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Archivi: agosto 2016

E’ possibile cambiare?

Autore: liberospirito 20 Ago 2016, Comments (0)

Dopo il report di Valerio Pignatta, pubblicato circa una settimana fa, ecco il contributo di Silvia Papi sempre in merito all’incontro tenutosi a luglio a Reggello. 

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Oggi è il 15 agosto. Ricordo che già da bambina avvertivo in questo giorno di festa il culmine di qualcosa che stava per finire. Non avevo più davanti ad attendermi i lunghi giorni dell’estate, quel tempo dilatato dal caldo, dall’aperto e dall’assenza di impegni nel quale mi perdevo. La metà di agosto segnava l’entrata nel tempo dell’attesa, dell’avvicinarsi sempre più a ricominciare il ritmo dettato dalla scuola, dal clima autunnale, dagli spazi chiusi.

Ancora oggi il ferragosto per me è un giorno di passaggio e, mentre annuso l’aria che cambia, incomincio a ripensare agli accadimenti dell’estate, con una sorta di desiderio che mi porta a fare il punto della situazione per prepararmi all’autunno. In questa ricapitolazione premono, per esser riguardati, i giorni trascorsi in toscana quando era solo l’inizio di luglio e soprattutto quella giornata d’incontro e parole profetiche ascoltate sulle colline fiorentine.

Cosa abbiamo detto e quale spazio occupa nella mia vita quotidiana la memoria di quei discorsi, che cosa vi hanno portato? Il tema generale è stato fra i più urgenti: tutto quel che accade ci sta portando inesorabilmente verso la distruzione o è possibile cambiare?

Apparentemente può sembrare difficile declinare nella quotidianità dei giorni che si susseguono lo spessore di quegli interventi, invece ho la sensazione di ricavare proprio da quelle parole – anche da quelle parole – la visione globale nella quale poter iscrivere la piccolezza delle mie scelte quotidiane. Ciò che aiuta a fare chiarezza e trovare l’energia utile a orientarsi nella confusione che ci tallona dappresso, deve avere la forza dell’universale affinché ognuno vi possa trovare la sua particolare necessità; quel che sembra detto solo per lui o per lei.

L’incontro che si è tenuto nella bella casa valdese sulle colline di Reggello ha avuto per me questo significato.

La pastora valdese e teologa Letizia Tomassone ha preso spunto dall’antico testamento – precisamente dal libro di Geremia – per vedere le implicazioni della questione religiosa dal punto di vista femminile, e del pensiero religioso femminista in particolar modo. Che ci sia stato un tempo in cui la divinità era immaginata come una Dea e non un Dio e che quel tempo antico abbia corrisposto a un periodo pacifico con un modo di relazionarsi al divino fatto di feste con offerta di cibo e profumi anziché sacrifici animali, quando non addirittura umani, è diventato da tempo, per me, un riferimento a cui attingere per pensare un modo nuovo di rapportarsi tra noi esseri umani che esca dalla visione patriarcale di cui siamo eredi e prosecutori nostro malgrado. Il periodo storico di cui si parla nel libro di Geremia (società assiro-babilonese) è più recente di quello preso in considerazione, ad esempio, da Marija Gimbutas nei suoi studi, quindi, data la relativa vicinanza temporale, è ancor più importante riflettere sulla domanda: perché si è persa quell’immagine del femminile divino? Ponendoci questa domanda e cercando risposte – così ho inteso dall’intervento di Letizia – si compie un lavoro sul linguaggio (e sull’iconografia che lo ha accompagnato, aggiungerei io) che ha modellato e modella la nostra personalità.

Com’è possibile che le parole delle donne siano state completamente dimenticate? Penso che in buona parte la cultura del nostro tempo sia fatta di omissioni e dimenticanze, non solo della parola delle donne, ma anche di tutte quelle minoranze – soprattutto se con cultura orale, ma comunque non solo – ridotte al silenzio di cui sono pieni i tempi anche recenti della nostra storia. Fino ad arrivare all’assoluta cancellazione della voce di chi non ha parola come gli animali non umani (per non dire di tutto il mondo vivente) di cui ha parlato Federico Battistutta.

L’antica visione delle donne, ci è stato fatto notare, non è stata trasmessa attraverso un canone, quindi possiamo ben vedere come sia importante dare origine a un nuovo canone del mondo che permetta di creare un altro modo di stare nel mondo. Come sia fondamentale dare corpo sociale a questa realtà non duale ma sbilenca – queer, si può anche dire, usando un termine che va diffondendosi negli ultimi anni –, dare visibilità alla comprensione del mondo che si sta formando attraverso il lavoro delle teologhe femministe e di tutti quei ricercatori e ricercatrici che scrutano la trasmissione della visione religiosa attraverso il tempo.

L’incontro che si è tenuto a Reggello è stato in fondo un minuscolo tassello che va a comporre il mosaico di coloro che oggi lavorano a questa trasformazione di civiltà, di coloro che stanno creando una rete di contati e collaborazione per non delegare più la nostra salvezza (insieme a quella del pianeta) a un’immagine di Dio salvatore e non demandare più una buona vita felice in un mondo ipotetico dopo la resurrezione che verrà. Se il tempo è oggi, di certo è urgente lavorare sulla trasformazione, assumendosi ciascuno la responsabilità che ci compete, in tutte le cose.

A cominciare da ciò che in buona parte tutti noi, per cattiva abitudine, facciam finta di non vedere: i miliardi di animali ridotti in pezzi ed esposti in vetrina nei nostri ipermercati. Come ci poniamo verso lo sterminio costantemente in atto di chi non avrebbe che noi per essere salvato? Che ci piaccia o no, non possiamo tirarci fuori ed evitare di sentirci parte in causa, fino a quando esisterà anche un solo mattatoio o un solo allevamento intensivo di esseri viventi. Ma il pensiero di Federico è andato molto più a fondo di queste mie parole, ha toccato tasti più intimi, senza mai essere accusatorio nei confronti di nessuno e, quando si parla di questione animale, non è cosa da poco riuscire a toccare l’animo della gente senza far scattare sensi di colpa e conseguenti meccanismi di difesa. Ma è possibile cambiare? Se rispondiamo in maniera affermativa è di certo perché ci sta a cuore tutto il vivente e non solo la nostra specie.

Le proposte introdotte da Herbert Anders e Samuele Grassi sono andate a integrare questo che mi è sembrato il cuore della giornata, o quello che io ho registrato come tale.

Herbert partendo dall’Apocalisse, ultimo libro del Nuovo Testamento, ha presentato il tema dell’angoscia come elemento che scatena il bisogno di attaccamento e possesso. La paura di rimanere soli, di non avere valore. Tantissime problematiche odierne nascono in fondo da qui e scatenano quell’angoscia portatrice di disagio e comportamenti inconsulti sulla quale subdolamente si insinua la pseudocultura del denaro e del possesso che va per la maggiore e semina vittime. Creando un collegamento con quanto già detto la fiducia è stata posta come una soluzione possibile; fiducia in se stessi e nella propria capacità/responsabilità, alimentata da una rete di relazioni che possa incominciare a ricucire i brandelli del tessuto sociale strappato da secoli di capitalismo e non solo. Su questo mi sono trovata d’accordo mentre quando la fiducia viene posta, anche e ancora, in un Dio che, secondo me, ha esaurito la sua immagine e il suo potere, la mia comprensione viene meno.

Samuele è arrivato alla fine a – si fa per dire – scompaginare le carte in tavola riproponendo e precisando il concetto di queer che era già stato introdotto. Mi piace questo nuovo termine proprio per la caratteristica che lo contraddistingue di non voler stare in nessuna categoria. Mi par di capire che venga usato inappropriatamente per definire il mondo gay mentre la sua peculiarità di essere storto, trasversale lo porta – e con sé coloro che si collocano al suo interno – a essere sfuggente, inafferrabile da quel neoliberismo che sarebbe senz’altro capace di farne uno dei tanti prodotti-immagine a suo uso e consumo. Non essere afferrati, non essere strumentalizzati, cercare territori marginali e ribaltare il rapporto con il futuro a favore di un tempo presente come l’unico possibile nel quale stare per provare a conoscere la propria diversità e costruire la propria autonomia.

L’anarchismo queer è l’ambito teorico all’interno del quale lavora Samuele Grassi sostenendo che oggi in ambito anarchico è molto viva la ricerca di nuove pratiche (sarebbe bello davvero) dove si sperimentino solidarietà, responsabilità e libertà per inventare nuovi rapporti tra individui e tra individui e società. Pratiche trasversali che ricercano l’autenticità d’espressione al di fuori di quel pensiero binario che la fa da padrone nei nostri modi d’essere mettendo sempre il bene contrapposto al male, l’etero all’omo, il bianco al nero, con modalità gerarchiche, conflittuali e competitive.

Con queste “storte” argomentazioni si è conclusa la giornata, lasciandomi la testa in subbuglio e confermando quella sensazione che ho da tempo che se molto e buono si sta muovendo da tante parti, la cosa più difficile e più importante sia compiere il lavoro certosino di tessere fili di collegamento che uniscano i punti in comune di ogni diversità.

Silvia Papi

Radici spirituali della festa di ferragosto

Autore: liberospirito 15 Ago 2016, Comments (0)

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Oggi 15 agosto è la festa del Ferragosto. Le radici religiose di questa festività sono decisamente precristiane, si perdono nella notte dei tempi e sono legate ai cicli della natura, in particolare ai doni raccolti dalla terra. Momento culmine dell’estate, questo periodo porta la consapevolezza di trovarsi nella parte dell’anno in cui si può riposare, ringraziare dei frutti e celebrare la ricchezza elargita dalla terra.  In un clima di gratitudine e gioia ci si dedicava non più al lavoro, ma a giocare, banchettare, celebrare e ringraziare per i beni ricevuti. Dunque è una festività relativa alla connessione tra la vita e il nutrimento che si trae dalla terra, da una parte, e il riposo festoso dopo averla lavorata con saggezza, traendo da lei doni preziosi. Oggi, è inutile dirlo, questa connessione non si vede, innanzitutto per coloro che vivono nei centri urbani e non partecipano ai ritmi naturali della campagna. Non solo: la modalità con cui avviene oggi la produzione agricola è così cambiata rispetto al passato che il ciclo agricolo è ormai snaturato, i ritmi stagionali sono vissuti in maniera superficiale, senza consapevolezza.

Ma le radici sacre di questa festa affondano nel profondo, stanno nella percezione dell’uomo preistorico del legame con la natura di cui si sentiva parte integrante e dell’importanza delle elargizioni della terra per la vita, dell’essere umano e di tutti. Pertanto il riferimento più antico di questa festività, va certamente fatto risalire alle culture della Grande Dea. Pensiamo in particolare a quell’Europa antica, matrifocale, ampiamente studiata dalla mito-archeologa Marija Gimbutas. Si tratta di popolazioni non gerarchiche e egalitarie che ponevano la vita al centro del loro sistema di valori e quindi della loro spiritualità. Le forme divine erano per lo più al femminile e spesso venivano raffigurate nell’atto di partorire la vita. Quest’ultima era concepita come un armonioso ciclo naturale di vita, morte e rigenerazione. Dalle loro tombe emerge l’assenza di gerarchie, di disparità sociali o di genere. Per migliaia di anni questa cultura preistorica della Dea ha praticato l’uguaglianza e una vita armoniosa tra gli esseri umani e tra questi e la natura. Pertanto i nostri avi, tra cui le popolazioni dell’Europa antica, vivendo in simbiosi con la natura, sentivano il bisogno di celebrare questi momenti.

Questa festa antica in onore della prosperità elargita dalla Dea attraverso il raccolto dei frutti della terra, e in seguito rappresentata da varie divinità femminili e maschili pagane, acquisisce in epoca moderna un significato completamente diverso, centrato solo sull’essere umano, slegato da qualsivoglia relazione con la natura, divenuta ormai oggetto da sfruttare e predare. Il 15 di agosto secondo il dogma della Chiesa cattolica è il giorno dell’assunzione in cielo della Vergine Maria. Questo è avvenuto in epoca molto, ma molto recente: nel 1950 l’assunzione in paradiso della Madonna fu riconosciuta come dogma dal papa Pio XII. Si tratta dell’unico dogma proclamato da un Papa nel XX secolo e, a dirla tutta, non se ne sentiva la necessità.

Libero spirito in libera terra. Un report

Autore: liberospirito 12 Ago 2016, Comments (0)

“Libero spirito in libera terra” è il titolo redazionale apparso qualche giorno fa su Confronti.net riguardante il report, scritto da Valerio Pignatta, sul nostro incontro pubblico tenutosi a Casa Cares, presso Firenze. Per necessità redazionali il testo è breve, comunque sintetizza bene quanto emerso in quella giornata. Lo offriamo alla lettura per chi, pur essendo interessato, non ha potuto partecipare all’incontro.

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Nel mese di luglio si è tenuto a Reggello nella splendida cornice della valdese Casa Cares un convegno dal titolo “Ecoteologia per il XXI secolo. Destino di distruzione o possibilità di cambiamento?”.

Il convegno è nato dall’intenzione di portare all’attenzione di tutti, e anche di coloro che sono su un percorso spirituale, la necessità di affrontare con pratiche e riflessioni la drammatica condizione ecologica del pianeta.
Tali pratiche e riflessioni potrebbero prendere spunto dal bisogno di coerenza etica che dovrebbe scaturire direttamente dalla comprensione e applicazione del proprio sentiero religioso e/o delle Sacre Scritture di riferimento quando presenti in esso.

A tal fine, si sono avvicendati al tavolo quattro relatori che hanno sviscerato il problema da altrettante diverse visuali. La pastora valdese Letizia Tomassone ha affrontato il tema del ruolo del patriarcato nella società umana come forte causa di scollamento tra l’essere umano e la sacralità del mondo. Il ricercatore Federico Battistutta ha invece trattato il tema della teologia degli animali, argomento ancora poco dibattuto nel nostro paese, ma di cui si sente sempre più la necessità visto l’andamento della condizione animale ormai insostenibile, sia negli allevamenti industriali sia negli stessi ambienti naturali devastati da ogni tipo di distruzione. Herbert Anders, pastore battista, ha poi portato l’attenzione sulla biodiversità e la proprietà intellettuale e ha inquadrato sulla base della scrittura biblica apocalittica la situazione attuale. Infine lo scrittore e attivista Samuele Grassi ha tracciato un’analisi della crisi ambientale da un punto di vista queer, che inserisce il percorso distruttivo in atto all’interno delle diverse categorie di sfruttamento dell’ultraliberismo dominante: sfruttamento di genere, di classe, di specie, di razza ecc.

L’iniziativa è partita dal gruppo che fa riferimento al sito e blog internet liberospirito.org, attivo da anni nell’ambito di temi come l’anarchismo religioso, l’ecoteologia, il dialogo interreligioso, le eresie e la teologia femminista, temi su cui produce libri, articoli ed eventi culturali come in questo caso.

Valerio Pignatta

La spiritualità salverà il mondo?

Autore: liberospirito 8 Ago 2016, Comments (0)

 La spiritualità salverà il mondo? A settembre uscirà in libreria un nuovo libro di Matthew Fox dal titolo La spiritualità del Creato: manuale di mistica ribelle (Gabrielli Editori). Anticipiamo ampi stralci dell’intervista che Fox ha rilasciato a Gianluigi Gugliermetto, pastore anglicano e fondatore dell’Associazione Spiritualità del Creato, e che costituirà la postfazione del volume. Abbiamo ricavato la conversazione dal sito di Adista, dove è possibile leggere la versione integrale.

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Quando scrisse  La spiritualità del Creato, il mondo si trovava forse in una situazione di maggiore speranza. La guerra fredda era terminata, la guerra del Golfo non era ancora iniziata. Anche se lei venne ridotto al silenzio per un anno, e scrisse il libro alla fine di quel periodo, il tono generale del volume è molto ottimistico. È d’accordo? Scriverebbe lo stesso libro oggi? O, meglio: la sintesi della spiritualità del Creato che lei ha proposto in questo libro del 1991 è valida ancora oggi?

È vero, ovviamente, che la storia e la cultura si sono evolute da quando ho scritto questo libro. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ad esempio, all’epoca alcuni teologi (tra cui Leonardo Boff e io stesso) eravamo posti sotto silenzio per periodi limitati, ma non eravamo ancora stati espulsi come invece accadde alcuni anni dopo. Successivamente, un totale di 106 teologi e teologhe (la lista si trova nel mio libro La Guerra del papa, Fazi, 2012) sono stati messi a tacere, espulsi e posti in condizioni tali di stress da provocar loro attacchi cardiaci ed esaurimenti nervosi. Il Vaticano dell’era Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era impegnato a screditare la Teologia della Liberazione e le Comunità di Base, in combutta con il presidente Reagan e la CIA (un fatto che documento nel mio libro), ma non era ancora detto che ci sarebbero riusciti e che avrebbero sostituito dei leader cristiani autentici e davvero eroici, come mons. Romero, il vescovo Casaldáliga, il cardinale Arns, con persone estremamente obbedienti e appartenenti alla destra estrema, membri dell’Opus Dei, della Legione di Cristo, e altri ancora. Il marcio dei preti pedofili e la sua copertura da parte della gerarchia, a partire dal card. Law fino al card. Ratzinger, non era ancora visibile al pubblico. Quando il libro venne pubblicato c’era, quindi, più speranza riguardo alla Chiesa cattolica, a causa di una certa ingenuità. Dal punto di vista culturale, il libro venne ben prima dei drammatici eventi dell’11 settembre e la risposta cieca, guidata dal loro cervello rettiliano, data dall’amministrazione Bush-Cheney, con l’invasione dell’Iraq con ragioni false e con il pandemonio che ne seguì, con il Medio Oriente che continua a bruciare, dalla Siria all’Iraq, alla Libia e in altri luoghi ancora. E la successiva “primavera araba” come sappiamo ha ottenuto risultati ambivalenti. Riguardo la tesi fondamentale del libro, tuttavia, ritengo che stia ancora in piedi. Dopo tutto, io non sono un giornalista. Come teologo spirituale cerco di dare un nome alla correnti profonde della vicenda umana, sia quelle individuali sia quelle comunitarie, correnti che sono presenti in ogni caso, indipendentemente dagli avvenimenti internazionali. Ciò che dico in La spiritualità del Creato è ancora vero, secondo me: abbiamo bisogno ora più che mai di un risveglio interculturale che nasca da una passione profonda per la giustizia e la compassione, per un nuovo sistema economico che funzioni per tutti, per il rinnovo delle forme educative e di una filosofia dell’apprendimento che sottolinei la creatività invece dell’obbedienza, che ritenga l’eco-giustizia essenziale per la nostra sopravvivenza come specie (ovviamente anche delle altre specie) e che si impegni a raccogliere insieme le tradizioni sapienziali di tutta la Terra (inclusa la scienza di oggi) invece di continuare le guerre di religione e le divisioni ideologiche. Queste io le chiamo le “quattro E”: l’educazione, l’ecologia, l’economia e l’ecumenismo. È ovvio che la spiritualità del Creato, che pone il Creato come strada maestra dell’esperienza del divino e del senso del sacro, è al cuore del rinascimento che tutti stiamo cercando. Per questo io continuo a suggerire di passare dalla conoscenza alla sapienza, un passaggio che un vero rinascimento spirituale può effettuare, anzi deve. La scienza ha fatto grandi passi avanti negli ultimi 25 anni, quando questo libro venne pubblicato in lingua inglese, risvegliandoci tutti quanti, attraverso le sue scoperte, all’importanza dell’interconnessione come base della compassione (di cui parlo nel mio libro Compassione: spiritualità e giustizia sociale).

Quindi lei non è indotto al pessimismo dalle vicende dei nostri giorni?

Thomas Berry ha sottolineato che spesso è nei periodi più oscuri della storia che emergono le fasi più creative. Questo fu il caso della dinastia Han nella Cina del III secolo, e una cosa simile si è verificata nel Medioevo europeo. L’oscurità non deve indurre al pessimismo, ma può essere un invito ad accendere i focolai della creatività e dell’immaginazione sociale. Il movimento della spiritualità del Creato lo fa da decenni nell’area della pedagogia, con risultati stupendi, come anche nell’area dell’ecologia e dell’ecumenismo. E certamente dobbiamo spingere per una nuova economia che funzioni e abbiamo, tra gli altri, l’economista David Korten il quale è impegnato a tracciare un’economia che funzioni per tutti, inclusi i non-umani. Fu Tommaso d’Aquino ad avvertirci che «la disperazione è il più insidioso dei vizi» (mentre il peggiore dei peccati per lui è l’ingiustizia). Quando siamo disperati, osserva Tommaso, non ci amiamo, e per questo non amiamo gli altri. La disperazione caccia via la compassione dai nostri cuori. La speranza quindi è necessaria per sopravvivere, ma mi piace la definizione che della speranza dà l’eco-filosofo David Orr: «La speranza è un verbo che si tira su le maniche». La nostra speranza e il nostro ottimismo sono proporzionali alla fatica che decidiamo di metterci.

Quanto è importante per lei che la spiritualità rimanga distinta dalla religione? Pensa che la Chiesa cattolica, o altre Chiese, si stiano muovendo verso una stagione di riforme? Pensa che le persone possano essere raggiunte dalla spiritualità del Creato anche se non appartengono a nessuna istituzione religiosa?

Penso che la religione istituzionale così come la conosciamo stia per terminare la sua corsa, in Oriente come in Occidente. Gaia – la Terra – è così seriamente in pericolo e le istituzioni moderne sono così lontane dalle persone, che si può tracciare un parallelo tra periodi analoghi della storia dell’Occidente quando nacquero dei nuovi ordini. Penso alla nascita dei Benedettini nel VI secolo, ai Francescani e ai Domenicani nel XIII secolo, ai Gesuiti nel XVI secolo. Gli ordini rispondono più rapidamente ai cambiamenti culturali rispetto ai grandi apparati delle religioni istituzionali. In un certo senso, la moltiplicazione dei movimenti in seno al protestantesimo ha rispecchiato la nascita degli ordini nella Chiesa cattolica romana, ma non completamente. La base del protestantesimo è stata la reazione contro gli abusi della Chiesa cattolica, e sebbene la protesta e il no profetico siano una cosa molto positiva, il risultato ottenuto ha messo in secondo piano il sì mistico alla vita e il misticismo stesso. I limiti del protestantesimo, che oltretutto è nato contemporaneamente al mondo moderno, sono ben visibili oggi, come aveva predetto Paul Tillich 75 anni fa parlando di «fine dell’era protestante». Ma oggi noi viviamo anche nell’era della fine del cattolicesimo romano. Il pianeta Terra si trova in circostanze così preoccupanti che non può permettersi di aspettare che le religioni organizzate si diano una mossa. La Terra stessa sta chiamando molti giovani a realizzare nuove forme comunitarie, un nuovo connubio tra contemplazione e azione, tra misticismo e profezia, che ha luogo al di fuori delle mura dei monasteri e spesso al di fuori delle Chiese. Molti giovani stanno rispondendo con generosità e con coraggio a questa chiamata e sono ben pochi quelli che si aspettano che la guida venga assunta dalla Chiesa istituzionale. Inoltre, l’assunzione di tradizioni e di pratiche spirituali che provengono dall’Oriente e dai popoli indigeni è anch’essa un segno dei nostri tempi. Il suo successo non dipende tanto dalla religione istituzionale quanto dalla fame dei cuori e dal desiderio profondo che hanno le anime di gustare il divino per mezzo di pratiche di meditazione che sono non-dualistiche e che uniscono profondamente corpo, anima e spirito. Lo yoga e la meditazione zen sono degli esempi, ma ci sono molte altre pratiche, tra cui l’arte-come-meditazione, la messa cosmica, i mantra cristiani, lo studio dei nostri mistici occidentali, la permacultura e gli orti, e infine le pratiche di derivazione nativo-americana come la capanna sudatoria e la ricerca della visione. La spiritualità del Creato promuove tutte queste cose, rimanendo attenta a ciò che accade nella cultura. La religione e la spiritualità spesso prendono strade separate, e me ne rammarico. Ma la spiritualità viene per prima. Ovviamente è un bene invitare le persone che frequentano ancora i riti religiosi ad accostarsi all’ambito della spiritualità. (…)

Lei ha preceduto l’eco-teologia, oggi presente nelle scuole di teologia, ma è diventata una disciplina a sé. Come avvenne originariamente per lei la connessione tra teologia ed ecologia? È chiaro che la sua “spiritualità del Creato” non è limitata alla questione ecologica, e tuttavia è intimamente legata alla Terra. Qual è dunque la relazione tra la Terra e Dio?

È incoraggiante scoprire che le Chiese e la società intera hanno fatto dei grandi passi in avanti da quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, riguardo all’importanza dell’eco-teologia e delle pratiche ecologiche. Si possono indicare l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, le rivelazioni della scienza su tale cambiamento e sull’estinzione delle specie, l’enciclica di papa Francesco Laudato si’ (che, tra parentesi, è stata scritta in gran parte da una persona che è stata mio studente in un master di spiritualità del Creato), e il risveglio di interesse nei grandi mistici della spiritualità del Creato di ieri e di oggi. La chiave è la riscoperta della sacralità della Terra e della sua casa più vasta, l’universo. La Terra non ha mai peccato, soltanto gli esseri umani peccano. La Terra è una benedizione originaria che non ha eguali, e tutte le nostre benedizioni derivano da lei. Tutti gli esseri sono un altro Cristo, un Cristo Cosmico. Questa “terza natura” di Cristo, cioè il Cristo Cosmico, è stata ignorata per secoli, ma è presente nei primi scritti della tradizione cristiana: nelle lettere paoline, come ad esempio quella ai Colossesi, e altrove, come nel Vangelo di Tommaso che si potrebbe datare all’epoca di Paolo, prima ancora dei Vangeli sinottici. Dal momento che, come ha detto Thomas Berry, «l’ecologia è l’aspetto funzionale della cosmologia», il Cristo Cosmico è un Cristo ecologico. La luce e la bellezza della Terra ci mostrano la divinità creatrice, ma le sofferenze della madre Terra ci mostrano la crocifissione del Cristo cosmico nella nostra epoca. Uccidere la Terra, la diversità delle sue specie, le acque e i pesci, gli alberi e le foreste, significa crocifiggere di nuovo il santo Cristo. Gli imperi di oggi fanno alla Terra e alle creature quello che fece l’Impero romano a Gesù. Dio e la Terra sono in relazioni intime. (…)

 

Il libro si apre con la «nuova storia della creazione». Cos’è? In che senso si collega alla storia biblica? Il cristianesimo non dovrebbe mantenere la sua storia della creazione?

La scienza ci ha fatto dono di una nuova storia della creazione che unisce molti popoli del pianeta, al di là delle loro culture, etnie o tradizioni religiose. Questa è una buona cosa, perché le tribù umane sono sempre rimaste unite attorno alla loro storia della creazione, e oggi noi esseri umani stiamo diventando una sola tribù, pur nella differenza di filoni di idee e costumi culturali. Io non sto dicendo che dobbiamo gettar via la cornucopia di storie della creazione che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, siano esse bibliche o derivanti dalle tradizioni indigene, ecc. Si tratta di un et-et. La storia scientifica risveglia la meraviglia e ci dice come siamo giunti fino qui. Si tratta di cose che è necessario conoscere e che sono più che banalmente edificanti. Sono verità universali, come è la scienza. Ma anche le nostre storie bibliche (e ce ne sono più di una, sia nella Bibbia ebraica sia in quella cristiana) hanno molto da insegnarci. Comunque, molte delle lezioni che possiamo apprendere non stanno tanto nella lettera dei fatti scientifici, ma nel nostro comportamento quando li veniamo a conoscere.

Lei offre una serie di «regole per vivere nell’universo». Qual è la sua relazione con la disciplina, nel senso che lei di solito sembra più interessato alla liberazione dalle regole che a dettarne di nuove. Inoltre, quant’è difficile obbedire alle regole di cui lei parla?

Quando parlo di “regola” parlo anche di “habitus” oppure di “virtus”, nel senso latino, oppure di valori. Perché questi valori prendano piede c’è bisogno di disciplina interiore e di sostegno collettivo. Ma se la società decide di aderire ad essi, diventa più facile farli vivere. Essi diventano parte della nostra educazione scolastica, delle storie collettive e dell’arte, sia essa musica, cinema, teatro, danza o riti. È compito di una collettività sana rendere più facile l’adesione a queste “regole”. Ci vogliono soprattutto coraggio e generosità, che io vado sempre cercando nelle persone perché ritengo che siano i segni più rilevanti dello spirito nel nostro tempo. Sono lieto di trovarli specialmente nei giovani. Celebrare questi valori e lodarli pubblicamente fa parte della sapienza intergenerazionale che vogliamo promuovere, come anche l’incarnarli nell’educazione, nella religione, ecc.  [Tra le “regole” di cui Fox parla nel libro si trovano la stravaganza, l’espansione, la varietà, il vuoto, la creatività, la giustizia e la bellezza – nota del curatore]. (…)

 

Quanto vale un velo

Autore: liberospirito 4 Ago 2016, Comments (0)

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Da alcuni giorni stanno circolando sulla rete alcune immagini di uomini con il capo coperto. Si tratta di un’iniziativa lanciata dalla blogger iraniana Masih Alinejad con l’hashtag #MenInHijab (Uomini con l’hijab) per incoraggiare gli uomini a sostenere le donne nella protesta contro l’obbligo di indossare il velo. Così diversi uomini hanno deciso di postare sui loro profili social foto che li ritraggono con il capo velato.

Si tratta di una protesta sul piano simbolico. La blogger iraniana ha tenuto a precisare che non si tratta di una campagna contro l’hijab, ma contro una legge che impone l’utilizzo dell’hijab stessa alle donne. Secondo le leggi iraniane le donne sono costrette a vestire “in modo adeguato” in pubblico, ossia indossando un velo, portando abiti larghi che non lascino trasparire in alcun modo le forme. La pena prevista in caso di infrazione va dalla multa, alla prigione (da tre mesi a un anno) fino alla flagellazione. Tempo fa l’associazione “Justice for Iran” ha denunciato che nell’arco di dieci anni sono state arrestate decine di migliaia di donne a causa del copricapo “inadeguato”. Questo perché la legge iraniana vuole seguire alla lettera il dettato del Corano. Lì sta scritto (sura 24,31 ma vedi anche 33,59) che le donne, oltre a essere caste e a tenere lo sguardo abbassato, debbano coprirsi con veli il capo, i seni e non facciano mostra di “ornamenti femminili” se non ai mariti e alla ristretta cerchia dei familiari.

Segnaliamo questa iniziativa, non solo perché ne condividiamo la finalità, ma soprattutto perché interseca alcuni temi quanto mai attuali. In primo luogo la denuncia dell’invenzione della tradizione (a cui non solo l’islam, ma pressoché tutte le istituzioni religiose sono legate); poi le questioni di genere, ovvero il tratto patriarcale, con tutte le implicazioni misogine, che accomuna gran parte delle religioni, e il rifiuto da parte di molti uomini di riconoscersi in ciò; infine il ricorso a una pratica orizzontale che utilizza i nuovi media come forma di socializzazione della protesta. Ben fatto!

Scriblerus