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Archivi: settembre 2016

Questa volta parliamo di questioni di genere. Diciamo subito che fra gli ambiti di ricerche, di riflessioni e di esperienze presenti oggigiorno nel “mondo religioso” (espressione, quest’ultima – ce ne rendiamo conto – che indica tutto e niente; ma tali sono i limiti del linguaggio con cui dover fare i conti) quello cha va sotto il nome di teologie di genere (o termini simili) è sicuramente fra i più fertili e interessanti. Tanto per fare un esempio un paio di anni fa l’editrice Claudiana ha dato alle stampe la traduzione del Dio queer di Marcella Althaus-Reid, sollevando non poche polemiche. Il testo che proponiamo alla lettura è invece di Roberto Mancini (docente di filosofia all’Università di Macerata) e tocca le relazioni fra economia dei ruoli e questioni di genere come snodo fondamentale per pensare e praticare un’altraeconomia. Abbiamo trovato il testo sul sito altreconomia.it

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Economia domestica. È l’economia dei ruoli e della divisione dei compiti che da sempre organizza il rapporto tra uomini e donne. Far maturare un’altra economia non solo in piccole comunità, ma nella società intera è impensabile senza una profonda trasformazione della relazione tra i generi. Si conferma, anche da questa prospettiva, l’idea per cui il processo di superamento del capitalismo non è attuabile solo con buone pratiche o con politiche economiche diverse, ma richiede un mutamento radicale e sistematico del nostro modo di abitare il mondo. La direzione della trasformazione realmente adeguata è evidente: si tratta di passare dalla mentalità che fa del potere il mediatore di tutti i rapporti (tra capitale e lavoro, tra umanità e natura, tra adulti e bambini, tra uomini e donne, tra nativi e migranti, tra possidenti e diseredati) a una cultura liberante, per cui il mediatore in ogni relazione diventa la giustizia.

Intendo la giustizia che sa onorare la dignità delle persone e della natura; non è una dea bendata che non guarda in faccia a nessuno, ma una visione e un’azione lucida che sa riconoscere ognuno, volto per volto. La giustizia vera è fatta di rispetto, accoglienza, reciprocità, solidarietà, responsabilità. È una forza di risanamento delle relazioni e delle situazioni, non un potere che reagisce al male con altro male. In un ordinamento civile e in un tessuto sociale orientati in questo modo chiunque trova spazio per essere libero, senza che questo diritto sia più confuso con la prepotenza e con l’indifferenza verso gli altri, come accade nella logica del “liberismo”.

La scoperta e l’interiorizzazione di una giustizia simile avvengono in primo luogo nel rapporto tra i generi e in quello tra le generazioni. Quando tale cammino di apprendimento resta bloccato, prevale il criterio del potere, che una volta smascherato si rivela per quello che è: violenza. È proprio quello che continua ad accadere ogni giorno, ovunque nel mondo, a causa della violenza degli uomini contro le donne. Disprezzate, sfruttate, offese, violentate, uccise, bruciate vive. E di fatto prese in giro dalle grandi religioni mondiali, che a tutt’oggi continuano a perpetuare lo stereotipo per cui le donne sarebbero umanità minore e a disposizione. È storia vecchissima, sempre uguale. Perciò le parole di condanna suonano subito retoriche e pure le leggi più avanzate vengono facilmente eluse. Marx pensava che la rivoluzione proletaria avrebbe automaticamente liberato il genere femminile.

Oggi i soggetti dell’altreconomia non possono essere così ingenui. Noi uomini, tutti, dobbiamo diffidare di noi stessi e sentire la benefica vergogna per la tradizione maschilista a cui comunque apparteniamo. Dobbiamo chiederci quale immagine della donna abbiamo nel cuore e nella mente, quale economia domestica (materiale, simbolica, affettiva) abbiamo organizzato nei confronti di madri, sorelle, compagne e amiche. Chi opera per la nascita di un sistema economico equo, sobrio, ecologico e democratico deve interrogarsi con un’autentica disponibilità a cambiare. Le cooperative, le associazioni, le reti e i movimenti dell’altreconomia, sovente guidati da uomini, devono fare una verifica collettiva e scegliere una strada nuova. Molta parte del pensiero alternativo a cui ci si ispira è dovuto a schemi e logiche maschili. Vuol dire che il nostro resta un pensiero sordo, non così alternativo come crediamo. Perciò occorre porsi in ascolto e imparare, grazie al dialogo con le donne, a sradicare il maschilismo. In tal modo potremo dare un contributo all’avvento di relazioni libere dal dominio in ogni ambito della vita personale e collettiva. Questa è la prima altreconomia.

Roberto Mancini

Di ecoteologia. ancora

Autore: liberospirito 22 Set 2016, Comments (0)

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Segnaliamo che sul ns. sito – www.liberospirito.org – sono on line due degli interventi tenuti all’incontro “Distruzione o cambiamento? Ecoteologia per il XXI secolo”, svoltosi a Reggello, presso Firenze, quest’estate.

Si tratta delle relazioni di Herbert Anders: Biodiversità e proprietà intellettuale e di Samuele Grassi: Su un’ecologia queer nel terzo millennio. Andando ai relativi link è possibile sia leggere direttamente gli interventi, sia scaricarli in formato pdf. Herbert Anders è teologo e pastore battista a Roma; Samuele Grassi è docente di lingua e cultura italiana in istituti per stranieri a Firenze.

Buona lettura

 

Della paranoia e dell’umana compassione

Autore: liberospirito 19 Set 2016, Comments (0)

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Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità. (Matteo 23,28)

La paranoia, anche in politica, è pessima consigliera. Abbiamo visto l’altro giorno sulla rete un’intervista al sindaco di Piacenza, Paolo Dosi (il quale ha fama di provenire dall’area dei cattolici impegnati), in attesa della manifestazione di sabato 17 settembre per la morte di Abd Elsalam, travolto e ucciso da un tir davanti ai cancelli della GLS, mentre era in corso una vertenza sindacale, nel settore della logistica alle porte della città.

Abbiamo sentito la vibrata preoccupazione del sindaco per l’eventuale sorte dei parabrezza delle auto e le vetrine dei negozi piacentini di fronte alla minaccia di qualche barbarica invasione; non una parola, invece, di commozione, di cordoglio, di dolore per la persona morta, tanto meno una sia pur minima comprensione per le ragioni della manifestazione. In breve: la paranoia ha preso il sopravvento sull’umana compassione.

Per chi non lo sapesse la manifestazione si è poi snodata per le vie cittadine, numerosa, colorata, piena anche di donne e bambini, molto arrabbiata, ma indubbiamente pacifica. A quel punto al sindaco e a tutti i suoi collaboratori è rimasta solo la brutta figura (per non dir peggio).

Logica (e logistica) della precarietà

Autore: liberospirito 15 Set 2016, Comments (0)

Nella notte tra il 14 e il 15 settembre è successo un fatto gravissimo. E’ avvenuto alle porte di Piacenza, luogo chiave nel settore della logistica (vale a dire la gestione fisica, informativa e organizzativa del flusso dei prodotti dalle fonti di approvvigionamento ai clienti finali). Lì, un lavoratore è stato ucciso, investito da un camion, nel corso di un picchetto sindacale. I media che contano, quelli più seguiti, hanno subito sposato le versioni della procura e della polizia, senza sollevare dubbi di sorta sull’accaduto. I diritti, la dignità dell’essere umano da tempo sono diventate solo parole di circostanza dinanzi a un mondo che avanza, sempre più obbediente alla legge del profitto a ogni costo. La precarietà, la vulnerabilità delle vite  – in una parola, le crocifissioni – sono avvenimenti all’ordine del giorno, su cui c’è poco da stupirsi. Su quanto accaduto ecco di seguito alcune riflessioni di Giorgio Cremaschi, proveniente dalla sua pagine Facebook.

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Abd Elsalam Ahmed Eldanf per la Procura di Piacenza era in gita notturna davanti al magazzino GLS e colto da improvvisa follia si è gettato sotto un camion, uccidendosi. Lui, operaio egiziano con 5 figli, assunto da anni con contratto a tempo indeterminato e in lotta per gli altricome militante della USB (Unione Sindacale di Base).

La procura non ha visto nessuna azione sindacale in corso dopo le 23 del 14 settembre e nulla hanno visto le forze di polizia presenti ai cancelli del magazzino. Dove era in corso una drammatica vertenza sindacale, perché l’azienda si era rimangiati gli impegni sulla regolarizzazione dei precari. Ahmed non era precario, ma rispondendo alle richieste degli altri lavoratori, disperati perché stavano per finire in mezzo ad una strada, e seguendo la sua coscienza di militante sindacale, stava ai cancelli. Qui, quando dall’azienda è giunto l’ordine di far partire comunque i camion con le merci, si è mosso insieme ad altri militanti sperando che quei camion, di fronte ai pianti di chi perdeva il lavoro, si fermassero. Invece è stato investito in pieno e schiacciato e trascinato per metri e metri sotto le ruote del TIR. È un omicidio volontario, ma per i poliziotti e la procura di Piacenza è un incidente stradale il cui autore è gia libero. (…)

Ahmed è stato ammazzato perché guidava una lotta sindacale contro la precarietà e il supersfruttamento. E non è morto nei campi governati dai caporali, ma in una delle città più ricche del ricco Nord. E di fronte ai cancelli di una di quelle modernissime aziende della logistica che tanta pubblicità fanno sulle TV, perché ti consegnano subito a casa qualsiasi merce tu abbia ordinato per internet.

Decine di migliaia di facchini sono alla base della piramide in cima alla quale c’è il pacco che arriva velocemente ovunque. E questi facchini hanno lavorato per anni in condizioni di schiavitù, anche perché molti di loro subivano il doppio ricatto della precarietà e della condizione di migrante sempre a rischio di espulsione.

Giorgio Cremaschi

La santa mediatica

Autore: liberospirito 4 Set 2016, Comments (0)

Da molti è considerato uno degli eventi principali – sia per numero di pellegrini, sia dal punto di vista dei contenuti – del Giubileo straordinario della Misericordia voluto da papa Francesco. Ci stiamo riferendo alla canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta che, a quanto si prevede, radunerà oggi in piazza San Pietro centomila fedeli con i biglietti d’ingresso già acquisiti, mentre i restanti potranno usufruire della mondovisione, con oltre 120 enti televisivi collegati. In sintesi: è al lavoro la società dello spettacolo religioso, della santificazione mediatica, ecc. Si dirà che, a questo punto, è inutile perdere ulteriore tempo dietro a simili cose, lasciando (evangelicamente) che i morti seppelliscano i propri morti. Ma sulla rete circolano anche interventi che aiutano a inquadrare il personaggio in questione. Noi qui riproponiamo l’articolo di Christopher Hitchens apparso sul sito dell’Internazionale. Giusto per capire un po’ come stanno le cose…

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Ai brutti bei tempi andati la procedura per trasformare un ex essere umano in un santo era chiara. Dovevano passare almeno sette anni dalla morte prima che la beatificazione, la prima tappa verso la santità, potesse anche solo essere proposta. Così ci si cautelava dall’eventuale entusiasmo popolare per figure locali che in seguito potevano rivelarsi degli impostori. Bisognava che all’intercessione del defunto si potessero attribuire almeno due miracoli. E ci doveva essere un processo, in cui un advocatus diaboli (avvocato del diavolo) nominato dalla chiesa doveva sollevare contro il candidato tutte le obiezioni possibili. Stranamente nessuna di queste regole è stata seguita nel caso della donna neobeatificata che si faceva chiamare “Madre” Teresa di Calcutta. La sua beatificazione è stata proposta ad appena quattro anni dalla morte. È bastato solo un miracolo, subito debitamente attestato. E anziché nominare un avvocato del diavolo, il Vaticano mi ha invitato a essere uno dei testimoni del Male, e si aspettava pure che accettassi l’incarico gratuitamente.

L’invito si deve al mio documentario L’angelo dell’inferno e al libro intitolato La posizione della missionaria, in cui ho ricostruito la carriera di Madre Teresa come se fosse stata una persona ordinaria. Ho scoperto che aveva preso soldi da ricchi dittatori, come la cricca dei Duvalier ad Haiti, era stata amica della povertà anziché dei poveri, non aveva mai dato conto delle enormi somme di denaro che le erano state donate, si era opposta al controllo delle nascite nella città più sovrappopolata del pianeta ed era stata portavoce dei dogmi più estremi del fondamentalismo religioso. In realtà è esagerato affermare che “l’ho scoperto”: era sotto gli occhi di tutti. Ma nessuno si era preso la briga di chiedersi se la sua reputazione era meritata o era semplicemente il risultato di brillanti relazioni pubbliche.

“Aspetti un momento!”, mi ha detto alcune sere fa un conduttore televisivo mentre discutevo di tutto ciò con John Donahue, della Catholic Defence League. “Ha costruito degli ospedali”. No, amico, aspetta tu un momento. Madre Teresa ha ricevuto sicuramente svariate decine di milioni di sterline, ma non ha mai costruito nessun ospedale. Affermava di aver creato quasi 150 conventi, per le suore del suo ordine, in parecchi paesi. Ma era proprio qui che i suoi donatori si aspettavano che finissero i loro soldi?

Eppure lo sanno tutti che Madre Teresa passava il tempo a baciare le piaghe dei lebbrosi e a guarire i malati. Eh, ma quello che sanno tutti non sempre è vero. Madre Teresa appariva più facilmente in foto con Nancy Reagan o in posa con la principessa Diana, o nella cabina di prima classe dei voli Air India (dove aveva una prenotazione permanente). La vedevi in Irlanda a contestare la legge sul divorzio civile e il diritto a risposarsi (anche se poi difendeva pubblicamente il divorzio della principessa Diana). La trovavi a Stoccolma alla cerimonia dei Nobel, dove accettava un altro assegno cospicuo e dichiarava che la più grande minaccia alla pace mondiale era… il divorzio (e siccome aggiungeva che la contraccezione moralmente era sbagliata quanto l’aborto, in concreto pensava che preservativi e spirali fossero una minaccia mortale alla pace nel mondo; nemmeno la chiesa arriva a questo livello di fondamentalismo). E quando si ammalava andava a curarsi alla Mayo Clinic o in qualche altro tempio della medicina americana. Dopo aver visitato il suo primitivo “ospedale” per i moribondi a Calcutta, direi che era una saggia decisione: nessuno vorrebbe entrarci se non per uscirne, in un modo o nell’altro. “Date a un uomo la reputazione di uno che si alza presto”, diceva Mark Twain, “e potrà dormire fino a mezzogiorno”. Date a una donna una reputazione di santità e compassione e nulla potrà fargliela perdere.

Di origine albanese e fortemente nazionalista, Madre Teresa visitò il paese, che sotto una dittatura brutale era “il primo stato ateo del mondo”, per rendere omaggio al suo truce leader staliniano. Adulava la sua scaltra protettrice Indira Gandhi quando il governo indiano imponeva la sterilizzazione forzata. Soprattutto, invitava i poveri a considerare le loro sofferenze come un dono di Dio. E si opponeva all’unica cosa che da sempre, si sa, può curare la povertà: rafforzare le donne dei paesi poveri, dando loro voce in capitolo sulle nascite.

Ora ci dicono che una donna del Bengala è guarita da un tumore dopo aver pregato Madre Teresa. I familiari della donna e i medici che l’hanno avuta in cura dicono che è stato solo merito di una buona terapia medica. Quando in televisione hanno chiesto a Donahue se si aspettava il secondo miracolo necessario alla canonizzazione, ha detto di sì. E me l’aspetto anch’io. Ma intorno a Madre Teresa ho già visto un’allucinazione collettiva, anche se prodotta con il metodo moderno – e poco soprannaturale – degli acritici mass media.

Christopher Hitchens

Il contributo che pubblichiamo è parte dell’intervento sui femminismi postcoloniali e intersezionali tenutosi al Campo Politico Donne di Agape, il 25 luglio scorso. Lo presentiamo perché ci sembra che offra elementi interessanti su cui discutere. Senza cadere nelle varie chiacchiere ferragostane sui burkini in spiaggia. 

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In questo momento, necessitiamo di strumenti utili per posizionarci in modo complesso di fronte alle differenze di etnia, classe, genere e religione, modalità che vanno oltre il multiculturalismo come semplice retorica di tolleranza, ma anche oltre semplici dualismi tradizione/progresso occidentale. Dobbiamo interrogarci su come adattare i nostri strumenti teorici e metodologici per evitare che i discorsi sulle identità sessuali e di genere finiscano per dare supporto, anche involontario, all’islamofobia.

Laura Fantone

Inizio col riprendere uno dei termini che ho indicato alla staff del Campo per presentarmi: islamo-gauschiste. Letteralmente si potrebbe tradurre come “islamo-sinistroide” o “sinistroide islamista”: si tratta di un appellativo considerato infamante e utilizzato in Francia verso quei militanti di sinistra che appoggiano le lotte delle persone musulmane e/o figlie dell’immigrazione postcoloniale. Come in molti altri casi, penso ai termini frocia o queer, anche islamo-gauchiste è stato rivendicato dalle e dai militanti francesi come descrittivo delle proprie identità e delle lotte politiche da loro intraprese. Per questo pure io, trovandomi a metà tra la ricerca accademica in studi islamici e la militanza politica radicale, ho deciso di riappropriarmi dell’identità di islamo-sinistroide.

Credo che sia fondamentale partire da qui, dal posizionamento, dai modi che scegliamo per definirci. Come ci ha insegnato Gramsci e molt* altr* dopo di lui, essere partigian* è necessario, perché l’imparzialità è sempre complice dell’ideologia dominante. Io ho deciso di schierarmi dopo che, ad appena tre mesi dal mio arrivo a Parigi, la capitale francese è stata colpita dai ben noti attentati rivendicati da Daesh. Come nei casi di Colonia e Orlando, da subito il discorso dominante ha assunto i toni del razzismo, dell’islamofobia e del neo-imperialismo. Mentre si contavano i morti del Carillon, del Bataclan e dello stadio di Saint Denis, il Presidente francese François Hollande in diretta nazionale parlava di guerra al cuore dell’Europa e decideva di instaurare uno stato d’emergenza che, a fine luglio, è stato prolungato di altri sei mesi.

Tra le misure che il governo francese voleva approvare in quei momenti, oltre al potere eccezionale conferito alla polizia e alla restrizione della libertà di stampa, si parlava della chiusura delle frontiere e della cosiddetta decheance de nationalité, ossia il ritiro della nazionalità francese a quelle persone che, aventi una doppia cittadinanza, venivano sospettate o incriminate per atti terroristici.

Da novembre, dunque, in Francia si è radicalizzato un clima islamofobico esistente già da tempo. Nel discorso politico e nei media mainstream si è rafforzata la retorica dello “scontro di civiltà”, che – in un’ottica dicotomica e neo-orientalista – vuole opporre a un Occidente moderno, democratico e laico un Islam arretrato, violento e liberticida. Così facendo è diventato di colpo chiaro che il nemico da combattere era non solo esterno (Daesh) ma soprattutto interno. “Bisogna mettere un freno alla radicalizzazione islamista dei giovani musulmani di quartiere”, “bisogna pretendere dall’Islam moderato, dalla comunità islamica francese o europea una presa di distanza dalle violenze terroristiche”: questi i discorsi comuni che, nel giro di qualche giorno, hanno valicato le frontiere, arrivando anche in Italia.

Ora, vorrei parlarvi di come queste ed altre retoriche abbiano colpito le vite delle ragazze e delle donne musulmane francesi, già marginalizzate e discriminate in quanto racisées e in quanto figlie dell’immigrazione post-coloniale. Prima, mi preme tuttavia illustrare rapidamente un paio di analisi, in risposta ai discorsi fin qui riportati: la modalità essenzialista che vuole etichettare come “identiche” e – in questo caso – come “colpevoli” tutte le persone appartenenti a una certa fede religiosa o in base all’origine è da ritenersi senza esitazione razzista e neo-colonialista. Una “comunità islamica”, globale o nazionale, inoltre, non esiste: a differenza del cattolicesimo, l’Islam – a cui pure andrebbe resa una certa complessità, dato che esiste un Islam sunnita e uno sciita, che a loro volta non sono monoliti invariabili ma griglie che si delineano e si strutturano in base alle scuole giuridiche di interpretazione, ai momenti storici di riferimento, alle specificità locali e a molto altro – non ha dei leader spirituali e/o politici di riferimento; soprattutto, le persone che noi identifichiamo in un unico blocco come “musulmane”, spesso, a parte la fede (che, come abbiamo velocemente ricordato, non è unica né monolitica), non hanno nulla in comune: vivono in, o provengono da, paesi con storie e culture anche diversissime fra loro (dal Marocco all’Indonesia), appartengono a classi sociali diverse, abitano in contesti diversi (rurali o cittadini), hanno età, generi e posizionamenti individuali diversi.

In Europa, tuttavia, la storia comune che queste persone spesso hanno è quella di provenire da stati occupati fino a meno di sessant’anni fa dai grandi imperi coloniali europei. La Francia, in particolare, ha una storia di immigrazione che risale al secondo dopoguerra, quando furono chiamati a lavorare nel territorio metropolitano soprattutto uomini magrebini. Oggi, pertanto, un/una musulmano/a francese è nato/a e cresciuto/a in Francia, o meglio, nelle banlieues francesi, le grandi periferie operaie e ghettizzate, soprattutto intorno a Parigi.

Dunque, come accennavo all’inizio di questa lunga premessa, gli attentati del novembre scorso a Parigi non hanno creato ex-novo il clima islamofobico che ho tentato di descrivervi, ma si sono inseriti in un processo di razzismo istituzionale lungo più di trent’anni. In particolare, per quanto riguarda le donne musulmane, si è parlato di islamophobie genrée (“gendered”, “genderizzata”). Se, in generale, il discorso eurocentrico ha sempre considerato il modo in cui le Altre società trattavano le donne un termometro della loro arretratezza, con l’Islam, in particolare, questa retorica è decuplicata: La donna musulmana, rinchiusa tra mura e veli, è L’OPPRESSO da salvare. Le donne musulmane (al plurale) velate, in particolare, urtano la sensibilità repubblicana e universalista perché rendono visibili, con i loro corpi, le contraddizioni post-coloniali altrimenti dimenticate o completamente rimosse. Le donne velate rendono visibile la loro fede in uno spazio pubblico che l’universalismo francese vorrebbe neutro e laico – ossia, bianco e di cultura cattolico-europea.

Proprio per tali motivi, contro le donne musulmane iniziò una lotta all’invisibilizzazione, una crociata laica e repubblicana che aveva come fine l’esclusione. Risale al 1989 la prima esclusione da una scuola pubblica di due ragazze velate. In quell’anno, il Consiglio di Stato ritenne tuttavia che il foulard islamico fosse compatibile con la legge francese sulla laicità del 1905. Il Ministero dell’Istruzione emanò, pertanto, una circolare che rimetteva agli insegnanti la possibilità di decidere, caso per caso, se le ragazze velate potessero essere accettate o escluse dall’insegnamento pubblico.

Tra il 1989 e il 2004, anno in cui venne approvata la legge contro i “simboli religiosi ostentatori nelle scuole pubbliche” vi fu una vera e propria costruzione mediatica dell’“affare del velo”. Con la legge del 15 marzo, che teoricamente avrebbe voluto tutelare la laicità dello stato francese, in realtà vennero colpite centinaia e centinaia di giovani ragazze musulmane: i numeri esatti non sono disponibili, ma diversi studi hanno stimato a quasi un migliaio le ragazze che al rientro a scuola, nel settembre del 2004, o non si presentarono direttamente in classe, o vennero espulse in seguito al rifiuto di togliere il velo, o vennero obbligate a firmare delle dichiarazioni di “abbandono volontario” della scuola.

In un dibattito pubblico che escluse completamente le dirette interessate, il discorso si incancrenì – di nuovo – su posizioni dicotomiche: velo sì, velo no. O si era a favore della legge contro il velo, e dunque a favore della laicità di stato e del primato dei valori repubblicani, o si era considerati islamisti (o islamo-sinistroidi) e quindi “complici” dell’oppressione imposta dall’Islam alle donne: insomma, una nuova legittimazione della retorica dello scontro di civiltà, del “o sei con noi o sei contro di noi”. La legge del 2004 divenne pertanto prova concreta del fatto che l’universalismo alla francese non fosse per nulla universale, e che alle categoria di “umano” – sventolata come una bandiera dal paese culla dell’umanesimo – vi si accedesse, in realtà, solo sulla base di una serie di caratteristiche: essere uomo, essere bianco, essere di origine francese, provenire dalla classe media o media superiore, essere laico. Le ragazze musulmane velate, non facendo parte di nessuna di queste categorie, subirono pertanto le ingenti ricadute psicologiche e sociali di una legge escludente.

Non solo: per approvare la legge del 15 marzo, in un modo tanto subdolo quanto accettato e/o appoggiato dalla stragrande maggioranza delle femministe francesi, il governo strumentalizzò il discorso femminista, dichiarandosi difensore dei diritti delle donne ma, nella realtà dei fatti, riproponendo lo schema già applicato nelle colonie francesi, in particolare in Algeria, del cosiddetto “svelamento” delle donne indigene, le quali avevano la fortuna di essere liberate dai coloni che si dichiaravano portatori di una “missione civilizzatrice” verso le popolazione arretrate.

La Francia, dal 2004 in avanti, fece pertanto ricorso a quella che potremmo definire una cruenta retorica femo-nazionalista, di cui fu sostenitore, tra gli altri, l’allora Ministro dell’Interno e successivamente Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy. Basti citare il discorso da neo-eletto presidente, nel maggio 2007, in cui Sarkozy si rivolse alle “donne oppresse del mondo intero” promettendo loro la cittadinanza francese, nel caso in cui avessero voluto fuggire dalle oppressioni che vivevano nei loro paesi natali. Naturalmente Sarkozy non fece in quel momento, né prima, né dopo, riferimento alle oppressioni e alle violenze che le donne francesi già subivano in patria – sessismo e maschilismo quotidiani, gap salariali, femminicidi, legge contro il velo, che certo colpiva solo le ragazze musulmane le quali, tuttavia, erano anche cittadine francesi.

In un panorama di accecamento generale non solo dei collettivi e delle associazioni femministe, ma anche di gruppi di sinistra e di associazioni antirazziste, si sono per fortuna verificate diverse esperienze di lotta intersezionale: tra queste, il collettivo “Une école pour tou.te.s”, che accusava apertamente la legge del 15 marzo 2004 e rivendicava il diritto di tutte e tutti le/gli studenti a un’istruzione pubblica. La peculiarità di questo movimento fu il suo carattere trasversale ed eclettico: se fino a quel momento solo le associazioni musulmane si erano apertamente schierate contro la legge, esso, invece, era composto da gruppi musulmani, da organizzazioni antirazziste, da partiti di sinistra, da associazioni LGBT, da femministe storiche e da attori delle lotte dell’immigrazione e delle banlieues. Il collettivo permise in questo modo di estrarre la lotta contro l’esclusione delle ragazze velate dal terreno religioso per ancorarla in quello dell’antirazzismo e del femminismo.

Nel maggio del 2004 nacque inoltre il Collectif des Féministes pour l’égalité, che aveva allora come presidenti Christine Delphy (storica femminista materialista, fondatrice, insieme a Simone de Beauvoir, della rivista Nouvelles Questions Féministes) e Zahra Ali (allora liceale di Rennes, poi curatrice del volume Féminismes Islamiques). Il collettivo, composto di donne francesi, migranti, figlie dell’immigrazione, credenti e atee, dichiarava di agire «in nome di un femminismo meticcio, che cerchi innanzitutto di chiarire i rapporti complessi che esistono in Francia tra il passato coloniale, il razzismo, l’islamofobia e l’essenzializzazione dell’islam». Adottando una critica postcoloniale del femminismo francese maggioritario, il CFPE si è posto in continuità con il black feminism statunitense, aprendo la strada a una critica radicale di alcuni fondamenti del femminismo egemone. Tra questi: la messa in discussione del carattere “universalista” della categoria “donna”, in nome della pluralità delle esperienze, delle priorità e dei percorsi attraversabili, oltre che dei diversi modi di emancipazione.

Da queste esperienze il panorama femminista francese ha visto nascere molte altre realtà tra le quali, fra le più interessanti, troviamo il collettivo “8 Mars pour Tou.te.s”, coalizione di gruppi, associazioni e collettivi che dal 2012 organizza una manifestazione indipendente da quella istituzionale per la giornata internazionale di lotte per i diritti delle donne. Con la volontà di creare uno spazio femminista intersezionale e non escludente, il collettivo ha preso posizione su tutti quei temi che attraversano, dividono e contraddicono il femminismo bianco e occidentale contemporaneo (diritti/lotte delle/dei sex workers, delle donne musulmane, procreazione medicalmente assistita e gestazione per altri), producendo un nuovo clima di alleanze intra-locali trasversali.

Per concludere, se le teorie femministe postcoloniali e intersezionali possono arricchire le nostre analisi con moltissimi strumenti, i femminismi musulmani e le lotte delle donne musulmane sono senz’altro portatrici di una carica di de-essenzializzazione che può davvero svoltare le nostre pratiche quotidiane, di vita e di lotta. Non solo i femminismi musulmani riescono a de-essenzializzare in modo potentissimo l’islam e la visione dell’islam che abbiamo in occidente, ma riescono anche a de-essenzializzare, mettere in crisi ma al contempo riempire di nuova linfa vitale lo stesso femminismo.

In che modo tutto ciò può giovare ai femminismi italiani, e come le femministe italiane possono inserirsi in questa riflessione? Innanzitutto, attraverso il riconoscimento – necessario – dei propri privilegi, ma non solo: la necessità di posizionarsi, di superare l’ideologia e il binarismo che spesso strutturano le forme mentis delle femministe anche più “decostruite”; la necessità di svincolare i propri discorsi dalle retoriche colonialiste e dominanti (chiedendoci, ogni tanto: “le posizioni che prendo/che appoggio sono in linea con quelle di Bush, Sarkozy, Renzi o possono sostenerne i progetti neo-imperialisti? Meglio che mi fermi un attimo a riflettere”); la necessità non solo di decostruire ma proprio di disimparare (unlearn, come suggerisce Spivak) le categorie dentro cui ci muoviamo, aprendoci al potenziamento che le teorie e le pratiche post/de-coloniali e intersezionali possono portarci.

Marta Panighel