Crea sito

Archivi: febbraio 2016

A seguire il commento di un nostro collaboratore sulla recente ostensione in Roma delle spoglie mortali di p. Pio e del meno noto p. Leopoldo da Castelnuovo. Tale contributo si inserisce nel più ampio controsservatorio sul Giubileo, attualmente in corso sul web e su riviste.

padre-pio-roma

All’inizio del mese di febbraio a Roma, prima presso la basilica di San Lorenzo al Verano (sede romana dei Cappuccini) e poi nella basilica di San Pietro è avvenuta l’ostensione delle spoglie mortali di Padre Pio da Pietralcina e di Leopoldo da Castelnuovo.

Se del primo non c’è nulla che non sia già stato detto, il secondo è, per i più, un illustre sconosciuto. Ma – e veniamo al punto – per la Chiesa Cattolica e per migliaia di fedeli, Leopoldo da Castelnuovo non è affatto un’anonima “spalla” o una semplice comparsa, anzi. É (meglio: è stato) un frate cappuccino  vissuto dal 1866 al 1942, e fatto santo da papa Wojtyla nel 1983.

I “meriti di servizio” che gli hanno fatto guadagnare l’aureola sono stati conquistati avendo passato praticamente tutta la vita dentro a un confessionale (dalla parte del confessore, ovviamente).

Al secolo Bogdan Ivan Mandić, Leopoldo, un po’ per amore e un po’ per forza (la fragile costituzione fisica gli impedì di dedicarsi alla missione in terre lontane e alla predicazione in patria, come egli avrebbe desiderato) fu quindi essenzialmente un frate confessore. Ma non un frate confessore qualunque: narrano infatti le cronache che a lui si rivolgessero non solo i semplici popolani, ma anche membri di famiglie aristocratiche e addirittura molti fra i professori della (laica) Università di Padova, città nella quale il religioso cappuccino visse e operò per gran parte della sua vita. Questo perché gran parte della sua fama era dovuta alla sua benevolenza e alla facilità con cui concedeva l’assoluzione (al punto che fu più volte accusato di “lassismo” da parte degli stessi confratelli), facendosi spesso e volentieri addirittura carico egli stesso delle penitenze inflitte ai propri “confessandi”.

Insomma: un sant’uomo o un pover’uomo, a seconda – come sempre – del punto di vista.

Ma non ci interessa qui discutere della vita e delle opere di Bogdan Mandić, quanto piuttosto del significato che questo Papa e questa Chiesa gli hanno voluto attribuire, mettendolo in mostra assieme al confratello Pio, in occasione della prima manifestazione di massa del Giubileo Straordinario nell’Anno del Signore 2016.

Si è detto sopra che questo è uno di quei casi in cui “il minore” spiega e sostanzia “il maggiore”, e i due, assieme, illuminano e illustrano ciò che sta loro attorno.

Che tradotto significa: se Padre Pio è il personaggio che tutti conoscono perché è stato, prima di tutto, un confessore, tanto quanto Padre Leopoldo, i due lo sono stati in maniera radicalmente diversa: se infatti il secondo ha operato nel segreto del confessionale e da lì non si è mai mosso, il primo ha agito – ed è rimasto anche dopo morto – sotto i riflettori della ribalta.

Ma se quello dei due che fa più comodo alla Chiesa – e che per questo viene “ostentato”- è Pio (perché garantisce folle abbondanti e abbondanti offerte) è Leopoldo a portare con sé il messaggio che, in questo momento, si vuole fare passare, ai fedeli e ai non-fedeli.

C’è un elemento – che a volte si tende a dimenticare – fondativo e cogente della politica ecclesiale attuale, la quale vede come suo protagonista assoluto Jorge Mario Bergoglio, in arte Francesco I: quest’ultimo è un gesuita. E chi c’è, ora come ora, meglio di un gesuita per risollevare le sorti della malandata Chiesa Cattolica?

Il motivo è presto detto: il fulcro della leva del potere, il punto di forza della dottrina teologica e politica dei Gesuiti è, ed è stato fin dalla fondazione dell’Ordine, la confessione.

A motivo del fatto che la confessione dei Gesuiti ha sempre avuto una caratteristica teologica e pastorale (leggi: “cura delle anime”) fondamentale: è “probabilistica”. Ovvero: a fronte dell’errare oggettivo, ha più valore la volontà dell’errante nel non aver voluto (o saputo di) errare. In altre parole: il peccato è certo, ma il peccatore solo “probabile”. Quindi aumenta anche la “probabilità” che questi ha di essere perdonato e giustificato.

Ma questo non è forse stato lo stesso modus agendi di frate Leopoldo? E questo è il messaggio che il progressista, l’aperturista, l’innovatore papa Francesco ha il compito e il desiderio di comunicare al mondo: guardate Leopoldo, guardate Pio, ammirateli… e confessatevi!

Confessatevi, e la Chiesa nella sua misericordia avrà pietà di voi e sarà sempre pronta ad accogliervi fra le sue braccia. Non abbiate paura, fatevi avanti: più siete e meglio è!

Perché (ma questo non lo dite con nessuno, mi raccomando…) è confessandovi che metterete la vostra scalcagnata e sconclusionata vita nelle mani amorevoli e accoglienti di Santa Madre Chiesa; perché è confessandovi che la farete giudice e maestra della vostra esistenza; perché è confessandovi che ammetterete una buona volta la vostra dipendenza da qualcos’Altro che non siete voi… ma che siamo Noi!

La confessione è l’araba fenice che rinasce dalle ceneri del Concilio di Trento, dopo il fuoco purificatore della Riforma Protestante (non a caso prossimo obiettivo di “riconciliazione” – nome attuale della confessione, per i non addetti – del pontificato francescano); rinascita della quale è principale artefice -guarda caso- proprio la Compagnia di Gesù.

[Breve inciso: in un altro momento critico per la Chiesa, successivo al Concilio Vaticano II, fu Giovanni Paolo II a rivolgersi ad un’altra Compagnia, quella “delle Opere”. Ma questa è un’altra storia.]

Ecco allora che una volta trovata la chiave, è facile interpretare i gesti, le parole, le scelte e le motivazioni. È facile “smascherare” ciò che viene “rappresentato”.

Perché anche al di là della buona fede con cui viene attuato tutto questo, anche sotto la forma della “misericordia” – tema del Giubileo Straordinario – la confessione cattolica era ed è la negazione esatta dell’assunzione di responsabilità e dell’autonomia di giudizio dell’uomo e della donna, dal momento che ha bisogno di un’alterità che si faccia carico degli errori e delle mancanze di un individuo. Perché la confessione fa leva sul senso di colpa, lo alimenta, volgendo a proprio vantaggio la “naturale” condizione di “limite” propria dell’essere umano e schiacciando la carne (debole per definizione) con la prepotenza dello Spirito. Il trucco consiste nel far credere all’uomo che sia egli stesso ad avere bisogno di scaricarsi la coscienza e di dovere giustificarsi davanti a un dio. D’altronde, non è forse vero che «Il più grande inganno del diavolo è quello di farci credere che lui non esiste» (Charles Baudelaire)? Un gioco di specchi, la cui illusione non verrà mai abbastanza svelata.

La Chiesa – anche la Chiesa dell’attuale papa, ebbene sì – non ha mai fatto altro che questo: sostituire Dio all’uomo, il che in fin dei conti significa sostituire se stessa e la sua dottrina (in nome di Dio) all’esistenza concreta di ogni uomo, pretendendo di insegnargli, a lui povero derelitto incapace di farlo da sé solo, a stare al mondo. Certo, lei lo fa per il suo bene (che madre misericordiosa sarebbe, altrimenti?) oltrechè, naturalmente, ad majorem Dei gloriam!

 Andrea Babini

Il progresso può uccidere

Autore: liberospirito 22 Feb 2016, Comments (0)

it-abor-q_cropped

“Survival International” ha pubblicato la seconda edizione del rapporto Il progresso può uccidere. Invitiamo a leggerlo (da vedere e da scaricare qui). Ci limitiamo a riportare le parole con cui la direttrice italiana di Survival, Francesca Casella, presenta la pubblicazione:

“Appropriarsi della terra dei popoli indigeni e imporre loro il nostro modello di sviluppo è causa di una miseria inenarrabile. I fatti sono indiscutibili, anche se spesso i libri di storia li tacciono o sminuiscono. A distruggere i popoli indigeni non è mai stata la mancanza di ‘progresso’, bensì il furto della loro terra e delle loro risorse, che molti hanno cercato di legittimare arrogandosi il presunto dovere di affrancare le tribù da una presunta arretratezza. Ma i popoli indigeni non sono né arretrati né primitivi. Non lo sono mai stati. Sono solo diversi, perché diverse sono le risposte che hanno dato alle sfide della vita. Ed esattamente come tutti noi, anche loro hanno continuato a evolversi e adattarsi a un mondo in perenne cambiamento. I dati che abbiamo raccolto nella nuova edizione del rapporto Il progresso può uccidere rappresentano solo la punta di un immenso iceberg fatto di malattie, frustrazioni, dipendenza e suicidi. (…) I popoli indigeni che vivono nelle loro terre sono invariabilmente più sani, e godono di una qualità di vita di gran lunga migliore di quella di milioni di cittadini impoveriti e marginalizzati da una crescente disuguaglianza mondiale. Garantire che possano continuare a mantenere il controllo delle loro terre e dei loro stili di vita è fondamentale non solo per il loro futuro, ma anche per quello dell’intera umanità. E nel caso in cui abbiano già perso la loro terra a causa della nostra avidità e del nostro razzismo, allora dobbiamo lottare per aiutarli a recuperarne quanta più possibile! Solo così potranno ricostruire la loro identità e la loro autosufficienza. Per i popoli indigeni, il vero ‘progresso’ comincia con il riconoscimento dei diritti territoriali e continua con la possibilità di decidere autonomamente del proprio sviluppo. Ma senza terra e libertà, cesseranno addirittura di esistere. Non possiamo permetterlo”.

Camilo Torres, cinquanta anni dopo

Autore: liberospirito 16 Feb 2016, Comments (0)

Ricordare, non dimenticare. Ricordare: letteralmente significa “richiamare al cuore” e attraverso questo movimento ciò che appariva sepolto si ridesta, torna finalmente a vivere e palpitare, tenendo viva la consapevolezza di chi siamo, esprimendo dove abbiamo la possibilità di spingerci. Oggi è il giorno della memoria di Camilo Torres. Il testo che segue proviene dal sito di Noi Siamo Chiesa

camilo torres

Il 15 febbraio di cinquanta anni fa nella regione di Santander in Colombia veniva ucciso in uno scontro a fuoco Camilo Torres. Il suo nome è ora poco conosciuto o del tutto sconosciuto nel nostro paese ma egli fu, a quel tempo come il Che Guevara, punto di riferimento per un lungo periodo di una vasta area di opinione non solo in America Latina. Egli fu l’ispiratore di quanti, a partire dalla fede nell’Evangelo che mai abbandonarono, decisero che, in certe situazioni estreme, non c’era possibilità di testimoniare veramente la propria fede se non partecipando direttamente a un movimento organizzato ed armato con lo scopo di ottenere un cambiamento radicale delle strutture sociali.
La sua storia personale fu interamente segnata da scelte di vita che lo misero in luce come studioso e ricercatore rigoroso e al tempo stesso come leader popolare. Dopo aver studiato a Lovanio egli fu un apripista negli studi di sociologia delle classi povere in Colombia, contemporaneamente fu prete e cappellano degli studenti di Bogotà. Questi suoi impegni lo portarono a promuovere programmi di azione comunitaria, a interventi nel campo dell’educazione e infine a cercare di dare vita senza successo a un Frente Unido di tutte le classi sfruttate e di tutte le opposizioni al regime oligarchico vigente. Il suo tentativo non ebbe successo, decise allora di entrare in modo militante, quattro mesi prima della sua morte, nell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale), una formazione guerrigliera nata due anni prima. Morì nella prima azione militare in cui si trovò coinvolto dopo aver chiesto di non essere esentato dallo stare in prima fila, nonostante la sua inesperienza sul campo.
I suoi scritti esprimono il suo percorso appassionato e ricco di esperienze e di ricerca e descrivono le motivazioni della sua decisione finale, assunta con uno spirito di grande sacrificio personale e dalle caratteristiche drammatiche. Egli era convinto che non ci fossero altre strade per affermare la pace fondata sulla giustizia nella Colombia di allora e nell’intera America latina. Egli sostenne, con passione e forti motivazioni, la necessità di un intreccio tra marxismo e cristianesimo per la liberazione dei popoli. Rifletté a lungo sul rapporto violenza-nonviolenza e la sua fede nell’Evangelo fu l’anima di ogni sua riflessione e decisione, dai contrasti con l’autorità ecclesiastica (che lo portarono a lasciare il ministero) fino alla decisione degli ultimi mesi.
La sua figura ci invita a una valutazione attenta della complessità della vicenda storica di quel periodo e non può essere separata da quanto nel mondo cristiano avvenne allora con scelte che rimangono nella storia del cristianesimo ed hanno un grande ruolo anche nella Chiesa di oggi. Nel 1967, nell’enciclica Populorum Progressio, Paolo VI , dopo aver giudicato negativamente l’insurrezione rivoluzionaria, aggiunse però: “salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese”(cap.31). E’ un’affermazione molto conosciuta e di grande importanza. Forse che non esisteva allora in Colombia “una tirannia evidente e prolungata”? Poco dopo a Medellin nell’agosto del 1968 i vescovi latinoamericani fecero la scelta preferenziale per i poveri e, quasi contemporaneamente, nacque e si sviluppò la Teologia della Liberazione mentre nel 1971 in Cile sorse il Movimento dei cristiani per il Socialismo. In ognuno di questi percorsi vediamo il raggio dello Spirito che soffia su cristiani e su Chiese fino ad allora abbastanza prigioniere di una cultura ecclesiastica che era diretta erede della storia della colonizzazione.
Il nostro orientamento attuale a valorizzare ogni cultura e pratica della nonviolenza deve avere al proprio interno una sensibilità particolare per conoscere e capire realtà in cui violenza e nonviolenza si intrecciano in situazioni e momenti particolarissimi della vicenda umana (Dietrich Bonhoeffer partecipò attivamente all’attentato contro Hitler del luglio del 1944, mentre questa problematica la si può capire per come si è posta ai cristiani nella Resistenza in alcune pagine della “Messa dell’uomo disarmato” di Luisito Bianchi). Dobbiamo sempre ricordare che in quegli anni, e poi per decenni, nella gran parte dei paesi dell’America latina dominava un vero e proprio terrorismo di Stato che, oltre all’oppressione politica e sociale, fece un numero sterminato di vittime con violenze indiscriminate di ogni tipo.
Nelle trattative in corso per una pacificazione generale della Colombia l’ELN, tuttora attivo, ha chiesto all’esercito la restituzione della salma di Camilo e alla Chiesa colombiana un “gesto chiaro e dimostrativo di riconsegnargli il suo posto come sacerdote”. Il capo dello Stato Santos ha fatto esumare i presunti resti e il presidente della Conferenza episcopale, mons. Castro, si è impegnato a esaminare la possibilità di ridargli lo status presbiterale. La riabilitazione di p. Torres contribuirebbe in effetti a pacificare la Colombia, perché riconoscerebbe la legittimità politica (e per la Chiesa quella etica) della scelta compiuta da chi, in quel tempo e contesto, prese le armi per cambiare la società. Ci sembrano due gesti opportuni, anzi necessari.

Invettiva per il cardinale

Autore: liberospirito 14 Feb 2016, Comments (0)

VI-IT-ART-24938-foto_bagnasco_10

E’ vero, di certe cose non meriterebbe nemmeno parlarne. Meglio volgere lo sguardo altrove, verso la vita, lasciando che, evangelicamente, i morti seppelliscano i loro morti. Eppure, è troppo forte, non si può tacere. Allora, evocando il genere dell’invettiva, cara a molti profeti, facciamo come coloro che, pur controvoglia, prendono la parola e dicono.

E’ dell’altro giorno la notizia delle linee guida della CEI in materia di pedofilia, secondo cui i vescovi, non essendo “pubblici ufficiali”, non sono obbligati a denunciare all’autorità giudiziaria casi di abusi sessuali nei confronti di minori da parte del clero. A sostenere ciò è intervenuto con mano pesante il presidente della CEI, card. Bagnasco. Egli ha pensato bene di puntualizzare la questione osservando che la legge italiana non riconosce questo dovere di denuncia. «Il Vaticano – ha cavillato il boss della CEI –  prescrive di rispettare le leggi nazionali e sappiamo che la legge italiana non riconosce questo dovere», sorvolando sul fatto che i vescovi di altri Paesi (ad es. esempio Irlanda, Germania, Danimarca) hanno invece scelto la strada di una più stretta collaborazione tra le autorità ecclesiastiche e quelle civili. Ma ciò che più di tutto indigna in una simile dichiarazione è lo sconcio motivo addotto per sottrarre i vescovi a una responsabilità dovuta: non per nascondere reati avvenuti contro minori al fine di non gettare nel discreto l’istituzione ecclesiastica, bensì solo per «l’attenzione verso le vittime», per tutelare con discrezione la privacy loro e dei loro familiari da indebite ingerenze.

Non sappiamo cosa pensi il papa in merito a tali affermazioni e, a dirla tutta, non ci interessa più di tanto. Ci si può solo augurare, e crediamo di non sbagliare, che il cardinale in questione, con tale improvvida uscita, abbia fornito un altro solido contributo a tutte le persone di buona volontà affinché si congedino, una volta per tutte, da apparati autoreferenziali che di altro sono preoccupate se non garantirsi posizioni e rendite acquisite. «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio» (Lc 9,60).

Scriblerus

“L’amore è sempre sacramento di Dio”

Autore: liberospirito 10 Feb 2016, Comments (0)

I media, anche per la questione delle unioni civili e del riconoscimento dei diritti gay, si perdono (e non possono fare altrimenti) dietro alle chiacchiere dei politicanti di turno, interessati al tornaconto e alla sopravvivenza del proprio schieramento (oramai è pratica comune ricorrere ai sondaggi prima di rendere pubblica una qualche decisione). Ogni tanto – raramente – viene dato spazio a qualche voce eccentrica rispetto al coro dilagante. E’ il caso di questa bella intervista a Teresa Forcades, monaca benedettina catalana, che senza giri di parole prende posizione su questi temi. L’intervista, a cura di Geraldine Schwarz, è apparsa su “La Repubblica” di ieri.

teresa forcades

Cosa pensa delle unioni civili e dei matrimoni omosex, possono essere considerati come un sacramento, possono funzionare agli occhi di Dio e della società?
Un sacramento è la manifestazione dell’amore di Dio nello spazio e nel tempo. L’amore è sempre sacramento di Dio se rispetta la libertà dell’altro. L’amore possessivo, al contrario, anche se è tra un uomo e una donna, può non essere sacramentale nel significato profondo del termine.
Bambini “adottati” da una famiglia omosex, con due padri o con due madri, crede che possano crescere in modo sano?
Sí, assolutamente. Quello di cui i bambini hanno bisogno è di un amore adulto, maturo e responsabile da genitori che antepongano le loro necessità alle proprie e che sappiano nello stesso tempo porre loro dei giusti limiti e aiutarli a crescere. Il fatto di crescere con due donne o con due uomini non rappresenta nessun problema. Nel medioevo molti bambini crescevano in Monastero solo con donne o solo con uomini e molti di essi sono diventati santi.
Cosa pensa della maternità surrogata?
Il graduale accumulo di ricchezza nelle mani di pochi è lo scandalo del nostro secolo. La maternità surrogata è un abuso di potere in un mondo economicamente sbilanciato come quello attuale nel quale viviamo. Mette sempre più spesso donne povere nelle condizioni di scegliere se commercializzare e vendere la propria maternità o condannare se stesse e i loro figli alla miseria. E’ estremamente crudele, come lo è anche quando le donne devono emigrare e abbandonare la famiglia per guadagnare un minimo stipendio per sopravvivere o finiscono nella rete della prostituzione per la stessa ragione. Secondo l’ultimo rapporto della confederazione di studio di Oaxfam International, l’1% della popolazione mondiale possiede più ricchezza del restante 99%. A parte lo sfruttamento economico, rifiuto la maternità surrogata per ragioni etiche: la psiche di una persona comincia costituirsi durante la gravidanza attraverso la percezione della voce e gli effetti degli ormoni materni che circolano nei tessuti fetali e che si accordano alla  voce e dallo stato d’animo della madre. Quindi, la separazione dalla madre biologica è sempre traumatica per il bambino e deve evitarsi per quanto possibile.
Cosa pensa della posizione del Vaticano sui temi dei diritti civili e temi bioetici?
La dottrina della Chiesa difende la dignità della persona e rifiuta la sua strumentalizzazione però in alcuni casi come nell’aborto, o per l’eutanasia, il principio di autodeterminazione della persona che è un principio riconosciuto e difeso dalla Chiesa, si scontra con la difesa della vita e con il riconoscimento della vita come dono di Dio. Io credo che la chiesa debba continuare a difendere la vita come un dono del quale non si può disporre a proprio piacimento. Ma credo che la maniera migliore di farlo non sia promuovere leggi che criminalizzano le donne che interrompono la gravidanza. Non si può salvare la vita del feto senza mettere sotto accusa i diritti della madre. Allora è necessario chiedersi se vogliamo che uno Stato forzi una donna a scegliere per il bambino. In questo caso, solo in questo caso, io propendo per la madre. Io credo che non si possano strumentalizzare le persone: non si può fare della madre uno strumento per la vita del bambino ma allo stesso tempo, e questo vale per la pratica della surrogazione, non si può neanche fare del bambino uno strumento del desiderio.
Si sente rivoluzionaria e femminista come la definiscono alcuni? in che senso?
Mi sento una rivoluzionaria pacifica. Mi sento femminista perché voglio riconoscere il lavoro delle prime donne, pioniere del femminismo che si chiamarono così mentre lottavano per il diritto a entrare all’università, al voto, a essere governanti nella società o a detenere i massimi incarichi nella chiesa o nella religione. Sono contro la violenza e non la considero utile a cambiare la società però sono rivoluzionaria perché credo che la nostra società non si debba riformare ma debba proprio cambiare radicalmente. Per esempio difendo il diritto alla proprietà ma non sono d’accordo quando vuole essere un valore assoluto. In questo sono contro i principi capitalistici.
Ha intrapreso molte battaglie, c’è qualcuno che ha cercato di farla restare in silenzio? Quali sono le critiche che le vengono rivolte e se ha subito resistenze, da parte di quali ambienti?
Mi hanno censurato, cancellato conferenze sia in ambito medico che politico che religioso. Per la medicina, per le mie critiche contro le industrie farmaceutiche. Per la politica, per le mie critiche alla politica del governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese. In ambito religioso, perché difendo le unioni omosessuali e per il mio femminismo. L’ultimo episodio quando dovevo andare in Israele per una conferenza e non mi hanno fatto entrare nel paese, mi hanno rimandata indietro.
Come vive questo suo doppio ruolo di impegno civile e preghiera?
Continuo a studiare e a scrivere e resto in solitudine, la preghiera mi dà forza e permette che io possa lottare senza acredine con il cuore aperto. Al monastero, dove a volte ritorno per qualche giorno, l’orario ufficiale è di cinque ore di preghiera e sei di lavoro. Fuori dal monastero l’attività è molto più intensa e sono fortunata se riesco a raggiungere un’ora di preghiera al giorno.
Quali sono oggi per lei gli ostacoli sul cammino delle donne nella Chiesa?
L’ostacolo maggiore è l’interiorizzazione di una coscienza che dice che le donne devono avere un ruolo secondario rispetto a quello degli uomini e che Dio desidera così.
Ha mai incontrato papa Francesco? 
No, ma mi piacerebbe.
Come ha deciso di diventare suora di clausura?
Sono andata al monastero come ospite. Stavo cercando un luogo per studiare e ho sentito una chiamata interiore. Dopo due anni sono entrata.
A giugno scadrà questo suo primo anno di pausa, ha deciso se continuerà a stare “fuori” o tornerà “dentro” in clausura?
Dipende se sarà ancora necessario avere qualche tipo di impegno con la politica. Fino a quando farò attività politica e per un massimo di tre anni vivrò fuori dal monastero ma può anche essere che tra pochi mesi tornerò a vivere dentro. Questo dipende da come si svilupperà la situazione politica in Catalogna dove mi batto per l’indipendenza.
Ha un padre spirituale? 
Più di uno e anche più di una madre. Mi sembra molto importante l’accompagnamento nella vita spirituale. Però è fondamentale anche saper accettare la responsabilità ultima del proprio cammino.

Dei “fatti di Colonia” ne abbiamo parlato all’indomani della diffusione della notizia. E’ bene parlarne ancora. Non solo dell’accaduto in sè e della sua gravità, ma anche in merito ai commenti che continuano a campeggiare sui media di maggiore diffusione. Come degna replica pubblichiamo il documento steso da alcune donne (Alessandra Bocchetti, Ida Dominijanni, Bianca Pomeranzi e Bia Sarasini) e apparso su “Internazionale”. Il testo (un po’ lungo ma merita leggerlo da cima a fondo) nasce da un incontro tenuto alla Casa internazionale delle donne di Roma; sarà presentato e discusso in un convegno il 14 febbraio 2016 (via di San Francesco di Sales, 1, sala Carla Lonzi, dalle 10 alle 15). Parlare di religione e libertà, come si fa su questo blog, significa anche iniziare a parlare di una prospettiva post-patriarcale. 

koln

Una mano nera si allunga sotto le gambe inguainate in un collant bianco di Angela Merkel fino a toccarle il sesso; la parte superiore del suo corpo è ancora coperta da una delle sue ben note giacche colorate, ma ormai, questo vuole dire l’immagine, la regina è nuda, messa in scacco dall’intrusione molesta dell’uomo nero. È il disegno pubblicato dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung a commento e sigla dei fatti di Colonia. Al sessismo degli “uomini neri” che la notte di Capodanno hanno molestato le “donne bianche”, gli “uomini bianchi” rispondono con lo stesso sessismo contro la loro cancelliera. Risposta oscena ma, nel suo estremismo, veritiera. Che avesse ragione Michel Houellebecq, nel suo pur assai misogino Sottomissione? Gratta l’odio dei maschi europei verso gli invasori islamici, e ci troverai l’invidia. L’invidia per la sottomissione delle donne di cui gli invasori, al contrario degli invasi, possono ancora godere. Un’invidia esattamente speculare a quella degli invasori per la libertà sessuale femminile di cui possono disporre gli invasi, facilmente intuibile sotto quel “desiderio d’occidente” che ha spinto gli aggressori della notte di Colonia a mimare a modo loro, violentemente, l’allegro e alcolizzato godimento che impazza in quella come in tante altre città europee a capodanno. Dall’11 settembre in poi, dovremmo averlo capito una volta per tutte dalla scenografia hollywoodiana di quei due aerei che infilzarono le torri gemelle e stuprarono Manhattan (anche allora, guarda caso, si ricorse alla metafora dello stupro), gli atti di violenza e di terrore che in occidente vengono interpretati come se provenissero dall’altro mondo sono intrisi di tracce, tecniche, usi e costumi che provengono dal nostro. Altro che il ritorno delle tribù che qualcuno ha voluto vedere in azione a Colonia: la “superiorità” dell’occidente è dura a morire, e se non fa più ordine nel mondo reale detta ancora legge nell’immaginario globale. Gli “altri” vi si specchiano, anche quando le fanno violenza.

Fatti. Nel gioco degli specchi i fantasmi, si sa, sono di casa. E forse è per questo che sulla piazza di Colonia hanno preso forma e consistenza molto più rapidamente dei fatti reali. Sui quali c’è ancora, un mese dopo, parecchia nebbia. Di che cos’è accaduto quella notte sappiamo l’essenziale, ma parecchi particolari non secondari non li conosciamo e probabilmente non li conosceremo mai. Un branco di giovani uomini, forse cinquecento forse mille, “di aspetto arabo e nordafricano”, ubriachi e assembrati dentro la stazione, si è riversato a gruppi nella piazza del Duomo circondando, derubando, palpeggiando e molestando pesantemente un centinaio di donne bianche perlopiù tedesche, da sole o in coppia con un’amica o con un uomo o in gruppo, il tutto nella completa passività della polizia che è stata a guardare senza rendersi conto di quello che stava accadendo, e comunque incapace di impedirlo. Le ricostruzioni, basate sulle testimonianze femminili e sui rapporti della polizia medesima, descrivono dettagliatamente le molestie e le ruberie subite dalle donne; alcune vittime raccontano di aver temuto di rimetterci la pelle. Restano però aperti molti buchi. Chi erano, da dove provenivano, come erano arrivati lì quegli uomini, e perché li si era lasciati riunire nella stazione? Se erano tutti “di aspetto arabo e nordafricano”, come mai tra i 31 fermati per aggressione e rapina figurano anche uno statunitense e tre tedeschi? Erano anche loro nordafricani trapiantati negli Stati Uniti e in Germania, o la loro presenza segnala che bisogna andarci piano con le identificazioni fatte sulla base del colore della pelle? Tra quei 31 fermati, 19 sono richiedenti asilo, e di questi uno solo è sospettato di molestie; secondo una testimonianza raccolta dal New York Times, inoltre, quella notte una turista statunitense è stata salvata da un cordone di siriani richiedenti asilo; qualche giorno dopo alcune centinaia di rifugiati siriani hanno manifestato contro la violenza, il razzismo e il sessismo. Questi numeri giustificano la messa in stato d’accusa della politica sui rifugiati di Merkel? Ancora. La polizia, pur in stato di allerta contro il rischio di attentati, si è rivelata del tutto impotente a contenere e disperdere il branco di aggressori, e ha taciuto l’accaduto per quattro giorni, come pure la tv pubblica tedesca. Questa impotenza e questo silenzio si devono a una pruderie “politicamente corretta” a favore dei migranti, come s’è urlato in Germania e in Italia? O piuttosto alla sottovalutazione della violenza sessuale in un paese dove una donna su tre dice di averla subita da uomini che per il 70 per cento non sono arabi ma tedeschi, e in cui la notte di capodanno, come durante l’Oktoberfest, si chiude un occhio di fronte a qualche palpatina? Infine ma non ultimo: violenze analoghe si sono verificate in contemporanea, quella stessa notte, in altre città tedesche e in Svezia, in Finlandia e in Austria, e questo fa legittimamente sospettare che si sia trattato di una provocazione concertata – un sospetto che a un certo punto è diventato una certezza, sparata sui giornali in prima pagina in Germania e in Italia, per poi essere smentita il giorno dopo. Possibile che i potenti mezzi dell’intelligence tedesca ed europea non sappiano rispondere sì o no a questo sospetto, pure cruciale per valutare l’entità dell’accaduto? Di nuovo: minimizzano per fare un piacere alla politica d’integrazione di Merkel, come sostiene l’opinione di destra? O perché considerano l’accaduto bagatelles pour dames, com’è lecito supporre?

Fantasmi. Non avremo mai risposta a queste domande, per la ragione molto semplice che la notte di Colonia ha ottenuto l’effetto che doveva ottenere a prescindere dallo svolgimento dettagliato dei fatti. E l’effetto consiste in una rapida e potente mobilitazione dell’immaginario europeo, nonché di quello islamico, in materia di sesso e razza: due fattori che quando si intrecciano, e oggi sulla scena globale si presentano sempre intrecciati, sono capaci di produrre miscele esplosive. Sul versante islamico, ci auguriamo che non faccia testo la convinzione dell’imam di Colonia che le donne, quella notte, le molestie se le sono cercate, coperte com’erano più di profumo che di abiti: ma certo le sue dichiarazioni “estreme” la dicono lunga sul regime del dicibile che autorizza quella che dovrebbe essere una guida spirituale a istituzionalizzare la segregazione femminile (e del resto, come scandalizzarci? Quante volte il “se l’è cercata” giustifica tuttora, da noi, la violenza sessuale?). Sul lato occidentale, l’antico fantasma coloniale della mano nera che violenta la donna bianca, ben rappresentato dal disegno del Süddeutsche Zeitung, è tornato a materializzarsi, aggiornato, in un’Europa ossessionata da frontiere vacillanti, migrazioni incontenibili, calo della natalità, pericolo terrorista, declino economico, impotenza neoliberale, fallimento politico. L’aggiornamento del fantasma coloniale significa, in questo quadro, il suo automatico reclutamento nel presunto “scontro di civiltà” in corso. L’uomo nero diventa l’islamico che inferiorizza le donne, proprie e altrui, e attraverso l’attacco alle donne bianche attacca l’intera civiltà occidentale, che invece le donne le ama, le emancipa, le libera, le tutela con i diritti, le presidia con i “suoi” uomini, pronti a scendere in campo a difesa delle “loro” donne. Ne consegue l’arruolamento delle donne nella difesa della civiltà occidentale suddetta, con relativa messa all’indice delle disertrici: quelle che ad arruolarsi non ci stanno, quelle che sulla civiltà occidentale e sul suo amore per le donne nutrono qualche dubbio, quelle che la violenza contro le donne la vedono anche in occidente e non solo in Medio Oriente, quelle che sulla difesa dei “loro” uomini avanzano qualche sospetto, quelle che nei confronti delle donne musulmane non ergono il muro dei diritti conquistati o la montagna dei vestiti comprati agli ultimi saldi, ma lanciano il ponte di una tessitura comune della libertà femminile. Noi femministe, in sostanza, iscritte d’ufficio al fronte nemico dell’ipocrisia “politicamente corretta” verso il fanatismo islamico. Salvo ritrovarsi poi, i nostri accusatori, con le statue del Campidoglio coperte in omaggio al presidente iraniano Rohani per decisione di stato o di governo.

Streghe. “Dove sono le femministe?”. Quando ancora le notizie da Colonia arrivavano goccia a goccia, è partita la caccia alle streghe. Trovato il colpevole numero uno, l’uomo nero, la grancassa mediatica, maschile e femminile, è partita alla ricerca della colpevole numero due, la femminista bianca. Rea di tacere, di nascondersi, di non condannare, di colludere con i migranti e con la sinistra che difende (difende?) i migranti, di rompere le scatole ai “suoi” uomini su qualunque quisquilia come fosse una barbarie e di chiudere gli occhi sulle nefandezze dei barbari “veri”. Le femministe, nel frattempo, a Colonia erano già per strada, a manifestare contro il sessismo e contro il razzismo insieme. E ovunque, in Europa e fuori dell’Europa, erano all’opera per fare il contrario dei talk show e della stampa generalista: capire una situazione nuova e complicata e interpretarla non istericamente, due cose che l’isteria massmediatica non contempla. E parlavano ovunque potessero, cioè fuori del circuito ufficiale dell’informazione che non le interpella in modo da poterle accusare di stare in silenzio, di essersi dileguate, di non esistere, di avere perso. Parlavano e dicevano quello che ovunque, a est a ovest, a nord e a sud, vanno dicendo dall’11 settembre in poi: che non si lasciano arruolare in nessuno scontro di civiltà per la buona ragione che le civiltà in questione sono entrambe marcate dal patriarcato, entrambe fratturate al loro interno dalla contraddizione fra i sessi ed entrambe segnate, positivamente, dal conflitto tra i sessi innescato dalle donne. Ragion per cui la trave nell’occhio dell’altro non ci esime dal guardare la pagliuzza nel nostro. E l’orgoglio per le nostre conquiste di donne occidentali non ci esime dal riconoscere le battaglie di libertà delle donne non occidentali.

Monopòli. Non c’è il monopolio islamico della violenza e dell’inferiorizzazione femminile. E non c’è nemmeno il monopolio occidentale e democratico della libertà femminile. Le molestie della notte di Colonia evocano a tutte noi situazioni molto familiari. Gli sguardi eccitati e fra loro complici degli uomini che tuttora si ritrovano da soli nei bar dei nostri paesi. I branchi di giovani maschi che molestano le studentesse, e talvolta le stuprano, nelle nostre scuole. Il senso di insicurezza e vulnerabilità che ci accompagna specialmente la notte per strada, come una seconda pelle. I racconti di stupri, violenze, femminicidi che riempiono le pagine di cronaca dei nostri giornali. I fraintendimenti maschili sulla disponibilità sessuale femminile che riempiono la posta del cuore dei nostri settimanali. Potremmo continuare ma non serve: la violenza di uomini contro le donne è, purtroppo, uno dei pochi esempi di comportamento universale che il mondo globale ancora conosce. E non diminuisce ma tende addirittura ad aumentare nei paesi dove l’emancipazione femminile è più consolidata. La hybris maschile non si ferma davanti ai diritti costituzionalmente garantiti, alla parità di genere, alla cittadinanza, all’attività lavorativa e al protagonismo politico delle donne: al contrario, sembra che se ne alimenti, forse perché ne ha paura. Questo significa che non c’è nessuna parentela automatica, nessun rapporto di causa-effetto tra la civiltà occidentale e la libertà femminile. La civiltà occidentale e gli stati moderni nascono, ci tocca ricordarlo con Freud e Hobbes, da un patto tra uomini violenti, che si emancipano dall’autorità paterna e se ne spartiscono l’eredità escludendo le donne dalla vita pubblica e sottomettendole in quella privata. Nel corso della modernità, la libertà non è stata regalata alle donne dalla civiltà occidentale: sono le donne ad averla conquistata con le loro lotte anche contro la civiltà occidentale. Le democrazie contemporanee registrano a fatica questa conquista, traducendola e spesso tradendola nel linguaggio della parità e dei diritti. Ma tra la libertà femminile e gli ordinamenti occidentali resta aperta una tensione: la libertà femminile resta affidata in primo luogo alle donne stesse, alle loro lotte e alla loro autonomia. Men che meno è possibile identificare la libertà femminile con la libertà di mercato o con un non meglio precisato “stile di vita occidentale”, come l’ideologia neoliberale martellante ci invita a fare dalle colonne dei principali giornali italiani. Vestirsi o andare al cinema e in discoteca a proprio piacimento sono certo cose piacevoli e irrinunciabili, ma possono sottintendere condizioni di dipendenza dal mercato, dal denaro, da canoni imposti, dallo sguardo altrui che hanno poco a fare con la libertà esistenziale e politica che abbiamo guadagnato con il femminismo. L’occidente non è l’Eden della libertà femminile: ed è solo assumendo questa posizione critica nei confronti della “nostra” civiltà che possiamo sporgerci su altri mondi, o sull’impatto di altri mondi con il nostro.

Differenze. Quando diciamo o scriviamo queste cose, alcune amiche ci rimproverano di usare il patriarcato come categoria universale indifferenziata, finendo col fare di ogni erba un fascio senza vedere che il patriarcato si intreccia con differenti sistemi di dominio, si cristallizza in differenti gradi di oppressione femminile e di sopraffazione maschile, domanda differenti strategie di lotta. Non è così. Siamo ben consapevoli, tristemente consapevoli, che oggi la radicalizzazione politico-religiosa peggiora la vita delle donne nei paesi islamici, legittimando su base ideologica il dominio maschile. Siamo consapevoli che la violenza sulle donne è diventato per il gruppo Stato islamico e per Boko haram uno spietato carosello pubblicitario, che sulle donne di piazza Tahrir si è scaricata la frustrazione maschile di una rivoluzione perdente, che in paesi come l’Afghanistan taliban le donne sono di nuovo costrette a una segregazione che sembrava essere stata superata. E sappiamo di essere inadeguate di fronte a questi come ad altri effetti delle guerre e del disordine mondiale di oggi, perché le guerre impediscono in radice quella pratica di relazione con l’altra che nella politica delle donne è irrinunciabile e che l’indignazione e gli attestati di solidarietà, per quanto urlati, non possono sostituire. Sappiamo altrettanto bene che le migrazioni non risolvono ma moltiplicano il problema dei rapporti fra i sessi. Ci si attribuisce oggi l’onere della prova che per noi la difesa della libertà femminile viene prima del buonismo sulle politiche dell’accoglienza. Rimandiamo questa richiesta ai suoi mittenti. Non siamo state certo noi a parlare, per anni, di migranti e di rifugiati in modo neutro, come se la condizione di migranti o di rifugiati cancellasse la differenza sessuale. Non la cancella, e non ci volevano i fatti di Colonia per accorgersi che l’accoglienza e la cosiddetta integrazione non sono due pranzi di gala. Non ci volevano i fatti di Colonia per accorgersi che norme e consuetudini delle comunità straniere fanno quasi sempre a pugni con le nostre, che le difficoltà di integrazione spesso le irrigidiscono ulteriormente inasprendo la segregazione femminile al loro interno, che le donne sono sempre, in pace come in guerra, posta in gioco di uno scambio sociale che gli attriti culturali rendono arduo e talvolta impraticabile. Né ci volevano i fatti di Colonia per realizzare – ohibò – che una politica dell’accoglienza che non tenga conto della differenza sessuale è una cattiva politica. Laddove si creano ghetti di soli maschi, che siano islamici o no, il pericolo del branco è sempre in agguato. Laddove si organizzano e si tollerano tratte femminili, la prostituzione e il suo sfruttamento sono garantiti. E tuttavia, ci sarà pure da riflettere di fronte al fatto che è dal versante maschile dei migranti che emerge il problema di una minaccia violenta alla convivenza sociale. Sono più uomini che donne a reagire aggressivamente all’urto dell’impatto con i paesi d’accoglienza. E sono più donne che uomini – si pensi alle migliaia di badanti che vivono e lavorano in Italia, o alle donne che lavorano nei centri d’accoglienza o nella mediazione culturale o nell’insegnamento delle lingue ai migranti – a occuparsi della cura della vita e delle relazioni fra mondi diversi, continuando l’opera femminile della civiltà che la violenza maschile nasconde e disfa. Questa almeno è una buona notizia; e non è l’unica, se solo guardiamo a quello che sta accadendo considerando le donne come soggetti attivi, e non come oggetti passivi, del cambiamento in corso.

Cori noir. È bastata l’aggressione di una notte a Colonia e nelle altre città coinvolte per trascinarci in un baleno tutte, occidentali e nordafricane, nella casella delle vittime designate, pericolanti e perdenti del supposto “scontro di civiltà” in atto. Ma la vittimizzazione delle donne è una delle più frequenti strategie del loro addomesticamento: serve a nascondere e a deprimere la soggettività femminile e le pratiche sociali, politiche, artistiche in cui si esprime. Ovunque oggi, in un quadro planetario attraversato da faglie, guerre e mutamenti inediti, le donne lottano per la propria libertà, ovunque aprono conflitti con l’altro sesso, ovunque escono dagli schemi imposti, ovunque tradiscono le ingiunzioni normative sulla loro esistenza, ovunque intrecciano relazioni con donne di cultura e provenienza diverse. Questo “ovunque” vale da mezzo secolo in qua, lo ricordiamo a quanti sui mezzi d’informazione ci danno per morte e per sconfitte ogni volta che possono, nelle democrazie occidentali. Ma vale oggi, in primo luogo, per il mondo musulmano. Lo sappiamo da analiste competenti, che inascoltate ci spiegano le differenze, le articolazioni, le combinazioni tra legge religiosa e leggi statuali interne a quel mondo, e le connesse differenze nella condizione, nella soggettività e nella rivolta femminili. Lo sappiamo dalle migranti che incontriamo nella nostra quotidianità, dalle storie che ascoltiamo nei centri antiviolenza a cui le più sfortunate si rivolgono per trarne la forza di ribellarsi a un padre o a un marito o un fratello, dalle testimoni sopravvissute alle guerre, dalle protagoniste delle rivolte. Lo sappiamo dai racconti delle scrittrici, dalle opere delle artiste, dai film delle registe, dal pensiero delle filosofe, dalle letture del Corano delle teologhe. E sappiamo anche che la strada della libertà delle donne musulmane non passa sempre né necessariamente per la loro occidentalizzazione, vale a dire per un’emancipazione laica, giuridicamente assistita dalla sintassi dei diritti e dalla retorica della parità, e tanto ribelle all’ingiunzione a velare il corpo femminile quanto obbediente all’opposta ingiunzione a scoprirlo. Ci dissociamo perciò nettamente dal coro noir che ha accompagnato sui mezzi d’informazione italiani ed europei i fatti di Colonia. La voce delle donne, quando la si ascolta e non la si mette a tacere, racconta una realtà ben più articolata di quella di una regressione generalizzata al patriarcato tribale degli uomini ambrati e barbuti che dal Medio Oriente allunga la sua ombra minacciosa sulle donne europee. La diagnosi andrebbe piuttosto ribaltata. C’è una generalizzata crisi del patriarcato che ovunque, a ovest e a est, a nord e a sud del mondo perde il credito femminile. Con buona pace delle fantasie alla Houellebecq, la sottomissione femminile non è più garantita né sotto le insegne dell’islam né sotto quelle cristiane o di altre religioni. E la libertà femminile non passa solo per le magnifiche sorti e progressive della democrazia laica. Nel mondo globale la legge del padre, che nella modernità ha assicurato il suo supporto simbolico agli ordinamenti politici e statuali, non fa più ordine. In questo disordine si aprono molti varchi per atti di violenza maschile nostalgici e reazionari, ma se ne aprono altrettanti per costruire pratiche di libertà femminile e reti di relazione tra donne, che tradiscono l’appartenenza a questa o quella civiltà e ai rispettivi feticci e inventano forme inedite di politica basate sullo scambio, il conflitto e la mediazione tra esperienze, storie, radici, orizzonti di senso differenti.

Bocche velate. L’ascolto dell’altra e dell’altro, della sua esperienza e della sua storia, delle sue esigenze e dei suoi desideri, dei suoi traumi e delle sue risorse, è una condizione necessaria per ritessere la trama della civiltà in una direzione opposta allo scontro tra le civiltà. Non ci aiuta e anzi ci è di ostacolo, in questo, il frastuono della macchina mediatica italiana, tutta programmata non per ascoltare ma per urlare. Abbiamo già detto della caccia alla strega femminista che è scattata subito dopo i fatti di Colonia, una strega accusata, senza essere interpellata, di silenzio colpevole, di connivenza con l’ipocrisia favorevole ai migranti politicamente corretta, di usare due pesi e due misure contro gli uomini di casa sua e contro gli stranieri. Ma non è un problema che nasce a Colonia: questo schema si ripete, insopportabilmente uguale, a ridosso di qualunque evento che chiami in causa le relazioni tra i sessi. La molla che scatta è sempre la stessa, il tentativo di liquidare il femminismo e le femministe decretando che hanno perso e distorcendone o sminuendone le posizioni. La futilità programmatica che non da oggi caratterizza buona parte del giornalismo italiano si fa, quando c’è di mezzo il femminismo, più approssimativa e grossolana. Come se parlando di donne tutto fosse lecito, come se la cronaca non avesse precedenti, come se la parola femminile non contasse niente, come se le posizioni politiche e culturali femministe non avessero il diritto alla distinzione, all’analisi, alla discussione che si riserva alla chiacchiera maschile: e soprattutto come se non esistessero nella loro autonomia, ma solo come appendici subalterne della sinistra e della destra, o comunque di schieramenti e conflitti disegnati altrove. Un immaginario misogino, maschile e femminile, prende così il posto dell’analisi della realtà. E la delegittimazione del femminismo diventa una posta in gioco, nient’affatto secondaria, di qualunque “guerra culturale”: accompagnata, va da sé, dalla promessa che ci penseranno i “nostri” uomini, d’ora in poi, a difenderci da quello che non siamo in grado di contrastare noi. Questa prassi corrente dei mezzi d’informazione mainstream non è meno violenta delle mani maschili che si sono infilate sotto i vestiti delle donne la notte di Colonia. E dice, torna a dire, che ogni qual volta è sotto attacco il corpo femminile, è la parola femminile il vero obiettivo, la vera minaccia, il target da abbattere: qui, nell’occidente della libertà di espressione, non lì, nel Medio Oriente delle bocche velate. Abbiamo scritto questo testo per mostrare che quella parola è viva e non si lascia silenziare.

Alessandra Bocchetti, Ida Dominijanni, Bianca Pomeranzi e Bia Sarasini

 

Contro la piazza del Family day

Autore: liberospirito 3 Feb 2016, Comments (0)

In margine della manifestazione romana di sabato scorso (il cosiddetto “family day”). Fra i numerosi commenti che si possono leggere proponiamo la riflessione di un prete cattolico – don Paolo Farinella – che argomenta la sua scelta di schierarsi (senza “se” e senza “ma”) contro il sedicente mondo cattolico sceso rumorosamente in piazza. L’articolo è tratto dal sito di “Micromega”. 

unioni-civili

Ora che le piazze sono soddisfatte e anche etichettate, laiche e cattoliche, con pressione muscolare e avvertimenti elettorali, tutti vissero felici e contenti nella convinzione esclusiva di avere ragione sugli avversari o meglio nemici. Finalmente la famigerata Cirinnà, che è anche Cirinnò, verrà approvata e sarà una delle peggiori leggi della Repubblica perché snaturata a livello di elastico che misura la distanza tra le due piazze e anche l’equidistanza dei politicanti del voto di scambio che non si fanno scrupolo di manifestare contro se stessi in nome di «alti valori superiori», tradotti in una decina di posti in più nel governo. Renzi paga in posti, inversamente proporzionali al valore intrinseco della congrega di Al Fano e della congregazione di Scelta Civica. Quando si dice l’etica!

Il sedicente «mondo cattolico», ritenendo non sufficiente l’atteggiamento del cardinale Bagnasco, che pur ha assunto un volto truce e battagliero, ha riesumato anche le mummie che credevamo sepolte e stagionate come il card. Ruini, il difensore della legge 40 e del fallimento del referendum a essa allegato, nonostante quella legge sia stata azzerata da una miriade di sentenze dentro e fuori i confini della sacra patria, della santa famiglia e del santissimo dio. In nome di Dio, Patria e Famiglia, alle crociate!

La piazza cattolica, per l’occasione ai Fori Imperiali, forte della presenza di appena e non più di 300 mila persone, comprese suore vergini, preti e frati celibi, vescovi, non sappiamo, tutti astemi di famiglie ufficiali, ma molti esperti in famiglie altrui, ha fatto un botto che lascerà il segno di morte sul sedicente cattolicesimo senza fede e tutto politicante. Come cattolico, credente e praticante, dichiaro pubblicamente di non avere nulla da spartire con quella piazza, di cui un cattolico coerente e con un minimo di coscienza morale dovrebbe vergognarsi e distanziarsi.

Non nego che vi fossero persone e famiglie oneste e di retta coscienza, andate a testimoniare il loro modo di vivere e percepire la famiglia, anche se dentro un’enorme (o forse voluta?) confusione tra diritti civili, adozione dei figli, utero in affitto, mistero della Trinità e Immacolata Concezione di Maria, messi in un unico calderone senza gusto e senza sapore. Quello che fa specie e dovrebbe inorridire un cattolico è la presenza di figuri e politicanti che non solo hanno deturpato per interesse la piazza, ma hanno svilito lo stesso sentire cattolico, se mai vi fosse stato, annichilendolo ancora di più in un recesso di ignominia e vituperazione.

Gasparri e Brunetta (FI), i gemelli Giovanardi e Formigoni (NCD), il ministro Galletti (UDC) Fioroni (PD), Dorina Bianchi (NCD, ma ex Ccd, ex Udc, ex Margherita, ex Pd, ex Pdl, ex se stessa) e chissà quanti altri delle stesse razze, lingue e tribù. Tutti costoro si vantano di essere cattolici e per questo hanno appoggiato, sostenuto e legiferato ogni nefandezza immorale, hanno difeso e protetto in parlamento con il voto affiliati alla malavita, hanno votato convintamente tutte le leggi volute da Berlusconi che hanno distrutto non solo lo Stato, ma anche il senso di esso. Hanno votato in parlamento con giuramento di coscienza che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Molti di loro hanno una o più famiglie, qualcuno più larga e qualcuna più stretta. La Bianchi fu relatrice della legge 40 e pasionaria della disfatta del referendum, il suo cattolicesimo d’un pezzo si vede dalle sigle che adornano il suo petto come medaglie di coerenza non solo politica, ma specialmente etica: dove c’è un posto, là c’è la sua coscienza … per il bene del popolo, s’intende!

Costoro che sono da sempre al governo con chiunque e comunque non hanno mai varato una legge a difesa della famiglia né tradizionale né di altro genere, ma hanno sempre firmato leggi a favore di amici e di corrotti, distruggendo lo stato sociale e facendo aumentare i poveri in modo esponenziale. Essi appoggiano la manifestazione per il ritorno in voti e i vescovi non hanno nulla da dire contro il voto mafioso di scambio? Come si fa a dichiarare immorale una legge che cerca di estendere i diritti a persone che ne hanno diritto, se si accettano presenze e sponsorizzazioni come queste, che sono la quintessenza della immoralità e della negazione dei cosiddetti principi e valori cattolici? Quei politicanti voteranno quella legge per convenienza e perché hanno ricevuto il prezzo adeguato in posti di governo.

Ho l’impressione che a quella piazza nulla importasse della legge sulle coppie di fatto, ma fosse lì contro la pastorale di Papa Francesco che apparentemente nessuno contesta, ma di fatto tutti maledicono perché apre varchi che fanno vacillare un cattolicesimo senza fondamenta e pauroso, rinchiuso e rintanato nella sicurezza di una mal compresa tradizione di cui non conoscono né la storia né la trama. A questa piazza, io Paolo prete, cattolico, oppongo la mia resistenza morale e teologica perché il Vangelo, assente in quell’assembramento, sta da un’altra parte e, per una volta tanto, sta anche con un Papa che prova a fare sul serio. Mi distinguo da costoro e, anche in solitudine, sto dalla parte dei bambini, dei diritti delle persone etero od omo, non m’importa, dalla parte di una Chiesa che è lievito e non muscoli, proposta e non strumento di politicanti corrotti. Anche le mafie difendono la «Famiglia» tradizionale.

don Paolo Farinella