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Archivi: settembre 2015

Non cederemo

Autore: liberospirito 29 Set 2015, Comments (0)

Abbiamo da poco ricevuto via e-mail questa lettera aperta scritta da Antonietta Potente insieme alle sue consorelle nella riunione del Capitolo delle suore domenicane, tenutosi nel luglio di quest’anno a Mondovì. Ci sembra un testo che, per la sua limpidezza e per la sua determinazione, merita essere letto, condiviso e fatto girare.

Antonietta_Potente

«Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri» (1 Re 21,3)

Siamo un gruppo di donne di differenti età ed esperienze di vita. Apparteniamo come religiose all’Ordine domenicano che da secoli ci ha lasciato un’unica eredità: la passione per l’umanità e il cosmo, insieme ad alcuni strumenti per prendercene cura, cioè la contemplazione, la parola condivisa, la sete della verità e il bisogno di mendicarla sempre e ovunque.

Tante volte abbiamo tradito queste intuizioni, ma nelle nostre più diverse esperienze la passione non è mai venuta meno così come non si è mai interrotto il legame con ogni realtà che ci ospita.

Abbiamo coscienza di essere un gruppo molto piccolo rispetto a tutte le donne del mondo e al resto dell’umanità, ma comunque siamo donne con l’esperienza di una ricerca quotidiana fatta di attenzione a ogni palpito della vita interiore, della storia e delle storie degli altri.

La nostra esperienza riguarda la relazione con il Mistero contemplato, ricercato e pensato tra di noi, negli altri e nell’ambiente. Tante volte abbiamo constatato che la speranza non è passiva attesa ma immaginazione, desiderio di ricercare sempre e insieme. L’esperienza di fede ci ha aiutato a intuire che più si ha sete e fame del divino, più si ha sete e fame di giustizia e pace: due possibilità che la storia ha e che nello scorrere del tempo e con lo sforzo dell’umanità riusciranno ad abbracciarsi. (Cfr. Sal 85,11).

Per questo professiamo pubblicamente che non vogliamo svendere la preziosa eredità che ci è stata data.

Non cederemo fratelli, sorelle e cosmo a nessun sistema politico, economico o religioso, che sia contro di essi, che sia escludente, che crei divisione, che sia rigidamente gerarchico.

Non cederemo i giovani al potere subdolo del denaro, all’ignoranza voluta da chi li preferisce inerti, disoccupati, a chi li compra con inganno e invece di istruzione mette loro in mano armi e droghe.

Non cederemo le donne all’arroganza degli uomini e al loro disprezzo in ogni ambito: familiare, sociale, culturale e religioso.

Non cederemo i popoli ai mercanti di armi e a chi li costringe a usarle in cambio di un falso sviluppo per una nuova colonizzazione che li rende profughi ed esiliati.

Non cederemo la terra e le sue risorse, insieme a tutta la sua bella biodiversità, alle multinazionali e a chi le gestisce sotto la veste di benefattori.

Non cederemo la bellezza delle diversità umane a chi le vuole uniformare o escludere, in nome di falsi principi morali.

Non cederemo “l’anima” di nessun essere vivente a chi la vuole soffocare o a chi se ne vuole appropriare.

Non cederemo la bellezza né il sogno né il desiderio infinito.

Molti popoli e molti individui conoscono che cosa significa soffrire e vivere in stato di esilio, sentirsi privati dei propri sogni oltre che dei propri beni.

Dice un testo della sapienza ebraico-cristiana: Presso i fiumi di Babilonia, là sedevamo e anche piangevamo, ricordandoci di Sion. Sui salici in quella terra, avevamo appeso le nostre cetre […] Come potevamo cantare un canto del Signore su suolo straniero? (Sal 137,1-4)

In qualche modo, oggi, tutti siamo un po’ esiliati, un po’ stranieri, in parte schiavi e in parte liberi. Il nostri destini sono profondamente legati, al di là dell’essere credenti o non credenti, appartenenti a questo o quell’altro popolo, a questa o quell’altra religione. Siamo parte dello stesso cosmo ed esso a tutti appartiene; tutti siamo un po’ terra, piante, aria, acqua, mari, fiumi.

Dunque, se ai salici vogliamo appendere qualcosa, non permetteremo che si appendano gli strumenti della gioia; non permetteremo che si appendano gli strumenti di lavoro, i titoli di studio, i quaderni, i libri, le foto dei nostri familiari. Lasceremo invece appesi, gli strumenti di morte: le divise da militari e guerrieri, gli stivali e gli scarponi sporchi di sangue e ogni strumento violento. Lasceremo lì vicino le testate nucleari e gli aeri da guerra, insieme agli scheletri degli edifici della finanza mondiale, trasformandoli in resti da museo a testimonianza della stupidità umana.

Ci rendiamo conto che il nostro piccolo gruppo non ha nessun particolare potere e nessuna soluzione per portare avanti da solo queste possibili trasformazioni. Ciò che possediamo infatti è solo l’autorità dell’immaginazione che ci è data dalla nostra fede e dalla passione per questa bella e allo stesso tempo fugace e complessa realtà umano-cosmica, che appartiene ai miti, cioè a quanti sulla terra prendono poco posto.

E noi sappiamo che sulla terra, ci sono ancora tanti miti. Con essi condividiamo questa professione di fedeltà alla vita e a Chi, prima di noi, l’ha immaginata.

Migrazioni forzate, 2015

Autore: liberospirito 24 Set 2015, Comments (0)

Sempre a proposito di migranti. Ecco quanto risulta da un recente rapporto sul fenomeno delle migrazioni forzate analizzato a livello internazionale. L’Italia e i paesi dell’Unione Europea non ne escono bene, tutt’altro.  Il rapporto, fra le altre cose, mostra come ben due terzi dei rifugiati nel mondo siano attualmente ospitati presso nazioni che non possono certo essere annoverate fra i grandi della terra. L’articolo, a firma di Luca Fazio, è apparso ieri su “Il manifesto”.

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Dice tante cose il nuovo Rap­porto sulla pro­te­zione inter­na­zio­nale 2015 in Ita­lia rea­liz­zato da Cari­tas, Cit­ta­lia, Fon­da­zione Migrantes, Rete Sprar e Anci (con la col­la­bo­ra­zione dell’Unhcr).

Sono dati, cifre, sta­ti­sti­che che se incro­ciate con atten­zione con­fer­mano una realtà sto­rica che con­fon­diamo con la cro­naca: il fallimento dell’Europa di fronte a un feno­meno mon­diale che di fatto sta solo sfio­rando il vec­chio con­ti­nente. Per ora.

Secondo il rap­porto, nel mondo vivono circa 59 milioni e mezzo di «migranti for­zati». Sono invece 19 milioni e mezzo i rifu­giati che sono già fuori dai loro paesi di ori­gine e tra que­sti ben due terzi (12,4 milioni di per­sone) è accolto da paesi in via di svi­luppo: Turchia, Paki­stan, Libano e Iran da soli ospi­tano il 36% del totale dei rifu­giati (5 milioni e 200 mila persone).

Que­sto è il qua­dro glo­bale cui biso­gna affian­care l’altro dato fon­da­men­tale: meno del 10% dei rifu­giati arriva in Europa e di que­sti meno del 3% arriva in Ita­lia (meno del 3 per mille del totale). Non per niente il rap­porto parla di «disu­nione euro­pea» e di «prova fal­lita», visto che ogni paese «ha agito in ordine sparso, adot­tando una pro­pria poli­tica, spesso con­trad­dit­to­ria e xenofoba».

«Il feno­meno — ha sot­to­li­neato il sin­daco di Prato e dele­gato Anci all’immigrazione Mat­teo Bif­foni — ha una com­ples­sità mon­diale oltre­ché nazio­nale che può essere risolta non con il richiamo alla paura ma attra­verso un sistema orga­niz­zato di acco­glienza dove lo Sprar (Sistema di pro­te­zione per Rifu­giati e richie­denti asilo, ndr) funga da sistema prin­ci­pale, in modo da met­tere gli enti locali nelle con­di­zioni di fare la pro­pria parte in maniera fun­zio­nale e digni­tosa». Logica e buon senso. Pur­troppo un focus sul nostro paese per ora offre sol­tanto altri deso­lanti spunti di rifles­sione in merito alla scarsa capa­cità di accoglienza.

Nei primi nove mesi di quest’anno sono sbar­cate sulle nostre coste circa 121.500 per­sone (circa 9mila per­sone in più dell’anno scorso). Di que­ste, 25mila hanno pre­sen­tato domanda di pro­te­zione inter­na­zio­nale nei primi cin­que mesi dell’anno (erano quasi 65 mila l’anno pre­ce­dente). Con che esito? Uno sì, l’altro no. Solo la metà dei richie­denti ha avuto rico­no­sciuta una forma di pro­te­zione inter­na­zio­nale (meno del 2014, quando era al 60%). Per con­tro, sono aumen­tate le deci­sioni di diniego (47%). Un altro dato dovrebbe met­tere a tacere i teo­rici dell’emergenza nostrana: la Gre­cia quest’anno ha regi­strato 288.020 arrivi, quindi più del dop­pio dell’Italia, invece ha regi­strato solo 1.953 arrivi in Spa­gna. Quanto alla pre­sunta «inva­sione» su cui ogni giorno spe­cula la Lega di Sal­vini, ecco le cifre reali: a fine giu­gno erano circa 82mila i migranti pre­senti nelle strut­ture di acco­glienza sparse in quasi tutte le regioni ita­liane (Sici­lia, Lom­bar­dia e Lazio in testa).

Allar­gando lo sguardo al con­ti­nente, il rap­porto segnala che nel 2014 nei 28 paesi mem­bri dell’Unione Euro­pea sono state presentate 626.715 domande di pro­te­zione inter­na­zio­nale (circa 200 mila in più rispetto all’anno pre­ce­dente). La Ger­ma­nia è il paese più richie­sto (202.815, pari al 32,4% del totale). A seguire la Sve­zia con 81.325 richie­ste e poi Ita­lia e Fran­cia (poco meno di 65 mila). E’ vero però che se si con­fron­tano i dati con quelli del 2013, in Ita­lia si regi­stra la cre­scita mag­giore di domande pre­sen­tate (+142,8%: signi­fica essere pas­sati da 26.620 a 64.625). Alto anche l’incremento regi­strato in Unghe­ria (da 18.900 a 42.775).

Il dato rela­tivo al «nodo» Siria, invece, dice che non ci sarà poli­tica di acco­glienza o soli­da­rietà che possa fun­zio­nare senza la risoluzione di quel con­flitto. Rispetto ai paesi di ori­gine dei rifu­giati, alla fine del 2014, la Siria risulta essere il primo paese al mondo con quasi 3,9 milioni di rifu­giati pre­senti in 107 paesi: da più di trent’anni que­sto tri­ste pri­mato appar­te­neva all’Afghanistan. Terzo paese in clas­si­fica la Soma­lia. Que­sti tre paesi, con 7,6 milioni di migranti, rap­pre­sen­tano il 53% di tutti i rifu­giati sotto la responsabi­lità dell’Unhcr (ma il dato è fermo al 2014).

Infine, altre sta­ti­sti­che, nude cifre ormai inca­paci di resti­tuire il dramma dell’ecatombe in corso, anche se cor­re­date da imma­gini scioc­canti. Sono i morti. Non solo nel mar Medi­ter­ra­neo. Dall’inizio dell’anno ad oggi sono “circa” 2.900 le per­sone che hanno perso la vita ten­tando di sfi­dare il mare. Oltre 200 invece sono morte sof­fo­cate nei camion o tra­volte nelle strade o lungo le ferrovie.

Luca Fazio

L’ONU, i diritti umani e l’Arabia Saudita

Autore: liberospirito 23 Set 2015, Comments (0)

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Mentre “Amnesty International” diffonde in tutto il mondo notizie riguardanti la violazione dei più elementari diritti umani in Arabia Saudita, nello stesso tempo molti media hanno reso nota la decisione da parte delle Nazioni Unite di nominare l’Arabia Saudita alla guida del Gruppo Consultivo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite  dei diritti umani.

In breve: Faisal bin Hassan Trad, l’ambasciatore saudita presso le Nazioni Unite a Ginevra, è stato eletto come presidente di un gruppo di esperti, appunto per il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. La nomina avrebbe avuto luogo nel mese di giugno, ma fino ad ora non era stata resa pubblica.

Grazie al suo ruolo all’interno del gruppo consultivo, Trad avrà il potere di selezionare candidati, provenienti da tutto il mondo, relativamente a decine di ruoli di esperti nei paesi in cui l’ONU ha un mandato in materia di diritti umani. In altre parole l’ambasciatore permanente dell’Arabia Saudita presso il Palazzo delle Nazioni avrà la facoltà di selezionare alti funzionari che contribuiranno a stabilire gli standard internazionali sui diritti umani e a riportare eventuali violazioni in quest’ambito nel mondo.

Tutto ciò mentre l’Arabia Saudita risulta uno degli stati dove maggiormente vengono violati i diritti umani (su tutto ciò cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Diritti_umani_in_Arabia_Saudita). Sono oltre cento, infatti, le decapitazioni eseguite nella prima metà del 2015 in Arabia Saudita: omicidio, stupro, rapina a mano armata, consumo di sostanze stupefacenti, contrabbando, omosessualità, falsa profezia, apostasia, adulterio, stregoneria e magia sono i reati per cui il condannato può essere decapitato. E’ anche opportuno non dimenticare che la monarchia assoluta saudita è uno dei più importanti alleati geopolitici degli USA nel Medio Oriente, insieme a Israele.

Di fronte a questa indecente decisione, che getta – se ce ne fosse ancora bisogno – più di un’ombra sull’operato dell’ONU, diverse voci si sono levate. Anche noi non possiamo non unirci a queste proteste.

Per i Guarani

Autore: liberospirito 21 Set 2015, Comments (0)

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Ricaviamo le informazioni che seguono dalle news di Survival International.

In breve: negli ultimi giorni, i Guarani (popolazione che vive principalmente nelle foreste del Brasile) hanno subito una serie di attacchi terribili, sistematici e premeditati da parte di sicari armati al servizio dei proprietari terrieri che occupano le terre ancestrali delle comunità.

Ad esempio a Nanderu Marangatu hanno assassinato un giovane leader e ferito con proiettili di gomma anti-sommossa altre persone, tra cui un bambino di un anno. Il 3 settembre, la comunità di Guyra Kambi’y è stata circondata da decine di veicoli pieni di allevatori e sicari armati. Hanno aperto il fuoco ripetutamente contro il villaggio costringendo gli indiani, compresi compresi bambini, a fuggire e a nascondersi nei piccoli lembi di foresta sopravvissuti. Poi hanno dato fuoco alle case e distrutto tutto. Ieri, altri sicari hanno rapito una trentina di Guarani di Pyelito Kuê spargendo sangue e terrore. Una donna è stata picchiata e stuprata. Gli strumenti di Tribal Voice forniti da Survival alla comunità per documentare la situazione sono stati distrutti.

Si sparano colpi contro i Guarani ogni giorno. E la cosa straziante è che i Guarani sanno che rioccupare parte delle loro terre ancestrali significa rischiare la vita. Ciò nonostante, non si arrenderanno. Perché senza la loro terra, senza la loro tekoha, non hanno speranza. E più nulla da perdere.

Per Survival il sostegno di tutti è vitale per la sopravvivenza dei Guarani. Ecco cosa si può fare:

Scrivere alla presidente del Brasile per chiederle di demarcare le terre dei Guarani e fermare l’assassinio dei loro leader;

Sostenere la campagna di Survival per i Guarani. Ogni euro raccolto aiuterà i Guarani a difendere i loro diritti umani, a riconquistare le terre ancestrali, a difendere le loro vite, a ripristinare i loro orti. Nessun importo sarà mai troppo piccolo.

Scrivere all’ambasciata brasiliana in Italia.

La semina maligna dell’Europa

Autore: liberospirito 15 Set 2015, Comments (0)
Una breve riflessione dall’America Latina su quello che sta accadendo in Europa. Lo sguardo è quello di Frei Betto, teologo e scrittore brasiliano, esponente della teologia della liberazione. Poche parole, dirette, che non possono non colpire. In rete esiste presso diversi siti la versione in spagnolo del testo (L’Europa recoge lo que plantó).
frei betto
Tutti seguiamo, tramite i media, il flusso migratorio verso l’Europa occidentale, di africani e arabi di paesi in conflitto come la Siria, l’Iraq, l’Eritrea e Libia. Nel 2015, 332.000 immigrati clandestini sono sbarcati nel Vecchio Continente. Le acque del Mediterraneo hanno sepolto, da gennaio ad agosto di quest’anno, 2.500 persone in fuga dalla miseria e dalla violenza, alla ricerca di un po’ di pane e di pace. Nel 2014, 3.500. Uno dei casi più drammatici è quello dei 71 migranti trovati morti in un camion frigorifero vicino Vienna, asfissiati dalla mancanza di ventilazione.
Quello che hanno fatto i nazisti negli anni 1930 e 1940, ora viene ripetuto su una scala più piccola, ma in un modo non meno tragico.
Papa Francesco ha fatto ripetuti appelli per proteggere le vittime di un mondo egemonizzato da un sistema in cui la libera circolazione delle monete non trova la reciprocità nella libera circolazione delle persone. Al capitale tutte le frontiere sono aperte. Alle persone, tutte si chiudono, soprattutto se sono neri o musulmani. Questi vengono presi, per pregiudizio, come potenziali terroristi.
L’Unione europea ha deciso che ogni paese membro dovrebbe ospitare una certa quota di immigrati. Tuttavia, chi fugge dalla fame e dalla guerra ignora le statistiche. Cerca un posto al sole in questo mondo segnato dalla disuguaglianza e dall’indifferenza.
E’ triste vedere i bambini vagare per le strade e i vecchi strisciare sotto recinzioni di filo spinato; gli obiettivi della polizia è cercare di respingerli con bombe a gas, cani, schermi elettrici .
L’Europa occidentale raccoglie il frutto del seme maligno che ha piantato: secoli di colonialismo in Africa e di sostegno a regimi dittatoriali in Oriente. Dopo aver rapinato risorse naturali e sostenuto dittatori sanguinari, gli europei hanno lasciato un peso di miseria e violenza. Se avessero promosso la democrazia e lo sviluppo di questi paesi, non starebbero ora ad alzare muri per fermare l’orda di immigrati, e questi non rischierebbero la vita nelle acque del Mediterraneo aggrappati alla fragile speranza di una vita migliore.
L’Unione europea ha sostenuto l’intervento brutale degli Stati Uniti nei paesi arabi. Dopo aver sostenuto Saddam Hussein, Gheddafi e Bashar al-Assad, le potenze occidentali, guardando il petrolio da questi paesi, hanno fatto appello al pretesto del terrorismo per rovesciare i loro ex burattini e lasciare il caos nel posto.
Europei occidentali dimenticano il loro stesso passato. Tra il 1890 e il 1910, oltre 17 milioni di europei emigrarono negli Stati Uniti – 570 000 ogni anno. E a migliaia sono venuti in Sud America. Questo quando la popolazione mondiale era quasi una quarto di quella di oggi. La migrazione dell’Atlantico è stata molto più intensa di quella attuale.
Perché l’Europa occidentale non ha chiuso i suoi confini dopo la caduta del muro di Berlino, quando si intensificò la migrazione da est verso ovest? I popoli dell’Est hanno caratteristiche slave, la pelle bianca come la neve, gli occhi chiari. Niente di meglio che averli come dipendenti – in alberghi, ristoranti, negozi e case – persone di “buon aspetto”.
Il pregiudizio uccide – le sue vittime e i valori umani che teoricamente difendiamo. E la discriminazione rivela la nostra vera faccia.
Frei Betto

Settembre, le scuole riaprono e con esse gli annosi problemi legati al mondo dell’educazione. Quest’anno, fra l’altro, incombe minacciosa la “Buona scuola” marchiata Renzi. Ma non è di ciò che intendiamo occuparci in questo post, bensì di un vecchio discorso, quello della necessaria laicità della scuola intesa come bene pubblico. Dove laicità non significa espellere domande riguardanti quella dimensione di senso che chiamiamo religione, ma la possibilità di porre tali questioni e di affrontarle con apertura, tolleranza e soprattutto equidistanza rispetto a questa o quella confessione religiosa o non-religiosa. Tutto qui. Condividiamo pertanto la posizione espressa su questo tema dai valdesi. A tale scopo proponiamo la lettura di un breve intervento proveniente dal sito della Chiesa valdese (www.chiesavaldese.org).

SchoolPrayer

Il campo educativo è sempre stato uno di quelli in cui si è verificato in modo particolarmente acceso il conflitto fra la Chiesa e lo Stato. Questo fenomeno si è registrato nell’Ottocento ma è sempre esistito nella società italiana. Non a caso le tensioni fra governo fascista e Roma si sono avute in questo settore. La reintroduzione della religione cattolica come materia di insegnamento nelle scuole pubbliche con il Concordato ha modificato profondamente il carattere laico che la scuola italiana aveva avuto sino a quel momento.

La presenza clericale mantenuta anche con i governi della Repubblica si è andata paradossalmente accentuando anche negli ultimi decenni con il finanziamento alle scuole cattoliche e l’assunzione in ruolo di professori di religione. Gli evangelici hanno sempre rivendicato il carattere laico della scuola di Stato, laico nel senso di una neutralità ed equidistanza rispetto ad ogni comunità religiosa. Per quanto riguarda l’educazione religiosa essi sono convinti che spetti alla comunità dei credenti assumere quel compito nelle sedi proprie e non in quelle pubbliche. Questo non dovrebbe escludere però la possibilità che la scuola offra agli alunni l’opportunità di approfondire il fatto religioso come espressione della cultura e della storia del paese.

Un insegnamento del cristianesimo nelle sue diverse espressioni ma anche delle maggiori religioni, affidata a docenti preparati nelle facoltà universitarie e non ad insegnanti reclutati dalle diocesi, costituirebbe per gli italiani l’occasione di un approfondimento culturale fondamentale.