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Archivi: ottobre 2015

Educazione come arte di vivere

Autore: liberospirito 19 Ott 2015, Comments (0)

Segnaliamo un’iniziativa che si terrà dalle parti di Piacenza domenica prossima. Si tratta del primo di un breve ciclo di tre incontri intitolato Una scuola per la vita. Pensiero ed educazione in J. Krishnamurti.

krishnamurti

In breve: il primo incontro/conversazione sarà con Federico Battistutta. Il tutto presso la sede dell’associazione “Terra senza sentieri”, strada di Albiano n.5, a Pontenure (PC) alle ore 17.00. L’ingresso è libero.

I successivi incontri si terranno il 22 Novembre e il 20 Dicembre presso lo stesso luogo. Ci saranno proiezioni di alcuni discorsi di J. Krishnamurti e la lettura di alcuni passi del suo libro Educare alla vita. Dopo le proiezioni e le letture, chi lo desidera può partecipare alla condivisione delle proprie riflessioni con con gli amici presenti.

“Terra senza sentieri”, promotrice degli incontri, è un’associazione di genitori ed educatori che si propone di promuovere realtà educative ispirate alla proposta di J. Krishnamurti e ai principi dell’educazione libertaria. Dal luglio 2015 ha dato vita, nella campagna piacentina, a un progetto di scuola parentale autogestita, ispirato ai principi pedagogici delle scuole libertarie e delle scuole nel bosco.

Per info: mail: [email protected] – tel.: 333 2864714 (Filippo), 338 9880933 (Cristina), 328 3095164 (Silvia). Pagina Facebook: Educazione Libertaria Piacenza.

L’impronta umana e il serial killer

Autore: liberospirito 11 Ott 2015, Comments (0)

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Questa volta prendiamo spunto dai dati forniti da alcune ricerche in campo scientifico. Ad esempio dal fatto che la superficie della Terra che l’uomo occupa, in maniera più o meno completa, ammonta all’83 per cento del pianeta. Questo, secondo alcune rilievi compiuti da uno staff di ricercatori della Columbia University (USA) – i quali hanno elaborato apposite mappe che rappresentano la presenza umana sul pianeta – pubblicati sull’ultimo numero della rivista “BioScience”( The Human Footprint and the Last of the Wild).  L’influenza dell’occupazione del pianeta da parte della nostra specie viene tecnicamente definita “impronta umana”.

Oltre a queste informazioni di carattere generale ne abbiamo appresa un’altra, più specifica. Ed è la seguente: l’area di Chernobyl, in Ucraina, ospita un  numero sempre più alto di animali selvatici. Come si sa, colpita dall’incidente nucleare nel 1986, una zona molto vasta è stata abbandonata dai residenti (circa 116mila persone). Secondo i dati riportati in un altro articolo (Long-term census data reveal abundant wildlife populations at Chernobyl) del numero di ottobre della rivista “Current Biology” (pubblicazione scientifica in lingua inglese che si occupa di vari settori della biologia) lo spopolamento umano ha favorito la riproduzione della fauna selvatica (cinghiali, cervi, caprioli, lupi e altri mammiferi), a prescindere dai danni che le radiazioni nucleari possono aver provocato sui singoli animali. In poche parole: la presenza umana – con la pratica della caccia, dell’agricoltura e della silvicoltura – sembra avere, sul mondo selvatico, un impatto più forte delle stesse radiazioni nucleari.

E allora? Tutti questi discorsi cosa dicono a una sensibilità religiosa nei confronti della vita (o, più semplicemente, a coloro ai quali sta a davvero a cuore il destino della vita sulla Terra)? Senza farla lunga: tutto ciò dovrebbe far riflettere radicalmente, qui e ora, sul rapporto tra noi umani e gli animali non umani. Per evitare che l’impronta umana non divenga un serial killer, finendo per calpestare e schiacciare le impronte lasciate da ogni altra forma vivente.

Il pane di Dioniso

Autore: liberospirito 9 Ott 2015, Comments (0)

Dyonisis Arvanitakis

“Dar da mangiare agli affamati”. Quante volte abbiamo sentito questa frase, ma quante volte a quelle parole hanno poi seguito i fatti? Non è domanda da poco. La riflessione che proponiamo prende avvio da alcune notizie diffuse nel mondo riguardanti un comune panettiere di Kos, in Grecia. Si chiama Dyonisis Arvanitakis, e di lui ha avuto la faccia tosta di parlare anche il presidente della Commissione Europea  Juncker: «Europa è quel panettiere di Kos che tutti i giorni va al porto per dare da mangiare alle anime affamate e stanche».

Perchè – laddove sono assenti interventi istituzionali – questo è quello che fa Dyonisis: ogni giorno va al porto, dove sa di trovare i rifugiati che, dai barconi, approdano stremati sulle coste di Kos. Apre le porte del suo furgoncino e distribuisce a tutti le sue pagnotte, cento chili al giorno, per aiutare i profughi a sconfiggere la fame.

A chi gli chiede la ragione di un comportamento simile, Dyonisis risponde dicendo che lui sa bene come ci si sente a essere «dall’altra parte». Anche lui è stato un migrante, nel 1957 aveva lasciato il Peloponneso per sfuggire alla povertà e a quindici anni, dopo un viaggio di quaranta giorni, è approdato in Australia. «Quando sono arrivato non sono riuscito a trovare un lavoro perché non parlavo inglese – ricorda – e in quei mesi ho capito cosa fosse la fame. Chi non l’ha mai patita non può capire cosa provano quelle persone. Io sono stato come loro». E ancora: «Quando ero un ragazzo, nel Peloponneso si pativa la fame e oggi è lo stesso, per questo scappavamo. Vivere per strada, non avere da mangiare, non conoscere la lingua sono cose che non si scordano facilmente». E di sé dice così: «Io mi limito ad aiutare, nient’altro».

Ricordiamo dunque Dyonisis, insieme a tutta quella moltitudine anonima di donne e di uomini che, giorno dopo giorno, si impegna a coltivare la propria umanità a dispetto delle chiacchiere e delle menzogne elargite dai potenti di turno.

 

Immigrazione: la nostra risorsa

Autore: liberospirito 4 Ott 2015, Comments (0)
Che nei confronti dei migranti non siano sufficienti opere pie o iniziative filantropiche è un discorso non più rinviabile, sia per l’entità del problema in sé, sia per rispondere concretamente agli attacchi dei razzismi, più o meno dichiarati, oggi ben vivi e attivi in Europa e anche in Italia. Per questo riprendiamo una proposta/appello apparsa su “Il manifesto” del 29 settembre. Ci sembra un modo intelligente per provare a coniugare il bisogno drammatico espresso dei migranti, con un bisogno – anch’esso drammatico – ben presente sul territorio italiano.
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Il tema non è nuovo. Alcuni degli scri­venti ne hanno trat­tato sul “mani­fe­sto”. La sini­stra ha, in Ita­lia, la pos­si­bi­lità di indi­care una soluzione non con­tin­gente né tran­si­to­ria al pro­blema gigan­te­sco dell’immigrazione. Lo può fare nel migliore dei modi, risol­vendo al tempo stesso alcuni suoi dram­ma­tici pro­blemi demo­gra­fici, ter­ri­to­riali, eco­no­mici e sociali. Noi pos­siamo indi­care agli ita­liani, contro la poli­tica della paura e dell’odio, una pro­spet­tiva che non è solo di soli­da­rietà e di umano e tem­po­ra­neo soc­corso a chi fugge da guerre e miseria.
Con le donne, gli uomini e i bam­bini che arri­vano sulle nostre terre noi pos­siamo costruire un inse­ri­mento sta­bile e coo­pe­ra­tivo, rela­zioni umane dure­voli, fon­date su nuove eco­no­mie che gio­ve­reb­bero all’intero Paese. Gli scri­venti ricor­dano che l’Italia sof­fre di un grave squi­li­brio nella distri­bu­zione ter­ri­to­riale della sua popo­la­zione. Poco meno del 70% di essa vive inse­diata lungo le fasce costiere e le col­line lito­ra­nee della Peni­sola, men­tre le aree interne e l’osso dell’Appennino, soprat­tutto al Sud, sono in abbandono.
Sem­pre meno popo­la­zione, in que­ste zone, fa manu­ten­zione del ter­ri­to­rio, con­trolla i feno­meni ero­sivi, sic­ché nes­sun fil­tro e protezione – come è acca­duto per secoli – si oppone alle allu­vioni che di tanto in tanto pre­ci­pi­tano con vio­lenza nelle valli e nelle pia­nure. Non solo dun­que la gran parte della popo­la­zione, ma la ric­chezza nazio­nale (città e abi­tati, aziende, infra­strut­ture via­rie e fer­ro­via­rie, ecc) è sem­pre più priva, a monte , di difese rispetto ai feno­meni atmo­sfe­rici estremi dei nostri anni. Ma non dob­biamo sol­tanto fron­teg­giare tale minaccia.
Lo spo­po­la­mento, l’invecchiamento di popo­la­zione, la dena­ta­lità delle aree interne costi­tui­sce, in sé, una per­dita incal­co­la­bile di ricchezza. Ven­gono abban­do­nate terre fer­tili che erano state sedi di agri­col­ture, i boschi si insel­va­ti­chi­scono e non ven­gono più sfrut­tati, gli alle­va­menti di un tempo scom­pa­iono. Al tempo stesso bor­ghi e paesi deca­dono, per­dono i pre­sidi sani­tari, le scuole, i tra­sporti. E in tale pro­gres­sivo abban­dono degra­dano case, palazzi edi­fici di pre­gio, monu­menti, piazze: in una parola un immenso patri­mo­nio di edi­fi­cato rischia di andare in rovina insieme ai ter­ri­tori rurali.
Ebbene, que­ste aree non hanno biso­gno che di popo­la­zione, di nuove ener­gie, di voglia di vivere, di lavoro umano. Que­ste terre possono rina­scere, ricreare le eco­no­mie scom­parse o in declino con nuove forme di agri­col­tura che valo­riz­zino l’incomparabile ricchezza di bio­di­ver­sità dell’agricoltura ita­liana. In que­sti luo­ghi si può creare red­dito con nuove forme di alle­va­mento, in grado di uti­liz­zare immensi spazi oggi deserti, con­trol­lando le acque interne ora in disor­dine e tra­sfor­man­dole da minacce in risorse. In questi paesi può nascere un vasto movi­mento di edi­li­zia da restauro dell’esistente, capace di rimet­tere in sesto il patri­mo­nio abitativo. Senza dire che in molti di que­sti bor­ghi anche i nostri gio­vani pos­sono spe­ri­men­tare un nuovo modo di vivere il tempo quo­ti­diano, di sfug­gire alla fretta che svuota l’animo e fram­menta ogni sog­get­ti­vità, di creare rela­zioni soli­dali, di sco­prire la bel­lezza del pae­sag­gio, di curare la natura e gli ani­mali. Si cian­cia sem­pre di cre­scita, mai di arric­chire di senso la nostra vita.
Ebbene in che modo, con che mezzi, con quali forze si può per­se­guire un così ambi­zioso progetto?
La prima cosa da fare è can­cel­lare la legge Bossi-Fini e cam­biare atteg­gia­mento di lega­lità di fronte a chi arriva. Occorre dare agli immi­grati che vogliono restare la pos­si­bi­lità di tro­vare un lavoro in agri­col­tura, nell’edilizia, nella sel­vi­col­tura, nei ser­vizi con­nessi a tali set­tori, nel pic­colo arti­gia­nato. Non si capi­sce per­ché i gio­vani del Sene­gal o dell’Eritrea deb­bano finire schiavi come rac­co­gli­tori sta­gio­nali di arance o di pomo­dori e non pos­sano diven­tare col­ti­va­tori o alle­va­tori in coo­pe­ra­tive, costrut­tori e restau­ra­tori delle case che abi­te­ranno, dei labo­ra­tori arti­giani in cui si inse­die­ranno altri loro com­pa­gni. Ricor­diamo che oggi l’ agri­col­tura non è più un sem­plice set­tore pro­dut­tivo di beni agri­coli, ma è un ambito eco­no­mico mul­ti­fun­zio­nale. Nelle aziende agri­cole oggi si fa trasfor­ma­zione arti­gia­nale dei pro­dotti, pic­colo alle­va­mento, cucina locale, com­mer­cio, turi­smo, assi­stenza sociale, atti­vità didattica. E’ una rete di atti­vità e al tempo stesso un mondo di rela­zioni umane.
La seconda cosa da fare è avviare e met­tere insieme un vasto movi­mento di sin­daci. Su tale fronte, la strada è già aperta. Mimmo Lucano e Ila­rio Ammen­dola, sin­daci di Riace e Cau­lo­nia, in Cala­bria, hanno mostrato come pos­sano rina­scere i paesi con il con­corso degli immi­grati, se ben orga­niz­zati e aiu­tati con un minimo di soc­corso pub­blico.
I sin­daci dovreb­bero fare una rapida rico­gni­zione dei ter­reni dispo­ni­bili nel ter­ri­to­rio comu­nale: patri­mo­niali, dema­niali, pri­vati in abban­dono e fit­ta­bili, ecc. E ana­loga ope­ra­zione dovreb­bero con­durre per il patri­mo­nio edi­li­zio e abi­ta­tivo. A que­ste stesse figure spet­te­rebbe il com­pito di isti­tuire dei tavoli di pro­get­ta­zione insieme alle forze sin­da­cali, alla Col­di­retti, alle asso­cia­zioni e ai volon­tari pre­senti sul luogo. Se i diri­genti delle Coo­pe­ra­tive si ricor­das­sero delle loro ori­gini soli­da­ri­sti­che potreb­bero dare un con­tri­buto rile­van­tis­simo a tutto il progetto.
Sap­piamo che a que­sto punto si leva subito la domanda: con quali soldi? E’ la rispo­sta più facile da dare. Soldi ce ne vogliono pochi, soprat­tutto rispetto alle grandi opere o alle altre atti­vità in cui tanti impren­di­tori ita­liani e gruppi poli­tici sono cam­pioni di spreco. I fondi strut­tu­rali euro­pei 2016–2020 costi­tui­scono un patri­mo­nio finan­zia­rio rile­vante a cui attin­gere. E per le Regioni del Sud costi­tui­reb­bero un’ occa­sione per met­tere a frutto tante risorse spesso inu­ti­liz­zate.
E qui le forze della sini­stra dovreb­bero fare le prove di un modo antico e nuovo di fare poli­tica, met­tendo a dispo­si­zione del movimento i loro saperi e sforzi orga­niz­za­tivi, le rela­zioni nazio­nali di cui dispon­gono, il con­tatto coi media. Esse pos­sono smon­tare pezzo a pezzo l’edificio fasullo della paura su cui una destra inetta e senza idee cerca di lucrare for­tune elet­to­rali. L’immigrazione può essere tra­sfor­mata da minac­cia in spe­ranza, da disa­gio tem­po­ra­neo in pro­getto per il futuro. Così cessa la pro­pa­ganda e rina­sce la poli­tica in tutta la sua ric­chezza pro­get­tuale. In que­sto dise­gno la sini­stra potrebbe get­tare le fon­da­menta di un con­senso ideale ampio e duraturo.
Piero Bevi­lac­qua, Franco Armi­nio, Vezio De Lucia, Alfonso Gianni, Mau­ri­zio Lan­dini,
Tonino Perna, Marco Revelli, Edoardo Salzano, Enzo Scan­durra, Guido Viale