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Archivi: gennaio 2017

Ogni tempo vuole la sua memoria

Autore: liberospirito 27 Gen 2017, Comments (0)

Oggi, 27 di gennaio, ricorre il Giorno della Memoria. La data è questa perché in quella giornata del 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Come per tutte le ricorrenze quello che conta è rendere vivo e attuale quel momento. Per questi motivi riportiamo questa breve frase ma incisiva di Primo Levi.

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«Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

Primo Levi, Un passato che credevamo non dovesse tornare più, in: “Corriere della sera”, 8 maggio 1974.

Spiritualità liquida

Autore: liberospirito 19 Gen 2017, Comments (0)

Il 9 gennaio scorso è morto Zygmut Bauman, lo studioso della società liquida. Proprio alle sue riflessioni è dedicato l’intervento (apparso sulla pagina dei blog di Micromega) del pastore valdese Alessandro Esposito. Qui si parla di “spiritualità liquida”, mettendo a confronto le religioni istituzionali che coltivano “l’asfittico perimetro delle regole dogmatiche” e la spiritualità da cui può sgorgare “ogni propensione all’interrogazione, ogni anelito al cambiamento”. Sono temi che il nostro blog ha molto a cuore. Un articolo da leggere.

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Della scomparsa del grande sociologo e filosofo ebreo polacco Zygmunt Bauman hanno scritto in questi giorni firme ben più competenti della mia, alle quali rimando anche per ciò che attiene alla ricostruzione del complesso ed articolato pensiero dell’Autore. Quel che vorrei approfondire con le lettrici ed i lettori di MicroMega è un aspetto specifico della riflessione del Nostro, concernente l’aspetto che più lo ha reso celebre, quello della liquidità, posto in relazione con ciò che, sia pure in termini approssimativi e per ciò stesso insoddisfacenti, vorrei denominare spiritualità. Nel fare ricorso a tale termine, mi preme distinguerlo da un altro, con cui sovente esso viene confuso e al quale viene non di rado indebitamente sovrapposto: quello di religiosità. Insisto nel sottolineare la differenza, poiché i due concetti menzionati non sono sinonimi: sono difatti persuaso del fatto che sia possibile (e per certi versi persino auspicabile) coltivare una spiritualità che non possegga venature o implicazioni religiose e che non per questo cessa di essere profondamente rivelativa.

Per altri versi, la spiritualità costituisce quell’aspetto che, assai più che assecondarla, mette in questione la religiosità tradizionale, la quale, per lo meno in seno alla cultura ed alla società dell’Occidente europeo, è ormai tramontata, sebbene qualcuno si affanni (a mio avviso invano) a volerla resuscitare. Mi spingerei persino oltre, affermando che spiritualità e religiosità sono per certi versi più antagoniste che sorelle, poiché la seconda cerca (anche in questo caso invano) di imbrigliare ed irreggimentare la prima, la quale, dal canto suo, è intrinsecamente vocata allo sconfinamento.

La re-ligio in termini istituzionali si prefigge lo scopo di re-legare l’eccedenza (che nella vita e nell’uomo è tutto quanto vi è di nevralgico ed irrinunciabile) entro l’asfittico perimetro delle regole dogmatiche e sociali, guardando con sospetto e stroncando sul nascere ogni accenno evolutivo, ogni propensione all’interrogazione, ogni anelito al cambiamento. Al contrario, la spiritualità germoglia al di là degli argini, là dove le acque tracimano e rendono feconde le sponde e non l’alveo.

La liquidità che Bauman ha individuato quale cifra della post-modernità a cui l’Occidente ha improntato il proprio modus vivendi mostra senza alcun dubbio limiti ed induce perplessità: ma in alcun modo è possibile ignorarla e men che meno eluderla. Se l’evoluzione spirituale dell’uomo non assumerà questa plasticità, che richiede di abbandonare le forme della religiosità tradizionale per abbracciare l’itineranza che invita allo sconfinamento verso l’ignoto, si ridurrà ad un alveo vuoto, privo di quella vitalità che la liquidità, al di là dello sconcerto a cui essa espone, possiede e stimola.

Alessandro Esposito

Quale religione in quale scuola

Autore: liberospirito 17 Gen 2017, Comments (0)

Sembra un tema fuori stagione ma in realtà non è così. Sull’argomento di questo post – scuola e religioni – questo blog se ne è già occupato altre volte. Proponiamo un’ulteriore riflessione con  l’intervento di Marcello Vigli apparso su www.italialaica.it.

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Può sembrare fuori tempo tornare a parlare e scrivere di religione  a scuola, un tema che, in anni passati, ha avuto molto spazio nel dibattito sui problemi della pubblica istruzione in Italia. A riproporlo contribuisce l’urgenza della scelta che, studenti e genitori si troveranno a fare al momento dell’iscrizione al nuovo anno scolastico, se avvalersi o non dell’ insegnamento della religione cattolica (Irc). Sarà la prima volta per i nuovi iscritti o per quelli che passano dal corso inferiore a quello superiore, ma sono interessati anche quelli che intendono cambiare la scelta dell’anno precedente.

Ha colto l’occasione l’arcivescovo di Genova, cardinale Bagnasco, per inviare una lettera ai genitori della sua diocesi in procinto di scegliere per i loro figli. Si parla spesso di una certa “fragilità” che rende difficile resistere nelle difficoltà della vita, alle quali nessuno può sottrarsi. ….. La ricchezza e la complessità dell’esistenza, se non è armonica, diventa dispersione, disorientamento. Non si può vivere spaesati! Anche il ricco mondo della scuola – con le conoscenze e competenze che offre – chiede un punto di sintesi, perché il giovane non diventi un’ “enciclopedia”, ma una persona matura. L’insegnamento della religione cattolica, anche per la sua valenza culturale, può essere per tutti un momento di chiarificazione e di equilibrio: i suoi contenuti, la sua lunga storia, il continuo confronto con le civiltà, sono un riferimento necessario per comprendere il tempo e la società che abitiamo, uno strumento per il dialogo con tutti. Per questo vi invito a scegliere l’ora di religione con convinzione e fiducia, affinché i valori universali, che essa illustra nei loro contenuti e nelle loro ragioni, possano diventare stimolo del pensare e del vivere.

È certo difficile pensare come tutto questo possa ottenersi attraverso  un insegnamento che il cardinale dimentica essere rigorosamente “confessionale”, per di più impartito da insegnanti selezionati dall’autorità ecclesiastica.

La stessa finalità attribuisce all’Irc  il messaggio della Presidenza della Cei inviato a tutte le famiglie, come è tradizione, in occasione della Giornata di sensibilizzazione alla scelta dell’Ora di Religione promossa dalla stessa Cei. Nel riconoscere che la società italiana è sempre più plurale e multiforme, i vescovi italiani affermano:  Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che questa scelta non è una dichiarazione di appartenenza religiosa, né pretende di condizionare la coscienza di qualcuno, ma esprime solo la richiesta alla scuola di voler essere istruiti anche sui contenuti della religione cattolica che costituisce una chiave di lettura fondamentale della realtà in cui noi tutti oggi viviamo. 

Completa il quadro don Daniele Saottini, responsabile del Servizio nazionale per l’insegnamento della religione cattolica della Cei, affermando: Questa disciplina scolastica è una disciplina che si rivolge a tutti i ragazzi, a tutti gli alunni, a tutti gli adolescenti, perché loro possano conoscere le esperienze, la storia, la cultura, la vita del nostro Paese che è caratterizzata – volente o nolente – da una forte presenza del messaggio dell’azione della vita della Chiesa cattolica.

Questa convergenza nel giustificare ed esaltare il valore dell’Irc non è solo l’espressione della volontà di conservare questo privilegio; rivela, invece, l’intento di accreditarlo come fondamento della cultura che la scuola è chiamata  a trasmettere.

Per questo appare grave l’orientamento di quanti sottovalutano il problema o che, nell’intento di risolverlo, avanzano proposte per integrarlo o sostituirlo con una disciplina obbligatoria.

Fra questi si collocano di tempo in tempo intellettuali e gruppi cattolici d’ispirazione democratica e non integralisti favorevoli  ad aggiungere all’attuale Irc un insegnamento curriculare non confessionale. Di recente, per rafforzare le argomentazioni di sempre, adducono la necessità di adeguare il sistema scolastico alla sempre più ampia frequenza di alunni e studenti che professano altre religioni.

Nella stessa direzione si muovono quei settori della sinistra non impegnata ad affermare il principio di laicità,  ben rappresentati da Massimo Cacciari che, in un’intervista curata da Francesco Dalmas, sull’ “Avvenire” del 13 agosto 2009,  era stato perentorio nel proporre: La nostra tradizione religiosa insegnata obbligatoriamente a scuola. Non solo, la teologia dovrebbe essere presente in tutti i corsi universitari di filosofia…. Per me è fondamentale il fatto che non si può essere analfabeti in materia della propria tradizione religiosa. È una questione di cultura, di civiltà. Non si può non sapere cos’è il giudaismo, l’ebraismo, non si può ignorare chi erano Abramo, Isacco e Giacobbe. Bisogna conoscerne la storia della religione, almeno della nostra tradizione religiosa, esattamente com’è conosciuta la storia della filosofia e della letteratura italiana. Ne va dell’educazione, della maturazione anche antropologica dei ragazzi. È assolutamente indecente che un giovane esca dalla maturità sapendo magari malamente chi è Manzoni, chi è Platone e non chi è Gesù Cristo. Si tratta di analfabetismo. La scuola deve alfabetizzare. Né accetta di sostituire l’Irc con l’insegnamento di storia delle religioni Vorrei che fosse una materia in cui si studiasse veramente la Bibbia, prendiamo in mano il Vangelo e approfondiamolo; non vuole ovviamente insegnanti controllati dalla gerarchia ecclesiastica che, a suo avviso, non avrebbe nulla da temere da questa rinuncia.  In cattedra, per l’insegnamento della religione cattolica, non può sedersi chiunque. Certo, ma con il concorso pubblico, che auspicherei anche per l’insegnamento di questa materia, la Chiesa non correrebbe nessun rischio, perché l’insegnante sarebbe sempre una persona motivata, appassionata, che sente una vocazione per queste materie.

Le proposte sostenute con queste o analoghe argomentazioni, che ovviamente non hanno udienza presso la gerarchia cattolica, in verità presuppongono il riconoscimento di una specificità qualitativa alla religione.

Certo le religioni hanno proprie forme organizzative e caratteristiche manifestazioni del culto, che sono, però, riconducibili, anche perché ben diverse fra loro, al complesso delle forme e delle manifestazioni in cui, nel tempo e nello spazio, si sono organizzati e si esprimono donne e uomini nelle diverse società nel promuovere le relazioni fra loro.

Analogamente le costruzioni teologiche, anche quelle che chi ha fede considera elaborazioni di una rivelazione divina, si inseriscono legittimamente nei “sistemi” che la filosofia e le scienze nel tempo hanno elaborato per interpretare la realtà.

Ben venga quindi lo studio della religione nelle scuole superando pregiudiziali anticlericali, che sono da rifiutare perché inducono ad ignorarla o non riconoscerla autentica espressione della dimensione umana.  Come tale va studiata non come materia autonoma ma all’interno delle discipline  storiche e filosofiche che danno conto del divenire degli immaginari collettivi che gli umani si sono costruiti nel costituirsi in aggregazioni sociali nel corso dei secoli.

Marcello Vigli 

Con i Mapuche

Autore: liberospirito 15 Gen 2017, Comments (0)

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Ci sono situazioni in cui lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo va di pari passo con lo sfruttamento dell’ambiente e degli animali non umani. Sta circolando il tam-tam che alcuni giorni addietro nella Patagonia argentina la gendarmeria ha represso, aprendo il fuoco, esponenti del popolo mapuche che si erano ripresi le proprie terre da Benetton. Questo è l’ultimo episodio di un lungo conflitto tra i Mapuche e la famiglia Benetton. Tutto ha inizio nel 1991 quando l’impresa italiana acquisisce la compagnia Tierras de Sur Argentino, principale proprietaria di terre nella Patagonia argentina. La Benetton diviene in questo modo proprietaria di 900 mila ettari di terre. La maggior parte di queste costituiscono il luogo ancestrale degli indigeni mapuche argentini, i quali vengono sfollati dall’habitat su cui hanno da sempre vissuto. Sin dall’inizio le comunità indigene si sono mobilitate contro la multinazionale italiana, opponendo resistenza e iniziando una lotta per recuperare i loro territori. Alla ricerca di una giustizia ambientale e sociale alternativa i Mapuche si sono inoltre uniti alla lotta contro le multinazionali avviata da numerosi popoli indigeni nel Tribunale Permanente dei Popoli (TPP). I Benetton sono diventati la più grande proprietaria terriera del paese sudamericano: nelle terre di Benetton vengono allevati 260 mila capi di bestiame, tra pecore e montoni, che producono circa un milione e 300 mila chili di lana all’anno, i quali sono interamente esportati in Europa. Nello stesso terreno vengono anche allevati sedicimila bovini destinati al macello. E’ bene ricordare che I Benetton ricevono sussidi da parte del governo argentino per l’attuazione del loro piano d’investimento. Inoltre l’impresa attua una politica sfavorevole che incentiva il fenomeno della discriminazione lavorativa contro i Mapuche. In breve i rapporti tra l’azienda e la popolazione locali sono andati sempre più peggiorando a seguito della crescita del numero degli sfratti e della trasformazione delle terre ancestrali in fonte di lucro per l’impresa.

Contro tutto ciò – e altro ancora (vedi la condizione dei lavoratori in Bangla Desh che confezionano abbigliamento Benetton) – è in corso una campagna internazionale per boicottare i prodotti a marchio Benetton (v. http://www.girodivite.it/United-dolors-of-Benetton.html).

La lezione della foresta comunitaria

Autore: liberospirito 6 Gen 2017, Comments (0)

Apriamo i post del 2017 con una notizia che viene dall’Africa – Nigeria, per la precisione. Parliamo sempre di ambiente, di cura dell’ambiente e di esperienze che è bene conoscere. Qui una foresta sta rischiando di scomparire per fare posto a una superstrada a sei corsie lunga 260 chilometri. Le comunità locali, a cominciare dalle donne, si sono ribellate e hanno cominciato l’autogestione della foresta, costruendo da sole alcune piccole strade, materiali di sussistenza e cibo senza abbattere un solo albero. E’ un insegnamento anche per noi. Quanto segue è un articolo sull’argomento a cura di Maria G. Di Renzo – giornalista (cura il blog lunanuvola, dove è apparso il testo qui sotto), formatrice e regista teatrale. 

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La comunità Ekuri, in Nigeria, amministra trecentotrentasei chilometri quadrati di foresta comunitaria adiacente al Parco Nazionale di Cross River. Questo assetto ha avuto inizio negli anni Ottanta, quando i villaggi Ekuri si unirono per opporsi alla proposta di disboscamento commerciale della foresta stessa.

Il progetto includeva la costruzione di una strada che avrebbe collegato i villaggi ai mercati locali: ma gli Ekuri decisero per un’amministrazione della foresta ecosostenibile e comunitaria, generando reddito, materiali di sussistenza e cibo senza tagliare un solo albero. I guadagni prodotti in questo modo finanziarono comunque la strada di cui la comunità aveva bisogno per raggiungere i mercati, resero possibile la costruzione di due scuole, di una clinica sanitaria e di un centro civico ove gli Ekuri si radunano per prendere decisioni su quella che è l’ultima foresta pluviale ancora esistente in Nigeria. Attualmente, la comunità si trova di fronte a una nuova minaccia: la costruzione di una superstrada che distruggerebbe gran parte del lavoro fatto sino ad ora.

Una delle organizzatrici chiave della resistenza, da più di vent’anni, è Caroline Olory che spiega: “Quando vennero a dirci “disboscheremo, ma vi faremo la strada, vi daremo acqua eccetera”, noi abbiamo riflettuto: se maneggiamo la foresta in modo ecosostenibile, essa diverrà la nostra economia. Abbiamo capito che se lavoriamo insieme per mantenere le nostre risorse possiamo farcela e le strade le abbiamo create da soli: se le percorrete, vedrete ponti costruiti dalle persone che abitano in quella zona e che hanno raccolto personalmente materiali naturali. Perciò è con la creatività e la generosità dei membri della comunità che amministriamo la foresta. La cosa più importante in queste situazioni è trovare il modo di coinvolgere tutti, di modo che l’idea sia replicata anche altrove. Quando non coinvolgi tutti, entra il sospetto. Ogni persona deve sentirsi in posizione decisionale e condividere i benefici. In questo modo, è sostenibile. La chiave è l’essere insieme in modo trasparente. Controlli e bilanciamenti sono stati messi in opera da quella che oggi si chiama ‘Iniziativa Epuri’. La nuova proposta della superstrada ha portato ben centottantasette comunità a lottare contro il governo, perché non intendono farla passare nelle loro aree. Stanno dicendo: ‘No, non vogliamo la superstrada perché distruggere un’intera foresta non si chiama sviluppo’. Le comunità sanno ormai bene che conservare la foresta va a loro guadagno. Volete fare una nuova splendida superstrada? Non è in bilanciamento con la conservazione della foresta e non la vogliamo. Se volete fare una strada, facciamola in modo che sia amica dell’ambiente.”

Maria G. Di Renzo