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Archivi: febbraio 2017

Per un femminismo del 99%

Autore: liberospirito 22 Feb 2017, Comments (0)

“Aspettando l’8 marzo”, così potremmo sottotitolare l’intervento di un gruppo di femministe (fra cui ricordiamo Angela Davis). Il titolo originale del testo allude al «noi siamo il 99 per cento», che è stato uno degli slogan di Occupy Wall Street. Come dire: dell’esperienza dei movimenti ciò che non è morto sa riemergere, al momento opportuno, e farsi sentire. Abbiamo ricavato il testo da http://www.controlacrisi.org.

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Le immense manifestazioni di donne del 21 Gennaio possono rappresentare l’inizio di una nuova ondata di lotte femministe militanti. Ma quale sarà esattamente il loro obiettivo? Dal nostro punto di vista, non è sufficiente opporsi a Trump e alle sue politiche aggressivamente misogine, omofobiche, transfobiche e razziste; bisogna anche rispondere agli attacchi del neoliberismo progressista allo stato sociale e ai diritti del lavoro. Mentre la misoginia spudorata di Trump ha rappresentato la miccia per la risposta massiccia del 21 Gennaio, l’attacco alle donne (e a tutti i lavoratori) è di gran lunga precedente alla sua amministrazione. Le condizioni di vita delle donne, specialmente quelle delle donne di colore e lavoratrici, disoccupate e migranti, sono state costantemente deteriorate negli ultimi 30 anni, a causa della finanziarizzazione e della globalizzazione capitalista. Il femminismo del “farsi avanti” e le altre varianti del femminismo della donna in carriera hanno abbandonato al loro destino la stragrande maggioranza di noi, che non ha accesso all’autopromozione e all’avanzamento individuale e le cui condizioni di vita possono essere migliorate solo attraverso politiche che difendono la riproduzione sociale, la giustizia riproduttiva e la garanzia dei diritti sul lavoro. La nuova ondata di mobilitazione delle donne deve affrontare tutti questi aspetti in maniera frontale. Deve essere un femminismo del 99%.
Il tipo di femminismo che vogliamo sta già emergendo a livello internazionale, nelle lotte di tutto il mondo: dallo sciopero delle donne in Polonia contro l’abolizione dell’aborto allo sciopero e alle marce in America Latina contro la violenza maschile; dalla grande manifestazione di donne dello scorso Novembre in Italia alle proteste in difesa dei diritti riproduttivi in Sud Corea e Irlanda. L’aspetto sorprendente di queste mobilitazioni è che molte di esse hanno unito la lotta contro la violenza all’opposizione alla precarizzazione del lavoro e alla disparità salariale, e allo stesso tempo si oppongono anche all’omofobia, alla transfobia e alle politiche xenofobiche sull’immigrazione. Nel loro insieme annunciano un nuovo movimento femminista internazionale con un’agenda inclusiva – allo stesso tempo antirazzista, anti-imperialista, anti-eterosessista, anti-neoliberista.
Vogliamo contribuire allo sviluppo di questo nuovo movimento femminista più inclusivo.
Come primo passo, proponiamo di sostenere la costruzione di uno sciopero internazionale contro la violenza maschile e in difesa dei diritti di riproduzione l’8 Marzo. Per questo, vogliamo unirci ai gruppi femministi che hanno convocato questo sciopero da circa 30 paesi in tutto il mondo. L’idea è di mobilitare donne, donne transgender e tutti coloro che le sostengono in un giorno di lotta internazionale – un giorno di sciopero, di manifestazioni, di blocchi di strade, ponti e piazze, di astensione dal lavoro domestico, di cura e sessuale, di boicottaggio, di proteste contro aziende e politici misogini, di scioperi nelle istituzioni educative. Queste azioni hanno lo scopo di rendere visibili i bisogni e le aspirazioni di coloro che sono state ignorate dal femminismo della donna in carriera: le lavoratrici nel mercato del lavoro formale, le donne che lavorano nella sfera della riproduzione sociale e della cura, le donne disoccupate e le donne precarie.
Nell’abbracciare un femminismo del 99%, prendiamo ispirazione dalla coalizione Argentina Ni Una Menos. La violenza sulle donne, come loro la definiscono, ha molte facce: è violenza domestica ma anche violenza del mercato, del debito, dei rapporti di proprietà capitalistici, e dello stato; la violenza delle politiche discriminatorie contro donne lesbiche, trans e queer, la violenza dello Stato nella criminalizzazione dei movimenti migratori, la violenza delle incarcerazioni di massa e la violenza istituzionale contro i corpi delle donne attraverso la criminalizzazione dell’aborto e l’assenza di accesso a sanità e aborto gratuiti. La loro prospettiva ispira la nostra determinazione a opporci agli attacchi istituzionali, politici, culturali e economici contro le donne musulmane e migranti, contro le donne di colore e le donne lavoratrici e disoccupate, contro le donne lesbiche, trans e queer.
Le marce delle donne del 21 Gennaio hanno mostrato che anche negli Stati Uniti potremmo assistere alla nascita di nuovo movimento femminista. È importante non perdere questo slancio. Uniamoci insieme l’8 Marzo per scioperare, manifestare e protestare. Usiamo l’occasione di questa giornata internazionale per farla finita con il femminismo della donna in carriera e per costruire al suo posto un femminismo del 99%, un femminismo dal basso e anticapitalista – un femminismo in solidarietà con le donne lavoratrici, le loro famiglie e i loro alleati in tutto il mondo.

Cinzia Arruzza
Tithi Bhattacharya
Angela Davis
Nancy Fraser
Keeanga-Yamahtta Taylor
Linda Martín Alcoff
Rasmea Yousef Odeh

Senza capacità di amare e di ribellarsi

Autore: liberospirito 17 Feb 2017, Comments (0)

Quanto segue è un (lungo) intervento di Andre Vltchek (noi lo abbiamo recuperato da http://comune-info.net) nel quale viene compiuta un’appassionata quanto impietosa analisi dell’anima del mondo occidentale e del dolore che l’attraversa. Il tutto non per piangersi addosso, ma per trovare il filo che ci conduca fuori dal labirinto in cui ci troviamo intrappolati. Andre Vltchek è un giornalista e scrittore naturalizzato statunitense che ha vissuto in Asia, Sud America e Oceania.

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Malgrado certi  ostacoli economici e sociali, l’Europa occidentale sta andando bene. Cioè, se misuriamo il successo dall’abilità di controllare il mondo, di condizionare il cervello degli esseri umani in tutti i continenti e di schiacciare quasi tutta la discesa sostanziale, in patria e all’estero. Ciò che è quasi interamente scomparso dalla vita, almeno in luoghi come New York, Londra o Parigi, è la semplice gioia umana che è così ovvia ed evidente quando esiste. Paradossalmente. Proprio nei centri di potere, la maggior parte delle persone sembra vivere una vita nervosa, insoddisfatta, quasi spaventata.

Tutto questo in qualche modo non sembra giusto. I cittadini della parte vincente del mondo, del regime vittorioso non dovrebbero almeno fiduciosi e ottimisti?

Naturalmente ci sono molte ragioni per cui  non lo sono, e alcuni dei miei colleghi hanno già delineato in dettaglio e con un linguaggio colorito, almeno le cause principali della depressione e dell’insoddisfazione di vivere, che stanno letteralmente divorando vivi quelle centinaia di milioni di cittadini europei e del Nord America.

La situazione è per lo più analizzata dal punto di vista socioeconomico. Comunque, penso che le cause più importanti dell’attuale stato di cose siano molto più semplici: l’Occidente e le sue colonie hanno quasi interamente distrutto gli istinti umani più essenziali: la capacità delle persone  di sognare, di sentirsi entusiaste delle cose, di ribellarsi e di ‘coinvolgersi’.

Cosa hanno imparato i movimenti occidentali dal Sud del mondo? La risolutezza, l’ottimismo, l’ingenuità se ne sono andate quasi completamente. Queste sono, però, le qualità che di solito facevano progredire la razza umana!

Malgrado quello che ora si percepisce comunemente in Occidente, non era la ‘conoscenza’ e certamente non la scienza che erano dietro i più grossi balzi in avanti realizzati dalla civiltà. È stato sempre un umanesimo profondo e istintivo, accompagnato dalla fede (qui non parlo di una qualche fede religiosa), e da una grande dedizione e lealtà alla causa. Senza ingenuità, senza innocenza, non si sarebbe mai potuto ottenere nulla di grande.

C’è stata sempre la scienza che è stata importante per migliorare molti aspetti pratici della vita umana, ma che non è mai stata il motore principale che ha spinto una nazione verso una società giusta, equilibrata e ‘vivibile’. Quando era impiegata da un sistema illuminato, la scienza aveva svolto un ruolo importante nel costruire un mondo molto migliore, ma non è mai successo il contrario.

Il progresso è stato sempre innescato e alimentato dalle emozioni umane, da sogni apparentemente irraggiungibili, dalla poesia e da una vasta ampia gamma di passioni ardenti. I concetti più belli per il miglioramento della civiltà spesso non erano neanche logici; nascevano semplicemente da istinti umani belli, da intuizioni e desideri (la logica venne applicata più tardi, quando i dettagli pratici si sono dovuti definire con precisione).

Ora, la ‘conoscenza’,  la razionalità e la ‘logica’, almeno in Occidente, stanno spingendo i sentimenti umani in un angolo. La ‘logica’ sta perfino sostituendo le religioni tradizionali. L’ossessione dei ‘fatti’, di capire ogni cosa, sta realmente diventando assurdamente estrema, dogmatica, perfino fondamentalista. Tutta questa fanatica raccolta di fatti spesso sembra irreale, ‘metallica’, fredda e, per coloro che vengono da ‘fuori’ (in senso geografico o intellettuale), sembra estremamente innaturale.

Non dimentichiamo che i ‘fatti’ consumati dalle masse e anche dagli occidentali relativamente istruiti, generalmente provengono da identiche fonti. Viene usato il medesimo tipo di logica e vengono applicati vari strumenti di analisi indistinguibili.

Consumare una quantità eccessiva di notizie, fatti e ‘analisi’, di solito non porta a comprendere nulla in profondità, o a pensieri realmente critici; succede, invece, il proprio contrario: uccide effettivamente la propria capacità di esaminare concetti totalmente nuovi, e specialmente di ribellarsi a cliché e stereotipi intellettuali. Non ci si deve meravigliare che gli europei e i nordamericani della classe media siano tra le persone più conformiste della terra!

Raccogliere montagne di dati e di ‘informazioni’, nella maggior parte dei casi non porta assolutamente da nessuna parte. Per milioni di persone, diventa soltanto un hobby, come qualunque altro, compresi i videogiochi e la Play Station. Tiene la persona ‘con il controllo di tutto’,  in modo che lui o lei possa fare buona impressione sui conoscenti, o semplicemente soddisfare la necessità nevrotica di consumare costantemente delle notizie.

A peggiorare le cose, la maggio parte degli occidentali (e di quasi tutti gli stranieri occidentalizzati), sono costantemente rinchiusi in una rete complessa di ‘informazione’ e di percezioni con i membri delle loro famiglie, e anche con i loro amici e colleghi di lavoro. C’è una costante pressione a conformarsi, e allo stesso tempo uno spazio estremamente piccolo e quasi nessuna ricompensa per il reale coraggio o originalità intellettuale.

I regimi sono già riusciti, in grande misura, a standardizzare la ‘conoscenza’, specialmente usando la cultura popolare e indottrinando le persone, tramite le loro istituzioni ‘educative’. In realtà le persone si stanno rinchiudendo volontariamente per anni nelle scuole e nelle università, sprecando il loro tempo, pagando con il loro denaro, perfino indebitandosi, soltanto per rendere più facile al regime indottrinarli e trasformarli in ubbidienti sudditi dell’Impero!

Già da decenni il sistema ha prodotto con successo intere generazioni di individui emotivamente morti e confusi. Queste persone sono così danneggiate che non possono più lottare per nessuna cosa (tranne, talvolta, per i loro interessi personali ed egoistici); non possono prendere posizione, e non possono neanche riconoscere i loro obiettivi e desideri. Cercano costantemente (e non riescono) a ‘trovare qualcosa di significativo’ e di ‘appagante’ che potrebbero fare nella vita. Si tratta sempre  di loro che cercano qualcosa, non di unirsi a lotte significative o a inventarsi qualcosa di davvero molto nuovo per amore dell’umanità! Continuano a ‘tornare a scuola’, continuano a piangere per le ‘occasioni perdute’ perché non hanno studiato ciò che pensano avrebbero dovuto realmente studiare’ (indipendentemente da ciò che realmente studiano o fanno nella vita, per lo più si sentono, comunque, insoddisfatti).

Hanno continuamente paura di essere rifiutati, sono atterriti all’idea che venga scoperta la loro ignoranza o incapacità di fare qualcosa di realmente significativo (in realtà molti di loro percepiscono quanto è  vuota la loro vita).

Sono infelici, alcuni completamente miserandi, e perfino con tendenze suicide. La loro disperazione, tuttavia, non li spinge all’azione. La maggior parte di loro non si ribella mai; non combattono mai realmente il regime, non contestano mai il loro ambiente vicino. Queste centinaia di persone deboli  e pigre (alcune di loro niente affatto stupide), sono una terribile perdita per il mondo. Invece di erigere barricate, di scrivere romanzi pieni di indignazione o di deridere apertamente tutta questa farsa occidentale, per lo più soffrono in silenzio, e alcuni soggiacciono all’abuso di sostanze tossiche o meditano il suicidio.

Se arriva realmente l’occasione di cambiare completamente la loro vita, non sanno più riconoscerla, non sanno afferrarla perché non sanno combattere; sono stati ‘pacificati’ fin dalla giovane età, fin dai primi anni di scuola. Quello è esattamente il posto dove il regime vuole che stiano i suoi cittadini e dove li tiene. Sorprendentemente, quasi nessuno chiama tutto questo incubo con il suo vero nome: un crimine mostruoso!

Le persone comprano i libri per capire tutto questo, ma a malapena riescono a leggerli fino alla fine. Sono troppo preoccupati, mancano di concentrazione e di determinazione. E la maggior parte dei libri disponibili nelle librerie, non forniscono, comunque alcuna risposta significativa.

Molti, tuttavia, ci stanno provando; analizzano e analizzano, senza uno scopo. ‘Non capiscono e non vogliono sapere’. Non si rendono conto che questa strada di pensare costantemente, allo stesso tempo applicando certi strumenti di analisi prescritti, è un’enorme trappola. In realtà non c’è molto da capire. Le persone sono state davvero derubate della vita, derubate dei loro naturali sentimenti umani, della passione, del calore umano, perfino dell’amore stesso (quello che chiamano ‘amore’ è spesso un surrogato e nulla di più). Di tutto questo non si parla più neanche nei libri di narrativa, almeno che non leggiate il russo o lo spagnolo. Il successo che ha l’Impero di produrre essere obbedienti, spaventati e privi di immaginazione, è ora completo!

Le grosse aziende stanno prosperando; le élite stanno radunando un enorme bottino, mentre la grande maggioranza delle persone in Occidente sta gradualmente perdendo la propria capacità di sognare e di percepire. Senza queste precondizioni, nessuna ribellione è possibile. La mancanza di immaginazione, accompagnata dal torpore emotivo, è la formula più efficace per avere la stagnazione e anche la regressione. Questo è il motivo per cui l’Occidente è finito.

La grottesca ossessione per la scienza, per la prassi medica, e per i ‘fatti’ sta contribuendo a deviare l’attenzione dal reale orribile argomento. I costanti dibattiti, le analisi, e ‘guardare le cose da angoli diversi’, non porta ad altro che alla passività. Agire fa, però, troppa paura e le persone non sono abituate a prendere decisioni  drammatiche e neanche a fare gesti drammatici. Anche questo ci porta al fatto che quasi nessuno in Occidente è ora pronto a riunirsi sotto qualche bandiera ideologica, o di abbracciare con convinzione quelle che vengono definite, in maniera dispregiativa, ‘etichette’.

Per millenni la gente è affluita istintivamente in vari movimenti, partiti politici e gruppi. Non si è mai ottenuto alcun cambiamento significativo da un singolo individuo (anche se un leader forte a capo di un movimento, di un partito o anche del governo, potrebbe sicuramente ottenere molto).

Essere parte di qualcosa di importante e di rivoluzionario spesso simboleggiava un vero significato della vita. Le persone erano (e in molte parti del mondo lo sono ancora) completamente impegnate, dedicate alle lotte importanti ed eroiche. Cercare di costruire un mondo migliore, lottare per un mondo migliore e perfino morire per questo, era spesso considerata la cosa più magnifica che un essere umano potesse ottenere nella sua vita. In Occidente questo approccio è morto, totalmente distrutto. In Occidente regna il cinismo. Si deve contestare ogni cosa, non aver fiducia in nulla e non impegnarsi in nulla.

Ci si aspetta che non abbiate fiducia in nessun governo. Si dovrebbe deridere chiunque creda in qualcosa, specialmente se quel qualcosa è puro e nobile. Ci si deve semplicemente trascinare attraverso la sporcizia per attuare qualsiasi tentativo grandioso di migliorare il mondo, sia che avvenga in Ecuador, nelle Filippine, in Cina, in Russia o in Sudafrica.

Mostrare dei sentimenti forti per un certo leader, un certo partito politico o il governo, in un paese che è ancora capace di un po’ di fuoco e di passione, viene accolto con sarcasmo canzonatorio in luoghi come Londra o New York. “Siamo tutti ladri, e tutti gli esseri umani e perciò i governi, sono simili”, suggerisce la ‘saggezza’ letale e tossica. Che bello, davvero! Che bella strada da percorrere.

Sì, naturalmente: se si trascorressero ore ed ore analizzando qualche leader o movimento impetuoso, per esempio in America Latina, per lo meno un po’ di ‘sporco’ verrebbe sempre fuori, dato che nessun luogo e nessun gruppo di persone è perfetto. Questo fornisce agi occidentali un grosso alibi per non impegnarsi in nulla. Questo è il modo in cui è designato. ‘Rinunciate alla speranza di un mondo perfetto, dite che semplicemente non siete più in grado di credere a niente, e andate a far ondeggiare il sedere in qualche club di Londra o di New York’. Poi tornate a scuola o procuratevi qualche lavoro insignificante. Oppure “sballatevi”.

In realtà è molto più facile che lavorare molto duramente per salvare il mondo o il vostro paese! È molto più facile che rischiare la vita e combattere per la giustizia. È più facile che pensare davvero, che cercare di inventare qualcosa di totalmente nuovo, per questo nostro pianeta  amato e pieno di cicatrici!

Una vecchia ballata russa dice: “È così difficile amare…ma è così facile abbandonare…”. E la rivoluzione, i movimenti, le lotte e anche i governi che appoggiamo con tutto il cuore, sono, in grande misura molto simili all’amore.

L’amore non può mai essere pienamente esaminato, pienamente analizzato o non è vero amore. Non c’è e non dovrebbe esserci nulla di logico o di razionale al riguardo. Soltanto quando sta finendo, si comincia ad analizzare, mentre si  cercano scuse per sbattere la porta. Ma fino a quando esiste, vivo, caldo e pulsante, sarebbe brutale e irrispettoso, applicare la ‘oggettività’ riguardo all’altra persona, in un modo che sarebbe un tradimento. Soltanto i “nuovi occidentali” possono impegnarsi in una farsa del genere, analizzando l’amore, scrivendo delle ‘guide’ su come trattare i sentimenti umani, su come massimizzare i profitti dei loro investimenti emotivi!

Un uomo che ama una donna come potrebbe stare semplicemente seduto su un divano e analizzare: “La amo, ma forse dovrei pensarci due volte, perché il suo naso è troppo grosso e il suo sedere troppo grande?” E assolutamente una sciocchezza! Una donna che è amata, veramente amata, è l’essere più bello della terra. E anche la lotta! Altrimenti, senza una vera dedizione e determinazione, nulla cambierà mai, non migliorerà mai.

Non dimentichiamo, però, che l’Impero non vuole che qualcosa cambi. Questo è il motivo per cui sta diffondendo cinismo e nichilismo. Questo è il motivo per cui sta sporcando tutto ciò che è puro e naturale, impiantando allo stesso tempo bizzarri ‘modelli di perfezione’, in modo che le persone facciano sempre paragoni, esprimano sempre giudizi, abbiano sempre dubbi, non si sentano mai soddisfatte, e, come conseguenza, si astengano da tutti i coinvolgimenti seri.

L’impero vuole che la gente pensi, ma che lo faccia nel modo che esso programma per loro. Vuole che le persone analizzino, ma soltanto usando i suoi metodi. Vuole che le persone scartino e perfino rifiutino i loro istinti ed emozioni naturali. I risultati sono chiari: individualismo e centralità di sé, società confuse, spezzate, rapporti rovinati tra le persone, e totale disprezzo per aspirazioni più alte. Non si tratta soltanto dei partiti marxisti o rivoluzionari, sulle ribellioni o le lotte internazionaliste, anti-imperialiste.

Avete notato come sono diventate vacue, instabili la maggior parte delle relazioni inter-umane in Occidente? Nessuno vuole essere realmente ‘coinvolto’. Le persone si ‘testano’ a vicenda. Pensano costantemente, a malapena hanno dei sentimenti. Le forti passioni vengono disprezzate (le ‘esplosioni’ emotive sono considerate ‘indecenti’, perfino vergognose): adesso, improvvisamente ci si interessa di chi ‘si sente bene’, è sempre ‘calmo’, ma, paradossalmente, quasi nessuno in realtà si sente più bene o è calmo, questo “nuovo Occidente”.

Tutto questo, naturalmente, si è trasformato nell’esatto opposto di ciò che di solito era l’amore o una vera opera rivoluzionaria – nel campo della politica o dell’arte -, e proprio per ricordarvelo, di solito era il tumulto più bello, più folle, l’allontanamento più totale dalla tetra normalità. In Occidente, quasi nessuno potrebbe neanche più scrivere grande poesia. In Occidente non si creano più melodie inquietanti né liriche potenti. La vita è diventata improvvisamente vacua, prevedibile e programmata. Senza la capacità di amare appassionatamente, senza la capacità di donare, di sacrificare ogni cosa incondizionatamente, non ci si può aspettare di diventare un grande rivoluzionario.

Naturalmente, nell’Occidente senza passioni, ossessionato dal tipo di conoscenza che in qualche modo non riesce a illuminare, dato che ci sono le scienze applicate e che l’egocentrismo è profondamente radicato, non è rimasto  terreno fertile per le passioni potenti e perciò nessuna possibilità di una vera rivoluzione.

“Mi ribello, quindi esistiamo”, ha correttamente dichiarato Albert Camus. La ribellione collettiva culmina nella rivoluzione. Senza la rivoluzione o senza la costante aspirazione ad essa, non c’è vita. L’Occidente ha perduto la sua capacità di amare e di ribellarsi. Questo è il motivo per cui è finito!

C’è un bel detto: “Non si può mai capire la Russia con il cervello. Si può soltanto credere in essa”. Lo stesso vale per la Cina, il Giappone e per tanti altri paesi. Andare in Asia o in Russia e cominciare il viaggio cercando di ‘comprendere’ quei luoghi è semplicemente follia. Non c’è alcun motivo di farlo, e nessuna possibilità che si possa raggiungere in pochi mesi, o anche anni.

L’approccio nevrotico e davvero molto occidentale di cercare costantemente di capire ogni cosa con i proprio cervello, può realmente rovinare tutto in maniera irreversibile e proprio dall’inizio. Il modo migliore per cominciare a comprendere realmente l’Asia, è quello di assorbire, di essere guidati gentilmente da altri, di vedere, percepire, eliminando tutti i preconcetti e i cliché. La comprensione non arriva necessariamente con la logica. In realtà, quasi mai succede. Comporta sensi ed emozioni, e di solito arriva improvvisamente, inaspettatamente.

Anche la rivoluzione, di fatto le lotte più sacre e giuste – si preparano per lungo tempo e anche loro arrivano inaspettatamente e direttamente dal cuore.

Ogni volta che vado a New York, ma specialmente a Londra o a Parigi, e ogni volta che incontro quei ‘teorici di sinistra’, devo sorridere amaramente quando seguo le loro discussioni inutili ma lunghe, su qualche teoria che è totalmente separata dalla realtà e che riguarda quasi esclusivamente loro: sono trotzkisti e perché? O forse sono anarco-sindacalisti? O maoisti? Qualunque cosa siano, iniziano sempre sul divano o sullo sgabello di un bar, e lì finiscono, fino alla sera tardi.

Nel caso stiate proprio arrivando dal Venezuela o dalla Bolivia, dove le persone combattono le vere battaglie per la sopravvivenza della loro rivoluzione, è un’esperienza molto sconvolgente! La maggior parte di loro, sull’Altopiano, non ha mai sentito neanche parlare di Lev Trotsky o di anarco-sindacalismo. Quello che sanno è che sono in guerra, che combattono per tutti noi, per un mondo molto migliore e che hanno bisogno di appoggio immediato e concreto per la loro lotta: petizioni, dimostrazioni, denaro e strutture. Tutto quello che ottengono sono parole. Non ricevono nulla dall’Occidente, e mai lo riceveranno.

Il motivo è che non valgono abbastanza per i britannici e i francesi. Sono troppo ‘veri’, non ‘sufficientemente puri’. Commettono errori. Sono troppo umani, non sterili, e non ‘bene educati’. ‘Violano alcuni diritti, qui o là’. Sono troppo emotivi. Sono questo e quello, ma, certamente, ‘non potremmo sostenerli completamente’.

‘Scientificamente’, hanno torto. Se si passano dieci ore in un pub o in un salotto, discutendo di loro, si solleverebbero decisamente sufficienti questioni per togliere loro qualsiasi appoggio. La stessa cosa vale per i rivoluzionari e per i cambiamenti rivoluzionari nelle Filippine, e in tanti altri luoghi.

L’Occidente non è in grado di collegarsi a questo modo di pensare. Non vede l’assurdità nel proprio comportamento e nei propri atteggiamenti. Ha perduto il suo spirito; ha perduto il suo cuore, i suoi sentimenti dalla destra e ora perfino dalla sinistra. In cambio di che cosa? Del cervello? Ma non arriva nulla di significativo neanche da quell’area. Questo è il motivo per cui è finito!

Ora le persone non sono disposte a impegnarsi in qualcosa di reale; una qualche vera rivoluzione, movimento, governo, a meno che queste non siano come quelle donne che sembrano plastificate e tossiche che vediamo sulle riviste di moda patinate: perfette per gli uomini che hanno perduto tutta la loro immaginazione e individualità, ma del tutto noiose e prodotte in serie per noialtri.

Andre Vltchek

Il pensiero come coraggio della disperazione

Autore: liberospirito 11 Feb 2017, Comments (0)
Riportiamo ampi stralci di una conversazione con Giorgio Agamben a cura di Juliette Cerfe di Télérama.fr (qui l’originale); il testo è stata tradotto in italiano da Gianni Mula (qui la traduzione integrale). Si parla di religione, teologia, finanche di liturgia, indagate però in un modo inusuale. L’intervista risale a qualche anno fa, ma resta sempre valida, anzi il tempo trascorso l’ha resa ancor più attuale.
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La teologia svolge un ruolo molto importante nella sue riflessioni filosofiche. Come mai?
Le mie ricerche dimostrano che le società moderne pretendono di essere laiche ma non lo sono, perché sono governate da concetti teologici secolarizzati tanto più potenti quanto meno siamo consapevoli della loro origine. Non capiremo mai che cosa succede oggi se non ci renderemo conto che il capitalismo è, in realtà, una religione. Una religione, come diceva Walter Benjamin, che è la più feroce di tutte perché priva di misericordia e redenzione … Prendiamo la parola ‘fede’, di solito riservata alla sfera religiosa. Il termine greco corrispondente ad essa nei Vangeli è pistis. Un giorno, passeggiando per una via di Atene, uno storico delle religioni che cercava di capire il significato di questa parola, si rese improvvisamente conto di un cartello che diceva «Trapeza tes písteos». Andò fino ad esso, e si rese conto che si trattava di una banca: Trapeza tes písteos significa: ‘banca di credito’. È stata un’illuminazione.
In che senso?
Pistis, la fede, è il credito che abbiamo con Dio e che la parola di Dio ha con noi. Ma credito è anche ciò attorno a cui ruota quella parte importante della nostra società che riguarda il denaro, del quale la Banca è il tempio. Com’è noto, il denaro non è altro che un credito: sulle banconote in dollari e sterline (ma non sull’euro: il che avrebbe dovuto far sollevare qualche sopracciglio …), si può ancora leggere che la banca centrale pagherà al portatore l’equivalente di quel credito. La crisi è stata scatenata da una serie di operazioni con crediti che sono stati rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Attraverso il governo del credito la Banca ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e manipola la fede e la fiducia dell’uomo. Oggi la politica è in ritirata perché il potere finanziario, sostituendosi alla religione, si è appropriato di ogni fede e di ogni speranza. Gli europei non possono sperare di capire il presente senza misurarsi col proprio passato. Ecco il perché delle mie ricerche sulla religione e sul diritto: il metodo archeologico mi sembra essere la strada migliore per arrivare al presente.
Che cosa è questo metodo archeologico?
Si tratta di una ricerca dell’archè, che in greco significa inizio e comandamento. Nella nostra tradizione, l’inizio è sia ciò che dà vita a qualcosa che il principio che ne governa la storia. Ma non si tratta di un inizio che può essere datato o comunque precisato cronologicamente, ma di una forza che continua ad agire nel presente, proprio come l’infanzia, secondo la psicoanalisi, determina l’attività mentale dell’adulto, o come il big bang, che secondo gli astrofisici ha dato vita all’Universo, continua ancora oggi l’espansione. L’esempio tipico di questo metodo sarebbe la trasformazione dell’animale nell’uomo (l’antropogenesi), un evento cioè che immaginiamo necessariamente avvenuto, ma che non ha esaurito la sua azione: l’uomo sta sempre imparando a diventare umano, e quindi anche a restare disumano, animale. La filosofia non è una disciplina accademica, ma una maniera di confrontarsi con questa trasformazione che non finisce mai di accadere e che è decisiva per l’umanità o per la disumanità dell’uomo: sono domande molto importanti, a mio avviso.
Mi pare che dai suoi lavori emerga una visione del divenire umano piuttosto pessimista.
Sono lieto di questa osservazione, perché in effetti sono spesso giudicato pessimista pur senza esserlo, almeno a livello personale. Pessimismo e ottimismo sono concetti che non hanno nulla a che fare col pensiero. Debord citava spesso una lettera di Marx che diceva: le condizioni disperate della società in cui vivo mi riempiono di speranza. Ogni pensiero radicale si mette sempre dal punto di vista della disperazione più estrema. Anche Simone Weil ha detto: Non mi piacciono coloro che scaldano il cuore con speranze vuote. Il pensiero, per me, è proprio questo: il coraggio della disperazione. E non è questo il massimo dell’ottimismo?
Secondo lei, essere contemporanei significa percepire l’oscurità, e non la luce, della propria epoca. Come possiamo capire quest’idea?
Essere contemporanei è rispondere alla domanda che viene posta dall’oscurità del tempo in cui si vive. Nell’universo in espansione lo spazio che ci separa dalle galassie più lontane cresce a una tale velocità che la loro luce non può mai raggiungerci. Percepire nell’oscurità del cielo questa luce che cerca di raggiungerci, ma non può – questo è essere contemporanei. Vivere il presente è per noi la cosa più difficile. Perché un’origine, ripeto, non si limita al passato: nel presente è un turbine, secondo l’immagine molto bella di Benjamin, un abisso. E nell’abisso siamo trascinati. Ecco perché si dice che il presente è il tempo che rimane non vissuto.
Chi è più contemporaneo, il poeta o il filosofo?
Non mi piace contrapporre poesia e filosofia perché entrambe queste esperienze avvengono all’interno del linguaggio. La verità abita nel linguaggio, e diffiderei di qualsiasi filosofo che lasci ad altri – filologi o poeti – il compito di prendersi cura di questa casa. Dobbiamo prenderci cura del linguaggio, e uno dei problemi fondamentali con i media è che non se ne curano. Anche il giornalista è responsabile del linguaggio che usa, e da quello sarà giudicato.
In che modo il suo recente lavoro sulla liturgia ci dà una chiave per capire il presente?
Analizzare la liturgia è toccare con mano un immenso cambiamento nel nostro modo di rappresentare l’esistenza delle cose. Nel mondo antico esistere era essere presente. Nella liturgia cristiana l’uomo è quello che deve essere e deve essere quello che è. Oggi invece giudichiamo la realtà di una cosa dai suoi effetti. Non concepiamo più un’esistenza priva di effetti, di conseguenze. Non è reale che ciò che ha effetti – ed è quindi efficace e governabile -. È compito della filosofia pensare una politica e un’etica libere dai concetti di dovere e di efficacia.
Ad esempio pensando l’in-operosità?
Insistere sul lavoro e sulla produzione è scegliere una strada sbagliata e nefasta. La sinistra si è smarrita quando ha adottato queste categorie che sono al centro del capitalismo. Ma dobbiamo precisare che l’in-operosità, per come io la intendo, non è né inerzia né pigrizia. Dobbiamo liberarci dal lavoro in un senso attivo – mi piace molto la parola francese désoeuvrer, in-operare. È un’attività che rende in-operanti tutte le funzioni sociali dell’economia, del diritto e della religione, liberandole così per altri possibili usi. Perché è proprio della natura umana scegliere di ignorare le funzioni sociali assegnate e ad esempio scrivere poesie ignorando la funzione comunicativa del linguaggio, o parlare o baciare, ignorando che la bocca serve prima di tutto per mangiare. Nell’Etica a Nicomaco Aristotele si chiede se ci sia un compito proprio dell’uomo. Il lavoro del flautista è quello di suonare il flauto, e quello del ciabattino è fare le scarpe, ma c’è un opera dell’uomo in quanto tale? Avanza poi l’ipotesi, ma l’abbandona ben presto, secondo la quale l’uomo è nato senza alcun compito pre-definito. Tuttavia questa ipotesi ci porta al cuore di ciò che significa essere umani. L’uomo è l’animale in-operoso, che non ha un compito biologico assegnato, o una funzione chiaramente prescritta. Solo un essere che può fare può scegliere di non fare. L’uomo può fare di tutto, ma non c’è niente che sia obbligato a fare.

Per riscoprire l’incanto dell’universo

Autore: liberospirito 4 Feb 2017, Comments (0)

Proponiamo la presentazione di Claudia Fanti del numero speciale di “Adista” in uscita (n.6/febbraio 2017) dal titolo Terra. Di ritorno dall’esilio. L’esilio di cui si parla è proprio dalla terra, la nostra casa comune. Per ogni info: http://www.adista.it

ecology

L’alca gigante era un uccello simile al pinguino, incapace di volare, con ali piccole e tozze, piume bianche sul torace e scure sul dorso e due macchie bianche sopra ogni occhio. A raccontarne la vicenda è Elizabeth Kolbert, che, nel suo magnifico libro La sesta estinzione. Una storia innaturale, riferisce come l’alca gigante, prima che cominciasse il suo «sterminio su larga scala», spaziasse, in milioni di esemplari, dalla Norvegia all’isola di Terranova e dall’Italia alla Florida, finché, essendo lenta a muoversi e dunque facilmente catturabile, non divenne la provvista ideale per i pescatori di merluzzo europei, impegnati, agli inizi del XVI secolo, in regolari spedizioni verso Terranova. Quindi, nei decenni successivi, le alche vennero utilizzate come esche per la pesca, come combustibile («Ci si porta dietro un bollitore – riferì un marinaio inglese di nome Aaron Thomas – e ci si mette dentro un pinguino o due, si accende un fuoco alla base e questo fuoco si alimenta completamente dei due disgraziati pinguini») e come imbottitura per i materassi («Se si è venuti fin qui per il loro piumaggio – raccontò ancora Thomas -, (…) basta afferrarne uno e strappare le piume migliori. Poi il povero pinguino viene lasciato libero, con la pelle seminuda e lacerata, a morire delle ferite riportate»). Non sorprende allora come, alla fine del ‘700, il numero degli uccelli fosse in rapido calo: il commercio delle piume era diventato così redditizio che gli uomini delle spedizioni trascorrevano l’intera estate «a far bollire gli animali e a strappare loro le piume». Sopravvissuta, negli anni ’30 del XIX secolo, solo su uno spuntone roccioso dell’isola di Eldey, in Islanda, l’alca gigante – evidenzia Kolbert – si trovò infine «ad affrontare una nuova minaccia: la sua stessa rarità», diventando ambita preda dei collezionisti. Fu proprio per ordine di questi che l’ultima coppia conosciuta venne uccisa, proprio sull’isola di Eldey, nel 1844.

Se l’estinzione dell’alca gigante può apparire drammatica, non è nulla, tuttavia, rispetto alle stragi che la specie autodenominatasi piuttosto arbitrariamente homo sapiens avrebbe realizzato da lì in avanti – il segno distintivo della nuova epoca geologica chiamata Antropocene, caratterizzata proprio dall’impatto senza precedenti dell’azione umana sull’ambiente terrestre –: oggi, come segnala Kolbert, «si stima che un terzo del totale dei coralli che costituiscono la barriera corallina, un terzo di tutti i molluschi di acqua dolce, un terzo degli squali e delle razze, un quarto di tutti i mammiferi, un quinto dei rettili e un sesto di tutti gli uccelli siano destinati a scomparire».

Risuona pertanto quanto mai opportuno il monito di papa Francesco nella Laudato si’: «Essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge a un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione». E quanto sia grave, tale perdita, lo si capisce ancora meglio considerando il tempo impiegato dall’universo per generare la vita in tutte le sue meravigliose forme: un cammino iniziato 13,7 miliardi di anni fa, a partire da un minuscolo punto di trilioni di gradi di temperatura, che ha dato vita a un turbinio incessante di particelle, le quali, man mano che il neonato universo ha continuato a espandersi e a raffreddarsi, hanno iniziato a costituire legami stabili, progredendo in comunità sempre più complesse, fino a costituire le stelle e le galassie e i pianeti, tra cui il nostro splendente pianeta bianco-azzurro, grondante di vita e, secondo la teoria di Gaia, vivente esso stesso, come sistema complesso e autoregolato in grado di preservare i presupposti della vita e di produrne sempre nuova. Il tutto, secondo un movimento calibrato in maniera così perfetta che se, per esempio, il ritmo di espansione fosse stato più lento solo di un milionesimo dell’1%, l’universo sarebbe nuovamente collassato e, se fosse stato più veloce, appena – di nuovo – di un milionesimo dell’1%, non si sarebbe formata alcuna struttura in grado di produrre la vita. Una dinamica così sorprendentemente autoregolata, questa, da indurre il fisico Freeman Dyson a dichiarare che, quanto più esaminava i particolari dell’architettura cosmica, tanto più trovava prove «che l’universo, in un certo senso, doveva già sapere che saremmo arrivati». E se, come ha mostrato il Premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine, l’evoluzione si realizza nello sforzo di creare ordine nel disordine – il caos, cioè, si rivela altamente generativo, trasformandosi in un fattore di costruzione di forme sempre più alte di ordine – è legittimo sperare che, malgrado tutte le crisi, tutte le traversie, tutte le devastazioni, l’universo vada auto-organizzandosi e autocreandosi in direzione di una sempre maggiore complessità, bellezza, profondità.

È a tale viaggio appassionante che abbiamo allora voluto dedicare questo numero speciale, il primo di una serie di 5 numeri dal titolo “Terra. Di ritorno dall’esilio: la riscoperta della nostra Casa comune”, promossa dalla nostra associazione, Officina Adista, e finanziata con il contributo dell’8 per mille della Chiesa valdese. Un cammino che percorriamo, in queste pagine, in compagnia di Leonardo Boff, Ilia Delio, José Arregi, Elizabeth Green e Federico Battistutta. Buona lettura e buon viaggio.

Claudia Fanti