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Archivi: maggio 2016

Gli animali e i loro uomini

Autore: liberospirito 30 Mag 2016, Comments (0)

C’è stato un lungo e lontano periodo nel storia dell’essere umano (meglio: un lunghissimo e lontanissimo periodo) in cui arte e religione non si erano ancora separate l’una dall’altra, laddove l’umana esperienza non si era frammentata e dispersa in una miriade di rivoli sempre più parcellizzata. Proponiamo una riflessione su questo tema, paradossalmente tanto antico quanto attuale. La fonte è il blog artenatura.altervista.org, a cui abbiamo avuto già occasione di attingere.

Lascaux_Megaloceros

Gli animali e i loro uomini è il titolo di una raccolta di poesie che Paul Eluard, poeta surrealista, scrisse intorno agli anni ’20 del secolo scorso. Viene citata da Georges Bataille nel suo libro Lascaux, la nascita dell’arte, dove dice che condizione della poesia è un sentimento più autentico dell’uomo: è anche il prezzo che occorre pagare se non vogliamo essere impenetrabili agli insegnamenti silenziosi della caverna.

Non vogliamo con questo post parlare di arte preistorica in senso archeologico. Ci interessa quel “sentimento più autentico”, domandarci cosa significa, per non correre il rischio di divenire impenetrabili ai silenziosi insegnamenti di quegli animali dipinti quasi all’inizio della nostra comparsa sulla terra.

Su queste pagine abbiamo già parlato di animali divenuti soggetto artistico fondamentale per artisti del ‘900 come Franz Marc o Ligabue, ad esempio. Ma allora, infinitamente lontano nel tempo, era la prima volta.

Scrive Bataille:

Queste figure esprimevano il momento in cui l’uomo riconosceva il maggior valore della “santità” che l’animale doveva possedere: l’animale di cui forse cercava l’amicizia, dissimulando il basso desiderio di cibo che lo comandava. L’ipocrisia con cui velava questo desiderio aveva un senso profondo: era il riconoscimento di un valore sovrano. L’ambiguità di questi comportamenti traduceva un sentimento superiore: l’uomo si giudicava incapace di raggiungere la meta prefissata se non riusciva ad elevarsi al di sopra di se stesso. Almeno doveva fingere di elevarsi al livello di una potenza che lo superava, che nulla calcolava, del tutto disinteressata, e da cui l’animalità non si distingueva. 

(…) Possiamo almeno dire che la bellezza, quasi sovrannaturale, degli animali della caverna ha tradotto questa ambiguità. Indubbiamente quest’arte è naturalistica, ma il naturalismo coglie, esprimendolo con esattezza, ciò che vi è di meraviglioso nell’animale.

(…) Tracciare una figura non era forse, di per sé, una cerimonia, ma poteva esserne un elemento costitutivo. Si trattava di un’operazione religiosa o magica. Le immagini dipinte, o incise, senza dubbio non avevano quel significato di decorazione duratura che fu loro espressamente attribuito nei templi e nelle tombe dell’Egitto, così come nei santuari della Grecia o della cristianità del Medioevo. Se avessero avuto un tale valore, il sovrapporsi delle immagini non sarebbe stato possibile. Esso significa che le decorazioni esistenti erano diventate trascurabili nel momento in cui si tracciava una nuova immagine. In quel momento era d’importanza secondaria sapere se la nuova immagine ne distruggeva un’altra più antica, e forse più bella. (…) L’operazione corrispondeva unicamente all’intenzione. La maestà della caverna apparve solo in seguito, come un dono del caso o il segno di un mondo divino.

(…) La regola dell’arte era dettata non tanto dalla tradizione quanto dalla natura (…) in se stessa l’opera d’arte era libera, non dipendeva da procedimenti che ne avrebbero determinato la forma dall’interno e l’avrebbero ridotta a convenzione.

(…) Esistevano dei procedimenti, e senza alcun dubbio gli uomini di quel tempo se li trasmisero, ma non erano essi a decidere la forma, lo stile e l’inafferrabile movimento dell’opera d’arte. (…) Inevitabilmente l’arte, alla sua nascita, sollecitava quell’impulso di spontaneità indomabile che si è convenuto di chiamare genio. (…) Creavano dal nulla il mondo che raffiguravano.

(…) Quello che si percepisce, quello che ci colpisce a Lascaux, è ciò che “freme”. Un sentimento di danza dello spirito ci innalza di fronte a queste opere in cui la bellezza, priva di regole, promana da movimenti febbrili: di fronte ad esse ciò che ci s’ impone è la libera comunicazione tra l’essere e il mondo che lo circonda; l’uomo vi si abbandona entrando in armonia con questo mondo di cui scopre la ricchezza. Questo movimento di danza ebbra ebbe sempre la forza di elevare l’arte al di sopra dei compiti subordinati che essa accettava, che la religione o la magia le dettavano.

Tra queste parole sottolineiamo quel che più ci aiuta a riflettere; quindi pensiamo a come non sia fuori dal tempo odierno vedere l’impossibilità di raggiungere una meta prefissata se non si riesce ad elevarsi al di sopra di se stessi, ad entrare in un ordine che tutto include, e come possa essere da quel sentire che prende avvio un movimento – non più autoreferenziale – che nel suo farsi ricerca quell’antica libertà di cui le arti conservano le tracce.

E’ nella nostra esperienza il poter dire che la percezione di ciò che “freme”, quella sorta di danza dello spirito che ci si muove dentro, è un sentimento che possiamo avere la fortuna di provare tutte quelle volte che – forse per caso, ma sempre fortunatamente – si accorcia la distanza che ci separa dal resto del mondo naturale. In questo crediamo stia la meraviglia che ci coglie di fronte all’arte preistorica e il suo fondamentale insegnamento giunti all’epoca e nelle condizioni in cui siamo.  Siamo esseri sensibili, quindi è il sentire ciò di cui abbiamo bisogno, da lì partono le nostre emozioni, il dolore ma anche la gioia di vivere che lo compensa. Avere messo troppa distanza tra noi e tutto il resto ha fatto nascere le realtà virtuali  ma ha sicuramente reso molto triste la danza del nostro spirito.

Concludiamo riportando ancora alcune parole di Bataille che vogliamo usare come auspicio per una rinnovata capacità di inventare il mondo attraverso il gioco creativo:

(…) Quel poco di conoscenza che si produsse all’inizio si deve al lavoro del “faber”. L’apporto del “sapiens” è paradossale: è l’arte e non la conoscenza (…) l’uomo di Lescaux lo distinguiamo con più esattezza da colui che lo ha preceduto insistendo non sulla conoscenza ma sull’attività estetica che è, nella sua essenza, una forma di gioco. Huizinga lo ha dimostrato: il nome di “Homo ludens” non conviene soltanto a colui che con le sue opere donò alla verità umana la virtù e lo splendore dell’arte, ma esso designa con esattezza l’umanità intera. (…) fu quando l’uomo giocò e seppe, giocando, attribuire al gioco la permanenza e l’aspetto meravigliosi dell’opera d’arte, che l’uomo assunse l’aspetto fisico a cui la sua fierezza resterà legata. Il gioco non può ovviamente essere la causa dell’evoluzione, ma non c’è dubbio che la pesantezza neandertaliana coincida con il lavoro e l’uomo liberato coincida con il fiorire dell’arte. (…) gioco che legò il significato dell’uomo a quello dell’arte, che ci liberò, foss’anche fugacemente, dalla triste necessità, e ci fece accedere in qualche modo a quello splendore meraviglioso della ricchezza, per il quale ognuno si sente nato.

Dentro il grande prodursi del presente

Autore: liberospirito 27 Mag 2016, Comments (0)

Abbiamo da poco appreso la notizia della morte di Koho Watanabe, monaco zen giapponese che diede un contributo fondamentale per la diffusione del buddhismo zen in Italia, seguendo un approccio coerente con la grande tradizione zen e al tempo stesso originale e innovativo. Con le sue parole: “Non confinati da una morale codificata, vivere il grande prodursi del presente senza affidarsi a regole prestabilite: questa possiamo chiamarla audacia di vivere”. Riportiamo di seguito (le ricaviamo dal sito www.lastelladelmattino.org) le parole e il ricordo di due monaci zen che ebbero Watanabe come maestro.

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Il 23 giugno saranno deposte nel cimitero di Antaiji le ceneri di Koho Watanabe roshi, deceduto sabato 7 maggio, all’età di 74 anni.
Non abbiamo dato notizia della sua morte quando avremmo voluto, ovvero subito, perché per sua volontà così doveva essere.
Un uomo grande e difficile, che ha dedicato la vita, senza riserve, a offrire lo zazen al mondo. Nella tradizione di altri uomini grandi e difficili che sono riusciti nel condurre la loro vita prescindendo dalla loro forza e dalla loro debolezza, con la sua vicenda esistenziale ha saputo indicare con purezza il significato concreto del Grande Voto.

Voi che leggete e noi che scriviamo dobbiamo a lui questo incontro, le sue premesse, le sue conseguenze.

Sua fu l’intuizione di abbandonare il vecchio Antaiji che, quasi assorbito dalla periferia di Kyoto, avrebbe potuto continuare a costituire un facile centro di attrazione per tanti cercatori Occidentali di passaggio in quella città. Scegliere una località tra i monti, abbandonata dai precedenti abitanti per l’isolamento e l’estrema asperità del clima, fu un azzardo sostenuto dalla fede e dalle energie giovanili di un gruppo di monaci formatisi assieme a lui grazie alla guida del suo predecessore, Uchiyama roshi. La difficoltà rappresentata dal luogo, assieme all’obbligatoria promessa di non lasciare il monastero prima di dieci anni, fecero sì che l’Antaiji inventato, voluto da Watanabe divenisse per poco più di un decennio, dal 1976 al 1987, la casa di una trentina di persone la forza della cui motivazione era in grado di superare gli ostacoli più ardui.

Mauricio Yushin Marassi e Giuseppe Jiso Forzani

 

Un’ecoteologia per il XXI secolo

Autore: liberospirito 9 Mag 2016, Comments (0)

Circa un anno fa veniva resa pubblica l’enciclica di Francesco I “Laudato si'”. Senza entrare nello specifico di quel documento, delle sue luci come delle sue ombre, un pregio indubbio l’ha avuto:  porre, una volta per tutte, all’attenzione dei media mondiali la questione dell’emergenza ambientale e, in particolare, del rapporto tra religione ed ecologia. “Ecoteologia” è il neologismo che prova a descrivere questo campo di esperienze. Lo ripetiamo: non intendiamo entrare nel merito di quel testo, diciamo solo che ci sarebbe stata sicuramente la necessità di un esame più attento e approfondito, al di là dei facili entusiasmi che ha suscitato, soprattutto nel mondo laico; entusiasmi che, così come  sono spuntati rapidamente, altrettanto rapidamente oggi sembrano essere sfumati.

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Ecoteologia è anche una delle parole-chiave che compaiono su questo blog, uno dei punti di maggiore attenzione verso cui siamo rivolti. Tanto che quest’estate (in luglio, a essere precisi) abbiamo organizzato un incontro proprio su questo tema. Ne riparleremo ancora, in modo più articolato. Per adesso ci limitiamo a segnalare l’iniziativa, in modo tale che qualcuno si possa già segnare la data.

Titolo: Destino di distruzione o possibilità di cambiamento? Ecoteologia per il XXI secolo

Dove: presso Casa Cares (centro valdese), a Reggello (vicino a Firenze).

Quando: sabato 9 luglio, mattino e pomeriggio.

Interventi: Herbert Anders (Biodiversità e proprietà intellettuale), Federico Battistutta (Teologia della liberazione animale), Samuele Grassi (Un’ecologia queer per il terzo millennio), Letizia Tomassone (Focacce per la regina dei cieli. Donne e arti).

Note: Gli interventi dei relatori si propongono di offrire elementi per un confronto e una discussione fra tutti i presenti. Per chi lo desidera: possibilità di pernottare e/o pranzare a Casa Cares.

Contatti: [email protected]