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Archivi: marzo 2016

Lo stagno dove sguazza il terrorismo

Autore: liberospirito 25 Mar 2016, Comments (0)

Proponiamo un intervento di Guido Viale (apparso su comune-info.net) riguardante i recenti attentati a Bruxelles. Il pregio dell’articolo è quello di riuscire a mettere in relazione gli attentati islamisti non solo con le guerre in corso in Medio Oriente, come tendono a fare in molti, con gli effetti più immediati che provoca (flussi di migranti verso l’Europa), ma collocandola in un contesto più ampio, come la crisi globale sia economica che ecologica.

Soldiers patrol the Rue Neuve pedestrian shopping street in Brussels on November 21, 2015. All metro train stations in Brussels will be closed on November 21, the city's public transport network said after Belgium raised the capital's terror alert to the highest level, warning of an "imminent threat". As Europe tightens security a week on from the jihadist attacks in Paris that left 130 people dead, Belgium's OCAM national crisis centre raised its alert level to 4 early on November 21, "signifying a very serious threat for the Brussels region". AFP PHOTO / JOHN THYS        (Photo credit should read JOHN THYS/AFP/Getty Images)

Il cordoglio e la pietà per le vittime degli attentati di Bruxelles dovrebbero renderci più umani e non più feroci nell’affrontare il vero conflitto con cui dobbiamo misurarci se vogliamo prosciugare lo stagno dove sguazza il terrorismo islamista: quel conflitto verso i profughi che rende l’Europa così fragile e debole.

L’urgenza di difenderci non deve farci dimenticare che il terrorismo non si combatte con la guerra, che é ciò che lo ha prima covato e poi nutrito nel corso degli ultimi anni, né con lo Stato di polizia, che non fa che promuoverlo, e meno che mai con la “caccia allo straniero”; bensì combattendo le discriminazioni e il disprezzo di cui si alimenta il rancore che alimenta il terrorismo. Per questo non c’è niente che metta in forse la convivenza in Europa quanto il cinismo e la ferocia con cui i suoi governi trattano i profughi che si presentano alle sue porte per sottrarsi al terrore che rende impraticabili tutti quei paesi – e non solo la Siria – da cui cercano di fuggire.

Certo, è difficile per tutti, soprattutto in questi giorni, cogliere la natura e la dimensione dello scontro sociale in atto sotto i nostri occhi, perché è completamente inedito; ma anche perché si presenta intrecciato con altri processi o eventi, come i mutamenti climatici, le guerre in corso o in preparazione, la crescente diseguaglianza, la crisi che attraversano i meccanismi di accumulazione del capitale a livello mondiale. Ma quello che si è aperto, soprattutto nell’area che abbraccia Europa, Medio Oriente e Africa centrosettentrionale, è uno scontro intorno al riconoscimento di un diritto ovvio, perché “naturale” nel senso più banale del termine, ma ostico e difficile da accettare. È uno scontro che vede da un lato chi rivendica il diritto a trasferirsi in un territorio “vivibile”, dove potersi ricostruire una vita e la possibilità di viverla decentemente, perché nelle terre che ha abbandonato, o che si appresta ad abbandonare, questo non è più possibile a causa di guerre, disastri ambientali e dittature; ma sopratutto perché il mondo, questo pianeta, appartiene a tutti. E che vede dall’altro lato chi invece rivendica un proprio diritto a escludere dal territorio in cui vive ogni nuovo arrivato in nome di una “sovranità” su di esso, che altro non è che il versante pubblico – e governativo – del “terribile diritto” di proprietà.

L’asilo, la protezione internazionale accordata ai profughi e normata dalla convenzione di Ginevra, era stato concepito finora, più che come un diritto, come una concessione delle democrazie liberali a chi fuggiva per sottrarsi a una dittatura e poi, per estensione, a una guerra civile. Ma oggi quelli con cui l’Europa e gli Stati che per ragioni geografiche o storiche gravitano intorno al Mediterraneo si confrontano sono esodi di massa in cui i fattori guerra e dittatura si mescolano inestricabilmente con quelli ambientali e climatici. Tanto che all’origine di molti dei conflitti armati in corso – compreso quello in Siria – non è difficile riconoscere un deterioramento ambientale provocato dallo sfruttamento incontrollato di risorse locali, ma, sempre più spesso, dai cambiamenti climatici in atto. Questo rende priva di fondamento la distinzione tra profughi di guerra, da accogliere, e migranti economici, da rimpatriare, con cui le autorità europee cercano di far credere, di poter “legittimamente” liberarsi di almeno la metà dei flussi che stanno
investendo il territorio dell’Unione. In un modo o nell’altro, sono ormai tutti profughi ambientali – una figura non contemplata dalle convenzioni sulla protezione internazionale – ma la cui presenza sarà centrale nel contesto sociale e politico dei decenni a venire. Quello scontro tra chi rivendica un diritto “naturale” alla vita e chi glielo vuole negare si ripercuote, all’interno degli Stati membri dell’Unione europea, in un conflitto sempre più acceso e centrale – tanto da far passare in second’ordine tutti gli altri, o da subordinarne ad esso le manifestazioni – tra chi si schiera a favore dell’accoglienza e chi si mobilita per sostenere i respingimenti.

Ai due poli di questi schieramenti, che stanno facendo piazza pulita della configurazione tradizionale dei partiti e delle forze politiche, troviamo da un lato una folta schiera di volontari, delle più varie estrazioni sociali e anche politiche o religiose, che si adoperano in mille modi per assistere e accogliere i profughi. Dall’altro degli squadristi impegnati in assalti ai siti dove i rifugiati vengono spesso solo “immagazzinati”. Ma intorno a questi squadristi si sta creando un cordone di condivisione e di aggregazioni politiche di stampo nazionalista (o “sovranista”) e, in buona misura, razzista, in netta avanzata ovunque. Mentre la simpatia che suscita l’azione dei volontari stenta – per usare un eufemismo – a farsi strada sia in termini di appoggio politico che come “comune sentire”. Anche perché le soluzioni prospettate dalla destra sono semplici, spicce e non affrontano le loro inevitabili conseguenze: una stretta, non solo politica, ma anche economica e sociale, sui diritti di tutti, una guerra che trasforma in nemici tutti coloro che oggi cercano e non trovano salvezza in Europa, una serie infinita di stragi in terra e in mare che finirà per configurarsi come un vero sterminio; mentre la scelta di accogliere, al di là delle emozioni immediate che suscita la vista di tanta miseria, è complicata, richiede programmi, ragionamenti, svolte e impegni radicali.

Da tempo i governi europei si sono in gran parte lanciati all’inseguimento delle forze di destra, per sottrarre loro l’esclusiva degli argomenti più popolari – “sono troppi”, “non c’è posto”, “costano troppo”, “minacciano la sicurezza e i nostri posti di lavoro”, ecc. – cercando di non farsi sottrarre l’egemonia che ancora hanno sull’elettorato. Una rincorsa vana, perché quegli argomenti li sanno usare meglio le forze apertamente razziste. Ma soprattutto perché sono incapaci di fare i conti con la dimensione effettiva del problema e delle misure necessarie per farvi fronte: rinuncia all’austerity, alla contrazione di spesa pubblica e welfare, a quella precarizzazione del lavoro che ha creato milioni di disoccupati, e un impegno effettivo nella conversione ecologica, unico modo, peraltro, per creare milioni di nuovi posti di lavoro utili a tutti. Quella incapacità li sospinge così verso politiche sempre più feroci e antipopolari, come gli hot spot, il filo spinato, la guerra in Libia o l’indecente accordo con la Turchia, insensato e suicida quanto cinico e
spietato. Che però ha fatto contenti tutti i governanti, che possono così aspettare qualche mese, fino a una nuova resa dei conti, per ammettere che non sanno che cosa fare; compreso Renzi, che si è improvvisamente fatto paladino di un’Europa più “umana”, ma che ha chiesto subito l’estensione di quell’accordo alle altre situazioni su cui verranno deviate le prossime ondate di profughi.

Sostenitori e nemici dell’accoglienza si ritrovano, in proporzioni diverse, tanto tra le forze di sinistra – qualsiasi cosa si intenda con quel termine – e di centro quanto nel mondo cristiano e soprattutto in quello cattolico, che su questo tema rischia una frattura storica, e persino tra molte persone di destra (tra cui c’é ancora qualche emulo di Perlasca). È una contrapposizione che lavora alla dissoluzione degli schieramenti e dei rituali politici tradizionali, ma anche a un riposizionamento di classi e forze sociali, verso  le quali c’è bisogno di un approccio politico nuovo, prammatico, non rituale né “ideologico” senza il quale la vittoria delle destre e del razzismo è scontata.

Oggi non è più possibile “fare politica”, lavorare alla ricostituzione di un fronte sociale che faccia valere gli interessi delle classi e dei cittadini sfruttati e oppressi, senza individuare nelle varie forme di volontariato, nelle loro pratiche, nelle loro necessità, nelle loro iniziative e, soprattutto, nei legami che riescono a creare con la nazione dei profughi un riferimento irrinunciabile per ogni possibile ricomposizione delle forze che vogliono un’altra Europa perché vogliono un’altra società.

Guido Viale

Il silenzio degli innocenti a Pasqua

Autore: liberospirito 22 Mar 2016, Comments (0)

pasqua

Mancano oramai pochi giorni alla domenica di Pasqua. Tra le tante usanze legate a questa ricorrenza c’è il consumo dell’agnello pasquale. In Italia, a Pasqua, centinaia di migliaia di agnelli e capretti vengono macellati, per poter finire sulle tavole imbandite. Sebbene nella nostra società la sistematica uccisione degli animali è una triste pratica quotidiana, in questo caso assume un connotato ancora più perturbante in quanto legato a una festa religiosa. Anche se, di tanto in tanto, capita di sentire qualche voce controcorrente. Ad esempio, l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, Michele Castoro, ha di recente pubblicamente dichiarato che “la Pasqua cristiana non ha nulla a che fare con la strage di milioni di agnellini“, aggiungendo che, chi ha davvero a cuore il bene del Creato, non può che prodigarsi affinché “questa mattanza abbia fine, non avendo nulla a che fare con la celebrazione della Pasqua cristiana“.

A questo proposito riportiamo sotto la dichiarazione delle Chiese Tedesche Evangeliche, pronunciata a Clamberg nel 1988, con l’augurio che alle parole possano seguire fatti concreti:  Noi confessiamo davanti a Dio creatore degli animali e davanti ai nostri umani compagni che abbiamo fallito come cristiani perché abbiamo dimenticato gli animali nella nostra fede. Abbiamo tradito la missione di Gesù e non abbiamo servito i nostri fratelli ultimi, gli animali. Come pastori abbiamo avuto paura di dare spazio agli animali nelle nostre chiese, come chiesa siamo stati sordi al genere in travaglio a motivo del maltrattamento, dello sfruttamento dei nostri fratelli animali”.

Equinozio di primavera

Autore: liberospirito 21 Mar 2016, Comments (0)

Ieri, 20 marzo 2016, ha avuto luogo uno dei più precoci equinozi primaverili – in termini di orario – dal 1896; ciò è dovuto al fatto che il 2016 è mese bisestile. Esattamente alle 5:30 di ieri (ora italiana) il Sole ha attraversato uno dei due punti, nella sfera celeste, in cui l’eclittica e l’equatore celeste si intersecano: il cosiddetto “punto vernale” o, per l’appunto, equinozio di primavera. Il Sole è apparso così perfettamente allo zenit per un osservatore posto all’equatore, e la durata del dì in quel luogo è stato pari a quella della notte. Per diverse culture tale avvenimento è un giorno di festa, occasione per celebrare il rinnovamento esteriore, della natura, e interiore, dell’uomo. Lo ricordiamo con alcuni versi di Daigu Ryōkan, monaco zen giapponese, oltre che poeta e calligrafo.

spring

Ciuffi di violette

sbocciate nel prato;

ascolto l’allodola

senza mai stancarmi,

in questa primavera.

Daigu Ryōkan

Diga italiana e catastrofe africana

Autore: liberospirito 17 Mar 2016, Comments (0)

valle dell'omo

Apprendiamo che Survival International ha presentato formale istanza all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) contro Salini Impregilo S.p.A. – il gigante del settore ingegneristico italiano – in merito alla costruzione della controversa diga Gibe III destinata a distruggere i mezzi di sussistenza di migliaia di persone tra Etiopia e Kenya.

La diga ha messo fine alle esondazioni stagionali di un fiume da cui 100.000 indigeni dipendono direttamente per abbeverare le loro mandrie e coltivare i campi, mentre altri 100.000 vi dipendono indirettamente. Secondo gli esperti, la diga potrebbe anche segnare la fine del Lago Turkana – il più grande lago in luogo desertico del mondo – con conseguenze catastrofiche per altri 300.000 indigeni che vivono intorno alle sue sponde.

L’Impresa in questione non ha chiesto il consenso alla popolazione locale prima di avviare i lavori di costruzione della diga, e ha inoltre affermato che i popoli sarebbero stati compensati delle loro perdite grazie a esondazioni artificiali. Ma tale promessa non si è mai concretizzata e migliaia di persone ora rischiano di morire di fame.

La regione, già preziosa in quanto culla dell’evoluzione umana, è anche un’area di eccezionale biodiversità, che conta due siti dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità e cinque parchi nazionali. Il responsabile dell’Agenzia keniota per la Conservazione ha dichiarato la settimana scorsa che la diga sta provocando “uno dei peggiori disastri ambientali che si possano immaginare.”

Dal canto suo, durante una visita alla diga nel 2015 Matteo Renzi ha apertamente elogiato l’azienda italiana. (Non ci stupiamo: è lo stesso Presidente del Consiglio che ha dato il via libera alle trivelle nel Mediterraneo).

“Eppure, Salini ha ignorato evidenze schiaccianti, ha fatto false promesse e ha calpestato i diritti di centinaia di migliaia di persone” ha dichiarato Stephen Corry per conto di Survival International. Per dirla con semplici parole: derubare della loro terra popoli largamente autosufficienti e causare ingenti devastazioni ambientali non è ‘progresso’: per i popoli indigeni e per l’ambiente non è altro che una sentenza di morte.

Per che desidera partecipare concretamente alla mobilitazione in corso contro la costruzione della diga può inviare una e-mail al Direttore Generale della Cooperazione italiana Giampaolo Cantini per chiedergli di assicurare che i soldi dei contribuenti italiani non siano usati – direttamente o indirettamente – per sostenere lo sfratto dei popoli della valle dell’Omo.