la relazione uomo/Dio è pertanto un invito a essere pienamente umani, significa vedere che Dio è l’esperienza della vita, dell’amore e dell’essere che s’incontra dentro l’esperienza di un’umanità ampliata e arricchita. Per Spong, infatti, “il divino è la dimensione ultima e profonda dell’umano” ed è possibile incontrarla quando una persona diviene profondamente e fino in fondo umana.

Di Spong è stato appena pubblicato in italiano, presso l’editore Massari e a cura di Ferdinando Sudati, La nascita di Gesù tra miti e ipotesi, in cui viene compiuta un’attenta rivisitazione dei racconti sulla nascita di Gesù.

Come scrive Ferdinando Sudati nell’ampia introduzione che costituisce un utile viatico al volume: “Il nuovo lavoro di Spong sarà una felice sorpresa per molti lettori, soprattutto cattolici, che in questi anni si sono familiarizzati con il problema del Gesù storico. Vi troveranno in bella sintesi i dati della migliore storiografia critica e indipendente attorno ai vangeli dell’infanzia, cioè dei racconti del concepimento e della nascita di Gesù come sono riportati da Matteo e Luca. In realtà, il commento storico-critico a questi capitoli dei vangeli è dovuto a un credente, addirittura un vescovo, quindi a una persona che ha un grande interesse per Gesù di Nazareth. Può darsi che per qualcuno la sorpresa non abbia solo aspetti culturalmente e religiosamente piacevoli, ma sia fonte di disagio. Ciò a motivo della messa in discussione di un’eredità religiosa, ricevuta dal passato e ben sedimentata nella coscienza cristiana credente, da parte di un vescovo emerito della Chiesa episcopaliana qual è John Shelby Spong. Il disagio potrebbe risolversi in conflitto interiore e perfino in irritazione verso l’autore, generando un rifiuto della sua proposta. A queste persone, soprattutto, è rivolto l’invito a mantenere la calma e a pensare che si trovano nel mezzo di un’operazione, culturale che esige di essere affrontata con strumenti adeguati”.

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Il metodo narrativo/autobiografico si basa sulla considerazione che i processi narrativi vanno intesi sia come percorsi individuali d’attribuzione di senso, sia come pratiche collettive di costruzione consensuale o co-costruzione di mondi esperienziali. Noi abbiamo provato ad applicare tale metodo a quella personale ricerca di senso che va sotto il nome di ‘cammino religioso’. Quanto segue è la sintesi del seminario autoformativo (interno alla comunità di ricerca “Liberopirito”) svoltosi in luglio a Faenza, dove abbiamo provato a usare questo approccio come strumento per comprendere e approfondire il proprio percorso religioso. Per questo ci è capitato di porre in relazione la crisi della società (e della famiglia) patriarcale con la crisi delle istituzioni religiose (anch’esse patriarcali), in direzione di una sensibilità religiosa aperta, plurale, orizzontale, anziché gerarchica, autoritaria, monolitica e verticale; mettendo in questo modo in discussione  l’immagine tradizionale di una divinità trascendente/onnipotente/soprannaturale, esistente al di fuori e distinto dalla “creazione” (su cui occasionalmente interviene compiendo miracoli), avvicinandoci alla sensibilità della teologia post-teista che in Italia da poco sta muovendo i primi timidi passi.

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1. Il 15 e 16 luglio si è tenuto a Faenza un seminario auto-formativo interno alla comunità di ricerca Liberospirito. Il titolo individuato era: “Storie di famiglia. Narrare i nodi e i possibili modi delle relazioni”. Quanto segue è solo una sintesi delle due giornate nella quale si è cercato di rendere in maniera sequenziale e organica un dibattito per forza di cose assai complesso e articolato, ricco di testimonianze personali, digressioni, divagazioni, ecc.; in altre parole, fatto di tutto quell’andare e tornare che è l’espressione viva di una ricerca, anche quando, nella propria indagine, si ha una base comune di riferimento (ad esempio il riconoscimento della presenza di discriminazioni di genere all’interno delle famiglie; oppure – su un altro piano – la crisi delle istituzioni religiose).

Il metodo seguito è stato quello narrativo/autobiografico: ciò ha voluto dire che, quando uno dei partecipanti intendeva fare un’affermazione, essa era raccontata partendo dall’elaborazione della propria esperienza personale diretta, cercando in questo modo di dare maggior concretezza alle singole narrazioni, arginando i rischi di eccessive astrazioni o di commenti giudicanti.

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Atwood, Benetton e la Patagonia

Autore: liberospirito 5 Set 2017, Comments (0)
Ritorniamo a parlare del conflitto da tempo in corso in Patagonia, tra il popolo indigeno dei Mapuche e il gruppo Benetton (ne abbiamo già detto qui). L’intervento è per mano di Mimmo Limongiello ed è apparso su www.ildialogo.org. Tutto parte da una mostra veneziana promossa dalla Fondazione Benetton, in cui si dà spazio ai popoli nativi, laddove da decenni i Mapuche argentini in Patagonia si stanno battendo per difendere i propri diritti contro la pesante ingerenza del gruppo veneto. Nell’articolo si parla anche della scrittrice canadese Margaret Atwood – da sempre a favore dei diritti delle popolazioni indigene – e del suo improvvido coinvolgimento nell’iniziativa veneziana.
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L’altro giorno leggendo su “La Lettura-Corriere della Sera” della mostra Great and North (“Grande e Nord”), organizzata a Venezia dalla Fondazione Benetton, abbiamo fatto un salto sulla sedia.
L’esposizione, che si apre oggi a Palazzo Loredan, coinvolge 759 artisti statunitensi e canadesi, con ben due sezioni dedicate, udite, udite, all’arte delle popolazioni native nord-americane: Land of Artic Ice (“La terra del ghiaccio artico”), in cui sono esposte opere degli Inuit, e Native Art Visual Visions (“Visioni dell’arte visiva dei nativi”), sull’arte degli indigeni del Nord America. E già basterebbe a farci venire l’orticaria, pensando alle vicende che da decenni in Patagonia contrappongono i Mapuche argentini al gruppo veneto, i cui proprietari, cosiddetti “imprenditori illuminati”, evidentemente sanno bene che gli indiani canadesi non possono dare fastidio alle loro pecore – troppo distanti! – ma solo a chi costruisce oleodotti.
Come se non bastasse, nello stesso foglio trova largo spazio la notizia che all’iniziativa prende parte, con un piccolo autoritratto, anche la celebre scrittrice canadese Margaret Atwood, che nell’intervista della pagina accanto, dal titolo “C’è un altro Nord”, si diffonde in una appassionata e giusta analisi dell’America trumpiana.
Dice di non essere certa di che cosa significhi lo slogan Make America Great Again, “A quale parte della storia americana ci si riferisce? Alla schiavitù? Alla guerra civile? Al massacro della popolazione nativa, come in California? …O a che cos’altro? Cosa significa “grande”? Grande dovrebbe essere un luogo dove tutti possono vivere insieme in un modo o nell’altro, senza che ciò implichi che l’uno calpesti e sottometta l’altro. Giusto?”. Continua dicendo che pur non considerandosi una vera artista ha contribuito con un autoritratto ironico alla mostra dei Benetton.
Restiamo basiti. La Atwood è universalmente conosciuta come attivista di Amnesty International e intellettuale impegnata da sempre a favore dei diritti delle donne e degli indigeni. Nel suo celebre romanzo Alias Grace, che racconta una storia vera da sempre nella memoria collettiva del Canada, tocca temi sensibilissimi e drammatici di stretta attualità: la convivenza delle culture; il fallimento dell’ideologia del pioniere americano, metaforizzato dal fallimento esistenziale del personaggio maschi- le, il dottor Jordan, incapace di accettare la diversità. E utilizza persino la forza simbolica delle riproduzioni di trapunte tradizionali degli indigeni dell’Ontario poste all’inizio di ogni capitolo del libro.
E allora? Come si concilia tutto questo con la partecipazione all’iniziativa veneziana?
Facciamo un rapido giro di telefonate e ci rendiamo conto che non se ne sa molto. Contattiamo la redazione de “il manifesto”, vedremo se almeno loro vorranno occuparsene.
La Benetton possiede 900mila ettari di territorio ancestrale dei Mapuche nella Patagonia argentina. L’immensa proprietà – grande all’incirca come le Marche – fu acquistata dalla società veneta nel 1991 per 50 milioni di dollari dal colosso Tierras de Sur Argentino. Poco dopo, come nella migliore prassi neo-colonialista, iniziò lo sfruttamento dell’area completamente disboscata, e coltivata per sfamare le 260mila pecore che producono 1 milione 300 mila chili di lana all’anno con destinazione Italia, dove vengono trasformati in maglioni. Tutto questo comportò l’espulsione dei Mapuche dalla terra che abitavano da millenni. Il loro diritto all’autodeterminazione fu, al solito, biecamente calpestato. Migliaia di famiglie indigene disperate, senza più mezzi di sussistenza, violate, come sempre, nella loro identità culturale, iniziarono una lunga lotta nonviolenta a difesa dei loro diritti. Ancora nel gennaio scorso, dietro denuncia della Benetton, la gendarmeria argentina ha di nuovo attaccato con estrema violenza gruppi di Mapuche, colpevoli soltanto di aver ripreso possesso di alcuni dei loro territori. Attivisti indios sono stati brutalmente picchiati, legati e trascinati; le loro abitazioni sono state incendiate senza pietà, e i loro animali abbattuti.
Negli anni molte sono state le controversie giudiziarie che hanno contrapposto questo popolo coraggiosissimo al colosso italiano. E a nulla sono valse le proteste internazionali, le lettere aperte del Nobel Perez Esquivel, gli appelli alla ragionevolezza. Più volte il presidente della Benetton ha dichiarato che “il diritto di proprietà rappresenta il fondamento stesso della società civile”. Vorremmo ricordare, ancora una volta, al potente imprenditore che esistono documenti ONU che sanciscono il diritto per tutti i popoli a perseguire in piena libertà il loro sviluppo economico, sociale e culturale, e che inoltre per i Mapuche, che vivono in una cultura comunitaria, è incomprensibile il concetto di proprietà privata, con buona pace dei neo-colonizzatori del terzo millennio.
La Atwood sicuramente ignora, in buona fede, tutto questo. Certamente non sa che già in passato la Benetton ha cercato di cambiare le carte in tavola con altre iniziative simili alla mostra allestita a Venezia. Come quando decise di donare alla cittadina di Leleque, nella provincia argentina del Chubut, un museo delle tradizioni e della storia locali.
Informeremo di tutto questo la scrittrice canadese. Siamo sicuri che, come noi, sa quanto sbagliano tutti quelli che ancora credono di potersi liberare di 400 milioni di nativi del mondo – combattivi difensori delle loro identità e grandi custodi della Terra – riducendoli a reperti culturali di un insignificante passato.
Mimmo Limongiello